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Nubi di stagflazione sul fronte occidentale

L’inflazione c’è e si vede. Anche in Svizzera. I prezzi in aprile sono aumentati del 2.5% rispetto a un anno fa. I rincari più importanti riguardano i beni importati e nel dettaglio le fonti energetiche come il gas e il petrolio. Questo si riflette sulle spese di tutti i giorni, in particolare nei trasporti e nei costi legati all’abitazione. Certo se guardiamo agli altri Paesi, ancora non possiamo lamentarci. Proprio questa settimana i dati hanno confermato aumenti dei prezzi dell’8.3% negli Stati Uniti (mai così alti negli ultimi 40 anni), del 7.4% in Germania e ancora dell’8.3% in Spagna.
Purtroppo nemmeno le prospettive sono rosee. Se guardiamo all’indice dei prezzi alla produzione le cose non andranno tanto meglio nei prossimi mesi. Questo indicatore mostra l’evoluzione dei prezzi dei prodotti industriali appena usciti dalla fabbrica. Anche in questo caso gli aumenti sembrano inarrestabili. In Cina si parla di un rincaro nel mese di aprile rispetto all’anno prima dell’8% e negli Stati Uniti addirittura dell’11%. Persino la Svizzera non rimane indenne: +6.7%. Ma perché questo dato ci impensierisce? Per ottenere il prezzo dei beni che comperiamo, dobbiamo aggiungere al già elevato prezzo di produzione anche i costi di trasporto, logistica e quelli sostenuti direttamente dai commercianti per le loro attività. Tutto questo significa che i prezzi che troveremo sui nostri scaffali nei prossimi mesi dovranno per forza aumentare. E questo ha un impatto sul comportamento dei consumatori la cui fiducia crolla.
Naturalmente le autorità non stanno a guardare. Così nelle ultime settimane la banca centrale americana e anche quella inglese hanno deciso di aumentare i tassi di interesse. Questa strategia, chiamata tecnicamente politica monetaria restrittiva, può generare due effetti. Primo: rende più caro l’indebitamento scoraggiando gli investimenti delle imprese e i consumi a credito delle famiglie. Secondo: invoglia al risparmio. Questo dovrebbe ridurre la domanda allentando la pressione sui prezzi.
In realtà, purtroppo l’inflazione che stiamo vivendo ha origini e cause ben più lontane che non sono solo riconducibili a questa maledetta guerra. Ciò significa che le conseguenze negative di una politica monetaria restrittiva, ossia la riduzione della produzione e l’aumento della disoccupazione, potrebbero avvenire. In più la maggioranza degli Stati non ha più grandi margini di manovra nella spesa pubblica poiché è già intervenuta in maniera massiccia per rispondere alla crisi legata alla pandemia.
E pensare che fino a qualche mese fa quando si parlava di presenza contemporanea di inflazione e disoccupazione (stagflazione) l’unico esempio che potevamo fare era la crisi petrolifera degli anni 70…
Tratto da L’Osservatore del 14.05.2022

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Migros: alcool sì, alcool no?

