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Aumentano i frontalieri, partono i residenti

La statistica svizzera questa settimana ci dà molte indicazioni su quanto sta accadendo sul mercato del lavoro in Svizzera e in Ticino.
Gli impieghi in Ticino nel III trimestre (luglio-settembre) sono aumentati sia rispetto ai tre mesi precedenti, sia rispetto a un anno fa. Oggi si contano quasi 243 mila posti di lavoro totali; di questi 137 mila sono occupati da uomini e 106 mila da donne. I posti di lavoro a tempo pieno sono la maggioranza e occupati prevalentemente da uomini (158 mila posti, di cui 109 maschili e 49 femminili). Al contrario degli 85 mila posti a tempo parziale, ben 58 mila sono occupati da donne e 28 mila da uomini. I posti di lavoro in equivalenti a tempo pieno sono oggi circa 199 mila (122 maschili e 77 femminili). Ma è guardando ai settori che scopriamo dinamiche differenti: i posti di lavoro nel settore secondario sono rimasti quasi stabili rispetto a un anno fa; l’aumento è stato registrato soprattutto nel terziario (circa 8 mila posti in più su base annuale, 150 su base trimestrale).
Guardando a questi dati saremmo quindi tentati di parlare di ottime notizie. Ma come sempre c’è un ma…
I dati pubblicati la settimana scorsa dalla Rilevazione sulle forze di lavoro in Svizzera (RIFOS) confermano purtroppo dinamiche già evidenziate tempo fa. Primo: in Ticino ci sono 5’700 svizzeri in meno che lavorano a tempo pieno rispetto a un anno fa (una riduzione di oltre il 7%). Di questi 3’800 sono uomini e 1’800 donne. Guardando in totale (tempo pieno e tempo parziale) la situazione non migliora di molto: il saldo negativo è di 500 uomini in meno e ben 2’500 donne svizzere. Al contrario, c’è stato un importante aumento di occupati stranieri: in totale ci sono 3’100 persone in più (con un aumento di 5’600 persone che hanno un impiego a tempo pieno), 2’900 donne e 200 uomini. Le spiegazioni di questi dati possono essere molteplici: tanti svizzeri dell’era dei baby boomer escono dal mondo del lavoro e vanno in pensione, ci sono meno nascite e quindi meno giovani che cominciano a lavorare e in aggiunta i tempi di formazione sono più lunghi.
Detto questo, non possiamo prescindere da un’analisi del frontalierato, soprattutto nel Cantone Ticino. Grazie al lavoro appena pubblicato dall’Ufficio di statistica cantonale possiamo comprendere molte dinamiche. Per inciso, cogliamo l’occasione per elogiare le analisi svolte da questo ufficio e l’eccellente lavoro fatto dai suoi ricercatori e ricercatrici che ci consente di comprendere la nostra realtà. In questo caso, il recente studio mette in evidenza che “nel tempo, aumentano le persone che da residenti diventano frontaliere, mentre diminuiscono quelle che da frontaliere diventano residenti”. Ed è forse proprio questo il punto che tralasciamo troppo spesso nelle azioni di politica economica di questo Cantone. Il problema non sta di certo nel fatto che si ricorra a manodopera estera per rispondere alle mancanze di personale (è sottinteso fintantoché questa scelta non dipende esclusivamente da un salario più basso ed esercita una concorrenza “sleale” che porta i residenti a dover cercare lavoro altrove). Il problema sta nel fatto che una politica di sviluppo cantonale dovrebbe avere come obiettivo che queste persone si insedino nel nostro Cantone e diventino parte attiva della nostra comunità. Certo, le soluzioni non sono facili, ma almeno parlarne apertamente consentirebbe di lavorare tutti nella stessa direzione.

