Quando lavorare non basta: le famiglie invisibili del Ticino

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In Ticino una persona su sei vive in condizioni di povertà assoluta e una su quattro è a rischio di povertà. Sono dati che dovrebbero occupare un posto centrale nelle nostre discussioni sull’economia, perché ci dicono come vive una parte della popolazione e quanto sia difficile, per molte famiglie, sostenere le spese quotidiane anche quando un lavoro c’è.

Di questo ho parlato il 15 ottobre a Villa Ciani, a Lugano, durante il convegno “Famiglie invisibili”, organizzato da Soccorso d’inverno Ticino. Ho voluto partire da una domanda: perché una famiglia può essere povera anche quando gli adulti lavorano e gli aiuti sociali esistono?

La risposta richiede di guardare dentro il bilancio familiare, dove il salario deve confrontarsi con le persone da mantenere, le ore effettivamente retribuite e le possibilità di conciliare il lavoro con la cura dei figli. Il reddito disponibile equivalente mediano in Ticino è inferiore del 17,6% a quello nazionale: significa che le famiglie ticinesi affrontano i propri bisogni partendo da risorse sensibilmente più basse rispetto al resto della Svizzera.

Il salario conta, eccome. Ma conta anche quanto si può lavorare e a quali condizioni. Con la nascita di un figlio aumentano le spese e il tempo necessario per occuparsene, per cui una famiglia può aver bisogno di più reddito proprio quando diventa più difficile dedicarvi altre ore di lavoro. Chi può contare sui nonni dispone di un sostegno prezioso; chi non ha una rete familiare vicina deve trovare soluzioni che abbiano posti disponibili, orari compatibili e costi sostenibili. Per un genitore solo, tenere insieme tutto questo può diventare particolarmente difficile.

Anche l’invito a “lavorare di più”, che sentiamo ripetere spesso, va confrontato con ciò che rimane effettivamente alla famiglia. Se all’aumento del salario corrispondono una riduzione degli aiuti, maggiori imposte e nuove spese di custodia, il miglioramento del bilancio può essere molto più contenuto di quanto suggerisca la busta paga.

A rendere fragile l’equilibrio possono poi intervenire una separazione, una malattia o la perdita dell’impiego, perché le entrate possono diminuire in poco tempo mentre l’affitto e molte altre fatture continuano ad arrivare. È in questi momenti che la disponibilità di risparmi, di servizi e di persone sulle quali contare fa una grande differenza.

Lo Stato sociale svolge un ruolo fondamentale nel contenere queste difficoltà, ma l’esistenza di una prestazione non garantisce che tutti gli aventi diritto riescano a riceverla. Studi pubblicati quest’anno su Basilea, riferiti al 2022, stimano che circa un quarto dei potenziali aventi diritto all’assistenza sociale non ne beneficiava. Non possiamo trasferire questa percentuale al Ticino, ma possiamo interrogarci sugli ostacoli che incontra una persona quando deve capire quali aiuti chiedere, raccogliere documenti e rivolgersi a uffici diversi, magari mentre sta già affrontando una situazione familiare pesante. A questo si aggiungono la vergogna e il timore delle conseguenze della richiesta.

E poi ci sono i figli, sui quali le difficoltà economiche possono lasciare conseguenze che vanno oltre le rinunce del momento. Il monitoraggio nazionale della povertà mostra che, a 25 anni, il 24% dei giovani la cui famiglia riceveva assistenza sociale quando avevano 15 anni non ha conseguito un diploma del secondario II, contro l’8% degli altri. Il dato non dimostra che sia l’assistenza a produrre questo svantaggio, ma segnala quanto le condizioni familiari possano accompagnarsi a percorsi formativi diversi. È anche da qui che passa il rischio di trasmettere la povertà da una generazione all’altra.

Il lavoro di Soccorso d’inverno Ticino assume, in questo contesto, un valore che merita di essere riconosciuto. L’organizzazione aiuta ad affrontare spese necessarie attraverso sostegni finanziari puntuali, buoni alimentari, abbigliamento, letti e materiale scolastico, verificando le richieste e intervenendo in modo complementare alle prestazioni pubbliche. Sostiene inoltre la partecipazione dei bambini ad attività sportive e musicali, anche attraverso il programma realizzato con la Roger Federer Foundation, perché continuare a frequentare un’attività significa poter imparare, coltivare relazioni e condividere esperienze con i propri coetanei.

