I mercati non votano, maโ€ฆ

In evidenza

Perchรฉ un risultato elettorale puรฒ far salire la Borsa un giorno e farla crollare il giorno dopo? รˆ quanto accaduto negli Stati Uniti dopo le elezioni di metร  mandato del 3 novembre che hanno sancito il controllo del Congresso ai Democratici e provocato sui mercati finanziari sbalzi tanto violenti quanto in apparenza contraddittori.

Mercoledรฌ 4 novembre Wall Street ha accolto il risultato con una decisa impennata: il Dow Jones[1] ha guadagnato il 3% e Standard & Poorโ€™s 500[2] l’1,6%. Il giorno successivo, perรฒ, lo scenario si รจ completamente rovesciato, con il Nasdaq[3] in perdita del 5,5% e una caduta particolarmente pesante dei titoli tecnologici. Complessivamente, in una sola seduta, le 500 grandi societร  americane comprese nell’indice S&P 500 hanno perso circa 3’000 miliardi di dollari di capitalizzazione (2’500 mia CHF), secondo i dati riportati da Reuters (agenzia di stampa internazionale specializzata nella raccolta e diffusione di notizie). Una cifra impressionante che perรฒ merita un’importante precisazione: non significa che siano scomparsi 3’000 miliardi di denaro contante. La capitalizzazione di un’impresa รจ il suo valore misurato con il prezzo delle sue azioni moltiplicato per il loro numero: quando le quotazioni scendono, diminuisce il valore che gli investitori attribuiscono all’impresa senza che questo comporti necessariamente una riduzione della sua capacitร  produttiva.

Per comprendere quanto successo dobbiamo partire dalle aspettative. Inizialmente gli investitori hanno apprezzato la chiarezza del risultato elettorale e la prospettiva di un Congresso in grado di limitare alcune iniziative del presidente Trump. La prevedibilitร  delle decisioni politiche rappresenta infatti un elemento importante per chi investe perchรฉ riduce l’incertezza sulle condizioni economiche future. Il giorno successivo, tra i fattori che possono aver contribuito al ribasso, si sono aggiunte le preoccupazioni per le possibili conseguenze di una maggiore regolamentazione dei grandi centri di elaborazione dati, indispensabili allo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Il timore di un rallentamento degli investimenti e di una riduzione dei profitti futuri ha pesato soprattutto sulle imprese tecnologiche: Nvidia, che รจ unโ€™impresa tecnologica americana tra i principali produttori mondiali di processori utilizzati per l’intelligenza artificiale, ha perso oltre il 9% e l’indice dei semiconduttori il 12%.

Non si tratta necessariamente di comportamenti irrazionali. La teoria economica ci aiuta a comprendere queste reazioni. I prezzi delle azioni non riflettono soltanto la situazione attuale delle imprese, ma incorporano le aspettative degli investitori sul loro futuro. Ogni nuova informazione puรฒ quindi modificare rapidamente le quotazioni, soprattutto quando riguarda decisioni politiche capaci di incidere sui costi e sui profitti. A questo si aggiunge il comportamento degli stessi investitori che, come insegna la finanza comportamentale, possono amplificare i movimenti dei mercati seguendo le scelte degli altri.

Sarebbe comunque sbagliato attribuire alle sole elezioni le oscillazioni che in realtร  risentono anche dei tassi d’interesse, delle prospettive economiche e delle valutazioni giร  elevate di molte imprese tecnologiche.

Questa vicenda ci ricorda soprattutto una distinzione che viene spesso dimenticata: i mercati finanziari misurano il valore attribuito dagli investitori ai profitti futuri delle imprese, non il benessere complessivo di una societร . Questo significa per esempio che una regolamentazione che impone maggiori costi ambientali puรฒ ridurre la redditivitร  di alcune aziende e, nello stesso tempo, produrre benefici per la collettivitร . Per questa ragione, la qualitร  delle politiche economiche non puรฒ essere giudicata soltanto attraverso l’andamento degli indici azionari, ma deve essere valutata considerando anche la crescita, la produttivitร , i salari, l’occupazione e la distribuzione del reddito.

Non dimentichiamo, tuttavia, che i mercati azionari sono anche considerati indicatori anticipatori del ciclo economico perchรฉ le loro quotazioni riflettono le aspettative sull’andamento futuro dell’economia. Spesso la Borsa comincia a scendere prima che una recessione si manifesti nei dati economici, ma non ogni ribasso annuncia una crisi. L’orologio dei mercati, del resto, non รจ infallibile. Speriamo che questa volta non stia segnando l’ora di una nuova recessione.


[1] Indice di Borsa che segue l’andamento delle azioni di 30 grandi imprese statunitensi tra le piรน rappresentative dell’economia americana

[2] Indice che comprende circa 500 tra le maggiori societร  quotate negli Stati Uniti. รˆ uno dei principali indicatori dellโ€™andamento della Borsa americana

[3] Mercato azionario statunitense sul quale sono quotate molte imprese tecnologiche. Il Nasdaq Composite รจ l’indice che misura l’andamento delle societร  quotate su questo mercato

Cancellare il debito pubblico? Magari fosse cosรฌ sempliceโ€ฆ

In evidenza

Jean-Luc Mรฉlenchon, leader de La France Insoumise, uno dei principali partiti francesi, ha trovato una soluzione al problema del debito pubblico: cancellarne 600 miliardi di euro. Semplice, no? In realtร , dietro questa proposta ci sono diverse questioni economiche che vale la pena approfondire.
Ma facciamo un passo indietro. Quando uno Stato spende piรน di quanto incassa deve trovare il denaro per finanziare la differenza. Generalmente lo fa emettendo obbligazioni, ossia titoli di Stato: una sorta di “pezzettini di carta” che riceve chi presta denaro allo Stato con la promessa di riavere il capitale e, nel frattempo, incassare degli interessi. In Francia, a fine giugno 2026, il debito pubblico aveva raggiunto i 3’595 miliardi di euro (circa 3’332 miliardi di franchi), pari al 119% del prodotto interno lordo (PIL). In appena un anno รจ aumentato di circa 178 miliardi; non proprio una cifra trascurabile.
Ma chi presta tutti questi soldi? Banche, assicurazioni, fondi pensione, risparmiatori, investitori internazionali e anche banche centrali. Dopo la crisi del 2008 e durante la pandemia, la Banca centrale europea (BCE) e le banche centrali nazionali hanno acquistato grandi quantitร  di titoli pubblici attraverso il quantitative easing. In sostanza, comprando obbligazioni hanno immesso liquiditร  nell’economia, aumentato la domanda di questi titoli e contribuito a mantenere bassi i tassi d’interesse. In questo modo finanziarsi รจ diventato meno costoso per gli Stati, ma anche per le imprese e le famiglie.
Ed eccoci alla proposta di Mรฉlenchon. Circa 600 miliardi di euro di titoli francesi sarebbero oggi nelle mani delle banche centrali e secondo il politico francese basterebbe cancellarli oppure congelarli, per esempio trasformandoli in obbligazioni perpetue a tasso zero. Significa che lo Stato non dovrebbe piรน restituire il capitale a una normale scadenza e nemmeno pagare gli interessi.
Facciamo un esempio. Immaginiamo un’obbligazione da 1’000 euro, della durata di dieci anni, con un interesse del 2%. Chi la possiede riceve ogni anno 20 euro e dopo dieci anni riavrร  i suoi 1’000 euro. Se il titolo viene acquistato dalla banca centrale sarร  quest’ultima a incassare interessi e rimborso. Mรฉlenchon propone di trasformarlo in un titolo senza una normale scadenza e senza interessi. Cancellarlo del tutto sarebbe un’altra cosa, perchรฉ significherebbe eliminare anche il credito dal bilancio della banca centrale. A prima vista sembrerebbe un bel vantaggio per lo Stato, ma c’รจ qualche problema.
Quando una banca centrale compra un titolo pubblico non utilizza denaro che ha risparmiato in precedenza: crea nuova moneta sotto forma di riserve bancarie. Nel suo bilancio registra il titolo tra le attivitร  e le riserve create per acquistarlo tra le passivitร . Se cancella il titolo, perde un’attivitร , mentre le passivitร  rimangono. Anche trasformarlo in un’obbligazione perpetua a tasso zero puรฒ ridurne il valore. Certo, una banca centrale non รจ una banca commerciale e puรฒ continuare a operare, a determinate condizioni, anche con un patrimonio negativo; ma questo non significa che le perdite non contino. Per esempio, potrebbero diminuire gli utili che vengono trasferiti allo Stato. E non dimentichiamo che sulle riserve bancarie possono continuare a essere pagati degli interessi.
Insomma, cancellare un debito non significa necessariamente cancellarne anche i costi. E soprattutto, i 600 miliardi non diventerebbero improvvisamente soldi disponibili per costruire ospedali, scuole o infrastrutture. Si ridurrebbero alcuni obblighi finanziari futuri, ma nelle casse dello Stato non entrerebbe un euro in piรน. E anche cancellando tutti i 600 miliardi, la Francia continuerebbe ad avere quasi 3’000 miliardi di debito.
C’รจ poi la questione della fiducia. Gli Stati hanno continuamente bisogno di finanziarsi e spesso emettono nuove obbligazioni per rimborsare quelle in scadenza; se gli investitori considerassero la cancellazione un precedente pericoloso, potrebbero chiedere interessi piรน elevati per prestare denaro alla Francia. E quando il debito ammonta a migliaia di miliardi, anche un piccolo aumento dei tassi puรฒ costare parecchio. Naturalmente non รจ detto che succeda, ma รจ un rischio da considerare. E non abbiamo ancora parlato delle regole europee. La BCE รจ indipendente dai governi e i trattati vietano il finanziamento monetario diretto degli Stati; la Francia non potrebbe quindi decidere da sola di trasformare questi titoli in debiti perpetui. La questione dovrebbe essere affrontata a livello europeo, con tutte le difficoltร  giuridiche e istituzionali del caso.
Arriviamo perรฒ a un altro punto importante. Il debito pubblico non รจ necessariamente un male: se uno Stato si indebita per costruire infrastrutture, migliorare la formazione, sostenere la ricerca o finanziare investimenti che aumentano la produttivitร , puรฒ contribuire a creare ricchezza anche per le generazioni future. Bisogna perรฒ capire se questi investimenti porteranno benefici nel tempo e se lo Stato sarร  in grado di sostenere i debiti contratti. Diverso รจ il caso in cui il debito continui ad aumentare perchรฉ le uscite superano regolarmente le entrate, senza che l’economia cresca abbastanza. In queste condizioni diventa sempre piรน difficile gestirlo.
La sostenibilitร  del debito dipende infatti da diversi fattori: i tassi d’interesse, la crescita economica, il debito giร  accumulato e il cosiddetto saldo primario, ossia la differenza tra entrate e spese pubbliche, senza considerare gli interessi. Non basta quindi sapere a quanto ammonta il debito; dobbiamo capire perchรฉ รจ stato contratto, quanto ci costa e soprattutto che cosa abbiamo ottenuto spendendo quei soldi.
La proposta di Mรฉlenchon riporta l’attenzione su una questione importante: come permettere agli Stati di finanziare i bisogni della popolazione senza compromettere la sostenibilitร  delle finanze pubbliche. Perchรฉ anche cancellando una parte del debito rimarrebbe il problema di come spendiamo le nostre risorse. Pensare che uno Stato non debba mai indebitarsi sarebbe sbagliato; rinunciare a investimenti necessari soltanto per contenere il debito potrebbe compromettere la crescita futura. Ma non possiamo nemmeno pensare che ogni spesa sia giustificata e che i debiti possano continuare ad aumentare senza conseguenze.
Alla fine, governare l’economia significa anche questo: scegliere come utilizzare risorse che non sono infinite e assumersi la responsabilitร  delle decisioni prese. Perchรฉ cancellare un debito sulla carta puรฒ anche sembrare facile. Il difficile รจ fare in modo che i conti tornino davvero.

Ascolta

In Europa le disuguaglianze aumentano? Non proprioโ€ฆ

In evidenza

Per misurare le disuguaglianze nella distribuzione dei redditi, gli economisti utilizzano un indicatore chiamato indice di Gini, dal nome dello statistico italiano Corrado Gini che lo elaborรฒ nel 1912. Il suo funzionamento รจ piuttosto semplice: lโ€™indice assume un valore compreso tra 0 e 100. Se tutti gli abitanti di un Paese avessero lo stesso reddito, il valore sarebbe zero. Se invece tutto il reddito fosse concentrato nelle mani di una sola persona, il valore sarebbe cento. Naturalmente, nella realtร  ci troviamo sempre tra questi due estremi. Piรน lโ€™indice รจ elevato, maggiori sono le differenze nella distribuzione dei redditi.

รˆ importante precisare che lโ€™indice di Gini non misura il livello dei redditi, ma la loro distribuzione. Un Paese con redditi medi elevati puรฒ presentare maggiori disuguaglianze rispetto a uno con redditi piรน bassi. Lโ€™indice di Gini misura le distanze tra i redditi, non quanti soldi le persone hanno effettivamente a disposizione.

Il 23 ottobre Eurostat ha pubblicato i dati aggiornati relativi al 2025. Nellโ€™Unione europea lโ€™indice di Gini รจ passato da 29,4 a 29,2, segnalando una lieve riduzione delle disuguaglianze. Le differenze tra i Paesi rimangono tuttavia importanti. La Slovacchia registra il valore piรน basso, 23, seguita dal Belgio con 23,4 e dalla Repubblica Ceca con 24. Allโ€™altro estremo troviamo la Bulgaria con 37,7, la Lettonia con 35,6 e la Lituania con 35,5.

Lโ€™Italia presenta un indice di 31, in diminuzione rispetto al 32,2 del 2024. Anche la Svizzera registra un miglioramento: secondo gli ultimi dati disponibili, riferiti al 2024, lโ€™indice รจ sceso da 31,5 a 31. In entrambi i Paesi le disuguaglianze rimangono comunque superiori alla media europea.

Per comprendere questi dati occorre considerare che Eurostat misura la distribuzione del reddito disponibile delle famiglie, vale a dire il reddito dopo le imposte e i trasferimenti sociali, tenendo conto della composizione del nucleo familiare. Le prestazioni sociali e il sistema fiscale svolgono quindi un ruolo importante nel ridurre le differenze generate dalla distribuzione iniziale dei redditi.

Le disuguaglianze dipendono perรฒ anche da altri fattori: il livello di formazione, le possibilitร  di accesso al mercato del lavoro, le differenze salariali e le opportunitร  di avanzamento professionale. Per questo motivo, le politiche redistributive rappresentano soltanto una parte degli strumenti disponibili.

Un ultimo esempio aiuta a capire che cosa ci dice lโ€™indice di Gini e, soprattutto, che cosa non ci dice. La Slovacchia presenta una distribuzione dei redditi molto piรน egualitaria della Svizzera, con un indice di 23 contro 31. Eppure, il reddito disponibile mediano degli svizzeri, anche tenendo conto delle differenze nel costo della vita, รจ quasi il doppio di quello degli slovacchi.

Questo significa che una distribuzione piรน uniforme dei redditi non corrisponde necessariamente a un maggiore benessere economico. Si puรฒ essere relativamente uguali nella povertร , cosรฌ come si puรฒ vivere in una societร  piรน disuguale ma con redditi mediamente piรน elevati. E non abbiamo dubbi su quale sarebbe la vostra sceltaโ€ฆ

Quando lavorare non basta: le famiglie invisibili del Ticino

In evidenza

In Ticino una persona su sei vive in condizioni di povertร  assoluta e una su quattro รจ a rischio di povertร . Sono dati che dovrebbero occupare un posto centrale nelle nostre discussioni sullโ€™economia, perchรฉ ci dicono come vive una parte della popolazione e quanto sia difficile, per molte famiglie, sostenere le spese quotidiane anche quando un lavoro cโ€™รจ.

Di questo ho parlato il 15 ottobre a Villa Ciani, a Lugano, durante il convegno โ€œFamiglie invisibiliโ€, organizzato da Soccorso dโ€™inverno Ticino. Ho voluto partire da una domanda: perchรฉ una famiglia puรฒ essere povera anche quando gli adulti lavorano e gli aiuti sociali esistono?

La risposta richiede di guardare dentro il bilancio familiare, dove il salario deve confrontarsi con le persone da mantenere, le ore effettivamente retribuite e le possibilitร  di conciliare il lavoro con la cura dei figli. Il reddito disponibile equivalente mediano in Ticino รจ inferiore del 17,6% a quello nazionale: significa che le famiglie ticinesi affrontano i propri bisogni partendo da risorse sensibilmente piรน basse rispetto al resto della Svizzera.

Il salario conta, eccome. Ma conta anche quanto si puรฒ lavorare e a quali condizioni. Con la nascita di un figlio aumentano le spese e il tempo necessario per occuparsene, per cui una famiglia puรฒ aver bisogno di piรน reddito proprio quando diventa piรน difficile dedicarvi altre ore di lavoro. Chi puรฒ contare sui nonni dispone di un sostegno prezioso; chi non ha una rete familiare vicina deve trovare soluzioni che abbiano posti disponibili, orari compatibili e costi sostenibili. Per un genitore solo, tenere insieme tutto questo puรฒ diventare particolarmente difficile.

Anche lโ€™invito a โ€œlavorare di piรนโ€, che sentiamo ripetere spesso, va confrontato con ciรฒ che rimane effettivamente alla famiglia. Se allโ€™aumento del salario corrispondono una riduzione degli aiuti, maggiori imposte e nuove spese di custodia, il miglioramento del bilancio puรฒ essere molto piรน contenuto di quanto suggerisca la busta paga.

A rendere fragile lโ€™equilibrio possono poi intervenire una separazione, una malattia o la perdita dellโ€™impiego, perchรฉ le entrate possono diminuire in poco tempo mentre lโ€™affitto e molte altre fatture continuano ad arrivare. รˆ in questi momenti che la disponibilitร  di risparmi, di servizi e di persone sulle quali contare fa una grande differenza.

Lo Stato sociale svolge un ruolo fondamentale nel contenere queste difficoltร , ma lโ€™esistenza di una prestazione non garantisce che tutti gli aventi diritto riescano a riceverla. Studi pubblicati questโ€™anno su Basilea, riferiti al 2022, stimano che circa un quarto dei potenziali aventi diritto allโ€™assistenza sociale non ne beneficiava. Non possiamo trasferire questa percentuale al Ticino, ma possiamo interrogarci sugli ostacoli che incontra una persona quando deve capire quali aiuti chiedere, raccogliere documenti e rivolgersi a uffici diversi, magari mentre sta giร  affrontando una situazione familiare pesante. A questo si aggiungono la vergogna e il timore delle conseguenze della richiesta.

E poi ci sono i figli, sui quali le difficoltร  economiche possono lasciare conseguenze che vanno oltre le rinunce del momento. Il monitoraggio nazionale della povertร  mostra che, a 25 anni, il 24% dei giovani la cui famiglia riceveva assistenza sociale quando avevano 15 anni non ha conseguito un diploma del secondario II, contro lโ€™8% degli altri. Il dato non dimostra che sia lโ€™assistenza a produrre questo svantaggio, ma segnala quanto le condizioni familiari possano accompagnarsi a percorsi formativi diversi. รˆ anche da qui che passa il rischio di trasmettere la povertร  da una generazione allโ€™altra.

Il lavoro di Soccorso dโ€™inverno Ticino assume, in questo contesto, un valore che merita di essere riconosciuto. Lโ€™organizzazione aiuta ad affrontare spese necessarie attraverso sostegni finanziari puntuali, buoni alimentari, abbigliamento, letti e materiale scolastico, verificando le richieste e intervenendo in modo complementare alle prestazioni pubbliche. Sostiene inoltre la partecipazione dei bambini ad attivitร  sportive e musicali, anche attraverso il programma realizzato con la Roger Federer Foundation, perchรฉ continuare a frequentare unโ€™attivitร  significa poter imparare, coltivare relazioni e condividere esperienze con i propri coetanei.

Ringrazio la direttrice Paola Eicher-Pellegrini e tutte le persone che rendono possibile questo impegno, grazie anche alla generositร  dei donatori. Chi incontra quotidianamente le famiglie conosce difficoltร  che nelle statistiche vediamo soltanto in parte e puรฒ aiutarci a capire dove le risposte pubbliche funzionano e dove, invece, lasciano ancora dei vuoti.

Alla politica e allโ€™economia spetta affrontare queste domande con serietร : salari che permettano di sostenere una famiglia, servizi di custodia accessibili, aiuti comprensibili e ottenibili, sostegno alla formazione dei figli. E soprattutto una valutazione dei risultati che guardi a quanto migliora la vita delle persone.

Le famiglie possono essere invisibili agli occhi di chi non le incontra, ma le loro difficoltร  pesano sul presente e sul futuro del nostro Cantone. Il convegno ha avuto il merito di riportarle al centro della discussione. Ora dobbiamo fare in modo che rimangano al centro anche delle decisioni.

Ascolta

Finanze cantonali ticinesi: intervenire oggi per non soffrire domani

In evidenza

Il Preventivo 2027 del Cantone Ticino presenta un disavanzo di 98,5 milioni di franchi. รˆ una cifra importante, ma non รจ quella che mi preoccupa di piรน. Il problema si vede guardando oltre.

Il Piano finanziario prevede infatti 236 milioni di disavanzo nel 2028, 411 nel 2029 e 460 nel 2030. Avete letto bene, quasi mezzo miliardo di deficit. Dal 2028 diventa negativo anche l’autofinanziamento. Non stiamo quindi parlando di qualche anno difficile, ma di una situazione che, se non corretta, rischia di diventare molto seria.

Si potrebbe obiettare che si tratta di previsioni. รˆ vero, ma solo in parte. Molte delle cause del peggioramento sono giร  note: EFAS e il nuovo finanziamento della sanitร , le due iniziative sui premi di cassa malati, le misure di risparmio della Confederazione, gli effetti della riforma del valore locativo e della tassazione individuale.

Quello che mi preoccupa รจ lโ€™atteggiamento del Governo. Il riequilibrio delle finanze cantonali era stato indicato dal Consiglio di Stato come obiettivo prioritario della legislatura 2023-2027. Oggi siamo alla fine della legislatura e il Governo rimanda il piano di riequilibrio alla prossima.

Nel frattempo, si interviene con dei cerotti. Si vendono terreni, si preleva da fondi e riserve, si aumentano le entrate dallโ€™Azienda Elettrica Ticinese e da BancaStato. Misure di poco impatto, che per la maggior parte si esauriscono in un anno, mentre i problemi strutturali restano.

Quanto accaduto nel Canton Vaud dovrebbe farci riflettere. Quando i conti hanno iniziato a deteriorarsi seriamente, il Governo ha reagito. Nel Preventivo 2026 ha proposto 305 milioni di misure: sui sussidi, sul personale, sui rapporti finanziari con i Comuni e sulle altre spese. Il Parlamento le ha ridotte a 243 milioni. Nel frattempo, รจ stato avviato un piano di ritorno all’equilibrio entro il 2030 e il Preventivo 2027 contiene ulteriori misure di risparmio.

Alcune di quelle misure sono state molto dure e fortemente contestate; i sacrifici chiesti ai cittadini e alle aziende sono stati dolorosi. Non dico che dobbiamo copiare Vaud, ma non possiamo mettere la testa sotto la sabbia. Quando uno squilibrio diventa strutturale, prima si interviene e maggiori sono le possibilitร  di scegliere come farlo.

Oggi possiamo ancora discutere dove spendere meglio, quali prestazioni proteggere, quali inefficienze eliminare, quali riforme introdurre e quali entrate siano sostenibili. Possiamo soprattutto distribuire la correzione su piรน anni. Se aspettiamo, questo spazio si ridurrร .

La situazione che ci viene prospettata รจ grave e credo sia sbagliato addolcirla. Un disavanzo strutturale non scompare aspettando. E quando non si interviene per tempo con delle riforme, prima o poi si รจ costretti a intervenire con dei tagli e con aumenti di imposte che fanno male a tutti.

Da Lโ€™Osservatore, 03.10.2026

Ascolta

Prezzo della benzina: davvero il mercato รจ intoccabile?

In evidenza

Eni, il grande gruppo energetico italiano nato come ente pubblico e oggi societร  quotata in Borsa ma ancora controllata di fatto dallo Stato italiano, dal 28 settembre applicherร  un tetto massimo al prezzo dei carburanti venduti dalla sua rete Enilive: 1,99 euro al litro per la benzina e 2,19 per il diesel (1,88 e 2,07 CHF). Si stima che sia circa 17 centesimi di euro sotto il prezzo attuale (0,16 CHF). La misura รจ prevista per trenta giorni, ma potrร  essere prorogata fino alla fine dellโ€™anno. Essendo un tetto massimo, questo significa che, se il mercato consentirร  dei prezzi piรน bassi, si applicheranno quelli.

Lโ€™azienda puรฒ fare questa scelta e rinunciare a importanti margini di profitto per diverse ragioni. Tra queste, il fatto che si tratta di un gruppo integrato che รจ presente lungo quasi tutta la filiera energetica e che quindi puรฒ compensare unโ€™eventuale perdita grazie agli altri segmenti produttivi. Eni, in effetti, si occupa di produzione, approvvigionamento, raffinazione, biocarburanti, logistica e vendita; tra lโ€™altro, puรฒ contare su una rete di oltre 5.000 stazioni in Europa. In secondo luogo, la misura รจ legata anche alla riduzione delle accise (tasse) decisa dallo Stato italiano; ciรฒ significa una riduzione dei costi per Eni che in parte compensa i mancati introiti. Inoltre, la misura รจ limitata nel tempo e quindi consente di valutarne lโ€™impatto passo dopo passo.

Probabilmente, perรฒ, il punto piรน rilevante รจ che Eni ha dimensioni e capacitร  finanziarie tali da potersi permettere una scelta commerciale di questo tipo. Nel 2025 il gruppo ha registrato circa 82 miliardi di euro di ricavi (77,5 miliardi CHF), oltre 8 miliardi di guadagno dalla gestione ordinaria (7,5 miliardi CHF) e circa 5 miliardi di utile al netto di eventi straordinari (4,7 miliardi CHF).

Infine, non dimentichiamo il vantaggio reputazionale che porta benefici anche commerciali: in un momento di forti rincari e di difficoltร  per le famiglie e per lโ€™industria, tenere il prezzo sotto la soglia psicologica dei 2 euro (1,99 euro) puรฒ attirare clienti, aumentare i volumi e rafforzare il marchio. Il โ€œcontributo di solidarietร  al Paeseโ€ puรฒ trasformarsi in unโ€™ottima pubblicitร , anche perchรฉ Eni controlla โ€œsoloโ€ il 20% del carburante venduto in Italia.

La misura non รจ una novitร  assoluta: in Francia TotalEnergies applica da anni tetti volontari ai carburanti; Belgio e Lussemburgo prevedono prezzi massimi regolati, Slovenia e Croazia sono intervenute sui prezzi o sui margini dei distributori. Durante la crisi energetica anche Spagna e Portogallo hanno introdotto un tetto al prezzo del gas utilizzato per produrre elettricitร .