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Ticino: i frontalieri aumentano ancora

Ancora una volta i dati statistici confermano l’aumento del numero di frontalieri che lavorano in Ticino. Le cifre del terzo trimestre del 2022 ci permettono di fare delle considerazioni importanti.
La percentuale di persone che lavora nel settore secondario è scesa al 32%, circa una persona su tre. Vent’anni fa questo dato era del 55%, più di una persona su due. Se guardiamo all’interno del settore secondario vediamo un’importante riduzione sia nelle attività manifatturiere che passano da circa il 40% al 21%, sia in quello delle costruzioni dal 16% all’11%.
In conseguenza a questa riduzione, vediamo l’importante aumento del settore terziario che passa sempre in vent’anni dall’occupare il 44% dei frontalieri al 67%, due persone su tre. In questo caso è interessante notare come ci sia una certa stabilità per alcuni settori, ad esempio quello del commercio e della riparazione di autoveicoli che si attesta attorno al 15% degli occupati, quello dei servizi dell’alloggio e della ristorazione che rimane fermo a circa il 6% come pure quello delle attività sanitarie e sociali.
Altri settori invece mostrano dei cambiamenti rilevanti. Il settore delle attività professionali, scientifiche e tecniche (per intenderci attività legali e di contabilità, studi di ingegneria e di architettura) passano dal 3% di persone frontaliere occupate in questo settore nel 2002 a circa il 12% di oggi. In termini numerici parliamo di oltre 9’000 professionisti, aumentati in numero di ben 9 volte. Un discorso analogo può essere fatto per le attività amministrative e i servizi di supporto alle aziende come le attività di ricerca, selezione e fornitura del personale: in questo caso la percentuale è passata dal 2% al 10%. Parliamo oggi di oltre 7’700 persone occupate quando nel 2002 si contavano meno di 700 professionisti. L’aumento è stato di 11 volte.
Di per sé questi numeri non sono fonte di preoccupazione in assoluto. Se un’economia cresce e genera nuovi e buoni posti di lavoro non c’è nessun problema che siano occupati anche da persone non residenti. La situazione diventa problematica dal momento che si creano tensioni sul mercato del lavoro tra persone residenti e persone non residenti. Ed è innegabile che questo stia avvenendo da tempo in Ticino.
Lo vediamo se guardiamo alla pressione sui salari di tutta l’economia che non crescono come a livello nazionale. Lo vediamo osservando il divario enorme e in crescita tra salari dei residenti e dei frontalieri che è stato recentemente oggetto di una pubblicazione dell’ufficio cantonale di statistica (e non è così negli altri cantoni). Lo vediamo guardando ai nostri giovani che se ne vanno e a quelli che non tornano.
Bisogna avere il coraggio di parlare apertamente di queste tensioni. E per favore, non diciamo che il problema sta nel fatto che non formiamo sufficienti persone per occupare questi posti di lavoro. I dati parlano chiaro. Abbiamo ingegneri e architetti che vorrebbero eccome lavorare nel loro Cantone. Per non parlare del personale amministrativo nelle aziende. Insomma, i genitori dei ragazzi che mi contattano disperati perché i figli non trovano un lavoro, meritano altre risposte. Come meritano altre risposte i cinquantenni che perso il lavoro dopo trent’anni non riescono nemmeno a ottenere un colloquio. Non pensiamo di poter fare sempre finta che non ci siano problemi. I problemi ci sono, eccome. Bisogna risolverli.

Ticino: i frontalieri aumentano ancora
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Il lavoro che soffre

Il mercato del lavoro in Ticino soffre. I dati pubblicati dall’Ufficio federale di statistica per il primo trimestre del 2022 sugli occupati e sugli addetti confermano tendenze già emerse nei mesi scorsi. Negli ultimi 10 anni gli occupati in Ticino sono aumentati di circa 20 mila persone. Un dato che sembra molto incoraggiante se non per il fatto che si è verificata una riduzione di 5 mila persone svizzere a fronte di un aumento di 20 mila frontalieri. Nessun problema se i due attori non entrano in concorrenza e conflitto.

