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Le criticità dell’economia

Tantissimi auguri per il nuovo anno, cara economia! Sì, perché ne hai proprio bisogno. Il nuovo anno sarà duro per tutti e quindi un po’ di fortuna e di buon auspicio non guastano. Le ultime settimane dell’anno appena finito hanno mostrato tutte le criticità che ritroveremo anche nel prossimo.
A differenza di quanto si era prospettato, purtroppo il virus non si è arrestato, anzi una nuova variante si è fatta strada. Questo ha nuovamente causato problemi ai settori economici che già soffrivano, e non poco, a causa degli ultimi due anni di pandemia. Il settore del turismo, dei trasporti privati, degli eventi, della ristorazione, ma anche i piccoli commercianti, gli artigiani che aspettavano il periodo natalizio per poter dare una svolta alle loro attività, hanno purtroppo dovuto fare i conti con l’ennesima ondata. Emblematico quanto successo negli ultimi giorni nel settore dei trasporti aerei. Alle difficoltà legate alle restrizioni dei viaggi tra le nazioni che avevano causato molti annullamenti, si sono aggiunte quelle relative alle quarantene del personale di bordo e di terra. Questo ha portato alla cancellazione di migliaia di voli; fatto che pregiudicherà ulteriormente la già delicata situazione delle compagnie aeree e degli aeroporti. E le quarantene non si limitano a questo settore, anzi. Si arrischia ora di tenere a casa migliaia di collaboratori e collaboratrici paralizzando l’intero sistema economico.
Ma non finisce qui. Ai problemi legati alla pandemia si aggiungono quelli degli approvvigionamenti internazionali. Le catene di fornitura sono in difficoltà e lo sono oramai da mesi. Non c’è ragione di credere che la situazione si risolverà miracolosamente a breve. E che dire dell’aumento vertiginoso dei prezzi delle materie prime? I nostri imprenditori e le nostre aziende devono fare i conti anche con questo. Ritardi, aumenti dei prezzi, mancanza di materiale stanno mettendo sotto pressione tutti i nostri comparti produttivi.

Come se non bastasse, si aggiunge la penuria di energia che fa lievitare anche questi prezzi. E pare che non sarà una fase transitoria come alcuni sperano. La necessità di utilizzare sempre di più forme di energia pulita, ci sta purtroppo riportando verso l’energia nucleare. In maniera un po’ bizzarra è come se i giovani che scendono oggi nelle piazze a manifestare per il clima avessero fatto scacco matto ai giovani che scendevano in piazza vent’anni fa contro il nucleare.

E che dire dei precari equilibri geo-politici con Russia e Cina sempre sul piede di guerra? Di certo non ci fanno dormire sonni tranquilli.

Dati tutti questi drammi e queste incertezze non ci resta che tenere le dita incrociate e fare tantissimi auguri per il nuovo anno alla nostra cara economia!
Tratto dal Corriere del Ticino del 12.01.2022

La versione audio: Le criticità dell’economia
Iniziativa per l'abbandono del nucleare - DATEC
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Russia, Cina e Kazakistan sono grandi “amiche”