Ed รจ qui che la questione diventa interessante anche per noi. In Svizzera siamo abituati a considerare il prezzo dei carburanti e dellโ€™energia come il risultato quasi intoccabile del mercato, al netto delle imposte. Ma รจ davvero lโ€™unico modo possibile? Quando i rincari sono molto rapidi e incidono pesantemente sui bilanci delle famiglie e delle imprese, ha senso almeno discutere di strumenti temporanei sui margini, sui prezzi massimi o sulla fiscalitร ?

Non si tratta di copiare automaticamente lโ€™Italia, la Francia o il Belgio. Si tratta di osservare che altrove questa discussione esiste giร  e di chiedersi perchรฉ da noi quasi non esista. Anche in settori nei quali beni essenziali vengono venduti da aziende interamente pubbliche, talvolta in condizioni di monopolio o quasi monopolio. Se altrove si puรฒ discutere di limiti ai prezzi e ai margini, non si vede perchรฉ in Svizzera e in Ticino il tema debba essere considerato un tabรน.

Ascolta

Avete visto quanto รจ aumentato il prezzo della benzina?

In evidenza

Avete visto quanto รจ aumentato il prezzo della benzina? Secondo il Touring Club Svizzero (TCS), il 17 settembre la benzina senza piombo 95 era arrivata a 2.10 franchi al litro, la 98 a 2.21 franchi e il diesel a 2.41 franchi. Allโ€™inizio dellโ€™anno, i prezzi erano rispettivamente 1.65, 1.75 e 1.78 franchi. In pochi mesi il rincaro รจ stato molto forte, soprattutto per il diesel.

In Svizzera lโ€™aumento non dipende solo dal prezzo internazionale del petrolio, ma anche da problemi nazionali molto concreti. Il primo riguarda la raffineria di Cressier, nel canton Neuchรขtel, lโ€™unica in Svizzera, che ha dovuto sospendere temporaneamente la produzione per un guasto tecnico. Una raffineria prende il petrolio greggio e lo trasforma in prodotti che possiamo usare, come benzina, diesel, olio da riscaldamento e cherosene. Il problema รจ importante perchรฉ Cressier copre normalmente tra il 30 e il 40% del fabbisogno nazionale di prodotti petroliferi.

A questo si aggiunge il basso livello del Reno. La Svizzera non ha accesso al mare e dipende molto dalle vie di trasporto europee. Quando il fiume รจ troppo basso, le navi viaggiano con carichi ridotti: a Maxau, in Germania, potevano essere caricate al massimo con circa 400 tonnellate; quindi, servono circa cinque navi per trasportare quello che normalmente porterebbe una sola. Il risultato รจ semplice: diventa piรน difficile e piรน costoso far arrivare benzina e diesel nel Paese.

Per questo la Confederazione ha autorizzato prelievi dalle scorte obbligatorie: dallโ€™8 al 20 settembre potevano essere utilizzati fino a 30โ€™000 metri cubi di diesel e 30โ€™000 metri cubi di benzina, meno del 3% delle riserve obbligatorie di questi prodotti. Lโ€™approvvigionamento resta garantito, ma la catena รจ sotto pressione e quindi il prezzo al distributore aumenta.

A questo si aggiungono le cause internazionali: tensioni in Medio Oriente, incertezza sui mercati petroliferi e prezzi elevati. Il Brent, uno dei principali riferimenti mondiali per il prezzo del greggio, รจ tornato sopra i 100 dollari al barile. Reuters ha spiegato che il petrolio non รจ salito ancora di piรน perchรฉ una parte dei flussi continua comunque a passare e perchรฉ la domanda mondiale non appare particolarmente forte, anche a causa del rallentamento economico generale. Questo perรฒ non basta a proteggere il prezzo alla pompa, perchรฉ noi compriamo benzina e diesel giร  raffinati, trasportati, distribuiti e tassati.

Le conseguenze sono immediate. Le famiglie pagano di piรน per ogni pieno, le imprese vedono salire i costi e una parte di questi rincari puรฒ finire nei prezzi dei trasporti e dei prodotti. Anche in Svizzera bastano una raffineria ferma, un fiume troppo basso e un mercato internazionale teso per far salire rapidamente il prezzo di una merce che usiamo ogni giorno. Le scorte obbligatorie servono a non restare senza benzina, non a rendere il pieno meno caro. Il problema vero, quello del costo per famiglie e imprese, resta lรฌ. E su questo, da Berna, per ora si sente molto poco.

Ascolta

Valore, lavoro e scelte – Lโ€™economia aiuta a crescere

In evidenza

Lโ€™economista Amalia Mirante sottolinea il ruolo della materia: ยซVanno dati strumenti per proteggersi dallโ€™illusione dei guadagni faciliยป

ยซNon cโ€™รจ guadagno senza sforzoยป. Ma i piรน giovani, forse, non lo sanno o ce lโ€™hanno poco chiaro ed รจ importante spiegarglielo, anche a scuola. La frase รจ dellโ€™economista Amalia Mirante, docente alla SUPSI (Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana) per la quale il tema dellโ€™educazione economica a scuola รจ utile e urgente.

Professoressa, di recente lei รจ intervenuta per sottolineare lโ€™importanza di far conoscere ai piรน piccoli lโ€™economia a scuola, da dove nasce questa sua convinzione?

Quando si parla di educazione economica per i ragazzi si pensa spesso al risparmio, agli investimenti o alla gestione del denaro, mentre io partirei ancora prima, da una domanda molto semplice: da dove arriva quel denaro? Arriva dal lavoro, dal tempo che richiede, dalle competenze che servono e dal valore che una persona riesce a creare con ciรฒ che sa fare.

Credo sia importante che un ragazzo capisca presto che il denaro non appare dal nulla e che non dovrebbe diventare la misura del proprio successo. รˆ uno strumento per vivere, scegliere, affrontare gli imprevisti, ma prima di spenderlo bisogna capire come si guadagna.

Il mio interesse per lโ€™educazione economica nasce anche dallโ€™insegnamento. Da anni vedo quanto spesso chiediamo alle persone adulte di prendere decisioni importanti senza aver dato loro gli strumenti per capirle davvero. Un prestito, unโ€™assicurazione, la previdenza professionale, una busta paga o una fattura fanno parte della vita quotidiana, eppure molti arrivano allโ€™etร  adulta senza aver mai affrontato questi temi in modo semplice.

Come tradurrebbe in concreto lโ€™insegnamento di questi concetti ai bambini?

Con i bambini partirei da concetti concreti, adattati allโ€™etร : non possiamo avere tutto e quindi dobbiamo scegliere, la differenza tra bisogno e desiderio, il rapporto tra lavoro e salario, il risparmio e il consumo. In sostanza, far capire che se spendo una certa somma per qualcosa, quella stessa somma non sarร  piรน disponibile per altro.

Crescendo si puรฒ andare piรน lontano e spiegare perchรฉ lavori diversi sono remunerati in modo diverso, quanto contano formazione e competenze, come funzionano imposte e contributi, che cosa significa indebitarsi.

Oggi aggiungerei anche la necessitร  di riconoscere le truffe dei guadagni facili. I ragazzi incontrano molto presto, soprattutto sui social, messaggi che presentano la ricchezza come qualcosa di rapido, quasi automatico, e credo sia utile dare loro qualche strumento per proteggersi. Non cโ€™รจ guadagno senza sforzo.

Si potrebbe cominciare giร  alle elementari, con giochi, esempi e situazioni vicine alla loro esperienza. Non sono convinta che serva una nuova materia, anche perchรฉ i programmi sono giร  molto carichi, ma penso che nelle scuole dovrebbero esserci piรน occasioni per parlare concretamente di lavoro, denaro e scelte.

Ci sono attivitร  nelle scuole che vuol mettere nella sua agenda?

Ho giร  insegnato anche ai piรน giovani e mi piace molto: ti costringono a spiegare davvero le cose e a liberarti di tanto linguaggio inutile. Lo dico sempre: quando non riesci a rendere comprensibile un concetto economico, molte volte il problema non รจ lโ€™economia, ma il modo in cui la racconti.

Nel prossimo futuro mi piacerebbe continuare su questa strada, magari con incontri nelle scuole, ma cโ€™รจ anche un progetto che mi accompagna da tempo e che vorrei riprendere: scrivere libri di economia facile. Ho sempre pensato a un pubblico adulto, ma chissร , magari anche ai bambini.

La divulgazione attraverso la scrittura รจ sempre stata una mia passione, che negli ultimi anni ho sacrificato un poโ€™, e mi piacerebbe tornarci. Non per spiegare come si diventa ricchi, ma per raccontare con parole semplici come funzionano lavoro, denaro e scelte. E soprattutto quanto รจ bella lโ€™economia!

Grazie a Carla Colmegna per l’intervista su La Provincia, 10.09.2026

Investire nella formazione รจ sempre pagante

In evidenza

In questi giorni migliaia di bimbi, ragazze e ragazzi ticinesi sono tornati sui banchi di scuola. Ci pensiamo poco, ma la formazione รจ uno dei principali fattori di competitivitร  di un Paese e rappresenta probabilmente una delle risorse piรน preziose di cui disponiamo.

In economia si parla di capitale umano per indicare lโ€™insieme di conoscenze, competenze e capacitร  che ognuno accumula e che contribuiscono alla produttivitร , allโ€™innovazione e alla crescita economica. Per un Paese come la Svizzera, con poche materie prime, salari elevati e la necessitร  di competere soprattutto sulla qualitร , sulla conoscenza e sulla capacitร  di adattarsi, investire nella formazione significa investire direttamente nella propria forza economica.

E mentre discutiamo di intelligenza artificiale, digitalizzazione e nuove professioni, rischiamo di dimenticare una cosa fondamentale: prima delle competenze avanzate vengono le competenze di base. Saper leggere un testo, comprenderlo, scrivere in modo chiaro, fare di conto, ragionare, distinguere unโ€™informazione corretta da una falsa non sono capacitร  vecchie, ma condizioni indispensabili per muoversi in un mondo sempre piรน tecnologico. La storia economica mostra quanto sia enorme il beneficio prodotto dallโ€™estensione dellโ€™alfabetizzazione in societร  nelle quali queste competenze erano patrimonio di pochi: quando leggere, scrivere e far di conto diventano capacitร  diffuse, favoriscono la produttivitร , lโ€™utilizzo di nuove tecnologie e lโ€™adattamento a lavori piรน complessi. Poi intervengono rendimenti marginali decrescenti, ma questo non significa che in un Paese avanzato le competenze di base possano essere date per acquisite.

รˆ interessante, da questo punto di vista, osservare quanto sta accadendo in alcuni Paesi scandinavi, che dopo essere stati tra i piรน rapidi a introdurre computer e tablet nelle scuole stanno oggi rivalutando lโ€™uso dei libri, della carta e della scrittura a mano. Questo ci ricorda che uno strumento deve essere usato quando migliora lโ€™apprendimento, non semplicemente perchรฉ รจ nuovo.

Lo stesso principio vale per uno dei punti di forza del sistema svizzero, lโ€™apprendistato. La formazione duale ha mantenuto per decenni un rapporto stretto tra scuola e mondo del lavoro, ma oggi proprio il lavoro cambia con una rapiditร  che obbliga a ripensare contenuti, competenze e percorsi. Difendere lโ€™apprendistato significa adattarlo a mestieri che cambiano e tecnologie che si sostituiscono.

Non sappiamo quale mestiere farร  tra ventโ€™anni un bambino che questa settimana รจ entrato in classe. รˆ possibile che quel mestiere oggi non esista ancora. Possiamo perรฒ insegnargli bene a leggere, scrivere, contare, ragionare e soprattutto a imparare. In unโ€™economia che cambia cosรฌ rapidamente, รจ uno degli investimenti piรน solidi che possiamo fare.

L’Osservatore, 05.09.2026

Ascolta

Ticino: sempre piรน persone senza lavoro

In evidenza

Ricevo sempre piรน messaggi da persone che hanno perso il lavoro o che non riescono a trovarlo. Mi scrivono uomini e donne che hanno lavorato per venti o trentโ€™anni e che, da un giorno allโ€™altro, si ritrovano fuori. Cinquantenni che inviano decine di curriculum senza ricevere neppure una risposta. Giovani costretti a passare da uno stage a un contratto precario, senza riuscire a costruirsi una vita. Famiglie che la sera rifanno i conti e non sanno piรน dove tagliare.

Perdere il lavoro non significa soltanto perdere uno stipendio. Cambia il modo in cui si guarda al mese successivo, si valuta ogni spesa e si parla del futuro con i propri figli. A volte cambia anche il modo in cui una persona guarda sรฉ stessa.

Nel frattempo, in Ticino, continuano le chiusure, i licenziamenti e i ridimensionamenti. Bally, Lastminute.com e Auriel Investment, la societร  di Paradiso legata al marchio Roberto Cavalli, sono soltanto gli ultimi nomi di una lista che continua ad allungarsi. A questi si aggiungono molte aziende piรน piccole, che non finiscono sui giornali ma lasciano comunque a casa lavoratrici e lavoratori.

La nostra industria perde un pezzo alla volta: un reparto, una produzione, una sede. Di ogni caso si parla per qualche giorno, poi lโ€™attenzione si sposta altrove. Chi ha perso il lavoro, invece, resta con il leasing, lโ€™affitto, la spesa e le bollette da pagare.

I dati mostrano che non si tratta soltanto di una sensazione. Nel 2025 la crescita degli impieghi รจ stata sostenuta soprattutto dal lavoro a tempo parziale, mentre diminuiva il volume complessivo di lavoro. Verso la fine dellโ€™anno hanno cominciato a calare anche i posti a tempo pieno. Nel primo trimestre del 2026, rispetto allo stesso periodo dellโ€™anno precedente, in Ticino sono scomparsi circa 2โ€™400 impieghi, sono diminuiti gli equivalenti a tempo pieno e anche i posti liberi. La disoccupazione calcolata secondo i criteri internazionali (ILO) ha superato il 7,5% e tocca piรน di 14โ€™000 persone.

Non siamo davanti a un crollo improvviso, ma a un indebolimento che procede quasi senza fare rumore. Le chiusure sembrano ogni volta casi isolati; sommate tra loro, perรฒ, ci consegnano un Cantone con meno lavoro, meno competenze e meno possibilitร . E le cose andranno avanti a peggiorare.

Lo Stato non puรฒ limitarsi a registrare le chiusure quando ormai รจ troppo tardi. Deve sostenere le imprese sane che investono, formano personale e mantengono posti di lavoro sul territorio. Deve eliminare gli ostacoli inutili, prendere decisioni piรน rapidamente e aiutare le aziende che attraversano una difficoltร  temporanea ma hanno ancora prospettive.

Perchรฉ dietro ogni posto perso cโ€™รจ una persona che torna a casa e deve spiegare alla propria famiglia che da domani tutto sarร  piรน difficile.

scolta

Arriva un nuovo benzinaio e si risparmiano venti centesimi al litro

In evidenza

Lโ€™apertura di un nuovo distributore a Bellinzona ha portato a un calo netto dei prezzi della benzina nella regione; in alcuni casi, si รจ parlato di quasi venti centesimi al litro. La domanda, allora, viene spontanea: come รจ possibile che il prezzo cambi cosรฌ rapidamente?

Il prezzo di un litro di benzina nasce dalla somma di diversi elementi. Una parte importante รจ costituita dalle imposte. In Svizzera, sulla benzina senza piombo ci sono 43,12 centesimi al litro di imposta sugli oli minerali,  30 centesimi di supplemento, il contributo per le riserve strategiche, la quota destinata alla compensazione delle emissioni di COโ‚‚ e lโ€™IVA dellโ€™8,1 per cento, calcolata sullโ€™intero prezzo; si parla di circa 90 centesimi. Evidentemente questo importo non puรฒ essere modificato dal benzinaio.

La seconda componente su cui si puรฒ fare poco sono il costo del carburante sui mercati internazionali, il cambio tra franco e dollaro, la raffinazione, il trasporto e tutta la logistica necessaria per far arrivare il prodotto fino alla pompa. Infine, ci sono i costi della singola stazione di servizio: personale, affitto, manutenzione, commissioni per i pagamenti elettronici, gestione dellโ€™impianto e, naturalmente, il margine commerciale.

E proprio su questo il gestore ha un impatto diretto. Si puรฒ cercare di guadagnare di piรน su ogni litro venduto oppure puntare su un prezzo piรน basso, cercando di attirare piรน clienti.

รˆ qui che il caso di Bellinzona diventa interessante. Il mercato dei carburanti ha una struttura particolare: i distributori sono numerosi, ma le grandi reti che contano davvero sono relativamente poche. In aggiunta, i prezzi sono esposti in modo molto visibile, lungo le strade e agli incroci, e ciascun operatore puรฒ vedere in tempo reale che cosa stanno facendo i concorrenti.

In economia, una situazione del genere viene spesso descritta come un oligopolio. Questo non significa che esista un cartello (accordo illecito), nรฉ che le imprese si mettano dโ€™accordo di nascosto per tenere alti i prezzi. Lโ€™oligopolio รจ unโ€™altra cosa: รจ un mercato nel quale pochi operatori importanti si osservano molto da vicino, conoscono bene le mosse dei concorrenti e reagiscono alle loro decisioni. รˆ subito evidente che se tutti tengono i prezzi alti e il prodotto ha una elasticitร  bassa (sensibilitร  minima alla variazione di prezzo), i consumatori vanno avanti a comperare il bene, pagano un prezzo elevato e tutte le aziende guadagnano. Ma quando entra un nuovo concorrente, soprattutto se arriva con una politica di prezzo aggressiva, quellโ€™equilibrio puรฒ cambiare. Gli altri devono allora decidere se lasciarlo fare, rischiando di perdere clienti, oppure adeguarsi. A Bellinzona, almeno in parte, sembra essere accaduto proprio questo.

Non sappiamo ancora quanto del ribasso che abbiamo visto dipenda dallโ€™apertura del nuovo distributore e quanto invece dallโ€™andamento generale delle quotazioni del petrolio, e non sappiamo nemmeno se i prezzi rimarranno bassi nei prossimi mesi. Quello che possiamo osservare, perรฒ, รจ che lโ€™arrivo di un nuovo operatore ha reso il mercato piรน attento e probabilmente anche piรน competitivo. E questo a vantaggio dei consumatori.

Ascolta

In fabbrica entrano i robot umanoidi: le nuove sfide sindacali

In evidenza

Si racconta che allโ€™inizio della rivoluzione industriale i lavoratori mettessero i sabot, gli zoccoli di legno, negli ingranaggi dei nuovi telai meccanici. La storia รจ probabilmente piรน leggenda che cronaca, ma lโ€™immagine resta potente: quando una macchina minaccia di cancellare un mestiere, chi lavora tende prima di tutto a difendersi.

Oggi i telai sono diventati robot umanoidi, software e intelligenza artificiale, ma la domanda rimane la stessa: che cosa succede a chi lavora quando una macchina diventa capace di svolgere una parte crescente del suo lavoro?

La vertenza Hyundai in Corea del Sud nasce qui. Il sindacato ha autorizzato โ€œlo sciopero contro i robotโ€ dopo il blocco delle trattative sul contratto che prevedevano richieste salariali e premi legati agli utili, ma anche e soprattutto garanzie sullโ€™occupazione davanti allโ€™arrivo dellโ€™automazione.

E questo perchรฉ Hyundai introdurrร  dal 2028 il robot umanoide Atlas: non come componente da assemblare, ma come lavoratore. Il sindacato non chiede di vietarlo, ma di negoziarne lโ€™ingresso: quali mansioni cambieranno, quali posti resteranno e che cosa accadrร  a chi non potrร  diventare tecnico. Hyundai sostiene che nasceranno nuovi lavori per formare e supervisionare i robot. Puรฒ essere vero, ma resta da capire se saranno nello stesso stabilimento, con lo stesso salario e per le stesse persone.

Vedete, in realtร  non siamo proprio di fronte a uno sciopero contro i robot, ma piuttosto in presenza di una vertenza sulle condizioni con cui i robot entreranno in fabbrica.

Il precedente caso di Samsung rende tutto ancora piรน interessante. Lโ€™azienda ha deciso di destinare il 10,5% dellโ€™utile operativo della divisione chip a premi per i dipendenti del settore semiconduttori e questo perchรฉ gli introiti dellโ€™intelligenza artificiale, a detta loro, non possono trasformarsi solo in utili per gli azionisti e remunerazioni per i vertici.

Sembra una buona idea, ma attenzione: un bonus resta una distribuzione annuale. Se robot, software e intelligenza artificiale aumentano in modo stabile il valore dellโ€™impresa, forse รจ arrivato il momento di discutere anche di partecipazione al capitale. Non come sostituto del salario, nรฉ come scommessa obbligata sulla propria azienda, ma come forma aggiuntiva di partecipazione. Il passaggio sarebbe rilevante: dal lavoratore che riceve un premio quando lโ€™azienda decide di concederlo, al lavoratore che partecipa anche alla crescita futura dellโ€™impresa.

Se una parte crescente della produttivitร  viene affidata alle macchine, la ricchezza che ne deriva dovrร  tradursi in salari migliori, piรน sicurezza, piรน tempo e maggiori opportunitร  per tutti. Altrimenti il progresso rischia di restare un vantaggio per pochi e di farci fare, nel complesso, un passo indietro invece che avanti.

L’Osservatore, 26.06.2026

Ascolta

Il franco si indebolisce: รจ una buona notizia? Dipende da dove guardiamo

In evidenza

Il franco svizzero questa settimana ha perso un poโ€™ di valore, dopo mesi in cui si era fortemente apprezzato rispetto alle altre monete. Il 19 giugno, secondo la BNS, un euro valeva 0,9238 franchi e un dollaro 0,8059 franchi (contro i record nei mesi precedenti sull’euro a 0,9007 e sul dollaro a 0,7655). Ma cosa significa, in concreto, che una moneta si rafforza o si indebolisce?

Il valore di una moneta non รจ fisso e si misura sempre rispetto a unโ€™altra. Dire che il franco si rafforza significa che con un franco possiamo comprare piรน euro, piรน dollari o piรน sterline di prima. Dire che si indebolisce significa il contrario. Facciamo un esempio semplice. Se un euro passa da 95 a 90 centesimi, il franco si รจ rafforzato: con 90 centesimi, invece di 95, compriamo un euro. Se invece un euro passa da 90 a 95 centesimi, il franco si รจ indebolito: per comprare un euro dobbiamo spendere qualche centesimo in piรน.

Quella che in apparenza potrebbe sembrare una faccenda da mercati finanziari influenza in realtร  la nostra vita di tutti i giorni. Vediamo come.

Se il franco si rafforza, le imprese svizzere che acquistano allโ€™estero petrolio, gas, componenti, materie prime o prodotti finiti li pagano meno in franchi. Una parte di questo risparmio puรฒ arrivare ai consumatori sotto forma di prezzi piรน bassi o almeno di rincari meno pesanti. รˆ anche per questo che il franco forte aiuta la Svizzera a contenere lโ€™inflazione che ricordiamo in era allo 0,6% in maggio, ben lontana dai livelli osservati in molti altri Paesi.

Avere una moneta solida, quindi attenua gli effetti dei rincari internazionali. Se il petrolio aumenta in dollari ma il franco si rafforza rispetto al dollaro, una parte di quellโ€™aumento viene assorbita dal cambio. Naturalmente non accade in modo automatico nรฉ immediato. Un distributore di benzina, un supermercato o unโ€™impresa non modificano i prezzi ogni mattina seguendo il cambio. Perรฒ, nel tempo, un franco forte rende meno costoso importare e riduce la pressione sui prezzi.

Ma qui arriva il punto delicato: le stesse imprese che beneficiano di acquisti esteri meno cari possono trovarsi in difficoltร  quando vendono i loro prodotti fuori dalla Svizzera.

Pensiamo a unโ€™azienda ticinese che esporta in Italia o in Germania. Se vende un prodotto a 100 euro, il ricavo in franchi dipende dal cambio. Con un euro a 95 centesimi, quei 100 euro valgono 95 franchi. Se lโ€™euro scende a 90 centesimi, gli stessi 100 euro ne valgono solo 90. Lโ€™azienda incassa meno, anche se non ha venduto un prodotto in meno.

Naturalmente unโ€™impresa puรฒ cercare di reagire aumentando il prezzo in euro. Ma cosรฌ rischia di diventare meno competitiva rispetto a un concorrente italiano, tedesco o francese. Lโ€™alternativa รจ assorbire il colpo e guadagnare meno. In entrambi i casi, un franco troppo forte mette sotto pressione margini, investimenti e, alla lunga, anche posti di lavoro.

Lo stesso vale per il turismo. Per un visitatore europeo, un albergo, un ristorante o un impianto di risalita svizzero diventano piรน cari quando il franco si rafforza.

Ecco perchรฉ il franco forte non รจ nรฉ una benedizione nรฉ una disgrazia. Dipende da dove guardiamo.

Per chi acquista beni importati, viaggia allโ€™estero o fa la spesa oltreconfine puรฒ essere un vantaggio. Per chi esporta, lavora nel turismo o vende servizi a clienti stranieri puรฒ diventare rapidamente un problema.

รˆ qui che entra in gioco la Banca nazionale svizzera. Il suo compito principale resta la stabilitร  dei prezzi. Ma per mantenerla non guarda solo allโ€™inflazione e ai tassi di interesse, ma anche al cambio. Per questo, nella decisione di questa settimana la BNS ha ribadito di essere pronta a intervenire sul mercato dei cambi se il franco dovesse rafforzarsi in modo rapido ed eccessivo. รˆ il paradosso del franco svizzero. La sua credibilitร  รจ una forza che se eccessiva puรฒ diventare uno svantaggio.

Ascolta

Elon Musk: il primo uomo da mille miliardi (ma non in contanti)

In evidenza

Elon Musk รจ diventato il primo trilionario della storia dopo la quotazione in borsa di SpaceX. La notizia รจ vera, ma va spiegata con precisione.

SpaceX ha debuttato al Nasdaq il 12 giugno 2026. Secondo Reuters, la societร  ha collocato circa 556 milioni di azioni a 135 dollari ciascuna (108 CHF), raccogliendo 75 miliardi di dollari (60 miliardi CHF). รˆ stata la piรน grande offerta pubblica iniziale mai realizzata. Al momento del collocamento, SpaceX valeva circa 1โ€™770 miliardi di dollari (1’410 miliardi CHF); durante la prima giornata il titolo รจ salito fino a 160,95 dollari (130 CHF), portando la valutazione della societร  oltre i 2โ€™000 miliardi (1’600 miliardi CHF).

Musk possiede circa il 38% del capitale. Sommando il valore della sua quota in SpaceX, le azioni e le opzioni Tesla e le partecipazioni nelle altre societร , Forbes ha stimato il suo patrimonio attorno ai 1โ€™100 miliardi di dollari (877 miliardi CHF). Reuters lo ha quindi indicato come la prima persona al mondo ad aver superato la soglia del trillion.

Questo non significa che Musk abbia mille miliardi in contanti. La sua ricchezza รจ costituita soprattutto da azioni e partecipazioni; per calcolarne il valore viene utilizzato il prezzo di mercato. Certamente รจ una ricchezza reale, perchรฉ puรฒ essere venduta o utilizzata come garanzia, ma รจ anche molto variabile. Se le azioni SpaceX o Tesla scendessero, Musk perderebbe decine di miliardi senza spendere un solo dollaro.

