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Basta un poco di zucchero e la pillola va giù. Anche con i dazi

Lo zucchero svizzero è in pericolo. E noi dobbiamo proteggerlo. Questo in sintesi il messaggio del consiglio nazionale. All’inizio pensavo di scrivere un articolo prendendo spunto da questa notizia per parlarvi della storia del commercio internazionale. Pensavo di viaggiare tra mercantilisti, Colbert, nelle tesi di Ricardo sui vantaggi comparati, nel liberalismo e nella globalizzazione, senza evidentemente trascurare il padre fondatore dell’economia politica, Adam Smith. E invece, documentandomi sullo zucchero mi sono appassionata e ora vi racconto cosa ho scoperto.
In Svizzera produciamo zucchero e lo facciamo da quasi 110 anni con una sola azienda, la Zucchero Svizzero SA (ZUS). Il nome così eloquente probabilmente è il frutto dei tempi di allora. Siamo in presenza di un monopolio (nelle prossime settimane spiegheremo le forme di mercato). La ZUS ha due sedi di produzione, e 155-180 collaboratori di cui 10 apprendisti. La produzione dello zucchero avviene nel periodo chiamato campagna, tra fine settembre e fine dicembre. Le barbabietole vengono trasformate in zucchero cristallino e in succo denso che sarà sottoposto alla cristallizzazione in primavera. Lo zucchero sciolto viene poi immagazzinato in silos e infine imballato e venduto al dettaglio. Nel 2019 la ZUS ha trasformato 1.65 milioni di tonnellate di barbabietole da zucchero in 240 mila tonnellate di zucchero. Per intenderci sono 240 milioni di pacchi di zucchero da un chilo.
In Svizzera abbiamo 4’200 coltivatori di barbabietole da zucchero e seppur sfruttino meglio le economie di scala (coltivare un terreno più grande consente di abbassare il costo della produzione di una barbabietola perché si possono sfruttare maggiormente i macchinari e i processi), la produzione locale non basta. La Zucchero Svizzero SA importa barbabietole, sciroppo di zucchero e zucchero.
Nel 2017 l’Unione Europea ha abolito il sistema di quote che limitava la quantità di produzione di zucchero e questo data la sua continua ricerca del mercato libero. Così facendo è aumentata fortemente la produzione di zucchero e ne è diminuito il prezzo. L’impatto rispetto a quello svizzero è stato ancora maggiore a causa del tasso di cambio. Nel 2006 il prezzo di 100 kg era di 100 franchi, oggi siamo alla metà, 50 franchi. E allora voi potreste dire “meglio per noi consumatori”. Peccato che le cose non siano così semplici. A rischio c’è la produzione nazionale di zucchero, la salvaguardia della catena di valore (dalla barbabietola agli zuccherifici) e i posti di lavoro. E non dimentichiamo il rischio dei produttori di derrate alimentari che per utilizzare l’indicazione di provenienza “Swissness” devono poter utilizzare il 50% di zucchero svizzero.
Insomma, non si può far morire tutto questo. È quindi ragionevole introdurre un dazio minimo di 70 franchi per tonnellata di zucchero importato oltre a sussidi e contributi alle coltivazioni di barbabietole.
Ricordiamo sempre che prezzo basso non significa per forza affare. Quando poi paragoniamo prodotti provenienti da aree geografiche e politiche diverse non possiamo mai prescindere dalla prudenza. È evidente che i costi di produzione come pure i salari in Svizzera non possono essere, fortunatamente aggiungo io, competitivi con l’Unione Europea. Ma non per questo dobbiamo essere noi a ridurre il nostro tenore di vita.

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Fonte: https://www.ennaora.it/
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Un 1 maggio di speranza per l’economia

Ringrazio la Rivista di Lugano che attraverso la pubblicazione dell’editoriale del 1 maggio mi ha permesso di fare il punto sulla situazione economica attuale gettando uno sguardo anche al futuro. Certo in Ticino le cose non vanno troppo bene, ma abbiamo tutte le carte in regola per cambiare le cose.

L’economia mondiale andrà bene. O almeno è quanto prevedono i principali istituti di ricerca. Sulla scia di un ottimismo che a dire il vero per il momento trova solo piccole conferme nei dati dei primi tre mesi, l’euforia la fa da padrona. Impressionante, attorno all’8.5%, sarà la crescita della Cina che, passati i momenti più drammatici, ha ripreso la sua attività a pieno regime. Anche gli Stati Uniti cresceranno (+6.4%), ma in questo caso sotto la spinta dell’ingente intervento pubblico che probabilmente avrebbe potuto attendere qualche mese per essere annunciato. Più mite la crescita nell’Unione Europea (attorno al 4.5%) che a differenza di quanto accaduto nei primi mesi dell’anno dovrà prendere atto che la Brexit non ha fatto così male alla Gran Bretagna come alcuni presagivano. Al contrario, di questi giorni è la notizia che il suo Prodotto Interno Lordo (PIL), grazie anche all’eccellente campagna vaccinale, potrebbe crescere di quasi l’8%.
Per un’economia fortemente aperta verso l’estero come la nostra lo stato di salute dei nostri partner commerciali è fondamentale. In effetti, nel caso svizzero il 12% circa del Prodotto interno lordo dipende dalla capacità di produrre e vendere all’estero più di quanto consumiamo. E per questo il perdurare dei confinamenti e dei rallentamenti delle attività negli altri Paesi rappresentava una minaccia importante. La situazione oggi sembra rientrata tanto da prevedere anche per la Svizzera una crescita del PIL attorno al 3.5%. Trainanti saranno i settori delle esportazioni, della spesa pubblica e dei consumi interni.
E veniamo alle prospettive regionali. L’impatto della crisi è stato differente a seconda delle regioni. Nel caso del Cantone Ticino la crisi legata al Covid-19 ha accentuato le debolezze del nostro tessuto economico. Anche se queste non spariranno automaticamente con la scomparsa del virus, tuttavia potrebbe essere un’importante occasione per sanarle o quanto meno riconoscerle e prevedere interventi a medio termine.
La storia e la collocazione geografica del Cantone Ticino hanno permesso di sfruttare da sempre un ampio bacino di manodopera qualificata a basso costo. Quello che in apparenza è stato per molto tempo un vantaggio competitivo, si è rivelato un freno allo sviluppo delle attività innovative e tecnologicamente avanzate basate principalmente sulla ricerca. Per questo rispetto a quanto avviene nel resto della Svizzera, in Ticino troviamo molti posti di lavoro nei cosiddetti settori a basso valore aggiunto come parte dell’industria, il commercio al dettaglio, il turismo, la ristorazione. Purtroppo proprio questi settori hanno pagato e stanno pagando il prezzo più alto di questa crisi. Non a caso i dati sul numero di addetti e aziende che sono ricorse all’orario ridotto confermano la maggiore necessità di intervento nel tessuto locale rispetto a quanto avviene a livello nazionale. Fatto già attestato dalla richiesta maggiore di crediti garantiti dalla Confederazione durante la prima ondata.
A queste difficoltà aggiungiamo l’analisi di dati demografici su cui vale la pena chinarsi quando si guarda alle prospettive future. La bassa natalità e la sempre più frequente migrazione di giovani ticinesi non possono lasciare indifferenti soprattutto alla luce delle prospettive dei prossimi anni.
Ma lo scenario non deve sconfortare. Il Cantone Ticino ha tutte le carte in regola per riuscire a creare condizioni quadro favorevoli a uno sviluppo e a un ripensamento del suo tessuto economico. E in questo le città saranno determinanti. La prossimità, le competenze, le capacità e la voglia di innovare non mancano. Aggiungiamo enti, istituzioni e aziende coraggiose e intraprendenti che sono già oggi sulla scena internazionale e che messe in rete potranno contribuire alla creazione del Ticino di domani. Un Ticino a tutti gli effetti parte integrante di quella Svizzera che comunque vada, riesce sempre ad attutire i colpi e a ripartire garantendo ai suoi cittadini un benessere tra i più alti al mondo. Tratto da La Rivista di Lugano, 1.05.2021

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La profezia di Keynes: solo un sogno infranto?

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Oggi è il Primo Maggio. Oggi è la festa del lavoro. Mai come durante una crisi economica come quella che stiamo vivendo il tema del lavoro deve essere l’oggetto di ogni attenzione politica. Sì, perché quando l’incertezza di portare a tavola il pranzo per la famiglia diventa la realtà di molti bisogna agire. Non c’è nessuna altra priorità. Ringrazio L’Osservatore per l’editoriale del 1 maggio che mi ha consentito di trattare il tema della precarietà moderna e della tecnologia che deve tornare al servizio degli uomini e delle donne e non il contrario.


Il lavoro è una parte essenziale della vita degli uomini e delle donne. Attraverso il salario consente di vivere dignitosamente soddisfacendo i propri bisogni. Ma c’è di più: contribuisce alla realizzazione degli individui. Mai come oggi però il mondo del lavoro appare in sofferenza. O forse ci sembra così perché non abbiamo vissuto le epoche precedenti. A volte il lavoro manca. Alcuni lavori sono durissimi fisicamente. Altri sono estremamente ripetitivi. Ma a tutto questo si aggiungono altre difficoltà.
L’economista John Maynard Keynes nel 1930 prevedeva una forte riduzione del tempo di lavoro grazie allo sviluppo tecnologico. Stimava che nel 2030 sarebbero bastate 15 ore di lavoro settimanali. Keynes preconizzava l’idea di un progresso tecnologico al servizio dell’essere umano. Personalmente, credo che possa essere ancora così. Questo nonostante alcuni segnali sconfortanti. Pensiamo alla Gig economy e alle professioni legate alla digitalizzazione. La messa in rete consente l’analisi immediata tra domanda e offerta. Di per sé non c’è nulla di male in una tecnologia che riduca i costi di transazione, gli attriti del mercato, che trovi più facilmente clienti e che ottimizzi il tempo. Anzi. Peccato che una parte delle imprese trasformi i vantaggi dei collaboratori in extra-profitti fatti sulle loro spalle. Così le condizioni dell’essere “imprenditori di se stessi” nascondono coperture assicurative e previdenziali inesistenti, rischio aziendale e costi fissi sulle proprie spalle, assenza di retribuzione quando manca il lavoro. Insomma, da dipendenti precari in imprenditori precari. Non proprio una grande evoluzione.
E che dire della tecnologia che diventa la nostra controllora? Sistemi informatici stabiliscono quanto produrre in quanto tempo, programmano i nostri tempi e ritmi di lavoro e controllano quanto rendiamo. Magari ora il mio computer sta contando quante lettere scrivo al minimo o il vostro telefonino quanto tempo impiegate a leggere l’articolo.
Certo la colpa non è degli algoritmi che ottimizzano. Trovare i fattorini in maniera efficiente grazie a parametri oggettivi come la distanza, il percorso da compiere o la velocità media è solo vantaggioso. Il problema non sta nella riduzione degli errori e nell’efficienza. Il problema sta negli individui che utilizzano gli algoritmi per rendere i collaboratori schiavi del tempo. Il problema è che noi consumatori premiamo con i nostri acquisiti queste aziende.
Ma la profezia di Keynes non è per forza è svanita. Nulla ci vieta di costruire una società nuova. Una società dove la tecnologia consenta agli individui di investire anche in altre attività. Una società dove il tempo diventa al servizio degli uomini e delle donne e non il contrario.
Tratto da L’Osservatore, 1 maggio 2021

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L’accordo e i suoi nodi

Il tema dell’accordo quadro è di estrema attualità. Gli strascichi dell’ultimo incontro tra la presidente della commissione europea e il presidente della Confederazione si faranno sentire per qualche mese. Riprendo un articolo pubblicato dal Corriere del Ticino, che ringrazio, il 28.04.2021.


L’accordo quadro è morto? E se non lo fosse, perché prolungarne la lenta, interminabile agonia?
Dopo l’ennesimo incontro tra le parti i quesiti aperti sono molti. Alla base della proposta di accordo c’era la volontà di avvicinare le regole istituzionali europee e quelle svizzere. Ma le cose sono andate male da subito. Il primo grande dissidio ha riguardato la cosiddetta ripresa automatica del diritto europeo. Nonostante le rassicurazioni (centralità del parlamento, possibilità di referendum, ecc.) la perdita di autonomia e di sovranità per il nostro paese sarebbe stata significativa. Nel nostro DNA di nazione è iscritta l’idea e la pratica della democrazia semi diretta: i cittadini svizzeri non sono disposti a rinunciarci.
E c’è il resto. Pensiamo al lavoro. Secondo la UE la Svizzera dovrebbe rinunciare a tutte le misure di accompagnamento e protezione del mercato del lavoro interno se sono discriminatorie nei confronti dei lavoratori comunitari. E a decidere se sono discriminatorie sono naturalmente gli stessi europei.
Un secondo, e altrettanto aspro, terreno di scontro riguarda la proibizione degli aiuti di Stato alle aziende, se questi distorcono la concorrenza. Concretamente questa misura implicherebbe, per esempio, dover rinunciare alle banche cantonali. In questo caso l’Unione Europea ha asserito di voler prendere in considerazione questa nostra “tradizione”, tramite cavilli e postille varie. Non proprio rassicurante.
Infine, vi è la questione della cittadinanza europea con il previsto ampliamento del diritto alle prestazioni sociali per i cittadini europei. In questo come nei casi precedenti, l’Unione Europea ha lasciato intendere che la questione potrebbe essere risolta aumentando l’importo del famoso miliardo di coesione pagato dalla Svizzera all’Europa, salito nel frattempo a 1.3 miliardi. A voi ogni giudizio.
Ma se su tutti questi punti non c’è una visione condivisa, per quale ragione dovremmo proseguire su questa strada? Certo, nessuno se ne può andare sbattendo la porta. Sappiamo che la UE è importante, ma anche noi abbiamo qualche freccia al nostro arco. L’Unione Europea è il nostro principale partner commerciale, vero. Ma non dimentichiamo che la Svizzera compera più di quello che vende. Nel 2018 i nostri “acquisti” in Europa permettevano di mantenere circa 500-700 mila posti di lavoro. Possiamo sommare a questo, l’effetto degli oltre 300 mila lavoratori frontalieri. Insomma per l’Unione Europea avere buoni rapporti con la Svizzera è importante, quanto per noi averne con lei. Ricordiamocene: e quando ci siederemo al tavolo la prossima volta lasciamo fuori dalla porta una certa ingiustificata sudditanza psicologica e politica che sta risultando, in ultima analisi, dannosa per i nostri interessi nazionali.

La versione audio: L’accordo e i suoi nodi
Fonte European Commission

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La crisi è finita? Non lo sappiamo ancora, ma almeno le esportazioni crescono

Le esportazioni svizzere crescono e tornano ai livelli precedenti allo scoppio della pandemia. Tiriamo tutti un bel sospiro di sollievo. Però guardare a questo indicatore non basta. Proprio per la nostra struttura economica e per le nostre risorse limitate, dobbiamo sempre tenere d’occhio anche le importazioni. E per fortuna anche le importazioni trimestrali sono aumentate (anche se non ancora ai livelli pre-crisi).
Spulciando un po’i dati trimestrali appena pubblicati vediamo che i settori trainanti si confermano quelli dei prodotti chimici e farmaceutici, dei macchinari e dell’elettronica, dei metalli e dell’orologeria. In termini di Paesi, la crescita è stata particolarmente rimarcata verso l’America del Nord. Segnaliamo comunque anche il buon risultato verso l’Europa (in particolare Francia e Spagna) e verso l’Asia che diventa sempre più un partner interessante.
Le esportazioni rappresentano per tutte le economie un fattore molto importante, ma lo sono ancora di più per la Svizzera. Il benessere generato dalla vendita di beni e servizi corrisponde a circa il 12% del nostro prodotto interno lordo. In termini concreti, il fatto che produciamo di più di quello che consumiamo e che soprattutto vendiamo questa eccedenza all’estero ci consente di mantenere in patria circa mezzo milione di posti di lavoro. E questo riusciamo a farlo nonostante una moneta storicamente forte e addirittura considerata un bene rifugio. Questo significa che anche se quello che produciamo costa di più per i nostri compratori all’estero, la qualità, la precisione, i servizi dopo vendita, come pure l’affidabilità, ci consentono di riuscire a superare quello che in apparenza sembrerebbe uno svantaggio. Inoltre, non dobbiamo nemmeno dimenticare che la nostra moneta forte ci consente dei vantaggi: il costo delle materie prime e dei semilavorati che comperiamo dall’ estero, è più basso; questo ci consente di contenere i costi, di non dover aumentare i salari, di mantenere i prezzi sotto controllo, di operare con tassi di interesse bassi. Tutti fattori questi che permettono di mantenere la stabilità macroeconomica, che è uno tra gli elementi competitivi più importanti.
Ma la Svizzera è un caso eccezionale anche per altre ragioni. Primo: siamo una nazione piccola, dalle risorse piuttosto limitate sia in termini di manodopera che in termini di territorio. Eppure le nostre bilance commerciali e dei servizi sono largamente in attivo. La seconda ragione è che non abbiamo materie prime e quindi dobbiamo dare il nostro contributo alla creazione e alla trasformazione di beni e servizi. Mi spiego meglio. Se siete tra i paesi fortunati che possono estrarre petrolio, dato che è uno dei beni più richiesti al mondo, risulterà piuttosto facile essere esportatori netti. Meno facile quando dovete comprare materie prime o prodotti semilavorati dall’estero riutilizzarli, trasformarli e rivendere prodotti finiti al di fuori dei vostri confini nazionali. Infine anche la storia economica ha un peso importante per una nazione. In questo caso a differenza della Francia, della Germania o dell’Italia la Svizzera non può contare su una storia decennale di industrie pesanti. Né automobili, né cantieri navali.
Fatte queste considerazioni, quindi massima attenzione e occhio di riguardo ai partner commerciali. Quando le altre nazioni, che sono i nostri clienti, mostrano un andamento economico favorevole, anche noi tiriamo un sospiro di sollievo. Per cui ben vengano le prospettive positive per l’Unione Europea, per gli Stati Uniti e anche per i paesi asiatici. Insomma è proprio uno di quei casi dove tutti risultano vincenti e traggono benessere dal benessere altrui.

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Finanze pubbliche fuori controllo. Colpa di Keynes?

Crisi economica uguale intervento dello Stato. Quella che oggi ci sembra un’equazione scontata è frutto invece di una lunga evoluzione storica, e anche teorica. Quando John Maynard Keynes nel 1936 pubblica la “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta” ha di fronte a sé economie industriali occidentali dilaniate dalla disoccupazione e dalla sottoutilizzazione dei macchinari.
La teoria marginalista, che andava per la maggiore in quel periodo, sosteneva due concetti fondamentali: l’importanza della produzione e il raggiungimento automatico dell’equilibrio economico in tutti i mercati. Keynes li stravolgerà entrambi.
Ma vediamo che cosa sostenevano. Primo: si dava un’attenzione esclusiva all’offerta. Se noi produciamo dei beni dovremo pagare dei lavoratori che a loro volta compreranno con i salari quanto prodotto. Concetto abbastanza semplice, ma che non ha retto al confronto con la realtà degli anni ’30. Così come non ha retto l’idea che la disoccupazione si sarebbe risolta da sola portando il sistema in equilibrio. Il meccanismo è abbastanza intuitivo: se le risorse degli imprenditori sono limitate, nessun problema. La disoccupazione in eccesso porterà a un abbassamento dei salari cosicché gli imprenditori potranno assumere i lavoratori in esubero. Anche in questo caso, problema risolto. Peccato che aprendo la finestra lo scenario che si aveva davanti era quello di un tasso di disoccupazione elevato persistente e di macchinari inutilizzati.
E qui arriva il genio di Keynes che rivoluzionerà il pensiero economico. Innanzitutto l’economista sostiene che i sistemi economici debbano essere analizzati attraverso le variabili aggregate, come la produzione nazionale, l’occupazione totale, il livello dei prezzi generale. In particolare poi l’attenzione deve essere messa sulla domanda aggregata, che altro non è che quello che consumano le famiglie, che investono le aziende, che spende lo Stato e che si esporta all’estero. Ma non è tanto questa la rivoluzione, quanto quella di invertire il pensiero: non vendiamo tutto quello che produciamo, ma, al contrario, produciamo solo quello che vendiamo. E se immaginiamo di vendere poco, allora produrremo poco e questo causerà licenziamenti. Quando si verifica una situazione di disoccupazione siamo in presenza di una domanda che non è abbastanza grande rispetto all’offerta che garantisce il pieno impiego.
Ma Keynes si spinge oltre. Dimostra che in presenza di questo genere di crisi economica e di questa specifica disoccupazione, solamente un agente può intervenire per aumentare la domanda e quindi la produzione e quindi l’occupazione: questo agente è lo Stato. In effetti, se ci pensiamo, non possiamo obbligare i consumatori a comperare più prodotti come non possiamo obbligare gli imprenditori ad aumentare gli investimenti e, men che meno, abbiamo un potere sulla domanda dell’estero. Insomma solamente lo Stato in maniera diretta attraverso la politica fiscale o indiretta attraverso la politica monetaria può far aumentare la domanda.
Ma la grande accettazione della teoria di Keynes passa anche attraverso un punto che spesso viene sottovalutato: l’intervento dello Stato deve essere limitato esclusivamente ai momenti di crisi. E anche in questi momenti deve essere concessa la massima libertà ai consumatori e agli imprenditori. Keynes è un sostenitore di un capitalismo “saggio” e di un intervento dello Stato mirato.
E allora com’è possibile che le teorie keynesiane abbiano portato a una spesa pubblica fuori controllo? Purtroppo come spesso accade, prendiamo solo quello che ci piace. E così nel corso dei decenni la classe politica ha preferito non applicare la parte della teoria di Keynes che prescrive che nei momenti di crescita economica lo Stato debba ridurre la sua spesa pubblica e addirittura aumentare le entrate fiscali. Ma come dargli torto? Ve lo immaginate il successo elettorale di un politico che con tono fiero dichiara “Cittadine, cittadini sono veramente felice dell’ottimo momento economico che stiamo vivendo. Per questo abbiamo deciso di ridurvi i sussidi e nel contempo di aumentarvi le tasse.”

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Mentre Madoff muore, il Bitcoin vola

“Amici, che rimanga tra di noi, ho un grande affare da proporvi. Cosa dovete fare? Niente di particolare. Datemi la cifra che volete e io vi garantisco un tasso di interesse almeno del 10%. Sì, avete capito bene, proprio del 10%. Naturalmente quando vorrete ritirarvi io vi restituisco tutto quanto avete investito. Sapete, in tutti questi anni, anche come presidente del Nasdaq, ho sicuramente imparato tanto. E ora vorrei fare crescere i nostri affari. Se volete farne parte, come ha fatto anche Steven (Spielberg), la porta è aperta. In effetti, se ci sono importanti fondi e banche che stanno investendo nelle mie aziende, io vorrei davvero che ci foste anche voi, cari amici”

Secondo me, Bernard Lawrence Madoff per creare la più grande truffa del secolo l’ha raccontata così ai suoi amici. Madoff aveva fondato la sua prima società nel 1960 con soli 5 mila dollari; cinquant’anni dopo aveva amministrato 65 miliardi di dollari, la maggior parte andati in fumo. Un genio? Sicuramente un persuasore. Quanto lo è stato l’italiano Carlo Ponzi che all’inizio del Novecento è andato a cercare fortuna in America. Alla stessa maniera Madoff è stato bravo a ingolosire il già bramoso animo umano. Un po’ come il fiore attira l’ape per essere impollinato, così fa il marketing piramidale. E lo schema Ponzi ne è il rappresentante più celebre.