L’aumento dei prezzi ha scatenato l’ennesima rivolta dei cittadini. Questa volta in Kazakistan.
Il Kazakistan è la nazione più grande dell’Asia Centrale: il suo territorio ha una superficie pari a quella dell’Europa Centrale. Conta circa 19 milioni di abitanti (la Svizzera circa 8.5 milioni). Oltre a confinare con diversi stati dell’ex Unione Sovietica di cui è stata una Repubblica fino al 1991, annovera tra i suoi vicini, la Russia e la Cina. E non a caso questi due “amici” sono intervenuti a sostegno del governo per reprimere la rivolta scoppiata a inizio gennaio, quando il popolo è sceso in piazza per protestare contro l’aumento vertiginoso del prezzo del gas, in particolare del Gpl (gas di petrolio liquefatto). Fino a quel momento il governo era intervenuto fissando un limite massimo al prezzo. Questo limite è stato tolto ufficialmente per consentire alle imprese produttrici private di fare profitti dato che è necessario ammodernare gli impianti e costruirne di nuovi. Ma il prezzo è raddoppiato in pochi giorni. Da qui la protesta di piazza. Ma come mai Cina e Russia sono intervenute così in fretta per sostenere questo Paese? Le ragioni sono molte; anche economiche.
L’economia del Kazakistan è abbastanza particolare. Pur non essendo un paese molto sviluppato, può contare su una ricchezza incredibile in termini di risorse naturali. Già, proprio quelle risorse di cui ha fame il mondo.
Questa nazione possiede innumerevoli giacimenti di idrocarburi, terreni ricchi di metalli (il 60% delle risorse minerarie dell’ex Unione Sovietica si trova in questa nazione), è il nono paese esportatore al mondo di petrolio e il decimo di carbone. Senza dimenticare che l’alleanza con la Russia è siglata anche dalla presenza sul suo territorio della base di lancio della stazione aerospaziale russa.
E non finisce qui. Il Kazakistan è il primo produttore al mondo di uranio; ne fornisce oltre il 40%. Questo metallo in forma arricchita serve per alimentare le centrali nucleari che oggi stanno diventando l’alternativa “pulita” all’uso del carbone e la risposta alla crisi climatica. Insieme alla Russia c’è un altro importante cliente di questa risorsa. La Cina, che necessita di molta energia e che ha iniziato la transizione energetica, conta sul suo territorio 54 impianti nucleari e 14 in progettazione. Insomma, l’uranio le serve.
In aggiunta negli ultimi anni il paese è diventato il secondo estrattore al mondo di Bitcoin, dietro solo agli Stati Uniti. Le aziende che prima avevano sede in Cina si sono trasferite in Kazaskistan dopo il divieto cinese di svolgere transazioni in criptovalute e l’introduzione di normative che ne limitavano fortemente la produzione. Peccato che i super computer che creano i Bitcoin divorano energia; anche per questo nel Paese ci sono stati aumenti dei prezzi, blackout e la necessità di rivolgersi alla Russia per compensare la forte domanda.
Insomma, questa nazione di cui conoscevamo poco fino a qualche giorno fa, in realtà ha una grande importanza strategica ed economica. E forse proprio per questo Russia e Cina sono sue grandi amiche.

La versione audio: Russia, Cina e Kazakistan sono grandi “amiche”
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Buon Natale e serene festività !

I giorni di Natale sono giorni speciali. Per chi è fortunato Natale è il giorno in cui ci si ritrova, si sta insieme, si sta vicini in tenera intimità con le persone che ci sono care.
È il giorno che ricorda la nascita del Redentore, di quel Gesù venuto sulla Terra per noi, ultimo tra gli ultimi, senza casa, circondato da sconosciuti, vulnerabile e piccolo ma riscaldato dall’amore dei suoi nell’umiltà del Presepe. Per chi crede, come me, è la notte che riorienta la Storia.

Anche chi invece non crede oggi magari si prende un po’ di tempo per pensare alle cose che contano: gli affetti, l’amicizia, la famiglia, la vicinanza. Oggi è anche il tempo per pensare, di nuovo e sempre, a chi non c’è più, la cui assenza oggi è particolarmente dolorosa. Ogni Natale porta con sé un po’ di malinconia, se si è perso qualcuno.

Questo è anche un Natale di separazione, per molti che anche da noi sono in quarantena o in ospedale e che vivono un Natale difficile senza il conforto fisico della vicinanza delle persone care. Natale è tante cose, ed è tutto quello che ci mettiamo noi. Per me è malinconia, incontro, serenità e attesa. Ed è il pensiero di chi si sacrifica per gli altri, per portare al sicuro la famiglia, per portare a casa il pane, per servire gli altri, per fingere magari una serenità che non si sente davvero.

È Natale, un Natale strano in tempi difficili ma vi auguro in ogni caso che sia un Natale sereno, il più possibile.
Buon Natale e serene festività!

Amalia

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Tutti ambientalisti in economia oggi…