Sappiamo che bisogna essere prudenti nel trarre le conclusioni, tuttavia possiamo mettere in evidenza alcuni elementi. Nel periodo gennaio-dicembre 2022 rispetto al trimestre precedente in Ticino abbiamo perso quasi 8.500 persone occupate residenti; il numero scende a 6.700 se includiamo anche i frontalieri. Questa differenza conferma nuovamente l’aumento di persone non residenti nel mercato del lavoro ticinese.

Non siamo ancora in grado di dire con certezza perché le persone occupate residenti nel cantone sono diminuite in misura così grande (l’11% dell’intero dato nazionale), ma possiamo supporre per esempio che ci sia stato un incremento dei pensionamenti anticipati oppure degli spostamenti verso altri cantoni o nazioni. Solo le analisi specifiche potranno confermare queste ipotesi.

Ancora più preoccupante è stata la variazione annuale rispetto a quanto successo mediamente in Svizzera. A livello nazionale c’è stata una crescita di occupati pari a quasi 50 mila residenti, mentre a livello cantonale anche in questo caso si registra una perdita (-2 mila persone). Analizzando i dati in dettaglio scopriamo altre tendenze. Nell’ultimo anno sono stati principalmente gli uomini a uscire dal mercato del lavoro, mentre le donne sono aumentate. Anche in termini di nazionalità si confermano i dati passati che vedono una riduzione degli svizzeri a vantaggio degli stranieri. Infine, appare rilevante anche il tempo di lavoro: le persone che lavorano a tempo pieno diminuiscono e quelle a tempo parziale aumentano.

Infine se paragoniamo questi dati con quelli degli addetti (posti di lavoro) sembriamo trovare una conferma: dato che il numero di posti di lavoro aumenta e le persone diminuiscono, allora sembrerebbe che le persone occupate svolgano più di un lavoro.

Al momento non siamo in grado di dire molto di più, anche se speriamo di sbagliarci nella nostra ipotesi. Non vorremmo proprio che nel nostro cantone sia in atto una sostituzione di persone residenti che lavorano a tempo pieno con salari medio-alti e che anticipano il pensionamento con persone non residenti che svolgono più attività a tempo parziale e con salari più bassi.

Speriamo proprio che i prossimi dati ci diranno che ci sbagliamo.

Tratto dal Corriere del Ticino, 04.06.2022

La versione audio: Il lavoro che soffre

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IL PIL svizzero cresce

Il prodotto interno lordo (PIL) svizzero è cresciuto nel primo trimestre di quest’anno (gennaio-marzo) dello 0.5%. Il trimestre precedente era aumentato dello 0.2%. Ricordiamo che il prodotto interno lordo è un indicatore che dà un’immagine del benessere economico di una nazione. Sappiamo che ha molti limiti: non tiene conto delle attività che non passano sul mercato, è difficile paragonarlo per le differenti nazioni o ancora non considera le conseguenze negative sull’ambiente. Nonostante ciò rimane l’indicatore migliore per misurare l’attività economica di un paese. E possiamo guardare a questa attività economica da tre angolazioni differenti.
La prima maniera contabilizza le spese degli attori economici. Così sommiamo il valore dei consumi delle famiglie, quelli dello Stato, gli investimenti delle aziende e gli acquisti che il resto del mondo fa dei nostri beni e servizi (le esportazioni). L’aumento del PIL rispetto al trimestre precedente in questo caso è stato trainato principalmente delle esportazioni di beni (+1.4%) e dalla spesa dello Stato (+1.4%), che non dimentichiamo è ancora intervenuto per sostenere le persone e le aziende nell’ultima ondata pandemica. La spesa per consumi delle famiglie è rimasta stabile (+0.4%) mentre gli investimenti in beni di equipaggiamento (macchinari per esempio) e anche le costruzioni si sono ridotti rispettivamente del 3.1% e dello 0.7%.
La seconda maniera di calcolare il prodotto interno lordo contabilizza il valore aggiunto creato dalle aziende nella produzione di beni e servizi. In questo caso scopriamo che i settori trainanti sono stati quelli dell’industria manifatturiera (+1.7%) e il settore dell’arte, dell’intrattenimento e del divertimento (+9.8%). In crescita anche il settore finanziario e assicurativo (+0.9%) e quello sanitario (+0.7%). Le cose non vanno bene per il settore delle costruzioni (-0.4%) e dell’alloggio e ristorazione (-2.2%, probabilmente a causa dell’ultima ondata pandemica).
La terza maniera di calcolare il prodotto interno lordo è quella di sommare i redditi che sono distribuiti ai fattori produttivi (lavoro e macchinari) per la produzione. Questo metodo considera quindi i salari, i profitti, gli interessi, i dividendi,… Di questo metodo non disponiamo dei dati trimestrali.
Infine chiudiamo ricordando perché è importante che il PIL cresca. Affinché si mantenga inalterato il tasso di disoccupazione è necessario che i consumi aumentino al pari della produzione e quindi che le vendite crescano almeno dell’aumento della popolazione (nuovi lavoratori che cercano un lavoro) e del progresso tecnologico (grazie alle scoperte produco di più). Ecco perché speriamo sempre in segno più.

