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Il traballante mercato del lavoro ticinese – II parte

Riprendiamo il tema del mercato del lavoro ticinese, come da articolo pubblicato il 10 settembre da tvsvizzera.it che ringrazio.

I dati statistici mostrano un Cantone sofferente su più fronti.
I salari in Ticino sono mediamente molto più bassi di quelli svizzeri, circa del 16-20%. Questo significa che in Ticino si guadagna un quinto in meno dei nostri cugini confederati. Da qualunque parte si guardino i dati, per settori, per ruoli occupati, per mansioni svolte, per età, per genere, i salari pagati dalla nostra economia, privata e pure pubblica, sono più bassi. E notevolmente più bassi sono anche i salari pagati ai frontalieri.
Ma i problemi del mercato del lavoro ticinese non li vediamo solamente nel livello dei salari, purtroppo. Le conseguenze sono tante altre. In Ticino, la percentuale delle persone che lavorano ma che non riescono a vivere del loro salario, i working poor, è tra le più alte a livello nazionale. Lo stesso accade quando guardiamo al numero di persone che deve fare più di un lavoro per vivere. O ancora, quasi paradossalmente, ci troviamo in vetta alle classifiche della sottoccupazione (persone che lavorano a tempo parziale ma vorrebbero lavorare di più). E sul tempo parziale si apre un ulteriore campo di analisi. Negli altri cantoni tendenzialmente i nuclei familiari fanno una scelta in cui entrambi i partner lavorano a tempo parziale perché i salari consentono di dedicarsi alla famiglia. Nel nostro caso purtroppo, invece, l’alto tasso di lavori a tempo parziale è sinonimo di grande precariato.
E che dire delle condizioni di lavoro femminili? Anche in questo caso purtroppo il nostro cantone appare negli ultimi posti della classifica nazionale: tassi di attività femminile tra i più bassi, differenze salariali tra uomini e donne maggiori, piccolissima presenza di donne nei quadri dirigenziali e nei posti di lavoro di responsabilità. Il quadro di certo non appare incoraggiante. Purtroppo non va meglio per i giovani che oggi possono ricevere formazioni eccellenti, sia in ambito scolastico che professionale. Anche a loro, il Paese non sembra dare risposte adeguate. I dati appena pubblicati confermano che sempre più ragazzi e ragazze abbandonano il cantone per trovare fortuna oltre Gottardo. E sicuramente le difficoltà di trovare posti di lavoro adeguati alle qualifiche e con stipendi dignitosi contribuiscono a questa emigrazione. Tanti altri sarebbero i dati che confermano un malessere del mercato del lavoro ticinese, a partire dai cinquantenni che vengono messi alla porta e non trovano più nulla dopo 30 anni di duro lavoro.
Come lo si guardi, questo quadro di indagine necessita di tutte le attenzioni della politica. È necessario intervenire affinché si possa invertire il senso di marcia. Affinché, come deve succedere in un paese sano, i giovani e le giovani non siano obbligate a lasciare la loro terra e i loro affetti. Per questo bisogna avere il coraggio di riconoscere e ammettere i problemi, ma anche le tensioni che oggi viviamo. Non si può più fingere che non ci sia rivalità e competizione tra manodopera locale e manodopera non residente. Lo scopo non è quello di attribuire colpe; lo scopo è quello di offrire opportunità anche alle persone residenti in questo Cantone.

Il Quotidiano, RSI, 17.09.2021
La versione audio: Il traballante mercato del lavoro ticinese – II parte
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Il traballante mercato del lavoro ticinese – I parte

Il 10 settembre tvsvizzera.it, che ringrazio, ha pubblicato un mio articolo sul mercato del lavoro ticinese. Lo riprendo qui quest’oggi.

Il numero di frontalieri ha raggiunto cifre da record in Ticino. Oltre 70’000 persone attraversano ogni giorno il confine per lavorare nel Cantone sud-alpino. Se l’economia in parte approfitta della possibilità di fare capo a manodopera qualificata a basso costo, il mercato del lavoro soffre. E non solo a livello salariale.

Il mercato del lavoro del Cantone Ticino è molto differente rispetto a quello degli altri Cantoni svizzeri, inclusi quelli di frontiera. La ragione principale risiede nello sviluppo particolare che ha vissuto il tessuto economico di questo Cantone.

Primo, siamo passati da un’economia primaria a una fortemente finanziaria senza vivere una fase di vero e proprio sviluppo industriale. Probabilmente anche a questo è dovuta la mancanza odierna di una vera e propria cultura imprenditoriale e di centri decisionali sul territorio.