Tempi duri per i neoclassici. Chi sono i neoclassici? Sono i rappresentanti della teoria economica dominante. Sono gli studiosi che ritengono che l’economia sia paragonabile a una scienza esatta. Sono coloro che credono che sia possibile descrivere tutti i comportamenti umani e prevedere le conseguenze delle politiche economiche attraverso formulazioni matematiche e modelli complessi.
Avete presente quegli studiosi che nel 2010 hanno consigliato un programma durissimo di misure di tagli alla spesa, la famosa austerità, per la Grecia? Quelli che stimavano che tanto gli effetti sul prodotto interno lordo e quindi sull’economia greca sarebbero stati minimi? Peccato che sia andata diversamente. Nella realtà le conseguenze per questo Paese sono state drammatiche. Questa nazione ha visto il suo prodotto interno lordo crollare del 25% in pochi anni. Una tragedia. Un paese ancora oggi distrutto dalla cecità di chi era convinto di avere tra le mani il modello perfetto.
Ma non c’è nulla di perfetto o facilmente prevedibile nell’economia. Il sistema economico è stato creato dagli individui per soddisfare i loro bisogni. E proprio perché fatto dagli individui per gli individui è difficilmente prevedibile. Eppure da quasi un secolo insegniamo nelle nostre università modelli complessi che dovrebbero darci risposte semplici a problematiche difficili. Il fascino per la previsione, l’ordine, l’equilibrio ha colpito la maggioranza degli studiosi dell’Accademia. Lo spazio per visioni differenti è sempre venuto meno. Intere scuole di pensiero sono state etichettate come eterodosse e messe ai margini dalle pubblicazioni scientifiche, dalle promozioni accademiche, e quindi destinate a morire.
E oggi paradossalmente il destino sembra accanirsi ancora contro il pensiero “alternativo”. Oggi che siamo in grado di dimostrare che gli individui non sono né egoisti né amorali né perfettamente razionali e non per forza perseguono la massimizzazione del profitto, chi sono i nuovi studiosi di questi campi? I neoclassici pentiti.
E che dire dei temi ambientali, che sono diventati l’interesse proprio di coloro che hanno sempre condannato l’interferenza dell’etica, della giustizia e che professavano la massimizzazione del profitto a ogni costo?
Nessuna condanna per chi fa un passo indietro e riconosce che forse qualcosa ha sbagliato. Ci mancherebbe. Peccato che questo non accade. Nessun passo indietro, nessuna umiltà nel conoscere nuove visioni e imparare nuove teorie, ma solo la presunzione di essere ancora una volta i migliori.
Forse sarebbe giunto il momento di ascoltare anche chi da sempre ha visto nell’economia una disciplina sociale che necessita del continuo e costante scambio con la filosofia, la politica, il diritto, la sociologia e tutte le altre discipline che si occupano di individui.

La versione audio: Tutti ambientalisti in economia oggi…
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Piccole e medie imprese: Grazie!

Ho avuto l’onore e il piacere di partecipare alla serata organizzata per presentare l’edizione Gold di INFO PMI. INFO PMI è una rivista pensata per promuovere e valorizzare le piccole e medie imprese del Cantone Ticino. Come indicato dal Direttore responsabile Sacha Cattelan il primo numero è nato nel novembre del 2018; da allora sono state 27 le pubblicazioni, pari a più di mezzo milione di copie distribuite gratuitamente alle attività commerciali di questo Cantone. Quella che era un’idea qualche anno fa è diventata oggi una realtà imprenditoriale che conta 7-8 collaboratori. A INFO PMI e a tutte le piccole e medie imprese ho portato il mio ringraziamento. Eccone qui una sintesi.
“È per me un onore e un piacere essere con tanti rappresentanti delle piccole e medie imprese non solo per l’importanza che rivestite nel nostro tessuto economico e sociale, ma anche per quello che le piccole e medie imprese rappresentano nella mia vita e in quella della mia famiglia.
Mio papà purtroppo non c’è più. Ma la sua figura e le cose che ho imparato da lui sono sempre con me.
Nel 1989, dopo aver lavorato per tanti anni nel settore della meccanica di precisione, decise di aprire la sua piccola azienda. Fino a quando la malattia non lo ha portato via, il suo primo pensiero al mattino e la sua ultima preoccupazione alla sera erano la sua azienda e i suoi collaboratori.
Non erano tanti, i suoi collaboratori. Al massimo della sua attività mio padre ebbe otto dipendenti. Ovviamente li conosceva tutti, con i loro pregi e difetti. Otto persone, erano per mio padre. Non solo dipendenti. Non numeri, non risorse umane.
Grazie a mio padre, a quella piccolissima azienda e a quegli uomini so cosa vuol dire fare impresa.
So cosa vuol dire non avere né sabati né domeniche né festivi. So cosa vuol dire reinventare la propria attività quasi ogni giorno. Conosco la preoccupazione di far quadrare i conti, mese dopo mese. So cosa vuol dire dover trovare gli stipendi per 7-8 famiglie.
E conosco lo sforzo di cercare clienti, trovare finanziamenti; il tormento della burocrazia. Lo stress e la paura di non sopravvivere alle crisi.
Come economista sui banchi di scuola ho imparato molte cose. Ma le cose veramente importanti in questo ambito le avevo imparato molto prima, nella vita vera. Nella vita in cui una stretta di mano vale più di cento contratti.
Economie di scala, economie di scopo, contabilità, tassi di interesse, accesso al credito, deduzioni sociali, gestione del personale. Concetti teorici per molti; cose molto concrete e pratiche per me. E per ognuno di voi.
Questo Paese non dice grazie molto spesso agli uomini e alle donne che fanno impresa per davvero, ognuno nel proprio piccolo, ognuno con le proprie piccole vittorie, i propri drammi, gli sforzi non riconosciuti e i trionfi non celebrati da nessuno se non dai dipendenti e dai famigliari.
Ma è grazie a voi, al vostro lavoro, che il Paese è cresciuto.
È tramite il rispetto per i vostri dipendenti e le vostre dipendenti, che è stata portato uno slancio etico nella produzione economica.
È con la formazione agli apprendisti che avete fornito un futuro a ragazze e ragazzi.
È con la creazione di reddito che avete sorretto la nostra economia, ma anche la nostra società.
Da figlia di un piccolissimo imprenditore, conosco tutto questo.
E anche per mio papà e per tutti voi, sono qui a dirvi grazie e a incoraggiarvi a continuare a lottare anche in questi periodi difficili. Grazie”