Alcool: sì o no? Sembra una votazione di molti anni fa eppure è la decisione che dovranno prendere i soci della cooperativa Migros. La storia di questa azienda che opera nel settore del commercio al dettaglio dovrebbe essere uno dei casi aziendali trattati in tutte le nostre scuole. In effetti la sua storia è veramente affascinante e tocca tantissimi aspetti economici, ma anche culturali e sociali. Tutto ha inizio con un’idea di Gottlieb Duttweiler, un uomo che oggi definiremmo un imprenditore illuminato. Nel 1925 decide di tentare la strada del commercio, ma anziché farlo in maniera tradizionale copia quanto già avviene negli Stati Uniti. Compra i cinque camion Ford modello T e con questi si recherà nelle più importanti piazze dei paesi per vendere i prodotti a prezzi più bassi del 10-30% rispetto a quello dei concorrenti. Evidentemente portando in giro la spesa si riesce a ridurre i costi fissi legati ai negozi e ai venditori. L’assortimento all’inizio non è grande, solo sei prodotti: caffè, sapone, riso, grasso di cocco, zucchero e pasta. Ma mano che passano gli anni il numero di camion aumenta e anche i negozi. Questo non significa che sia stato facile, anzi. Come prescrivono i casi da manuale, la nostra Migros deve scontrarsi contro l’ostilità degli altri commercianti che non si fermano di fronte a nulla e arrivano persino a utilizzare le leggi per impedire a questo nuovo concorrente di portare via clientela. Non solo. La maggioranza dei negozianti “tradizionali” impedisce ai fornitori di vendere prodotti a Migros. Anziché scoraggiarsi Duttweiler inizia ad acquistare direttamente delle fabbriche e a produrre prodotti destinati alla vendita esclusiva per Migros. Così, nel 1928 compra la fabbrica di mosto di Meilen. È proprio in questo momento che il patron di Migros dichiara che non produrrà vino poiché il prezzo basso a cui potrebbe venderlo potrebbe indurre le persone ad aumentare il consumo. La stessa scelta sarà fatta per il tabacco.
Non abbiamo il tempo di raccontare tutta l’evoluzione che ha fatto questa azienda tuttavia segnaliamo come sia sempre stata un’azienda innovativa, coraggiosa, all’avanguardia. Anche sul fronte ambientale e sociale quest’azienda è ritenuta una pioniera.
Non a caso nel 1941 il suo titolare trasforma la società anonima in cooperativa. E proprio in nome dell’essere una cooperativa i suoi soci saranno chiamati a votare se permettere la vendita di alcolici nei negozi Migros. Le cifre dicono che le vendite di alcool sono un mercato importante. Nel 2020 in Svizzera ognuno di noi ha bevuto 31.5 l di vino, 52.8 di birra e 3.8 di bevande spiritose (dati in linea con quelli europei). Dei quasi 30 miliardi di franchi incassati come cifra d’affari dal commercio al dettaglio ben 2.6 miliardi entrano grazie alle bevande alcooliche (circa il 9%). A titolo di paragone in frutta spendiamo 1.8 miliardi, in verdura 2.3 e in carne 5.4. Paragonando le cifre di mercato con la quota di mercato di Migros è ragionevole supporre che questa nuova attività potrebbe generare tra 1 e 2 miliardi di franchi all’anno.
Vedremo cosa decideranno di fare i soci nelle prossime settimane, anche se pensiamo che la decisione non dipenderà tanto dalle questioni economiche. Pensiamo che a pesare siano da una parte i valori tradizionali dell’azienda e dall’altra la praticità di trovare tutto nello stesso supermercato.

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Svizzera: i prezzi continuano a salire

I prezzi continuano ad aumentare. Anche in Svizzera. Nel mese di aprile l’indice dei prezzi al consumo, che rappresenta il costo del carrello della spesa del consumatore medio svizzero, è aumentato dello 0.4% rispetto al mese prima. La situazione sembra sotto controllo, ma per esserne certi dobbiamo guardare come si è modificato il prezzo rispetto all’anno scorso. Così scopriamo che l’aumento è stato di ben il 2.5%.

Il rincaro maggiore si registra per i prodotti importati: +6.6%. Per fortuna che il nostro carrello della spesa è principalmente fatto di prodotti svizzeri il cui prezzo è aumentato di “solo” l’1.2% ( i beni dall’estero rappresentano in effetti il 25%).

I principali responsabili degli aumenti sono il petrolio, il gas e le fonti energetiche in generale. Il prezzo dell’energia e del carburante è aumentato in un anno di oltre il 23%; quello dei prodotti petroliferi addirittura di quasi il 40%. Ed ecco spiegati gli aumenti del 10% dei prezzi dei trasporti, del 5.1% del mobilio e degli articoli per la casa, del 4.1% dei costi dell’abitazione e dell’energia. E pensate che le cose in Svizzera vanno ancora bene.

L’inflazione nel resto del mondo ha raggiunto livelli storici impressionanti. Aumenti dell’8.5% negli Stati Uniti, del 7% in Gran Bretagna, del 7.4% in Germania, del 9.8% in Spagna e del 6.2% in Italia. E le conseguenze non tardano ad arrivare. I principali istituti di ricerche economiche internazionali hanno ridotto notevolmente le aspettative di crescita dell’economia mondiale e delle singole nazioni.