Questo genere di affari si basa sul reclutamento. Il guadagno c’è, peccato che di solito sia limitato al fondatore dell’affare e ai primi partecipanti. Facciamo un esempio facile. In cambio del 10% di interesse, voi investite 1’000 franchi nella mia azienda. Per pagare il vostro tasso di interesse, io trovo altre persone che investono 1’000 franchi oppure addirittura le trovate voi. Per pagare il loro interesse, ne troveremo ancora delle altre. Vi direte e che cosa c’è di male? Niente se non fosse che io uso i vostri soldi per i miei scopi: una bella villa direi a Montecarlo, uno yacht, qualche automobile di lusso, gioielli, vacanze da sogno, feste tra noi multimilionari, … Insomma, ad un certo punto i nuovi “investitori” non basteranno più e quando verrete a chiedermi indietro i vostri 1’000 franchi, saranno svaniti. Madoff è stato condannato a 150 anni di reclusione per aver truffato 37’000 persone in 136 Paesi. È morto qualche giorno fa.

Ma le truffe in economia sono vecchie quanto l’economia stessa e fanno presa sempre sull’ingordigia e sull’avidità umana. John Law nel 1720 riesce a far crescere in maniera vertiginosa il valore delle azioni della Compagnie d’Occident creata per sfruttare ricchissime miniere d’oro della Louisiana. Riesce anche a coinvolgere e a far garantire queste azioni dalla Banca Reale francese. Peccato che in quella zona della Louisiana ci fossero solo paludi.

Non da meno Gregor MacGregor che attorno al 1820 riuscì a far credere a tutti di essere il Principe di Poyais, una nazione indipendente nella Baia di Honduras. Non solo riuscì a raccogliere investimenti di tante persone che volevano trarre profitto da questa terra ricchissima di miniere di oro e d’argento, ma riuscì persino a piazzare in Borsa a Londra le obbligazioni. Peccato che Poyais esistesse solo nella fervida immaginazione di MacGregor.

Oggi, i paesaggi immaginari, nei quali si svolge l’eterna commedia dell’avidità e della creduloneria umana, sono molto meno suggestivi delle fertili città honduriane o delle sconfinate pianure della Louisiana. Oggi può svolgersi semplicemente nello studio di casa vostra dietro la lucina dello schermo del computer. Bitcoin, ne avete mai sentito parlare?

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Il Fondo Monetario vuole aumentare le tasse. Ma è davvero la soluzione?

Questa mattina sono stata interpellata da Radio 3i, che ringrazio, per commentare la notizia che il Fondo Monetario Internazionale (FMI) propone l’aumento delle tasse.
Il Fondo Monetario Internazionale è nato, insieme alla Banca Mondiale, nel 1944 durante la famosa conferenza di Bretton Woods. A questo incontro voluto per stabilizzare il sistema monetario internazionale ed evitare nuove svalutazioni competitive che avrebbero danneggiato l’economia mondiale parteciparono 44 Paesi (oggi conta 190 membri). Le soluzioni proposte furono due. Da una parte quella inglese dell’economista John Maynard Keynes (di cui abbiamo scritto in passato) e dall’altra quella statunitense con l’economista Harry Dexter White. Keynes proponeva la creazione di un sistema di pagamenti internazionale e di una nuova moneta, il Bancor. White invece suggeriva l’istituzione di un fondo di stabilizzazione finanziato dai paesi. La soluzione scelta fu molto vicina all’idea di White. Il FMI nacque quindi con l’idea di raccogliere fondi e prestarli ai paesi membri in difficoltà. Il tutto basato sull’idea di cambi fissi tra le monete nazionali che trovavano la loro base nel rapporto tra il dollaro e l’oro. Il sistema di cambi fissi finì nel 1973; da allora siamo in presenza di cambi flessibili.
Ma torniamo al suggerimento del FMI di aumentare la tassazione.
Tra le sue proposte c’è quella di ampliare la base imponibile, quindi tassando nuovi elementi, e quella consueta di tassare di più i redditi alti e i grossi patrimoni. Concretamente il FMI propone per esempio di introdurre la tassazione sulle case, sulle successioni, sulle aziende che hanno conseguito importanti utili come pure accenna a misure per impedire la “non tassazione”. In questo caso si riferisce a quelle aziende che possono “ottimizzare” la loro tassazione spostando gli utili da un paese all’altro.
Tutto ottimo sulla carta, ma attenzione. Quando si mette mano al sistema fiscale bisogna capire bene qual è l’obiettivo che si vuole raggiungere. Le misure di politica fiscale restrittiva sono molto differenti tra loro.
Farlo per sanare le finanze pubbliche è ben diverso che farlo per ridurre le disuguaglianze. Mi spiego meglio. Alcuni paesi, e sottolineo solo alcuni paesi, necessiteranno di riportare i conti pubblici in equilibrio. Per questo tipo di intervento nulla vieta l’introduzione tra qualche anno, ma solo tra qualche anno, di una sorta di contributo di solidarietà da prelevare ai cittadini e alle aziende più benestanti. Sarebbe corretto attendere qualche anno che la situazione economica si stabilizzi per non comprometterla.
Se invece, come pare dall’annuncio del Fondo Monetario Internazionale, si vuole agire sulla disuguaglianza allora la misura non mi trova per nulla concorde. Questo è solo un cerotto temporaneo. Il difetto sta nel manico dei nostri sistemi economici. Dobbiamo agire là, alla base, dove si generano le disuguaglianze. Questo può essere fatto solo attraverso la regolamentazione. Bisogna agire sui meccanismi che permettono di accumulare costantemente ingenti patrimoni o di ottenere retribuzioni sproporzionate. Pensiamo alle grosse aziende, alle banche, ai Paperon de’ Paperoni che grazie ai loro grandi patrimoni possono fare investimenti che li accrescono all’infinito. O pensiamo alle folli retribuzioni che ricevono i manager sotto forma di bonus. Oppure ancora pensiamo ai milioni di transazioni che avvengono ogni secondo sui mercati finanziari e che consentono rendimenti molto elevati data la quantità investita. E che dire dei paradisi fiscali che permettono alle aziende di spostare gli utili dove non sono tassati?
Ecco, sono questi i punti dolenti dei nostri sistemi economici. Le lacune che consentono disuguaglianze inaccettabili. Ma le soluzioni richiedono regolamentazioni coraggiose e non solo tasse più alte che andrebbero sì a riempire le casse statali, ma senza risolvere il problema.

La versione audio: Il Fondo Monetario vuole aumentare le tasse. Ma è davvero la soluzione?
Fonte: https://bit.ly/3fTHeJm
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Credit Suisse non ne imbrocca una. Da Wirecard ad Archeghos passando per Greensill Capital

Pare proprio che Credit Suisse non ne imbrocchi una. E le vicende assomigliano a romanzi.
Germania, giugno 2020: la società Wirecard non ottiene l’approvazione dei suoi bilanci. Si scopre che gli 1.9 miliardi di euro depositati nelle Filippine non esistono. Wirecard è una società fiore all’occhiello tedesco. È attiva nel settore fintech e fornisce la tecnologia per i pagamenti online e l’emissione di carte di credito, come Paypal e Western Union. La storia di questa azienda è molto simile ad altre storie di frodi finanziarie. Wirecard nasce nel 1999 e per il primo decennio fa principalmente transazioni online per siti pornografici e giochi d’azzardo. Nel giro di pochi anni, grazie al suo nuovo amministratore delegato Markus Braun, Wirecard diventa un colosso: oltre 300 mila aziende come clienti, 6 mila dipendenti e sedi in 20 paesi del mondo. Un grande successo per un’azienda che compera società molto piccole con redditività bassa che dopo l’acquisto sorprendentemente nel giro di poco tempo raccolgono enormi quantità di denaro che portano ingenti profitti. Ma le autorità di vigilanza tedesche (BaFin) fanno orecchie da mercante. Non solo, qualche anno più tardi, scenderanno in campo a spada tratta contro le accuse di irregolarità contabili mosse dal Financial Times nei confronti di Wirecard. Ma i nodi vengono al pettine nel giugno del 2020 quando Wirecard non ottiene l’approvazione dei suoi bilanci. Il valore delle azioni crolla da 90 euro a pochi centesimi (oggi un’azione Wirecard vale 40 centesimi di euro). Ci vorrà un anno e mezzo perché Presidente e vice-presidente dell’autorità di vigilanza tedesca riconoscano l’errore e annuncino le loro dimissioni. Ma cosa c’entra in tutto questo Credit Suisse? Prima che lo scandalo scoppiasse Credit Suisse piazza ai suoi investitori istituzionali 1 miliardo di titoli Wirecard che ha comperato SoftBank Gruoup che è una società giapponese sua “amica”. Così facendo, Softbank ha regalato le sue perdite ai clienti di Credit Suisse.
Seconda storia. Marzo 2021. Credit Suisse investe 10 miliardi di dollari in 4 fondi gestiti da Greensill Capital, società di investimento specializzata nei prodotti “supplly chain finace”. Nome difficilissimo che ora spieghiamo. Questi prodotti si basano sul finanziamento della catena di approvvigionamento delle aziende. Vediamo come funzionano. L’azienda A vende della merce all’azienda B emettendo una fattura. L’azienda A non vuole aspettare il termine di pagamento e quindi “vende” la fattura alla Greensill Capital che in cambio le dà subito il 90-95% dell’importo. È vero che l’azienda A perde qualcosa, ma almeno non deve attendere per l’incasso. La Greensill Capital mette questa fattura in un fondo che è comperato da Credit Suisse. Queste fatture sono assicurate, quindi se l’azienda B non dovesse pagare nessun problema perché interviene l’assicurazione. A meno che… a meno che l’assicurazione, capita la mal parata, non si ritiri dal fondo. Ed è quanto capitato. Ecco perché è molto probabile che i debitori non pagheranno le fatture e i clienti di Credit Suisse perderanno tutto. Nel frattempo, naturalmente, Greensill Capital ha annunciato di essere insolvente.
E infine l’ultima tegola: il fallimento di Archeghos Capital Management. Anche qui la storia è abbastanza simile. Un piccolo family office (che è una società di gestione patrimoniale di famiglie ricche) partito con 900 milioni di dollari grazie all’intervento miracoloso di un finanziere cinese arriva a gestire 10 miliardi. E naturalmente ingolosita da rendimenti eccezionali Credit Suisse si è lanciata nell’affare. Peccato che qualche giorno fa sia arrivata la notizia del fallimento. E peccato che il finanziere responsabile del fondo fosse già stato condannato in passato per aver usato informazioni riservate per guadagnare in maniera illecita (insider trading) e per frode.
Le perdite per Credit Suisse saranno ingenti: il titolo ha già perso oltre il 10% del suo valore. Alla luce di questi tre casi, alcuni dubbi sorgono spontanei. Ma voi, affidereste i vostri risparmi a Wirecard, Greensill Capital e Archegos? Sicuramente no. E allora, come è possibile che professionisti del settore continuino a commettere gli stessi errori fatti nel 2008? Possibile che non si riesca a ripulire questo mondo della finanza?

P.S. Se ci fossero imprecisioni e semplificazioni eccessive sui prodotti o sui meccanismi non esitate a comunicarmele

La versione audio: Credit Suisse non ne imbrocca una. Da Wirecard ad Archeghos passando per Greensill Capital
Fonte. Credit Suisse
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Biden ha le mani bucate? Non ha ancora speso i 1’900 miliardi che già ne chiede altri 2’250

Biden non ha ancora speso un centesimo dei 1’900 miliardi di dollari votati per il piano anti-Covid, eppure vuole già spenderne altri 2’250 miliardi.
Il primo piano era già stato lanciato nell’era Trump. Prevede che ogni persona che guadagna meno di 75 mila dollari (70 mila franchi) e in coppia meno di 150 mila dollari (140 mila franchi) riceverà un assegno da 1’400 dollari che potrà spendere liberamente (1’300 franchi). In aggiunta i disoccupati riceveranno fino a settembre 1’200 dollari (1’100 franchi) mensili di sussidi federali straordinari. E infine, i crediti di imposta per figli minorenni saranno convertiti in assegni di cui le famiglie potranno disporre.
Questa politica da 800 miliardi è un esempio di politica fiscale tipico da manuale. La prima misura è indirizzata a tutte le persone con redditi medio-bassi; la seconda sostiene in maniera mirata la categoria delle persone disoccupate, mentre la terza aiuta le famiglie povere.
Anche in questo caso, come sempre, l’obiettivo di una politica fiscale è doppio. Primo: lo Stato sostiene alcuni cittadini in difficoltà dando loro un reddito che non hanno. Lo Stato sarà molto contento se questi lo spenderanno interamente e in beni prodotti negli Stati Uniti. Ma perché uno Stato dovrebbe incentivare il consumo?
Il consumo rappresenta il 50-55% del nostro Prodotto Interno Lordo; per farla semplice è la benzina principale del nostro benessere economico. Se le persone consumano dei beni, sarà necessario che qualcuno li produca. Affinché questo avvenga le aziende dovranno assumere nuovi collaboratori. In questo caso il vantaggio è triplo. Primo: se le persone trovano un posto di lavoro non avranno più bisogno dei sussidi dello Stato e la spesa pubblica diminuisce. Secondo: i cittadini avranno un reddito su cui pagheranno le imposte e le entrate dello Stato aumenteranno. Terzo: i cittadini potranno comperare dei beni. Così aumenteranno ulteriormente la domanda, la produzione dovrà crescere e il nostro circuito economico guarirà dalla crisi in cui si trova. Quindi lo Stato non solo renderà felici direttamente i cittadini che riceveranno il denaro, ma grazie al loro consumo, renderà felici anche quelli che troveranno un posto di lavoro.
E non finisce qui. Se i cittadini usano tutto il reddito per comperare beni prodotti localmente permettono al moltiplicatore di esercitare il suo effetto. Questo meccanismo, non si offenda nessuno dato tra l’altro il periodo pasquale, è un po’ la moltiplicazione dei pani e dei pesci. Infatti il moltiplicatore spiega che l’impatto sulla crescita della produzione è maggiore della spesa che è stata fatta. Concretamente se io ho regalato 1’400 dollari a una persona e so che il moltiplicatore è di 1.5 alla fine del circuito economico il mio prodotto interno lordo sarà aumentato di 2’100 dollari. Ha speso 1’400 dollari se ne generano 2’100. Vi sembra un miracolo? No, niente di così grande. Il meccanismo che sta dietro e che è spiegato nell’economario con un esempio semplice è molto banale. Se io ho un reddito aggiuntivo e lo spendo, qualcun altro lo incasserà; a sua volta questo qualcun altro potrà spenderlo e qualcun altro lo riceverà e così di seguito. Quindi si genererà una sorta di redditi a cascata.
Ecco perché la politica fiscale, oltre ad aiutare i cittadini in difficoltà, sostiene anche la ripartenza dell’economia. Quanto però saranno sufficienti questi aiuti ce lo dirà solo il tempo.
Intanto però il presidente Biden ha già annunciato di voler spendere altri 2’250 miliardi di dollari e di voler aumentare le tasse. Sicuramente queste proposte alimenteranno il dibattito nei prossimi mesi. E come si dice in questi casi, affaire à suivre… e noi lo eseguiremo in un prossimo articolo.

La versione audio: Biden ha le mani bucate? Non ha ancora speso i 1’900 miliardi che già ne chiede altri 2’250
© Mandel Ngan/AFP via Getty Images
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Il polo sportivo di Lugano si farà! Forse…

Il Polo Sportivo di Lugano si farà; forse. Il consiglio Comunale nella seduta del 29 marzo ha deciso di approvare questo progetto. Da mesi la città di Lugano dibatte e si batte su due importanti infrastrutture. L’aeroporto di Agno e appunto il Polo Sportivo. Lugano è la città più importante del Cantone, oltre a essere l’ottava città più popolata in Svizzera. Un quarto di tutte le aziende e di tutti gli impieghi del Cantone si trova in questa città. Città che contribuisce in maniera sostanziale alla perequazione intercomunale, ossia al fondo con cui i comuni più “ricchi” danno risorse ai comuni più “poveri”. Insomma, quando Lugano ha il raffreddore, il Cantone deve misurarsi la febbre. Proprio per mantenere questa sua forza, come tutte le grandi città, anche Lugano dovrà ripensarsi nei prossimi anni. Questo il mio pensiero pubblicato qualche settimana fa dal Caffè (14.03.2021)

Il passo più difficile è dimenticare il glorioso passato
La maggioranza dei fattori con cui bisogna fare i conti sfugge al controllo.
Due differenti dinamiche hanno caratterizzato il nostro Cantone negli ultimi anni. Da una parte le città considerate fino a qualche tempo fa le “sorelline minori” hanno potuto innovare, sperimentare, costruirsi un’identità più specifica che le fa apparire oggi dinamiche e con il vento in poppa. Dall’altra parte Lugano, la locomotiva del Cantone, che faceva i conti con dei cambiamenti strutturali che ne avrebbero intaccato in parte la sua stessa identità.
Pensiamo all’impatto che hanno avuto il ridimensionamento della piazza finanziaria e delle attività collegate, la riduzione dei posti di lavoro, la diminuzione delle entrate fiscali o ancora la fine di un certo turismo “di lusso”. Questi elementi accompagnati dalla necessità di gestire problematiche tipiche delle città più grandi e multietniche hanno fatto sì che il contesto si modificasse rapidamente richiedendo attenzioni particolari.
Ora però siamo a un punto di svolta. La Nuova Lugano ha tutte le carte per programmare il suo sviluppo futuro. Il compito non è semplice, soprattutto quando richiede la capacità di estraniarsi dal presente in cui si vive e si decide, per proiettarsi nei dieci-quindici anni successivi. L’orizzonte temporale per le grandi manovre purtroppo non è mai il breve termine. Così Lugano dovrà scegliere su quali settori e ambiti scommettere. Poi dovrà avere il coraggio di costruire le condizioni quadro favorevoli e soprattutto di investire.
Di certo la città non parte da zero. Potrà sfruttare la sua posizione tra due metropoli come Zurigo e Milano; il suo essere città universitaria che si svilupperà ulteriormente grazie alla facoltà di scienze biomediche; le competenze della piazza finanziaria e del settore del commercio delle materie prime; la rinascita di un turismo di qualità. Senza dimenticare tutto ciò che si sta sviluppando nell’agglomerato luganese: dall’intelligenza artificiale, alla farmaceutica, dalle scienze infermieristiche, alla tecnologia.
Le possibilità non mancano. Tuttavia, come per ogni cambiamento, probabilmente il passo più difficile è mettere da parte il glorioso tempo che fu.
Tratto da il Caffè, 14.03.2021

La versione audio: Il polo sportivo di Lugano si farà! Forse…

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L’economia svizzera? Bene, ma non benissimo…

L’economia svizzera ritroverà pieno splendore a partire dal III trimestre del 2021. Almeno questo è quanto sostiene il KOF, che è l’istituto di ricerca del politecnico federale di Zurigo. Anche se in realtà lo stesso istituto propone tre scenari diversi a causa della grande incertezza in cui viviamo. Il primo, negativo, prevede che l’economia internazionale risenta ancora della crisi pandemica portando a un aumento del Prodotto Interno Lordo (PIL) svizzero di soli 2.4%. Per contro lo scenario positivo prevede una crescita del PIL del 3.1% grazie a una campagna delle vaccinazioni spedita e a effetti che consentano di interrompere tutte le misure di confinamento. Infine, lo scenario di base che prevede una crescita per quest’anno del 3%.
Secondo queste previsioni l’economia mondiale, dopo il calo brusco del 5% dell’anno scorso, dovrebbe risollevarsi crescendo del 4.7%. Come possiamo immaginare la ripresa non sarà la stessa in tutti i paesi, così vediamo stimare un aumento del PIL dell’Unione Europea di “solo” il 4% rispetto al 5.5% degli Stati Uniti e a ben il 9.2% della Cina.
Da parte sua il prezzo del petrolio che ricordiamo è il fattore produttivo fondamentale per le nostre economie avanzate, tornerà ai livelli pre-crisi (attorco circa ai 62.5 dollari al barile). Senza grandi sorprese i tassi di interesse della zona dell’Euro dovrebbero rimanere negativi. In questa analisi c’è però un dato che ci potrebbe preoccupare: la crescita piuttosto bassa della Germania, stimata solo del 3.2%. Questa Nazione è il nostro principale partner commerciale, sia in termini di risorse e prodotti che acquistiamo da loro, sia in termini di prodotti e servizi che le vendiamo.
Andiamo a vedere i nostri dati nazionali. Il consumo delle famiglie che crescerà del 3% sarà determinante. Ricordiamo che questa componente rappresenta in Svizzera oltre il 50% di tutto il prodotto nazionale. Per questo il suo andamento è costantemente monitorato e non può che rallegrarci quando aumenta. In effetti, questo fattore è quello che dà il più grande contributo alla crescita nazionale. Potreste obiettare che non è così perché il consumo pubblico, quindi la spesa pubblica, crescerà quest’anno di ben il 3.7%. Attenzione perché dobbiamo ricordarci che questa crescita deve essere rapportata alla proporzione che la spesa pubblica rappresenta dell’economia nazionale e che è “solo” dell’11%. Val la pena anche di notare che l’aumento considerevole della spesa pubblica è proprio lo strumento di politica fiscale espansiva che gli Stati mettono in atto per aiutare l’economia nel momento di difficoltà.
Gli investimenti, anche se meno rispetto a quanto ci saremmo aspettati, cresceranno. Le costruzioni dello 0.5%, i macchinari del 2%. Anche le relazioni con l’estero mostrano una buona dinamica. Le esportazioni di beni e servizi dovrebbero aumentare del 6.5% e le importazioni del 5.2%. Ricordiamo che la Svizzera è un Paese esportatore netto, quindi vende all’estero più di quello che compera. Questo fatto è molto importante perché permette di mantenere posti di lavoro in Svizzera. Se dobbiamo produrre di più di quello che consumiamo, allora avremo necessità di generare posti di lavoro che altrimenti sarebbero all’estero. In aggiunta è bene segnalare le tre ragioni che rendono il caso svizzero eccezionale. Primo: siamo molto piccoli e quindi abbiamo risorse, territorio, personale,… ridotti. Secondo non abbiamo materie prime: se potete trivellare petrolio e venderlo sui mercati internazionali è facile essere esportatori. Nel nostro caso invece dobbiamo comperare dall’estero materie prime e prodotti, elaborarli e rivenderli. Infine, tranne poche realtà, non possiamo vantare una storia di grandi aziende nell’industria pesante: niente automobili, niente cantieri navali.
Ma alla fine perché siamo contenti se il prodotto interno lordo sale? La crescita del PIL ci consente di produrre di più e quindi di offrire posti di lavoro. In questo senso, le previsioni stimano un aumento della disoccupazione secondo l’ILO al 5.2% e al 3.3% per la SECO. Dati fortunatamente piuttosto contenuti che speriamo la realtà confermi.

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La Banca Nazionale scommette contro il franco svizzero

Anche il rapporto annuale del 2020 della Banca Nazionale Svizzera (BNS) non può non parlare della crisi del Covid-19. Così dalle sue pagine scopriamo che per fare la sua politica monetaria espansiva ha usato principalmente tre strumenti: il contenimento dell’apprezzamento del franco svizzero, il mantenimento di bassi tassi di interesse e la garanzia di sufficienti crediti e liquidità al sistema. Ma vediamo in parole semplici che cosa ha fatto la Banca Nazionale.