Il secondo fattore che spiega la situazione attuale è la possibilità storica derivante anche dalla posizione geografica di poter sfruttare un ampio bacino di manodopera qualificata a basso costo. Le aziende possono approfittare di due vantaggi competitivi: uno legato alla qualità, l’altro al prezzo. Entrambi comportano delle conseguenze importanti sullo sviluppo del tessuto economico di una regione. In Cantone Ticino la presenza di manodopera qualificata a basso costo ha spinto alla creazione di attività incentrate principalmente sul fattore lavoro e non sul capitale (macchinari). Se nel breve periodo ci sono sicuramente vantaggi, lo stesso non può dirsi per il lungo. Non a caso oggi la nostra economia è composta principalmente da posti di lavoro a valore aggiunto inferiore alla media nazionale. In questo senso siamo sovra-rappresentati nei settori industriali, del commercio, del turismo e della ristorazione. Proprio i settori che sono i primi a soffrire quando c’è una crisi economica; esattamente come accaduto con la crisi del Covid-19. I cantoni che invece si sono concentrati sulla ricerca, progresso tecnologico, innovazione e su un’avanzata organizzazione del lavoro, oggi si ritrovano con una produttività elevata e quindi con salari di gran lunga superiori ai nostri.  

Per contrastare questo ritardo è stato fatto molto nella formazione e nella ricerca creando negli ultimi trent’anni tantissimi centri di eccellenza. Dal Centro di Studi Bancari a Vezia, al Cardiocentro a Lugano; dall’Università della Svizzera italiana (USI), agli Istituti di Biomedicina (IRB) e Oncologico della Svizzera italiana (IOSI); dalla Scuola Universitaria Professionale della Svizzera italiana (SUPSI), al Nuovo Centro Svizzero di Calcolo. E tanto altro ancora è stato fatto e bolle in pentola. Questo ha portato a migliorare notevolmente la formazione dei giovani e quella continua nel nostro Cantone. Peccato che questo non sia stato accompagnato da un altrettanto sviluppo di attività economiche avanzate che avrebbero potuto dar linfa al tessuto produttivo cantonale. Così, oggi i dati statistici mostrano un Cantone sofferente su più fronti.

La versione audio: Il traballante mercato del lavoro ticinese – I parte
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I frontalieri aumentano ancora

I frontalieri in Svizzera e in Ticino aumentano. I dati appena pubblicati dall’ufficio federale di statistica non lasciano dubbi, pur ritenendo il fatto che gli stessi autori li definiscano provvisori.
In Ticino è stata superata anche la soglia dei 71 mila permessi di lavoro come frontaliere; precisamente alla fine del II trimestre del 2021, quindi di giungo, se ne registravano 71’586. La maggior parte di questi permessi, quasi 47 mila, era attribuita al settore terziario, quello dei servizi. Il nome non deve trarci in inganno: oltre alle avvocate, ai fiduciari o al personale medico, troviamo anche i commessi, le cameriere e i servizi logistici. Invece il settore secondario, oggi rappresenta solo 1/3 di questi lavoratori, in linea con i cambiamenti avvenuti nella struttura produttiva del nostro Cantone.
Guardando i dati vediamo la relazione stretta tra l’andamento economico generale e l’andamento dei permessi di lavoro: i settori che hanno mostrato una ripresa rispetto alla crisi legata alla pandemia, sono anche quelli caratterizzati da un aumento dei frontalieri. In particolare, il settore secondario, che è quello legato all’industria mostra una certa stabilità, sia paragonando i dati con i tre mesi precedenti del 2021 (gennaio-marzo) sia rispetto all’anno prima. L’unica eccezione in questo caso è il settore delle costruzioni, che mostra un aumento da mettere in relazione con la ripresa economica. Ad oggi lavorano in questo settore quasi 8 mila persone frontaliere.
Anche nel settore terziario, che mostra aumenti trimestrali del 2.5% e addirittura di oltre il 5% rispetto all’anno scorso (+2’300 persone), la relazione con l’andamento economico è evidente. I frontalieri aumentano in quasi tutti i settori, in particolare nei servizi legati alla ristorazione, nelle attività professionali, scientifiche e tecniche e in quelle di servizio alle aziende.
Il boom dei numeri di permessi è nella ristorazione dove si segnala un aumento sia su base trimestrale che annuale di oltre il 15%, arrivando a occupare 3’900 persone. In realtà, non sappiamo quanti di questi posti di lavoro rimarranno anche dopo il periodo estivo.
Discorso differente va fatto per le attività professionali, scientifiche e tecniche come gli studi di architettura, di ingegneria o contabilità che occupano oggi quasi 8’200 persone non residenti, oltre l’11% del totale. Se a queste aggiungiamo le attività amministrative e di supporto alle aziende come i servizi di selezione e ricerca del personale, arriviamo a quasi 15 mila posti di lavoro. Ora, nessun problema se i nostri apprendisti neo-diplomati e le nostre neo-laureate troveranno un posto di lavoro da qui a qualche mese. Discorso differente, se come purtroppo temo, passeranno mesi alla ricerca di un posto di lavoro per poi dover scappare oltre Gottardo.
Se questo accadrà ancora, chi di dovere dovrà smettere di fare orecchie da mercante e dovrà finalmente prendere in mano le redini di questo Cantone.