La Banca Centrale degli Stati Uniti, la Fed (Federal Reserve Bank), sta cercando di correre ai ripari aumentando i tassi di interesse. Proprio questa settimana li ha incrementati dello 0.5%. Non c’era un aumento così grande dal 2000; in passato gli aumenti non erano mai stati superiori a più di un quarto di punto. 0.25% che è stato l’aumento deciso poche ore dopo dalla Banca Centrale d’Inghilterra BoE (Bank of England) che ha quindi portato il tasso di riferimento all’1%.

Ma perché quando i prezzi aumentano le banche centrali fanno aumentare i tassi di interesse? Il meccanismo è molto complesso, ma noi lo semplifichiamo affinché sia comprensibile. Se aumentiamo i tassi di interesse, le aziende riducono i loro investimenti e i consumatori comperano meno. Questa riduzione della domanda dovrebbe attenuare l’aumento dei prezzi. Tutto bene fino a qui se non fosse che ci sono anche delle conseguenze negative. La riduzione della domanda causa una riduzione della produzione che potrebbe a sua volta causare licenziamenti. In tempi normali si può ricorrere a un sostegno dello Stato, ma non è il caso in questo momento.

Così, in effetti, purtroppo, molti economisti sono preoccupati perché potrebbe verificarsi la presenza contemporanea di inflazione e stagnazione economica con disoccupazione, la famosa e temuta stagflazione. Insomma, il peggiore dei mondi. Attenzione però a dare tutta la colpa alla guerra che è scoppiata in febbraio. Già nel mese di settembre dell’anno scorso i prezzi hanno iniziato a crescere in maniera anomala. Purtroppo la maggioranza degli esperti ha preferito ignorarlo o parlare di fenomeno temporaneo.

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Ticino: le donne guadagnano un po’ di più, gli uomini… di meno

Tra il 2018 e il 2020 la differenza salariale tra uomini e donne in Ticino si è ridotta dal 17,3% al 13,9%. Finalmente una buona notizia? Sì e no. Analizzando i dati scopriamo due fattori, uno positivo e l’altro negativo. I salari femminili sono leggermente aumentati, bene. Peccato invece che i salari degli uomini siano rimasti stabili e in alcuni casi addirittura diminuiti. Purtroppo questo conferma ancora una volta che il Canton Ticino e il suo mercato del lavoro sono in seria difficoltà. Le economie sane sono contraddistinte da salari che aumentano e condizioni di lavoro che migliorano. In Ticino, al contrario, anche la parità di genere la facciamo verso il basso. Ma perché le donne continuano a guadagnare comunque meno degli uomini?
Le donne storicamente sono entrate nel mondo del lavoro tardi. Nella maggior parte dei paesi la grande occupazione femminile è iniziata durante le guerre: gli uomini erano al fronte a combattere, le donne dovevano lavorare soprattutto nelle fabbriche di materiale bellico. Rispetto alle altre nazioni in Svizzera questo fenomeno è stato più contenuto, ragione che in parte spiega il ritardo dell’entrata delle donne nel mondo professionale.
Per anni abbiamo letto che le donne guadagnano di meno a causa della minore formazione. Ora questa considerazione non tiene più: le donne studiano addirittura di più degli uomini. E allora, quali sono i fattori che possono spiegarci la differenza salariale?
Le ragazze scelgono lavori dove gli stipendi sono mediamente più bassi, come il settore del commercio e dell’amministrazione o i servizi di cura delle persone (cure infermieristiche, lavoro sociale,…). Anche le ragazze che vanno all’università scelgono soprattutto le scienze umane e sociali. Questo è il fenomeno della segregazione orizzontale.
Secondo. Ancora oggi in Ticino le donne che ricoprono ruoli di responsabilità sono poche; ancora meno quelle nelle direzioni o nei consigli di amministrazione. Questo significa salari più bassi. E questa è la segregazione verticale.
In aggiunta non dimentichiamo che le donne sono occupate maggiormente a tempo parziale, fatto che oltre ad avere dei benefici comporta anche minori possibilità di carriera.
E i guai non finiscono qui. Le donne sono sottoccupate, ossia vorrebbero lavorare ad una percentuale maggiore, ma non possono farlo. Le donne che devono fare più di un lavoro per vivere sono di più degli uomini. Il 16% delle donne guadagna meno di 3’400 CHF al mese. Sempre le donne hanno lavori più precari che sono i primi a sparire durante le crisi e quindi hanno tassi di disoccupazione più alti.
Detto questo e nonostante questo, guardo al futuro delle donne con grande ottimismo. Le nuove generazioni, quelle che sono entrate da poco nel mondo del lavoro e che ci entreranno nei prossimi anni, non vivono fortunatamente nessuna guerra aperta tra i sessi, anzi. L’idea di nuovi modelli familiari dove entrambi i partner lavorano a tempo parziale per realizzarsi anche nella famiglia o negli interessi personali prende sempre più spazio. Ma affinché questi cambiamenti possono avvenire dobbiamo garantire anche in Ticino salari giusti, sia per gli uomini che per le donne.