La versione audio: Piccole e medie imprese: Grazie!
Da sinistra a destra: Ruben Fontana, Tina Magna, Sacha Cattelan, Amalia Mirante, On. Raffaele De Rosa

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La tempesta perfetta

L’inflazione è arrivata. E non sarà passeggera come sostengono gli esperti per provare a tranquillizzarci. Sembrerebbe infatti che siamo nel bel mezzo di una “tempesta perfetta” con le cause classiche dell’inflazione che si stanno verificando tutte in contemporanea. Vediamone alcune. Prima: la domanda di beni in generale è molto aumentata dopo la fine del lockdown; anzi in alcuni casi, come per esempio per i prodotti necessari per lavorare o studiare da casa, non si è mai nemmeno fermata. La produzione, al contrario, necessita di tempo per adeguarsi. Aggiungiamo il problema degli intoppi nelle catene di approvvigionamento e dei sistemi di trasporto e il gioco è presto fatto. La domanda aumenta, l’offerta rimane ferma e quindi i prezzi salgono.
La seconda causa da “manuale” è l’aumento dei costi. Nel nostro caso i costi delle fonti energetiche sempre più scarse (anche per volere di chi le estrae), quelli delle materie prime e dei generi alimentari che risentono di condizioni meteo non controllabili, vengono ribaltati sui prezzi finali. Ve ne sarete accorti anche voi se avete fatto benzina di recente.
Infine, ben presto le banche centrali ridurranno il loro intervento nell’economia. Questo porterà a un aumento dei tassi di interesse. Il rincaro ricadrà sui privati che si sono indebitati per comperare casa, sulle aziende che hanno fatto investimenti e sull’economia in generale.
Nonostante le rassicurazioni della ministra del tesoro degli Stati Uniti, Yanet Yellen, la corsa dei prezzi non sembra arrestarsi: in settembre i prezzi americani sono aumentati del 5.4%. E le cose non vanno meglio nell’Eurozona dove l’ultimo dato parla di un aumento del 4.1%. Ancora più preoccupante quando si guarda alla locomotiva tedesca: era da 28 anni, dal lontano 1993, che non si raggiungeva un aumento dei prezzi così alto (4.5%).
Diventeremo tutti più poveri? La risposta non è così semplice. Sappiamo che l’economia Svizzera è piuttosto liberale per cui non vedremo aumentare i salari come accaduto in Germania nelle ultime settimane a seguito di scioperi indetti dai sindacati. E non vedremo nemmeno l’intervento dello Stato per ridurre l’IVA o aumentare i sussidi al consumo come fatto in Italia, Francia o Spagna. D’altra parte, che sia per la moneta forte, o per una maggiore flessibilità dell’economia, l’andamento dei prezzi in Svizzera è storicamente più stabile che negli altri Paesi. Come ci conferma per il momento l’1.2% di aumento annuale dei prezzi in ottobre. Attenzione però a cantare vittoria: gli anni Novanta e i tassi di interesse che superavano il 6% sono lontani ma molti di noi li ricordano ancora. E non è un bel ricordo.