Anche la parola โ€œtrilionarioโ€ รจ problematica: nellโ€™inglese americano un trillion equivale a mille miliardi, mentre nella scala numerica italiana tradizionale questa cifra si chiama bilione (il trilione รจ un miliardo di miliardi). La formulazione piรน corretta รจ quindi che Elon Musk รจ diventato la prima persona con un patrimonio stimato superiore a mille miliardi di dollari.

Resta da capire perchรฉ SpaceX valga cosรฌ tanto. La societร  non costruisce soltanto razzi; controlla Starlink (la rete di satelliti che offre collegamenti internet anche nelle zone piรน isolate), dispone di contratti con la NASA e con il governo statunitense e opera in settori strategici come telecomunicazioni, difesa e intelligenza artificiale. Gli investitori non stanno quindi pagando soltanto i risultati di oggi, ma soprattutto ciรฒ che SpaceX potrebbe diventare domani. Qui si trova il punto piรน delicato. Nei documenti esaminati da Reuters, SpaceX ha dichiarato per il 2025 ricavi per circa 18,7 miliardi di dollari (15 miliardi CHF) e una perdita operativa superiore ai 4 miliardi 3,2 miliardi CHF). Ci troviamo dunque davanti a una societร  valutata oltre 2โ€™000 miliardi che non ha ancora raggiunto la redditivitร . Il mercato sta scommettendo su una crescita futura enorme: potrebbe avere ragione, ma potrebbe anche aver anticipato profitti che richiederanno molti anni o che non arriveranno nella misura sperata. Ma questo non cancella i risultati ottenuti. SpaceX ha ridotto il costo dei lanci, sviluppato razzi riutilizzabili e costruito una rete satellitare globale.

Infine, cโ€™รจ il tema del controllo: pur possedendo โ€œsoloโ€ circa il 38% del capitale, Musk conserva circa lโ€™85% dei diritti di voto.  Musk controlla imprese attive nellโ€™automobile, nello spazio, nelle comunicazioni, nellโ€™intelligenza artificiale e nei media. Una concentrazione di ricchezza di queste dimensioni comporta anche una concentrazione di potere economico e politico. Tutto suo, e probabilmente, tutto meritato.

Kevin Warsh, un โ€œuomo di Wall Streetโ€alla testa della Federal Reserve

In evidenza

Di solito il cambio alla guida di una banca centrale interessa soprattutto economisti, analisti e mercati finanziari. Nel caso della Federal Reserve, perรฒ, il discorso รจ diverso. Chi guida la Fed non influenza soltanto lโ€™economia americana. Influenza il costo del denaro mondiale, il dollaro, le borse e, indirettamente, anche lโ€™economia europea e svizzera.

A metร  maggio Jerome Powell ha lasciato la presidenza della Fed. Al suo posto Donald Trump ha scelto Kevin Warsh, ex governatore della Federal Reserve ed ex banchiere di Morgan Stanley. Un cambio importante sia dal punto di vista economico sia politico.

Molti si aspettavano che Trump, dopo anni di attacchi contro Powell e contro i tassi elevati, avrebbe scelto un presidente molto accomodante. Un uomo pronto a tagliare i tassi in fretta e a sostenere i mercati. Le cose, perรฒ, sono andate in modo un poโ€™ diverso.

Warsh รจ considerato relativamente rigoroso sul fronte dellโ€™inflazione. Negli ultimi anni ha criticato le politiche ultra-espansive del periodo post-Covid e la crescita enorme del bilancio della banca centrale americana. In altre parole, ha contestato lโ€™idea di una Fed sempre pronta a intervenire, comprare titoli e rassicurare i mercati. Il segnale รจ stato colto subito. Fino a pochi mesi fa molti investitori scommettevano su tagli dei tassi di interesse nel corso del 2026. Ora il quadro รจ meno chiaro. Qualcuno arriva persino a ipotizzare il rischio di nuovi rialzi, se lโ€™inflazione dovesse restare troppo alta.

Anche sul tema dellโ€™indipendenza della banca centrale i primi segnali sono stati meno prevedibili del previsto. Durante le audizioni al Senato, Warsh ha insistito molto sulla propria autonomia. Tanto che lo stesso Trump ha dichiarato che la Fed deve rimanere totalmente indipendente. Una frase non banale, se ricordiamo quanto siano stati difficili i rapporti tra Trump e Powell.

Sul piano della politica monetaria, diversi analisti si aspettano una Fed piรน sobria. Meno quantitative easing, cioรจ meno acquisti massicci di titoli finanziari. Meno interventi permanenti sui mercati. Piรน attenzione allo strumento classico dei tassi di interesse.

Detto in modo semplice: una banca centrale meno disposta a fare da pompiere universale ogni volta che i mercati prendono paura. Per lโ€™Europa e per la Svizzera non รจ un dettaglio. Una Fed piรน rigida puรฒ rafforzare il dollaro, influenzare i flussi di capitale e complicare le scelte delle altre banche centrali.

Sul piano politico, infine, questa nomina manda anche un messaggio preciso. Trump non ha scelto un outsider radicale. Ha scelto un โ€œuomo di Wall Streetโ€, dellโ€™establishment finanziario repubblicano e integrato nei circuiti economici tradizionali americani. รˆ un segnale che suggerisce prudenza e continuitร  almeno sul terreno monetario. Per questo, probabilmente, almeno per il momento, la reazione dei mercati รจ stata relativamente calma.

L’Osservatore, 30 maggio 2026

Oltre 14’000 disoccupati. I ticinesi vogliono lavorare

In evidenza

La disoccupazione in Ticino cresce. รˆ vero, non era necessario attendere gli ultimi dati perchรฉ sarebbe bastato prestare attenzione agli articoli  che annunciano la chiusura ogni giorno di una nuova azienda. La situazione si fa sempre piรน complessa, e in un territorio come il nostro non possiamo solamente limitarci a ritenere i conflitti geopolitici e le tensioni internazionali come unica causa. Purtroppo, la situazione economica del Cantone diventa sempre piรน preoccupante e persino le aziende storiche che operano sul territorio da decenni incontrano sempre piรน difficoltร .

E qui si inserisce il dato appena pubblicato relativo al tasso di disoccupazione in Ticino nel primo trimestre 2026. Come spesso capita anche questa volta il dato calcolato secondo il metodo dellโ€™Organizzazione internazionale del lavoro (ILO), che fa riferimento a metodi statistici basati su sondaggi telefonici, parla di un tasso del 7,6%, oltre 14โ€™000 persone che cercano un lavoro. Impressionante la differenza con il dato calcolato dalla Segreteria di Stato dellโ€™economia (SECO): in questo caso il tasso sarebbe solo del 3,2% e i disoccupati 5โ€™500.

Naturalmente conosciamo bene la natura differente di questi due indicatori: il dato SECO si basa esclusivamente sulle persone iscritte presso gli uffici regionali di collocamento. Abbiamo sempre detto che evidentemente questo numero รจ sottostimato, perchรฉ ci sono tantissime persone in cerca di lavoro che per una ragione o per lโ€™altra non rientrano in queste statistiche ufficiali.

Ma la questione non รจ un aspetto di secondo piano, oppure una problematica che riguarda solo gli economisti, anzi. Quando la differenza รจ cosรฌ grande, bisogna assolutamente che la politica economica del nostro Cantone ne tenga conto. Il tasso dellโ€™ILO รจ cresciuto dal 6,7% del quarto trimestre del 2025 e dal 6,6% dello stesso periodo dellโ€™anno scorso. Per trovare un tasso cosรฌ alto bisogna tornare al secondo trimestre del 2021, in piena crisi COVID.

Ora รจ il momento di agire. Ora รจ il momento di rimboccarsi le maniche. รˆ il momento che il lavoro, con tutte le sue difficoltร , torni a essere il tema principale della politica economica e sociale di questo Cantone.

Eppure, mentre la situazione non fa altro che peggiorare, il silenzio diventa sempre piรน assordante. Possibile che nessuno si preoccupi delle aziende che continuano a chiudere battenti e delle persone che oramai sono disperate? Ci si nasconde dietro alla finta illusione che bastino i sussidi, ma la gente vuole lavorare e vivere dignitosamente e autonomamente con il proprio stipendio.

Ascolta

Swatch, Audemars Piguet e lโ€™economia della fila

In evidenza

Il nuovo Swatch nato dalla collaborazione con Audemars Piguet non รจ solo un orologio. รˆ un piccolo caso di economia applicata. Lโ€™orologio si chiama Royal Pop ed รจ una combinazione tra la Royal Oak di Audemars Piguet, che รจ uno degli orologi di lusso piรน riconoscibili al mondo (famoso per la cassa ottagonale e per il bracciale integrato) e la cara vecchia linea Pop di Swatch. Il nuovo orologio costa circa 350 franchi, viene venduto solo in negozi selezionati e con una regola precisa: un pezzo per persona, per giorno e per negozio. Quella che sembra una normale operazione commerciale, in realtร  รจ molto di piรน.

Le file viste davanti ai negozi lo spiegano bene. A Lugano, cโ€™erano persone in attesa giร  da molte ore, alcune persino organizzate con sacchi a pelo. Scene simili sono state raccontate anche in altre cittร , dagli Stati Uniti allโ€™Asia. E qui nasce la domanda economica: perchรฉ qualcuno dovrebbe passare ore, o addirittura giorni, in coda per comprare un orologio da poche centinaia di franchi? Queste persone non comprano solo un orologio, comprano lโ€™accesso a un simbolo.

Audemars Piguet appartiene al mondo del lusso vero, quello dove non basta avere i soldi: spesso bisogna anche avere relazioni, pazienza, storia da cliente. Swatch prende un frammento di quel capitale simbolico e lo rende accessibile. Non democratizza davvero la Royal Oak, perchรฉ una Royal Oak resta una Royal Oak. Perรฒ permette a molte piรน persone di acquistare un oggetto che richiama quel mondo rendendolo pop.

รˆ la stessa logica che aveva funzionato con il MoonSwatch, la collaborazione tra Swatch e Omega che ha trasformato in versione accessibile il celebre Speedmaster, lโ€™orologio legato alle missioni lunari della NASA. Il consumatore non compra soltanto il materiale, il colore o il design: compra una storia. E in economia le storie contano perchรฉ influenzano la disponibilitร  a pagare dei consumatori. Il limite di acquisto e la vendita solo in determinati negozi fanno il resto della strategia. Se il prodotto fosse disponibile online in grandi quantitร , perderebbe molta della sua forza: la scarsitร  crea tensione, che a sua volta genera code davanti ai negozi e questo fa notizia che crea desiderio e che alimenta anche il mercato secondario, dove qualcuno spera di rivendere lโ€™orologio a un prezzo piรน alto.

Qui si vede una delle leggi piรน antiche dellโ€™economia: quando la domanda supera lโ€™offerta, il valore sale. Se, come รจ questo il caso, il prezzo ufficiale resta fisso, quel valore si sposta altrove: nel tempo passato in fila, nella capacitร  di arrivare prima, nellโ€™informazione giusta, oppure nel prezzo maggiorato della rivendita.

Per Swatch il vantaggio รจ evidente. Porta persone nei negozi, produce immagini, discussioni, articoli, post sui social. รˆ pubblicitร  generata dai consumatori stessi. Una volta le aziende compravano spazi pubblicitari. Oggi, quando lโ€™operazione riesce, sono i clienti a diventare parte della campagna. Gratis, o quasi. Anzi: pagando.
Dal punto di vista economico il caso รจ interessante perchรฉ mostra come funziona il consumo contemporaneo: non compriamo solo oggetti, ma compriamo appartenenza, racconto, raritร .

Ascolta

Foto della vetrina a Lugano

Commercio equo: giusto, ma non magico

In evidenza

Il 9 marzo si celebra la Giornata mondiale del commercio equo รˆ una buona occasione per parlare di un tema che spesso viene raccontato in modo troppo semplice: da una parte i buoni, dallโ€™altra i cattivi. Da una parte il consumatore consapevole, dallโ€™altra il mercato senza cuore. La realtร , come quasi sempre in economia, รจ piรน interessante.
Il commercio equo nasce da un problema vero. In molte filiere agricole globali (caffรจ, cacao, banane, tรจ, zucchero, cotone, fiori) il potere contrattuale รจ distribuito male. Da un lato ci sono grandi distributori, intermediari e multinazionali. Dallโ€™altro piccoli produttori, cooperative, lavoratori stagionali, spesso in Paesi poveri o con istituzioni fragili. In mezzo ci sono prezzi internazionali instabili, margini ridotti, poca trasparenza e condizioni di lavoro non sempre accettabili. Lโ€™idea del commercio equo รจ semplice: correggere almeno in parte questo squilibrio. Lo fa con alcuni strumenti: un prezzo minimo garantito, premi destinati alle comunitร , contratti piรน stabili, standard sociali e ambientali, divieto del lavoro minorile, attenzione alle condizioni di lavoro, maggiore trasparenza nella filiera.
Fin qui, tutto bene. Ma un economista deve fare anche la parte antipatica. Non per guastare la festa. Per evitare che la festa diventi una brochure.
Il commercio equo resta una piccola parte del commercio mondiale. Non cambia da solo le regole del mercato globale. Puรฒ migliorare la situazione di alcuni produttori, ma non elimina la dipendenza dai prezzi internazionali, dagli intermediari, dalla logistica, dai rapporti di forza commerciali. Inoltre, certificarsi costa. Servono procedure, controlli, burocrazia, capacitร  organizzativa. Non tutti i piccoli produttori riescono a permetterselo.
Anche la letteratura economica mostra risultati misti. In alcuni casi si vedono effetti positivi sul reddito, sulla stabilitร , sullโ€™organizzazione dei produttori e sulle condizioni di lavoro. In altri casi gli effetti sono limitati, incerti o dipendono molto dal prodotto, dal Paese, dalla cooperativa e dalla struttura del mercato.
Cโ€™รจ poi un altro punto, spesso dimenticato. Il commercio equo non dovrebbe farci perdere di vista i produttori locali. Anche qui, vicino a noi, molti agricoltori lavorano con margini stretti, subiscono la pressione dei prezzi, devono confrontarsi con costi elevati, norme complesse, concorrenza estera e grande distribuzione. Se compriamo caffรจ equo dal Perรน e poi ignoriamo il latte, le verdure, la carne, il formaggio o la frutta prodotti nel nostro territorio, manca un pezzo del ragionamento.
Non si tratta di mettere in contrapposizione il Sud del mondo e lโ€™agricoltore locale. Sarebbe una gara sbagliata tra fragilitร  diverse. Si tratta piuttosto di guardare alle filiere con lo stesso criterio: chi produce riceve un reddito dignitoso? Ha forza contrattuale? Lavora in condizioni corrette? Riesce a investire? Oppure resta schiacciato tra costi crescenti e prezzi imposti da altri?
Cโ€™รจ anche il rischio di usare il commercio equo come marketing della coscienza. Il prodotto certificato rassicura il consumatore: compro questo caffรจ, quindi ho fatto la mia parte. La scelta individuale conta, ma non puรฒ sostituire politiche commerciali piรน trasparenti, leggi sul lavoro, responsabilitร  delle imprese, controlli seri e regole internazionali piรน equilibrate.
E non dimentichiamo il prezzo. Dire โ€œcompriamo tutti equoโ€ รจ facile. Ma molte famiglie guardano il centesimo. Se un prodotto equo o locale costa di piรน, non tutti possono permetterselo. Non ha senso colpevolizzare chi ha un reddito basso. La sostenibilitร  non puรฒ diventare un lusso per consumatori benestanti.
E allora? Allora il commercio equo va preso per quello che รจ: uno strumento utile, non una bacchetta magica. Puรฒ dare piรน forza contrattuale ai produttori. Puรฒ rendere visibili costi sociali che il mercato spesso nasconde. Puรฒ spingere le imprese a spiegare meglio da dove arrivano i prodotti e in quali condizioni sono stati realizzati.
Il vero indicatore, perรฒ, non รจ solo il prezzo. E se dietro quel prezzo ci sono redditi dignitosi, lavoro sicuro, ambiente rispettato, comunitร  meno fragili e produttori meno ricattabili. Lontani o vicini che siano.
Il commercio equo non salverร  il mondo da solo. Ma ci ricorda una cosa importante: ogni prezzo racconta una storia. Il problema รจ che spesso il mercato ce ne mostra solo lโ€™ultima riga.

Primo maggio: il lavoro che manca

In evidenza

Il Primo maggio non รจ solo una ricorrenza. Non รจ una bandiera da tirare fuori una volta allโ€™anno, magari un poโ€™ stropicciata, per poi rimetterla nel cassetto. รˆ il giorno in cui dovremmo chiederci se il lavoro, in Ticino, permette ancora di vivere con dignitร . La risposta, purtroppo, รจ no.

Il nostro mercato del lavoro รจ fragile. Lo diciamo da anni. I salari ticinesi restano i piรน bassi della Svizzera. Nel 2024 il salario mediano nel settore privato era di 5โ€™393 franchi, con un divario ancora importante rispetto al resto del Paese. E quando guardiamo ai salari femminili, il dato scende a 4โ€™952 franchi. Non sono numeri astratti. Sono affitti, premi di cassa malati, spesa, figli, trasporti, bollette. Sono la vita quotidiana.

Il problema non รจ che in Ticino si lavori poco. Anzi. Il problema รจ che troppo spesso si lavora senza costruire sicurezza. Ci sono giovani formati che se ne vanno perchรฉ qui non vedono prospettive. Ci sono persone sopra i 50 anni che, dopo una perdita dโ€™impiego, diventano improvvisamente โ€œtroppo careโ€, โ€œtroppo vecchieโ€, โ€œtroppo esperteโ€. Tradotto: scartate. Ci sono madri che vorrebbero rientrare nel mondo del lavoro e trovano un mercato che perdona poco le interruzioni di carriera. Come se crescere figli fosse una vacanza lunga. Magari pagata pure bene, nella fantasia di qualcuno.

A tutto questo si aggiunge la particolaritร  ticinese: siamo un piccolo mercato del lavoro aperto su unโ€™area molto piรน grande, dove i salari sono piรน bassi. Ogni giorno entrano circa 80 mila frontalieri. Non sono loro il nemico. Sarebbe troppo facile, e anche sbagliato. Il punto รจ economico: quando lโ€™offerta di lavoro cresce molto e rapidamente, il salario viene messo sotto pressione. Il salario, piaccia o no, รจ anche il prezzo del lavoro.

Per questo parlare di dumping solo come abuso illegale รจ riduttivo. I controlli servono, certo. Ma non bastano. Perchรฉ il problema รจ strutturale. Nasce da un equilibrio che, per il Ticino, รจ diverso da quello del resto della Svizzera. La libera circolazione ha portato benefici al Paese, ma nel nostro Cantone ha prodotto anche costi sociali evidenti.

Ecco perchรฉ i Bilaterali III non possono essere discussi come se vivessimo a Berna, Zurigo o Lucerna. Qui la frontiera non รจ un concetto. รˆ una realtร  quotidiana. Se si rafforza il quadro degli accordi con lโ€™Unione europea, allora va rafforzata anche la protezione concreta dei salari e delle condizioni di lavoro. Non con slogan. Con strumenti veri.

Il Primo maggio dovrebbe ricordarci proprio questo: non basta avere un lavoro. Serve un lavoro che permetta di restare in Ticino, vivere con dignitร  e guardare avanti senza paura. E questo, prima ancora che economico, รจ un problema politico.

Inflazione, crescita e incertezza: lโ€™economia globale nel 2026

In evidenza

Lโ€™economia mondiale entra nella primavera del 2026 con un quadro meno uniforme di quanto sembri: la crescita regge, ma lโ€™inflazione torna a dare segnali di riaccelerazione in diverse aree. Secondo il Fondo monetario internazionale (FMI), lโ€™inflazione globale dovrebbe salire modestamente nel 2026 prima di riprendere a scendere nel 2027.

Nelle economie avanzate il rientro dei prezzi รจ stato piรน ordinato, ma non definitivo. Nellโ€™area euro lโ€™inflazione รจ risalita al 2,6% in marzo 2026, dal 1,9% di febbraio, soprattutto per effetto dellโ€™energia. Dentro il blocco, il quadro resta eterogeneo: Germania al 2,8%, Spagna al 3,4%, Italia allโ€™1,6%, Francia al 2,0%. La normalizzazione, dunque, non significa stabilitร  piena, ma una nuova fragilitร  legata ai prezzi energetici e alla domanda interna.

Negli Stati Uniti lโ€™inflazione annua รจ salita al 3,3% in marzo, spinta dallโ€™energia e dal rincaro dei carburanti. รˆ un livello ancora lontano dai picchi del passato, ma sufficiente a complicare il percorso della Federal Reserve, perchรฉ la disinflazione non รจ piรน lineare come nei mesi precedenti. Nel Regno Unito, lโ€™indice dei prezzi al consumo (Consumer Price Index, CPI) รจ salito al 3,3% in marzo e lโ€™indice armonizzato dei prezzi al consumo (Consumer Price Index including owner-occupiersโ€™ housing costs, CPIH) al 3,4%, segnalando che i servizi restano un punto di pressione importante. In entrambe le economie, il tema non รจ piรน soltanto frenare lโ€™inflazione, ma evitare che il costo della vita resti troppo elevato troppo a lungo.

In Asia il quadro รจ piรน sfumato. In Giappone lโ€™inflazione si รจ raffredata: in febbraio era allโ€™1,3%, sotto il target della banca centrale, con unโ€™inflazione di fondo allโ€™1,6%. In Cina, invece, i prezzi hanno mostrato un recupero moderato: lโ€™inflazione annua รจ stata dellโ€™1,0% a marzo, dopo un picco allโ€™1,3% in febbraio. Qui il problema opposto รจ evidente: non tanto lโ€™eccesso di inflazione, quanto la debolezza strutturale della domanda interna.

Il filo che unisce questi mercati รจ lโ€™energia. Lโ€™aumento dei prezzi petroliferi e delle tensioni geopolitiche si trasmette rapidamente ai consumi, ai trasporti e ai servizi, rendendo piรน difficile il lavoro delle banche centrali. Per le economie avanzate, questo significa una politica monetaria ancora prudente; per quelle emergenti, un rischio piรน serio di erosione del potere dโ€™acquisto e di instabilitร  macroeconomica.

La vera novitร  non รจ il ritorno dellโ€™inflazione alta, ma il ritorno dellโ€™incertezza. Dopo la fase piรน acuta dello shock post-pandemico, i prezzi non seguono piรน unโ€™unica direzione: in alcune economie accelerano, in altre rallentano, in altre ancora restano troppo deboli. รˆ questo disordine, piรน della cifra secca dellโ€™inflazione, a definire oggi la situazione economica delle principali nazioni.

Casse malati – Quando la realtร  presenta il conto alla politica

In evidenza

Il Consiglio di Stato ha presentato la proposta per attuare le due iniziative sui premi di cassa malati che chiedevano da un lato lโ€™aumento delle deduzioni fiscali, dallโ€™altro il tetto massimo del 10% del reddito destinato ai premi.

Il piano del Governo prevede unโ€™entrata in vigore graduale in due tappe. La prima, dal 2027, introduce un pacchetto da 61.4 milioni: 51 a carico del Cantone e 10.4 dei Comuni. Per avvicinarsi allโ€™obiettivo del tetto del 10%, si interviene sul sistema RIPAM (attualmente in vigore) ampliando i beneficiari di circa 8’000 persone, per una spesa stimata di 38 milioni. Parallelamente, le deduzioni fiscali aumentano del 20%, con un impatto di 23.4 milioni.

La copertura รจ costruita in modo equilibrato: metร  tramite tagli di spesa e metร  tramite nuove entrate. I risparmi toccano trasporti pubblici, asilo, assegni prima infanzia e scuola. Le nuove entrate arrivano da un aumento dellโ€™imposta sulla sostanza e da rincari sul registro fondiario.

A regime, dal 2029, le deduzioni saliranno ulteriormente e il sistema verrร  corretto in modo decisivo: si passerร  dal Premio Medio di Riferimento al Premio Medio Effettivo. รˆ un passaggio tecnico, ma fondamentale, perchรฉ riporta il calcolo sullโ€™effettivo costo sostenuto dalle famiglie e non su un dato teorico. Il costo complessivo si attesta attorno ai 130 milioni, con circa 215’000 beneficiari.

Il merito principale del documento governativo รจ quello di riportare il dibattito alla realtร . Durante la campagna, infatti, si รจ giocato su un equivoco rilevante: i benefici erano stati sovrastimati utilizzando il premio medio di riferimento, non quello realmente pagato. Questo ha gonfiato le aspettative, facendo immaginare risparmi molto piรน ampi, nellโ€™ordine di diverse centinaia di milioni (circa 400).

Oggi i numeri sono piรน sobri. La misura resta importante, ma รจ lontana da quanto prospettato. E soprattutto, emerge con chiarezza il tema delle coperture. I benefici hanno un costo e questo costo si traduce in tagli e in nuove entrate. Non รจ una sorpresa per chi ha familiaritร  con le politiche pubbliche, ma lo รจ per chi รจ stato portato a credere che il risultato sarebbe stato privo di conseguenze.

Il punto piรน delicato, a questo stadio, non รจ tecnico, รจ istituzionale. Quando una votazione si basa su aspettative sovrastimate e il tema del finanziamento viene rinviato, si crea una rottura. Il cittadino scopre che il beneficio รจ inferiore a quanto immaginato e che il prezzo da pagare รจ concreto. E qui la fiducia si incrina.

Negli ultimi anni questa dinamica, purtroppo, si ripete con una certa frequenza. Per questo รจ forse arrivato il momento di interrogarsi su come evitare che strumenti democratici complessi vengano ridotti a promesse elettorali. Perchรฉ quando la politica si allontana troppo dai vincoli della realtร , prima o poi รจ la realtร  che presenta il conto.

Da L’Osservatore, 18.04.2026

Ascolta

Ora legale: quanto vale un’ora di sonno?

In evidenza

Insieme alla primavera arriva puntualissima anche lโ€™ora legale. E con lei ci viene chiesto di rinunciare a unโ€™ora di sonno. Ma questo piccolo sacrificio serve davvero a qualcosa?

Per capirlo bisogna fare un passo indietro. Siamo nel 1784 quando Benjamin Franklin, inventore del parafulmine e volto delle banconote da 100 dollari, pubblica sul Journal de Paris una lettera satirica ancora attualissima. Non propone di spostare gli orologi: prende in giro i parigini che dormono troppo e consumano candele fino a notte fonda. La sua idea รจ semplice: svegliarsi prima, sfruttare la luce gratuita del sole e risparmiare. Franklin arriva perfino a stimare per Parigi un risparmio di 64 milioni di candele allโ€™anno. Tradotto in termini economici, significa meno costi per le famiglie e piรน risorse per altri consumi. Per stimolare i pigri immagina campane alle cinque del mattino, tasse sulle finestre chiuse e premi per chi usa meno luce artificiale. รˆ una provocazione, ma contiene giร  la domanda moderna: vale la pena cambiare abitudini per ottenere un vantaggio economico ed energetico?