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Smart working suona meglio di lavoro a cottimo; vero?   

Qualche giorno fa sono stata invitata a parlare di telelavoro a un evento organizzato tra gli altri da ATED ICT Ticino. Questa associazione diretta da Cristina Giotto è attiva da oltre 50 anni. Il suo scopo, oltre a fornire servizi ai suoi associati, è quello di “favorire l’impego delle nuove tecnologie dell’informazione e comunicazione”. E lo fa non solo nelle aziende, ma anche attraverso progetti specifici pensati per i giovani e per le donne. Tra le tante innovazioni, questa associazione è stata pioniera nel metaverso, mondo virtuale che sembra prendere sempre più piede e importanza.
Mentre di mondo reale abbiamo parlato affrontando il tema delle nuove organizzazioni del lavoro. Per farlo è necessario distinguere tre concetti: il lavoro a domicilio (in remoto), il telelavoro e lo smart working (lavoro agile).
In tutti e tre i casi si parla di lavoro subordinato a qualcuno; ciò che li differenzia è la flessibilità. Nel caso del lavoro domestico e del telelavoro ci sono obblighi in merito al luogo (solitamente la casa), ma anche agli orari; inoltre lo stipendio è pensato in funzione del tempo di lavoro. Le statistiche oggi indicano che il lavoro domestico si è trasformato in telelavoro: l’uso di computer, stampanti e altri prodotti tecnologici è sempre più frequente. Ciò che differenzia lo smart working sono la maggiore flessibilità in termini di tempi e luoghi, oltre all’idea di salario pensato in funzione degli obiettivi e non del tempo.
Eppure pensandoci questa idea non appare tanto nuova. Ve lo ricordate il lavoro a cottimo? Il pagamento avveniva quando si consegnava una certa quantità di oggetti prodotti. Poco importava quanto tempo si era impiegato per svolgerlo, né se si erano coinvolti i membri della famiglia. Detto questo, speriamo che il lavoro agile, nei fatti, non si rilevi un passo indietro anziché un’innovazione.
Il telelavoro e il lavoro agile sono concetti di cui si parla molto, ma quando sono veramente diffusi? A livello svizzero i dati mostrano che fino al 2019 il lavoro da casa era svolto poco e soprattutto dagli uomini. È nel 2020, con la pandemia e con il lockdown, che la percentuale di lavoratori e soprattutto lavoratrici aumentano. In effetti, da questo momento le donne in casa non solo devono occuparsi dei figli nel quotidiano, preoccuparsi della didattica a distanza, ma pure aggiungere il carico lavorativo. Insomma, quella che doveva essere una liberazione e un passo verso la parità di genere si sta rilevando invece l’ennesima gabbia per le carriere femminili.
Per questo, care donne, vi invitiamo a ritornare sui vostri posti di lavoro e riprendere il cammino portato avanti con sacrificio, prima che il nostro ruolo torni a essere confinato, nuovamente, nelle mura domestiche.