La versione audio: I frontalieri aumentano ancora
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Covid-19: un’occasione per il Cantone che può ripensarsi

Qualche settimana fa ho risposto alle domande poste dal Prof. Remigio Ratti. Le mie risposte insieme a quelle dell’On. Sergio Morisoli sono state pubblicate dal Federalista con alla direzione Claudio Mésionat. Ve ne ripropongo alcuni estratti.

Questa pandemia è stato un evento eccezionale e deve essere trattato come tale. Dal punto di vista economico abbiamo assistito a una crisi “duplice” che ha toccato offerta e domanda in contemporanea. Abbiamo visto fermarsi la produzione e nello stesso momento impedire ai cittadini il consumo.
Passato il senso di smarrimento e incredulità verso quanto stava accadendo, abbiamo preso finalmente coscienza dei limiti della globalizzazione e della delocalizzazione. Abbiamo scoperto che la nostra dipendenza dalla Cina è molto più grande di quanto immaginassimo. Abbiamo dovuto fare i conti con i limiti di un’economia che ha pensato troppo presto di poter vivere solo di servizi e non più di industria. Tutto ad un tratto il mondo “avanzato” si è accorto che necessitava di beni reali che non sapeva più produrre: medicine, macchinari, respiratori, disinfettanti, tutto era al di fuori dei nostri confini. Ma questa presa di coscienza è servita anche per risvegliare l’imprenditorialità e l’innovazione che sembravano un po’ dormienti.
In contemporanea le aziende di servizi potevano sfruttare l’occasione di accelerare il percorso di digitalizzazione e di riorganizzazione del lavoro che già era in atto senza doversi scontrare con le resistenze che lo frenavano. Abituare i collaboratori e le collaboratrici a lavorare al proprio domicilio, insegnare ai clienti a svolgere le proprie attività bancarie, istruire gli anziani per fare la spesa online. Difficilmente senza questa crisi saremmo riusciti a cambiare così rapidamente le nostre abitudini. Dovremo capire se questi cambiamenti sono o meno definitivi e soprattutto come gestirne le conseguenze.
Anche in questa occasione, la Svizzera ha tutte le carte in regola per approfittare al meglio del momento di transizione. Se come più volte fatto in passato riuscirà a sfruttare la sua dimensione contenuta, la sua rapida capacità di adattamento, la flessibilità del suo mercato del lavoro ne uscirà ancora più rafforzata. Probabilmente potrebbe anche essere l’occasione per in parte rivedere la sua dipendenza dall’estero in alcuni settori o quanto meno non accentuarla come sembrava essere l’interesse di una parte politica del Paese. Non si tratta evidentemente di pensare a un’economia di sussistenza, ma certo è che un ripensamento sui settori strategici per il Paese va fatto.
Discorso diverso per quanto attiene al Cantone Ticino che potrebbe ripensarsi a partire da questa crisi. I segnali di rallentamenti e di difficoltà per alcuni settori erano presenti ben prima dello scoppio della pandemia, come pure erano note le debolezze del nostro tessuto economico a partire dalla sua composizione e finendo ai salari. Lo stesso vale per l’assenza di centri decisionali, per uno spirito imprenditoriale sano poco sostenuto al contrario di uno “malsano” accettato, per la mancanza di posti di lavoro qualificati dell’amministrazione federale o della cancellazione di quelli delle ex-regie.
Ma l’opportunità di prevedere una nuova visione del Cantone non dipende tanto da questa crisi, quanto piuttosto dalla volontà politica di riconoscere le difficoltà di questo Paese per risolverle in un’ottica di medio termine. Non riusciremo a modificare la nostra struttura economica in un paio di anni, come non saranno investimenti pubblici in infrastrutture a dare lavoro ai nostri giovani che sono costretti ad emigrare verso Nord. Il progetto politico, economico e sociale dovrà avere uno sguardo molto più lungo.