Ancora oggi gli studi si dividono. Alcuni mostrano risparmi, altri no. Il punto รจ che non basta guardare alle lampadine: la luce serale in piรน non sempre compensa lโ€™energia richiesta da riscaldamento e climatizzazione.

In Svizzera una recente analisi dellโ€™Empa, il laboratorio federale per la ricerca sui materiali e la tecnologia, ha adottato uno sguardo piรน ampio, includendo anche gli edifici per uffici, il  riscaldamento e il raffreddamento. Il risultato รจ che, in un clima temperato come il nostro, lโ€™ora legale tende a ridurre il fabbisogno energetico complessivo. Ma il punto economico piรน interessante รจ un altro: piรน luce la sera significa piรน persone che escono dopo il lavoro, si fermano in un negozio, vanno al ristorante, fanno sport o partecipano a eventi. Commercio, turismo, ristorazione e tempo libero ne beneficiano direttamente. รˆ una scelta tecnica che modifica i comportamenti e quindi sostiene la domanda interna.

In Svizzera lโ€™ora legale รจ in vigore dal 1981, ma il dibattito resta aperto. Il Consiglio federale ha sempre ricordato che un cambio solo svizzero creerebbe una โ€œisola orariaโ€ nel cuore dellโ€™Europa, con effetti su trasporti, logistica e scambi con lโ€™Unione europea.

Ci sono poi effetti collaterali meno intuitivi. Piรน luce serale รจ stata associata a meno rapine in cittร  e a meno incidenti mortali nelle ore del tramonto.

Piรน incerto รจ il capitolo salute. Il cambio puรฒ alterare temporaneamente i ritmi circadiani, cioรจ il nostro orologio biologico e alcuni studi segnalano piccoli aumenti temporanei di ictus o infarti. Altri, invece, sottolineano piรน attivitร  fisica, piรน vitamina D e piรน tempo allโ€™aperto.

Il bilancio, quindi, non รจ perfettamente lineare. Sul piano energetico e sanitario i dati restano misti, ma sul lato economico i benefici legati ai consumi sono difficili da ignorare.

E forse รจ proprio questo il punto: non sempre serve una certezza matematica assoluta. Resta qualcosa di molto concreto, tornare dal lavoro con ancora il sole, fermarsi per un aperitivo, fare una passeggiata o una grigliata allโ€™aperto.

Franklin, probabilmente, lโ€™avrebbe detto cosรฌ: non si tratta solo di risparmiare candele. Si tratta di usare meglio la luce per vivere meglio. E in Svizzera, dove ogni scelta si intreccia con i rapporti europei, anche unโ€™ora di sole serale pesa piรน di quanto sembri.

Gli effetti concreti della guerra in Iran

In evidenza

Le conseguenze economiche di una guerra come quella attualmente in corso in Iran sono molteplici e si trasmettono rapidamente allโ€™intero sistema globale.

Il primo canale รจ quello energetico. Il rischio di interruzioni nello Stretto di Hormuz introduce una forte volatilitร  nei prezzi di petrolio e gas (arrivati agli oltre 100 $ per il Brent). รˆ vero che una parte rilevante di quei flussi รจ destinata alla Cina, ma proprio per questo lโ€™effetto รจ globale: se la Cina non trova piรน quelle forniture, si sposta sugli stessi mercati su cui acquistiamo noi. La domanda aumenta, lโ€™offerta si riduce, e i prezzi salgono. A poco servono, almeno nel breve periodo, i tentativi di contenimento: il rilascio di riserve strategiche da parte di alcuni Paesi e lโ€™annuncio dellโ€™OPEC di un aumento della produzione attenuano la tensione, ma non eliminano lโ€™incertezza.

Il problema รจ che il rincaro dellโ€™energia si trasmette a tutta la filiera economica. Petrolio e gas restano le principali fonti energetiche dei Paesi industrializzati. Aumentano i costi di produzione, i costi di trasporto, la logistica e, a cascata, i prezzi finali. Il risultato รจ pressione inflazionistica diffusa. Questo avviene in un contesto giร  fragile, caratterizzato da una domanda debole e da un rallentamento dellโ€™economia globale. รˆ qui che riemerge un rischio che sembrava archiviato: la stagflazione, cioรจ la combinazione di inflazione elevata, crescita bassa e aumento della disoccupazione.

In questo scenario, le banche centrali si trovano in una posizione scomoda. La Federal Reserve e la Banca centrale europea hanno recentemente deciso di lasciare invariati i tassi di interesse(rispettivamente 3,50-3,75% e 2%). Fino a poche settimane fa, un taglio sarebbe stato plausibile per sostenere consumi e investimenti. Oggi, perรฒ, il rischio inflazione impone prudenza. La politica monetaria resta in attesa, sospesa tra due obiettivi difficili da conciliare.

Lโ€™incertezza si riflette anche sugli altri mercati. Le materie prime e lโ€™oro registrano forti oscillazioni, alimentate anche da movimenti speculativi. Le borse mostrano una volatilitร  elevata: i settori piรน esposti, come il trasporto aereo, sono tra i primi a soffrire, mentre altri, in particolare lโ€™industria della difesa, registrano guadagni.

Anche il mercato valutario reagisce. Il franco svizzero si rafforza, confermando il suo ruolo di valuta rifugio. Lโ€™euro si indebolisce, mentre il dollaro tende a rafforzarsi. Tuttavia, anche qui domina la volatilitร : รจ bastato un segnale della Banca nazionale svizzera sulla possibilitร  di interventi sul cambio per muovere rapidamente le aspettative e indebolire fortemente la nostra moneta. Resta da capire quanto a lungo queste dinamiche potranno essere governate.

E in tutto questo, i cittadini? Sono lโ€™anello finale della catena. Subiscono lโ€™aumento dei prezzi, lโ€™incertezza sul lavoro e la perdita di potere dโ€™acquisto. รˆ qui che gli effetti della guerra diventano concreti: non nei grafici, ma nella vita quotidiana.

Lโ€™Osservatore, 21.03.2026

Benzina, ma quanto ci costi?

In evidenza

La guerra in Iran ha avuto effetti immediati sul prezzo della benzina. Molti se ne sono accorti andando a fare rifornimento: il pieno costa di piรน. E allora la domanda nasce spontanea. Comโ€™รจ possibile che un conflitto cosรฌ lontano produca effetti cosรฌ rapidi sui prezzi che paghiamo ogni giorno?

Per capirlo bisogna partire dal petrolio. In particolare dal Brent, il prezzo di riferimento del greggio estratto nel Mare del Nord e utilizzato come indicatore per il mercato mondiale. Nelle ultime settimane il prezzo รจ passato da circa 70 dollari al barile a oltre 110, per poi scendere attorno ai 90 dollari quando il presidente americano Donald Trump ha dichiarato che la guerra potrebbe finire presto. Ieri la quotazione รจ tornata vicino ai 100 dollari.

Questo movimento รจ importante perchรฉ la benzina deriva proprio dal petrolio. Quando la materia prima diventa piรน cara, prima o poi anche il prezzo alla pompa tende ad aumentare.

A questo punto perรฒ nasce unโ€™obiezione frequente. La benzina che compriamo oggi รจ stata prodotta settimane fa, con petrolio che costava meno. Perchรฉ allora il prezzo aumenta subito?

Qui entra in gioco una caratteristica economica del mercato della benzina: la domanda rigida. In economia si parla di elasticitร  della domanda, cioรจ della sensibilitร  dei consumatori ai cambiamenti di prezzo. Nel caso della benzina la domanda รจ poco elastica: anche se il prezzo sale, continuiamo a comprarla. Nel breve periodo รจ infatti difficile sostituire questo bene. Se dobbiamo andare al lavoro o accompagnare i figli a scuola, lโ€™automobile resta spesso indispensabile. Qualcosa di simile accade con alcuni farmaci: chi ha bisogno dellโ€™insulina continuerร  a comprarla anche se il prezzo aumenta molto.

Cโ€™รจ poi un secondo motivo. I distributori sanno che nei prossimi mesi dovranno acquistare petrolio piรน caro. Per questo anticipano una parte dellโ€™aumento giร  oggi, per non trovarsi in difficoltร  quando dovranno rifornirsi a prezzi piรน alti.

Esiste infine un fenomeno ben noto agli economisti, spesso descritto con lโ€™immagine della collositร  dei prezzi. I prezzi tendono a salire rapidamente quando i costi aumentano, ma scendono molto piรน lentamente quando le condizioni migliorano.

Il problema non riguarda perรฒ soltanto la benzina. Petrolio e gas restano fonti energetiche centrali nelle nostre economie. Se aumenta il costo dellโ€™energia, aumentano anche i costi di produzione delle imprese e spesso i prezzi dei beni. Lo stesso vale per il trasporto delle merci, che dipende direttamente dal prezzo dei carburanti.

Per questo gli economisti tornano a parlare di inflazione, cioรจ di aumento generale dei prezzi. E in un contesto di crescita economica giร  debole riappare anche il timore della stagflazione, la combinazione tra prezzi elevati e stagnazione economica con disoccupazione.

Per ora non siamo in questa situazione. Ma gli eventi delle ultime settimane ricordano quanto lโ€™economia mondiale sia interconnessa: anche una guerra lontana puรฒ arrivare molto rapidamente fino alla pompa di benzina sotto casa.

Guerra in Iran: petrolio, mercati e le prime conseguenze economiche

In evidenza

A una settimana dallโ€™inizio della guerra in Iran, i mercati mostrano giร  le prime conseguenze economiche del conflitto. Come spesso accade in Medio Oriente, il primo canale di trasmissione รจ quello energetico.

Le ritorsioni contro petroliere e infrastrutture nei porti di Fujairah negli Emirati Arabi Uniti e di Duqm in Oman hanno riportato al centro dellโ€™attenzione e dello scontro lo Stretto di Hormuz. Questo passaggio tra Golfo Persico e Oceano Indiano รจ uno dei punti piรน sensibili del commercio mondiale di energia: da qui passa circa un quinto del petrolio globale. Quando un nodo cosรฌ cruciale diventa instabile, i mercati inseriscono nei prezzi quello che gli economisti chiamano โ€œpremio per il rischioโ€, cioรจ una sorta di assicurazione contro possibili interruzioni delle forniture.

Il mercato petrolifero lo riflette chiaramente. Il Brent, il principale prezzo di riferimento internazionale del greggio, ha superato i 90 dollari al barile (ca. 70 CHF) per la prima volta da marzo 2024, guadagnando il 25% in piรน rispetto a una settimana fa. In scenari piรน estremi, se lo Stretto di Hormuz dovesse essere chiuso o fortemente limitato, alcuni analisti ipotizzano prezzi anche oltre i 120 dollari (94 CHF).

Le tensioni non riguardano solo il petrolio. Anche il mercato del gas naturale liquefatto mostra fragilitร , soprattutto dopo alcune sospensioni produttive in Qatar e difficoltร  logistiche verso Asia ed Europa. Per lโ€™Europa, giร  segnata dalla crisi energetica seguita alla guerra in Ucraina, questo significa tornare a confrontarsi con costi energetici piรน elevati, con effetti sui margini delle imprese e sul potere dโ€™acquisto delle famiglie.

I mercati finanziari hanno reagito nel modo tipico delle fasi di incertezza geopolitica. Gli indici azionari hanno registrato correzioni moderate mentre gli investitori si sono orientati verso beni rifugio come oro, dollaro, yen e franco svizzero che si sono rafforzati.

Secondo alcune stime preliminari, un conflitto prolungato potrebbe ridurre la crescita globale del 2026 di circa 0,3-0,5 punti percentuali e aumentare lโ€™inflazione di alcuni decimi se i prezzi dellโ€™energia restassero elevati per diversi mesi. Non si parla per ora di stagflazione (aumento dei prezzi e crisi economica con grande disoccupazione), ma certamente di un contesto piรน fragile.

Per lโ€™Europa gli effetti sarebbero soprattutto indiretti: un petrolio stabile attorno agli 85 dollari (66 CHF) potrebbe aumentare lโ€™inflazione di alcuni decimi e rallentare leggermente la crescita. Se invece i prezzi salissero oltre i 110 dollari (86 CHF), lโ€™inflazione potrebbe tornare verso il 3%, costringendo la Banca Centrale Europea a rallentare il percorso di riduzione dei tassi. Ma sappiamo quanto le previsioni in questo momento lascino il tempo che trovano.

La Svizzera parte da una posizione relativamente solida. Lโ€™inflazione resta sotto lโ€™1% e il franco forte aiuta ad assorbire parte degli shock energetici. Anche qui perรฒ lโ€™impatto non sarebbe nullo: crescita leggermente piรน debole e qualche decimo di inflazione in piรน.

Molto dipenderร  dalla durata del conflitto. I mercati guardano soprattutto a tre indicatori: prezzo del petrolio, sicurezza delle rotte commerciali e decisioni delle banche centrali. รˆ lรฌ che si giocherร  la vera onda lunga economica di questa crisi.

Ascolta

Dumping salariale: il problema vero e la risposta sbagliata

In evidenza

In Ticino il lavoro soffre. Innegabile. I salari sono piรน bassi della media svizzera, molti giovani qualificati partono, gli over 55 faticano a rientrare nel mercato del lavoro, le donne guadagnano meno degli uomini. Non รจ retorica. รˆ una dinamica che osserviamo da anni.

La domanda non รจ se il dumping esista. La domanda รจ da dove nasce. La libera circolazione delle persone ha modificato in modo strutturale il mercato del lavoro ticinese. Non รจ una colpa. รˆ un fatto economico.

Unโ€™economia piccola, confinante con unโ€™area molto piรน ampia e con salari medi inferiori, quando apre completamente il proprio mercato del lavoro, vede aumentare in modo significativo lโ€™offerta di manodopera. E quando lโ€™offerta cresce piรน rapidamente della domanda, il prezzo tende ad abbassarsi. Il salario รจ il prezzo del lavoro.

Attenzione, non significa che ogni impresa sfrutti. Non significa che ogni lavoratore frontaliero sia un problema. Significa che lโ€™equilibrio cambia. E quando cambia in modo permanente, le conseguenze diventano strutturali.

Il dumping non รจ solamente un comportamento illegale da reprimere. รˆ il risultato di una pressione sistemica nei settori piรน esposti alla concorrenza sui costi che gli accordi bilaterali hanno aumentato in Ticino. Una buona parte del resto della Svizzera ha ottenuto benefici, noi invece ne paghiamo il prezzo.

Ed รจ qui che entra in gioco lโ€™iniziativa anti dumping.

Lโ€™idea รจ chiara: piรน ispettori, piรน controlli, piรน verifiche. I controlli servono? Certamente. Risolvono il problema? No.

Per questo ritengo lโ€™iniziativa sbagliata, inutile e dannosa.

รˆ sbagliata nellโ€™impostazione, perchรฉ parte da unโ€™analisi errata del problema: la causa รจ strutturale, non legale.

รˆ inutile rispetto agli obiettivi dichiarati. Non aumenta i salari medi. Non trattiene i giovani. Non reintegra gli over 55. Non corregge il divario uomo-donna.

Ed รจ dannosa perchรฉ aumenta la spesa dello Stato e i costi per le aziende senza intervenire sulla radice del problema. Piรน controlli non significa salari piรน alti: si puรฒ ridurre qualche abuso, ma non si modifica lโ€™equilibrio del mercato.

Se la pressione salariale deriva da un cambiamento strutturale dellโ€™offerta di lavoro, servono politiche che incidano sugli incentivi e sul valore aggiunto dellโ€™economia. Investimenti in formazione mirata. Rafforzamento mirato dei contratti collettivi dove necessario. E soprattutto basta agli accordi con lโ€™Unione Europea.

In economia vale una regola semplice: se non cambi lโ€™equilibrio di mercato, non cambi il risultato. Possiamo moltiplicare le ispezioni. Possiamo irrigidire le procedure. Ma se lโ€™offerta resta ampia e competitiva rispetto ai livelli salariali locali, la pressione rimane.

Il dumping non รจ un incidente. รˆ una conseguenza.

E finchรฉ non affrontiamo la causa strutturale, non risolveremo nulla. I nostri giovani continueranno ad emigrare, le persone sopra i 55 anni finiranno in assistenza e le donne continueranno a guadagnare di meno.

Ascolta

Lโ€™imposizione individuale, specchio di una societร  che cambia

In evidenza

Le riforme fiscali sembrano spesso questioni tecniche. In realtร  raccontano molto di come una societร  vede il lavoro, la famiglia e lโ€™autonomia economica delle persone. Cosรฌ รจ per la votazione di marzo sullโ€™imposizione individuale.

Da oltre quarantโ€™anni in Svizzera si discute di equitร  fiscale tra coppie sposate e coppie non sposate. Il matrimonio puรฒ comportare un carico dโ€™imposta piรน elevato rispetto alla convivenza e giร  nel 1984 il Tribunale federale aveva richiamato il principio costituzionale di uguaglianza, evidenziando gli effetti distorsivi del cumulo dei redditi. La riforma introduce lโ€™imposizione individuale: ogni persona presenta la propria dichiarazione con reddito, sostanza e deduzioni.

Nel confronto internazionale la Svizzera resta unโ€™eccezione. Nei paesi dellโ€™OCSE la tassazione individuale รจ ormai prevalente (dai Paesi nordici ai Paesi Bassi, fino allโ€™Italia), mentre altri Stati adottano correttivi come lo splitting tedesco o il quoziente familiare francese. La tendenza generale รจ chiara: tassare la persona e non lo stato civile, in linea con mercati del lavoro sempre piรน fondati su carriere duali.

Il motivo economico รจ concreto. Lโ€™imposizione congiunta aumenta spesso lโ€™aliquota marginale sul secondo reddito, che nella maggioranza dei casi รจ quello femminile, riducendo gli incentivi alla partecipazione al lavoro. In un contesto di carenza di personale qualificato, la neutralitร  fiscale diventa una questione di efficienza oltre che di equitร .

In pratica, la riforma prevede la fine del cumulo automatico dei redditi, un adattamento della tariffa dellโ€™imposta federale diretta e un aumento delle deduzioni per figli. Come sempre, ci sarร  chi ci guadagna e chi ci perde: le coppie con doppio reddito e molti single vedrebbero un alleggerimento, mentre una parte delle coppie monoreddito potrebbe affrontare aumenti, in parte compensati dalle nuove deduzioni. Secondo le stime, circa il 50% dei contribuenti beneficerebbe di uno sgravio, il 36% resterebbe invariato e il 14% potrebbe pagare qualcosa in piรน.

Restano questioni aperte, come lโ€™aumento del numero di dichiarazioni fiscali e una riduzione del gettito federale stimata tra i 600 e gli 800 milioni di franchi. Le autoritร  ritengono perรฒ che una maggiore partecipazione al lavoro possa compensare almeno in parte questi effetti nel medio periodo, anche se le reazioni economiche non sono mai immediate.

Il punto, in fondo, non รจ solo fiscale. รˆ capire se il sistema tributario debba continuare a riflettere modelli familiari del passato o adattarsi a una societร  in cui lโ€™autonomia economica individuale รจ sempre piรน centrale. La domanda resta aperta: รจ giusto che contribuenti con identico reddito complessivo siano tassati in modo diverso solo in base allo stato civile? Su questo interrogativo, ancora una volta, la parola finale spetta al Popolo.

Da L’Osservatore, 21.02.2026

Ascolta

Ticino: siamo sempre i piรน poveri

In evidenza

Anche nel 2024 il Ticino vince la poco invidiabile classifica della povertร . Lโ€™Ufficio federale di statistica lo conferma: in Svizzera nessuno fa peggio del Ticino in quanto a povertร  e rischio povertร .

La soglia di povertร  รจ fissata a 2โ€™388 franchi per i single e 4’159 per una coppia con bambini.

Ebbene, il tasso di povertร  raggiunge il 16,5%, circa il doppio della media nazionale. Sono quasi 59โ€™000 persone che restano povere anche dopo lโ€™intervento dello Stato. I trasferimenti sociali (dalle rendite di vecchiaia alle altre prestazioni sociali) faticano a tenere in piedi un equilibrio fragile, ma senza di essi il tasso di povertร  in Ticino si avvicinerebbe addirittura al 50%. รˆ un dato francamente agghiacciante.

Ma non รจ tutto. Fin qui la povertร  conclamata. Ma cosโ€™รจ il โ€œrischio povertร โ€?

Esso รจ definito come un reddito inferiore al 60% della mediana: 2’645 franchi per una persona sola e a 5โ€™554 franchi per una coppia con due bambini. Qui il quadro รจ ancora peggiore: una persona su quattro in Ticino, oltre il 25%, รจ a rischio povertร . A livello nazionale รจ una su sei. In Ticino ci sono quasi 90โ€™000 persone a rischio povertร . Non una minoranza marginale, ma una parte consistente della nostra societร .

E non รจ tutto. Gli indicatori di deprivazione materiale e sociale โ€” cioรจ le rinunce concrete causate dalla mancanza di soldi, come far fronte a una spesa imprevista di 2โ€™500 franchi entro un mese o riscaldare adeguatamente la propria abitazione โ€” ci collocano tra le aree piรน fragili del Paese. Peggio di noi stanno solo nella regione del Lemano, la cui situazione รจ peggiorata molto nellโ€™ultimo anno.

Da anni segnaliamo un altro dato allarmante: il tasso di povertร  tra chi lavora. In Ticino รจ dellโ€™8,5% (12’400 persone), il doppio della media nazionale. Se i salari sono bassi, lavorare non รจ sempre sufficiente per sfuggire alla povertร . E sappiamo che in Ticino i salari sono i piรน bassi della Svizzera.

I gruppi piรน esposti alla povertร  rimangono gli anziani, gli stranieri, le persone con una formazione bassa, chi vive solo e le famiglie monoparentali, oltre a chi lavora con un grado dโ€™occupazione inferiore al 50%. Una parte rilevante del nostro Cantone.

Questa รจ la realtร  con cui dobbiamo fare i conti. E per affrontarla non basteranno cerotti, nemmeno se necessari, come i salari minimi sociali (grazie al cielo li abbiamo introdotti!). Serve invece il coraggio di arginare gli effetti negativi della libera circolazione delle persone e, soprattutto, di aprire finalmente una discussione sullโ€™economia che vogliamo in Ticino.

Perchรฉ la vera domanda รจ questa: vogliamo un Cantone in cui lavorare garantisca dignitร  e prospettiva, oppure uno in cui lโ€™unica possibilitร  di salvezza, quando arriverร  la pensione o quando i nostri figli diventeranno genitori, sarร  quella di trasferirsi oltre confine o al di lร  del Gottardo?

Ascolta

“Lo Stato non puรฒ stare a guardare”

In evidenza

Intervista di Beniamino Sali per Il Federalista -12.02.2026

Pochi sanno che il settore industriale rappresenta il 27% del PIL svizzero (il 21% di quello ticinese), al quale l’ambito finanziario contribuisce con il 10% (rispettivamente il 9%). รˆ l’industria, con le sue esportazioni, il vero polmone della nostra economia e del nostro benessere. Dagli imprenditori del settore giunge l’allarme, in termini insoliti: viviamo nel culto del libero commercio quando la concorrenza internazionale fruisce di imponenti aiuti pubblici, occorre che anche la Svizzera si doti di un’autentica politica industriale.

Partiamo dalle parole di Nabil Francis, CEO di Felco SA*. Due giorni fa sulla NZZ Francis ha descritto la Svizzera come un โ€œatleta pulitoโ€ che gareggia contro avversari ormai abituati al doping โ€“ protezionismo e sussidi statali. Il nostro Paese resterebbe ancorato a una fiducia quasi dogmatica nel libero commercio, con una buona dose di ingenuitร .

Francis sostiene quindi che una politica industriale statale non dovrebbe piรน essere un tabรน, nemmeno in Svizzera.

Amalia Mirante, economista, รจ docente SUPSI e parlamentare cantonale per la formazione di centro-sinistra Avanti con Ticino & lavoro.

Francis sostiene che la politica industriale non debba piรน essere considerata un tabรน in Svizzera. Trova anche lei che ci troviamo in una situazione di svantaggio competitivo e dobbiamo reagire, uscendo dal โ€œsi รจ sempre fatto cosรฌโ€?

Penso che parlare di politica industriale non sia affatto un tabรน, nemmeno per unโ€™economia liberale come quella svizzera, cosรฌ come non lo รจ per la maggior parte dei Paesi europei. Il punto non รจ se adottare una politica industriale, ma che cosa si intenda con questo termine. Piรน che di politica industriale in senso stretto qui si parla di una piรน ampia politica economica, che รจ sempre necessaria, indipendentemente dal contesto storico. Va perรฒ chiarito che molte prese di posizione come questa chiedono soprattutto sostegni mirati ad alcuni settori, in particolare alle industrie esportatrici e al tessuto di PMI che le accompagna. In questo senso non si tratta di una politica industriale neutrale, ma di interventi legati a specifici interessi di categoria.

Lei vedrebbe di buon occhio un ruolo piรน attivo della Banca Nazionale?

Ho forti riserve sullโ€™idea di una Banca Nazionale coinvolta in questi meccanismi: il suo ruolo รจ chiaro e limitato alla politica monetaria, alla stabilitร  dei prezzi, del sistema dei pagamenti e del quadro monetario complessivo, non alla politica economica o fiscale.

Perรฒ in qualche modo la fa, quando concentra i suoi investimenti sulle Big Tech americane. รˆ chiaro che debba investire in dollari, per ragioni monetarie, maโ€ฆ

… รˆ obbligata a farlo, la BNS fa quello che fa per assolvere i suoi compiti obiettivi. Dobbiamo riconoscere che fino ad oggi l’ha sempre fatto molto bene. Che poi adesso la nostra moneta abbia toccato livelli storici, rafforzandosi ulteriormente, non รจ certo responsabilitร  della Banca Nazionale. La quale potrร  cercare di agire, con i pochi strumenti a disposizione, ma gli Stati Uniti ci tengono nel mirino accusandoci di manipolazione della moneta, quindi sarร  piรน difficile.

La proposta del mondo industriale รจ di creare una sorta di fondo a sostegno alle imprese svizzere appunto per momenti come questo in cui c’รจ una grossa fluttuazione dei cambi.

Questa appunto รจ politica fiscale, non รจ piรน politica monetaria. Io non dico di no a priori a fondi di stabilizzazione a sostegno alle industrie nei momenti di bisogno, ma dico di no al fatto che sia la Banca Nazionale a farlo. La politica fiscale la deve fare lo Stato. I due enti devono assolutamente rimanere separati e indipendenti, pena la stabilitร  di una nazione dal punto di vista monetario. Lo vediamo in Paesi dove il Governo dร  ordini alla banca centrale o dove gli obiettivi politici vengono mescolati con quelli monetari: รจ un disastro.

La disputa non riguarda solo la Banca Nazionale. Una delle lamentele che provengono dal mondo dell’impresa manifatturiera รจ che le stesse banche commerciali non investono piรน nel settore.