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I premi cassa malati aumenteranno. Capiamo perché

Nel 2019 i costi sanitari in Svizzera sono stati di 82.5 miliardi di franchi. Tutto abbastanza sotto controllo. Controllo che è stato perso invece nel 2021, anno in cui le spese sanitarie sono aumentate del 5%. Questo significa concretamente che i premi di cassa malati potrebbero aumentare il prossimo anno tra il 7 e il 9%. Pessima notizia per noi assicurati.
Cerchiamo di capire un po’ come funziona il nostro sistema sanitario. Due sono i principali modelli che si adottano nel caso della sanità. Il primo sistema è statale (quindi pubblico), è prevalentemente pagato con le imposte e i fornitori di prestazione (medici, ospedali,…) sono pubblici. Il secondo sistema è come quello adottato in Svizzera: un modello che unisce elementi del mercato con elementi del servizio pubblico. Si parla di sistema misto perché alla componente della concorrenza tra assicuratori (casse malati) e fornitori di servizi (medici) si aggiungono regole che tendono a rendere il mercato più sociale (obbligo di assicurazione per tutti, premi non in funzione del rischio individuale, sussidi per coloro che non sono in grado di pagare). Nel nostro sistema ci sono tre attori principali: i pazienti, i fornitori di prestazioni (medici, ospedali, farmacie) e gli assicuratori. Naturalmente esistono anche le aziende farmaceutiche, ma sono meno toccate e coinvolte dal sistema di gestione e pagamento. Infine sono i Cantoni che pagano ad avere la competenza in materia sanitaria (pensiamo per esempio alla pianificazione ospedaliera).
Detto questo, dove sta l’inghippo che fa aumentare di anno in anno i costi della salute e di conseguenza i premi? Ricordiamo che dal 1999 i premi della cassa malattia di base sono più che raddoppiati. Senza entrare nei dettagli tecnici possiamo suddividere gli aumenti in due categorie: una che potremmo definire quasi naturale, e una seconda invece difficilmente spiegabile e più riconducibile a un limite di questo nostro sistema.
Vediamo la prima. Dato che viviamo di più, costiamo di più. A questo aggiungiamo le nuove tecnologie che ci consentono di curare malattie che non curavamo fino a qualche anno fa, ma che hanno un costo. La somma di questi due elementi fa parte dell’aumento giustificato.
Discorso differente è il fatto che da un punto di vista economico nel nostro sistema manchino gli incentivi a contenere gli aumenti dei costi degli assicuratori e dei fornitori di cura e a ridurre la quantità di beni sanitari che consumiamo.
Ed è proprio questo secondo caso che cercano di risolvere le misure presentate dalla Confederazione. Oltre a introdurre l’obbligo di una prima consulenza da un medico di “fiducia”, il progetto prevede anche veri e propri tetti massimi all’aumento dei costi di tutte le prestazioni. Questi obiettivi di contenimento dei costi sono poi demandati ai Cantoni.
Purtroppo, pare che su questo nuovo pacchetto di misure la politica non trovi un accordo limitandosi a sbizzarrirsi in soluzioni fantasiose senza però avere la volontà di risolvere il problema alla base.
Ora però dobbiamo guardarci in faccia: o riduciamo i costi oppure aumentiamo i premi. Impensabile avere l’uovo e la gallina

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Ticino: economia a basso valore aggiunto, emigrazione giovanile, salari bassi