Ringrazio la direttrice Paola Eicher-Pellegrini e tutte le persone che rendono possibile questo impegno, grazie anche alla generosità dei donatori. Chi incontra quotidianamente le famiglie conosce difficoltà che nelle statistiche vediamo soltanto in parte e può aiutarci a capire dove le risposte pubbliche funzionano e dove, invece, lasciano ancora dei vuoti.

Alla politica e all’economia spetta affrontare queste domande con serietà: salari che permettano di sostenere una famiglia, servizi di custodia accessibili, aiuti comprensibili e ottenibili, sostegno alla formazione dei figli. E soprattutto una valutazione dei risultati che guardi a quanto migliora la vita delle persone.

Le famiglie possono essere invisibili agli occhi di chi non le incontra, ma le loro difficoltà pesano sul presente e sul futuro del nostro Cantone. Il convegno ha avuto il merito di riportarle al centro della discussione. Ora dobbiamo fare in modo che rimangano al centro anche delle decisioni.

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Ticino: sempre più persone senza lavoro

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Ricevo sempre più messaggi da persone che hanno perso il lavoro o che non riescono a trovarlo. Mi scrivono uomini e donne che hanno lavorato per venti o trent’anni e che, da un giorno all’altro, si ritrovano fuori. Cinquantenni che inviano decine di curriculum senza ricevere neppure una risposta. Giovani costretti a passare da uno stage a un contratto precario, senza riuscire a costruirsi una vita. Famiglie che la sera rifanno i conti e non sanno più dove tagliare.

Perdere il lavoro non significa soltanto perdere uno stipendio. Cambia il modo in cui si guarda al mese successivo, si valuta ogni spesa e si parla del futuro con i propri figli. A volte cambia anche il modo in cui una persona guarda sé stessa.

Nel frattempo, in Ticino, continuano le chiusure, i licenziamenti e i ridimensionamenti. Bally, Lastminute.com e Auriel Investment, la società di Paradiso legata al marchio Roberto Cavalli, sono soltanto gli ultimi nomi di una lista che continua ad allungarsi. A questi si aggiungono molte aziende più piccole, che non finiscono sui giornali ma lasciano comunque a casa lavoratrici e lavoratori.

La nostra industria perde un pezzo alla volta: un reparto, una produzione, una sede. Di ogni caso si parla per qualche giorno, poi l’attenzione si sposta altrove. Chi ha perso il lavoro, invece, resta con il leasing, l’affitto, la spesa e le bollette da pagare.

I dati mostrano che non si tratta soltanto di una sensazione. Nel 2025 la crescita degli impieghi è stata sostenuta soprattutto dal lavoro a tempo parziale, mentre diminuiva il volume complessivo di lavoro. Verso la fine dell’anno hanno cominciato a calare anche i posti a tempo pieno. Nel primo trimestre del 2026, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, in Ticino sono scomparsi circa 2’400 impieghi, sono diminuiti gli equivalenti a tempo pieno e anche i posti liberi. La disoccupazione calcolata secondo i criteri internazionali (ILO) ha superato il 7,5% e tocca più di 14’000 persone.

Non siamo davanti a un crollo improvviso, ma a un indebolimento che procede quasi senza fare rumore. Le chiusure sembrano ogni volta casi isolati; sommate tra loro, però, ci consegnano un Cantone con meno lavoro, meno competenze e meno possibilità. E le cose andranno avanti a peggiorare.

Lo Stato non può limitarsi a registrare le chiusure quando ormai è troppo tardi. Deve sostenere le imprese sane che investono, formano personale e mantengono posti di lavoro sul territorio. Deve eliminare gli ostacoli inutili, prendere decisioni più rapidamente e aiutare le aziende che attraversano una difficoltà temporanea ma hanno ancora prospettive.

Perché dietro ogni posto perso c’è una persona che torna a casa e deve spiegare alla propria famiglia che da domani tutto sarà più difficile.