Eh sรฌ, questo รจ un problema sicuramente importante. Ma anche qui, perรฒ, la leva deve essere sempre quella del Governo. E anche in questo caso bisogna fare in modo che il credito assolutamente arrivi. Poi dobbiamo essere anche abbastanza realisti e capire quali siano le richieste di crediti, perchรฉ solitamente le aziende, salvo le piccolissime, investono quando hanno prospettive di crescita e ricorrono al credito bancario โ€“diciamo- in ultima istanza; di regola raccolgono capitale in altro modo (investimenti, azioni).

Migliorare le condizioni quadro รจ uno dei comiti di una politica economica dello Stato. Per esempio, alleggerendo burocrazia che, in Svizzera, sembra essere un ostacolo piรน grande di quanto si immagini.

La questione della burocrazia e della sua riduzione va sempre un po’ in conflitto con la questione dei controlli e della garanzia di una certa sicurezza. รˆ chiaro: per essere certi che tutti svolgano le cose secondo le regole bisogna raccogliere dei dati. Pensiamo al mercato del lavoro, pensiamo alla qualitร  dei prodotti, eccetera.

Ricerca e sviluppo fanno pure parte di una politica economica. Attualmente siamo al 3% del PIL: non sarebbe una percentuale da ritoccare? Allโ€™insรน?

Va detto che la quota principale degli investimenti in ricerca e sviluppo รจ sostenuta dalle imprese private, perchรฉ rappresenta per loro un vantaggio competitivo: innovare un prodotto o migliorare un processo produttivo significa aumentare ricavi e occupare una miglior posizione sul mercato. In questo senso, la ricerca nasce soprattutto dallโ€™iniziativa privata. Lo Stato ha certamente un ruolo da giocare, ma diverso: quando investe in ricerca non lo fa per brevettare e vendere un prodotto, bensรฌ per sostenere conoscenza, formazione e innovazione di base. Da questo punto di vista, i politecnici, le universitร  e le scuole professionali svizzere svolgono giร  un lavoro di alto livello. Comunque, rispetto a un aumento di investimenti in questo campo, ci sarebbe sempre il rovescio della medagliaโ€ฆ

Allude a un ridistribuzione della spesa pubblica?

 Eh sรฌ, le risorse non sono illimitate: aumentare gli investimenti significa ridurre la spesa altrove oppure incrementare la pressione fiscale. Unโ€™alternativa potrebbe essere rafforzare gli incentivi fiscali per la ricerca privata, ad esempio attraverso una maggiore deducibilitร  dei costi di R&S, ma su questo servirebbe unโ€™analisi fiscale approfondita. Resta inoltre da capire se un eventuale aumento delle imposte sarebbe davvero sostenibile e condiviso dalle imprese.

Nellโ€™intervento di Nabil Francis si accennava anche alla necessitร  di accorciare le catene di approvvigionamento, di diventare piรน autonomi.

La Svizzera รจ storicamente un Paese privo di materie prime: possiamo discutere quanto vogliamo di autonomia, ma per esportare dobbiamo necessariamente importare. รˆ possibile rafforzare la stabilitร  delle relazioni internazionali, ma oggi non vedo unโ€™instabilitร  tale da giustificare allarmi immediati. Anzi, la Svizzera ha dimostrato nel tempo di saper mantenere buoni rapporti sia con lโ€™Occidente sia con lโ€™Oriente.

Sul piano delle catene di approvvigionamento, il tema riguarda piรน i semilavorati che le materie prime. Alcune produzioni potrebbero teoricamente essere riportate in Svizzera, ma bisogna chiedersi se ne valga davvero la pena. Un conto รจ farlo negli Stati Uniti, con un mercato di centinaia di milioni di consumatori, un altro รจ farlo in unโ€™economia di nove milioni di abitanti, con limiti evidenti di spazio e scala.

Insomma, non resta grande spazio, dal suo punto di vista, per una reale politica industriale da parte dello Statoโ€ฆ

Occorrerebbe una visione complessiva di politica economica e industriale, ed รจ piรน a livello cantonale che non nazionale che vedo un grande potenziale nello sviluppo di partnership pubblico-privato. Sempre a condizione, perรฒ, che il settore privato accetti che lo Stato agisca come un partner alla pari, con legittimi interessi e benefici, e non come un semplice erogatore di sussidi. Quando il guadagno ricade solo sul privato, non si parla piรน di partnership ma di sostegno pubblico.

Gli interventi dello Stato sono giustificati soprattutto nei momenti di difficoltร , per difendere posti di lavoro e competenze strategiche, e in questo senso non siamo diversi da altri Paesi: anche in Svizzera, quando necessario, si trovano soluzioni mirate, come nel caso dei costi energetici per alcune industrie strategiche (metallurgia). Tuttavia, una politica industriale troppo vincolante o direzionale non trova reale consenso nemmeno nel mondo economico.

*Azienda svizzera leader nel settore delle attrezzature per giardinaggio.

A Davos seppelliti trentโ€™anni di sicurezze economiche

In evidenza

Ogni anno Davos fa parlare di sรฉ. Piรน delle frasi ad effetto e dello show dei politici, perรฒ, conta il segnale che manda. E questโ€™anno il segnale รจ chiaro: molte certezze economiche degli ultimi trentโ€™anni stanno scricchiolando.
Al World Economic Forum (WEF) non si รจ discusso solo di crescita e tecnologia. Il punto vero รจ stato un altro: la globalizzazione non รจ piรน un dogma. Nel suo intervento, il segretario al commercio statunitense Howard Lutnick lโ€™ha definita senza giri di parole una โ€œpolitica fallitaโ€. Non per nostalgia, ma, a suo modo di vedere, per i risultati. Delocalizzazioni spinte, catene del valore lunghe e fragili, dipendenze strategiche emerse con brutalitร  durante la pandemia e, ultime in ordine di tempo, con le crisi geopolitiche. A detta sua, lโ€™efficienza ha vinto sulla resilienza, e il conto รจ arrivato.
Il messaggio รจ stato chiaro e condivisibile: non tutto puรฒ essere lasciato al mercato globale. Farmaci, semiconduttori, energia, industria di base non sono merci qualunque. Sono settori strategici dello Stato e della sovranitร  economica, intesa come capacitร  concreta di reggere gli shock. Anche sulla transizione verde europea i dubbi restano. Puntare alle โ€œemissioni zeroโ€ senza una strategia industriale comune rischia di spostare la dipendenza verso la Cina. Cambia il fornitore, non il problema.
Accanto a queste discussioni di fondo, Davos ha messo in scena uno dei suoi rituali piรน abituali. Quasi quattrocento milionari e miliardari di ventiquattro paesi hanno chiesto pubblicamente di essere tassati di piรน. Lโ€™appello denuncia la crescita della ricchezza e il suo impatto su disuguaglianze e democrazia. Si parla di influenza politica comprata, di potere concentrato, di distanze sociali che si allargano.
Qui sta lโ€™ambiguitร . La tassazione non รจ un atto simbolico nรฉ una scelta personale. รˆ una decisione politica, collettiva. Chiederla a Davos funziona come propaganda ben confezionata, meno come soluzione reale. Se il problema รจ davvero la concentrazione estrema della ricchezza, chi lo desidera puรฒ giร  devolvere risorse allo Stato, senza attendere riforme fiscali globali. Gli appelli fanno rumore, ma non aiutano le finanze pubbliche.
Infine, non possiamo tralasciare il ritorno della geopolitica nuda e cruda. Lโ€™idea che si possa โ€œcomprareโ€ la Groenlandia per ragioni di difesa nazionale ha un sapore antico. Ricorda un mondo che pensavamo superato, quello dei blocchi e delle sfere dโ€™influenza. E invece eccolo qui. La Guerra Fredda non ha piรน gli stessi attori, ma lโ€™illusione di un ordine globale pacifico รจ definitivamente finito.
Davos non offre risposte preconfezionate. Perรฒ mette a nudo le tensioni. La questione resta aperta: come tenere insieme apertura e protezione, mercato e decisione politica, crescita e coesione sociale. Far finta che il problema non esista non funziona piรน.

Da L’Osservatore, 24.01.2026

Fare sport aiutaโ€ฆ lโ€™economia!

In evidenza

Anche i n Svizzera il PIL resta lโ€™indicatore piรน usato per raccontare come va lโ€™economia. รˆ uno strumento utile, ma va letto con attenzione quando entrano in gioco i grandi eventi sportivi internazionali. Europei di calcio o Olimpiadi possono far crescere il PIL in modo temporaneo senza riflettere davvero la soliditร  dellโ€™economia. รˆ un effetto contabile, non ciclico, come mostrano anche diversi studi del KOF (il Centro di ricerca del Politecnico federale di Zurigo).

Per queste ragioni ha senso parlare di un PIL โ€œcorrettoโ€, capace di distinguere tra crescita strutturale e crescita legata a eventi eccezionali. Senza questa distinzione, un anno con grandi eventi puรฒ apparire migliore di quanto sia davvero e viceversa. Le conseguenze non sono neutre. Si rischiano valutazioni politiche sbagliate, soprattutto in ambito fiscale, salariale e monetario.

Detto questo, lo sport non รจ affatto un settore marginale. Lโ€™economia dello sport comprende un insieme molto ampio di attivitร : impianti, club, federazioni, servizi, turismo, media, sponsorizzazioni, abbigliamento, salute. รˆ un settore complesso e trasversale, che genera valore aggiunto, occupazione e gettito fiscale.

Misurarlo bene non รจ semplice. Per questo lโ€™Unione Europea ha sviluppato il Conto Satellite dello Sport e, piรน di recente, la metodologia Vilnius 3.0 che cercano di stimare gli impatti diretti e quelli indiretti. I dati Eurostat (2025, relativi al 2019) mostrano che lo sport pesa in media per il 3,4% del PIL europeo e per il 3,8% dellโ€™occupazione, con un moltiplicatore economico attorno a 1,7. Significa che per ogni euro speso nello sport si genera 1.70 euro.

In Svizzera i numeri sono piรน contenuti, ma tuttโ€™altro che trascurabili. Secondo uno studio dellโ€™Ufficio federale dello sport (2020), il settore sport nel 2017 ha generato oltre 11 miliardi di franchi di valore aggiunto, pari a circa lโ€™1,7% del PIL e quasi 100 mila posti di lavoro (2,4% dei posti totali). Gli Europei di calcio femminile del 2025, per esempio, hanno avuto un impatto forte e concreto: stadi pieni, grande visibilitร  internazionale e oltre 200 milioni di franchi di attivitร  economica generata, concentrata soprattutto su turismo, servizi e cittร  ospitanti. Un ruolo particolare In Svizzera lo coprono le organizzazioni sportive internazionali con sede nel Paese come FIFA, UEFA, Comitato olimpico internazionale, il cui impatto economico medio annuo รจ stimato in circa 1,7 miliardi di franchi.

Cโ€™รจ poi un aspetto spesso sottovalutato del settore โ€œeconomicoโ€ sport: la resilienza. Lo sport si comporta come un settore anticiclico. Nelle fasi di crisi economica la contrazione รจ piรน contenuta rispetto allโ€™economia nel suo insieme e il recupero tende a essere piรน rapido. รˆ un โ€œbene di lusso accessibileโ€: le famiglie rinunciano ad altro, ma difficilmente allo sport, anche per ragioni di salute e benessere.

Le sfide non mancano. Costi energetici piรน alti, tassi di interesse elevati, maggiore pressione regolatoria e concorrenza internazionale mettono sotto stress il settore. Proprio per questo servono analisi serie e politiche pubbliche capaci di distinguere tra effetti temporanei e dinamiche strutturali. Lo sport non รจ solo intrattenimento: รจ economia reale e, in tempi incerti, anche un fattore di stabilitร .

Svizzera 2026: crescita sรฌ, ma con prudenza

In evidenza

Anche questโ€™anno sotto lโ€™albero di Natale degli economisti sono arrivate puntuali le previsioni economiche della Segreteria di Stato dellโ€™economia (SECO) e del KOF, il centro di ricerche congiunturali del Politecnico federale di Zurigo. Per lโ€™anno prossimo i dati per la Svizzera non si discostano di molto nei due casi. Vediamo i principali della SECO.

Il prossimo anno dovrebbe essere caratterizzato da una certa stabilitร  economica, che ci porterร  a una crescita del prodotto interno lordo (PIL) dellโ€™1,1%. A sostenere questa crescita sarร  soprattutto la domanda delle famiglie. I consumi privati rappresentano circa il 50% dellโ€™intera produzione annuale e sono quindi una delle componenti principali della nostra economia.

Sul fronte dei consumi pubblici, invece, si dovrebbe registrare sรฌ un aumento, ma contenuto rispetto a quello dellโ€™anno in corso: +0,4% rispetto allโ€™1,3% del 2025.

Buone notizie arrivano anche dagli investimenti, che questโ€™anno hanno mostrato una riduzione sia nel settore delle costruzioni sia in quello dei beni di equipaggiamento, cioรจ gli investimenti produttivi. Nel 2026 la tendenza dovrebbe modificarsi, segnando un aumento dellโ€™1,6% nelle costruzioni e dello 0,7% nei beni di equipaggiamento. In questo caso lโ€™indicatore legato agli investimenti produttivi ricopre un ruolo molto importante perchรฉ ci permette di comprendere il sentimento degli imprenditori: se i macchinari vengono sostituiti o se se ne acquistano di nuovi, รจ il segnale che ci si aspetta maggiori vendite e quindi una fase piรน positiva per lโ€™economia.

Sul fronte del commercio estero รจ arrivata una buona notizia, anzi ottima: gli accordi sui dazi hanno consentito di ridurli, nel caso degli Stati Uniti, dal 39% al 15%. Questo elemento gioca un ruolo importante per quanto riguarda lโ€™aumento delle esportazioni, stimate per lโ€™anno prossimo allโ€™1,6%. La Svizzera non รจ un paese con grandi materie prime e, di conseguenza, per esportare beni deve prima importare materie prime e semilavorati, ai quali aggiungere valore in vista dellโ€™esportazione di prodotti finali. In questo contesto si conferma un aumento previsto delle importazioni dellโ€™1,3%.

La somma di tutte le componenti della domanda aggregata, ossia consumi privati, investimenti, spesa pubblica ed esportazioni nette, compone il prodotto interno lordo che, come dicevamo, crescerร  dellโ€™1,1%.

La notizia di una crescita รจ certamente positiva, ma dobbiamo interrogarci sul fatto che sia sufficiente a mantenere unโ€™occupazione stabile. Affinchรฉ non aumenti il tasso di disoccupazione, infatti, la vendita di beni e servizi deve crescere a un ritmo tale da compensare sia lโ€™aumento della popolazione attiva sia lโ€™aumento della produttivitร  legato al progresso tecnologico. In questo caso i dati per lโ€™anno prossimo non sono particolarmente confortanti: si prevede una crescita dellโ€™occupazione di appena lo 0,2% e un aumento della disoccupazione dal 2,8% di questโ€™anno al 3,1%.

Chiudiamo questo viaggio nelle previsioni con unโ€™ultima buona notizia: il livello dei prezzi per lโ€™anno prossimo รจ stimato praticamente stabile (+0,2%). Questo significa che almeno sul fronte dellโ€™inflazione la battaglia รจ stata vinta.

Naturalmente, come sappiamo, lโ€™economia รจ influenzata da moltissimi fattori, spesso difficili da prevedere. Per questo, come sempre, al di lร  delle previsioni, i conti li faremo con la realtร . E speriamo che sia una bella realtร .

Prezzi piรน stabili, economia incerta: la cautela delle banche centrali

In evidenza

Le principali banche centrali si muovono oggi in un contesto di disinflazione ormai avanzata, ma non ancora del tutto stabilizzata. Lโ€™inflazione ha rallentato e, in alcuni casi, ha raggiunto livelli coerenti con lโ€™obiettivo del 2%. Resta perรฒ elevata lโ€™incertezza macroeconomica, legata alla crescita, al commercio globale e allโ€™evoluzione del mercato del lavoro. รˆ questo quadro che spinge le autoritร  monetarie a muoversi con estrema cautela.

Negli Stati Uniti la Federal Reserve (Fed) ha tagliato i tassi di 25 punti base il 10 dicembre, portando il federal funds rate nellโ€™intervallo 3,50โ€“3,75%. Si tratta della terza riduzione consecutiva. I dati sullโ€™inflazione offrono un sostegno a questa scelta: lโ€™indice dei prezzi al consumo cresce a un ritmo annuo del 3% e lโ€™inflazione core (quella che non tiene conto dei prezzi altamente volatili dei generi alimentari e dei prodotti energetici) rimane stabile sullo stesso livello. Allโ€™interno del comitato di politica monetaria, tuttavia, non manca chi invita alla prudenza. Alcuni membri hanno infatti votato contro lโ€™abbassamento dei tassi, segnalando timori sulla tenuta complessiva del quadro macroeconomico.

Il presidente Powell ha ribadito la necessitร  di procedere con cautela. Le nuove previsioni per il 2026 vanno in questa direzione: la crescita attesa รจ pari allโ€™1,8%, mentre il tasso di disoccupazione รจ previsto in aumento fino al 4,5%. Ne emerge uno scenario di rallentamento piรน marcato rispetto alle stime precedenti.

Nellโ€™Eurozona la situazione appare ancora piรน delicata. Lโ€™inflazione annua si colloca al 2,2% a novembre, con una componente core al 2,4%. Si tratta di valori prossimi al target della Banca centrale europea (BCE), ma che non consentono ancora un cambio di passo. La crescita economica rimane debole, con una previsione di appena lo 0,8% nel 2026, mentre il settore dei servizi continua a esercitare pressioni sui prezzi e la dinamica salariale resta sotto stretta osservazione.

A pesare sulle scelte della BCE contribuiscono le tensioni geopolitiche e le incertezze sul commercio internazionale, in particolare sul fronte transatlantico.

La Svizzera, infine, rappresenta un caso a sรฉ. A novembre lโ€™inflazione รจ tornata esattamente a zero, confermando una situazione di piena stabilitร  dei prezzi. La Banca nazionale svizzera (BNS) ha quindi mantenuto il tasso guida allo 0% da dicembre, rivedendo al ribasso le proprie previsioni per il 2026, quando lโ€™inflazione attesa รจ stimata intorno allo 0,2%. Il rafforzamento del franco e la debolezza economica restano i principali fattori di attenzione. Al momento non vi sono indicazioni di un ritorno a tassi negativi, anche se il tema del cambio forte continua a occupare un ruolo centrale.

Per la Svizzera e il Cantone Ticino questo quadro di stabilitร  dei prezzi offre vantaggi in termini di competitivitร  per unโ€™economia orientata allโ€™esportazione. Allo stesso tempo, perรฒ, la debolezza della crescita impone cautela.

In definitiva, il messaggio che arriva dalle banche centrali รจ chiaro. La fase piรน acuta dellโ€™inflazione sembra alle spalle, ma il ciclo economico resta incerto. Le prossime decisioni non saranno dettate dalla politica o dagli equilibri elettorali, bensรฌ dallโ€™evoluzione dei dati su lavoro, inflazione e commercio. Una navigazione a vista, ma con il timone ben saldo.

Salari in Ticino: la sfida รจ trovare stabilitร 

In evidenza

Il divario salariale tra Ticino e Svizzera non si riduce, anzi si amplia: nel 2024 aumenta al 18,7%, contro il 17,6% del 2022. Non รจ un salto brusco, ma conferma una dinamica sfavorevole. Le ragioni sono strutturali. Storicamente il mercato del lavoro ticinese si รจ sviluppato senza una vera fase industriale e ha puntato su servizi, commercio e turismo, settori con salari mediamente piรน bassi e piรน sensibili allโ€™andamento economico. A ciรฒ si aggiunge la posizione di frontiera: ogni giorno entrano circa 80 mila frontalieri che accentuano la concorrenza sui salari e rendono piรน difficile garantire impieghi stabili e ben retribuiti ai residenti. La struttura occupazionale rimane fragile, con molti posti a basso valore aggiunto e una quota crescente di lavoratori che non raggiunge un reddito sufficiente, tra salari bassi, part-time non desiderati e forte precarietร .
รˆ perรฒ importante precisare che, se consideriamo solo i residenti, il divario con la media svizzera scende al 10,7%. La composizione della forza lavoro conta: un terzo dei lavoratori attivi รจ frontaliero e occupato in settori dove la pressione competitiva รจ maggiore.
I dati analizzati riguardano oltre 130’000 posti a tempo pieno, equivalenti a quasi 154’000 salariati. Guardando alla distribuzione salariale, il 10% che guadagna meno percepisce 3’710 franchi, il salario mediano (quello che divide a metร  la popolazione) รจ di 5’393 e il 10% piรน alto arriva a 9’620. I salari crescono, ma non in modo uniforme: si passa dallโ€™aumento dellโ€™1,5% del salario mediano al 3,6% dei salari piรน alti.
Accanto a questo quadro, alcuni settori registrano una riduzione dei salari rispetto al 2022. Non รจ ancora una tendenza, ma sono segnali da seguire con attenzione. La costruzione di edifici (circa 5’800 posti a tempo pieno) mostra un calo generalizzato; nellโ€™industria metalmeccanica di base (3’700 impieghi a tempo pieno) la diminuzione riguarda quasi tutte le fasce. Anche il commercio allโ€™ingrosso, un comparto di 10’000 posti, vede riduzioni nelle retribuzioni piรน basse e piรน alte. Un andamento simile emerge nei servizi finanziari non assicurativi (3’500 posti) e nelle attivitร  di ricerca e fornitura di personale, dove il calo รจ quasi ovunque. Lโ€™istruzione (oltre 1’300 impieghi) segna una riduzione diffusa mentre nei servizi sanitari, quasi 7’800 posti, la contrazione tocca soprattutto i salari piรน elevati.
Nel complesso i salari non crollano, ma alcuni settori arretrano. Per il Ticino la vera sfida รจ restare agganciato al resto della Svizzera. Per questo serve affrontare le cause strutturali del mercato del lavoro e proteggere ciรฒ che funziona, soprattutto in vista di una possibile nuova fase dei rapporti con lโ€™Europa: il Cantone non puรฒ permettersi ulteriori slittamenti. I dati non parlano di emergenza, ma indicano con chiarezza la necessitร  di una rotta solida.

Pubblicato da L’Osservatore, 06.12.2025

Ascolta

Quando le esportazioni rallentano, il PIL crolla

In evidenza

Tanto tuonรฒ che piovve. Il terzo trimestre chiude con un Prodotto interno lordo (PIL) in calo dello 0,5% rispetto al trimestre precedente. I dati del settore chimico-farmaceutico sono quelli balzati subito allโ€™occhio: โ€“7,9%. Perรฒ se guardiamo bene dentro i numeri, la storia interessante non รจ solo la frenata delle esportazioni: i consumi privati riescono ancora a dare un contributo positivo, mentre gli investimenti mostrano una debolezza sempre piรน strutturale. Soprattutto quelli in macchinari.

I consumi privati crescono dello 0,4%. Puรฒ sembrare poco, ma in un trimestre in cui la principale locomotiva industriale รจ ferma รจ un risultato importante. Le famiglie spendono di piรน per casa, energia e sanitร , ma tornano anche a frequentare ristoranti e hotel. Non รจ un โ€œboomโ€, ma รจ il segnale di una domanda interna resiliente, che compensa lโ€™assenza di slancio dallโ€™estero. รˆ una crescita migliore di quella di molti Paesi europei e, soprattutto, costante.

Il problema rimangono gli investimenti. Da tempo vediamo che la parte piรน innovativa e produttiva dellโ€™economia svizzera fatica a mettere risorse in nuovi strumenti di lavoro: quelli in beni di equipaggiamento scendono ancora, โ€“0,1%, dopo un trimestre giร  negativo (il terzo di fila). E la voce piรน debole รจ proprio lโ€™informatica, che dovrebbe essere lโ€™area piรน dinamica. Se le imprese investono poco in tecnologia dellโ€™informazione, lo fanno per due ragioni: o perchรฉ non vedono prospettive di crescita, o perchรฉ il contesto internazionale รจ troppo incerto. In entrambi i casi, non รจ un buon segnale per il 2026.

Anche le costruzioni non mostrano un buon andamento: โ€“0,2% negli investimenti e โ€“0,6% come settore. รˆ un comparto che normalmente anticipa i cambiamenti economici e che ora mostra, di nuovo, un raffreddamento. E qui torna utile incrociare il quadro macro con i dati del commercio estero appena pubblicati. Non basta dire che le esportazioni scendono dello 0,3% a ottobre: il rallentamento internazionale รจ esattamente il contesto in cui le imprese decidono se rinviare investimenti, assumere con prudenza o ridurre la spesa in innovazione.

Il risultato รจ unโ€™economia che sta in equilibrio grazie alle famiglie, mentre le imprese evitano mosse impegnative. La domanda interna regge, spinge, tiene il ritmo. Gli investimenti invece frenano la dinamica futura: senza un cambio di passo, rischiamo un 2026 con piรน stabilitร  che crescita.

Non siamo davanti a unโ€™economia malata, ma a una che si muove con cautela. I consumi fanno il loro dovere e lo fanno bene. Ma non sappiamo fino a quando. Ogni giorno leggiamo di grandi gruppi, anche internazionali, che annunciano licenziamenti e la cancellazione di migliaia di posti di lavoro. Gli investimenti raccontano un Paese che aspetta di capire dove va il vento. E finchรฉ le imprese restano prudenti, lโ€™unico motore davvero acceso resta quello delle famiglie. Che perรฒ cominciano a chiedersi se avranno ancora un posto di lavoro tra qualche mese. Lโ€™incertezza รจ il male peggiore per lโ€™economia, ma al momento non abbiamo alternative. Almeno sul fronte dei dazi la partita รจ andata a buon fine: altrimenti i guai sarebbero stati ancora piรน grandi.

I Krumiri non sono solo un biscottoโ€ฆ

In evidenza

Che succede ai Krumiri? Finalmente li abbiamo visti riapparire nello scaffale con la loro confezione rossa a marchio Bistefani. Ma perchรฉ erano spariti?

Bistefani era una azienda con una ย storia chiara: un marchio locale, riconoscibile, con un prodotto che le persone associano a ricordi concreti (io, per esempio, adoro mangiucchiare i Krumiri dโ€™estate al mare in veranda bevendo un Baileys ghiacciato con mia sorella e la mia figlioccia). Quando il gruppo Bauli acquisisce Bistefani nel 2013 e decide di integrare produzione, marchio e strategia, entra in gioco una dinamica classica di economia: sfruttare le sinergie, ridurre costi fissi, usare marchi multipli per aumentare la quota di mercato. Ma accade qualcosa che spesso le aziende ignorano: il valore reale del marchio non รจ solo nei bilanci, ma nella mente e nel cuore dei consumatori. Cambiare qualcosa di riconosciuto e riconoscibile come la confezione, il logo, il gusto significa toccare lโ€™essenza stessa del prodotto (agli economisti piace parlare difficile e quindi ecco qui il termine di brand equity). Se lo fai senza una narrazione forte, rischi di perdere tanto.

Nel caso dei Krumiri, la produzione viene spostata, la confezione cambia, il marchio Bistefani viene mescolato con Motta (altro marchio del gruppo). Tutto economicamente vantaggioso, se non fosse che per il consumatore โ€œqualcosa che cambia e non รจ piรน lo stessoโ€. Crollo delle vendite.