Siamo i più poveri della Svizzera. O, se preferite, siamo gli Svizzeri che guadagnano di meno. Forse non è una grande scoperta, penseranno alcuni. Infatti: è un fatto e le cause sono tante, complesse e non affrontabili facilmente. Per risolvere un problema la prima cosa da fare è riconoscerne l’esistenza. Purtroppo, ancora oggi in Ticino c’è chi ha paura di chiamare le cose con il loro nome: economia a basso valore aggiunto, emigrazione giovanile, salari bassi. Parlare di “economia diversificata”, di “poli tecnologici” e di “innovazione” è molto più soddisfacente e presentabile nei salotti buoni. Purtroppo, oggi la nostra realtà, non è questa. Se vogliamo davvero uno sviluppo virtuoso del cantone Ticino dobbiamo, in primis, riconoscerne i problemi, rinunciando alle narrazioni consolatorie ed edificanti, così da poterli affrontare e, magari, risolverli.
Sappiamo che le cause della situazione attuale sono tante. Ragioni storiche e geografiche ci hanno consentito per anni di sfruttare la manodopera di confine a prezzi più bassi. Ma con il passare del tempo questi “vantaggi” sono diventati il nostro principale limite. Il passaggio da un’economia basata sul settore primario (agricoltura) a un’economia finanziaria è avvenuto saltando quasi a piè pari la fase industriale. Questo non ci ha permesso di sviluppare e diffondere appieno una vera cultura imprenditoriale. Un altro tassello negativo è stato la perdita di posti di lavoro nelle ex regie federali, che chiedevano competenze elevate ma offrivano allo stesso tempo salari e condizioni di carriera di livello svizzero.
Per molti anni abbiamo trovato comodi colpevoli per il ritardo ticinese rispetto al resto della Svizzera: la mancanza di qualifiche avanzate, la scarsità di centri di eccellenza, l’assenza dal territorio di accademie e alte scuole. Erano scuse e comunque non tengono più: Università della Svizzera Italiana, SUPSI, Centro di Studi Bancari, Cardiocentro, Centro Svizzero di Calcolo, Istituto Oncologico della Svizzera Italiana, Istituto di Ricerca in Biomedicina… sono solo alcune delle eccellenze del nostro Paese. Anche grazie ad esse i nostri giovani sono ottimamente formati scolasticamente e professionalmente.
Infatti, le aziende, le banche, le assicurazioni del resto della Svizzera accolgono i nostri giovani a braccia aperte; offrono loro salari e condizioni di crescita professionale molto buone. Significa che stiamo fornendo a queste ragazze e ragazzi gli strumenti perché possano avere il futuro che meritano. Ma non basta. Bisogna smettere di nascondere la testa nella sabbia. I nostri problemi hanno nomi precisi: economia a basso valore aggiunto, emigrazione giovanile, salari bassi. E, soprattutto, dobbiamo impegnarci per avere (finalmente!) un piano di sviluppo economico serio, affinché i nostri giovani abbiano un futuro anche qui, nel loro Cantone, senza doversene andare. Perché questo, nel più classico dei circoli viziosi, è un altro, ancora più grave, tipo di impoverimento: un’intera generazione in fuga.

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Saremo più poveri

Da giorni tentavo di scrivere questo articolo. Ma ogni volta mi bloccavo. Il costo umano di questa maledetta guerra mi faceva apparire il mio contributo di economista cosa piccola e perfino frivola. Tuttavia, anche oltre l’ambito geografico direttamente toccato dai combattimenti questa guerra avrà conseguenze. E se non saranno drammatiche quanto quelle sul terreno in Ucraina, anche queste conseguenze peseranno sulla vita di molte persone.
In effetti, pure nei paesi non toccati direttamente dal conflitto le ripercussioni sui cittadini saranno sensibili. E ricadranno purtroppo sulle fasce più deboli. L’aumento consistente dei prezzi della benzina, del gas, dei generi alimentari e dei beni di prima necessità colpisce in maniera diversa i cittadini già ora. Come sempre, anche in questo caso, le famiglie che guadagnano meno, faticano di più.
Ma non finisce qui. I problemi legati all’aumento del prezzo dell’energia non li vediamo “solo” sul costo diretto del riscaldamento o della fattura di fine mese. Se guardiamo all’Italia, ad esempio, troviamo che le difficoltà si stanno espandendo a tutte le filiere produttive. Dobbiamo prevedere un aumento del prezzo del pane, della pasta e delle patate a causa delle difficoltà di ottenere le materie prime dai paesi in guerra, ma anche le altre produzioni locali sono toccate. Decine di aziende agricole rischiano la chiusura a causa dell’aumento del costo del gas e del petrolio: questo porterà a minori produzioni, ma anche a tanti licenziamenti. Lo stesso sta succedendo a industrie i cui margini di guadagno sono stati già messi a dura prova dalla crisi pandemica.
Nei prossimi mesi se non addirittura anni anche in Europa le persone diventeranno più povere. Diventeranno più povere non perché spenderanno di più per scelta, ma perché il loro potere d’acquisto si ridurrà a causa degli aumenti dei prezzi. Gli stati e la politica devono cominciare seriamente a occuparsi delle famiglie che faranno fatica ad arrivare alla fine del mese: pane, pasta, patate, come pure riscaldare la propria casa e fare il pieno per andare a lavorare non sono beni di lusso, nessuno può farne a meno. Inoltre, se vogliamo tutelare le aziende, dovremo avere il coraggio di sviluppare pacchetti di sostegno anche per loro. Non dimentichiamo che non può esserci indipendenza e autonomia economica senza il lavoro.
Concordiamo che l’obiettivo a medio termine deve essere l’indipendenza energetica. Ma l’errore fatto in passato da chi ha voluto il mercato a ogni costo anche nei settori strategici vitali per l’esistenza stessa degli stati (energia, telecomunicazioni, approvvigionamento idrico), non può essere risolto sulle spalle dei cittadini prendendo decisioni affrettate che aumenteranno ulteriormente i prezzi.