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Commercio equo: giusto, ma non magico

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Il 9 marzo si celebra la Giornata mondiale del commercio equo È una buona occasione per parlare di un tema che spesso viene raccontato in modo troppo semplice: da una parte i buoni, dall’altra i cattivi. Da una parte il consumatore consapevole, dall’altra il mercato senza cuore. La realtà, come quasi sempre in economia, è più interessante.
Il commercio equo nasce da un problema vero. In molte filiere agricole globali (caffè, cacao, banane, tè, zucchero, cotone, fiori) il potere contrattuale è distribuito male. Da un lato ci sono grandi distributori, intermediari e multinazionali. Dall’altro piccoli produttori, cooperative, lavoratori stagionali, spesso in Paesi poveri o con istituzioni fragili. In mezzo ci sono prezzi internazionali instabili, margini ridotti, poca trasparenza e condizioni di lavoro non sempre accettabili. L’idea del commercio equo è semplice: correggere almeno in parte questo squilibrio. Lo fa con alcuni strumenti: un prezzo minimo garantito, premi destinati alle comunità, contratti più stabili, standard sociali e ambientali, divieto del lavoro minorile, attenzione alle condizioni di lavoro, maggiore trasparenza nella filiera.
Fin qui, tutto bene. Ma un economista deve fare anche la parte antipatica. Non per guastare la festa. Per evitare che la festa diventi una brochure.
Il commercio equo resta una piccola parte del commercio mondiale. Non cambia da solo le regole del mercato globale. Può migliorare la situazione di alcuni produttori, ma non elimina la dipendenza dai prezzi internazionali, dagli intermediari, dalla logistica, dai rapporti di forza commerciali. Inoltre, certificarsi costa. Servono procedure, controlli, burocrazia, capacità organizzativa. Non tutti i piccoli produttori riescono a permetterselo.
Anche la letteratura economica mostra risultati misti. In alcuni casi si vedono effetti positivi sul reddito, sulla stabilità, sull’organizzazione dei produttori e sulle condizioni di lavoro. In altri casi gli effetti sono limitati, incerti o dipendono molto dal prodotto, dal Paese, dalla cooperativa e dalla struttura del mercato.
C’è poi un altro punto, spesso dimenticato. Il commercio equo non dovrebbe farci perdere di vista i produttori locali. Anche qui, vicino a noi, molti agricoltori lavorano con margini stretti, subiscono la pressione dei prezzi, devono confrontarsi con costi elevati, norme complesse, concorrenza estera e grande distribuzione. Se compriamo caffè equo dal Perù e poi ignoriamo il latte, le verdure, la carne, il formaggio o la frutta prodotti nel nostro territorio, manca un pezzo del ragionamento.
Non si tratta di mettere in contrapposizione il Sud del mondo e l’agricoltore locale. Sarebbe una gara sbagliata tra fragilità diverse. Si tratta piuttosto di guardare alle filiere con lo stesso criterio: chi produce riceve un reddito dignitoso? Ha forza contrattuale? Lavora in condizioni corrette? Riesce a investire? Oppure resta schiacciato tra costi crescenti e prezzi imposti da altri?
C’è anche il rischio di usare il commercio equo come marketing della coscienza. Il prodotto certificato rassicura il consumatore: compro questo caffè, quindi ho fatto la mia parte. La scelta individuale conta, ma non può sostituire politiche commerciali più trasparenti, leggi sul lavoro, responsabilità delle imprese, controlli seri e regole internazionali più equilibrate.
E non dimentichiamo il prezzo. Dire “compriamo tutti equo” è facile. Ma molte famiglie guardano il centesimo. Se un prodotto equo o locale costa di più, non tutti possono permetterselo. Non ha senso colpevolizzare chi ha un reddito basso. La sostenibilità non può diventare un lusso per consumatori benestanti.
E allora? Allora il commercio equo va preso per quello che è: uno strumento utile, non una bacchetta magica. Può dare più forza contrattuale ai produttori. Può rendere visibili costi sociali che il mercato spesso nasconde. Può spingere le imprese a spiegare meglio da dove arrivano i prodotti e in quali condizioni sono stati realizzati.
Il vero indicatore, però, non è solo il prezzo. E se dietro quel prezzo ci sono redditi dignitosi, lavoro sicuro, ambiente rispettato, comunità meno fragili e produttori meno ricattabili. Lontani o vicini che siano.
Il commercio equo non salverà il mondo da solo. Ma ci ricorda una cosa importante: ogni prezzo racconta una storia. Il problema è che spesso il mercato ce ne mostra solo l’ultima riga.

Primo maggio: il lavoro che manca

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Il Primo maggio non è solo una ricorrenza. Non è una bandiera da tirare fuori una volta all’anno, magari un po’ stropicciata, per poi rimetterla nel cassetto. È il giorno in cui dovremmo chiederci se il lavoro, in Ticino, permette ancora di vivere con dignità. La risposta, purtroppo, è no.