Quando c’è una crisi economica che genera incertezza e instabilità gli agenti economici si comportano in maniera differente. Così per esempio anziché cercare investimenti che fanno guadagnare, cercano la garanzia di mettere al sicuro il proprio capitale. E così comperano i cosiddetti beni rifugio. Oro, oggetti di valore, monete, opere d’arte, auto d’epoca, immobili, vini pregiati vedono il loro mercato aumentare notevolmente. Lo stesso può capitare anche per le valute. E tra queste il franco svizzero, famoso per la sua stabilità. Così la Banca Nazionale si è trovata a dover affrontare il pericolo di un troppo grande apprezzamento del franco. Se la nostra moneta diventa forte, i beni e i servizi prodotti in Svizzera diventano troppo cari per l’estero e questo può causare grossi problemi alla nostra economia. Semplificando di molto le cose possiamo pensare che per contrastare questo fenomeno la BNS interviene sul mercato dei cambi acquistando valuta estera e quindi vendendo franchi svizzeri. La maggior parte degli investimenti è fatta da titoli di Stato, anche se la BNS non disdegna investimenti in azioni e obbligazioni di società.

Nel 2019, l’anno prima, la Banca Nazionale aveva comperato il corrispettivo di 13.2 miliardi di franchi; nel 2020 ha speso 110 miliardi. L’intervento è stato decisamente grande.

Dobbiamo comunque riconoscere la BNS ha fatto bene il suo lavoro generando un rendimento delle riserve monetarie dell’1.9%.

Un’altra manovra per scoraggiare il fatto di comperare franchi svizzeri e tenerli depositati in banca è quella dei tassi di interesse negativi. Concretamente significa che siete voi a dover pagare per tenere i soldi in banca.

Ma il mantenimento di un basso tasso di interesse è anche uno strumento che ha ridotto il costo per le aziende e gli enti pubblici che necessitano di finanziamenti.

Infine sempre sul fronte del credito e della liquidità la Banca nazionale ha concesso liquidità alle banche secondarie affinché potessero elargire i crediti COVID-19 garantiti dallo Stato.

Insomma un bel misto di strumenti per fare una politica monetaria espansiva.

Ma sfogliando il rapporto leggiamo tante altre curiosità. Per esempio scopriamo che a fine 2020 gli attivi della BNS ammontavano a 999 miliardi di franchi (accidenti, mancava solo 1 miliardo per la cifra tonda…) o ancora che è stato proposto un dividendo agli azionisti di 15 franchi. Già perché la Banca Nazionale svizzera è una società anonima detenuta sì per metà dai Cantoni e dalle banche cantonali, ma per l’atra metà appartiene ai privati. Dobbiamo precisare che però è una società anonima retta da una legge speciale (per esempio il dividendo è al massimo il 6% del capitale azionario oppure ci sono limitazioni al diritto di voto).

Altra curiosità è che mentre i pagamenti in contanti l’anno scorso si sono ridotti notevolmente, la domanda di banconote di grosso taglio, pensiamo ai 1’000 franchi, è cresciuta. Questo ci confermerebbe che sono ancora in tanti quelli che anziché puntare su grandi investimenti speculativi, scelgono il caro vecchio materasso. E come dargli torto in una situazione di instabilità e incertezza come quella attuale?

D’altronde anche Paperon de’ Paperoni tiene le sue monete al sicuro nel suo deposito…  

La versione audio: La Banca Nazionale scommette contro il franco svizzero
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Che cosa hanno in comune Keynes e la Covid-19? L’incertezza

Questa mattina sono stata ospite della trasmissione Millevoci di Rete Uno (sotto il link). Abbiamo parlato di certezze in ambito economico, psicologico e artistico.
Da un punto di vista economico una delle più grandi rivoluzioni del pensiero è stata proprio quella di riconoscere l’esistenza dell’incertezza. Keynes ha portato un cambiamento epocale. Fino a quel momento la teoria dominante, definita neoclassica, riteneva che tutte le dinamiche economiche lasciate a loro stesse avrebbero condotto a un equilibrio. Questo significava che il mercato da solo avrebbe trovato la corretta allocazione dei fattori. L’equilibrio automatico valeva per il mercato dei beni, della moneta, dei servizi e anche per quello del lavoro. Il fattore che consentiva di giungere all’incrocio perfetto tra domanda e offerta era il prezzo. Keynes stravolge il pensiero sostenendo che nella realtà il contesto in cui gli agenti economici prendono decisioni è l’incertezza. Anche se sembra una banalità, questa considerazione ha un impatto devastante sulla teoria economica neoclassica mettendo in dubbio la natura stessa dell’economia. Per Keynes l’economia è una disciplina sociale e non una scienza esatta. E deve essere trattata così. Questo implica che non esistono leggi universali né soluzioni univoche, anzi.
Quali possono essere le implicazioni economiche di questa incertezza? I consumatori se non hanno fiducia non usano il reddito e consumano meno diminuendo la domanda aggregata. In risposta la produzione diminuisce. Le aziende smettono di investire. Così si presenta lo squilibrio tra domanda e offerta potenziale (che è quella che garantisce la piena occupazione delle persone e dei macchinari). Questo significa che siamo in presenza di disoccupazione. Keynes nella sua teoria mostra perché non esista nessun automatismo che riporti il sistema in equilibrio. Anche perché l’equilibrio sul mercato del lavoro dovrebbe passare dalla riduzione dei salari che consentirebbe di aumentare il numero di occupati. Al contrario, Keynes sostiene che in queste circostanze l’unica possibilità di aiutare l’economia a riprendersi e tornare a viaggiare sulle proprie gambe è l’intervento dello Stato. Cosa accomuna questa teoria con la realtà che stiamo vivendo ora?
Le previsioni economiche appena pubblicate dalla Segreteria di Stato dell’Economia (SECO) prevedono quest’anno un aumento del Prodotto Interno Lordo del 3% (PIL). Dai dati emergerebbe una crescita generalizzata dei consumi privati (+3.7%), della spesa pubblica (+4.2%), degli investimenti (soprattutto in macchinari, +4%) e delle esportazioni (da segnalare il +13.9% di quelle dei servizi). La conseguenza sarebbe la creazione di qualche impiego in più e un aumento contenuto della disoccupazione a un tasso del 3.3%.
Guardando questi dati capiamo subito che lo Stato sta rispondendo all’incertezza e alla crisi sostenendo l’economia, ossia facendo proprio quanto prescritto da Keynes. Probabilmente sarà necessario un sostegno ancora più grande, perché questi dati positivi si fondano su tanti “se”. Affinché le cose procedano in questa direzione non ci dovranno essere nuove chiusure a livello nazionale e internazionale, la campagna di vaccinazione non dovrà subire ulteriori ritardi e le varianti non dovranno creare nuovi focolai.
Insomma, esattamente come diceva Keynes, l’incertezza è il contesto in cui gli agenti economici devono prendere decisioni. E lo Stato ha tutte le possibilità di farlo bene.

La versione audio: Che cosa hanno in comune Keynes e la Covid-19? L’incertezza
Millevoci – Rete Uno – RSI – 18.03.2021
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Basta aumentare le tasse! La riforma dell’AVS non si fa aumentando l’IVA

Basta aumentare le tasse perché non si vogliono affrontare i problemi. E soprattutto basta aumentare l’IVA solo perché è la decisione politica più semplice da prendere.
I sistemi previdenziali sono in crisi in tutto il mondo. Non è certo una scoperta di oggi che l’AVS e il II pilastro necessitano di essere curati. Ma la cura non può essere una minestra riscaldata. Ci vuole serietà e anche coraggio.
Sapete quale è il problema? Viviamo troppo a lungo, studiamo troppo e moriamo in pochi. Se a questo aggiungiamo che facciamo meno bambini, che mancano investimenti sicuri e redditizi e che ci sono tassi di interesse bassi mai visti prima, abbiamo elencato le ragioni per cui i nostri sistemi pensionistici sono in crisi. Ma la crisi dipende dal fatto che la loro struttura è stata pensata per una società di 70 anni fa. E quindi il problema del finanziamento dell’AVS e del II pilastro può essere risolto solo con una riforma globale. Purtroppo la nostra classe politica non pare avere coraggio e cerca di farci mangiare il minestrone una verdura alla volta anziché tutto insieme. Mi spiego meglio.
Nel 2017 il popolo svizzero ha bocciato la riforma 2020. Questa prevedeva l’aumento dell’età di pensionamento delle donne a 65 anni, l’aumento dell’IVA di 0.3 punti percentuali, la riduzione del tasso di conversione dal 6.8% al 6%, l’aumento dei contributi sociali dello 0.3% e l’aumento della partecipazione della Confederazione. Come vi dicevo prima un bel minestrone di misure. Il popolo ha detto no. E che cosa ha deciso di fare la nostra classe politica? Ha deciso di presentarci le verdure non più nel minestrone ma una alla volta. Non mi credete? Seguitemi.
Nel 2019 il popolo ha accettato la “Riforma fiscale e finanziamento dell’AVS” più famosa come RFFA accettando di aumentare i contributi sociali e di aumentare la partecipazione della Confederazione all’AVS. La riduzione del tasso di conversione è oggetto della riforma del II pilastro, mentre l’aumento dell’età di pensionamento delle donne e l’aumento dell’IVA è in discussione in Parlamento in questi giorni. Dell’aumento dell’età di pensionamento femminile l’opinione pubblica se ne sta già occupando.
Quello che veramente mi lascia perplessa è che nessuno abbia detto no all’aumento dell’IVA. Certo è facile da un punto di vista burocratico ritoccare al rialzo la percentuale dell’Imposta sul valore aggiunto. E forse è facile anche farla digerire ai cittadini se si dice che dopotutto in Italia è al 22% o in Germania al 19%. Ma attenzioni, signori, c’è una ragione ben precisa perché da noi l’IVA è solo al 7.7%.
La Svizzera a differenza delle altre nazioni europee ha deciso di incassare la fetta più importante delle sue entrate fiscali con la tassazione diretta della potenzialità delle persone e delle aziende. Anche se può apparire un po’ difficile da capire, questo sistema fiscale se ben modulato è la più grande garanzia di equità. Cosa che non avviene quando tassiamo attraverso le imposte indirette sul consumo, sulla spesa o sul possesso. Per farla semplice, quando compilerete tra qualche giorno la dichiarazione delle imposte, lo Stato vi tasserà in funzione delle vostre capacità. Quando invece andate a fare la spesa o a bere un caffè o a comperare un’automobile, pagate esattamente la stessa tassa di una persona milionaria. Insomma, se ci riflettiamo qualcosa non torna.
Ma non contenti i nostri politici qualche mese fa hanno pure pensato di prendere una parte della tassa sul CO2 (di cui abbiamo già parlato) e metterla nell’AVS. Ancora una volta saranno i meno benestanti a pagare la mancanza di coraggio della nostra classe politica che forse dovrebbe cercare soluzioni serie a problemi che così affrontati rimarranno sul tavolo per decenni.

La versione audio: Basta aumentare le tasse! La riforma dell’AVS non si fa aumentando l’IVA
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Ticino: 4’200 i posti di lavoro persi sarebbero pochi?

L’Ufficio Federale di statistica ha aggiornato i dati sulla perdita di impieghi nel quarto trimestre del 2020. Anche noi abbiamo trattato l’argomento quindi è corretto ritornare sul tema e valutare se le considerazioni fatte in precedenza rimangono valide o meno.
I dati comunicati inizialmente indicavano una perdita di 10’000 posti di lavoro a livello cantonale e di 23’000 a livello nazionale.
Siamo molto contenti di scoprire che la cifra si è ridotta notevolmente: i posti persi rispetto a un anno fa a livello cantonale sono “solo” 4’200, quelli a livello nazionale “solo” 17 mila.
Tuttavia rileviamo, purtroppo, che un quarto dei posti di lavoro spariti a livello nazionale sono in Ticino e di questo di certo non possiamo rallegrarcene.
Guardando i nuovi dati si conferma inoltre la fragilità del mercato del lavoro ticinese rispetto alle donne: 2’200 posti di lavoro persi in Ticino sono i loro. Questa ennesima uscita dal mondo del lavoro riduce ancora di più la quota femminile aumentando ulteriormente la differenza con la media nazionale. Per spiegarci meglio oggi le donne in Ticino sono il 43.3% delle persone che lavorano, in Svizzera il 46.2%.
Non che le cose per le donne a livello nazionale vadano tanto meglio. Nel settore terziario per esempio sono stati persi 7’700 posti di lavoro femminili mentre ne sono stati creati 4’200 maschili. Dinamica analoga a quanto successo nel cantone Ticino: qui dei 3’100 posti di lavoro persi nel terziario oltre 2’900 sono donne.
Salta subito all’occhio quindi che dei 3’500 posti di lavoro persi nel terziario ben 3’100 sono in Ticino. E ancora una volta questo conferma che i settori maggiormente toccati dalla crisi del Covid-19 sono quelli che nel nostro Cantone ricoprono una grande importanza e occupano tante persone. Primo tra tutti il settore del turismo.
Infine ricordiamo che questi dati devono essere presi molto sul serio, perché ancora abbiamo i benefici delle misure nazionali e cantonali messe in atto per sostenere le attività e le persone in difficoltà. Non sappiamo quali saranno le conseguenze quando termineranno le indennità di orario ridotto o i contributi alle aziende.
Sulla carta le prospettive di crescita per l’economia nazionale sembrano buone, ma i “se” che le accompagnano troppi… Se non ci saranno nuove misure di contenimento… se non ci saranno ulteriori ritardi nei programmi di vaccinazione… se la diffusione delle varianti non ridurrà l’effetto dei vaccini… se non ci saranno massicci tagli di posti di lavoro e fallimenti aziendali… se…
Tanti se e tanti dubbi. Con un’unica certezza finora. Il Ticino non viaggia ancora alla velocità svizzera, speriamo di non perdere anche questo treno…
Link dei comunicati e dei dati citati:
https://www.bfs.admin.ch/bfs/it/home/statistiche/industria-servizi.gnpdetail.2021-0060.html

La versione audio: Ticino: 4’200 i posti di lavoro persi sarebbero pochi?
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“Tesoro, mi si sono ristretti i prodotti”. Le confezioni si rimpiccioliscono, i prezzi no.

Vi ricordate quando nel 2019 Coca Cola e le sue sorelle si sono improvvisamente “rimpicciolite”? Probabilmente la maggioranza dei consumatori non se ne è neppure accorta. Eppure da circa due anni paghiamo lo stesso prezzo per bere meno Coca Cola: in effetti, la sua bottiglia è stata ridotta di pochi centimetri, ma di ben 50 millilitri. Oggi in Svizzera troviamo esclusivamente bottigliette da 4,5 decilitri, mentre fino al 2019 erano di mezzo litro. Anche se l’azienda ha comunicato che si trattava semplicemente di una rivisitazione del formato, le associazioni dei consumatori non hanno pensato la stessa cosa.
La tecnica di ridurre il contenuto mantenendo la confezione uguale è una strategia molto utilizzata dalle aziende negli ultimi anni. Il suo nome è shrinkflation e nasce dall’unione delle parole shrinkage che significa “contrazione” e inflation che indica “rincaro, inflazione”: si riduce la confezione e aumenta il prezzo.
In Gran Bretagna qualche anno fa l’ufficio di statistica aveva stimato che in cinque anni ben 2’500 prodotti avevano subito la riduzione del contenuto; stessa sorte in Italia per oltre 7 mila prodotti. Di fatto i consumatori si sono trovati a fare colazione mangiando meno Kellogg’s Coco Pops, a lavarsi i denti con tubetti di dentifricio “dimagriti” di 25 millilitri, a mangiare Tobleroni con una montagna in meno, a soffiarsi il naso con 9 fazzoletti di carta anziché 10. Ma anche i gelati si sono rimpiccioliti, i detersivi per la lavatrice, il numero di biscotti nelle confezioni, le scatolette del tonno e persino la carta igienica che ha perso 20 strappi per rotolo.
Se qualche volta le aziende confessano che la strategia dipende da aumenti dei costi o nuove tasse o ancora da materie prime più care, le giustificazioni più divertenti le leggiamo quando invocano le scelte salutiste. Cioè dovremmo credere che le aziende si preoccupano per noi e quindi fanno i gelati più piccoli così mangiamo meno zuccheri? Mmmh, anche alle persone in buona fede questa tesi non sembra convincente.
E allora, come giustifichiamo dal punto di vista economico il fatto che le aziende preferiscono ridurre i contenuti anziché aumentare i prezzi? Lo facciamo grazie all’elasticità. L’elasticità consente di calcolare la sensibilità di un bene rispetto ad alcune variabili come il prezzo, il prezzo di un bene sostitutivo o il reddito. Nel nostro caso sappiamo che l’elasticità della domanda delle bevande gassate rispetto al prezzo è superiore a 1. Questo sta a indicare che i consumatori sono molto sensibili alle variazioni di prezzo per cui se per esempio il prezzo aumenta del 10%, i consumatori ridurranno gli acquisti di Coca Cola di più del 10%. Per questa ragione le aziende non vogliono far vedere che aumentano i prezzi: regalerebbero clienti alla concorrenza. Ecco quindi che il trucco della riduzione del prodotto è più nascosto.
Certo, potremmo anche accorgerci di questi “maquillage”, ma per farlo bisogna calcolare il prezzo al chilogrammo o al litro e paragonare i prodotti. E come ben sappiamo anche il tempo ha il suo costo.
Però ogni tanto qualcuno si ribella. E proprio in questi giorni, abbiamo letto che un grande distributore ha deciso di rimettere nei suoi scaffali le bottigliette da mezzo litro di Coca Cola. Unico neo: non saranno prodotte in Svizzera, ma all’estero.
A questo punto a voi consumatori di scegliere se bere una Coca Cola da 450 millilitri “locale” oppure una da mezzo litro “straniera”.

Versione audio: “Tesoro, mi si sono ristretti i prodotti”. Le confezioni si rimpiccioliscono i prezzi no
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Analisi del frontalierato in Ticino (se i dati sono giusti…)

L’ufficio federale di statistica comunica che ha sbagliato i dati relativi alla perdita di posti di lavoro nel Cantone Ticino. Se le correzioni saranno al miglioramento non possiamo che rallegrarcene. I dati parlavano di 10’000 posti di lavoro spariti nel IV trimestre del 2020. Anche nel nostro blog ce ne siamo occupati. Al momento non è dato sapere quale sia l’entità dell’errore, ma siamo abbastanza allibiti che possa capitare una leggerezza del genere. Detto questo, purtroppo temiamo che la correzione non basterà a correggere le fragilità del mercato del lavoro ticinese.
Ma ora affrontiamo il tema del frontalierato, augurandoci che i dati ufficiali siano corretti…
In un momento di crisi economica come questa, la crescita costante del numero di frontalieri in Ticino suscita discussioni.
Se è vero che i dati del IV trimestre del 2020 indicano un aumento di 524 frontalieri, oggi guadiamo al medio periodo e ci interroghiamo su cosa sia successo rispetto a 18 anni fa ossia al 2002, anno di cui disponiamo dei dati disaggregati per settore.
Nonostante tutti i limiti metodologici e i cambiamenti avvenuti nella maniera di conteggiare i frontalieri, possiamo sostenere senza dubbio che sono aumentati. Nel 2002 si contavano quasi 33 mila persone; oggi sono 70 mila. L’aumento più importante è stato nel settore terziario, dove la cifra è triplicata: ad oggi contiamo oltre 45 mila persone. Attenzione specifichiamo che il settore terziario è quello che rappresenta i servizi e che sono molto differenti tra di loro. È vero che ci sono i famosi lavori in banca, ma anche il commercio al dettaglio, la ristorazione, gli architetti e le avvocate rientrano in questa categoria.
Data questa differenza è comunque possibile fare delle considerazioni generali sulla composizione di questa forza lavoro? O meglio, per farla breve, i lavori svolti dai frontalieri sono sempre gli stessi? Chiaramente ci sarà un’evoluzione strettamente collegata all’evoluzione stessa dei posti di lavoro offerti nel Cantone e di questo dobbiamo tenere conto.
Oggi, 24 mila persone lavorano nell’industria; nel 2002 erano circa 18 mila. Ma queste 18 mila rappresentavano il 54% del totale dei frontalieri. Oggi sono scesi al 34%.
Il settore del commercio e delle riparazioni di autoveicoli è il secondo più grande datore di lavoro con quasi 11’000 persone. Seppur segnalando un aumento di 6 mila persone, in questo caso le cose non sono cambiate tanto in termini relativi perché anche 18 anni fa il settore occupava il 15% delle persone. Stessa sorte per il settore della sanità (con un aumento di circa 2’400 persone, ma con una percentuale ferma al 6%) e per i servizi di alloggio e ristorazione (fermi al 5% del totale).
Troviamo però anche delle differenze. Oggi il settore delle attività professionali, scientifiche e tecniche all’interno del quale ci sono le professioni per esempio degli studi di architettura e d’ingegneria o quelle legali e di contabilità, occupa quasi 8 mila frontalieri che rappresentano l’11% del totale. Erano solo 1’000 nel 2002 (3%). Anche il settore delle attività amministrative e di servizi di supporto alle aziende (tra cui le aziende che si occupano di attività di ricerca, selezione, fornitura di personale) ha mostrato un importante aumento di quasi 6 mila persone, occupandone oggi il 9% del totale (2% nel 2002).
Per contro segnaliamo, nonostante l’aumento di 2’500 persone, la riduzione dell’importanza del settore delle costruzioni che passa dal 16% del 2002 all’11% di oggi.
Questi dati vanno sicuramente contestualizzati rapportandoli all’evoluzione della struttura economica del Ticino e lo faremo. Tuttavia ci consentono spunti di riflessione decisamente interessanti sulle professioni sviluppate nel corso di quasi un ventennio e sul cambiamento del ruolo ricoperto dai frontalieri nella nostra economia.

Versione audio: Analisi del frontalierato in Ticino (se i dati sono giusti…)
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Gli anni passano, le disparità salariali restano. Tutto il mondo è paese.

Il 22 febbraio 2021 l’ufficio federale di statistica pubblica i dati aggiornati sulle disparità salariali tra i sessi. Senza grandi sorprese, nessuna buona notizia. Le donne percepiscono in media nel 2018 ancora il 19% in meno degli uomini. Il dato è addirittura peggiorato. Sia che si guardi in termini di settore, di età, di competenze richieste, di formazione, non c’è niente da fare: le donne guadagnano meno. Talmente meno che sono loro a rappresentare quasi il 61% delle persone che percepiscono un salario inferiore ai 4’000 franchi. Niente da fare invece sui salari alti dove solo 1 persona su 5 che guadagna più di 16’000 franchi al mese è donna. Il resto dei dati conferma quanto già purtroppo sappiamo: oltre il 45% di questa differenza, cioè 684 franchi al mese, non ha nessuna spiegazione attendibile: né formazione, né anni di servizio, né nessun’altra ragione se non quella di “essere donna”. A queste notizie aggiungiamo un dato appena pubblicato dalla società Russel Reynolds che conferma che 20 impese svizzere presenti nello Swiss Market Index (SMI) contano solo il 13% di membri di direzione donne. Altre 7 sono tra il 25% e il 30%, rispettose quindi della nuova normativa svizzera che chiede che le società quotate in borse con almeno 250 dipendenti abbiano una quota del 30% di donne nei consigli di amministrazione e del 20% nelle direzioni. Incredibile il caso di Swisscom, azienda con maggioranza di capitale nelle mani della Confederazione, che conta zero donne nella direzione. Come facilmente immaginabile in nessun caso c’è una donna presidente. Questi dati portano la Svizzera negli ultimi posti della graduatoria. Ma anche altri Paesi non fanno proprio bella figura quando si parla di parità di genere. E così leggiamo che da una ricerca britannica svolta dalla Fox & Partners emerge che le direttrici donne delle più grandi aziende di servizi finanziari guadagnano quasi il 70% in meno dei colleghi uomini. Questo è principalmente dovuto al fatto che la maggioranza delle donne ricopre ruoli non esecutivi e con meno responsabilità. Il Prof. Baranzini ed io affrontiamo il tema sottolineando che per azzerare tutte le differenze è necessario che uomini e donne lavorino insieme. Sotto l’intervista della Sig.ra Erica Lanzi pubblicata dal Corriere del Ticino. Aggiungo le mie considerazione fatte per Teleticino nel TG del 22.02.2021.