Sono fermamente convinta che il contesto nazionale per il Cantone Ticino rappresenti un punto di sicurezza e di vantaggio più che un limite. Sarebbe un bene per tutti noi avvicinarci di più al resto della Svizzera, non il contrario.
Detto questo, il problema è che non abbiamo abbastanza peso e non siamo sufficientemente ascoltati a livello federale o quanto meno non c’è abbastanza riconoscimento per il prezzo che paga il Cantone (non siamo gli unici) per le scelte che avvantaggiano il resto della Svizzera. Penso ad esempio agli accordi di libera circolazione e all’impatto che questi hanno sul mercato del lavoro ticinese. La Confederazione dovrebbe “risarcire” il cantone Ticino e gli altri cantoni di frontiera per gli svantaggi che traggono. Chiave di riparto modificata, posti di lavoro e sedi di autorità federali potrebbero rientrare in questa logica.

La versione audio: Covid-19: un’occasione per il Cantone che può ripensarsi

Disoccupazione in calo? Forse…

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I dati appena pubblicati dalla Segreteria di Stato dell’economia (SECO) mostrano l’andamento del mercato del lavoro nel mese di maggio. In generale notiamo che si registra una incoraggiante diminuzione rispetto sia al mese precedente che all’anno prima. A livello nazionale parliamo di un tasso di disoccupazione del 3.1% (era del 3.3% nel mese di aprile).
Ancora meglio sembra la situazione a livello cantonale, dove addirittura si registra un tasso più basso di quello svizzero. Il dato è del 3% (era del 3.2% in aprile e addirittura del 3.9% in maggio dell’anno scorso.)
Non possiamo che rallegrarci se il numero di persone iscritte presso gli uffici regionali di collocamento è al ribasso. Tuttavia dobbiamo precisare alcuni punti che potrebbero rendere quest’analisi meno ottimista. Innanzitutto rileviamo che ancora molte aziende a livello cantonale durante il mese di maggio usufruivano dell’indennità di orario ridotto anche perché molte attività erano ancora chiuse per volere della Confederazione. E sappiamo che proprio il settore della ristorazione e quello legato agli eventi rappresentano nel Canton Ticino un importantissimo datore di lavoro. In secondo luogo non dimentichiamo che molte persone usufruiscono ancora di contributi e aiuti messi in atto dal settore pubblico per rispondere a questa crisi. Infine non possiamo omettere che le aziende del Canton Ticino hanno usufruito in maniera proporzionale più grande dei crediti Covid-19 garantiti dallo Stato. Queste considerazioni ci fanno quindi leggere il dato sulla disoccupazione in maniera più prudenziale poiché potrebbe essere un po’ “dopato” da questi fatti.
Se poi aggiungiamo che di solito c’è un ritardo tra l’andamento dell’economia e le conseguenze sul lavoro, non possiamo proprio stare tranquilli. Ricordiamo pure che il dato calcolato secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) che considera tutte le persone in cerca di lavoro anche se non iscritte negli uffici di collocamento, mostra di solito un tasso di disoccupazione decisamente più elevato che arriva anche al 7%. A breve questi dati saranno disponibili.
Per completare la nostra analisi non possiamo omettere i dati che sono stati pubblicati qualche settimana fa in relazione ai posti di lavoro persi nel primo trimestre del 2021. In questo caso in Ticino abbiamo perso il 10% di tutti i posti di lavoro persi in un anno a livello nazionale. Parliamo di quasi 3000 impieghi. Analizzando i dati emerge una sofferenza importante nel settore terziario e per i posti di lavoro a tempo pieno. Un fenomeno particolare che dovrà essere monitorato è l’aumento del lavoro femminile a tempo parziale. Anche se in apparenza potrebbe sembrare una buona notizia in realtà dietro a questo dato potrebbe nascondersi un’ulteriore ottimizzazione dei costi e quindi una sostituzione di posti di lavoro dal tempo pieno al tempo parziale con le conseguenze che ben potete immaginare.
Detto questo se la situazione congiunturale sul mercato del lavoro si rivelasse positiva sarebbe sicuramente una buona notizia. Consentirebbe probabilmente di destinare tutte le risorse all’analisi dei problemi strutturali del nostro Cantone: la partenza dei giovani oltre Gottardo, le difficoltà di rientro sul mercato del lavoro delle persone con più di cinquant’anni, i salari che rimangono mediamente più bassi del 18-20% di quelli nazionali.
Decisamente il lavoro non manca… Speriamo che chi di dovere lo faccia.