La versione audio: il PIL svizzero cresce
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Smart working suona meglio di lavoro a cottimo; vero?   

Qualche giorno fa sono stata invitata a parlare di telelavoro a un evento organizzato tra gli altri da ATED ICT Ticino. Questa associazione diretta da Cristina Giotto è attiva da oltre 50 anni. Il suo scopo, oltre a fornire servizi ai suoi associati, è quello di “favorire l’impego delle nuove tecnologie dell’informazione e comunicazione”. E lo fa non solo nelle aziende, ma anche attraverso progetti specifici pensati per i giovani e per le donne. Tra le tante innovazioni, questa associazione è stata pioniera nel metaverso, mondo virtuale che sembra prendere sempre più piede e importanza.
Mentre di mondo reale abbiamo parlato affrontando il tema delle nuove organizzazioni del lavoro. Per farlo è necessario distinguere tre concetti: il lavoro a domicilio (in remoto), il telelavoro e lo smart working (lavoro agile).
In tutti e tre i casi si parla di lavoro subordinato a qualcuno; ciò che li differenzia è la flessibilità. Nel caso del lavoro domestico e del telelavoro ci sono obblighi in merito al luogo (solitamente la casa), ma anche agli orari; inoltre lo stipendio è pensato in funzione del tempo di lavoro. Le statistiche oggi indicano che il lavoro domestico si è trasformato in telelavoro: l’uso di computer, stampanti e altri prodotti tecnologici è sempre più frequente. Ciò che differenzia lo smart working sono la maggiore flessibilità in termini di tempi e luoghi, oltre all’idea di salario pensato in funzione degli obiettivi e non del tempo.
Eppure pensandoci questa idea non appare tanto nuova. Ve lo ricordate il lavoro a cottimo? Il pagamento avveniva quando si consegnava una certa quantità di oggetti prodotti. Poco importava quanto tempo si era impiegato per svolgerlo, né se si erano coinvolti i membri della famiglia. Detto questo, speriamo che il lavoro agile, nei fatti, non si rilevi un passo indietro anziché un’innovazione.
Il telelavoro e il lavoro agile sono concetti di cui si parla molto, ma quando sono veramente diffusi? A livello svizzero i dati mostrano che fino al 2019 il lavoro da casa era svolto poco e soprattutto dagli uomini. È nel 2020, con la pandemia e con il lockdown, che la percentuale di lavoratori e soprattutto lavoratrici aumentano. In effetti, da questo momento le donne in casa non solo devono occuparsi dei figli nel quotidiano, preoccuparsi della didattica a distanza, ma pure aggiungere il carico lavorativo. Insomma, quella che doveva essere una liberazione e un passo verso la parità di genere si sta rilevando invece l’ennesima gabbia per le carriere femminili.
Per questo, care donne, vi invitiamo a ritornare sui vostri posti di lavoro e riprendere il cammino portato avanti con sacrificio, prima che il nostro ruolo torni a essere confinato, nuovamente, nelle mura domestiche.