Le disparità salariali crescono
Tra il 2014 e il 2018 in Svizzera sono aumentate le differenze nelle retribuzioni tra uomini e donne e con la pandemia il trend rischia di peggiorare Mauro Baranzini: «È un gap che penalizza tutta l’economia» – Amalia Mirante: «Bisogna imporre misure correttive sul mercato del lavoro»
Da anni in Svizzera si discute di disparità salariale tra uomo e donna. Tuttavia la situazione, anziché migliorare, sta decisamente peggiorando. Stando agli ultimi dati pubblicati dall’Ufficio federale di statistica, non solo la forbice tra salari di uomini e donne si allarga, ma addirittura quasi la metà delle disuguaglianze sono ormai considerate inspiegabili. Le donne, evidenzia l’UST, nel 2018 rappresentavano il 60,9% delle persone che guadagnavano meno di 4.000 franchi al mese (per un posto equivalente a tempo pieno). Al contempo l’81,2% di coloro che hanno una busta paga superiore ai 16.000 franchi sono uomini. Inoltre nel 2018 le donne guadagnavano mediamente il 19% in meno rispetto ai loro colleghi uomini. Tale dato è in crescita: era del 18,3% nel 2016 e del 18,1% nel 2014. Come è stato evidenziato sabato in occasione dell’«Equal Pay Day», in pratica è come dire che le donne, rispetto agli uomini, fino al 20 di febbraio lavorano gratis. «Purtroppo non mi aspettavo dati diversi – spiega Amalia Mirante, docente di economia presso USI e SUPSI – e temo che potrebbero peggiorare notevolmente nella prossima statistica. Ci sono ancora tante distorsioni nel mercato del lavoro che necessitano di correttivi».
Fattori chiari e meno chiari
Una parte «spiegabile» delle disparità viene ricondotta vari fattori. Ad esempio gli anni di formazione, di servizio e la posizione gerarchica occupata in azienda. Più è elevata la funzione di quadro esercitata, più marcata è la differenza salariale tra uomini e donne. Anche il ramo economico gioca un ruolo: secondo l’UST raggiungevano l’8,1% nel settore alberghiero e della ristorazione, il 17,7% nel commercio al dettaglio, il 21,7% nell’industria metalmeccanica e addirittura il 33,4% nelle attività finanziarie e assicurative. «Però ci sono alcune riserve sulla quota spiegabile», spiega Mauro Baranzini, economista e già decano della Facoltà di scienze economiche dell’USI. «Ad esempio è noto che le donne chiedano molti meno aumenti degli uomini. E poi anche i fattori biologici sono molto discriminanti. Con essi ci si riferisce non solo all’avere bambini, ma anche al fatto che l’80% delle faccende che riguardano l’economia domestica viene svolto dalle donne». D’altra parte, continua Baranzini, «è assai preoccupante la crescita della quota “inspiegabile” degli ultimi anni». Secondo i dati UST, la proporzione era al 42,4% nel 2014 ed è arrivata al 45,4% nel 2018, che corrisponde in media a 684 franchi al mese nel 2018 (contro i 657 franchi del 2016). Oltre a variare a seconda del ramo economico, è molto più elevata per le piccole imprese ma diminuisce a seconda del grado gerarchico.
Effetto pandemia
I dati UST arrivano solo fino al 2018 e con la pandemia non c’è da aspettarsi alcun miglioramento per le donne. Anzi. «Le lavoratrici sono state le grandi vittime della crisi economica», spiega Mirante. «Guadagnano meno, hanno lavori più precari, spesso concentrati nei settori più colpiti dalla pandemia. Alla perdita dei posti di lavoro si aggiunge il fatto che in vari Paesi sono state principalmente le donne a seguire i figli nella didattica a distanza o ad accudire gli anziani. Il che le ha allontanante ancora di più dal mercato del lavoro. Quindi sono state colpite due volte». E questo in tutto il mondo. «In India ad esempio – prosegue Baranzini – hanno perso il lavoro quasi solo le lavoratrici. Negli USA su cinque posti persi quattro erano occupati da donne, tra l’altro spesso alla testa di una famiglia monoparentale. E anche alle nostre latitudini, in Ticino nel 2019 e nel 2020 le donne hanno perso molti più posti di lavoro rispetto agli uomini».
Dal 1981 nella Costituzione federale si legge: «Uomo e donna hanno diritto a un salario uguale per un lavoro di uguale valore». Eppure il problema peggiora, dove sta l’inghippo? «Forse – spiega Baranzini – perché il mercato del lavoro è diventato sempre di più una giungla che premia solo la produttività. Questo va contro la tanto agognata uguaglianza. Le donne sono penalizzate dalle questioni biologiche, storiche e culturali. Sono ancora tanti i datori di lavoro convinti che il salario femminile sia solo un supplemento al bilancio familiare. Non aiuta neanche il fatto che i quadri dirigenti, più anziani, prendono decisioni che subiscono i giovani. Da un punto di vista economico il problema danneggia tutta la società, la crescita sarebbe maggiore se ci fossero pari opportunità».
Cosa fare?
I sindacati ieri hanno condannato a gran voce il problema, esigendo misure per invertire la rotta. L’Unione sindacale svizzera sottolinea come la revisione della legge sulla parità dei sessi, entrata in vigore la scorsa estate, sia arrivata troppo tardi. «Essa deve pertanto venire attuata in modo più proattivo e sistematico».
Come? «Oggi le donne sono più formate degli uomini», spiega Mirante. «Solo che i meccanismi di selezione, assunzione e promozione sono gestiti ancora prevalentemente da figure maschili influenzate da un certo vissuto. E allora ci vogliono dei correttivi sul mercato del lavoro. Ad esempio le quote rosa, introdotte dai Paesi nordici vent’anni fa. Oppure i congedi parentali, grazie ai quali si elimina la concorrenza biologica tra uomo e donna quando si diventa genitori. Si potrebbe inoltre pensare ad una società a tempo parziale per tutti, uomini e donne. Sono misure che vanno imposte, perché se si lascia la scelta non si eliminano queste forme di concorrenza tra uomini e donne che portano alle disparità. E dovessimo attendere l’evolversi naturale della situazione potremmo dover aspettare altri 50 anni almeno, prima che il tema delle disparità non sia più tale».
Fonte: Articolo Erica Lanzi- Corriere del Ticino -23.02.2021

Fonte: TG Teleticino – 22.02.2021
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Ticino: PIL, posti di lavoro, disoccupazione. Tutto va male.

Quest’oggi gli economisti sono in visibilio! Dati sul prodotto interno lordo, statistica dei frontalieri, barometro dell’impiego e qualche giorno fa, dati sulla disoccupazione ILO (di cui ci siamo occupati in passato).
Potremmo scrivere centinaia di parole su ognuno di questi temi, ma quello che cercheremo di fare, è mettere insieme una chiave di lettura su come è andata l’economia nell’ultimo periodo del 2020 e di come questa abbia impattato sui posti di lavoro.
Come ci aspettavamo in seguito alle nuove misure di contenimento l’eccellente crescita del Prodotto interno lordo del III trimestre (+7.6%) si è arrestata nel 4° trimestre, segnando solo uno 0.3%. Questo ultimo dato ci consente di fare una stima annuale del PIL che diminuirà del -2.9%. Se come titolano tutte le testate è la decrescita più grande dalla crisi petrolifera, non disperiamo: i paesi attorno a noi hanno sofferto anche di più. Il PIL tedesco scenderà del 5%, quello italiano dell’8%, quello del Regno Unito del 10%. Unico risultato positivo su cui torneremo tra qualche settimana quello dell’Irlanda che chiude con +3.2%.
Senza grandi sorprese ancora una volta i settori che sono crollati sono quelli dell’industria alberghiera (-20.8%), del settore dell’intrattenimento (-7.7%) e del settore dei trasporti e delle comunicazioni (-0.5%). Se poi si guarda ai dati rispetto a un anno fa, è un’ecatombe dal -40% del settore alberghiero al -14% di quello dell’intrattenimento.
E il mercato del lavoro non è indenne.
A livello nazionale nel 4° trimestre abbiamo perso 23’000 posti di lavoro rispetto all’anno scorso (-0.4%). Il calo percentuale dell’industria è stato maggiore rispetto a quello dei servizi. Le donne sono ancora le vittime principali con 14 mila posti di lavoro persi. Se calcoliamo i posti di lavoro in equivalenti a tempo pieno oggi in Svizzera ne contiamo poco meno di 4 milioni. E in termini di settori si conferma la riduzione nella ristorazione (-15.2%), nelle attività manifatturiere (-1.2%), nelle costruzioni (-1.6%) e nei servizi alle imprese (tra questi segnaliamo 10’000 posti di lavoro in meno nelle attività di ricerca, selezione e fornitura di personale). Al contrario in crescita i posti di lavoro nella sanità e nel commercio al dettaglio.
Se a livello nazionale le cose comunque sembrano tenere, discorso diverso ciò che sta accadendo in Ticino, dove abbiamo perso oltre 10 mila posti di lavoro, 6’300 di donne e 3’800 di uomini.
Si contano quasi 6 mila posti a tempo pieno in meno e 4’200 a tempo parziale. Una tragedia. L’industria ha cancellato 1’000 posti e il settore terziario oltre 9 mila. È come se fossimo tornati indietro di 7 anni: era dal I trimestre del 2013 che non avevamo un numero così basso di posti di lavoro in equivalenti a tempo pieno: 181’153 allora, 181’745 oggi. Sarà difficile riprendersi da questa crisi. Ci vorrà grande tenacia e perseveranza.
Tenacia e perseveranza che dovranno avere le persone che già oggi sono disoccupate. In Svizzera secondo i dati calcolati con il metodo dell’Organizzazione Internazionale del lavoro (ILO) 246 mila persone erano disoccupate a fine dicembre, 54 mila in più di un anno rispetto a un anno prima (tasso al 4.9% rispetto al 3.9%). In Ticino i disoccupati erano 12 mila, 1’500 persone in più rispetto a un anno fa. Il tasso è salito al 6.8%. Nulla ci fa sperare che le cose andranno meglio.
Ma in tutto questo una statistica cozza con le altre: quella dei frontalieri. Ancora una volta, l’unico mercato del lavoro che non appare in sofferenza è quello dei non residenti. In Svizzera l’aumento è stato di 4’816 persone, in Ticino si sono superate le 70 mila, con un aumento di oltre 500 persone in un anno.
Il settore secondario che conta 24 mila occupati frontalieri, il 34%, mostra un leggero calo (-0.5%) in linea con l’andamento generale, eccezion fatta per le costruzioni che hanno assunto 191 persone in più rispetto a un anno fa. Simmetrica, ma al contrario la situazione nel settore dei servizi che in generale mostra aumenti in tutti i settori (+628 persone), ad eccezione di quello del commercio e delle riparazioni di autoveicoli (-187 persone). Gli aumenti più importanti in termini assoluti sono avvenuti nel settore delle attività legali e della contabilità (124), negli studi di ingegneria e architettura (97), nella sanità (132), nelle attività informatiche (154). Anche nel settore in crisi dei servizi di alloggio e ristorazione c’è stato un aumento di 124. Di particolare rilievo la riduzione di 148 persone nel settore delle attività di ricerca, selezione, fornitura di personale, esattamente in linea con il trend della cancellazione dei posti di lavoro a livello nazionale. Nota dolente anche in questo caso per le donne: gli unici ad aver trovato lavoro, sono uomini.
Certo se riusciamo a comprendere esigenze nel settore sanitario, più difficile spiegare gli aumenti negli altri settori. Purtroppo questi dati non attenueranno le tensioni già presenti, tra chi non trova lavoro, chi deve andarsene in un altro cantone e chi senza nessuna colpa arriva da un’altra nazione.
Che dire in conclusione? Difficile aspettarsi buone cose nei prossimi mesi date le importanti chiusure avute fino ad oggi e data l’incertezza che regna per i prossimi mesi. Forse è ora che l’ente pubblico si rassegni a dover mettere mano pesantemente al portafoglio…

Link dei comunicati e dei dati citati:
https://www.bfs.admin.ch/bfs/it/home.assetdetail.16064825.html
https://www.bfs.admin.ch/bfs/it/home/statistiche/lavoro-reddito/attivita-professionale-orario-lavoro/occupati/svizzeri-stranieri/frontalieri.html
https://www.bfs.admin.ch/bfs/it/home.assetdetail.16044026.html

Intervista Cronache della Svizzera italiana – RSI – 26.02.2021
Versione audio: Ticino: PIL, posti di lavoro, disoccupazione. Tutto va male.
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Piove sul bagnato: Elon Musk e i ricchi sempre più ricchi

Piove sul bagnato. O forse si conferma semplicemente una regola che da sempre conosciamo in macroeconomia. C’è una sorta di circolo virtuoso che fa sì che grossi patrimoni abbiano la possibilità di generare redditi più grandi che a loro volta alimentano il patrimonio. Insomma per farla breve, i ricchi grazie al fatto di essere ricchi risparmiano di più e possono fare investimenti più redditizi, guadagnare di più e diventare ancora più ricchi. Questa è una delle ragioni che spiega perché la ricchezza è concentrata nelle mani di pochi.
Elon Musk ha capito bene questo meccanismo e sta cercando di far lievitare il suo già cospicuo patrimonio. Per chi non lo conoscesse, Musk è un giovane imprenditore che annovera tra le sue tante attività quelle di Paypal (il sistema di pagamenti e di trasferimento digitale di denaro), Space X (azienda con l’obiettivo di effettuare trasporti interplanetari), Tesla (che si occupa di auto elettriche e sistemi di stoccaggio energetico) e più recente Neuralink che vorrebbe collegare il cervello umano all’intelligenza artificiale. Di certo le idee innovative non gli mancano.
Se è vero che Musk in questi anni è balzato agli onori della cronaca in diverse occasioni, oggi lo ritroviamo protagonista in ambiti magari meno innovativi, ma altrettanto redditizi.
Qualche settimana fa Tesla ha deciso di comperare 1,5 miliardi di dollari in Bitcoin. Il prezzo è immediatamente schizzato alle stelle. Ma non solo. Tesla ha annunciato che potrebbe ben presto accettare il Bitcoin come forma di pagamento per le sue autovetture. Sarebbe la prima azienda in questo settore ad accettare e sdoganare le cripto valute.
Fino a qualche ora fa pareva che questa operazione avesse già fruttato a Tesla 1 miliardo di guadagno. Insomma, vedete che piove sul bagnato?
Ma il genio e la potenza di questo individuo non si sono fermati qui. E così è stato sufficiente che postasse sui suoi profili social delle immagini che si potevano ricollegare a un’altra criptovaluta (Dogecoin) per far aumentare vertiginosamente il suo valore.
Dopo il caso Gamestop che ha messo in evidenza i grandi limiti della finanza bisognerebbe ora interrogarsi anche sulle criptovalute e sull’estrema facilità con cui è possibile influenzarne il valore. Per il momento verso l’alto, ma vedremo cosa accadrà in futuro.
C’è chi di recente ha sostenuto che il valore di 1 Bitcoin potrebbe ben presto raggiungere il milione di dollari. Ma fino a che punto i nostri sistemi economici, quelli fatti di economia reale, potranno assorbire i contraccolpi che questi giochi d’azzardo causeranno al mondo intero? Quante aziende e quante migliaia di posti di lavoro perderemo a causa di questa speculazione sfrenata? Da sempre l’uomo combatte con quella sua parte che vorrebbe successo, fama, denaro senza nessuna fatica. E da sempre sappiamo che non esiste reddito senza lavoro. Eppure, ogni volta andiamo oltre.
Non solo speculiamo, ma addirittura manipoliamo la speculazione a nostro vantaggio.
Proprio mentre scriviamo il valore del Bitcoin si è ridotto di 10 mila dollari e Tesla ha perso oltre l’8% in borsa.
Speriamo che le conseguenze dei capricci del multimiliardario non debbano essere pagate dai suoi collaboratori…

La versione audio: Piove sul bagnato: Elon Musk e i ricchi sempre più ricchi
Fonte: https://www.leganerd.com/
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Equal Pay Day: raggiungiamo la parità mantenendo le differenze

Oggi è l’Equal Pay Day. Non è tanto una giornata di festa,piuttosto è un momento di riflessione sul tema del divario tra il salario femminile e quello maschile. Dagli ultimi dati ufficiali in Svizzera le donne guadagnano il 14,4% in meno dei loro colleghi uomini, in soldoni quasi 1’000 franchi. Se riportiamo questa differenza in termini di giorni, è come se gli uomini cominciassero a guadagnare il 1 gennaio mentre le donne devono lavorare gratuitamente fino al 20 febbraio. Praticamente è come se cominciassimo a guadagnare il nostro stipendio solamente a partire da domani.
Personalmente faccio parte di un’associazione femminile, le Business and Professional Women (BPW) che da sempre si occupa di rappresentare gli interessi delle donne attive professionalmente e di migliorare la partecipazione economica e politica delle stesse. Tra le tante attività che propone, l’associazione sensibilizza le persone sul tema della parità salariale anche durante l’Equal Pay Day. Purtroppo quest’anno a causa della pandemia non si è potuto andare nelle piazze e per le strade a parlare di questo tema, distribuendo tra l’altro le famose borse rosse Equal Pay Day.
Detto questo, si è però coscienti che per riuscire finalmente ad arrivare alla parità non è sufficiente sensibilizzare la popolazione. Bisogna riuscire a individuare gli ostacoli che impediscono ancora oggi alle donne di guadagnare quanto gli uomini o di ottenere le stesse posizioni professionali. Per questo è necessario fare di più.
BPW è un’associazione apartitica e aconfessionale che si impegna su fronti concreti che riguardano il mondo del lavoro. I suoi campi spaziano dalla promozione di reti professionali, ai partenariati nell’economia, nella società e nella politica. Uno dei programmi più importanti è quello rivolto alle giovani donne che vanno sostenute all’entrata nel mondo del lavoro. Questo deve essere fatto anche nelle questioni più pratiche che possono diventare un ostacolo. Come vestirsi per un colloquio di lavoro, quale livello di salario chiedere, come porsi in generale nei confronti del datore di lavoro, sono tutti quesiti che le donne si pongono.
In collaborazione con Supsi e Usi, il BPW Club Ticino ha offerto e offre programmi di mentoring, quindi di accompagnamento da parte di una donna “più adulta” a una giovane donna. Lo scopo è quello di trasmettere alle mentee le conoscenze e le esperienze professionali.
Un altro progetto concreto è stato sviluppato in collaborazione con SUPSI e Alma Impact AG, nell’ambito della campagna Women On boards. In aprile partirà un corso di formazione per membri di consigli di amministrazione. L’assenza di donne nei ruoli dirigenziali e nei consessi decisionali è purtroppo ancora oggi una realtà, ingiusta, ma pur sempre una realtà. Proprio come tale deve essere affrontata con strumenti pratici e concreti che consentano alle donne di affinare le loro competenze e di fare rete.
Insomma, la parità oltre a essere un principio di giustizia è un obiettivo da raggiungere concretamente, con l’aiuto di uomini e donne. Per questo raggiungiamo la parità mantenendo le differenze.

La versione audio: Equal Pay Day: raggiungiamo la parità mantenendo le differenze
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Voler lavorare non è egoismo

Magari proprio adesso qualcuno sta seduto nella penombra del suo ristorante. Chiuso. Contempla il vuoto nel locale e il vuoto dentro di sé.
Al chiuso in un posto dove ha investito risparmi, passione, sogni. Certo, ha ascoltato i motivi per cui le autorità ritengano che questo luogo debba rimanere chiuso. E li rispetta. Ma si chiede con angoscia quando finirà. Tenere chiuso il locale che gli dà da vivere, che gli ha riempito la vita di gioie e preoccupazioni: è davvero questa l’unica soluzione praticabile?
Non si considera un egoista. Anzi, non vorrebbe essere condannato come tale solo perché il suo cuore è pieno di angoscia. La pandemia finirà, lasciandosi dietro una scia di dolore e lutti. E tra le vittime della pandemia ci saranno anche tante realtà imprenditoriali, non di lusso, non di alto livello, non di privilegio. Ma di lavoro, di fatica, di passione.
Prima di crocifiggere ristoratori e proprietari di esercizi pubblici (o i loro rappresentanti) per il grido di dolore che hanno elevato, guardiamoci dentro: cerchiamo di non stilare classifiche nel dolore e nell’angoscia. Chi ha un lavoro solido, che non dipende dalle aperture e dalle chiusure imposte dall’autorità, difficilmente può capire cosa prova chi, invece, non sa se mai riaprirà.
Oggi a queste persone che pagano un prezzo diretto per una scelta di pubblico beneficio, io esprimo la mia solidarietà.
Solidarietà! Perché chi vuole vivere e lavorare non va trattato da egoista. Mai. Nemmeno se appartiene a categorie che alcuni trovano meno degne di altre: i ristoratori, i proprietari di palestre o di bar, quelli che organizzano eventi o vivono dell’indotto turistico. Non sono egoisti perché vogliono quello che vogliamo tutti. Lavorare. E vivere.

La versione audio: Voler lavorare non è egoismo

I dati pubblicati oggi ribadiscono la gravissima crisi con cui è confrontato il settore del turismo. Abbiamo ora conferma dell’entità del danno subito nel 2020. L’ufficio federale di statistica dice che era dagli anni ’50 che non si verificava un numero così basso di pernottamenti nel nostro Paese. Evidentemente la causa principale è da cercare nella crisi del Covid-19 e nei provvedimenti restrittivi messi in atto da tutti i paesi del mondo per evitare la diffusione.
Così vediamo che le notti passate in Svizzera dagli stranieri si sono ridotte del 66%, una riduzione di 2/3. Anche le notti trascorse in vacanza degli svizzeri si sono ridotte, ma meno (parliamo dell’8.6%). In questo caso gli svizzeri hanno rinunciato ad andare all’estero, ma appena possibile si sono concessi una vacanza in patria. Tant’è vero che tra luglio e ottobre sono state registrate cifre mai viste prima.
Però non tutte le regioni hanno visto crescere il turismo indigeno, anzi. La maggioranza degli svizzeri ha privilegiato zone di svago rispetto alle zone più urbane. E tra le mete preferite rientrava il Ticino. Se la flessione del turismo è stata più contenuta, non dobbiamo però trascurare che dei 327 stabilimenti aperti nel 2019 ne sono rimasti solo 281 nel 2020.
Purtroppo le chiusure saranno ancora tante in questo 2021 in cui la soluzione alla crisi pandemica sembra allontanarsi giorno dopo giorno. Almeno questo è quanto ci comunicano le autorità con le loro decisioni.