Il nostro mercato del lavoro è fragile. Lo diciamo da anni. I salari ticinesi restano i più bassi della Svizzera. Nel 2024 il salario mediano nel settore privato era di 5’393 franchi, con un divario ancora importante rispetto al resto del Paese. E quando guardiamo ai salari femminili, il dato scende a 4’952 franchi. Non sono numeri astratti. Sono affitti, premi di cassa malati, spesa, figli, trasporti, bollette. Sono la vita quotidiana.

Il problema non è che in Ticino si lavori poco. Anzi. Il problema è che troppo spesso si lavora senza costruire sicurezza. Ci sono giovani formati che se ne vanno perché qui non vedono prospettive. Ci sono persone sopra i 50 anni che, dopo una perdita d’impiego, diventano improvvisamente “troppo care”, “troppo vecchie”, “troppo esperte”. Tradotto: scartate. Ci sono madri che vorrebbero rientrare nel mondo del lavoro e trovano un mercato che perdona poco le interruzioni di carriera. Come se crescere figli fosse una vacanza lunga. Magari pagata pure bene, nella fantasia di qualcuno.

A tutto questo si aggiunge la particolarità ticinese: siamo un piccolo mercato del lavoro aperto su un’area molto più grande, dove i salari sono più bassi. Ogni giorno entrano circa 80 mila frontalieri. Non sono loro il nemico. Sarebbe troppo facile, e anche sbagliato. Il punto è economico: quando l’offerta di lavoro cresce molto e rapidamente, il salario viene messo sotto pressione. Il salario, piaccia o no, è anche il prezzo del lavoro.

Per questo parlare di dumping solo come abuso illegale è riduttivo. I controlli servono, certo. Ma non bastano. Perché il problema è strutturale. Nasce da un equilibrio che, per il Ticino, è diverso da quello del resto della Svizzera. La libera circolazione ha portato benefici al Paese, ma nel nostro Cantone ha prodotto anche costi sociali evidenti.

Ecco perché i Bilaterali III non possono essere discussi come se vivessimo a Berna, Zurigo o Lucerna. Qui la frontiera non è un concetto. È una realtà quotidiana. Se si rafforza il quadro degli accordi con l’Unione europea, allora va rafforzata anche la protezione concreta dei salari e delle condizioni di lavoro. Non con slogan. Con strumenti veri.

Il Primo maggio dovrebbe ricordarci proprio questo: non basta avere un lavoro. Serve un lavoro che permetta di restare in Ticino, vivere con dignità e guardare avanti senza paura. E questo, prima ancora che economico, è un problema politico.

Dumping salariale: il problema vero e la risposta sbagliata

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In Ticino il lavoro soffre. Innegabile. I salari sono più bassi della media svizzera, molti giovani qualificati partono, gli over 55 faticano a rientrare nel mercato del lavoro, le donne guadagnano meno degli uomini. Non è retorica. È una dinamica che osserviamo da anni.

La domanda non è se il dumping esista. La domanda è da dove nasce. La libera circolazione delle persone ha modificato in modo strutturale il mercato del lavoro ticinese. Non è una colpa. È un fatto economico.

Un’economia piccola, confinante con un’area molto più ampia e con salari medi inferiori, quando apre completamente il proprio mercato del lavoro, vede aumentare in modo significativo l’offerta di manodopera. E quando l’offerta cresce più rapidamente della domanda, il prezzo tende ad abbassarsi. Il salario è il prezzo del lavoro.

Attenzione, non significa che ogni impresa sfrutti. Non significa che ogni lavoratore frontaliero sia un problema. Significa che l’equilibrio cambia. E quando cambia in modo permanente, le conseguenze diventano strutturali.

Il dumping non è solamente un comportamento illegale da reprimere. È il risultato di una pressione sistemica nei settori più esposti alla concorrenza sui costi che gli accordi bilaterali hanno aumentato in Ticino. Una buona parte del resto della Svizzera ha ottenuto benefici, noi invece ne paghiamo il prezzo.

Ed è qui che entra in gioco l’iniziativa anti dumping.

L’idea è chiara: più ispettori, più controlli, più verifiche. I controlli servono? Certamente. Risolvono il problema? No.

Per questo ritengo l’iniziativa sbagliata, inutile e dannosa.

È sbagliata nell’impostazione, perché parte da un’analisi errata del problema: la causa è strutturale, non legale.