Tratto dal Corriere del Ticino, 16.03.2022

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L’economia rallenta di poco. Ma secondo noi…

La Segreteria di Stato per l’economia (SECO) ha appena pubblicato le previsioni per l’economia svizzera. Rispetto ai dati di dicembre, le aspettative sono leggermente peggiorate: per il 2022 si prevede una crescita del Prodotto Interno Lordo (PIL) del 2.8% anziché del 3%, mentre per il 2023 la previsione rimane la medesima, al 2%. Guardando nel dettaglio le quattro componenti della nostra economia, consumi delle famiglie, spesa pubblica, investimenti (in costruzioni e in beni strumentali per la produzione, come i macchinari) ed esportazioni, possiamo fare alcune considerazioni.
I consumi privati sembrano subire poco gli effetti diretti e indiretti della guerra in Ucraina, mostrando una crescita comunque buona del 3.6%. La riduzione della spesa pubblica stimata in precedenza con -1.5% si ridurrà sì, ma solo dello 0.7%: questo potrebbe indicare la necessità per le amministrazioni pubbliche di andare avanti a sostenere l’economia attraverso sussidi e contributi (in parte già confermati dalla Confederazione). Sul fronte degli investimenti si dovrebbe registrare una riduzione dello 0,5% delle costruzioni; probabilmente questo potrebbe essere dovuto più ai ritardi negli approvvigionamenti dei materiali, che non a causa di un vero e proprio rallentamento del settore. Al contrario, le aspettative degli imprenditori rimarrebbero positive (+3.4%) e questo li spingerebbe a rinnovare gli impianti produttivi oltre che a incrementare la capacità produttiva. Per quanto riguarda le esportazioni stupisce un po’ il miglioramento per quelle dei beni, aumentate dal 3.8% al 4.2%. Dal nostro punto di vista la situazione dei nostri paesi partner dal punto di vista commerciale potrebbe subire impatti diretti e indiretti maggiori rispetto a quanto valutato. Già oggi per esempio il tasso di inflazione che rende il potere di acquisto dei cittadini inferiore è a livelli storici negli Stati Uniti, ma anche in Germania, Gran Bretagna e Italia. Non dimentichiamo che la Svizzera è un paese esportatore netto e che deve oltre il 10% del suo benessere alla capacità di vendere di più di quanto compera. Secondo i dati della SECO invece le conseguenze sulla crescita dei nostri partner commerciali saranno abbastanza contenute. Meglio così se ci sbagliamo.
Altro punto su cui ci permettiamo di essere un po’ dubbiosi riguarda la previsione che stima un aumento dei prezzi al consumo solo dell’1.9%. Noi siamo un po’ più pessimisti. Questo scetticismo troverebbe in parte conferma anche nei dati appena pubblicati dell’indice dei prezzi alla produzione e all’importazione. Se è vero che la crescita su base mensile è solo dello 0.4%, il dato sale di +5,8% rispetto al mese di febbraio dell’anno scorso. Da parte nostra riteniamo che gli aumenti dei prezzi delle fonti energetiche, dei generi alimentari e delle materie prime in generale non sarà così transitorio e indolore come previsto dalla Segreteria di Stato dell’economia. Speriamo di sbagliarci. E speriamo che non sia in arrivo una nuova ondata di Covid che renderebbe superate tutte queste previsioni.