La versione audio: Crollano i pernottamenti in Svizzera
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Consiglio Federale e riaperture: molto rumore per nulla

Il Consiglio Federale ha tenuto questo pomeriggio la sua conferenza stampa. Questo momento era molto atteso, ma ha lasciato l’amaro in bocca a molti.
Purtroppo il Consiglio Federale appare spesso in ritardo e in rincorsa rispetto ai problemi. Vediamo perché.
Oggi per la prima volta dopo un anno dallo scoppio della pandemia parla di utilizzare una serie di indicatori come tasso di positività al di sotto del 5%, meno del 25% dei posti in cure occupati da pazienti Covid-19, … per decidere sulle future riaperture. L’Italia, è dal mese di novembre che ha creato questo indicatore.
E che dire del fatto che solo ora si accorge che dovrà spendere di più e chiede 14.3 miliardi di franchi aggiuntivi a quanto approvato dal parlamento nel Preventivo del 2021? Anche qui, diciamocelo: le cifre ipotizzate erano evidentemente insufficienti. Ma tant’è, guardiamo nel dettaglio le richieste.
Si chiede di aumentare di 6.3 miliardi di franchi la somma per i casi di rigore. Era chiaro che 2.5 miliardi non sarebbero bastati a dare risposta a una crisi del genere. Ricordiamo che cosa sono i casi di rigore. Se avete creato un’azienda prima del 1° marzo 2020, avete o subito una perdita di almeno il 40% del fatturato oppure lo Stato vi ha imposto la chiusura della vostra azienda, avete diritto a un contributo a fondo perso di al massimo il 20% della cifra d’affari. Le condizioni cambiano molto di frequente e quindi sembra che si navighi a vista, rimanendo sempre però un passo indietro. Pensate alla richiesta fatta da molti cantoni di abbassare la soglia del 40% di perdita e soprattutto di abolire come criterio di selezione l’iscrizione dell’azienda a prima del 1° marzo 2020 come pure il limite di 50 mila franchi di cifra d’affari. Ma tutto tace.
A questa cifra si aggiungono poi altri 6 miliardi per la copertura delle indennità di lavoro ridotto. Se saranno approvati i prolungamenti delle misure e gli ampliamenti, cosa a questo punto praticamente obbligata, già ora si dovrebbe aumentare il credito. Lo stesso vale per l’aumento di 1 miliardo di franchi per le indennità di perdita di guadagno, previste tra gli altri per gli indipendenti che hanno subito una riduzione di almeno il 40% della cifra d’affari. E non diciamo nulla del miliardo previsto solo ora per il pagamento dei test Covid-19…
E proprio oggi, tra una notizia e l’altra, è stato presentato un primo bilancio 2020 che chiuderebbe in disavanzo di quasi 16 miliardi di franchi (a titolo di paragone nei due anni passati abbiamo chiuso i conti in attivo di 3 miliardi). Dell’entità di questo risultato parleremo in un’altra occasione; ciò che vogliamo sottolineare oggi è che di quei famosi aiuti di 72 miliardi di cui tanto si è parlato, i dati confermano ciò che abbiamo sempre sostenuto. Per le misure legate al Covid-19 (e non entriamo qui nei dettagli, ma lo faremo) sono stati spesi “solo” 15 miliardi; 17 sono in garanzia ai crediti concessi. Insomma, tutto questo per dire che i margini di manovra per aiutare le aziende e i cittadini ci sono e vanno pensati per tempo.

La versione audio: Consiglio Federale e riaperture: molto rumore per nulla
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Il Ticino cresce, ma troppo poco

Ripropongo un articolo pubblicato dal Corriere del Ticino il 12.02.2021 che tratta del tema delle disparità tra il Cantone Ticino e il resto della Svizzera. Questa disparità anziché andare riducendosi nel corso degli anni è andata aumentando. “Una recente analisi fatta dalla Banca Cler insieme all’istituto BAK Economics mostra l’andamento dei redditi e dei patrimoni tra il 2007 e il 2017 per la Svizzera e i suoi Cantoni. Il documento è molto completo e interessante e conferma ancora una volta le difficoltà strutturali dell’economia del Cantone Ticino.
Anche se alcune voci sono in crescita, purtroppo questa è di gran lunga più bassa di quella del resto della Svizzera. Ciò ci porta inevitabilmente a vedere il divario tra noi e i cugini confederati aumentare. È come se diventassimo sempre più poveri rispetto al resto degli svizzeri. I dati sono chiari. Sia che analizziamo i redditi medi, i redditi mediani, i redditi più bassi o quelli più alti o ancora sia che analizziamo le diseguaglianze le cose non cambiano: il Ticino viaggia a una velocità ridotta rispetto al resto della Svizzera. Non stupiamoci quindi che i nostri giovani una volta finiti gli studi facciano le valigie ed emigrino oltre Gottardo. Come non dobbiamo stupirci che una volta andati all’università non tornino più indietro e mettano su famiglia altrove. Ma questo significa che il nostro Cantone invecchia e muore.
A costo di apparire controcorrente, ritengo che la risposta al problema della denatalità e dell’invecchiamento della popolazione non sta nella ricerca di idee geniali dell’ultima ora per attrarre persone nuove o nell’invenzione di fantasiose politiche famigliari. La risposta deve essere una sola: supportare le aziende del nostro Paese affinché possano iniziare un processo di cambiamento epocale. Dobbiamo smettere di vestire i panni della Cenerentola della Svizzera. E in questo lo Stato deve essere presente. Vanno bene gli aiuti in questo momento di difficoltà, ma la nostra società deve essere fondata su un’economia solida e florida e non su un’economia di sostegno di breve periodo o peggio ancora assistenzialista. Questo significa che gli aiuti devono diventare forme di sostegno alla transizione, al cambiamento, di messa in rete delle attività, di riqualifica e formazione, di partnership pubblico-privato nei settori innovativi. Dobbiamo superare quelli che una volta sono stati i nostri vantaggi competitivi come la vicinanza territoriale all’Italia e la possibilità di attingere a manodopera qualificata a costo più basso. Questo ci ha portati a sviluppare un’economia intensiva di lavoro sacrificando l’innovazione.
Ora dobbiamo lavorare per avere un’economia che consenta finalmente ai nostri e alle nostre giovani di trovare lavori qualificati con stipendi dignitosi che tengano conto delle loro competenze. Dobbiamo permettere ai nostri figli e alle nostre figlie di poter vivere del proprio lavoro nel proprio Cantone. Lo Stato c’è e deve esserci sempre per sostenere i suoi cittadini e le sue cittadine, ma non deve diventare l’alternativa a un’economia sana.”
Tratto da “Corriere del Ticino” – 12.02.2021

La versione audio: Il Ticino cresce, ma troppo poco
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La radio, o dell’eterna giovinezza

Il 13 febbraio si celebra la giornata mondiale della radio. Proprio il 13 febbraio 1946 è stata trasmessa la prima trasmissione radio dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU). Anche se la ricorrenza è celebrata solo da una decina di anni, la radio nasce più di un secolo fa e ancora oggi non solo sopravvive, ma è viva e vegeta.
Per quello che riguarda le nostre latitudini, Radio Monte Ceneri compirà tra poco 90 anni. Sin dalla nascita il suo compito non fu facile: durante il periodo del fascismo rappresentò l’unica voce libera che trasmetteva in lingua italiana. Prima Radio Monte Ceneri, poi le reti radio della RSI affiancate da emittenti private hanno raccontato e raccontano quotidianamente la storia ospitando nel tempo grandissimi pensatori, personalità e tanta gente comune.
Ma la radio è anche il simbolo dello sviluppo economico e dello sviluppo tecnico fatto nell’ultimo secolo. Essa ha dovuto modificarsi, adattarsi e anche innovarsi, per rimanere il mezzo accessibile ovunque a tutti in qualunque momento e in ogni circostanza. Sin da subito questo strumento ha offerto anche alle fasce più deboli della società di essere informate e intrattenute.
Seppur con alti e bassi, bisogna riconoscere che la radio è stata finora sempre in grado di sopravvivere alle crisi del mercato pubblicitario e nonostante l’enorme concorrenza a cui è sottoposta, rimane una delle scelte privilegiate di comunicazione e marketing aziendale.
Non solo la radio è stata in grado di rispondere al progresso tecnologico, ma l’economicità di alcune nuove possibilità di diffusione ha consentito di moltiplicare le “radio”. Vero che anche nei decenni passati esistevano molte emittenti indipendenti locali, ma i costi tecnici e la limitatezza delle frequenze erano ostacoli spesso insormontabili.
Un altro fenomeno interessante e non da tutti previsto è stata la sopravvivenza della radio anche durante la crisi legata al Covid-19. Come ci si poteva immaginare i confinamenti, l’obbligo del telelavoro e la mobilità ridotta hanno avuto un impatto importante sugli ascolti nel drive time, ossia nel periodo in cui le persone si spostano per fare il tragitto casa-lavoro. La stessa cosa è avvenuta negli uffici. Quello che non ci si aspettava invece è l’aumento dell’ascolto a casa anche attraverso altri dispositivi come la televisione, lo smartphone, il computer. Eppure l’informazione alla radio ha giocato un ruolo importantissimo.
Da anni siamo confrontati con l’idea che la radio, un po’ come i libri, sarebbe finita in soffitta. Eppure eccola ancora qui in splendida forma. I nostri auguri che continui a modificarsi, adattarsi e innovarsi come tutti i prodotti che sopravvivono nel tempo.

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La parità è stata raggiunta dopo 50 anni dal diritto di voto?

Nel video pubblicato da Ticinotoday che trovate qui sotto mi esprimo sul tema della parità di genere a 50 anni dal diritto di voto e di eleggibilità per le donne in Svizzera. I giudizi su quando sia arrivato il diritto di voto si sono sprecati in queste settimane. Eppure sono certa che le donne che hanno lottato per consentirci di essere oggi qui libere non solo di votare ma di autodeterminarci hanno giudicato quel 7 febbraio del 1971 come il giorno giusto per festeggiare la loro grande vittoria. E con loro tanti uomini.
Ma non è finita. Nella vita in generale, e nel lavoro in particolare l’uguaglianza e le pari opportunità devono ancora realizzarsi pienamente. Ma prima bisogna capire che il nemico non è più lo stesso.
Dobbiamo concentrare i nostri sforzi per analizzare, studiare, capire quali sono i meccanismi distorsivi. I dati sono chiari.
Il tasso di attività femminile si riduce notevolmente se nel nucleo famigliare ci sono dei bambini, le donne occupano posizioni professionali di minore responsabilità, svolgono lavori più precari, con contratti temporanei e spesso a tempo parziale e per questo diventano le prime vittime in caso di crisi economica. Le donne scelgono tendenzialmente alcune professioni e studi che le portano a guadagnare meno.
No, la parità nel mondo del lavoro non è ancora stata raggiunta. Eppure oggi le giovani donne si formano più dei loro colleghi uomini, sono preparate e competenti quanto loro. Ma questo sembra non bastare.
Esistono dei meccanismi distorsivi che accompagnano le donne per tutta la vita professionale. Dall’assunzione, alla contrattazione del salario, dalle promozioni alle formazioni, il comportamento dei superiori e delle superiori sembra premiare gli uomini. Perché questo succede?
Una ragione sono gli stereotipi inconsci quindi involontari che tutti e tutte noi, uomini e donne, ci portiamo dietro dalla tenera età. Idee che influenzerebbero le nostre decisioni e ci porterebbero a fare delle scelte sbagliate. Per esempio, il fatto che riteniamo gli uomini coraggiosi, forti, determinati ci spingerebbe a sceglierli quando dobbiamo assumere una persona in una posizione di leadership. E questo anche se la candidata donna che abbiamo davanti è più brava. Lo stesso avviene nei salari o nelle promozioni. Ora se veramente questo problema esiste possiamo risolverlo abbastanza facilmente. In molti casi è stato fatto. Vediamone uno, quello delle orchestre. Immaginatevi di essere seduti in una sala per fare le audizioni e sul palco salgono i candidati e le candidate. Il vostro cervello sotto, sotto crede che le donne non siano portate per far parte di una orchestra e questo condiziona la vostra scelta. Quando ci si è accorti di questa distorsione il problema è stato risolto tenendo chiuso il sipario: la commissione non vedeva i candidati, ma li ascoltava. Questo pare aver aumentato del 50% la presenza di donne.
La sensibilizzazione, la conoscenza di questi di errori e l’introduzione di processi che li annullano consentirebbero in poco tempo di arrivare alle vere pari opportunità. A questo si aggiungano le leggi che permettono di accelerare questo processo, come l’introduzione di quote, e la riorganizzazione del lavoro. Mamme e papà vogliono contribuire alla crescita dei figli e quindi il lavoro a tempo parziale per tutti, le strutture di accoglienza e i congedi parentali devono diventare realtà.
Quando le donne saranno libere di scegliere che donne essere, senza nessun giudizio né da parte degli uomini e neppure delle donne vedremo finalmente la parità di genere.

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Cassandra aveva ragione: la disoccupazione stabile non ci tragga in inganno

I dati della disoccupazione anche questo mese ci confermano la tendenza in atto in Svizzera e in Ticino. Come si poteva facilmente immaginare la situazione mostra un aumento piuttosto contenuto rispetto ai mesi scorsi. Nel mese di gennaio in Svizzera si contano quasi 170 mila disoccupati iscritti presso gli uffici regionali di collocamento; 6 mila in più rispetto al mese di dicembre e quasi 50 mila in più rispetto a un anno fa. È da mesi oramai che abbiamo circa 50 mila persone in più che hanno perso il posto di lavoro. Il Ticino non è differente. Quasi 7 mila persone, mille in più rispetto a un anno fa, sono oggi disoccupate. È chiaro che queste sono le prime vittime della crisi legata al Covid-19. Ma tante altre ce ne sono che sfuggono a questa statistica. Pensiamo per esempio a tutti i posti di lavoro svolti da persone che non hanno diritto alle indennità di lavoro: occupati da poco tempo, contratti precari, tempi parziali, lavoratori indipendenti, frontalieri… E purtroppo gli indicatori ci dicono che le cose non miglioreranno a breve.
Lungi da me fare la Cassandra. Magari comunque se qualcuno le avesse dato retta quando prediceva la distruzione di Troia, le cose sarebbero andate diversamente. Ma tornando ai tempi nostri appare evidente che gli effetti di questa crisi, paragonabili a quelli di un conflitto mondiale, non si esauriranno immediatamente, neppure con la fine della diffusione del virus. Non possiamo aspettarci che quando (e a questo punto aggiungiamo se…) ci saranno le riaperture tutto tornerà immediatamente come prima. Innanzitutto le perdite subite da molti settori necessiteranno di anni per essere compensate. In secondo luogo possiamo ragionevolmente aspettarci delle modifiche nelle abitudini di consumo dei cittadini. È molto probabile che le fasce più giovani riprenderanno ben presto le loro abitudini e quindi potrebbero addirittura consumare più di prima. Ma anche qui dobbiamo confrontarci nuovamente con possibili limiti imposti dalle autorità. Pensiamo per esempio al settore dei grandi eventi: potremo quest’estate assistere ai concerti di Vasco? E se sì in quante persone e con quali condizioni?
E passiamo al consumo degli anziani. È possibile che questa categoria, già piuttosto portata a risparmiare, diventi ancora più oculata nelle spese. Facciamo un esempio pratico: è molto probabile che le persone con più di 70 anni che avevano pensato all’inizio dell’anno scorso di cambiare l’automobile non lo hanno fatto e non lo faranno neppure nei prossimi mesi, anche se la pandemia dovesse interrompersi. Queste modifiche potrebbero trasformare la disoccupazione da domanda in disoccupazione strutturale (si veda l’economario).
È anche per queste ragioni che sarebbe opportuno che almeno questa volta il Consiglio Federale non si trovi impreparato e stabilisca già sin d’ora misure di sostegno all’economia. Sarà necessario prevedere il prolungamento delle facilitazioni per l’orario ridotto, nuove agevolazioni per i crediti e magari finalmente sussidi a fondo perso.
Il futuro dei giovani, dei padri di famiglia cinquantenni, delle imprenditrici e degli artigiani è nelle mani dello Stato. Stato in Svizzera che ha ottime disponibilità finanziarie.
D’altra parte se poi Cassandra questa volta si sbagliasse, ci troveremmo con un piano d’emergenza pronto e inutilizzato. Ma se Cassandra avesse ragione, almeno questa volta, ci troveremmo preparati. E sottolineo almeno questa volta.

La versione audio: Cassandra aveva ragione: la disoccupazione stabile non ci tragga in inganno
Fonte: Di Evelyn De Morgan – Flickr, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=658924
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Draghi: la politica si inginocchia di fronte all’economia

Pensavo che non avrei mai detto che la caduta di un governo in Italia sarebbe stato un bene, eppure oggi devo ricredermi. Tutti noi sappiamo che la stabilità politica in primis e la stabilità economica a seguire sono fattori essenziali per la crescita di un paese. E proprio affinché questi due fattori si possano autoalimentare verso l’alto, ritengo che debbano essere autonomi l’uno dall’altro e gestiti da persone diverse. Così i governi per essere espressione della più grande delle organizzazioni che la democrazia devono essere dei governi eletti dai cittadini e dalle cittadine.
Poi però può succedere che un Paese che dalla sua nascita non riesce a trovare pace politicamente, si trovi nel bel mezzo di una crisi epocale. Nelle storie a lieto fine la crisi diventa lo stimolo per tirare fuori il meglio di se stessi e trasformare le difficoltà da freno a fattore di sviluppo. Non è andata così in Italia. Purtroppo, il miracolo non è stato indotto dall’interno. Il miracolo è piovuto sotto forma di miliardi di euro da Bruxelles. Il PIL italiano nel 2020 dovrebbe attestarsi attorno ai 1’650 miliardi di euro, mentre il debito pubblico dovrebbe aumentare a oltre 2’600 miliardi. Il rapporto debito/PIL salirà dal 135% del 2019 al 158% (per capirci questo significa che se volessimo ripagarlo dovremmo destinare tutta la produzione di 1 anno e 7 mesi). Quindi 220 miliardi di fondi aggiuntivi alla spesa pubblica rappresentano davvero una cifra enorme, il 13% del PIL.
Un appunto al governo Conte può essere mosso: purtroppo sin dall’inizio non ha mostrato la capacità di comprendere la grandezza di questa immissione di denaro pubblico, come non è stato in grado di riconoscere i propri limiti nella possibilità di gestire un evento tanto eccezionale. Il governo Conte con umiltà avrebbe dovuto rivolgersi a tecnici per indirizzare l’operato del Paese in un momento così importante. Nessun accademico, nessun imprenditore, nessun uomo o donna di economia avrebbe detto di no alla partecipazione del più grande investimento della storia italiana. Eppure, ed è questo forse l’unico rimprovero che muovo a questo governo, non c’è stata l’umiltà di comprendere che la politica in quel momento necessitava dell’aiuto di tecnici. Il governo è caduto, l’accordo per un Conte-Ter non c’è stato e Mattarella ancora una volta da grande uomo di Stato che è, ha individuato una figura tecnica, autorevole e che soprattutto infonde certezza. Non dobbiamo farci abbagliare dall’entusiasmo delle borse o dalla riduzione dello spread (che altro non è che la differenza tra il tasso di interesse che deve pagare la Germania sui suoi debiti rispetto a quello che paga l’Italia) perché non devono mai essere i mercati a scegliere i governi. Tuttavia, non possiamo non vedere che il mondo intero ha salutato l’arrivo di Draghi in maniera entusiasta.
Il curriculum di quest’uomo parla da sé, ma forse il gesto che più ha segnato la sua leadership è stato il momento in cui ha salvato l’euro e forse la stessa Unione Europea nel lontano 26 luglio del 2012. Quel giorno Draghi è entrato nella storia. Il presidente della Banca Centrale Europea ha dato un messaggio chiaro, diretto e credibile che ha bloccato la speculazione contro il debito delle nazioni. “La BCE è pronta a fare tutto quel che è necessario per preservare l’euro. E credetemi: sarà abbastanza”. “Whatever it takes” è stato il motto di un grande generale. E proprio di un grande generale pare ora aver bisogno l’Italia che contro ogni più rosea aspettativa darà la piena fiducia e il pieno appoggio a questo nuovo condottiero che speriamo porti l’Italia al successo utilizzando le sue capacità tecniche, ma ricordandosi sempre che la democrazia deve fare il suo corso.

La versione audio: Draghi: la politica si inginocchia di fronte all’economia
Fonte: ItaliaOggi
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“Che mondo sarebbe senza Nutella?” Storia di un’azienda famigliare di successo

I golosi di tutto il mondo sanno che oggi, 5 febbraio, è il “World Nutella Day”, già avete capito bene, la giornata mondiale della Nutella. Questa ricorrenza è stata creata nel 2007 da Sara Rosso, food blogger americana amante della più famosa crema spalmabile al mondo. In poco tempo ha raccolto sui social migliaia di persone che in occasione del 5 febbraio postano foto, ricette e messaggi d’amore per la Nutella.
E per noi, l’occasione è doppiamente ghiotta e ci consente di parlare di una storia di successo di un’azienda famigliare. Come leggiamo sul sito ufficiale, la “mamma” della Nutella nasce nel lontano 1946. Come tutti i grandi imprenditori, anche Pietro Ferrero ha saputo trasformare una situazione di difficoltà in una grandissima opportunità.
La famiglia Ferrero vive ad Alba, in Piemonte: Pietro ha un laboratorio dove sperimenta la sua creatività dolciaria e la moglie Piera una pasticceria. Finita la guerra il cacao è una materia difficile da reperire, ma Pietro non si scoraggia e si guarda attorno. Il suo territorio gli offre un altro frutto in grandissime quantità: le nocciole. Così dalla sperimentazione nasce il Giandujot, una pasta di nocciole che viene venduta in panetti da tagliare e spalmare sul pane. Il prodotto, buono e che costa poco, ottiene subito un importante successo, tanto da trasformare il laboratorio in fabbrica. L’industria Ferrero nasce ufficialmente il 14 maggio 1946 e la risorsa più grande di questa azienda è la famiglia. Mentre il fratello Giovanni si occupa di vendere il prodotto anche al di fuori del Piemonte grazie a una flotta di 12 camioncini, il figlio Michele inizia a lavorare per l’impresa. Nel 1949 Pietro muore, ma la famiglia è solida e riuscirà non solo a portare avanti l’azienda, ma addirittura ad accrescerne il successo. Pochi anni più tardi, il panetto di pasta dolce si trasforma in una “Squisita Supercrema” in barattolo più facile da spalmare. L’azienda continua a innovare e a crescere: i dipendenti raggiungono presto il migliaio e si iniziano ad aprire stabilimenti produttivi all’estero. La voglia di creare nuove golosità non si ferma: nascono presto i Mon Chéri, i cioccolatini con la ciliegia e il liquore. E anche in questo caso la novità non sta solo nel prodotto: Ferrero punta sulla vendita dei cioccolatini in forma singola. Scelta che si rivelerà vincente come vincenti saranno le strategie di promozione e di marketing. Ma Ferrero mostrerà anche un’attenzione particolare nei confronti dei collaboratori. Se fosse stato di moda negli anni Cinquanta avremmo parlato di Ferrero come di un’azienda socialmente responsabile: case costruite vicino agli stabilimenti produttivi, servizi di trasporto gratuiti e colonie estive per i figli dei dipendenti.
Questo clima positivo interno all’azienda troverà il massimo della sua espansione con il boom economico. Così anticipando quasi i cambiamenti della società e delle abitudini di consumo Ferrero lancia le merendine che saranno subito un grande successo. Ma è nel 1964 che nasce il vero simbolo dell’azienda: la Nutella. E nulla è lasciato al caso, a partire dal nome che deve mantenere la sua italianità, ma piacere anche all’estero. Ecco quindi unire a Nut che significa nocciola il finale “ella” che rende il nome dolce e piacevole. Ma il genio non si ferma qui. Ferrero va oltre e pensa alla fidelizzazione del cliente commercializzando il prodotto in tazze e bicchieri riutilizzabili. L’innovazione non si ferma più: Barrette Kinder, Pocket Coffee, Tic Tac, Estathé, l’Ovetto Kinder, tutto arriva nelle nostre case.
Certo non sono mancate in questi anni critiche come quelle legate all’uso dell’olio di palma o al lavoro minorile per la raccolta delle nocciole. Tuttavia, constatiamo che oggi il gruppo Ferrero ha oltre 36 mila dipendenti, 104 società, 31 stabilimenti produttivi e commercia i suoi prodotti in 170 Paesi al mondo. Il tutto generando un fatturato di oltre 11 miliardi di euro.
Questo è un esempio da manuale di una storia imprenditoriale famigliare di successo. Scelte azzeccate di promozione e marketing hanno portato Nutella nei cinema, nei teatri, nei libri e nelle canzoni. D’altronde, come direbbero mia mamma, mia sorella e la mia figlioccia armate di cucchiaio: “Che mondo sarebbe senza Nutella”?