Un altro esempio lo troviamo con le caramelle Sugus. Il prodotto funzionava da decenni (quasi 100 anniโ€ฆ) con unโ€™identitร  semplice e forte. Cambiare ricetta o imballaggio significa rompere quella continuitร  che i consumatori danno per scontata. Il concetto tecnico qui รจ โ€œpath dependenceโ€ (il peso della storia): ciรฒ che conta non รจ solo il prodotto oggi, ma che cosa ha rappresentato ieri e come รจ arrivato a essere quello che รจ. Modificare anche piccoli elementi rischia di produrre disaffezione. Ed รจ quello che รจ capitato.

Poi cโ€™รจ Coca-Cola. Negli anni โ€™80 la sfida di Pepsi spinge Coca-Cola ad azzardare la โ€œNew Cokeโ€, una nuova formula per combattere la concorrenza che si รจ rilevata fallimentare. Successivamente, arriva la Light che non riesce pienamente a raccogliere lโ€™ereditร  del marchio originale perchรฉ si posiziona come โ€œbevanda da dietaโ€. Ma alla fine arriva la risposta strategica giusta: Cocaโ€‘Cola Zero. Si crea un nuovo prodotto, con identitร  nuova ;โ€œCoca-Cola senza zuccheroโ€, gusto vicino allโ€™originale, imballaggio forte che evita di trascinare con sรฉ tutti i limiti della Light. Funziona.

Riassumendo:  quando unโ€™azienda acquisisce un marchio storico e decide di cambiare qualcosa, dovrebbe valutare tre elementi chiave: la coerenza della , ricetta, marchio, immagine nel tempo; la percezione del consumatore; la segmentazione e posizionamento nel mercato. Ignorarli significa rischiare la perdita di fedeltร , anche se tutti i conti industriali quadrano.

Per chi dirige, per chi decide strategie, la lezione รจ che non รจ sufficiente integrare, razionalizzare, ridurre costi. Bisogna rispettare quel legame emotivo che il consumatore ha costruito con il marchio. รˆ lรฌ che risiede il vero valore. Se lo vivi come un elemento โ€œdi secondo pianoโ€, allora anche la strategia piรน raffinata rischia di diventare un grande fallimento.

Dazi USA: quando la politica si incarta, ci pensano gli imprenditori

In evidenza

Il 14 novembre 2025 arriva finalmente un poโ€™ di calma nei rapporti tra Stati Uniti e Svizzera. Dopo mesi di nervosismo sui dazi, le due parti hanno trovato un accordo: Washington taglia i dazi sulle esportazioni svizzere dal 39% al 15%. Una sforbiciata che non risolve tutto, ma riporta un poโ€™ dโ€™ordine in una relazione che negli ultimi tempi era diventata tesa.

Ovviamente lโ€™accordo non รจ piovuto dal cielo. La Svizzera ha accettato di togliere i dazi su alcuni prodotti americani e di introdurre quote preferenziali su carne di manzo, bisonte e pollame. Uno scambio abbastanza classico: continuare a commerciare proteggendo settori โ€œdelicatiโ€ dei due paesi.

A conferma che serviva muoversi in fretta, proprio ieri Swissmem ha reso noto un nuovo calo nelle esportazioni dellโ€™industria tecnologica, con metalli e meccanica sotto pressione. Un messaggio abbastanza chiaro: il settore non aveva piรน margine per aspettare.

E qui va detto chiaramente: lโ€™accordo non รจ merito solo delle diplomazie. Il 5 novembre diversi imprenditori svizzeri, quelli che negli USA investono, esportano e rischiano in prima persona, sono andati a trattare sul posto. Hanno spiegato cosa stava succedendo alle aziende, ai lavoratori e alle catene di fornitura. Hanno portato numeri e casi concreti, e hanno dato una spinta decisiva al negoziato. Non รจ la prima volta che il settore privato aggiusta dove la politica tentenna.

Sul fronte degli investimenti cโ€™รจ poi un impegno importante: circa 200 miliardi di dollari (160 miliardi CHF) di aziende private negli Stati Uniti entro il 2028, con focus su innovazione, tecnologia e formazione. Non รจ solo una cifra scenografica. รˆ il segnale di due economie (anche se con potere diverso) che sanno di essere piรน forti se collaborano.

Risultato: per le imprese svizzere si apre una fase un poโ€™ piรน stabile e un poโ€™ meno costosa. Buona notizia. Ma servirร  attenzione, perchรฉ il contesto globale resta turbolento, con tensioni economiche e geopolitiche che rendono il franco svizzero ancora piรน forte.

E questo, se troppo forte, diventa lโ€™ennesimo problema per lโ€™industria di esportazione. 

Segnali di debolezza nel mercato del lavoro ticinese

In evidenza

Il mercato del lavoro in Ticino inizia a mostrare segni di sofferenza anche nelle statistiche.
Le prime avvisaglie si potevano giร  intravedere nei dati pubblicati a fine agosto sugli impieghi creati nelle grandi regioni svizzere. A prima vista i dati sembravano positivi; i posti di lavoro creati sono aumentati nel secondo trimestre del 2025 di quasi 1โ€™550 unitร  rispetto ai tre mesi precedenti. Lโ€™incremento รจ stato addirittura di quasi 2โ€™400 posti di lavoro rispetto allo stesso periodo dellโ€™anno prima. Ma una lettura piรน approfondita ci portava a essere molto piรน prudenti. In effetti, il dato relativo ai posti di lavoro a tempo pieno era esattamente opposto: cโ€™รจ stata una riduzione di oltre 1โ€™500 posti rispetto al trimestre precedente e addirittura di quasi 2โ€™400 rispetto allโ€™anno prima. A crescere, difatti, sono stati principalmente i posti di lavoro di uomini e donne a tempo parziale.
Di per sรฉ questo non รจ per forza un dato negativo, ma lo diventa quando non cโ€™รจ una scelta volontaria, ma piuttosto unโ€™esigenza del mercato del lavoro. Nel nostro Cantone sappiamo che i salari sono molto piรน bassi che nel resto della Svizzera il che porta a dover ricorrere allโ€™aiuto dello Stato o a dover svolgere piรน di un lavoro. In entrambi i casi, i dati statistici ci confermano la debolezza del Ticino.
A confermare questa tendenza di un mercato del lavoro in sofferenza sono arrivate questa settimana anche le cifre del numero di frontalieri e della disoccupazione.
Nel primo caso, si conferma una certa stabilitร  attorno alle 80โ€™000 persone. Questa situazione puรฒ essere interpretata in due modi: da una parte il mercato ha raggiunto il suo livello di saturazione per la manodopera non residente, dallโ€™altra parte la situazione economica fa sรฌ che la crescita di impieghi sia veramente limitata.
Questa seconda ipotesi troverebbe conferma anche nei dati appena pubblicati dalla Segreteria di Stato dellโ€™Economia (SECO) sulla disoccupazione. Ricordiamo che questa cifra conteggia esclusivamente le persone iscritte presso gli uffici regionali di collocamento (con tutti i limiti del caso). Nonostante ciรฒ, in Ticino cโ€™รจ stata una crescita rispetto al mese scorso del 4,1% (ora si contano 4โ€™552 persone) e del 4,2% rispetto allo stesso mese dellโ€™anno precedente. Il tasso di disoccupazione si situa oggi al 2,7%.
La dinamica va nella direzione indicata anche dalle previsioni economiche: un rallentamento legato da un lato allโ€™instabilitร  geopolitica, dallโ€™altro al clima di incertezza che pesa sulle economie avanzate. Vedremo se i prossimi mesi confermeranno questa traiettoria o se avremo qualche segnale di inversione. Cosa che naturalmente ci auguriamo.

Ascolta

ยซCosรฌ rovinate il Ticino e i ticinesiยป

In evidenza

Le aziende โ€œrecluta frontalieriโ€ che pagano i dipendenti col minimo salariale sono in aumento.

BELLINZONA/ LUGANO – Camminano sul filo di lana. Rispettano la legge, pagando i dipendenti il salario minimo. Ma allo stesso tempo risultano dannose per il Ticino e per i ticinesi. Sono le “aziende recluta frontalieriโ€. Una vera piaga per la Svizzera italiana. Che si declina in varie forme. Strutture sanitarie, fabbriche, aziende di produzione. E tanto altro. ยซTutti guardano e nessuno fa nienteยป, sostiene Amalia Mirante, economista ed esponente del movimento Avanti Ticino&Lavoro, interpellata da tio.ch.

Aziende che rispettano il minimo salariale e che allo stesso tempo sono piene di frontalieri. Le domande dovrebbero sorgere spontaneamente.
ยซGrazie al cielo รจ stato istituito un minimo salariale, tra i 20 e i 20 franchi e 50 allโ€™ora, a dipendenza del settore. In passato avevamo situazioni da 12-13 franchi allโ€™ora. Ma non possiamo accontentarci. รˆ evidente qual รจ il giochino fatto da chi gestisce queste aziendeยป.

Spieghiamolo.
ยซArruolano quasi solo frontalieri perchรฉ con quella paga in Italia si vive. I residenti invece sono penalizzati: non vengono assunti e se vengono assunti non vivono senza lโ€™aiuto dello Stato. E i residenti a cui viene detto no, sono tanti: piรน di quelli che immaginiamoยป.

Se qualcuno reclama, non succede nulla.
ยซNo. Appunto. Perchรฉ la legge รจ rispettata. Ma resta comunque un gioco al massacro. Una guerra tra poveri. I residenti che lavorano in queste aziende fanno fatica ad arrivare a fine mese e questo non รจ sintomo di un Paese che si sviluppa, anziยป.

Chi vive qui, non ha quasi margini col salario minimo…
ยซFiguriamoci se riesce a risparmiare qualcosa: impossibile. Senza dimenticare che stipendi bassi equivale a pagare bassi contributi previdenziali che portano a ipotecare una vita difficile anche quando si arriverร  alla pensioneยป. 

Per forza di cose, questi residenti sono obbligati a ricorrere allโ€™aiuto sociale. 
ยซLa cosa grave รจ che giร  oggi tanti pensionati devono andarsene perchรฉ non ce la fanno piรน a vivere in questo Cantone. รˆ una situazione su cui bisogna intervenireยป.

Perchรฉ nessuno si sta opponendo a questo trend?
ยซLa politica dice che non si puรฒ fare niente. Non รจ vero. Certo, le direttive sul salario minimo sono dettate a livello federale. Ma ci sono i metodi per cambiare le cose, basta volerlo. Con le aziende si parla. Ed esistono anche altre possibilitร ยป.

Ad esempio?
ยซSi potrebbero incentivare diversamente le aziende virtuose. Perchรฉ il rischio รจ che anche quelle che fanno sforzi e sacrifici per dare salari maggiori e una qualitร  di vita ai loro collaboratori, quelle che non sfruttano il frontalierato per risparmiare sugli stipendi e guadagnare di piรน loro, presto o tardi saranno costrette a rivedere le loro posizioni per sopravvivere a questa concorrenza slealeยป.

Domanda schietta: alcuni politici hanno interessi personali nel mantenere questa situazione?
ยซMi auguro proprio di no. Perchรฉ altrimenti si giustifichino nei confronti dei cittadini di questo Cantoneยป.

Dโ€™accordo. Ma i Comuni per esempio? Non dicono nulla pur sapendo di avere sul loro territorio delle aziende fatte praticamente solo di frontalieri.
ยซInutile nascondersi. Nelle casse dei Comuni arrivano indirettamente dei soldi che derivano dalle imposte alla fonte. Ci guadagnano anche i Comuni da questa storiaยป.

Quanto dumping creano queste aziende?
ยซIl rischio รจ altissimo. Pensate se tutte le aziende facessero cosรฌ. E non si tratta solo di salari, la questione รจ ancora piรน grave. Da una parte, se continuiamo a consentire la presenza di migliaia di posti di lavoro che non riescono a garantire salari svizzeri sul nostro territorio, vuol dire che continuiamo a sviluppare un modello ticinese di โ€œCina (di una volta) della Svizzeraโ€ยป. 

E dallโ€™altra?
ยซDall’altra si parla di aziende che potrebbero pagare salari ben piรน alti, ma non lo fanno. E in questo caso, che prospettive professionali diamo ai nostri giovani se noi per primi non riconosciamo il valore delle competenze e delle qualifiche? Il nostro Cantone rischia di diventare un Cantone fabbrica dove si arriva al mattino, si lavora e si vive altrove la notte. Quando addirittura non si scappa del tutto. Cosรฌ si stanno rovinando il Ticino e i ticinesiยป.

Intervista di Patrick Mancini pubblicata su Ticinonline, 31.10.2025

Ascolta

Sanzioni e potere: cosรฌ si muove il prezzo del petrolio

In evidenza

In ottobre il prezzo del petrolio non ha risposto alla legge della domanda e dellโ€™offerta, ma alle decisioni dei governi. Il WTI รจ sceso fino a circa 57 dollari ed รจ poi risalito sopra 60, mentre il Brent รจ rimasto piรน alto e ha successivamente superato 65 dollari, non per motivi industriali ma per motivi geopolitici. Il Brent รจ il prezzo del petrolio del Mare del Nord destinato ai mercati di Europa, Africa e Asia, mentre il WTI รจ il petrolio estratto in Texas e destinato al mercato statunitense.

Gli Stati Uniti hanno colpito la Russia con nuove sanzioni su Rosneft, Lukoil e altri operatori energetici. Vietato lโ€™uso del dollaro e congelati beni negli USA. La risposta non รจ arrivata solo dal Cremlino ma dallโ€™Asia: Cina e India, principali acquirenti del greggio russo via nave, hanno sospeso parte degli acquisti per evitare sanzioni secondarie, cioรจ punizioni verso chi commercia con soggetti sanzionati. รˆ bastato questo per irrigidire i flussi.

Poi รจ toccato allโ€™Iran. Una nuova lista di sanzioni americane ha colpito oltre 50 navi e societร  legate alla โ€œflotta ombraโ€ di Teheran (lโ€™insieme di navi che trasportano petrolio eludendo sanzioni e tracciabilitร , usando bandiere di comodo, triangolazioni di porti e pagamenti fuori dai circuiti ufficiali). Il mercato ha reagito subito: il Brent รจ salito oltre 65 dollari e il WTI oltre 60.

Anche lโ€™Unione Europea รจ intervenuta. Bruxelles ha approvato il 19ยฐ pacchetto di sanzioni: eliminazione graduale del gas naturale liquefatto russo entro il 2027, blocco a oltre 100 petroliere legate alla flotta russa e restrizioni ai pagamenti in euro per soggetti che sostengono il commercio energetico di Mosca, anche se situati in paesi terzi.

Dalla metร  di ottobre i mercati non sono fortunatamente esplosi, ma sono rimasti tesi. Le scorte americane, in calo, hanno sostenuto i prezzi. Gli investitori perรฒ sono divisi: una parte teme nuova inflazione da energia, lโ€™altra pensa che il rallentamento industriale globale porrร  un tetto ai rialzi.

Oggi il WTI oscilla fra 59 e 61 dollari, mentre il Brent si muove su valori leggermente piรน alti, attorno ai 63โ€“65 dollari. Ma la questione non รจ tanto il livello del prezzo, quanto la volatilitร . Il petrolio non misura piรน il ciclo economico, misura lo stato dei rapporti di forza tra Stati.

E questo รจ il nodo politico: il petrolio non รจ piรน un carburante, รจ uno strumento di pressione. A guidare il prezzo non รจ lโ€™economia, รจ la politica. E finchรฉ sarร  cosรฌ, i mercati energetici resteranno instabili per definizione.

Ascolta

Una pensione a metร  per chi lavora a metร 

In evidenza

Uno studio appena pubblicato dalla Societร  degli Impiegati del Commercio Svizzera (SIC) e dalla Hochschule fรผr Wirtschaft Zรผrich (HWZ) mostra un problema noto ma ancora irrisolto: molti lavoratori e lavoratrici, pur avendo un impiego, restano esclusi dal secondo pilastro della previdenza professionale. Sono il 9,2%, quasi uno su dieci.
Il sistema LPP si basa sulla capitalizzazione individuale, che perรฒ si attiva solo oltre una soglia di reddito annuo, oggi 22โ€™680 franchi. Sotto questa cifra non si รจ assicurati e non si accumula alcuna rendita. รˆ un meccanismo pensato per un mondo del lavoro che non esiste piรน: quello a tempo pieno, stabile, con ruoli familiari tradizionali.
Oggi invece il 40% delle persone lavora a tempo parziale e circa lโ€™8% ha piรน impieghi. Chi divide le ore tra piรน datori o lavora su chiamata spesso non supera la soglia con nessuno di essi e i salari non si sommano: il risultato รจ la mancanza totale di copertura previdenziale.
Il fenomeno riguarda tutti, ma le donne sono le piรน colpite: lavorano part-time quasi tre volte piรน degli uomini e, nel commercio al dettaglio, oltre lโ€™80% di chi resta sotto la soglia รจ femminile. รˆ lโ€™effetto di carriere frammentate e di politiche familiari ancora troppo rigide.
Alcuni correttivi esistono giร : alcune casse pensioni permettono di ridurre la deduzione di coordinamento o di aderire volontariamente anche sotto la soglia; in altri casi conviene accorpare gli impieghi presso un datore principale. Per chi resta escluso, lโ€™unico strumento resta il terzo pilastro, che perรฒ non basta a compensare intere carriere โ€œscoperteโ€.
La tendenza รจ chiara: le nuove generazioni cercano flessibilitร , orari ridotti e lavori multipli. รˆ una scelta legittima, ma il sistema previdenziale non รจ stato progettato per questo. Se non cambiamo rotta, una parte crescente della popolazione rischia la povertร  nella vecchiaia.
Serve una riforma seria, che parta da piccoli passi come rivedere la soglia LPP, sommare i salari, favorire lโ€™affiliazione sotto la soglia, coordinare meglio II e III pilastro, ma che allo stesso tempo guardi lontano. Il nuovo mercato del lavoro, la bassa natalitร  e lโ€™aumento della speranza di vita impongono un ripensamento generale.
Forse dovremo pensare a due fasi distinte della vita: quella lavorativa e quella di pensionamento. Ma anche il sistema sociale e sanitario dovranno cambiare: invecchiare non รจ malattia, fa parte del decorso della vita.

La credibilitร  fiscale come variabile politica

In evidenza

Clamoroso pareggio tra Italia e Francia. Se fosse una partita di calcio, questo sarebbe il titolo migliore. Sรฌ, perchรฉ oggi Italia e Francia pagano lo stesso tasso dโ€™interesse per finanziare il proprio debito pubblico, segnale che i mercati percepiscono i due Paesi come rischiosi in misura simile.
รˆ un dato eccezionale se si considera la situazione di soli tre anni fa. In ottobre del 2022, poco prima dellโ€™insediamento di Giorgia Meloni e a pochi mesi dalla rielezione di Emmanuel Macron, lโ€™Italia per finanziare il suo debito pagava quasi il 4,8%, la Francia il 2,9%, la Germania il 2,4%. Oggi, le prime due sono entrambe intorno al 3,6%, mentre Berlino resta al 2,7%.
La differenza non sta nei numeri, ma nei percorsi. E la gestione delle finanze pubbliche ha giocato un ruolo determinante sia per lโ€™andamento dei tassi di interesse, sia per la stabilitร  politica.
Lโ€™Italia ha ridotto il deficit dallโ€™8% al 3,4% del PIL nel 2024, con lโ€™obiettivo di scendere sotto il 3% entro il 2026. La politica di bilancio รจ diventata un elemento di coerenza, basata su contenimento della spesa, maggiori entrate fiscali e un equilibrio tra rigore e sostegno agli investimenti. Il debito รจ cresciuto, ma accompagnato da stabilitร  politica e un miglioramento della reputazione internazionale.
La Francia ha seguito un percorso opposto. Il deficit รจ rimasto elevato (5,8% del PIL nel 2024), il debito ha superato il 116% e i rendimenti sui titoli di Stato hanno continuato a salire. Lโ€™instabilitร  politica, con sei governi in tre anni, ha indebolito la programmazione economica. In un quadro di instabilitร  parlamentare e tensione sociale, ogni tentativo di consolidamento dei conti pubblici si รจ rivelato impossibile.
Ne risulta un doppio paradosso: unโ€™Italia percepita come piรน affidabile, pur restando uno dei Paesi con il debito piรน alto dellโ€™Eurozona e una Francia che perde terreno, nonostante una tradizione di stabilitร  amministrativa. La credibilitร  fiscale รจ tornata a essere una variabile politica, non solo economica.
Anche fuori dallโ€™Europa la lezione รจ la stessa. Negli Stati Uniti, lo shutdown federale (la sospensione delle attivitร  del governo per mancato accordo sul bilancio) mostra che neppure la maggiore economia mondiale รจ immune da vincoli fiscali e tensioni politiche.
รˆ un segnale che riguarda anche le realtร  piรน piccole: il Canton Ticino si troverร  nei prossimi anni a gestire la crescita della spesa sociale e sanitaria, in un contesto di risorse pubbliche limitate.
La finanza pubblica non รจ mai neutra. รˆ il banco di prova della serietร  e della responsabilitร  politica. E oggi, come ieri, la stabilitร  e la serietร  si conquistano con i numeri, non con le parole.
Lโ€™Osservatore, 11.10.2025

Ascolta

Shutdown, governi che cadonoโ€ฆ e il Ticino?

In evidenza

Gli Stati Uniti sono in pieno shutdown (blocco di tutte le attivitร  pubbliche non essenziali) dallโ€™inizio di ottobre 2025. Il Congresso non รจ riuscito a trovare un accordo sul bilancio e la conseguenza รจ stata immediata: uffici chiusi, migliaia di dipendenti pubblici sospesi, servizi ridotti al minimo. Non รจ la prima volta che succede. Lโ€™ultima nel 2018โ€“2019. La paralisi durรฒ 35 giorni, con rimborsi fiscali bloccati, aeroporti in tilt e cittadini che avevano perso fiducia nello Stato. Ogni volta la lezione รจ la stessa: quando le finanze pubbliche traballano, la politica si inceppa e lโ€™economia reale paga subito il conto.

La teoria economica ci dice che la stabilitร  macroeconomica รจ una condizione necessaria per crescere. Un Paese non puรฒ accumulare debito allโ€™infinito senza rischiare di compromettere la fiducia. Se il tasso di crescita dellโ€™economia รจ inferiore al tasso dโ€™interesse reale pagato sul debito, la traiettoria non รจ piรน sostenibile. A quel punto, non รจ piรน lo Stato a guidare la politica economica, ma sono i mercati a dettare le condizioni.

Il meccanismo รจ semplice: piรน alto รจ il debito, piรน crescono gli interessi che sono il costo per finanziarlo. Ma piรน risorse vanno agli interessi, meno ne restano per scuola, sanitร , ricerca, infrastrutture. Invece di sostenere lo sviluppo, lo Stato si limita a rimborsare il passato. La stabilitร  macroeconomica non รจ quindi un lusso o una fissazione di alcuni economisti: รจ il prerequisito per mantenere competitivitร , attrarre investimenti e garantire ai cittadini servizi di qualitร .

La Francia lo ha sperimentato di recente: deficit elevato, debito fuori controllo, governi caduti uno dopo lโ€™altro perchรฉ incapaci di proporre una strategia credibile. Non basta annunciare correzioni, serve coerenza. Senza, il mercato reagisce: alza i tassi, riduce la fiducia e lโ€™instabilitร  diventa permanente.

E se pensiamo che sia un problema solo dei grandi Stati, sbagliamo. Il Cantone Ticino non ha il dollaro come moneta di riserva nรฉ il peso politico della Francia. Se scegliesse la scorciatoia del debito facile, si ritroverebbe subito con margini ridotti: meno spazio per investire, meno possibilitร  di dare risposte concrete ai bisogni dei cittadini. E basta poco perchรฉ i costi aumentino.

La conclusione รจ netta: finanze pubbliche sane non sono moralismo, sono buon senso. Senza stabilitร  macroeconomica, la politica diventa ostaggio del debito e perde la libertร  di scegliere.

Chi crede ancora che i debiti non si paghino puรฒ guardare lo spettacolo di Washington. Promesse, accuse incrociate, stipendi sospesi. Una sceneggiatura giร  vista, con un finale scontato: i debiti non spariscono. Non รจ magia, รจ contabilitร . E il conto, alla fine, lo pagano sempre i cittadini.

Ascolta

Trump, i dazi e la realtร : le Cassandre hanno sbagliato di nuovo

In evidenza

Il 2 aprile del 2025, quando il presidente Donald Trump ha annunciato al mondo lโ€™entrata in vigore di nuovi dazi, in molti hanno decretato la fine degli Stati Uniti. Gli esperti non si sono risparmiati: inflazione alle stelle, disoccupazione a livelli record, delocalizzazione delle aziende nel resto del mondo, ricercatori e accademici che sarebbero fuggiti da lรฌ a breve, isolamento internazionale.

Quasi nessuno si era preso la briga di leggere i rapporti che spiegavano quali fossero le logiche economiche che sottintendevano questa misura e quali gli obiettivi che si volevano raggiungere. Tra questi ricordiamo che lโ€™amministrazione americana ambiva ad aumentare il gettito fiscale per contribuire al risanamento del deficit, a riportare sul proprio territorio aziende internazionali dalle quali importava merci per milioni di dollari, a ridurre il valore della moneta americana per rendere piรน attrattive le esportazioni, ad abolire alcune regolamentazioni degli altri paesi che limitavano le esportazioni americane. E ancora, a fare in modo di esercitare pressione sui paesi affinchรฉ acquistassero titoli del debito pubblico americano a basso tasso di interesse e a lunghissima scadenza.

Dopo quel 2 aprile, abbiamo assistito a un andirivieni di ministri e di governi che si sono recati negli Stati Uniti per cercare accordi con il presidente americano. Lโ€™unico paese che non ha ritenuto necessario mandare uno dei suoi consiglieri federali negli Stati Uniti รจ stata la Svizzera. Risultato: tutti i paesi hanno ottenuto dazi sopportabili, la Svizzera รจ stata punita con un tasso del 39%.

E arriviamo alla notizia odierna. Trump ha annunciato che introdurrร  tariffe del 100% alle importazioni di farmaci, tranne per quelle aziende che hanno giร  stabilimenti produttivi negli Stati Uniti oppure che dimostreranno di volerlo fare con ingenti investimenti locali.

Probabilmente qualcuno degli esperti che ha ignorato finora ciรฒ che stava accadendo (non per malafede, ma per quel bias cognitivo che ci porta a selezionare le informazioni che confermano le nostre tesi), sarร  rimasto stupito nel leggere che le farmaceutiche svizzere dichiarano di non essere preoccupate di questa nuova imposizione.

E sapete perchรฉ? Perchรฉ, come spesso capita, lโ€™economia รจ piรน veloce della politica. Dal momento che le grandi aziende hanno intuito che il vento in termini di politiche commerciali era cambiato, si sono adoperate per rispondere per tempo alle possibili minacce.

E cosรฌ, per esempio, Apple aveva sin da subito annunciato investimenti miliardari negli Stati Uniti (lโ€™ultimo in agosto di 100 miliardi di dollari, ca. 86 miliardi CHF). Ma cosรฌ hanno fatto tante altre. Tra queste non sono mancate le aziende farmaceutiche svizzere, che hanno di fatto anticipato i tempi e dato risposta alle misure sul settore.