È inutile rispetto agli obiettivi dichiarati. Non aumenta i salari medi. Non trattiene i giovani. Non reintegra gli over 55. Non corregge il divario uomo-donna.

Ed è dannosa perché aumenta la spesa dello Stato e i costi per le aziende senza intervenire sulla radice del problema. Più controlli non significa salari più alti: si può ridurre qualche abuso, ma non si modifica l’equilibrio del mercato.

Se la pressione salariale deriva da un cambiamento strutturale dell’offerta di lavoro, servono politiche che incidano sugli incentivi e sul valore aggiunto dell’economia. Investimenti in formazione mirata. Rafforzamento mirato dei contratti collettivi dove necessario. E soprattutto basta agli accordi con l’Unione Europea.

In economia vale una regola semplice: se non cambi l’equilibrio di mercato, non cambi il risultato. Possiamo moltiplicare le ispezioni. Possiamo irrigidire le procedure. Ma se l’offerta resta ampia e competitiva rispetto ai livelli salariali locali, la pressione rimane.

Il dumping non è un incidente. È una conseguenza.

E finché non affrontiamo la causa strutturale, non risolveremo nulla. I nostri giovani continueranno ad emigrare, le persone sopra i 55 anni finiranno in assistenza e le donne continueranno a guadagnare di meno.

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Fare sport aiuta… l’economia!

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Anche i n Svizzera il PIL resta l’indicatore più usato per raccontare come va l’economia. È uno strumento utile, ma va letto con attenzione quando entrano in gioco i grandi eventi sportivi internazionali. Europei di calcio o Olimpiadi possono far crescere il PIL in modo temporaneo senza riflettere davvero la solidità dell’economia. È un effetto contabile, non ciclico, come mostrano anche diversi studi del KOF (il Centro di ricerca del Politecnico federale di Zurigo).

Per queste ragioni ha senso parlare di un PIL “corretto”, capace di distinguere tra crescita strutturale e crescita legata a eventi eccezionali. Senza questa distinzione, un anno con grandi eventi può apparire migliore di quanto sia davvero e viceversa. Le conseguenze non sono neutre. Si rischiano valutazioni politiche sbagliate, soprattutto in ambito fiscale, salariale e monetario.

Detto questo, lo sport non è affatto un settore marginale. L’economia dello sport comprende un insieme molto ampio di attività: impianti, club, federazioni, servizi, turismo, media, sponsorizzazioni, abbigliamento, salute. È un settore complesso e trasversale, che genera valore aggiunto, occupazione e gettito fiscale.

Misurarlo bene non è semplice. Per questo l’Unione Europea ha sviluppato il Conto Satellite dello Sport e, più di recente, la metodologia Vilnius 3.0 che cercano di stimare gli impatti diretti e quelli indiretti. I dati Eurostat (2025, relativi al 2019) mostrano che lo sport pesa in media per il 3,4% del PIL europeo e per il 3,8% dell’occupazione, con un moltiplicatore economico attorno a 1,7. Significa che per ogni euro speso nello sport si genera 1.70 euro.

In Svizzera i numeri sono più contenuti, ma tutt’altro che trascurabili. Secondo uno studio dell’Ufficio federale dello sport (2020), il settore sport nel 2017 ha generato oltre 11 miliardi di franchi di valore aggiunto, pari a circa l’1,7% del PIL e quasi 100 mila posti di lavoro (2,4% dei posti totali). Gli Europei di calcio femminile del 2025, per esempio, hanno avuto un impatto forte e concreto: stadi pieni, grande visibilità internazionale e oltre 200 milioni di franchi di attività economica generata, concentrata soprattutto su turismo, servizi e città ospitanti. Un ruolo particolare In Svizzera lo coprono le organizzazioni sportive internazionali con sede nel Paese come FIFA, UEFA, Comitato olimpico internazionale, il cui impatto economico medio annuo è stimato in circa 1,7 miliardi di franchi.

C’è poi un aspetto spesso sottovalutato del settore “economico” sport: la resilienza. Lo sport si comporta come un settore anticiclico. Nelle fasi di crisi economica la contrazione è più contenuta rispetto all’economia nel suo insieme e il recupero tende a essere più rapido. È un “bene di lusso accessibile”: le famiglie rinunciano ad altro, ma difficilmente allo sport, anche per ragioni di salute e benessere.