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Lavorare 4 giorni alla settimana?

Lavorare solo 4 giorni alla settimana? In Belgio sarà possibile. Il governo ha deciso che si potranno svolgere le 38 ore settimanali su 4 giorni. Così si manterrà lo stesso salario, ma si potrà avere un giorno libero in più. Le aziende non saranno obbligate ad accettare le richieste dei collaboratori, ma dovranno motivare per iscritto l’impossibilità di dargli seguito.

Una cosa è certa: il concetto di lavoro cambia nel tempo. È tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900 che grazie alle rivendicazioni sindacali si riesce a ottenere la giornata lavorativa di otto ore. Ma ancora la settimana prevede di lavorare sei giorni, anche negli Stati Uniti. Questo almeno fino a quando la Ford, nel 1926 stravolge le abitudini. Già nel 1914 Henry Ford raddoppia lo stipendio dei suoi operai, portandolo a cinque dollari al giorno. Non lo fa “solo” come ci piace raccontare un po’ romanticamente perché così anche gli operai avrebbero potuto acquistare le auto che producevano. Il problema più grande era che i suoi operai appena potevano si licenziavano. L’aumento dello stipendio avrebbe reso i collaboratori più felici e quindi sarebbero rimasti anche più fedeli all’azienda. E così capitò. Nel 1926 è sempre lo stesso Ford che introduce la settimana lavorativa di soli cinque giorni. L’idea di fondo era che collaboratori più felici, con più tempo libero a disposizione, avrebbero lavorato più volentieri aumentando anche la produttività e i profitti. Anche in questo caso non sbagliò. Vediamo perché.

La prima cosa da ritenere è che si passa dal quantificare il tempo di lavoro a valutarne la qualità. E oggi molti studi mostrerebbero che l’idea di aumento delle ore di lavoro non fa più rima con aumento della produttività. A livello aziendale, lavorare meno ore consentirebbe di ridurre lo stress, la stanchezza, gli errori e gli infortuni. La riduzione delle assenze unita all’aumento della felicità porterebbe a essere più produttivi. Ma anche a livello aggregato sembrerebbe che alla diminuzione delle ore di lavoro avvenuta negli ultimi 20 anni nei Paesi industrializzati non sia seguita una riduzione del prodotto interno lordo (qui non possiamo dimenticare il progresso tecnologico).

In molti paesi come Islanda, Giappone, Svezia gli esperimenti fatti sembrano confermare che il collaboratore più felice è più sano e più energico per cui anche più produttivo.
Non sappiamo se in Svizzera si andrà in questa direzione, certo è che è un po’ ci viene da sorridere quando leggiamo le rivendicazioni di chi al contrario vorrebbe 70 ore di lavoro settimanali, cancellando così secoli di evoluzione.

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Le professioni che rendono più felici. Ecco quali sono
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Il calendario dell’avvento ci porta… il salario minimo!

La prima casellina di dicembre del calendario dell’avvento porterà ai ticinesi il salario minimo. E questo dopo sei anni e mezzo dalla votazione in cui ne hanno accettato l’introduzione. Ho fatto questa battaglia in prima persona perché credo fortemente che il nostro mercato del lavoro vada tutelato.
Finalmente anche questo cantone avrà un piccolo strumento per contrastare le conseguenze devastanti della concorrenza. Sì, avete letto bene, della concorrenza. Sembra un paradosso eppure è così. Sui manuali di economia impariamo che la concorrenza è il migliore dei mondi possibili. I cittadini possono comperare i beni che vogliono a un prezzo giusto, mentre le aziende possono liberamente produrli. In questo senso il modello è perfetto. Peccato che nella realtà le cose non funzionino così.
L’ideale che ha mosso la creazione dell’Unione Europea è proprio la concorrenza. Libera circolazione delle persone, delle merci e dei capitali. Spostarsi liberamente tra le nazioni, vendere e comperare beni prodotti nel resto d’Europa, trasferire la propria azienda a piacimento avrebbero dovuto garantire un aumento del benessere dei cittadini.
Ma questo sarebbe stato possibile solo se le condizioni di partenza dei paesi fossero state le stesse. Purtroppo non era così. Quello che è successo è che la libertà di circolare ha trasformato i lavoratori in merci. E come ogni merce, anche loro si spostano in funzione del prezzo migliore. Questo ha fatto sì che anche le aziende si trasferiscano dove la “merce” lavoro costa meno.
La Svizzera, non fa parte dell’Unione Europea eppure ne ha sottoscritto i principi fondanti. Così i lavoratori residenti in Italia si trovano in concorrenza con i lavoratori residenti in Ticino, senza più regole (proprio come vuole l’Unione Europea). Le imprese il lavoro lo “comperano” dove costa meno. Essendo noi al confine con un paese in cui il costo della vita rapportato alla nostra moneta nazionale è enormemente inferiore, diventa possibile offrire lavoro ad un prezzo più basso.