Se dovessimo tirare oggi le somme, a distanza di sei mesi dagli annunci di Trump, dovremmo riconoscere che le Cassandre anche questa volta hanno sbagliato. Lโ€™inflazione รจ sotto controllo. Il mercato del lavoro, anche se in rallentamento, tiene. Le entrate fiscali sono aumentate.

Gli Stati Uniti vanno avanti non solo a mantenere, ma probabilmente a rafforzare ancora di piรน il loro ruolo di potenza mondiale. E infine le aziende stanno investendo negli Stati Uniti ed รจ lรฌ che creeranno posti di lavoro. Speriamo non sulle spalle di noi svizzeri.

Ascolta

Cassa malati: tutti alla cassa!

In evidenza

Quando si parla di politiche pubbliche non si parte dagli slogan, ma da unโ€™analisi seria. Prima si capisce qual รจ il problema reale: serve davvero un nuovo programma o possiamo intervenire diversamente? Poi bisogna guardare ai fallimenti del mercato che vogliamo correggere: prezzi troppo alti, poca concorrenza, disuguaglianze. Da lรฌ si aprono le alternative, perchรฉ non esiste mai una sola soluzione e ogni opzione ha pro e contro.

Il passo successivo รจ il disegno del programma: chi ha diritto, con quali criteri, con quali limiti. Sembra un dettaglio tecnico, ma รจ il cuore della questione. Subito dopo arriva la parte piรน scomoda: prevedere come reagiranno i cittadini e le imprese. Perchรฉ non restano fermi, cambiano comportamento, e spesso in modo imprevisto.

A quel punto si valutano due cose: lโ€™efficienza โ€“ se il programma usa bene le risorse o crea sprechi โ€“ e la distribuzione, cioรจ chi ci guadagna e chi ci perde davvero. Qui si tocca il punto piรน delicato: i trade-off, i compromessi inevitabili fra equitร  ed efficienza.

Infine servono due condizioni di fondo: chiarezza sugli obiettivi โ€“ cosa vogliamo ottenere e perchรฉ โ€“ e consapevolezza che tutto passa dal processo politico. Senza consenso e senza fiducia, anche la misura piรน brillante sulla carta rischia di non funzionare.

In breve, fare una politica pubblica significa attraversare un percorso complesso, non scrivere uno slogan.

E veniamo alle iniziative sulle casse malati. Lโ€™intenzione รจ chiara: limitare il peso dei premi cassa malati ai cittadini. Ma se applichiamo i criteri di analisi appena visti, i conti non reggono. Trattiamo quella del 10%.

Giร  nel primo anno servirebbero circa 300 milioni. Gli iniziativisti sostengono che non tutti chiederanno lโ€™aiuto e quindi il costo sarร  minore. Ma un diritto non si calcola sulla speranza che qualcuno non lo eserciti. Lo Stato deve stimare i costi per il 100% dei cittadini. E non basta: i premi aumentano di anno in anno. Quello che oggi costa 300 milioni, nel 2027 potrebbe giร  diventare 330, poi 350, e cosรฌ via. Non ci sono analisi di medio periodo, solo calcoli statici sul primo anno.

Anche sul fronte delle entrate i conti non tornano. Un aumento del 10% delle imposte porterebbe circa 150 milioni, ma ne mancano altri 150. Si prova allora a inserire i 40 milioni dellโ€™aumento del valore di stima degli immobili: peccato che quei soldi sono giร  a bilancio per finanziare scuole, asili e ambiente e la metร  appartiene ai Comuni. Cosa facciamo, glieli togliamo? Ultima idea: aumentare lโ€™imposta sulla sostanza dal 2,5 al 3,5 per mille. Ma cosรฌ si mettono in discussione accordi giร  votati con la riforma fisco-sociale, con il rischio che le aziende ritirino i contributi che oggi sostengono asili nido e rette delle famiglie.

Cโ€™รจ poi un effetto meno visibile, ma altrettanto importante: se tanto paga lo Stato, i cittadini non avranno piรน interesse a cercare una cassa meno cara e le casse malati non avranno piรน incentivo a offrire premi piรน bassi. Il risultato? Ancora meno concorrenza e una spesa sanitaria destinata a crescere ancora.

Facendo i conti, il deficit del Cantone salirebbe subito oltre il mezzo miliardo giร  al primo anno. Perchรฉ non dimentichiamolo: noi purtroppo non siamo Zugo e i nostri conti sono giร  oggi sotto di 100 milioni. Poi arriveranno anche i nuovi oneri federali: la riforma EFAS, che vale da sola 200โ€“300 milioni, gli oneri della Confederazione e altre riforme come il valore locativo o la tassazione individuale, che possono pesare altri 150โ€“200 milioni. Totale: quasi un miliardo di buco.

E quando i soldi non ci sono, le strade sono sempre le stesse: aumentare le imposte a tutti, oppure tagliare beni e servizi. E i tagli, come sempre, colpiranno i piรน fragili: scuole, anziani, sociale, cultura, ambiente. Nessuno resterร  escluso.

Fare politiche pubbliche che rischiano di far deragliare le finanze dello Stato non รจ un gioco. รˆ un esercizio serio, non uno slogan elettorale. Prima servono analisi solide, poi proposte credibili. E allora la domanda รจ inevitabile: dove sono queste analisi?

Alla fine la scelta รจ nostra. Ognuno voterร  come crede ed รจ giusto cosรฌ. Ma bisogna sapere la veritร : il conto non sparisce. Non lo pagheremo piรน nella fattura della cassa malati, lo pagheremo con le imposte, con le rette degli asili, con i tagli ai servizi. Nessun miliardario verrร  a salvarci. Alla fine, a pagare, saremo sempre noi cittadini.

Testo in parte pubblicato sui portali

Quando a dettare le regole sono gli altri La travagliata storia dei rapporti Svizzera-USA

In evidenza

Oggi i rapporti tra Stati Uniti e Svizzera sono tra i piรน tesi di sempre. Ma non รจ una novitร  assoluta: i due Paesi condividono valori comuni, certo, ma questo non li ha mai messi al riparo da crisi ricorrenti, anzi. Le tensioni maggiori arrivano sui temi della neutralitร , di economia internazionale o sui temi finanziari.
Uno dei primi scontri importanti risale alla Seconda guerra mondiale. La Svizzera applicรฒ una politica di tolleranza zero contro chiunque violasse il suo spazio aereo: che fossero gli Alleati (Gran Bretagna, Stati Uniti, Unione Sovietica) o le potenze dellโ€™Asse (Germania, Italia, Giappone). Questo portรฒ ad abbattere diversi aerei statunitensi e alla morte di circa una quarantina di aviatori alleati. Ma anche gli Stati Uniti colpirono: nellโ€™aprile del 1944 durante il bombardamento di Sciaffusa uccisero tra i 40 e 60 civili svizzeri.
Dopo qualche decennio di calma apparente, le tensioni tornano negli anni 90 quando si scoprรฌ che alcune banche svizzere custodivano molti depositi appartenenti a vittime dellโ€™Olocausto. La pressione diplomatica di Washington e della comunitร  ebraica fu tale da costringere la Svizzera ad allentare il segreto bancario e creare ingenti fondi di compensazione.
Quel segreto bancario, sopravvissuto a lungo, ricevette il colpo definitivo nel 2009, quando in piena crisi finanziaria, gli Stati Uniti citarono in giudizio UBS ottenendo i dati di quasi 52โ€™000 americani con conti in Svizzera.
Sul fronte commerciale il gelo risale al 2006 quando i negoziati per un accordo di libero scambio naufragarono per divergenze in materia agricola e sugli organismi geneticamente modificati.
E arriviamo al presente: il 7 agosto 2025 lโ€™amministrazione Trump annuncia dazi fino al 39% su molte esportazioni svizzere, in particolare nei settori come orologeria, cioccolato, macchinari di precisione. La tariffa รจ la piรน alta mai applicata a un paese sviluppato. Lโ€™atto viene percepito come punitivo e il danno potenziale alle esportazioni รจ significativo. Tanto รจ stato scritto sullโ€™incapacitร  diplomatica e politica svizzera e su questa non torneremo.
Come se non bastasse, รจ di pochi giorni fa unโ€™altra grana: gli Stati Uniti negano di aver mai accettato un prezzo fisso per lโ€™acquisto degli F-35 che Berna riteneva di aver giร  concordato. Il risultato รจ che se la Svizzera vorrร  gli aerei dovrร  accettare un aumento compreso tra i 650 milioni e 1,3 miliardi di franchi rispetto ai 6 miliardi stimati inizialmente.
Questa non รจ e non sarร  la prima nรฉ lโ€™ultima volta che Berna e Washington si trovano ai ferri corti. Le tensioni, come in passato, verranno superate. Ma non illudiamoci: la piccola Svizzera non ne uscirร  vincitrice. Inutile pensare di essere potenti: in uno scontro cosรฌ asimmetrico, il campo da gioco, le regole e perfino il pallone appartengono allโ€™avversario.

Pubblicato da L’Osservatore, 16.08.2025

Ascolta

Quando muoversi per primi diventa un errore

In evidenza

Alla fine del 2024, la SSR ha spento le trasmissioni radio FM con due anni di anticipo sulla scadenza di legge (in Europa dopo la Norvegia รจ la seconda nazione a farlo). Il risparmio stimato รจ di 15 milioni su un budget di oltre 1,6 miliardi: meno dellโ€™1%. Una cifra modesta, che ha prodotto perdite dโ€™ascolto pesanti.
La SSR ha minimizzato lโ€™impatto, parlando di risultato โ€œin linea con le atteseโ€. Ma, aldilร  delle attese, le cifre sono impietose. In alcune regioni la perdita netta di ascoltatori รจ stata tra il 25% e il 40% in pochi mesi. Nessun imprenditore avrebbe agito senza contromisure, strategie di fidelizzazione o un piano condiviso con il settore. Anche chi gestisce fondi pubblici dovrebbe evitare rischi simili.
I dati sono chiari, purtroppo. Rete Uno ha perso oltre il 25% degli ascoltatori, Rete Tre quasi il 40%. Le radio private ticinesi, rimaste in FM, hanno visto crescere gli ascolti. Anche le radio italiane e francesi stanno colmando il vuoto lasciato dalla SSR.
In economia si parla spesso di โ€œfirst mover advantageโ€: chi si muove per primo puรฒ fidelizzare il pubblico e creare lo standard. Ma muoversi troppo presto significa rischiare di perdere utenti non pronti e regalare vantaggi ai concorrenti. รˆ quanto accaduto alla SSR e al servizio pubblico: le private hanno raccolto gli ascoltatori lasciati indietro, mentre le radio straniere continuano in FM senza vincoli, conquistando pubblico. Lโ€™ascoltatore che non si รจ adattato al DAB+ ha semplicemente cambiato canale.
Esempi come Amazon, Netflix o Kelloggโ€™s dimostrano che essere primi puรฒ funzionare solo se il pubblico รจ pronto, lโ€™offerta chiara, la comunicazione efficace e soprattutto se si riesce a costruire un reale vantaggio competitivo. Nel caso SSR, molti di questi elementi mancavano.
Il problema non รจ solo tecnico, ma sociale: la SSR, servizio pubblico, dovrebbe garantire accesso e inclusione. Spegnere le FM ha escluso, anche solo temporaneamente, chi รจ meno digitale: anziani, persone meno abbienti, utenti in zone periferiche.
Dopo aver cercato lโ€™accordo con le private, la SSR ha agito da sola. Le radio private possono restare in FM fino al 2026 e stanno crescendo senza sforzi straordinari, semplicemente restando dove il pubblico cโ€™era giร . La mossa della SSR appare piรน un atto azzardato che una strategia di sistema: nessuna vera alleanza col settore, nessun piano congiunto.
E non finisce qui. Finchรฉ le radio private svizzere restano in FM, il danno รจ contenuto. Ma se anche loro saranno obbligate a spegnere, il rischio รจ di lasciare il mercato FM svizzero alle emittenti straniere.
Muoversi per primi non รจ un errore, lo diventa se non porti nessuno con te. La scelta di spegnere le FM poteva avere senso, ma fatta in solitaria e senza una strategia condivisa, ha prodotto esclusione, disaffezione e vantaggi per la concorrenza. La fiducia รจ un capitale lento da costruire e facile da perdere: la SSR oggi paga il prezzo del non aver avuto dubbi.
Lโ€™Osservatore, 12.07.2025

Svizzera: le notizie che non fanno notizia

In evidenza

Questa settimana lโ€™economia svizzera ha dato lโ€™impressione di dormire sonni tranquilli. Nessun terremoto, pochi scossoni (per fortuna, aggiungiamo noi). Ma attenzione: anche la calma va letta. Dietro i dati piatti ci sono storie e cambiamenti che meritano uno sguardo piรน attento.

Il tasso di disoccupazione nazionale calcolato dalla Segreteria di Stato dellโ€™Economia (SECO) a giugno resta fermo al 2,7%, come il mese scorso. A prima vista, tutto regolare. Ma la realtร  รจ piรน sfumata, soprattutto per il Canton Ticino.

Il dato SECO si basa sulle persone iscritte agli Uffici regionali di collocamento (URC). รˆ utile per monitorare le dinamiche istituzionali, ma non rappresenta lโ€™intera platea dei disoccupati. Se guardiamo invece al tasso armonizzato ILO, che include anche chi cerca lavoro senza passare dagli URC, il Ticino va oltre al 6%. รˆ piรน del doppio rispetto alla media nazionale SECO ed รจ un segnale da non sottovalutare.

A questo si aggiunge una dinamica ben nota: la pressione del frontalierato che continua ad avere un impatto importante sul mercato del lavoro ticinese. Il differenziale salariale tra Italia e Svizzera rende il lavoro in Ticino molto attrattivo per i lavoratori frontalieri. Questo fenomeno, in un contesto di concorrenza sul costo del lavoro, puรฒ rendere piรน difficile per i residenti trovare impiego o mantenere salari competitivi, generando frustrazione e, in alcuni casi, un vero e proprio scoraggiamento. รˆ anche uno dei motivi per cui molti disoccupati ticinesi non si registrano agli URC, pur cercando attivamente un lavoro.

Insomma, non tutto il lavoro che manca si vede nei numeri ufficiali. E questo vale in particolare in regioni di frontiera come la nostra.

I prezzi restano stabili. A giugno, lโ€™indice nazionale dei prezzi al consumo (IPC) รจ immobile a 107,5 punti. Lโ€™inflazione annua รจ appena +0,1%. In tempi in cui molti Paesi faticano a contenere i prezzi, la Svizzera si conferma unโ€™isola di stabilitร .

Non mancano piccole variazioni (sanitร  e ristorazione un poโ€™ su, energia in lieve calo), ma il quadro generale non desta preoccupazioni. Chiaro: lโ€™inflazione bassa aiuta chi consuma, ma puรฒ frenare chi investe o chi spera in una spinta salariale. Anche qui: calma apparente e qualche contraddizione in sottofondo.

Il dato che ha fatto piรน rumore riguarda i fallimenti aziendali, saliti del 50% rispetto a un anno fa. A giugno si contano a livello nazionale circa 1โ€™400 casi e le proiezioni annuali superano i 14โ€™000.

Ma la causa non รจ (solo) economica: dal 1ยฐ gennaio 2025 รจ in vigore una riforma della Legge federale sullโ€™esecuzione e sul fallimento (LEF). Ora gli enti pubblici avviano direttamente le procedure fallimentari per i crediti fiscali e contributivi. Prima si tentava il pignoramento. La nuova prassi ha accelerato le procedure, creando un picco statistico che riflette anche vecchie situazioni rimaste in sospeso.

Nel Canton Ticino, la situazione รจ un poโ€™ diversa: nel primo trimestre 2025 i fallimenti sono aumentati dellโ€™8% (127 casi). รˆ un segnale che, da un lato conferma lโ€™effetto statistico della nuova legge, dallโ€™altro evidenzia una vulnerabilitร  specifica delle imprese ticinesi. Tuttavia, il numero assoluto resta contenuto e riguarda soprattutto microimprese e artigiani. Anche se non significa che sia da ignorare.

Ad ogni modo, la sostanza? Non รจ unโ€™ondata di fallimenti legata a una crisi reale, ma un effetto contabile e giuridico. Serve tenerlo a mente per evitare allarmismi troppi grandi.

In economia, a volte il silenzio รจ piรน interessante del rumore. Settimane come questa ci invitano a non fermarci ai titoli, ma a scavare un poโ€™ sotto la superficie. รˆ lรฌ che si capisce davvero come sta andando il Paese.

Ascolta

Paritร  salariale: una strada ancora in salita, ma non piรน solitaria

In evidenza

La paritร  salariale tra uomini e donne in Svizzera non รจ stata ancora raggiunta. A confermarlo, anche questโ€™anno, sono i dati pubblicati dallโ€™Ufficio federale di statistica.
Nel 2024, il salario mediano degli uomini รจ stato di 90โ€™800 franchi. Quello delle donne si รจ fermato a 80โ€™000 franchi, ovvero il 12% in meno.
Ma il divario non riguarda solo i salari. Se guardiamo al tasso di attivitร  professionale, cioรจ la percentuale di persone occupate o in cerca di lavoro, gli uomini superano le donne in tutte le fasce dโ€™etร , con uno scarto di circa 10 punti percentuali. Va perรฒ detto che la partecipazione femminile รจ cresciuta molto negli anni e nella fascia tra i 15 e i 24 anni la differenza รจ oggi minima.
Anche il tasso di disoccupazione resta piรน alto tra le donne. Una delle ragioni รจ che le donne sono spesso impiegate in settori meno qualificati e meno protetti che risentono prima delle difficoltร  economiche.
Ancora piรน marcato รจ il divario nella sottoccupazione, cioรจ tra chi lavora ma vorrebbe lavorare di piรน. Nel 2024, il dato era del 2,8% tra gli uomini, ma saliva al 7,3% tra le donne. Il valore piรน alto si registra nella fascia tra i 25 e i 54 anni, con un picco dellโ€™8%. E quando ci sono figli, le cifre aumentano ulteriormente. Segno che la genitorialitร  continua a pesare in modo asimmetrico sul percorso lavorativo femminile.
I dati sul lavoro a tempo parziale confermano questa tendenza. La presenza di figli resta una delle principali ragioni per cui le donne scelgono il tempo parziale. Ma cโ€™รจ anche un segnale incoraggiante: dal 2010 al 2024, la quota di padri che lavorano a tempo parziale รจ raddoppiata, passando al 15%. Un dato che suggerisce unโ€™evoluzione nel ruolo paterno e una maggiore condivisione delle responsabilitร  familiari.
Anche tra le coppie si nota un cambiamento: quasi il 9% oggi sceglie un modello in cui entrambi i partner lavorano a tempo parziale, mentre nel 2010 questa scelta era fatta da meno del 4%.
Infine, cresce anche il contributo economico delle donne al reddito familiare. Quando il figlio piรน piccolo ha tra i 4 e i 12 anni, le madri partecipano in media per il 30% al reddito del nucleo, sette punti percentuali in piรน rispetto a dieci anni fa. Se perรฒ il figlio ha meno di quattro anni, la quota resta stabile al 25%.
In sintesi, il quadro resta segnato da disuguaglianze, ma non mancano i segnali di cambiamento. I modelli lavorativi e familiari si stanno evolvendo. Sempre piรน padri si assumono una parte attiva nella cura dei figli e cresce la consapevolezza che la famiglia รจ una responsabilitร  condivisa. La maternitร  non dovrebbe piรน rappresentare un ostacolo, ma rientrare in un equilibrio costruito insieme. La strada verso la paritร  รจ ancora lunga, ma oggi, finalmente, non si percorre piรน da soli.

Ascolta

Svizzera: tra oro alle stelle e consumi in stallo

In evidenza

Le previsioni sul PIL per questโ€™anno e il prossimo, sia da parte della Segreteria di Stato dellโ€™economia (SECO) che del Centro di ricerca congiunturale del Politecnico federale di Zurigo (KOF), indicano una crescita ancora positiva, ma in rallentamento rispetto a qualche mese fa. Il contesto internazionale, sempre piรน incerto, e i nuovi conflitti in corso pesano parecchio sul quadro generale.
A essere onesti, giร  nei mesi scorsi il termine โ€œfermento economicoโ€ sembrava fuori luogo. I dazi commerciali avevano inizialmente sollevato qualche timore, ma a oggi il loro impatto non pare cosรฌ determinante. Diverso il discorso sul nuovo conflitto tra Israele e Iran: qui gli effetti si sono fatti sentire subito, soprattutto sulle materie prime. Lโ€™oro ha toccato livelli record, mentre anche petrolio e gas sono in aumento. Tutto questo rischia di tradursi in un rincaro generale dei beni e, di conseguenza, in una perdita di potere dโ€™acquisto per le famiglie.
Non sorprende quindi che la fiducia dei consumatori resti debole. E se la domanda ristagna, anche le imprese tendono a rimandare gli investimenti. Le previsioni per i prossimi mesi non sono rosee: il mercato del lavoro ne risentirร  e si prevede un aumento della disoccupazione, sia questโ€™anno che nel prossimo.
Anche sul fronte del commercio estero non arrivano buone notizie. I dati di maggio mostrano un rallentamento delle esportazioni, in particolare verso gli Stati Uniti. Era prevedibile: nel primo trimestre cโ€™era stata una corsa agli acquisti in vista dei dazi americani, un effetto che ora si รจ esaurito.
Un segnale incoraggiante arriva perรฒ dalle importazioni nel settore chimico-farmaceutico, in aumento. Questo fa pensare che le imprese del comparto stiano preparando un incremento della produzione: un possibile segnale di ripresa futura.
Infine, una nota sulla politica monetaria. La Banca nazionale svizzera ha deciso di abbassare ancora i tassi dโ€™interesse, portandoli dallo 0.25% allo 0%. Una mossa che riflette il calo dellโ€™inflazione, ormai sotto controllo. Lโ€™obiettivo รจ stimolare consumi e investimenti, anche se gli effetti, con un franco forte e una domanda esterna debole, restano da verificare.
Insomma, nessun disastro allโ€™orizzonte, ma neppure motivi per stappare lo champagne.

Ascolta

La perequazione punisce il Ticino: ecco perchรฉ

In evidenza

Il Ticino riceverร  nel 2026 quasi 98 milioni di franchi dalla perequazione finanziaria. Una cifra che puรฒ sembrare positiva, ma in realtร  รจ inferiore rispetto ai 106.5 milioni del 2025. E se riceviamo meno non รจ perchรฉ stiamo meglio, ma perchรฉ altri Cantoni stanno peggio.
Lโ€™indice delle risorse del Ticino sale da 90.4 a 91.2. Un piccolo aumento che perรฒ ci costa oltre 8 milioni. Il sistema federale svizzero prevede che i Cantoni economicamente forti, insieme alla Confederazione, sostengano quelli piรน deboli. La perequazione si basa su tre strumenti principali.
La perequazione delle risorse รจ lโ€™asse portante del sistema. Confronta il potenziale fiscale dei Cantoni โ€“ includendo redditi (anche dei frontalieri), sostanza e utili delle aziende โ€“ con la media nazionale. Si calcola su tre anni (2020โ€“2022). Se lโ€™indice รจ sotto 100, il Cantone ha diritto a ricevere fondi. Con un indice di 91.2, il Ticino riceverร  79.2 milioni (erano 88 nel 2025). Guardando dentro i numeri scopriamo che i redditi delle persone fisiche in Ticino sono cresciuti dellโ€™1.7% (media nazionale 2.1%), quelli dei frontalieri del 2.6% (contro 0.5%). Ma la sostanza si รจ ridotta dello 0.8% (nazionale +2.5%) e gli utili aziendali sono crollati del 26.7% (nazionale -20.8%).
La compensazione degli oneri geo-topografici riguarda i costi dovuti a condizioni del territorio: comuni in quota, pendenze, bassa densitร . Il Ticino riceve 15.7 milioni, di cui circa 10 milioni legati allโ€™altitudine delle zone produttive e 5 alla scarsa densitร  abitativa.
La compensazione degli oneri sociodemografici copre invece i costi legati a fattori come povertร , invecchiamento e integrazione. Il Ticino otterrร  5.5 milioni, in crescita rispetto al 2025.
Il fondo perequativo complessivo cresce, ma la quota ticinese si riduce. Perchรฉ? Perchรฉ altri Cantoni โ€“ come Giura, Vallese e Grigioni โ€“ sono peggiorati di piรน. Intanto, Cantoni come Ginevra, Zugo e Sciaffusa, grazie agli utili record nel commercio energetico e delle materie prime, versano contributi molto piรน alti. Questo ridisegna gli equilibri e spinge il Ticino verso il margine.
Il Ticino non puรฒ piรน limitarsi a sommare quanto riceve. Deve chiedersi perchรฉ riceve e su quali basi. Il sistema poggia su oltre cento parametri. Per muoversi con cognizione serve uno studio tecnico serio, indipendente, che analizzi il nostro profilo fiscale e permetta di avanzare rivendicazioni solide.
Il punto non รจ quanto riceviamo. รˆ perchรฉ dobbiamo riceverlo.
Uscire da questa dipendenza richiederร  tempo. Bisognerร  affrontare problemi strutturali: salari bassi, lavoro fragile, settori a basso valore aggiunto. Ma nel frattempo, i meccanismi di calcolo vanno corretti. Non serve andarci col cappello in mano. Serve farlo con basi tecniche forti, numeri precisi e la consapevolezza che la soliditร  di una richiesta parte dalla qualitร  dellโ€™analisi.