La versione audio: Disoccupazione in calo? Forse

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Lo spettro dell’inflazione si aggira negli Stati Uniti

Lo spettro dell’inflazione si aggira negli Stati Uniti. E anche l’Europa trema. I dati appena pubblicati di aprile hanno spaventato un po’ tutti. Rispetto a un anno fa, i prezzi al consumo sono aumentati del 4.2%, ben oltre le aspettative degli analisti che già erano piuttosto elevate (3.6%). Era da 26 anni che non si registrava un dato così alto.
Anche se gli analisti e gli economisti parlano di aumenti dei prezzi solo transitori, non sembrano pensarla così i mercati finanziari che mostrano un certo nervosismo e una grande volatilità. Subito dopo la notizia dell’aumento dell’inflazione, c’era stata una corsa alla vendita soprattutto dei titoli tecnologici. Notizie dell’ultima ora invece confermano una ripresa di Wall Street. Grazie probabilmente alle dichiarazioni del presidente della Federal Reserve che ha ribadito che il programma di titoli a sostegno della ripresa economica rimane attuale. Quindi nessun passo indietro: si va avanti a sostenere il debito pubblico.
Le cause dell’aumento dell’inflazione possono essere molte e noi nel nostro vocabolario di economia ne spieghiamo dettagliatamente alcune (l’inflazione da domanda, quella da costi e quella da monopoli). In questo specifico caso, la ragione sarebbe la ripresa economica. Grazie alle campagne di vaccinazione e alla fine dei lockdown in quasi tutto il mondo, la domanda di beni e servizi è aumentata. Dato che la produzione ha bisogno di tempo per essere realizzata, si verifica un aumento del prezzo. Un po’ come succede nelle aste. Se tutti vogliamo comperare “I Girasoli” di Van Gogh, il prezzo del quadro aumenterà perché la domanda è tanta e l’offerta è rappresentata da solo 1 quadro.
Gli analisti sono tuttavia preoccupati da alcuni dati in particolare: se era abbastanza prevedibile un aumento dei prezzi delle materie prime legate ai prodotti energetici, meno lo era quello degli alimentari, dei semiconduttori e di altri materiali utili per l’edilizia. Non solo si registrano prezzi raddoppiati, ma anche forniture dimezzate. Le ragioni possono essere tante e variate. Si va dall’ondata di gelo in Texas che avrebbe ridotto del 90% l’approvvigionamento di polopropilene, al fatto che molti container per i trasporti navali si trovino dislocati in regioni discoste a causa dell’emergenza COVID.
Insomma, regna il disordine che si manifesta anche nei prezzi alla produzione. Notizia di poche ore fa è che anch’essi sono saliti più delle aspettative registrando un aumento del 4.1% su base annua.
Almeno sul fronte dell’occupazione parrebbero giungere buone notizie: negli Stati Uniti le richieste di sussidio alla disoccupazione sono diminuite nell’ultima settimana di 34 mila unità segnando il miglior dato dal marzo scorso, inizio della pandemia (parliamo comunque di oltre 473 mila persone).
Insomma, anche passata l’emergenza pandemia non possiamo dormire sonni tranquilli. L’economia influenzerà la nostra quotidianità anche nei prossimi mesi. Per questo è importante saper leggere i segnali che ci manda.

La versione audio: Lo spettro dell’inflazione si aggira negli Stati Uniti
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L’economia svizzera? Bene, ma non benissimo…