Il salario minimo votato oltre sei anni fa non poteva andare a correggere tutte le distorsioni del sistema. Cercava di mettere un cerotto a una situazione che già allora appariva drammatica. Avrebbe dovuto essere il primo tassello di tante altre misure a sostegno di un’economia in cui tutelare primi fra tutti i piccoli e medi imprenditori. Perché? Perché come è possibile per una piccola e media impresa competere sui mercati internazionali continuando a offrire salari elevati e a formare gli apprendisti mentre dall’estero arrivano aziende che fanno lo stesso prodotto usando manodopera a basso costo? Impossibile!
Sì, la piccola e media impresa è stata messa a dura prova ed è mancato il coraggio di proteggerla. Oggi il salario minimo è una tutela anche alla piccola e media impresa, quella piccola e media impresa legata al territorio.

La versione audio: Il calendario dell’avvento ci porta… il salario minimo!

Salari bassi: i frontalieri aumentano, i giovani emigrano

Volete leggere una notizia che non fa più notizia? Eccola qui. I frontalieri in Ticino aumentano. Alcuni di voi penseranno che è una buona cosa perché se il numero di permessi cresce vuol dire che crescono i posti di lavoro e quindi l’economia va bene. Sì e no.
È vero che quando parliamo di un’economia in crescita i posti di lavoro devono aumentare, ma teoricamente è sufficiente che aumentino in proporzione all’aumento demografico. Purtroppo nel caso del Cantone Ticino ci troviamo di fronte a una realtà scomoda di cui l’opinione pubblica inizia solo ora ad occuparsi: il Cantone non solo invecchia, ma si spopola anche. E le previsioni per i prossimi decenni non ci rallegrano. Certo, sono tante le cause di questo genere di problemi demografici, ma la principale rimane secondo noi una e ben identificabile: il lavoro.
Il mercato del lavoro in Ticino oramai soffre da almeno un decennio. Le scelte, o meglio le non scelte, di dare un chiaro indirizzo e una vocazione alla struttura economica cantonale, oggi mostrano tutti i loro limiti.
Avere un’economia diversificata può essere un vantaggio, nel senso che riesce ad attutire meglio l’andamento negativo di un settore. Tuttavia se questa strategia si basa sui bassi salari, i limiti per lo sviluppo e per il benessere dei suoi cittadini presto o tardi si manifesteranno.
In Ticino oggi abbiamo 74’200 permessi di lavoro per persone che non vivono in questo Cantone. Parliamo di quasi 1’000 persone in più rispetto al secondo trimestre di quest’anno, 2’800 in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso e quasi 9’000 in più rispetto a 5 anni fa.
A colpirci a prima vista è l’aumento nei numeri, anche se oggi è più importante analizzare i settori in cui lavorano queste persone.
Così scopriamo che la percentuale di persone occupate nel settore secondario, quello dell’industria e delle costruzioni, si riduce costantemente: oggi solo una persona su tre ci lavora. Questo significa che due persone su tre lavorano nel settore dei servizi. Tra questi spicca la crescita costante nelle attività professionali, scientifiche e tecniche come gli studi di architettura o quelli di contabilità, settori questi che occupano oltre 8’500 persone (11.5% del totale). Anche il settore delle attività amministrative e di supporto alle aziende come per esempio la ricerca e la selezione del personale occupa oggi oltre 7’200 persone frontaliere. Tutti questi settori in cui volendo potrebbero trovar occupazione anche i ragazzi e le ragazze formati residenti che però faticano a farsi assumere.
E quale è e rimane il fattore competitivo determinante? Il salario. Purtroppo sempre più la concorrenza è agguerrita e ciò che spinge i nostri giovani a lasciare il loro Cantone è proprio la mancanza di prospettive. Detto questo, non vogliamo un’economia chiusa e posti di lavoro riservati, vogliamo solo che non sia il salario più basso la ragione che esclude a priori giovani qualificati e residenti.