Le sfide non mancano. Costi energetici più alti, tassi di interesse elevati, maggiore pressione regolatoria e concorrenza internazionale mettono sotto stress il settore. Proprio per questo servono analisi serie e politiche pubbliche capaci di distinguere tra effetti temporanei e dinamiche strutturali. Lo sport non è solo intrattenimento: è economia reale e, in tempi incerti, anche un fattore di stabilità.

Svizzera 2026: crescita sì, ma con prudenza

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Anche quest’anno sotto l’albero di Natale degli economisti sono arrivate puntuali le previsioni economiche della Segreteria di Stato dell’economia (SECO) e del KOF, il centro di ricerche congiunturali del Politecnico federale di Zurigo. Per l’anno prossimo i dati per la Svizzera non si discostano di molto nei due casi. Vediamo i principali della SECO.

Il prossimo anno dovrebbe essere caratterizzato da una certa stabilità economica, che ci porterà a una crescita del prodotto interno lordo (PIL) dell’1,1%. A sostenere questa crescita sarà soprattutto la domanda delle famiglie. I consumi privati rappresentano circa il 50% dell’intera produzione annuale e sono quindi una delle componenti principali della nostra economia.

Sul fronte dei consumi pubblici, invece, si dovrebbe registrare sì un aumento, ma contenuto rispetto a quello dell’anno in corso: +0,4% rispetto all’1,3% del 2025.

Buone notizie arrivano anche dagli investimenti, che quest’anno hanno mostrato una riduzione sia nel settore delle costruzioni sia in quello dei beni di equipaggiamento, cioè gli investimenti produttivi. Nel 2026 la tendenza dovrebbe modificarsi, segnando un aumento dell’1,6% nelle costruzioni e dello 0,7% nei beni di equipaggiamento. In questo caso l’indicatore legato agli investimenti produttivi ricopre un ruolo molto importante perché ci permette di comprendere il sentimento degli imprenditori: se i macchinari vengono sostituiti o se se ne acquistano di nuovi, è il segnale che ci si aspetta maggiori vendite e quindi una fase più positiva per l’economia.

Sul fronte del commercio estero è arrivata una buona notizia, anzi ottima: gli accordi sui dazi hanno consentito di ridurli, nel caso degli Stati Uniti, dal 39% al 15%. Questo elemento gioca un ruolo importante per quanto riguarda l’aumento delle esportazioni, stimate per l’anno prossimo all’1,6%. La Svizzera non è un paese con grandi materie prime e, di conseguenza, per esportare beni deve prima importare materie prime e semilavorati, ai quali aggiungere valore in vista dell’esportazione di prodotti finali. In questo contesto si conferma un aumento previsto delle importazioni dell’1,3%.

La somma di tutte le componenti della domanda aggregata, ossia consumi privati, investimenti, spesa pubblica ed esportazioni nette, compone il prodotto interno lordo che, come dicevamo, crescerà dell’1,1%.

La notizia di una crescita è certamente positiva, ma dobbiamo interrogarci sul fatto che sia sufficiente a mantenere un’occupazione stabile. Affinché non aumenti il tasso di disoccupazione, infatti, la vendita di beni e servizi deve crescere a un ritmo tale da compensare sia l’aumento della popolazione attiva sia l’aumento della produttività legato al progresso tecnologico. In questo caso i dati per l’anno prossimo non sono particolarmente confortanti: si prevede una crescita dell’occupazione di appena lo 0,2% e un aumento della disoccupazione dal 2,8% di quest’anno al 3,1%.

Chiudiamo questo viaggio nelle previsioni con un’ultima buona notizia: il livello dei prezzi per l’anno prossimo è stimato praticamente stabile (+0,2%). Questo significa che almeno sul fronte dell’inflazione la battaglia è stata vinta.

Naturalmente, come sappiamo, l’economia è influenzata da moltissimi fattori, spesso difficili da prevedere. Per questo, come sempre, al di là delle previsioni, i conti li faremo con la realtà. E speriamo che sia una bella realtà.