Tratto dal Corriere del Ticino, 18.11.2021

AVVISO METEO: VENTI a tratti SOSTENUTI e MARI MOLTO MOSSI nei prossimi  giorni « 3B Meteo
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Il calendario dell’avvento ci porta… il salario minimo!

La prima casellina di dicembre del calendario dell’avvento porterà ai ticinesi il salario minimo. E questo dopo sei anni e mezzo dalla votazione in cui ne hanno accettato l’introduzione. Ho fatto questa battaglia in prima persona perché credo fortemente che il nostro mercato del lavoro vada tutelato.
Finalmente anche questo cantone avrà un piccolo strumento per contrastare le conseguenze devastanti della concorrenza. Sì, avete letto bene, della concorrenza. Sembra un paradosso eppure è così. Sui manuali di economia impariamo che la concorrenza è il migliore dei mondi possibili. I cittadini possono comperare i beni che vogliono a un prezzo giusto, mentre le aziende possono liberamente produrli. In questo senso il modello è perfetto. Peccato che nella realtà le cose non funzionino così.
L’ideale che ha mosso la creazione dell’Unione Europea è proprio la concorrenza. Libera circolazione delle persone, delle merci e dei capitali. Spostarsi liberamente tra le nazioni, vendere e comperare beni prodotti nel resto d’Europa, trasferire la propria azienda a piacimento avrebbero dovuto garantire un aumento del benessere dei cittadini.
Ma questo sarebbe stato possibile solo se le condizioni di partenza dei paesi fossero state le stesse. Purtroppo non era così. Quello che è successo è che la libertà di circolare ha trasformato i lavoratori in merci. E come ogni merce, anche loro si spostano in funzione del prezzo migliore. Questo ha fatto sì che anche le aziende si trasferiscano dove la “merce” lavoro costa meno.
La Svizzera, non fa parte dell’Unione Europea eppure ne ha sottoscritto i principi fondanti. Così i lavoratori residenti in Italia si trovano in concorrenza con i lavoratori residenti in Ticino, senza più regole (proprio come vuole l’Unione Europea). Le imprese il lavoro lo “comperano” dove costa meno. Essendo noi al confine con un paese in cui il costo della vita rapportato alla nostra moneta nazionale è enormemente inferiore, diventa possibile offrire lavoro ad un prezzo più basso.

Il salario minimo votato oltre sei anni fa non poteva andare a correggere tutte le distorsioni del sistema. Cercava di mettere un cerotto a una situazione che già allora appariva drammatica. Avrebbe dovuto essere il primo tassello di tante altre misure a sostegno di un’economia in cui tutelare primi fra tutti i piccoli e medi imprenditori. Perché? Perché come è possibile per una piccola e media impresa competere sui mercati internazionali continuando a offrire salari elevati e a formare gli apprendisti mentre dall’estero arrivano aziende che fanno lo stesso prodotto usando manodopera a basso costo? Impossibile!
Sì, la piccola e media impresa è stata messa a dura prova ed è mancato il coraggio di proteggerla. Oggi il salario minimo è una tutela anche alla piccola e media impresa, quella piccola e media impresa legata al territorio.

La versione audio: Il calendario dell’avvento ci porta… il salario minimo!
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L’emigrazione giovanile impoverisce il Ticino

Sentiamo dire che le esperienze all’estero fanno bene ai giovani. Certo, se non fosse che questi giovani sono oggi costretti ad andarsene, non lo scelgono. Questa cosa ha un nome semplice e chiaro: emigrazione.

Si narra che ci sono grandi difficoltà a trovare giovani competenti e che dovremmo lavorare tutti quanti per formare, in un futuro luminoso, ragazzi capaci con profili competitivi. Suona bene nei dibattiti ma è essenzialmente una fandonia. I nostri figli e le nostre figlie sono preparati in maniera eccellente. E infatti a Zurigo, a Lucerna e a Friburgo li assumono velocemente e a condizioni molto buone. Sono poco formati solo qui, a casa loro? A meno che il semplice atto di attraversare il Gottardo non abbia effetti miracolosi sulla loro competitività e preparazione, è probabile che sarebbero altrettanto degni di trovare lavoro in Ticino se non fossero troppo costosi. Questa cosa ha un nome semplice: “salari bassi”.