La versione audio: “Che mondo sarebbe senza Nutella?” Storia di un’azienda famigliare di successo
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Gamestop: Game over? La speculazione finanziaria non è mai giusta

Azioni, obbligazioni, operazioni su opzioni, prodotti strutturati e ancora futures e forward, hedge fund, prodotti a leva… il mondo della finanza è complicato. E complicati sono gli strumenti finanziari se non si è del mestiere. Per questo noi ci limiteremo a cercare di capire cosa è accaduto al valore delle azioni dell’azienda Gamestop.
Dubito che i banchieri e i commercianti fiamminghi che si riunivano per fare affari nella piazza davanti il palazzo dei Van der Burse nel 16 secolo immaginavano che la speculazione finanziaria avrebbe raggiunto livelli così elevati. Ma torniamo ai giorni nostri.
GameStop è un’azienda statunitense che vende principalmente videogiochi su dvd. Come potete ben immaginare, dato lo sviluppo del settore digitale e del gioco online, l’azienda da qualche anno versa in condizioni difficili. Nell’aprile del 2020 le sue azioni sono arrivate a valere meno di 3 dollari. A fine anno tuttavia il prezzo era tornato attorno ai 18 dollari, prezzo che potremmo definire ragionevole dati i tentativi dell’azienda di reindirizzare la sua attività. È a questo punto che la faccenda si complica. Alcuni investitori istituzionali, per intenderci fondi che gestiscono miliardi di dollari, hanno visto la possibilità di guadagnare tanto dalle vendite allo scoperto. Questa operazione finanziaria è molto complicata e si fonda sulla scommessa che il prezzo delle azioni dell’azienda diminuirà. Insomma, un po’ come l’avvoltoio che attende la morte della preda. Ma vediamo di capire meglio con un esempio semplice. Il venditore allo scoperto si fa prestare da un intermediario 10 azioni che valgono 10 franchi l’una e le rivende immediatamente sul mercato incassando così 100 franchi. Il venditore allo scoperto dovrà restituire all’intermediario le 10 azioni più un tasso di interesse per il disturbo del prestito. Ma il nostro venditore sa che vendendo le azioni ne causerà la riduzione del prezzo, che effettivamente scende, per esempio, a 6 franchi. È qui che arriva l’avvoltoio che ricompera le 10 azioni spendendo solo 60 franchi e restituendole all’intermediario. Quindi il venditore avrà venduto le azioni per 100 franchi, le avrà ricomprate per 60 e avrà guadagnato 40 franchi con cui pagare gli interessi all’intermediario e fare pure un grande profitto. Ecco, pensate come questa azione fatta da fondi che hanno a disposizione miliardi di dollari possa causare in contemporanea crolli nel valore delle aziende e guadagni elevati per i fondi.
Torniamo alla nostra storia. Capiti gli intenti di “assaltare” Gamestop alcuni piccoli investitori hanno lanciato su un forum l’idea di comperare in massa le sue azioni. Questo acquisto imponente sommato a quello degli investitori allo scoperto che volevano limitare le loro perdite, ha fatto aumentare il prezzo dell’azione da 18 dollari a 460 dollari. Avete capito bene, 460 dollari. Evidentemente chi ha comperato per poco e ha venduto a un prezzo alto ha guadagnato e anche molto.
Ma che cosa differenzia questa speculazione da quella fatta dai venditori allo scoperto? È proprio vero che la speculazione fatta dai piccoli investitori è buona, mentre la speculazione fatta dai grandi è cattiva? In fin dei conti, la speculazione non è sempre speculazione? Beh, se il messaggio di questi Robin Hood della finanza è stato fatto per mettere finalmente regole che impediscono la manomissione dei mercati, ben venga. Se invece i piccoli ci prenderanno gusto e andranno avanti a comportarsi come i grandi, avremo solo dimostrato che l’occasione fa l’uomo ladro.

La versione audio: Gamestop: Game over? La speculazione finanziaria non è mai giusta
Fonte foto: Jakub Porzycki/NurPhoto via Getty Images
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Previsioni economiche come l’oroscopo?

Che cosa hanno in comune le previsioni economiche e l’oroscopo? Diciamo che le seconde sono sicuramente più lette. Scherzi a parte, alzi la mano chi di noi non è andato a sbriciare che cosa prevedono le stelle per quest’anno. La mia riflessione prende spunto da una discussione avuta con alcuni amici che si interrogavano sulla scientificità degli oroscopi. Da parte mia, da buona economista non convenzionale, mi sono interrogata sulla scientificità dell’economia. In realtà il dibattito sull’essere o meno una scienza è vecchio quanto l’economia stessa. Galbraith che è stato grande economista controcorrente diceva che “l’unica funzione delle previsioni economiche è di far sembrare rispettabile l’astrologia”. Una provocazione certo, ma che ha importanti fondamenta.
Guardiamo a quanto accaduto quest’anno. Gli economisti proprio non ci hanno preso. Certo era impossibile prevedere la comparsa di un virus che avrebbe bloccato il mondo intero, limitato la libertà individuale e fermato tutte le attività economiche. E di questo teniamo conto. Ma anche dopo marzo del 2020, le previsioni degli esperti si sono cautelativamente tutelate dietro una parola ricorrente: l’incertezza.
In effetti, se torniamo indietro e prendiamo le previsioni di fine 2019 ci rendiamo conto di quanto la realtà si sia allontanata dall’ “oroscopo economico”. In Svizzera per esempio siamo passati da una crescita stimata in dicembre 2019, dell’1.7% a una decrescita stimata nel corso del 2020 prima dell’1.5%, poi del 6.7%, passando al 3.8% e ora si parla di un 3.3%. E mentre i dati del 2020 andavano consolidandosi e quindi le previsioni si trasformavano in dati effettivi, non si poteva dire che il valzer delle cifre per l’anno 2021 si stava attenuando. Che dire della seconda ondata? Era prevista da tutto il mondo, ma no i nostri economisti probabilmente non l’hanno considerata. Così al 15 dicembre 2020 la segreteria di Stato dell’economia prevede una crescita del PIL per il 2021 di solo il 3%, crescita che era stimata in aprile al 5.2%.
Come detto il rapporto tra scientificità ed economia è antico. Spesso purtroppo l’economia dimentica che la finalità di una scienza non è solo quella della previsione, ma altrettanto valore hanno la descrizione e la spiegazione. Privilegiarne una a svantaggio delle altre due, rende la ricerca scientifica incompleta e destinata al fallimento.
Così l’economia ogni tanto dimentica che alla base dei suoi modelli c’è l’essere umano e soprattutto che l’essere umano non è l’homo economicus che tanto serve nei modelli. Certo qualche individuo è sempre razionale, egoista e persegue solo il suo interesse personale, ma non tutti siamo fatti così.
Oggi l’economia comportamentale sta cercando di correggere il tiro eppure le teorie economiche da sempre sono piene di concetti e meccanismi che sfuggono alla scienza. Pensiamo ad esempio alla famosa mano invisibile di Smith: questa idea (a onor del vero assolutamente strumentalizzata rispetto a quanto scritto dall’autore) è stata per secoli la giustificazione all’equilibrio di mercato. Il meccanismo che proponeva Smith è che l’utilità porta alcuni uomini, ma solo alcuni, a creare, innovare, diventare imprenditori e quindi a produrre più del loro bisogno. E qui interviene una mano invisibile che assicura l’utilità per un grande numero e la ridistribuzione di questo surplus.
O ancora, pensate all’animal spirits di Keynes. Gli spiriti animali erano definite come emozioni istintive che guidavano il comportamento umano, soprattutto quello degli imprenditori. Quella voglia degli imprenditori di fare, nonostante i dati oggettivi scientifici spingerebbero al non fare. Insomma razionale contro irrazionale.
Pensatori del passato? Beh, mica tanto. Pensate al ruolo che giocano oggi le aspettative. Prendiamo il valore delle azioni: se ci aspettiamo che gli affari per un’azienda andranno male, saremo portati a vendere le nostre azioni, causando di fatto noi stessi il peggioramento della situazione di questa azienda. O ancora a quanto le aspettative siano importanti per conseguire gli obiettivi fissati dalle politiche economiche. Quando la Banca Nazionale Svizzera ha annunciato che avrebbe fissato una soglia minimo al tasso di cambio con il franco svizzero, sperava che solo l’annuncio avrebbe portato alla modifica del comportamento degli agenti economici interrompendo la speculazione. O un ultimo esempio proprio di qualche giorno fa: la presidentessa della Banca Centrale Europea Christine Lagarde è apparsa piuttosto scettica sulla ripresa economica a breve termine. La reazione dei mercati è stata negativa. Quindi la solo ipotesi che le cose potrebbero andare male ha fatto sì che le cose quel giorno andassero male.
Certo, il discorso rigoroso e scientifico non va fatto in questa maniera; quello che si vuole fare qui è solo rendere attenti del fatto che spesso le previsioni economiche sono da considerare come quelle astrologiche. Quindi a voi di crederci o meno. (Sintesi del video sotto)

La versione audio: Previsioni economiche come l’oroscopo?
Pubblicato da Ticinotoday

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In Svizzera i ticinesi diventano sempre più poveri

L’analisi fatta di recente dalla Banca Cler insieme all’istituto BAK Economics mostra l’andamento dei redditi e dei patrimoni tra il 2007 e il 2017 (https://bit.ly/2YoQ73o). Quest’analisi permette di evidenziare il percorso di crescita differente che sta facendo il Cantone Ticino rispetto alla Svizzera. Il divario tra i ticinesi e i cugini d’oltralpe continua ad aumentare e quindi diventiamo relativamente più poveri.
Vediamo qualche dato.
Primo dato: il reddito medio svizzero (è il reddito che otteniamo se sommiamo tutti i redditi della società e li dividiamo ipoteticamente su tutti gli abitanti) è oggi di quasi 69 mila franchi, quello zurighese di quasi 79 mila e quello ticinese desolatamente di poco più di 61 mila. Ma al di là del valore assoluto è l’evoluzione che ci preoccupa ancora di più: il reddito medio svizzero è aumentato dell’8.6%, quello di Zurigo di oltre il 10% e quello ticinese solo del 5.2%. Quindi le differenze anziché ridursi come ci aspetteremmo, aumentano.
Secondo dato: il reddito mediano svizzero (è il reddito che divide a metà la popolazione, metà guadagna di più, metà guadagna di meno) è oggi di quasi 53 mila franchi, quello zurighese di quasi 59 mila e quello ticinese di quasi 45 mila. Anche in questo caso è l’evoluzione a preoccupare: se in Svizzera è aumentato di oltre il 7%, quello di Zurigo del 9.6%, mentre quello ticinese è rimasto stabile, segnando addirittura in alcuni anni una riduzione. Il valore ticinese tra l’altro occupa la penultima posizione; peggio di noi solo il Vallese con 41 mila franchi.
Terzo dato: la distribuzione del reddito. Se si guarda all’indice di Gini (che è un indicatore per la misura della concentrazione) scopriamo che il Ticino è tra i cantoni più diseguali, ossia con il reddito peggio distribuito. Solo Zugo e Svitto sono ancora meno egualitari. In aggiunta anche in questo caso l’evoluzione ticinese è negativa, nel senso che a differenza di quello che succede mediamente a livello svizzero, la distribuzione del reddito si è concentrata ancora in un numero minore di mani.
Infine i dati sulla distribuzione del reddito consentono di scoprire per esempio che in Ticino la quota di reddito detenuta dalle persone più povere nel tempo è diventata ancora più piccola e lo stesso è capitato al ceto medio.
Insomma, le cose anziché migliorare peggiorano e il divario con il resto della Svizzera diventa giorno dopo giorno sempre più grande. Certo, sappiamo che decenni di sviluppo economico non si cambiano in cinque minuti, ma è arrivato ora il momento di chinarsi seriamente sulla problematica. Abbiamo fatto passi da giganti nella formazione, nella creazione di centri di eccellenza, abbiamo aziende e attività innovative e anche il resto del tessuto produttivo può essere facilmente supportato verso un aumento della competitività.
Affinché però si possa iniziare a progettare uno sviluppo di medio periodo è necessario innanzitutto accettare la realtà e vedere i problemi che ci circondano. Quindi apriamo gli occhi.

La versione audio: In Svizzera i ticinesi diventano sempre più poveri
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La pandemia mette a nudo la fragile struttura del Ticino

Innegabile: le attività economiche soffrono e soffriranno nei prossimi mesi. Le aziende e gli artigiani del Cantone Ticino non saranno un’eccezione, anzi. Proprio in questi giorni sono stati pubblicati i dati del prodotto interno lordo (PIL) dei Cantoni per il 2018. Il calcolo basato sul valore aggiunto permette di capire quali settori contribuiscono maggiormente alla produzione di valore dei beni e dei servizi. Siamo così in grado di scoprire quali sono le vocazioni di ogni Cantone. Con tutti i limiti di cui bisogna tener conto dei dati cantonali è possibile evidenziare le differenze principali tra il Cantone Ticino e il Canton Zurigo. E capire come la crisi sta impattando sul nostro Cantone e quali saranno le conseguenze per il futuro.
La prima considerazione da fare è che Zurigo si conferma la locomotiva nazionale producendo oltre il 22% del PIL svizzero; il Cantone Ticino contribuisce con il 4%. La seconda considerazione riguarda le principali differenze nella creazione di valore da parte dei settori. Due dati spiccano su tutti: il settore industriale composto dalle attività estrattive, di produzione e dal settore delle costruzioni produce circa un quarto del PIL ticinese. Questa percentuale si riduce al 12% nel caso zurighese. Limitiamo a questo dato la considerazione senza entrare nei dettagli delle differenti aziende che costituiscono il tessuto industriale dei due Cantoni. Il secondo settore “particolare” è quello dei servizi finanziari e assicurativi che contribuisce al 20% del PIL di Zurigo e solo al 7% del Ticino.
Queste differenze rappresentano proprio il caso da manuale: due economie strutturalmente differenti, una basata su attività ad alto valore aggiunto (che consentono la distribuzione di salari alti) e una basata su attività cosiddette a basso valore aggiunto. La terza considerazione riguarda la produttività che è il valore della produzione per ogni ora di lavoro effettuata. Anche in questo caso, purtroppo, il Ticino è il fanalino di coda e lo è da molti anni.
Se a queste considerazioni si aggiunge che il nostro tessuto imprenditoriale è composto da micro e piccole imprese, che non abbiamo sul territorio centri decisionali e che abbiamo perso posti altamente qualificati delle ex- regie federali, si comprende quanto la nostra economia sia estremamente sensibile alla congiuntura nazionale e internazionale. Quasi paradossalmente, ciò che dovrebbe accadere in queste circostanze è che ai Cantoni più fragili si riservino maggiori risorse (soprattutto attraverso la perequazione inter-cantonale). Purtroppo non andrà così e ancora una volta il Cantone Ticino potrà contare solo sulle sue forze e sulla sua resilienza.
In attesa che qualcuno prenda per mano lo sviluppo di questo Cantone e lo faccia assomigliare un po’ di più ai cugini confederati.
Tratto da “L’Osservatore” – 23.01.2021

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C) Ticino.ch


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Il Covid-19 aumenta le disuguaglianze

A differenza di quello che vorremmo credere, anche la pandemia non è egualitaria. No, non tocca tutti alla stessa maniera. Anzi, il COVID-19 sta aumentando le disuguaglianze economiche e sociali.
Qualche settimana fa avevamo trattato la notizia che il patrimonio delle persone più ricche al mondo era aumentato in maniera importante anche l’anno scorso.
Oxfam che è un’organizzazione no profit internazionale che si occupa di combattere la povertà e le disuguaglianze attraverso aiuti umanitari e progetti di sviluppo, ha confermato che le 1’000 persone più ricche al mondo hanno compensato le perdite causate dal Covid-19 in soli 9 mesi. Al contrario si stima che le persone più povere potrebbero impiegare 10 anni per riprendersi.
Ma le differenze non finiscono qui.
Abbiamo visto che le donne sono state le prime a risentire della crisi sul mercato del lavoro e a dover pagare il prezzo più alto in termini di posti di lavoro persi. Eppure qualcosa stava cambiando. Per esempio negli Stati Uniti per qualche mese a inizio del 2020 le donne hanno occupato più posti di lavoro degli uomini. Un fatto questo avvenuto solo due volte nella storia americana. Certo, i posti di lavoro erano più frequentemente a tempo parziale e con stipendi più bassi, ma comunque era un segnale importante. La crisi Covid-19 ha cancellato tutto in un baleno. Così per esempio abbiamo visto che nel mese di dicembre negli Stati Uniti le donne hanno perso 156 mila posti di lavoro, mentre gli uomini ne hanno guadagnati 16 mila. Anche in Ticino le dinamiche non sono state differenti: rispetto a un anno prima abbiamo visto sparire nel I trimestre 4’300 posti di lavoro femminili, nel II oltre 6’600 e nel terzo 4’000. Questo capita perché i primi impieghi a essere cancellati in caso di crisi sono quelli temporanei, che richiedono minori qualifiche e competenze e quindi i più precari. Per farla breve, quelli delle donne.
Ma il Covid-19 ha anche colpito duramente le minoranze etniche: i loro tassi di mortalità sono di gran lunga più alti. La responsabilità non sarebbe della genetica ma del fatto che queste persone fanno lavori più a rischio, vivono in alloggi più popolosi e in generale hanno stili vita più a rischio.
Per non parlare della disuguaglianza ancora più grande tra paesi in via di sviluppo e paesi sviluppati. Non solo le conseguenze della pandemia saranno molto più gravi per i primi, ma anche l’accesso alle cure sta mostrando grandi differenze.
Infine, le notizie di oggi ci confermano le differenze anche tra settori e tra dipendenti nei settori. Scopriamo che per esempio UBS ha avuto nel 2020 un utile netto di oltre 6.6 miliardi di dollari segnando una crescita del 54%. Sorte analoga è toccata a Novartis che ha chiuso con un utile di oltre 8 miliardi in crescita del 13%.
Questo ottimo risultato ha premiato con una pioggia di milioni la direzione e il consiglio di amministrazione. L’amministratore delegato ha ricevuto un aumento di 2 milioni di franchi. Sì, avete capito bene: 2 milioni di franchi. Vi sembrano troppi? Non se paragonati ai 12.7 milioni di franchi totali guadagnati nel 2020. Se però li paragoniamo allo stipendio mensile medio di un infermiere in Ticino, come fatto dalla giornalista Alessandra Ferrara, le cose cambiano. Ecco che con i suoi quasi 6’000 franchi al mese il nostro infermiere dovrà lavorare quasi 180 anni per guadagnare quanto l’amministratore delegato in un anno.
Attenzione non cadiamo nella tentazione di dire che da sempre chi ha responsabilità guadagna molto di più: fino agli anni 80 il rapporto nella stessa azienda tra chi guadagnava tanto e chi guadagnava meno era di 1 a 10 volte, 1 a 15 volte.
Oggi, purtroppo, le differenze stanno diventando insostenibili per la società, ma anche per l’economia.

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Prodotto interno lordo pro capite: siamo ricchi e non ce ne accorgiamo

Magari non ve ne siete accorti, ma anche tra il 2017 e il 2018 il nostro benessere è aumentato notevolmente. Sì, proprio il benessere di noi ticinesi. Non mi credete? Guardate i dati appena pubblicati sull’andamento del prodotto interno lordo (PIL) cantonale. Nel 2018 il PIL cantonale ha superato la soglia dei 30 miliardi di franchi, crescendo di quasi il 4% E oltre il 4% è il contributo che noi diamo al PIL svizzero. A titolo di paragone Zurigo, la locomotiva nazionale, produce oltre il 22% dei beni e servizi.  

Ma forse questo non vi è sufficiente per capire quanto siamo benestanti in Ticino. Guardando alla classifica in termini di Prodotto interno lordo pro capite, con i nostri 87’612 franchi siamo il settimo Cantone più ricco. Addirittura il nostro reddito è superiore del 3.5% di quello medio nazionale. Eppure non vi siete mai accorti di essere tra i più ricchi al mondo? Andiamo a scoprire perché.

Innanzitutto precisiamo che non c’è nessun errore statistico né nessun complotto teso a mostrare una realtà differente. Il prodotto interno lordo pro capite cantonale è assolutamente calcolato nella maniera giusta. Si prende tutto il valore della produzione di beni e servizi fatta sul territorio in un anno e si divide per il numero degli abitanti di questo territorio. Per la maggior parte delle economie nazionali, questo indicatore è un buon indicatore. Certo, rimane il fatto che il dato presentato è un dato medio. I famosi polli di Trilussa ci ricordano bene che se tu mangi due polli e io non ne mangio nessuno, in media ne abbiamo mangiato uno a testa anche se il mio stomaco è vuoto.

Ma a queste obiezioni tecniche, nel caso del Ticino dobbiamo aggiungere quelle territoriali. Il PIL pro capite mette in relazione il luogo di lavoro dove le persone producono con il luogo di residenza dove le persone vivono. Questo non crea particolari problemi quando i flussi di persone tra due territori sono minimi oppure equilibrati. Ma questo non è ciò che avviene nel Cantone Ticino dove sappiamo esserci un ricorso importante alla manodopera frontaliera. In effetti, se i frontalieri in Svizzera sono circa il 4% della popolazione residente (340 mila su 8,6 milioni) in Ticino questa percentuale sale al 20% (70 mila su 350 mila abitanti).  Per capire quanto importante è il contributo dato alla produzione di queste 70 mila persone pensiamo che le persone occupate residenti in Ticino sono circa 160 mila. Questo significa che 1 prodotto su 3 è fabbricato da frontalieri. Per cui il contributo dato alla produzione ticinese è enorme. E qui nasce il problema. Quando calcoliamo il dato pro capite, si divide solo per il numero dei residenti e si trascurano i frontalieri.

Se senza nessuna presunzione di scientificità cerchiamo di correggere l’effetto “doping” aggiungendo il numero di frontalieri o togliendo il valore della loro produzione ecco che purtroppo ritorniamo in graduatoria tra gli ultimi posti.

Come spesso accade anche in questo caso è importante quindi andare oltre all’indicatore e riportarlo alla realtà dei fatti.