Segnali di debolezza nel mercato del lavoro ticinese

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Il mercato del lavoro in Ticino inizia a mostrare segni di sofferenza anche nelle statistiche.
Le prime avvisaglie si potevano già intravedere nei dati pubblicati a fine agosto sugli impieghi creati nelle grandi regioni svizzere. A prima vista i dati sembravano positivi; i posti di lavoro creati sono aumentati nel secondo trimestre del 2025 di quasi 1’550 unità rispetto ai tre mesi precedenti. L’incremento è stato addirittura di quasi 2’400 posti di lavoro rispetto allo stesso periodo dell’anno prima. Ma una lettura più approfondita ci portava a essere molto più prudenti. In effetti, il dato relativo ai posti di lavoro a tempo pieno era esattamente opposto: c’è stata una riduzione di oltre 1’500 posti rispetto al trimestre precedente e addirittura di quasi 2’400 rispetto all’anno prima. A crescere, difatti, sono stati principalmente i posti di lavoro di uomini e donne a tempo parziale.
Di per sé questo non è per forza un dato negativo, ma lo diventa quando non c’è una scelta volontaria, ma piuttosto un’esigenza del mercato del lavoro. Nel nostro Cantone sappiamo che i salari sono molto più bassi che nel resto della Svizzera il che porta a dover ricorrere all’aiuto dello Stato o a dover svolgere più di un lavoro. In entrambi i casi, i dati statistici ci confermano la debolezza del Ticino.
A confermare questa tendenza di un mercato del lavoro in sofferenza sono arrivate questa settimana anche le cifre del numero di frontalieri e della disoccupazione.
Nel primo caso, si conferma una certa stabilità attorno alle 80’000 persone. Questa situazione può essere interpretata in due modi: da una parte il mercato ha raggiunto il suo livello di saturazione per la manodopera non residente, dall’altra parte la situazione economica fa sì che la crescita di impieghi sia veramente limitata.
Questa seconda ipotesi troverebbe conferma anche nei dati appena pubblicati dalla Segreteria di Stato dell’Economia (SECO) sulla disoccupazione. Ricordiamo che questa cifra conteggia esclusivamente le persone iscritte presso gli uffici regionali di collocamento (con tutti i limiti del caso). Nonostante ciò, in Ticino c’è stata una crescita rispetto al mese scorso del 4,1% (ora si contano 4’552 persone) e del 4,2% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Il tasso di disoccupazione si situa oggi al 2,7%.
La dinamica va nella direzione indicata anche dalle previsioni economiche: un rallentamento legato da un lato all’instabilità geopolitica, dall’altro al clima di incertezza che pesa sulle economie avanzate. Vedremo se i prossimi mesi confermeranno questa traiettoria o se avremo qualche segnale di inversione. Cosa che naturalmente ci auguriamo.

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Una pensione a metà per chi lavora a metà

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Uno studio appena pubblicato dalla Società degli Impiegati del Commercio Svizzera (SIC) e dalla Hochschule für Wirtschaft Zürich (HWZ) mostra un problema noto ma ancora irrisolto: molti lavoratori e lavoratrici, pur avendo un impiego, restano esclusi dal secondo pilastro della previdenza professionale. Sono il 9,2%, quasi uno su dieci.
Il sistema LPP si basa sulla capitalizzazione individuale, che però si attiva solo oltre una soglia di reddito annuo, oggi 22’680 franchi. Sotto questa cifra non si è assicurati e non si accumula alcuna rendita. È un meccanismo pensato per un mondo del lavoro che non esiste più: quello a tempo pieno, stabile, con ruoli familiari tradizionali.
Oggi invece il 40% delle persone lavora a tempo parziale e circa l’8% ha più impieghi. Chi divide le ore tra più datori o lavora su chiamata spesso non supera la soglia con nessuno di essi e i salari non si sommano: il risultato è la mancanza totale di copertura previdenziale.
Il fenomeno riguarda tutti, ma le donne sono le più colpite: lavorano part-time quasi tre volte più degli uomini e, nel commercio al dettaglio, oltre l’80% di chi resta sotto la soglia è femminile. È l’effetto di carriere frammentate e di politiche familiari ancora troppo rigide.
Alcuni correttivi esistono già: alcune casse pensioni permettono di ridurre la deduzione di coordinamento o di aderire volontariamente anche sotto la soglia; in altri casi conviene accorpare gli impieghi presso un datore principale. Per chi resta escluso, l’unico strumento resta il terzo pilastro, che però non basta a compensare intere carriere “scoperte”.
La tendenza è chiara: le nuove generazioni cercano flessibilità, orari ridotti e lavori multipli. È una scelta legittima, ma il sistema previdenziale non è stato progettato per questo. Se non cambiamo rotta, una parte crescente della popolazione rischia la povertà nella vecchiaia.
Serve una riforma seria, che parta da piccoli passi come rivedere la soglia LPP, sommare i salari, favorire l’affiliazione sotto la soglia, coordinare meglio II e III pilastro, ma che allo stesso tempo guardi lontano. Il nuovo mercato del lavoro, la bassa natalità e l’aumento della speranza di vita impongono un ripensamento generale.
Forse dovremo pensare a due fasi distinte della vita: quella lavorativa e quella di pensionamento. Ma anche il sistema sociale e sanitario dovranno cambiare: invecchiare non è malattia, fa parte del decorso della vita.