Estratto intervista Cronache della Svizzera italiana, Rete Uno, 4.11.2021

La versione audio: Salari bassi: i frontalieri aumentano, i giovani emigrano

Il traballante mercato del lavoro ticinese – II parte

Riprendiamo il tema del mercato del lavoro ticinese, come da articolo pubblicato il 10 settembre da tvsvizzera.it che ringrazio.

I dati statistici mostrano un Cantone sofferente su più fronti.
I salari in Ticino sono mediamente molto più bassi di quelli svizzeri, circa del 16-20%. Questo significa che in Ticino si guadagna un quinto in meno dei nostri cugini confederati. Da qualunque parte si guardino i dati, per settori, per ruoli occupati, per mansioni svolte, per età, per genere, i salari pagati dalla nostra economia, privata e pure pubblica, sono più bassi. E notevolmente più bassi sono anche i salari pagati ai frontalieri.
Ma i problemi del mercato del lavoro ticinese non li vediamo solamente nel livello dei salari, purtroppo. Le conseguenze sono tante altre. In Ticino, la percentuale delle persone che lavorano ma che non riescono a vivere del loro salario, i working poor, è tra le più alte a livello nazionale. Lo stesso accade quando guardiamo al numero di persone che deve fare più di un lavoro per vivere. O ancora, quasi paradossalmente, ci troviamo in vetta alle classifiche della sottoccupazione (persone che lavorano a tempo parziale ma vorrebbero lavorare di più). E sul tempo parziale si apre un ulteriore campo di analisi. Negli altri cantoni tendenzialmente i nuclei familiari fanno una scelta in cui entrambi i partner lavorano a tempo parziale perché i salari consentono di dedicarsi alla famiglia. Nel nostro caso purtroppo, invece, l’alto tasso di lavori a tempo parziale è sinonimo di grande precariato.
E che dire delle condizioni di lavoro femminili? Anche in questo caso purtroppo il nostro cantone appare negli ultimi posti della classifica nazionale: tassi di attività femminile tra i più bassi, differenze salariali tra uomini e donne maggiori, piccolissima presenza di donne nei quadri dirigenziali e nei posti di lavoro di responsabilità. Il quadro di certo non appare incoraggiante. Purtroppo non va meglio per i giovani che oggi possono ricevere formazioni eccellenti, sia in ambito scolastico che professionale. Anche a loro, il Paese non sembra dare risposte adeguate. I dati appena pubblicati confermano che sempre più ragazzi e ragazze abbandonano il cantone per trovare fortuna oltre Gottardo. E sicuramente le difficoltà di trovare posti di lavoro adeguati alle qualifiche e con stipendi dignitosi contribuiscono a questa emigrazione. Tanti altri sarebbero i dati che confermano un malessere del mercato del lavoro ticinese, a partire dai cinquantenni che vengono messi alla porta e non trovano più nulla dopo 30 anni di duro lavoro.
Come lo si guardi, questo quadro di indagine necessita di tutte le attenzioni della politica. È necessario intervenire affinché si possa invertire il senso di marcia. Affinché, come deve succedere in un paese sano, i giovani e le giovani non siano obbligate a lasciare la loro terra e i loro affetti. Per questo bisogna avere il coraggio di riconoscere e ammettere i problemi, ma anche le tensioni che oggi viviamo. Non si può più fingere che non ci sia rivalità e competizione tra manodopera locale e manodopera non residente. Lo scopo non è quello di attribuire colpe; lo scopo è quello di offrire opportunità anche alle persone residenti in questo Cantone.