*Sotto trovate un mio contributo a Tempi Moderni di qualche anno fa sul tema (Tempi Moderni, RSI, 18.05.2017)

Tratto da Tempi Moderni – RSI- 18.05.2017
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La Posta si “risposta” e torna a portare la Posta

Gli impatti economici della crisi del Covid-19 iniziano oggi a essere un po’ più chiari. Quasi a prenderci in giro questa crisi pandemica ha rimescolato le carte in tavola. Proviamo a fare un gioco: immaginate di essere stati i membri dei consigli di amministrazione di aziende pubbliche o private prima del mese di marzo del 2020. Oggi probabilmente vi trovereste nella situazione paradossale di essere stati o troppo innovatori o poco innovatori. Spieghiamoci meglio. Pensate al caso della Posta svizzera. Nel 2020 a causa delle misure di confinamento e di consumi on-line mai visti prima la Posta ha consegnato quasi 183 milioni di pacchi, record assoluto negli oltre 170 anni di storia. Per capirci se consideriamo 220 giorni di lavoro si tratta di oltre 830 mila pacchi al giorno. Una crescita così ha obbligato l’azienda in poche settimane a rivedere completamente una strategia portata avanti da decenni e concentrata sulle attività ritenute, fino a un anno fa, più redditizie, come quelle finanziarie. E invece, inversione di rotta: impennata di assunzioni e milioni di franchi di investimenti nell’infrastruttura per la consegna pacchi.
Una riflessione simile può essere fatta per il commercio al dettaglio e le vendite on-line. Non neghiamo che fino allo scorso mese di marzo per molti grandi magazzini la tentazione di smantellare l’offerta legata alla vendita on-line è stata molto grande. Certo, negli ultimi anni il settore aveva registrato una crescita, ma era legata principalmente agli acquisti fatti all’estero e specializzati. Nessuno avrebbe immaginato che le vendite dei generi non alimentari sarebbero avvenute solo grazie ai canali di distribuzione via etere. E non tutti in Svizzera avevano avuto la perseveranza di investire in questo settore. Vi ricordate quanto tempo hanno impiegato alcuni commerci a offrire il catalogo dei prodotti on-line? Certo, per i piccoli artigiani e le piccole imprese poter investire risorse in questo campo in un momento di difficoltà non è stato semplice e non lo è nemmeno ora. E in questo caso lo Stato avrebbe potuto sicuramente aiutare di più.
Ma il problema concerne anche i beni e i servizi che per loro definizione sono consumati di persona. Pensate a come eravamo prima di un anno fa: tutti pronti a prendere un aereo con un bagaglio a mano per andare a vedere un concerto in una città europea e rientrare in 36 ore. Tutte le strategie di crescita delle aziende legate al turismo, agli spostamenti e agli eventi partivano dall’ipotesi inconfutabile della massima mobilità. Molte compagnie aeree per sopravvivere alla crescente concorrenza nel settore avevano creato sinergie con le agenzie di viaggio, con i complessi alberghieri e con gli organizzatori di eventi per ampliare i pacchetti vacanze. Tutto ad un tratto il nulla. E ancora oggi, per tutto il settore a livello mondiale regna un’incertezza che impedisce di trovare strategie aziendali efficaci e con un orizzonte di medio periodo. Alcuni hanno tentato la riconversione sul traffico delle merci, ma anche in questo caso, i dubbi rimangono tanti.
Al contrario i confinamenti e il ricorso al telelavoro sono stati estremamente positivi per le aziende legate ai prodotti informatici che negli ultimi anni mostravano un certo stallo; in questo caso la crisi è stato un toccasana.
Che dire quindi? In alcuni casi la crisi ha riportato le aziende indietro sui loro passi, in altri l’aver anticipato nuovi sentieri ha invece consentito di seguirli nell’immediato.
Come spesso accade in economia, non troviamo un’unica strada vincente, anche perché se no saremmo tutti imprenditori di successo.

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UBS: quando chiudere non significa per forza perdere

UBS questa settimana ha annunciato la chiusura di 44 filiali in Svizzera, di cui 3 nel Cantone Ticino. La prima preoccupazione è rivolta verso i collaboratori e le collaboratrici che potrebbero risentirne. In questo senso la banca ha rassicurato che non sono previste riduzioni di personale. E di questo non possiamo che rallegrarcene. La seconda questione che viene sollevata è quella della vicinanza dell’istituto ai suoi clienti. È innegabile che tutti noi vorremmo avere la maggior parte dei servizi che utilizziamo a portata di “passeggiata“. Anche questo trend però non ci stupisce: in effetti, la riduzione del numero di sportelli e del settore bancario in generale è una realtà che nel Cantone viviamo purtroppo oramai da qualche anno. Nel 2010 contavamo 72 banche, 263 sportelli e 7’046 addetti. A distanza di 8 anni il ridimensionamento è stato impressionante con 40 banche, 179 sportelli e 5’585 collaboratori.
Detto questo, dobbiamo constatare un fatto importante: la pandemia con i conseguenti lockdown ha accelerato dei processi che erano già in atto, anche in questo settore. Il ricorso ai servizi bancari non più di persona ma attraverso la rete era nei programmi delle grandi banche da diverso tempo. La sua realizzazione era però prevista solo tra qualche anno. Questo non perché le banche non volessero ridurre i loro costi sfruttando la digitalizzazione, bensì perché il processo di “educazione” al cliente avrebbe richiesto tempo e probabilmente non sarebbe stato esente da critiche e ostacoli. Invece ecco arrivare la crisi Covid-19 che obbliga forzatamente i clienti ad imparare a utilizzare la rete e a modificare le loro abitudini di consumo. In un certo senso la pandemia ha agevolato il lavoro delle banche in questo caso specifico ma anche di tanti altri servizi e commerci.
Ora bisogna però cambiare paradigma e accettare la grande sfida che automazione e digitalizzazione ci pongono in termini di salvaguardia dei posti di lavoro. La disoccupazione ha diverse cause (vedi economario). Quella tecnologica si verifica quando i posti di lavoro distrutti dalle nuove tecnologie non compensano quelli creati. A onor del vero bisogna riconoscere che finora in tutte le rivoluzioni vissute nella storia è sempre avvenuto il contrario: il benessere totale è aumentato. Ma attenzione non vuol dire che non ci siano stati perdenti! Le persone meno qualificate, quelle con compiti più ripetitivi, che occupano posti di lavoro più precari, da sempre possono essere sostituite dai macchinari. Ed è stato così. Paradossalmente non è nemmeno un male che i lavori più duri siano fatti dai macchinari. Ma, perché questo non danneggi il nostro tessuto economico e sociale è necessario intervenire. E abbiamo la possibilità di farlo. Lo Stato dovrebbe sostenere le aziende nel processo di riqualifica del personale. Sappiamo tutti che ben presto i commerci faranno capo alle casse automatiche, ma questo non significa che non sarà necessario avere degli ottimi consulenti alla vendita, anzi! Ecco dove lo Stato può dare il suo contributo: sostenendo le aziende nei costi e nella formazione del suo personale. Così si dà risposta al rischio della disoccupazione tecnologica.
Discorso diverso il cambiamento delle abitudini nei consumi che può trasformarsi in disoccupazione strutturale e questa purtroppo richiede misure molto più lunghe e più difficili da attuare. Quindi, concludendo non facciamoci spaventare dal progresso ma utilizziamolo a nostro vantaggio.

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Secondo lockdown: i cerotti non bastano più

In un mio articolo pubblicato dal Corriere del Ticino il 13 gennaio 2021 (e che trovate qui) segnalavo la necessità immediata dello Stato di rispondere al grido di aiuto delle aziende. La preoccupazione dell’introduzione di ulteriori misure di contenimento, ha trovato conferma con le decisioni del Consiglio Federale che non solo ha protratto le chiusure di alcune attività legate al tempo libero, ma le ha addirittura estese ad altri commerci. Consiglio Federale che in questa seconda ondata ha mancato totalmente gli obiettivi dal punto di vista sanitario, sociale ed economico. Vero forse che poco poteva fare sull’incertezza sanitaria legata alla diffusione del virus, ma molto avrebbe dovuto fare contro l’incertezza economica. Se la risposta immediata con l’introduzione della garanzia dei crediti e dell’ampliamento dell’orario ridotto è stata ottima, qualcosa nel seguito è mancato. Come fatto da altri Paesi, bisognava impostare una chiara strategia di risposta alle difficoltà economiche. Strategia rigorosa, immediata, efficiente ed efficace. Compito difficile? No, compito che un governo deve assolutamente essere in grado di fare. Sin dal primo momento eravamo tutti coscienti che le conseguenze economiche di questa pandemia sarebbero state paragonabili a quelle di una guerra mondiale. Se è vero che oggi abbiamo fortunatamente uno stato sociale forte e presente, perché possa sopravvivere l’economia deve fare la sua parte. E questo significa che è necessario un programma di intervento che permetta a commerci, palestre, garage, saloni estetici, agenzie di viaggio, ristoranti di poter continuare le loro attività quando sarà possibile. Purtroppo i cerotti messi qua e là non sono una strategia economica. Se è vero che il governo con le nuove decisioni di chiusure è stato obbligato ad aumentare gli aiuti e velocizzarli, siamo ancora lontani da una riflessione a medio termine. Come scritto, un buon programma economico dovrebbe considerare tre misure: un piano di intervento d’urgenza, una fase di aiuti strutturali e infine l’elaborazione di un programma di investimenti pubblici di lungo respiro.
Il piano di intervento d’urgenza deve prevedere aiuti immediati alle aziende come contributi non rimborsabili, compensazioni per il calo del fatturato, sussidi una tantum. Le misure strutturali dovrebbero permettere di sfruttare i tempi di sottoccupazione delle aziende per fare quei cambiamenti che aumentano la loro competitività: rinnovo delle strutture e degli impianti, formazione e consulenza, progettazione del passaggio all’automazione e alla digitalizzazione. Infine, decise basi legali e stanziati i crediti per le prime due misure, dovrebbe iniziare la riflessione per un piano di investimenti con un mix pubblico-privato. I settori su cui puntare non mancano, da quello clinico-ospedaliere, alla farmaceutica, dalla meccanica all’elettronica, dall’intelligenza artificiale alla sostenibilità energetica.
Alcuni potrebbero definirlo un piano semplice e per nulla originale, vero. Un piano che però se attuato eliminerà dal terreno di gioco l’incertezza che è il nemico peggiore dell’economia. Un piano che se attuato consentirà alla Svizzera di mantenere la sua forte competitività economica e commerciale superando anche questa crisi. Se vogliamo un futuro solido e sostenibile non possiamo più permetterci cerotti qua e là.

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Un nuovo lockdown è sostenibile?

Nel video pubblicato da Ticinotoday che trovate qui sotto mi esprimo sulla sostenibilità, non solo economica, di un possibile secondo confinamento generalizzato. Personalmente ritengo che non esistano attività economiche essenziali e attività non essenziali, sia per l’imprenditore che per il consumatore. Tutto ciò che l’individuo decide di fare è essenziale e ancora prima che essere un’attività economica, è un’attività umana. La società è fatta di tanti individui diversi e la ricchezza delle nostre economie e società sviluppate è proprio quella di rispettare questa diversità e non imporre nessun modello né di vita, né di consumo.
Detto questo, la pandemia che stiamo vivendo è senza dubbio un evento eccezionale. E necessita quindi di risposte eccezionali.
In questi giorni sono molte le sollecitazioni che riceviamo e che ci interrogano sulla sostenibilità economica per la Svizzera di una seconda chiusura generalizzata. Ma prima di interrogarsi sulla sostenibilità economica, il dibattitto dovrebbe preoccuparsi dell’efficacia delle misure proposte e delle conseguenze sugli individui. Nei momenti di tranquillità si vive nella valorizzazione e nel rispetto della diversità; nei momenti di incertezza, come quello odierno, possono invece alimentarsi tensioni e conflitti. Purtroppo è quello che sta succedendo in questa seconda ondata e le scelte politiche anziché gettare acqua sul fuoco, gettano benzina. Pensate alla situazione vissuta da chi il giorno dopo l’annuncio di un possibile prolungamento della chiusura delle attività legate al tempo libero, andando al lavoro o a scuola ha preso i mezzi pubblici stracolmi di persone che respirano una addosso all’altra. Orbene, anche i cittadini e le cittadine più rispettose delle istituzioni e delle regole in questo momento si sentono spaesate. A questo sconforto aggiungiamo quello dei proprietari delle attività che sono state chiuse e che non trovano rassicurazione da parte dello Stato.
Come detto da tutti, se secondo confinamento deve essere, che lo sia. Ma ora non tentenniamo più: il prezzo da pagare per questa crisi sanitaria sarà molto alto anche dal punto vista economico.
In tutto questo contesto, la Svizzera è una delle poche Nazioni che può permettersi senza paura di sostenere l’economia. La nostra economia è solida, le finanze pubbliche sono sane, i tassi di disoccupazione sono tra i più bassi al mondo e, c’è stabilità dei prezzi, quindi il contesto macroeconomico è sicuramente tra i più favorevoli al mondo.
Detto questo le politiche fiscali devono essere assolutamente mirate e indirizzate ai settori che ne hanno bisogno e all’interno di questi settori alle aziende maggiormente colpite. E andrei anche oltre. Gli aiuti dovrebbero essere pensati in funzione delle regioni: il contesto economico ticinese non è come quello di Zurigo. Le aziende ticinesi non sono come quelle zurighesi. Insistiamo, gli aiuti devono essere poco burocratici, rapidi ed efficaci. I ristoranti devono pagare adesso gli affitti, le palestre devono versare ora le rate dei macchinari comperati in leasing, le agenzie di viaggio stanno sopravvivendo da oramai un anno.
Certo, alcuni sostengono che così facendo teniamo in piedi le cosiddette aziende zombie, ossia le aziende che sarebbero fallite o fallirebbero nei prossimi mesi. Vero, ma la mia riflessione è questa: davvero nel pieno di una crisi economica mondiale possiamo permetterci il lusso di fare i puristi e i difensori dell’efficienza economica e del libero mercato? Io non credo. Credo al contrario che dovremmo essere più coraggiosi e infondere serenità ai cittadini e alle imprese.
Concludiamo con una riflessione: se le risorse per fare un secondo lockdown ci sono, quello che pare mancare ora è la convinzione dei cittadini sulla necessità di farlo.

Le risorse economiche per sostenere un secondo lockdown ci sono. Quello che forse manca è la convinzione dei cittadini…
La versione audio del video: La sostenibilità di un secondo lockdown
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La disoccupazione dopata

I dati della disoccupazione pubblicati dalla Segreteria di Stato dell’Economia (SECO) confermano la tendenza degli ultimi mesi. Nel mese di dicembre in Svizzera si contano oltre 163 mila persone disoccupate registrate negli uffici regionali di collocamento (3.5%), 10 mila in più del mese di novembre. In Ticino (3.8%), quasi 6’500 persone erano disoccupate, cresciute di oltre 300 unità. Su base annuale, rispetto al mese di dicembre dell’anno scorso, in Svizzera si registrano quasi 50’000 persone in più disoccupate e a livello ticinese oltre 800 in più.
Questi dati confermano che gli effetti sul mercato del lavoro della crisi del COVID-19 ancora non si vedono. Già in condizioni normali, c’è un certo ritardo temporale tra la riduzione della produzione di beni e servizi e i veri e propri licenziamenti. Questo capita principalmente perché le aziende necessitano di una stabilità e continuità nei collaboratori oltre al fatto che la ricerca e la formazione del personale rappresentano un costo. Per queste ragioni le imprese cercano di evitare al più possibile licenziamenti. In questo periodo particolare a queste riflessioni generiche si aggiunge l’effetto delle misure di sostegno messe in atto per contrastare la crisi, in particolare l’ampliamento delle indennità a orario ridotto. E in effetti, guardando a quanto accaduto sul fronte di questi aiuti, vediamo che nel mese di febbraio le persone che usufruivano dell’orario ridotto erano 5 mila, aumentate a 1 milione in marzo e a ben 1.3 milioni in aprile. Il numero è rientrato nei mesi successivi per poi aumentare nuovamente: in novembre ancora prima delle chiusure di alcuni settori, c’erano già annunciate 650 mila persone.
Accanto ai dati della disoccupazione altri indicatori mostrano campanelli di allarme. Nel caso del Cantone Ticino per esempio sappiamo che le nostre aziende hanno ricorso maggiormente ai crediti COVID-19 e hanno utilizzato mediamente molto di più l’orario ridotto. Oltre a ciò il mercato del lavoro del Cantone Ticino è più fragile: posti di lavoro precari, temporanei o a tempi parziale che magari non danno diritto alle indennità di disoccupazione e quindi spariscono nelle statistiche. Pensiamo alle donne, prime vittime in caso di crisi economica. I posti di lavoro precari, meno qualificati con salari più bassi spariscono per primi. Non a caso in Ticino tra luglio e settembre dell’anno scorso abbiamo perso 4’000 occupate.
In aggiunta, dobbiamo considerare la valvola di sfogo del frontalierato che rappresenta per noi oltre il 30% dell’occupazione. In questo casi spariscono gli addetti, ma non aumenta la disoccupazione.
Ma non finisce qui. Da alcune analisi abbiamo anche letto che la creazione di aziende è stata mediamente inferiore rispetto a quanto avvenuto a livello svizzero.
Per finire, ed è questo quello di cui dovremo preoccuparci, sono le prospettive economiche future: il settore industriale legato alle attività manifatturiere non avrebbe ordini a sufficienza; le transazioni immobiliari e le domande di costruzione non farebbero dormire sonni tranquilli al settore specifico; anche il settore bancario sta rivedendo al ribasso le sue prospettive. E che dire del commercio e del turismo? Evidentemente questi settori sono tra i primi a essere toccati dalle misure di contenimento e nel caso del turismo, addirittura già toccato.
Ecco perché si necessita di un piano d’azione economica programmato e non improvvisato.

A complemento le considerazioni fatte sul tema durante la puntata di Modem (Rete Uno – RSI) dell’08.01.2021

Intervento tratto da Modem – Rete Uno- 08.01.2021
La versione audio: La disoccupazione dopata
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La Svizzera può permettersi una seconda chiusura generalizzata?

“La Svizzera è una delle Nazioni che può affrontare con maggior tranquillità l’idea di una nuova chiusura generalizzata; la nostra economia è solida, le finanze pubbliche sono sane, abbiamo tassi di disoccupazione tra i più bassi al mondo e stabilità dei prezzi. Questo fa sì che ci siano tutte le condizioni quadro per affrontare questa situazione cercando di tranquillizzare i cittadini e le attività economiche. L’ampliamento e il prolungamento delle misure legate all’orario ridotto come pure l’elargizione dei crediti garantiti dallo Stato sono misure ottime come prima risposta. Oggi dobbiamo pensare, anzi avremmo già dovuto pensare a mettere in atto degli strumenti poco burocratici, rapidi, ben indirizzati e coraggiosi. Pensiamo ai casi di rigore, si parla di un risarcimento del 10% della cifra d’affari, mentre altri Paesi, ad esempio la Germania, arriva al 70-80%. O ancora pensiamo a misure di contributi cosiddetti a fondo perso (che se salvano posti di lavoro non sono mai a fondo perso) proporzionali al numero di addetti. A questo stadio dovremmo tuttavia essere già in una fase di una riflessione più ampia in cui questi aiuti sono tramutati in sostegno a cambiamenti strutturali di queste aziende per renderle effettivamente competitive e al passo con i tempi” Tratto da intervista per Radio 3i, 07.01.2021

Approfondiremo il tema nei prossimi giorni.

Estratto intervista Radio 3i – 07.01.2021
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Prezzi che salgono e prezzi che scendono…

Le “malattie” del sistema economico sono principalmente due: la disoccupazione e l’inflazione. Della disoccupazione sentiamo parlare spesso soprattutto in situazioni come quella che viviamo oggi, dell’inflazione meno. Ma le autorità, giustamente, tengono sempre sotto controllo anche l’andamento dei prezzi; sì, perché l’inflazione è un aumento generalizzato dei prezzi.
Così una volta al mese, in Svizzera, si pubblica il dato dell’indice dei prezzi al consumo (IPC) che ci dice se i prezzi dei beni e servizi consumati sono scesi o aumentati. Attenzione non dobbiamo confondere l’IPC con l’indice del costo della vita: in effetti, il nostro carrello della spesa contiene solo i beni e servizi consumati in maniera finale. Questo significa, che sono esclusi tanti beni e servizi che pesano sul nostro borsellino: per esempio nell’IPC non calcoliamo i costi dei premi cassa malati e di tutte le assicurazioni, come neppure l’andamento delle imposte e delle tasse.
In Svizzera i prezzi di dicembre sono diminuiti dello 0.1% rispetto a novembre e dello 0.8% rispetto al mese al mese di dicembre dell’anno scorso. Visto che siamo arrivati alla fine dell’anno possiamo anche tirare le somme e scoprire che nel 2020 i prezzi sono scesi mediamente dello 0.7% rispetto al 2019. Ma questa è una buona o una cattiva notizia? In realtà, potremmo dire né l’una né l’altra. Quando le variazioni sono tra 0 e 2 punti percentuali si parla di stabilità dei prezzi. Ciò dipende soprattutto dal fatto che ci sono alcune imprecisioni nei nostri calcoli. Per esempio non possiamo cambiare immediatamente il carrello della spesa. Se i consumatori sostituiscono i prodotti diventati più cari con quelli meno cari oppure se cambiano i punti vendita per esempio ordinando online, ci vorrà del tempo per fare queste modifiche nel nostro indice dei prezzi al consumo. In aggiunta i beni sono inclusi nel paniere soltanto dopo molti anni che appaiono sul mercato, perché devono diventare oggetti di uso comune. Ma questo significa che ci entreranno con un prezzo più basso che quindi diminuirà di meno. Infine, un altro limite è che non si tiene conto del miglioramento della qualità dei beni. Tutto questo ci porta a sovrastimare l’indice e quindi a ritenere che una variazione tra 0 e 2 punti percentuali significhi stabilità.
Torniamo ai nostri dati per scoprire cose interessanti. Rispetto al dicembre del 2015, quindi di 5 anni fa, i prezzi dei beni importati sono leggermente diminuiti mentre quelli indigeni (locali) sono leggermente aumentati. Stessa analisi per i prezzi dei servizi pubblici, diminuiti, al contrario dei servizi privati. Anche se di poco vediamo poi che i prezzi sono aumentati nel gruppo degli indumenti e calzature, dell’insegnamento, dell’abitazione ed energia, dei ristoranti ed alberghi. Al contrario i prezzi sono scesi, di poco, per la sanità (attenzione ricordiamo che non ci sono i costi dei premi cassa malati, ma solo delle prestazioni effettivamente consumate), per i mobili e gli articoli per la casa e per i trasporti.
Se poi vogliamo scendere ancora di più nelle analisi e guardare per esempio cosa è successo rispetto al mese di dicembre dell’anno scorso scopriamo cose interessanti collegate proprio all’andamento economico o a quello stagionale. Per esempio il prezzo dell’olio del riscaldamento è sceso di oltre il 22%, quello del diesel quasi del 12% e quello della benzina del 10%. Queste riduzioni sono da mettere in relazione con la diminuzione della domanda di prodotti petroliferi causata dalla crisi del COVID-19 che ha notevolmente frenato l’industria. Non stupisce per la stessa ragione il calo dei prezzi dei viaggi internazionali.
E così, potreste anche andare a curiosare sulle variazioni dei prezzi rispetto al mese di novembre e scoprire per esempio che quello dei cavoli è sceso di oltre il 20%, quello degli agrumi di quasi il 10% e la frutta esotica dell’8%. E da qui, navigare nel web e scoprire che anche dietro a ciò che portiamo in tavola c’è un mercato fatto di domanda e di offerta che ne determina il prezzo… I cavoli si raccolgono in inverno? Forse c’è stata una produzione abbondante di agrumi? E ancora, magari vogliamo meno frutta esotica e privilegiamo quella locale? Insomma, dietro ai numeri si trova sempre una quotidianità affascinante…