Ascolta

Economia svizzera: segnali contrastanti tra attese e realtร 

In evidenza

Cโ€™รจ unโ€™immagine che descrive bene lโ€™economia svizzera in questo inizio estate: una bilancia in equilibrio instabile. Da una parte segnali che fanno sperare, dallโ€™altra numeri che invitano alla prudenza. A maggio 2025, lโ€™indicatore anticipatore del KOF Konjunkturbarometer รจ salito a 98.5 punti, dopo il crollo di aprile (97.1). Un miglioramento, sรฌ, ma ancora non abbastanza: siamo sotto la soglia dei 100 punti che indica una congiuntura sopra la media. Il barometro del KOF misura ogni mese le aspettative sullโ€™economia svizzera a 3-6 mesi, aggregando vari dati (produzione, ordini, exportโ€ฆ).
A trainare questa timida ripresa รจ soprattutto il settore manifatturiero: le imprese della chimica, dellโ€™agroalimentare, del legno e della carta riportano attese piรน favorevoli. Anche la percezione sulla competitivitร  e sulle esportazioni migliora. Ma la domanda, sia interna che estera, resta debole.
E questo trova conferma nei dati reali sul commercio estero pubblicati dallโ€™Ufficio federale della dogana: aprile 2025 รจ stato un mese difficile. Le esportazioni svizzere, corrette dagli effetti stagionali, sono scese del 9,2% rispetto a marzo; le importazioni addirittura del 15,6%, peggior dato mensile dal 2020. Ma attenzione: si tratta di dati nominali, cioรจ non corretti per lโ€™andamento dei prezzi. A prezzi costanti, il calo รจ piรน contenuto: โ€“3,3% per le esportazioni e โ€“10% per le importazioni. Inoltre, marzo aveva mostrato una crescita eccezionale e anomala delle esportazioni.
A provocare questi sbalzi รจ, ancora una volta, il settore chimico-farmaceutico. Solo i medicinali hanno perso quasi 3 miliardi in un mese, โ€“44%. Anche le importazioni di questi prodotti si sono ridotte di un terzo. Quando un settore pesa cosรฌ tanto, trascina con sรฉ tutto il commercio.
Ci sono perรฒ eccezioni positive: lโ€™orologeria svizzera ha toccato un massimo storico con 2,6 miliardi (+16%). Anche strumenti di precisione e macchine industriali tengono. E se lโ€™export verso gli USA รจ crollato del 36%, quello verso lโ€™Asia รจ cresciuto del 4,4%, soprattutto grazie a Cina (+15,2%) e Giappone (+5%).
Curiosamente, il crollo delle importazioni ha portato a un avanzo commerciale record: 6,3 miliardi di franchi. Ma non รจ un segnale di forza: se importiamo meno, rischiamo di produrre e quindi esportare meno. E in unโ€™economia povera di materie prime, importare รจ spesso il primo passo per poter vendere allโ€™estero.
In sintesi: qualche segnale positivo cโ€™รจ, ma servono conferme. Le imprese sperano in una ripresa, ma per ora i numeri veri la rimandano. Serve calma, capacitร  di leggere il quadro dโ€™insieme e resistere tanto al panico quanto allโ€™euforia.

In Ticino avere un impiego non garantisce una vita dignitosa

In evidenza

Negli ultimi giorni, un comunicato dellโ€™Ufficio federale delle assicurazioni sociali (UFAS) ha riportato lโ€™attenzione su una tendenza preoccupante: in Svizzera รจ aumentato il numero di persone che dipendono dalle prestazioni complementari. Un dato che non riguarda solo le finanze dello Stato, ma riflette un disagio crescente: quello di migliaia di persone che, pur vivendo in uno dei Paesi piรน ricchi al mondo, faticano a coprire i bisogni essenziali.
Nel 2023, lโ€™8% della popolazione svizzera viveva sotto la soglia ufficiale di povertร : 2’315 franchi al mese per una persona sola, 4’051 per una famiglia con due figli. E se si guarda a chi dispone di meno del 60% del reddito mediano โ€” cioรจ al โ€œrischio di povertร โ€ โ€” la quota รจ ancora piรน elevata. Ma la povertร  non รจ solo questione di reddito. รˆ anche deprivazione. รˆ non riuscire a pagare una bolletta imprevista. รˆ rinunciare a un pasto completo, a una visita medica, a una settimana di vacanza, a un minimo di vita sociale. รˆ vivere con lโ€™ansia costante di non farcela.
Le persone piรน colpite sono sempre le stesse: gli anziani soli, le famiglie monoparentali, chi ha un lavoro precario, chi ha perso il lavoro dopo i cinquantโ€™anni. E crescono i working poor, persone che lavorano, ma non guadagnano abbastanza per vivere con dignitร . Questo dovrebbe farci riflettere sul senso stesso del lavoro oggi: non basta โ€œavere un impiegoโ€ se quellโ€™impiego non garantisce una vita dignitosa senza lโ€™aiuto dello Stato.
In Ticino la situazione รจ ancora piรน delicata. Il tasso di povertร  รจ superiore alla media nazionale e la deprivazione materiale colpisce con piรน forza. Salari bassi, precarietร  diffusa, giovani che se ne vanno e over 50 esclusi dal mercato del lavoro: รจ un mix che pesa. Anche la forte presenza di frontalieri influisce sulle dinamiche occupazionali e salariali. Il tasso di disoccupazione secondo la definizione ILO รจ il piรน alto della Svizzera.
Il nostro sistema sociale cantonale funziona, ma รจ sotto pressione. Le prestazioni complementari, i sussidi cassa malati, lโ€™aiuto sociale, gli assegni familiari: tutto questo tiene a galla migliaia di persone. Ma da solo non basta. Servono politiche attive per il lavoro, investimenti nella formazione, un vero sostegno alla riqualifica professionale.
Non possiamo accettare che la povertร  diventi una zona dโ€™ombra normale nel nostro sistema. Non รจ normale. รˆ il risultato di scelte politiche o della mancanza di scelte. Ogni persona lasciata indietro รจ una sconfitta collettiva. รˆ nostro dovere, come istituzioni, ma anche come cittadini, far sรฌ che nessuno debba scegliere tra pagare lโ€™affitto o andare dal medico, tra accendere il riscaldamento o fare la spesa.
Guardare in faccia la povertร  non basta. Serve il coraggio di intervenire. Serve volontร  politica. E serve adesso.

Articolo pubblicato da L’Osservatore, 24.05.2025

Ascolta

Qui trovate il link di una conferenza “La povertร  in Svizzera e in Ticino” tenuta a Coldrerio il 22.05.2025

Accordo Stati Uniti Cina: buone notizie anche per noi

In evidenza

Lโ€™accordo appena siglato tra Stati Uniti e Cina sui dazi รจ una buona notizia. Non solo per loro, che da anni si contendono il primato globale a colpi di tariffe e ritorsioni, ma per tutti noi. รˆ un segnale di distensione, e quando due potenze di quella taglia si parlano invece di farsi la guerra commerciale, lโ€™aria si fa subito piรน respirabile. Anche per la Svizzera.

Non si tratta solo di dazi. Si tratta, prima di tutto, di ridurre lโ€™incertezza. E lโ€™incertezza รจ il peggior nemico dellโ€™economia. Quando le persone hanno paura del futuro, consumano meno. E quando i consumi calano, le imprese producono meno, assumono meno e addirittura licenziano. In aggiunta le aziende prevedono che le cose peggioreranno e quindi investono meno. Questo rallenta lโ€™intera economia. E rallenta ovunque.

Un accordo tra USA e Cina, quindi, ha un primo effetto immediato: riattiva la fiducia. E senza fiducia, lโ€™economia non gira. Le aziende non pianificano, i consumatori non spendono, i governi rinviano. Ma se si ristabilisce un orizzonte stabile, allora si torna a investire, a produrre, a costruire. E la crescita riparte.

Per la Svizzera questo รจ particolarmente importante. Siamo un Paese esportatore. Ma non solo: i nostri prodotti fanno parte di filiere globali complesse. Pensiamo allโ€™orologeria, alla farmaceutica, alla meccanica di precisione, allโ€™elettronica. Importiamo materie prime e componenti da tutto il mondo, li trasformiamo qui, e poi li rivendiamo. Se le regole del gioco cambiano continuamente, o se due giganti economici si fanno la guerra, noi finiamo nel mezzo. Dobbiamo pagare di piรน per quello che importiamo e vendere ad un prezzo piรน alto quello che vendiamo: insomma, il peggiore dei mondi.

Un sistema aperto, stabile e prevedibile รจ la condizione minima per difendere il nostro modello economico. Piรน i grandi si parlano, piรน noi possiamo fare bene quello che sappiamo fare meglio: innovare, produrre qualitร , vendere ad alto valore aggiunto.

E cโ€™รจ un altro punto. Quando i mercati si chiudono, i prodotti in eccesso finiscono da qualche altra parte. Se la Cina non riesce a vendere negli Stati Uniti, quei beni cercheranno sbocchi altrove. Anche in Europa. Anche da noi. E questo significa concorrenza piรน aggressiva, prezzi piรน bassi e difficoltร  per i nostri settori.

In sintesi: lโ€™accordo tra Stati Uniti e Cina รจ una buona notizia perchรฉ riduce lโ€™incertezza, protegge le catene globali di produzione e aiuta a evitare squilibri nei mercati. Non risolve tutto, ma รจ un passo nella direzione giusta. E per unโ€™economia aperta come la nostra, รจ un passo che conta.

Sintesi dellโ€™intervista rilasciata a Radio Ticino, 12.05.2025

Importante: sotto trovate un audio generato con la mia voce clonata dall’Intelligenza Artificiale: impressionante

Ascolta: contenuto generato con voce clonata con l’IA
In evidenza

Apprendistato, basta chiacchiere!

Da anni si ripete che la formazione professionale รจ un pilastro del nostro sistema, che lโ€™apprendistato รจ unโ€™eccellenza svizzera, e giorno per giorno si dichiara di voler combattere la disoccupazione giovanile. Ma poi? Fatti?

 Nel 2022, il Ticino era in fondo alla classifica dei Cantoni che formano apprendisti: penultimo a livello svizzero. Lโ€™amministrazione cantonale ticinese, nel 2023, era al 4.3%, ben sotto il famoso 5% fissato come obiettivoโ€ฆ un obiettivo stabilito giร  nel 2017. Nel frattempo, le aziende che formano apprendisti continuano a diminuire, i nuovi contratti non crescono come previsto, e il progetto โ€œObiettivo 95%โ€ (diploma secondario II per il 95% dei giovani) รจ inchiodato al 90.3%.

Eppure, le basi ci sarebbero. Il Cantone puรฒ formare in 41 professioni, ha 218 formatori attivi e ospita giร  quasi 200 apprendisti. Non servono grandi sforzi: basterebbe creare una trentina di nuovi posti nei prossimi due anni, come proposto nella mozione che sarร  discussa il 20 maggio in Gran Consiglio. Il costo? Circa 350โ€™000 franchi allโ€™anno per dare un lavoro ai nostri figli. Su un bilancio da oltre 4,5 miliardi di franchi, รจ una spesa marginale ma un investimento strategico.

Ogni giovane formato รจ un potenziale lavoratore qualificato in meno da cercare allโ€™estero. Ogni posto di apprendistato in piรน รจ un passo contro la disoccupazione, un argine alla fuga di cervelli, unโ€™occasione di crescita per unโ€™impresa o per un ente pubblico. E, aggiungo, un atto di coerenza: se governo e parlamento chiedono ai privati di formare, il minimo che si possa pretendere รจ che diano lโ€™esempio. Ne va della credibilitร  della politica.

Cโ€™รจ poi un punto che non possiamo piรน ignorare: lโ€™equilibrio di genere nelle professioni. Le ragazze continuano a orientarsi verso settori โ€œtradizionaliโ€, spesso con meno prospettive. Promuovere attivamente la loro presenza nelle professioni tecniche non รจ solo giusto, รจ necessario. E non basta mettere lโ€™asterisco nei bandi: servono politiche mirate, incentivi, visibilitร .

Lโ€™apprendistato fatto bene รจ un ascensore sociale. Ma bisogna alimentarlo, farlo funzionare, crederci davvero. Continuare con la politica dei piccoli passi simbolici, mentre il sistema scricchiola, non รจ piรน accettabile. Se vogliamo una forza lavoro preparata, integrata, radicata, dobbiamo iniziare dal principio: offrire piรน opportunitร  ai nostri giovani. Non a parole. Nei fatti.

E magari, la prossima volta che i partiti si riempiranno la bocca di โ€œgiovaniโ€, โ€œformazioneโ€ e โ€œopportunitร โ€ in campagna elettorale, ricordiamoci chi ha davvero fatto qualcosaโ€ฆ e chi ha fatto solo chiacchiere.

Ascolta

Pubblicato da Tio e Ticinonews

In evidenza

Il -0,3% del PIL non affonda Trump, ma lโ€™informazione economica

Nel primo trimestre del 2025 il prodotto interno lordo degli Stati Uniti si รจ contratto dello 0,3%. รˆ bastato questo dato per far partire una raffica di commenti trionfali da parte di chi da tempo prevede (e auspica) il fallimento della politica economica dellโ€™amministrazione Trump. Ma รจ un errore. Piรน che un segnale allarmante sullโ€™economia, questo dato รจ il riflesso distorto di un meccanismo contabile e di alcuni fenomeni transitori. Bastava leggere con attenzione il comunicato del Bureau of Economic Analysis (BEA).

Prima di tutto, il -0,3% รจ una variazione annualizzata, come dโ€™uso negli Stati Uniti. Significa che il dato indica quanto crescerebbe (o calerebbe) il PIL in un anno se la dinamica del primo trimestre si ripetesse identica nei successivi tre. Il dato non annualizzato, cioรจ la variazione trimestrale del primo trimestre, mostra una flessione modesta, inferiore allo 0,1%.

Ma la questione non รจ solo tecnica. Serve unโ€™analisi macroeconomica. Il PIL รจ composto da quattro elementi: consumi delle famiglie, spesa pubblica, investimenti delle imprese e esportazioni nette (cioรจ esportazioni meno importazioni). In questo trimestre, la dinamica della bilancia commerciale ha inciso in modo determinante. Le importazioni sono aumentate del 41,3%. Un incremento eccezionale, legato in parte al timore di nuovi dazi: molte imprese hanno anticipato gli acquisti dallโ€™estero, soprattutto nel settore farmaceutico e nei beni capitali (come computer e componenti industriali).

Questo boom delle importazioni ha causato un disavanzo commerciale record: 162 miliardi di dollari solo nel mese di marzo (circa 134 miliardi di franchi). รˆ unโ€™anomalia che lo stesso BEA ha sottolineato. Inoltre, per semplificare dal punto di vista tecnico, รจ come se una parte consistente di queste merci importate non sia ancora stata registrata come incremento delle scorte, perchรฉ non รจ fisicamente entrata nei magazzini o รจ stata contabilizzata in modo differito. Poichรฉ le importazioni sono sottratte dal calcolo del PIL, la loro impennata ha avuto un impatto negativo immediato, ma distorto, sullโ€™indicatore.

Altri fattori da considerare: la spesa pubblica รจ diminuita, come previsto dai programmi dellโ€™amministrazione Trump. Anche questo ha inciso sulla riduzione del PIL. Ma si tratta di una scelta politica coerente, non di un segnale di debolezza congiunturale.

Infine, va allargato lo sguardo. Un solo dato trimestrale, per quanto importante, non puรฒ restituire lo stato di salute di unโ€™economia. Occupazione, consumi, inflazione e creazione di posti di lavoro indicano che non siamo di fronte a una crisi. Il mercato del lavoro รจ solido, lโ€™inflazione sotto controllo, la domanda interna regge.

Il dato del PIL va quindi interpretato con cautela. Non รจ una pagella politica. รˆ una fotografia parziale, influenzata da fattori tecnici e congiunturali. Saper leggere questi numeri richiede attenzione e competenza. Altrimenti si finisce per fare propaganda. E lโ€™economia, a differenza della politica, ha bisogno di luciditร .

Ascolta
In evidenza

Dazi sรฌ, dazi no…

Domanda: A suo avviso perchรฉ Trump ha fatto retromarcia, congelando per 90 giorni i super dazi per la maggior parte dei paesi? Era una strategia negoziale prevista fin dallโ€™inizio, come sostiene il Governo americano, oppure il presidente si รจ spaventato per la reazione turbolenta dei mercati, con particolare riferimento ai titoli di Stato americani?
Probabilmente la decisione di rinviare per tre mesi lโ€™applicazione dei super dazi โ€“ mantenendoli perรฒ nei confronti della Cina โ€“ era uno degli scenari giร  considerati a Washington. A supporto di questa ipotesi si puรฒ citare lโ€™intervento del 7 aprile del Consigliere economico della Casa Bianca, Kevin Hassett, che aveva lasciato intendere la possibilitร  di una sospensione, poi smentita ufficialmente. La moratoria รจ comunque entrata in vigore il 9 aprile, proprio il giorno in cui le nuove tariffe sarebbero dovute scattare.
Lโ€™evoluzione successiva si รจ sviluppata secondo schemi ben noti allโ€™analisi economica. Primo: la minaccia tariffaria ha avuto lโ€™effetto desiderato, mostrando un alto grado di credibilitร  e spingendo i partner internazionali a muoversi in direzione di un confronto negoziale. Secondo: il crollo dei mercati azionari a livello globale era un effetto annunciato, cosรฌ come la reazione immediata delle grandi imprese coinvolte, preoccupate per lโ€™impatto sui margini e sulle catene di fornitura. Terzo: le vendite di titoli di Stato americani e il conseguente aumento dei rendimenti erano del tutto in linea con le aspettative, cosรฌ come lโ€™indebolimento del dollaro, che potrebbe essere stato anche un obiettivo indiretto dellโ€™operazione. In sintesi, se si decide di generare deliberatamente uno shock โ€“ come quello rappresentato da dazi elevatissimi annunciati unilateralmente โ€“ le reazioni del sistema sono anticipabili. Ciรฒ che, forse, ha sorpreso รจ stata la rapiditร  e lโ€™intensitร  con cui queste reazioni si sono manifestate. Ed รจ verosimile che proprio questa risposta anticipata e molto violenta abbia indotto la Casa Bianca a sospendere lโ€™applicazione delle misure, prima ancora che venissero materialmente applicate a un solo paese.


Domanda: Lโ€™escalation con la Cina invece prosegue senza esclusione di colpi. Quali sono le conseguenze per lโ€™economia globale della guerra commerciale in atto tra Pechino e Washington?
La guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina โ€“ le due principali potenze economiche globali โ€“ รจ destinata ad avere ripercussioni rilevanti sullโ€™economia mondiale. Lโ€™imposizione di dazi statunitensi fino al 145%, a cui la Cina ha risposto con contromisure tariffarie (al 125%) e contromisure su tecnologie strategiche e materie prime critiche, come le terre rare, mette sotto pressione le catene globali del valore. Le conseguenze sono giร  osservabili: lโ€™aumento dei costi per le imprese si traduce in una pressione al rialzo sui prezzi finali per i consumatori. Parliamo di beni ad ampia diffusione come smartphone, abbigliamento o automobili. Lโ€™inflazione, da poco sotto controllo, torna quindi a essere un tema centrale nel dibattito economico.
Quanto allโ€™impatto sul commercio internazionale, formulare previsioni precise in questa fase รจ prematuro. Tuttavia, una contrazione โ€“ seppur ancora da quantificare โ€“ รจ un esito plausibile, anche solo per effetto dellโ€™incertezza. E lโ€™incertezza รจ notoriamente una delle condizioni piรน penalizzanti per lโ€™economia. Da un lato, puรฒ spingere i consumatori a rallentare i consumi; dallโ€™altro, puรฒ paralizzare le decisioni strategiche delle imprese, che si trovano in bilico tra investire, delocalizzare o attendere.
Sul fronte delle due superpotenze, la Cina comunica fiducia e stabilitร . Ha diversificato i propri mercati di sbocco, rafforzando i legami con lโ€™Asia, lโ€™Africa e lโ€™America Latina. Tuttavia, il ruolo delle esportazioni verso economie ad alto reddito resta determinante per la sua crescita. Gli Stati Uniti, pur apparendo oggi meno affidabili come partner commerciali, mantengono una posizione dominante: restano la prima potenza economica, finanziaria, militare e tecnologica globale.
A fronte di questo scenario, ciรฒ che desta maggiore preoccupazione รจ la posizione dellโ€™Unione Europea. Pur rappresentando un attore economico di rilievo, lโ€™UE non ha la stessa forza negoziale nรฉ la stessa coesione politica delle due potenze in campo. Lโ€™assenza di una vera unione politica โ€“ con una governance comune e una politica estera condivisa โ€“ limita fortemente la capacitร  dellโ€™Europa di incidere sulle dinamiche globali.
Di fatto, anche in questo contesto, lโ€™UE agisce in modo reattivo. Non detta lโ€™agenda, ma risponde agli stimoli esterni. Questo squilibrio strutturale indebolisce il suo peso nella definizione delle regole del commercio internazionale, rendendola esposta alle decisioni unilaterali di Washington e Pechino.


Domanda: Intanto Europa e Pechino flirtano apertamente, come mai prima dโ€™ora. Il presidente XI JINPING ha lanciato un appello allโ€™UE ad unirsi alla Cina contro il bullismo americano, ricordando tuttavia che nessuno puรฒ vincere una guerra commerciale. A preoccupare maggiormente perรฒ รจ la crisi di fiducia nella stabilitร  del sistema Paese USA che Trump ha provocato con la sua politica tariffale, oltre al clima dโ€™incertezza che angoscia le imprese ti tutto il Mondo, Svizzera compresa. Tra Europa e Cina sarร  solo un flirt o si andrร  oltre? E dovremo abituarci a una nuova era di precarietร ?
Lโ€™invito rivolto da Xi Jinping allโ€™Unione Europea a contrastare il cosiddetto โ€œbullismoโ€ americano si inserisce in una strategia chiara da parte della Cina: approfittare dellโ€™instabilitร  generata dalle politiche tariffarie statunitensi per proporsi come interlocutore affidabile. Per lโ€™Europa, tuttavia, la posizione รจ delicata. Da un lato, deve preservare lโ€™alleanza con gli Stati Uniti, fondamentale per la sicurezza e la cooperazione geopolitica. Dallโ€™altro, le imprese europee colpite dalle misure protezionistiche americane vedono nella Cina un mercato prioritario e un importante bacino dโ€™investimenti. Al di lร  delle dichiarazioni fatte anche sullโ€™onda di una certa necessitร , non dimentichiamo che pochi mesi fa, nellโ€™ottobre 2024, Bruxelles ha deciso di imporre dazi fino al 35% sulle automobili elettriche cinesi, una mossa per proteggere lโ€™industria automobilistica europea dalla concorrenza a basso costo di marchi come BYD o NIO. Questa decisione riflette il timore dellโ€™UE di perdere terreno in un settore strategico, ma ha anche irritato Pechino che ha risposto con indagini antidumping su prodotti europei come il brandy francese.
Questi sviluppi mostrano come un eventuale riavvicinamento tra UE e Cina sia tuttโ€™altro che semplice e rappresenti un grande rischio per lโ€™Unione Europea. Sul piano economico, una maggiore esposizione commerciale verso la Cina comporta rischi non trascurabili. La dipendenza in settori chiave โ€“ come le tecnologie avanzate o le materie prime critiche โ€“ potrebbe trasformarsi in una leva di pressione politica. La Cina, in passato, ha giร  limitato lโ€™esportazione di risorse strategiche come strumento di risposta alle tensioni diplomatiche. A questo si aggiunge il rischio di compromettere i rapporti con gli Stati Uniti su temi come la sicurezza e lโ€™innovazione. Infine, e forse rischio ancora piรน grande, lโ€™Europa potrebbe trovarsi schiacciata dalla Cina, una superpotenza con unโ€™economia di certo non liberale e che non condivide i valori democratici dellโ€™UE. Aumentare gli scambi senza garanzie di reciprocitร  potrebbe portare a una competizione sleale, con le imprese europee penalizzate da sussidi cinesi e mancanza di accesso equo al mercato di Pechino.
In un mondo dominato da due superpotenze, lโ€™Europa rischia di rimanere un attore secondario, costretta a navigare tra i due giganti senza poter imporre la propria visione. La Svizzera, fatte le debite proporzioni, al contrario, adotta un approccio piรน flessibile verso la Cina. รˆ stata il primo paese europeo a firmare un accordo di libero scambio con la Cina, siglato nel 2013 ed entrato in vigore nel 2014. Lโ€™intesa ha contribuito a ridurre le barriere tariffarie su settori ad alta specializzazione come la farmaceutica, lโ€™orologeria e la meccanica. รˆ significativo che lโ€™intesa non includesse, per la prima volta, un preambolo esplicito sul rispetto dei diritti umani, riflettendo la prioritร  svizzera di massimizzare i benefici economici senza farsi scrupoli in questioni ideologiche. Questo orientamento ha permesso alla Svizzera di costruire relazioni commerciali stabili con Pechino, a differenza dellโ€™UE, che continua a oscillare tra la tutela dei principi e la difesa degli interessi. Ne รจ prova lโ€™Accordo Globale sugli Investimenti (CAI) negoziato per anni e che รจ stato sospeso nel 2021 dal Parlamento Europeo a seguito di tensioni diplomatiche e divergenze sui diritti umani.

Intervista pubblicata da Liberatv, 12.04.2025

In evidenza

Trump ha fatto la prima mossa. Ma non controlla tutto il tavolo

Tanto tuonรฒ che piovve. E alla fine, i dazi annunciati dal Presidente Trump sono arrivati. Non piรน minaccia, ma provvedimento. E come prevedibile, lโ€™impatto immediato รจ stato piรน politico-mediatico che economico (se escludiamo quello sui mercati azionari). In poche ore, si sono moltiplicate dichiarazioni confuse, talvolta contraddittorie, da parte di leader politici, ministri, esperti e commentatori. Un vero eccesso comunicativo.
Una delle poche eccezioni, la presidente Karin Keller-Sutter, che, in stile tipicamente svizzero, ha preferito il silenzio fino alla conferenza stampa di giovedรฌ quando ha comunicato che la Svizzera non attuerร  misure di ritorsione.
Lโ€™introduzione di dazi selettivi ha un impatto economico che va letto con attenzione. E non basta dire che โ€œil protezionismo porta solo disastriโ€. รˆ una posizione ideologica, non unโ€™analisi.
Ricordiamolo: i dazi sono imposte sullโ€™importazione. Fanno salire i prezzi dei beni esteri, riducono la concorrenza, spingono la produzione interna. Ma lโ€™impatto รจ asimmetrico e settoriale. Alcuni settori beneficiano, altri soffrono. Qualcuno guadagna, qualcuno perde. Se proteggi lโ€™acciaio, rischi di penalizzare lโ€™industria dellโ€™auto. Se aiuti il manifatturiero, alzi i prezzi al consumo.
Vero, i dazi di Trump non sono frutto di unโ€™elaborazione tecnica condivisa o di un modello economico trasparente. Sono decisioni politiche, spesso annunciate via social prima ancora che siano definite nelle modalitร  applicative. Il calcolo dei costi e benefici? Ai nostri occhi, opaco. La selezione dei settori colpiti? Sembra elettorale, ma forse รจ piรน mirata di quanto appare. In apparenza, non siamo davanti a una politica industriale organica.
Eppure, non tutto รจ irrazionale. Alcune imprese, anche svizzere non escludono di rilocalizzare negli Stati Uniti. Questo perchรฉ, a differenza dei cittadini, le imprese non hanno identitร  territoriali. Hanno vincoli competitivi. E se il costo-opportunitร  cambia, cambiano anche loro.
Pensare che il libero mercato sia sempre la scelta migliore, in ogni condizione, รจ un dogma. La globalizzazione ha prodotto vantaggi enormi, ma anche squilibri che oggi nessuno puรฒ ignorare. Trump, nel suo modo disordinato, intercetta una parte di questo problema. Anche se lo fa con strumenti discutibili.
Quello che serve ora non รจ la condanna morale o lโ€™applauso ideologico. Serve tempo.
Il pallino, in questo momento, รจ nelle mani di Trump. Ma sarebbe un errore pensare che il gioco sia solo suo. Le reazioni dei partner commerciali, le dinamiche delle filiere globali, le decisioni delle imprese e il comportamento dei consumatori contribuiranno a ridisegnare la partita. Trump puรฒ muovere per primo, ma non controlla tutto il tavolo. E i dazi, per quanto rumorosi, sono solo una delle pedine.

Ascolta

Articolo pubblicato da L’Osservatore, 5.04.2025