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Due settimane di guerra

Sono passate esattamente due settimane dalla sconsiderata aggressione della Russia ai danni dell’Ucraina. Le conseguenze in termini umanitari sono drammatiche e sotto gli occhi di tutti. Più difficile comprendere quali saranno quelle dal punto di vista economico. Persino per gli addetti ai lavori è difficile seguire e comprendere la portata delle sanzioni occidentali messe in atto contro la Russia. Russia che da qualche giorno a questa parte sta rispondendo cercando da una parte di tutelare l’economia nazionale e dall’altra di inferire qualche colpo ai nemici.
Il blocco delle transazioni della Banca centrale impedisce alla Russia di utilizzare le sue riserve in valuta straniera accumulate negli anni passati probabilmente proprio per sopperire a crisi del genere. Per farla semplice è come se la vostra banca vi bloccasse i vostri conti in euro o in dollari. Nel caso della Russia si parla di un valore di oltre 640 miliardi di dollari. Questo ha sicuramente causato un duro colpo alle finanze nazionali. L’esclusione dal sistema di comunicazioni bancarie Swift oltre ad aver paralizzato il settore bancario russo, sta causando enormi problemi a tutte le aziende interne, ma anche a quelle estere che intrattengono relazioni d’affari con questo paese. E mai avremmo immaginato nel mondo occidentale di vedere ville e imbarcazioni lussuose essere sequestrate senza che prima ci sia un processo o un grado di giudizio. Dobbiamo avere il coraggio di dirlo che questo fa un po’ a pugni con il nostro senso di proprietà privata e tutela della stessa. Il divieto di esportazione in Russia di tecnologie militari, microprocessori e macchinari per la raffinazione e la fornitura del petrolio ha dal canto suo lo scopo di mettere in seria difficoltà questi settori. La notizia poi di qualche giorno fa che gli Stati Uniti hanno bloccato le importazioni di gas e petrolio in realtà ha più un impatto mediatico che non effettivo: gli Stati Uniti importavano una piccola quantità di queste risorse e per di più si sono tutelati prima nei confronti di altri fornitori.
Oltre alle sanzioni ufficiali, quello che è impressionante è la condanna unanime dell’economia privata. Da quando è scoppiato il conflitto ogni giorno aziende multinazionali che hanno fatto della delocalizzazione e della globalizzazione la loro forza annunciano la chiusura dei loro stabilimenti in Russia o il divieto di vendita dei loro prodotti.
Dal canto suo la Russia sta cercando di contrastare il crollo del valore della sua moneta aumentando i tassi di interesse e vietando l’uso delle monete estere. In aggiunta cerca di causare qualche fastidio ai nemici vietando a sua volta l’esportazione di alcuni beni; nella realtà probabilmente questa misura non causa molti grattacapi.
Ma è un altro il quesito che si pongono in molti. Perché la Russia continua a vendere il gas e il petrolio all’Europa e perché l’Europa continua a comperare queste risorse dalla Russia? Non ci piacciono quasi mai le spiegazioni semplici, eppure spesso sono quello corrette. La Russia continua a vendere perché ha bisogno di soldi per la sua guerra e l’Europa continua a comperare perché ha bisogno di energia per i suoi cittadini e le sue aziende. Probabilmente questo scambio come capita sempre nel mercato andrà avanti ancora per un po’. Almeno fino a quando una delle tue parti, non troverà o un nuovo compratore (la Cina) o un nuovo fornitore. Questo secondo caso decisamente più difficile.

La versione audio: Due settimane di guerra