Il Quotidiano, RSI, 17.09.2021
La versione audio: Il traballante mercato del lavoro ticinese – II parte

Il traballante mercato del lavoro ticinese – I parte

Il 10 settembre tvsvizzera.it, che ringrazio, ha pubblicato un mio articolo sul mercato del lavoro ticinese. Lo riprendo qui quest’oggi.

Il numero di frontalieri ha raggiunto cifre da record in Ticino. Oltre 70’000 persone attraversano ogni giorno il confine per lavorare nel Cantone sud-alpino. Se l’economia in parte approfitta della possibilità di fare capo a manodopera qualificata a basso costo, il mercato del lavoro soffre. E non solo a livello salariale.

Il mercato del lavoro del Cantone Ticino è molto differente rispetto a quello degli altri Cantoni svizzeri, inclusi quelli di frontiera. La ragione principale risiede nello sviluppo particolare che ha vissuto il tessuto economico di questo Cantone.

Primo, siamo passati da un’economia primaria a una fortemente finanziaria senza vivere una fase di vero e proprio sviluppo industriale. Probabilmente anche a questo è dovuta la mancanza odierna di una vera e propria cultura imprenditoriale e di centri decisionali sul territorio.

Il secondo fattore che spiega la situazione attuale è la possibilità storica derivante anche dalla posizione geografica di poter sfruttare un ampio bacino di manodopera qualificata a basso costo. Le aziende possono approfittare di due vantaggi competitivi: uno legato alla qualità, l’altro al prezzo. Entrambi comportano delle conseguenze importanti sullo sviluppo del tessuto economico di una regione. In Cantone Ticino la presenza di manodopera qualificata a basso costo ha spinto alla creazione di attività incentrate principalmente sul fattore lavoro e non sul capitale (macchinari). Se nel breve periodo ci sono sicuramente vantaggi, lo stesso non può dirsi per il lungo. Non a caso oggi la nostra economia è composta principalmente da posti di lavoro a valore aggiunto inferiore alla media nazionale. In questo senso siamo sovra-rappresentati nei settori industriali, del commercio, del turismo e della ristorazione. Proprio i settori che sono i primi a soffrire quando c’è una crisi economica; esattamente come accaduto con la crisi del Covid-19. I cantoni che invece si sono concentrati sulla ricerca, progresso tecnologico, innovazione e su un’avanzata organizzazione del lavoro, oggi si ritrovano con una produttività elevata e quindi con salari di gran lunga superiori ai nostri.  

Per contrastare questo ritardo è stato fatto molto nella formazione e nella ricerca creando negli ultimi trent’anni tantissimi centri di eccellenza. Dal Centro di Studi Bancari a Vezia, al Cardiocentro a Lugano; dall’Università della Svizzera italiana (USI), agli Istituti di Biomedicina (IRB) e Oncologico della Svizzera italiana (IOSI); dalla Scuola Universitaria Professionale della Svizzera italiana (SUPSI), al Nuovo Centro Svizzero di Calcolo. E tanto altro ancora è stato fatto e bolle in pentola. Questo ha portato a migliorare notevolmente la formazione dei giovani e quella continua nel nostro Cantone. Peccato che questo non sia stato accompagnato da un altrettanto sviluppo di attività economiche avanzate che avrebbero potuto dar linfa al tessuto produttivo cantonale. Così, oggi i dati statistici mostrano un Cantone sofferente su più fronti.

La versione audio: Il traballante mercato del lavoro ticinese – I parte