L’economia svizzera ritroverà pieno splendore a partire dal III trimestre del 2021. Almeno questo è quanto sostiene il KOF, che è l’istituto di ricerca del politecnico federale di Zurigo. Anche se in realtà lo stesso istituto propone tre scenari diversi a causa della grande incertezza in cui viviamo. Il primo, negativo, prevede che l’economia internazionale risenta ancora della crisi pandemica portando a un aumento del Prodotto Interno Lordo (PIL) svizzero di soli 2.4%. Per contro lo scenario positivo prevede una crescita del PIL del 3.1% grazie a una campagna delle vaccinazioni spedita e a effetti che consentano di interrompere tutte le misure di confinamento. Infine, lo scenario di base che prevede una crescita per quest’anno del 3%.
Secondo queste previsioni l’economia mondiale, dopo il calo brusco del 5% dell’anno scorso, dovrebbe risollevarsi crescendo del 4.7%. Come possiamo immaginare la ripresa non sarà la stessa in tutti i paesi, così vediamo stimare un aumento del PIL dell’Unione Europea di “solo” il 4% rispetto al 5.5% degli Stati Uniti e a ben il 9.2% della Cina.
Da parte sua il prezzo del petrolio che ricordiamo è il fattore produttivo fondamentale per le nostre economie avanzate, tornerà ai livelli pre-crisi (attorco circa ai 62.5 dollari al barile). Senza grandi sorprese i tassi di interesse della zona dell’Euro dovrebbero rimanere negativi. In questa analisi c’è però un dato che ci potrebbe preoccupare: la crescita piuttosto bassa della Germania, stimata solo del 3.2%. Questa Nazione è il nostro principale partner commerciale, sia in termini di risorse e prodotti che acquistiamo da loro, sia in termini di prodotti e servizi che le vendiamo.
Andiamo a vedere i nostri dati nazionali. Il consumo delle famiglie che crescerà del 3% sarà determinante. Ricordiamo che questa componente rappresenta in Svizzera oltre il 50% di tutto il prodotto nazionale. Per questo il suo andamento è costantemente monitorato e non può che rallegrarci quando aumenta. In effetti, questo fattore è quello che dà il più grande contributo alla crescita nazionale. Potreste obiettare che non è così perché il consumo pubblico, quindi la spesa pubblica, crescerà quest’anno di ben il 3.7%. Attenzione perché dobbiamo ricordarci che questa crescita deve essere rapportata alla proporzione che la spesa pubblica rappresenta dell’economia nazionale e che è “solo” dell’11%. Val la pena anche di notare che l’aumento considerevole della spesa pubblica è proprio lo strumento di politica fiscale espansiva che gli Stati mettono in atto per aiutare l’economia nel momento di difficoltà.
Gli investimenti, anche se meno rispetto a quanto ci saremmo aspettati, cresceranno. Le costruzioni dello 0.5%, i macchinari del 2%. Anche le relazioni con l’estero mostrano una buona dinamica. Le esportazioni di beni e servizi dovrebbero aumentare del 6.5% e le importazioni del 5.2%. Ricordiamo che la Svizzera è un Paese esportatore netto, quindi vende all’estero più di quello che compera. Questo fatto è molto importante perché permette di mantenere posti di lavoro in Svizzera. Se dobbiamo produrre di più di quello che consumiamo, allora avremo necessità di generare posti di lavoro che altrimenti sarebbero all’estero. In aggiunta è bene segnalare le tre ragioni che rendono il caso svizzero eccezionale. Primo: siamo molto piccoli e quindi abbiamo risorse, territorio, personale,… ridotti. Secondo non abbiamo materie prime: se potete trivellare petrolio e venderlo sui mercati internazionali è facile essere esportatori. Nel nostro caso invece dobbiamo comperare dall’estero materie prime e prodotti, elaborarli e rivenderli. Infine, tranne poche realtà, non possiamo vantare una storia di grandi aziende nell’industria pesante: niente automobili, niente cantieri navali.
Ma alla fine perché siamo contenti se il prodotto interno lordo sale? La crescita del PIL ci consente di produrre di più e quindi di offrire posti di lavoro. In questo senso, le previsioni stimano un aumento della disoccupazione secondo l’ILO al 5.2% e al 3.3% per la SECO. Dati fortunatamente piuttosto contenuti che speriamo la realtà confermi.

La versione audio: L’economia svizzera? Bene, ma non benissimo…

Cassandra aveva ragione: la disoccupazione stabile non ci tragga in inganno

I dati della disoccupazione anche questo mese ci confermano la tendenza in atto in Svizzera e in Ticino. Come si poteva facilmente immaginare la situazione mostra un aumento piuttosto contenuto rispetto ai mesi scorsi. Nel mese di gennaio in Svizzera si contano quasi 170 mila disoccupati iscritti presso gli uffici regionali di collocamento; 6 mila in più rispetto al mese di dicembre e quasi 50 mila in più rispetto a un anno fa. È da mesi oramai che abbiamo circa 50 mila persone in più che hanno perso il posto di lavoro. Il Ticino non è differente. Quasi 7 mila persone, mille in più rispetto a un anno fa, sono oggi disoccupate. È chiaro che queste sono le prime vittime della crisi legata al Covid-19. Ma tante altre ce ne sono che sfuggono a questa statistica. Pensiamo per esempio a tutti i posti di lavoro svolti da persone che non hanno diritto alle indennità di lavoro: occupati da poco tempo, contratti precari, tempi parziali, lavoratori indipendenti, frontalieri… E purtroppo gli indicatori ci dicono che le cose non miglioreranno a breve.
Lungi da me fare la Cassandra. Magari comunque se qualcuno le avesse dato retta quando prediceva la distruzione di Troia, le cose sarebbero andate diversamente. Ma tornando ai tempi nostri appare evidente che gli effetti di questa crisi, paragonabili a quelli di un conflitto mondiale, non si esauriranno immediatamente, neppure con la fine della diffusione del virus. Non possiamo aspettarci che quando (e a questo punto aggiungiamo se…) ci saranno le riaperture tutto tornerà immediatamente come prima. Innanzitutto le perdite subite da molti settori necessiteranno di anni per essere compensate. In secondo luogo possiamo ragionevolmente aspettarci delle modifiche nelle abitudini di consumo dei cittadini. È molto probabile che le fasce più giovani riprenderanno ben presto le loro abitudini e quindi potrebbero addirittura consumare più di prima. Ma anche qui dobbiamo confrontarci nuovamente con possibili limiti imposti dalle autorità. Pensiamo per esempio al settore dei grandi eventi: potremo quest’estate assistere ai concerti di Vasco? E se sì in quante persone e con quali condizioni?
E passiamo al consumo degli anziani. È possibile che questa categoria, già piuttosto portata a risparmiare, diventi ancora più oculata nelle spese. Facciamo un esempio pratico: è molto probabile che le persone con più di 70 anni che avevano pensato all’inizio dell’anno scorso di cambiare l’automobile non lo hanno fatto e non lo faranno neppure nei prossimi mesi, anche se la pandemia dovesse interrompersi. Queste modifiche potrebbero trasformare la disoccupazione da domanda in disoccupazione strutturale (si veda l’economario).
È anche per queste ragioni che sarebbe opportuno che almeno questa volta il Consiglio Federale non si trovi impreparato e stabilisca già sin d’ora misure di sostegno all’economia. Sarà necessario prevedere il prolungamento delle facilitazioni per l’orario ridotto, nuove agevolazioni per i crediti e magari finalmente sussidi a fondo perso.
Il futuro dei giovani, dei padri di famiglia cinquantenni, delle imprenditrici e degli artigiani è nelle mani dello Stato. Stato in Svizzera che ha ottime disponibilità finanziarie.
D’altra parte se poi Cassandra questa volta si sbagliasse, ci troveremmo con un piano d’emergenza pronto e inutilizzato. Ma se Cassandra avesse ragione, almeno questa volta, ci troveremmo preparati. E sottolineo almeno questa volta.