E che dire del fatto che dovremmo “essere ottimisti e aprirci al mondo”? Proviamo a dirlo alle centinaia di persone licenziate e rimpiazzate da chi costa meno; andiamo a raccontarlo alle famiglie che vedono partire i figli per andare oltre Gottardo. Non usiamo giri di parole quando possiamo chiamare le cose con il loro nome: “concorrenza della manodopera estera a basso costo”.

Le cause della spinta migratoria che sta espellendo i nostri ragazzi e le nostre ragazze hanno nomi chiari: bassi salari, economia fragile, frontalierato. E permettetemi di aggiungere, mancanza di coraggio. Sì, perché ci vuole coraggio a chiamare le cose con il loro nome.

Capita poi di partecipare a conferenze, in cui si presentano le quattro o cinque eccellenze del Paese. Certo, queste realtà ci sono. Sono la punta di un iceberg di cui esiste… solo la punta. Sotto il pelo dell’acqua ormai non c’è quasi più nulla. La forza lavoro del Cantone che è formata, motivata, capace meriterebbe di trovare lavoro qui con stipendi dignitosi. Non c’è bisogno della mitica Silicon Valley: basterebbe proteggere meglio il nostro mercato del lavoro e i nostri salari.

Non è vero che non abbiamo la massa critica per garantire dei posti di lavoro dignitosi o che non ci sono aziende sane che vogliono dare un futuro a queste persone e questo Cantone. E non è neppure vero che non possiamo fare niente per un territorio che invecchia e si spopola. Potremmo fare molto se cominciassimo ad accettare di chiamare i problemi con il loro nome: bassi salari, economia fragile, frontalierato, ossia la triade alla base della nuova emigrazione ticinese.

Ammettiamolo e potremo andare avanti. Oppure possiamo raccontare le solite favolette consolatorie. E rassegnarci ad attendere le prossime cifre che diranno che, guarda un po’, ci sono più frontalieri e i nostri stipendi si sono abbassati ulteriormente.

Articolo tratto da L’Osservatore, 6.11.2021

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Salari bassi: i frontalieri aumentano, i giovani emigrano

Volete leggere una notizia che non fa più notizia? Eccola qui. I frontalieri in Ticino aumentano. Alcuni di voi penseranno che è una buona cosa perché se il numero di permessi cresce vuol dire che crescono i posti di lavoro e quindi l’economia va bene. Sì e no.
È vero che quando parliamo di un’economia in crescita i posti di lavoro devono aumentare, ma teoricamente è sufficiente che aumentino in proporzione all’aumento demografico. Purtroppo nel caso del Cantone Ticino ci troviamo di fronte a una realtà scomoda di cui l’opinione pubblica inizia solo ora ad occuparsi: il Cantone non solo invecchia, ma si spopola anche. E le previsioni per i prossimi decenni non ci rallegrano. Certo, sono tante le cause di questo genere di problemi demografici, ma la principale rimane secondo noi una e ben identificabile: il lavoro.
Il mercato del lavoro in Ticino oramai soffre da almeno un decennio. Le scelte, o meglio le non scelte, di dare un chiaro indirizzo e una vocazione alla struttura economica cantonale, oggi mostrano tutti i loro limiti.
Avere un’economia diversificata può essere un vantaggio, nel senso che riesce ad attutire meglio l’andamento negativo di un settore. Tuttavia se questa strategia si basa sui bassi salari, i limiti per lo sviluppo e per il benessere dei suoi cittadini presto o tardi si manifesteranno.
In Ticino oggi abbiamo 74’200 permessi di lavoro per persone che non vivono in questo Cantone. Parliamo di quasi 1’000 persone in più rispetto al secondo trimestre di quest’anno, 2’800 in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso e quasi 9’000 in più rispetto a 5 anni fa.
A colpirci a prima vista è l’aumento nei numeri, anche se oggi è più importante analizzare i settori in cui lavorano queste persone.
Così scopriamo che la percentuale di persone occupate nel settore secondario, quello dell’industria e delle costruzioni, si riduce costantemente: oggi solo una persona su tre ci lavora. Questo significa che due persone su tre lavorano nel settore dei servizi. Tra questi spicca la crescita costante nelle attività professionali, scientifiche e tecniche come gli studi di architettura o quelli di contabilità, settori questi che occupano oltre 8’500 persone (11.5% del totale). Anche il settore delle attività amministrative e di supporto alle aziende come per esempio la ricerca e la selezione del personale occupa oggi oltre 7’200 persone frontaliere. Tutti questi settori in cui volendo potrebbero trovar occupazione anche i ragazzi e le ragazze formati residenti che però faticano a farsi assumere.
E quale è e rimane il fattore competitivo determinante? Il salario. Purtroppo sempre più la concorrenza è agguerrita e ciò che spinge i nostri giovani a lasciare il loro Cantone è proprio la mancanza di prospettive. Detto questo, non vogliamo un’economia chiusa e posti di lavoro riservati, vogliamo solo che non sia il salario più basso la ragione che esclude a priori giovani qualificati e residenti.

