Covid-19: un’occasione per il Cantone che può ripensarsi

Qualche settimana fa ho risposto alle domande poste dal Prof. Remigio Ratti. Le mie risposte insieme a quelle dell’On. Sergio Morisoli sono state pubblicate dal Federalista con alla direzione Claudio Mésionat. Ve ne ripropongo alcuni estratti.

Questa pandemia è stato un evento eccezionale e deve essere trattato come tale. Dal punto di vista economico abbiamo assistito a una crisi “duplice” che ha toccato offerta e domanda in contemporanea. Abbiamo visto fermarsi la produzione e nello stesso momento impedire ai cittadini il consumo.
Passato il senso di smarrimento e incredulità verso quanto stava accadendo, abbiamo preso finalmente coscienza dei limiti della globalizzazione e della delocalizzazione. Abbiamo scoperto che la nostra dipendenza dalla Cina è molto più grande di quanto immaginassimo. Abbiamo dovuto fare i conti con i limiti di un’economia che ha pensato troppo presto di poter vivere solo di servizi e non più di industria. Tutto ad un tratto il mondo “avanzato” si è accorto che necessitava di beni reali che non sapeva più produrre: medicine, macchinari, respiratori, disinfettanti, tutto era al di fuori dei nostri confini. Ma questa presa di coscienza è servita anche per risvegliare l’imprenditorialità e l’innovazione che sembravano un po’ dormienti.
In contemporanea le aziende di servizi potevano sfruttare l’occasione di accelerare il percorso di digitalizzazione e di riorganizzazione del lavoro che già era in atto senza doversi scontrare con le resistenze che lo frenavano. Abituare i collaboratori e le collaboratrici a lavorare al proprio domicilio, insegnare ai clienti a svolgere le proprie attività bancarie, istruire gli anziani per fare la spesa online. Difficilmente senza questa crisi saremmo riusciti a cambiare così rapidamente le nostre abitudini. Dovremo capire se questi cambiamenti sono o meno definitivi e soprattutto come gestirne le conseguenze.
Anche in questa occasione, la Svizzera ha tutte le carte in regola per approfittare al meglio del momento di transizione. Se come più volte fatto in passato riuscirà a sfruttare la sua dimensione contenuta, la sua rapida capacità di adattamento, la flessibilità del suo mercato del lavoro ne uscirà ancora più rafforzata. Probabilmente potrebbe anche essere l’occasione per in parte rivedere la sua dipendenza dall’estero in alcuni settori o quanto meno non accentuarla come sembrava essere l’interesse di una parte politica del Paese. Non si tratta evidentemente di pensare a un’economia di sussistenza, ma certo è che un ripensamento sui settori strategici per il Paese va fatto.
Discorso diverso per quanto attiene al Cantone Ticino che potrebbe ripensarsi a partire da questa crisi. I segnali di rallentamenti e di difficoltà per alcuni settori erano presenti ben prima dello scoppio della pandemia, come pure erano note le debolezze del nostro tessuto economico a partire dalla sua composizione e finendo ai salari. Lo stesso vale per l’assenza di centri decisionali, per uno spirito imprenditoriale sano poco sostenuto al contrario di uno “malsano” accettato, per la mancanza di posti di lavoro qualificati dell’amministrazione federale o della cancellazione di quelli delle ex-regie.
Ma l’opportunità di prevedere una nuova visione del Cantone non dipende tanto da questa crisi, quanto piuttosto dalla volontà politica di riconoscere le difficoltà di questo Paese per risolverle in un’ottica di medio termine. Non riusciremo a modificare la nostra struttura economica in un paio di anni, come non saranno investimenti pubblici in infrastrutture a dare lavoro ai nostri giovani che sono costretti ad emigrare verso Nord. Il progetto politico, economico e sociale dovrà avere uno sguardo molto più lungo.

Sono fermamente convinta che il contesto nazionale per il Cantone Ticino rappresenti un punto di sicurezza e di vantaggio più che un limite. Sarebbe un bene per tutti noi avvicinarci di più al resto della Svizzera, non il contrario.
Detto questo, il problema è che non abbiamo abbastanza peso e non siamo sufficientemente ascoltati a livello federale o quanto meno non c’è abbastanza riconoscimento per il prezzo che paga il Cantone (non siamo gli unici) per le scelte che avvantaggiano il resto della Svizzera. Penso ad esempio agli accordi di libera circolazione e all’impatto che questi hanno sul mercato del lavoro ticinese. La Confederazione dovrebbe “risarcire” il cantone Ticino e gli altri cantoni di frontiera per gli svantaggi che traggono. Chiave di riparto modificata, posti di lavoro e sedi di autorità federali potrebbero rientrare in questa logica.

La versione audio: Covid-19: un’occasione per il Cantone che può ripensarsi

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