La versione audio: Cassandra aveva ragione: la disoccupazione stabile non ci tragga in inganno
Fonte: Di Evelyn De Morgan – Flickr, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=658924

UBS: quando chiudere non significa per forza perdere

UBS questa settimana ha annunciato la chiusura di 44 filiali in Svizzera, di cui 3 nel Cantone Ticino. La prima preoccupazione è rivolta verso i collaboratori e le collaboratrici che potrebbero risentirne. In questo senso la banca ha rassicurato che non sono previste riduzioni di personale. E di questo non possiamo che rallegrarcene. La seconda questione che viene sollevata è quella della vicinanza dell’istituto ai suoi clienti. È innegabile che tutti noi vorremmo avere la maggior parte dei servizi che utilizziamo a portata di “passeggiata“. Anche questo trend però non ci stupisce: in effetti, la riduzione del numero di sportelli e del settore bancario in generale è una realtà che nel Cantone viviamo purtroppo oramai da qualche anno. Nel 2010 contavamo 72 banche, 263 sportelli e 7’046 addetti. A distanza di 8 anni il ridimensionamento è stato impressionante con 40 banche, 179 sportelli e 5’585 collaboratori.
Detto questo, dobbiamo constatare un fatto importante: la pandemia con i conseguenti lockdown ha accelerato dei processi che erano già in atto, anche in questo settore. Il ricorso ai servizi bancari non più di persona ma attraverso la rete era nei programmi delle grandi banche da diverso tempo. La sua realizzazione era però prevista solo tra qualche anno. Questo non perché le banche non volessero ridurre i loro costi sfruttando la digitalizzazione, bensì perché il processo di “educazione” al cliente avrebbe richiesto tempo e probabilmente non sarebbe stato esente da critiche e ostacoli. Invece ecco arrivare la crisi Covid-19 che obbliga forzatamente i clienti ad imparare a utilizzare la rete e a modificare le loro abitudini di consumo. In un certo senso la pandemia ha agevolato il lavoro delle banche in questo caso specifico ma anche di tanti altri servizi e commerci.
Ora bisogna però cambiare paradigma e accettare la grande sfida che automazione e digitalizzazione ci pongono in termini di salvaguardia dei posti di lavoro. La disoccupazione ha diverse cause (vedi economario). Quella tecnologica si verifica quando i posti di lavoro distrutti dalle nuove tecnologie non compensano quelli creati. A onor del vero bisogna riconoscere che finora in tutte le rivoluzioni vissute nella storia è sempre avvenuto il contrario: il benessere totale è aumentato. Ma attenzione non vuol dire che non ci siano stati perdenti! Le persone meno qualificate, quelle con compiti più ripetitivi, che occupano posti di lavoro più precari, da sempre possono essere sostituite dai macchinari. Ed è stato così. Paradossalmente non è nemmeno un male che i lavori più duri siano fatti dai macchinari. Ma, perché questo non danneggi il nostro tessuto economico e sociale è necessario intervenire. E abbiamo la possibilità di farlo. Lo Stato dovrebbe sostenere le aziende nel processo di riqualifica del personale. Sappiamo tutti che ben presto i commerci faranno capo alle casse automatiche, ma questo non significa che non sarà necessario avere degli ottimi consulenti alla vendita, anzi! Ecco dove lo Stato può dare il suo contributo: sostenendo le aziende nei costi e nella formazione del suo personale. Così si dà risposta al rischio della disoccupazione tecnologica.
Discorso diverso il cambiamento delle abitudini nei consumi che può trasformarsi in disoccupazione strutturale e questa purtroppo richiede misure molto più lunghe e più difficili da attuare. Quindi, concludendo non facciamoci spaventare dal progresso ma utilizziamolo a nostro vantaggio.