Svizzera: le notizie che non fanno notizia

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Questa settimana l’economia svizzera ha dato l’impressione di dormire sonni tranquilli. Nessun terremoto, pochi scossoni (per fortuna, aggiungiamo noi). Ma attenzione: anche la calma va letta. Dietro i dati piatti ci sono storie e cambiamenti che meritano uno sguardo più attento.

Il tasso di disoccupazione nazionale calcolato dalla Segreteria di Stato dell’Economia (SECO) a giugno resta fermo al 2,7%, come il mese scorso. A prima vista, tutto regolare. Ma la realtà è più sfumata, soprattutto per il Canton Ticino.

Il dato SECO si basa sulle persone iscritte agli Uffici regionali di collocamento (URC). È utile per monitorare le dinamiche istituzionali, ma non rappresenta l’intera platea dei disoccupati. Se guardiamo invece al tasso armonizzato ILO, che include anche chi cerca lavoro senza passare dagli URC, il Ticino va oltre al 6%. È più del doppio rispetto alla media nazionale SECO ed è un segnale da non sottovalutare.

A questo si aggiunge una dinamica ben nota: la pressione del frontalierato che continua ad avere un impatto importante sul mercato del lavoro ticinese. Il differenziale salariale tra Italia e Svizzera rende il lavoro in Ticino molto attrattivo per i lavoratori frontalieri. Questo fenomeno, in un contesto di concorrenza sul costo del lavoro, può rendere più difficile per i residenti trovare impiego o mantenere salari competitivi, generando frustrazione e, in alcuni casi, un vero e proprio scoraggiamento. È anche uno dei motivi per cui molti disoccupati ticinesi non si registrano agli URC, pur cercando attivamente un lavoro.

Insomma, non tutto il lavoro che manca si vede nei numeri ufficiali. E questo vale in particolare in regioni di frontiera come la nostra.

I prezzi restano stabili. A giugno, l’indice nazionale dei prezzi al consumo (IPC) è immobile a 107,5 punti. L’inflazione annua è appena +0,1%. In tempi in cui molti Paesi faticano a contenere i prezzi, la Svizzera si conferma un’isola di stabilità.

Non mancano piccole variazioni (sanità e ristorazione un po’ su, energia in lieve calo), ma il quadro generale non desta preoccupazioni. Chiaro: l’inflazione bassa aiuta chi consuma, ma può frenare chi investe o chi spera in una spinta salariale. Anche qui: calma apparente e qualche contraddizione in sottofondo.

Il dato che ha fatto più rumore riguarda i fallimenti aziendali, saliti del 50% rispetto a un anno fa. A giugno si contano a livello nazionale circa 1’400 casi e le proiezioni annuali superano i 14’000.

Ma la causa non è (solo) economica: dal 1° gennaio 2025 è in vigore una riforma della Legge federale sull’esecuzione e sul fallimento (LEF). Ora gli enti pubblici avviano direttamente le procedure fallimentari per i crediti fiscali e contributivi. Prima si tentava il pignoramento. La nuova prassi ha accelerato le procedure, creando un picco statistico che riflette anche vecchie situazioni rimaste in sospeso.

Nel Canton Ticino, la situazione è un po’ diversa: nel primo trimestre 2025 i fallimenti sono aumentati dell’8% (127 casi). È un segnale che, da un lato conferma l’effetto statistico della nuova legge, dall’altro evidenzia una vulnerabilità specifica delle imprese ticinesi. Tuttavia, il numero assoluto resta contenuto e riguarda soprattutto microimprese e artigiani. Anche se non significa che sia da ignorare.

Ad ogni modo, la sostanza? Non è un’ondata di fallimenti legata a una crisi reale, ma un effetto contabile e giuridico. Serve tenerlo a mente per evitare allarmismi troppi grandi.

In economia, a volte il silenzio è più interessante del rumore. Settimane come questa ci invitano a non fermarci ai titoli, ma a scavare un po’ sotto la superficie. È lì che si capisce davvero come sta andando il Paese.

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