Estratto intervista Cronache della Svizzera italiana, Rete Uno, 4.11.2021

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Ricchi e Poveri. La perequazione tra i Cantoni

Il nostro sistema svizzera si fonda sul federalismo, principio che sancisce che i 26 cantoni e gli oltre 2’200 comuni godono di molte competenze. Il principio della sussidiarietà stabilisce che i compiti devono essere eseguiti dal livello istituzionale superiore (Confederazione o Cantoni) solamente nel caso in cui esso lo esegua in maniera migliore rispetto ai livelli subordinati (Cantoni e Comuni). Per mantenere l’autonomia finanziaria e svolgere questi compiti tutti i livelli istituzionali possono riscuotere direttamente delle imposte e dei tributi. Ma anche così non tutti i cantoni dispongono delle stesse risorse finanziarie. Magari a causa della loro posizione geografica o dello sviluppo economico diverso. Per questo è stato creato lo strumento della perequazione finanziaria che si fonda sulla solidarietà: i cantoni economicamente forti e la Confederazione aiutano i cantoni deboli.
Dal punto di vista tecnico il meccanismo è molto complesso e si dota di cinque strumenti: due relativi al lato finanziario e altri tre relativi alla gestione dei compiti.
La perequazione finanziaria in senso stretto è composta da due meccanismi. Il primo è la perequazione delle risorse che mette in relazione il potenziale delle risorse per abitante del cantone con la media svizzera. Questo dato cerca di cogliere tutte le fonti tassabili, tra cui il reddito imponibile (anche dei frontalieri), la sostanza e gli utili delle persone giuridiche. Se l’indice è inferiore a 100 il cantone è economicamente debole e ha diritto a ricevere risorse dai cantoni forti e dalla Confederazione. Per il 2022 il Ticino ottiene un indice delle risorse pari a 96; il Cantone più debole è Giura con 65.6, mentre il cantone più forte Zugo con 255.4.
Il secondo meccanismo è la compensazione degli oneri. In questo caso la Confederazione supporta i cantoni che devono sostenere dei costi superiori alla media a causa della struttura demografica (povertà età e integrazione degli stranieri) e della situazione geografica e topografica (altitudine dei comuni, pendenza dei terreni e la bassa densità abitativa).
Il Ticino nel 2022 riceverà dalla perequazione finanziaria circa 52 milioni; di questi 20 milioni dalla perequazione delle risorse, 15 milioni di compensazione geo-topografica e 6 da quella socio- demografica. Possono sembrare tanti, ma diventano pochi se paragonati ai 935 milioni di Berna o ai quasi 800 milioni dal Vallese. Niente da lamentarci invece se ci confrontiamo ai quasi 500 milioni che paga Zurigo o ai 330 che si accolla Zugo.
Personalmente, ritengo che nonostante tutte le difficoltà tecniche, questa chiave di riparto debba essere rivista: senza essere degli esperti matematici, ma dotandoci di buon senso, comprendiamo subito che la cifra ottenuta dal Cantone Ticino non è lo specchio della realtà. Giovani che emigrano, bassi salari, popolazione più anziana, tasso di frontalieri elevato, attività a basso valore aggiunto. Questi sono solo una piccola parte dei problemi che dobbiamo affrontare. E farlo con centinaia di milioni in più, non guasterebbe.

La versione audio: Ricchi e Poveri. La perequazione tra i Cantoni
Fonte: lapagina.ch