La versione audio: UBS: quando chiudere non significa per forza perdere

La disoccupazione dopata

I dati della disoccupazione pubblicati dalla Segreteria di Stato dell’Economia (SECO) confermano la tendenza degli ultimi mesi. Nel mese di dicembre in Svizzera si contano oltre 163 mila persone disoccupate registrate negli uffici regionali di collocamento (3.5%), 10 mila in più del mese di novembre. In Ticino (3.8%), quasi 6’500 persone erano disoccupate, cresciute di oltre 300 unità. Su base annuale, rispetto al mese di dicembre dell’anno scorso, in Svizzera si registrano quasi 50’000 persone in più disoccupate e a livello ticinese oltre 800 in più.
Questi dati confermano che gli effetti sul mercato del lavoro della crisi del COVID-19 ancora non si vedono. Già in condizioni normali, c’è un certo ritardo temporale tra la riduzione della produzione di beni e servizi e i veri e propri licenziamenti. Questo capita principalmente perché le aziende necessitano di una stabilità e continuità nei collaboratori oltre al fatto che la ricerca e la formazione del personale rappresentano un costo. Per queste ragioni le imprese cercano di evitare al più possibile licenziamenti. In questo periodo particolare a queste riflessioni generiche si aggiunge l’effetto delle misure di sostegno messe in atto per contrastare la crisi, in particolare l’ampliamento delle indennità a orario ridotto. E in effetti, guardando a quanto accaduto sul fronte di questi aiuti, vediamo che nel mese di febbraio le persone che usufruivano dell’orario ridotto erano 5 mila, aumentate a 1 milione in marzo e a ben 1.3 milioni in aprile. Il numero è rientrato nei mesi successivi per poi aumentare nuovamente: in novembre ancora prima delle chiusure di alcuni settori, c’erano già annunciate 650 mila persone.
Accanto ai dati della disoccupazione altri indicatori mostrano campanelli di allarme. Nel caso del Cantone Ticino per esempio sappiamo che le nostre aziende hanno ricorso maggiormente ai crediti COVID-19 e hanno utilizzato mediamente molto di più l’orario ridotto. Oltre a ciò il mercato del lavoro del Cantone Ticino è più fragile: posti di lavoro precari, temporanei o a tempi parziale che magari non danno diritto alle indennità di disoccupazione e quindi spariscono nelle statistiche. Pensiamo alle donne, prime vittime in caso di crisi economica. I posti di lavoro precari, meno qualificati con salari più bassi spariscono per primi. Non a caso in Ticino tra luglio e settembre dell’anno scorso abbiamo perso 4’000 occupate.
In aggiunta, dobbiamo considerare la valvola di sfogo del frontalierato che rappresenta per noi oltre il 30% dell’occupazione. In questo casi spariscono gli addetti, ma non aumenta la disoccupazione.
Ma non finisce qui. Da alcune analisi abbiamo anche letto che la creazione di aziende è stata mediamente inferiore rispetto a quanto avvenuto a livello svizzero.
Per finire, ed è questo quello di cui dovremo preoccuparci, sono le prospettive economiche future: il settore industriale legato alle attività manifatturiere non avrebbe ordini a sufficienza; le transazioni immobiliari e le domande di costruzione non farebbero dormire sonni tranquilli al settore specifico; anche il settore bancario sta rivedendo al ribasso le sue prospettive. E che dire del commercio e del turismo? Evidentemente questi settori sono tra i primi a essere toccati dalle misure di contenimento e nel caso del turismo, addirittura già toccato.
Ecco perché si necessita di un piano d’azione economica programmato e non improvvisato.

A complemento le considerazioni fatte sul tema durante la puntata di Modem (Rete Uno – RSI) dell’08.01.2021

Intervento tratto da Modem – Rete Uno- 08.01.2021
La versione audio: La disoccupazione dopata
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