La versione audio: Prezzi che salgono, prezzi che scendono…
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L’anno che sta arrivando… tra un anno passerà

Prima di gettarci nel nuovo anno e nei nuovi avvenimenti economici che ci accompagneranno, facciamo una brevissima carrellata sugli ultimi fatti del 2020.
Negli ultimi giorni ci hanno comunicato che la Banca Nazionale Svizzera (BNS) nel III trimestre del 2020 ha comperato “solo” 11 miliardi di franchi in divise. Questa manovra serve a contenere l’apprezzamento del franco svizzero. Strategia, questa, che la BNS ha messo in atto già nei primi 6 mesi dell’anno, comperando ben 90 miliardi di franchi in divise. Per avere un termine di paragone, il record nell’acquisto, era nel 2015 e ammontava per l’intero anno a 86.1 miliardi di franchi. Quindi, record superato.
Sempre sul fronte nazionale, la borsa svizzera ha dichiarato attraverso il suo responsabile di voler rimanere indipendente dando anche ad intendere che la strategia di acquisizione di altre attività europee iniziata nel corso di quest’anno potrebbe proseguire. Questo in virtù del fatto che “più grande è la dimensione di una borsa, tanto più conta il suo parere” a livello decisionale. Speriamo anche in questo caso che non si faccia il passo più lungo della gamba.
Le prime analisi di chiusura dell’anno fatte da startups.ch dicono che in apparenza, un po’ paradossalmente, nel 2020 sono state create 46’842 nuove imprese, con una crescita del 5% rispetto all’anno prima. I settori più attivi imprenditorialmente risultano quelli legati al commercio online, al settore sanitario e informatico; in ragionevole calo le attività legate al turismo e al tempo libero. Tuttavia, la geografia delle “neo-nate” imprese (che non me ne si voglia vedremo quanto vivranno) è molto diversa: lo spirito imprenditoriale pare molto sviluppato nella Svizzera nordoccidentale, in quella centrale, in quella orientale e a Zurigo. Trend contrario in Romandia dove si segnala un calo del 4% e in Ticino dove il calo è stato addirittura del 16%. Facile, vedere subito una correlazione con le regioni che hanno vissuto in maniera più drammatica gli effetti del Covid-19. Nonostante questo entusiasmo finiamo dicendo che sempre secondo i dati di questa piattaforma il 2020 è stato caratterizzato da quasi 2’500 fallimenti, l’88% in più rispetto al 2019.
A questa notizia possiamo legare la valutazione fatta da JP Morgan che ritiene ci sarà un importante aumento di acquisizioni e fusioni nel 2021 in risposta alla crisi pandemica e alla necessità da una parte di aumentare gli introiti dall’altra di ridurre i costi.
Sul fronte internazionale segnaliamo la firma del presidente Trump al pacchetto di aiuti economici da 900 miliardi di dollari voluto per dare sostegno alle famiglie e alle imprese toccate dalla crisi del Covid-19. Il provvedimento, che si basa su un sistema di sicurezza sociale molto diverso dal nostro, concerne i sussidi ai disoccupati, gli aiuti contro gli sfratti e il pagamento degli affitti, i sussidi per le aziende, come anche per ristoranti, hotel, compagnie aree, oltre a fondi per la distribuzione del vaccino.
Altra notizia legata agli Stati Uniti è quella di escludere tre aziende di telecomunicazione cinesi da Wall Street, Borsa di New York. Questa decisione dipende dal decreto voluto da Trump che prescrive il divieto di investimenti americani in aziende vicine all’esercito cinese. Il paradosso sta nel fatto che nell’ultimo decennio proprio la Borsa americana abbia cercato in tutte le maniere di convincere aziende cinesi a quotarsi sul loro listino.
E infine, notizia di pochi minuti fa il Bitcoin (tema già discusso in questo blog) ha superato i 30 mila dollari di valore: un bell’inizio dell’anno per chi li ha comperati… Insomma, come sempre in economia, c’è chi guadagna e chi perde… speriamo che prima o poi sarà la maggioranza a vincere…

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Patrimoni miliardari immuni dal Covid-19

Il Bloomberg Billionaires Index fornisce una classifica aggiornata quotidianamente delle persone più ricche al mondo. Per ogni miliardario dà la composizione del suo patrimonio. Certo è lo stesso esercizio che facciamo anche noi quando compiliamo la dichiarazione delle imposte e dobbiamo stimare la nostra sostanza. Ma se andate a spulciare uno dei tanti profili dei miliardari vi renderete conto che c’è una bella differenza tra i nostri patrimoni e i loro. Partecipazioni in società quotate in borsa, sconti da applicare in funzione dei rischi legati ai Paesi in cui si detengono partecipazioni pubbliche, valutazioni degli hedge fund, stima della liquidità; insomma deve essere proprio difficile capire quanto si è ricchi quando si è veramente ricchi.
Una cosa però è certa. Anche il COVID-19 colpisce in maniera diversa le classi sociali. Mentre milioni di persone hanno perso il lavoro e stanno chiudendo le loro attività a causa della pandemia, possiamo tirare un sospiro di sollievo perché i 500 miliardari più ricchi della terra hanno visto il loro patrimonio aumentare anche quest’anno. E pensare che subito dopo il primo lockdown mondiale eravamo preoccupati per la loro sorte, dato che i loro patrimoni avevano mostrato perdite importanti.
La notizia bizzarra è che addirittura sono i miliardari cinesi (Wuhan vi ricorda qualcosa?) ad aver visto la loro ricchezza aumentare di più: in effetti, essa è cresciuta quasi del 54%. Saremmo tentati di pensare a uno strano scherzo del destino se non fosse che anche negli anni passati la Cina ha mostrato crescite impressionanti. Non dimentichiamo che proprio studi recenti affermano che la Cina diventerà la prima potenza mondiale scavalcando gli Stati Uniti in anticipo rispetto a quanto previsto.
Ma non preoccupiamoci troppo dei miliardari statunitensi: anche loro hanno visto aumentare la loro ricchezza di oltre il 25%, un po’ di più dei “cugini” inglesi. In Europa, dove la ricchezza è aumentata mediamente “solo” del 15%, c’è anche chi si è impoverito: i miliardari spagnoli (quasi del -12%) e quelli ciprioti (-8%).
Naturalmente la ricchezza dipende dalla performance dei diversi settori economici: i servizi, la sanità, le tecnologie hanno registrato guadagni superiori al 50%, le materie prime “solo” del 32% e i settori industriali del 26%.
Ma com’è possibile che ci siano delle disuguaglianze così grandi? E la storia ha sempre mostrato queste differenze?
Da una parte è vero che la teoria economica ci insegna che per raggiungere lo sviluppo è necessario passare attraverso una certa concentrazione della ricchezza produttiva. Averla nelle mani di poche famiglie consente di accumulare macchinari e mezzi per produrre. Oggi però la situazione che viviamo è ben diversa.
Le differenze e le disuguaglianze stanno diventando insostenibili. Oltre a creare tensioni importanti tra le classi sociali, esse non sono più ritenute necessarie allo sviluppo economico, anzi.
A onor del vero, dall’inizio del XX secolo l’intervento dello Stato, le imposte progressive, l’istruzione pubblica e la maggiore solidarietà hanno ridotto le disuguaglianze. Queste politiche hanno portato nel 1980 in Europa il 10% più ricco a possedere circa il 40-50% del patrimonio. Purtroppo questo trend positivo si è arrestato attorno agli anni Ottanta, con le politiche liberiste di deregolamentazione e globalizzazione di Ronald Reagan e Margaret Thatcher oltre a quelle della finanza internazionale.
Ora, questa nuova crisi dovrà essere l’occasione per ripensare anche alla validità delle nostre politiche fiscali e soprattutto ai meccanismi che consentono un’accumulazione eccessiva.

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Accordi: la Gran Bretagna vince, il Ticino perde

Babbo Natale ha portato in dono la firma di due accordi molto importanti: il primo tra la Gran Bretagna e l’Unione Europea (di cui abbiamo parlato anche in questo blog) e il secondo tra la Svizzera e l’Italia.
Il primo accordo è stato siglato per chiarire alcuni dei punti relativi all’uscita della Gran Bretagna dal mercato unico europeo; il secondo ha visto trattative ancora più lunghe, 5 anni, e tratta dell’imposizione dei frontalieri che lavorano in Svizzera e vivono entro 20 chilometri dalla frontiera.
Se il primo riconosce come vincitrice dei negoziati la Gran Bretagna, il secondo non trova chiari vincitori, ma un sicuro perdente: il Cantone Ticino. Ma andiamo con ordine.
La Gran Bretagna ha ottenuto una riduzione del 25% del pesce pescato da pescherecci europei nelle sue acque; passati cinque anni e mezzo tornerà ad averne il pieno controllo. Se l’Unione Europea si dice soddisfatta per aver fissato un minimo di standard ambientale, sociale e in tema di diritti dei lavoratori che anche l’Inghilterra dovrà rispettare per sostenere le aziende con aiuti di Stato, in realtà potrà creare normative interne alle quali attenersi. Ma la vittoria più grande, anche se forse solo simbolica, riguarda il fatto che in caso di divergenze tra i due attori, non sarà la Corte di giustizia europea ad occuparsi di formulare un giudizio, ma un arbitrato indipendente. Quest’ultimo punto potrebbe essere interessante anche per la Svizzera e i suoi rapporti con l’Unione Europea (di cui ci occuperemo prossimamente). Dimenticavo, nessun dazio né quote per il commercio di merci, mentre sui servizi il lavoro di negoziato rimane tutta da fare.
Ora torniamo alla Svizzera, all’Italia, al Ticino e ai frontalieri. Questo accordo era ed è particolarmente sentito nel cantone Ticino perché si vive una realtà molto diversa rispetto al resto della Svizzera. Nel III trimestre del 2020 oltre 70 mila frontalieri varcavano il confine per lavorare in Ticino. Se calcoliamo la percentuale in termini di occupati e di posti di lavoro a tempo pieno, essa varia dal 30% al 36%; insomma, una fetta consistente del mercato del lavoro ticinese è rivolto a persone non residenti. Altra particolarità è quella del salario. Anche in questo caso, quello che succede in Ticino, non succede nel resto della Svizzera, dove la differenza tra salari degli svizzeri residenti e dei frontalieri è molto più bassa. Nel caso ticinese, la differenza del salario mensile lordo standardizzato* varia tra il 30% e il 35%, cioè significa che un frontaliere guadagna un terzo in meno di uno svizzero. Detto questo appare inutile spiegare perché a parità di qualifiche sia molto più conveniente assumere un frontaliere.
Orbene, l’attesa per la firma di questo accordo era molto grande. Si sperava che potesse in qualche modo compensare questa concorrenza che può diventare vero e proprio dumping salariale per l’intera economia cantonale. Purtroppo ciò non è avvenuto. Ed ecco un accordo fatto di tecnicismi e compromessi.
Primo: avremo due statuti. I frontalieri attuali e i frontalieri nuovi che saranno tali dopo l’entrata in vigore dell’accordo. Si stima che possa entrare in vigore nel 2023, ma lasciateci dubitare che il governo italiano tenga fino alla sottoscrizione da parte del parlamento.
Per i frontalieri attuali nessun grande cambiamento: pagheranno sempre le imposte alla fonte in Svizzera che, fino al 2033, ne riverserà all’Italia il 40% (oggi il 38.5%). Dopo la Svizzera terrà tutto il gettito.
Invece i nuovi frontalieri pagheranno una parte delle imposte in Svizzera (calcolata sull’80% del salario) e una parte calcolata dal fisco italiano. L’accordo prevede di evitare la doppia imposizione che nei fatti significa che il massimo pagato nei due paesi potrà essere quello previsto in Italia (semplicemente si sconta quanto pagato in Svizzera).
Ecco, questi sono i punti principali dell’accordo che ha necessitato oltre 5 anni per essere sottoscritto. Forse, abbiamo sbagliato noi ad avere aspettative troppo elevate sul miglioramento per il mercato del lavoro ticinese; va beh, armiamoci di carta e penna e prepariamo la prossima lettera per Babbo Natale…
*Metà della popolazione guadagna di più e metà meno; semplificando potremmo pensare al salario che divide la popolazione a metà.

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Anche le Borse si ammalano di Covid-19

Abbiamo visto in questi giorni che nemmeno le borse sono immuni dal virus e dalle sue varianti, anzi. Ieri, 21 dicembre, la maggioranza dei telegiornali apriva le sue notizie dicendo che le borse europee avevano “bruciato” oltre 200 miliardi euro. Certo che letta così una notizia un po’ di paura la fa. Ma che cosa significa veramente? Come funzionano le borse? E perché sono così sensibili alla notizia di una possibile variante del Covid-19? Proviamo a capirlo.
La borsa ha origini lontanissime; si dice che già in epoca romana avvenivano compravendite tra banchieri, mercanti e uomini d’affari nelle piazze. La forma più moderna sembra però risalire al Belgio del 16 secolo. Si narra che i banchieri e i commercianti fiamminghi si riunivano per fare affari nella piazza antistante e nel palazzo dei Van der Burse, famiglia di banchieri. Il vocabolo Borsa parrebbe nascere proprio dalle tre borse dello stemma di questa famiglia. Anche se per alcuni studiosi in realtà il cognome era la traduzione di “Della Borsa”, famiglia di ricchi mercanti veneziani.
La prima borsa moderna divenuta operativa dal 1531 nel mercato delle contrattazioni fu Anversa, seguita poi da quella di Londra, Amsterdam, Venezia,… Proprio ad Amsterdam si diffuse la compravendita di titoli che rappresentavano un credito o una merce che era in viaggio da un paese lontano. I compratori offrivano del denaro e in cambio ottenevano un documento cartaceo, la lettera, in cui vi era la promessa di trasferimento della merce o del denaro entro una certa data. Da qui, l’idea ancora moderna di acquistare titoli.
Con il tempo la borsa non solo serviva a fare compravendite di merci, ma sempre più ha iniziato a offrire alle imprese la possibilità di trovare capitali finanziari per realizzare i loro progetti. Pensate un po’: magari voi avete una bella idea imprenditoriale, ma non avete i finanziamenti. Ecco che il meccanismo della borsa vi consente di suddividere in tantissime parti la vostra azienda, vendere le azioni ad altre persone e con il ricavato realizzare i vostri progetti. È evidente che se la vostra azienda sembra avere buone possibilità di successo e quindi essere un investimento vantaggioso il suo valore aumenta e tanti vorranno comperarne un pezzettino aumentando il suo prezzo. Se invece c’è aria di crisi e c’è incertezza sui guadagni futuri dell’azienda o sulla sua sopravvivenza, le persone che hanno comperato le azioni cercheranno di venderle e questo causerà l’abbassamento del prezzo.
Ecco questo è proprio quello che è successo ieri e che è successo dall’inizio della pandemia. Date le misure di confinamento e le chiusure delle attività, ci si aspettava una riduzione importante delle cifre di affari delle aziende quotate in borsa. Così tutti i proprietari dei pezzettini di aziende hanno iniziato a vendere le loro azioni abbassandone il valore. Ma se tutti vendono si innesca una corsa al ribasso. Quindi che cosa comperare quando c’è questo tipo di crisi economica? I beni rifugio. Quindi tutti a comperare oro e metalli preziosi; ed ecco il loro prezzo salire. La notizia di ieri ha innescato lo stesso meccanismo: se fino a poche ore prima eravamo certi che il vaccino avrebbe consentito di tornare a una vita normale e consumare i beni prodotti dalle aziende, i cui utili sarebbero saliti, una nuova variante ha rigettato tutti nell’incertezza. Ecco la corsa alla vendita delle azioni e la perdita di valore delle aziende. Attenzione però, quei 200 miliardi di euro “bruciati” dalle borse sono solo in realtà la riduzione del valore delle azioni. E del valore delle azioni di chi le possiede.

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Cara Italia, così non va… L’Unione Europea e i suoi funzionari non dormono mai

L’Unione Europea e i suoi funzionari non dormono mai. Ed eccoli, rapidamente richiamare l’Italia al rispetto delle regole comunitarie. Ma facciamo un passo indietro per capire bene quello di cui stiamo parlando.
L’Italia lancia il Cashback di Stato (magari potevano trovare un nome in italiano…) per incentivare l’uso dei pagamenti digitali. Non che il governo attualmente in carica sia un sostenitore della tecnologia, ma sicuramente questa tracciabilità consente in parte di provare a porre un freno all’evasione. Per farla semplice se pagate in maniera tracciabile i vostri acquisti, quindi con carte di credito e debito e app di pagamento, potete ricevere un rimborso pari a 150 euro nel mese di dicembre e a 300 euro per l’anno prossimo. Inoltre il sistema consente di premiare i cittadini che faranno più transazioni con un rimborso aggiuntivo. Per non farsi mancare nulla, e forse personalmente questa terza parte la avrei evitata, l’Italia ha anche pensato di associare a questo progetto una lotteria nazionale per consumatori ed esercenti.
Orbene, la Banca centrale europea, non ha atteso molto a ricordare all’Italia che fa parte del mercato unico e che il loro tentativo di arginare il nero, rappresenta una violazione alla libera concorrenza, tanto cara all’Unione Europea. Insomma, oltre a consultarsi preventivamente con la Banca Centrale Europea all’Italia viene rimproverato il fatto di favorire un mezzo di pagamento a favore di un altro (il digitale a scapito del contante) e di non avere prova che questa misura serva a contrastare l’evasione fiscale.
Personalmente ritengo che l’Italia abbia cercato di ottenere i famosi due piccioni con una fava: incentivare una dichiarazione più veritiera delle cifre d’affari riducendo il nero e sostenere i consumatori. Ora, davvero una Nazione sta facendo del male ai suoi cittadini se li sostiene in un momento di difficoltà come quello che stiamo vivendo?
E soprattutto, è davvero necessario che la Svizzera entri sempre più in questo meccanismo di presunto libero mercato che allontana dai bisogni e dalla protezione dei propri cittadini? A voi, come sempre il giudizio…

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Conti pubblici malati (e non solo dal Covid-19)

Le finanze pubbliche sono messe sotto pressione e lo saranno anche nei prossimi anni a causa della pandemia. La responsabilità dei conti in rosso, tuttavia, non è solo del Covid-19; e di questo prima o poi bisognerà parlare. Aiutare le aziende e le famiglie in questo momento, ossia fare una politica fiscale espansiva, è la medicina migliore per la crisi economica. E guai a parlare di aumento delle imposte. Questo non significa però che non sarà necessario, prima o poi, mettere ordine nei conti pubblici, anzi. Di questo ho scritto sul Corriere del Ticino, che ringrazio per la pubblicazione.

I disavanzi del Cantone
Il Cantone ha aggiornato i dati delle finanze pubbliche. I conti di quest’anno chiuderanno con una perdita di quasi 250 milioni di franchi. Lo Stato spenderà molto di più di quello che incasserà. L’andamento negativo dipende principalmente dal fatto che le persone e le aziende guadagneranno molto meno e questo le porterà a pagare proporzionalmente ancor meno imposte; imposte che rappresentano la fetta più importante delle entrate dello Stato. Ecco perché di solito si auspica che l’economia sia solida e in crescita: non solo per il sistema economico, bensì ancora di più per i nostri sistemi sociali. Perché con imposte dirette progressive una crescita del 2% assicura un aumento del 3% e più al fisco. Il lato delle entrate però è quello che dovrebbe preoccupare di meno: una volta passata la crisi, il sistema dovrebbe ricominciare a funzionare e le entrate a crescere. Anche se in questo caso l’impatto è stato molto forte, parleremmo di un “normale” ciclo economico.
Affinché però le cose vadano in questa direzione, l’economia adesso e per i prossimi mesi necessita di un deciso e diretto sostegno finanziario. La maggior parte delle attività economiche ha visto i ricavi scendere drasticamente, mentre i costi fissi come l’affitto, l’elettricità, i leasing dei macchinari, i prestiti sono lì da pagare. Date le misure adottate a causa della seconda ondata e il paventato avvento di una terza, le cose non sono destinate certo a migliorare.
Ora saremmo tentati di credere che le maggiori spese che appaiono nei conti del nostro Cantone siano legate proprio a questo tipo di risposta alla crisi del Covid-19. Purtroppo non sembra essere il caso. Gli aumenti della spesa registrati e previsti per quest’anno riguardano esclusivamente la gestione immediata delle conseguenze sulla salute della pandemia: costi maggiorati per i ricoveri, materiale sanitario, misure atte a garantire il distanziamento. Insomma, nelle spese sostenute quest’anno non c’è traccia, o quasi, di interventi a supporto delle attività economiche. Eppure i conti chiuderanno in negativo.
Purtroppo la stessa riflessione può essere fatta guardando alla previsione dei conti dell’anno prossimo. Anche in questo caso, il deficit previsto dipenderà principalmente da oneri e misure che sono il frutto di decisioni cantonali e nazionali, ma che nulla, o poco, hanno a che vedere con l’aiuto diretto all’economia e alla salvaguardia dei posti di lavoro di questo Cantone.
È questa la vera ragione per cui i deficit di quest’anno e dell’anno prossimo sono un problema di cui è necessario occuparsi. Se i deficit vengono fatti per rilanciare l’economia e il circuito virtuoso del mondo del lavoro, nessun problema, anzi. È proprio questo lo strumento della spesa pubblica e la medicina da somministrare all’economia. Il problema sorge quando le spese “ordinarie” non sono più coperte dalle entrate. Dimentichiamoci, tuttavia, in questo momento di crisi economica di chiedere aumenti delle imposte. Quando tutto sarà passato potremo anche pensare a contributi eccezionali per dare una svolta a questo Cantone. Non ora. Non commettiamo l’errore di aggravare ulteriormente la situazione economica delle persone e delle aziende. La tempesta si trasformerebbe in un uragano.
E concludo con un auspicio per gli addetti ai lavori: non nascondiamoci dietro alla crisi del Covid-19, le finanze pubbliche necessiteranno presto di essere curate e analizzate voce per voce, una per una. Senza dimenticare che siamo una Confederazione e che anche altri dovrebbero prenderci maggiormente in considerazione.
Tratto da “Corriere del Ticino” – 14.12.2020

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Previsioni economiche (e oroscopo)

Previsioni economiche? Galbraith diceva che “l’unica funzione delle previsioni economiche è di far sembrare rispettabile l’astrologia”. Magari avremo occasione di parlare in un prossimo articolo di questo grande economista controcorrente e arguto, ma ora dedichiamoci all’oroscopo, ops, alle previsioni economiche appena presentate.
Il KOF, che è il centro di ricerca del politecnico federale di Zurigo, prevede che il Prodotto interno lordo (PIL) di quest’anno si ridurrà del 3.5%. Le cose non sono andate proprio bene: per trovare un anno così catastrofico dobbiamo tornare indietro al 1975, in piena crisi petrolifera.
Anche se i danni sono stati minori rispetto alle altre Nazioni, non possiamo essere troppo felici: oggi le nostre economie sono strettamente legate e il nostro benessere dipende molto dalle esportazioni che facciamo negli altri Paesi. Quindi se soffrono loro, soffriamo anche noi: ecco perché si stima che quest’anno le esportazioni si ridurranno del 5.6% e le importazioni ben del 9.3%. Attenzione a non commettere un errore comune ossia di pensare che se i beni e servizi che comperiamo dagli altri Paesi diminuiscono, il valore delle nostre esportazioni nette, che è la differenza tra quello che vendiamo e quello che comperiamo, aumenta. Non per forza. La Svizzera non ha grandi quantità di materie prime per cui per produrre e vendere beni all’estero deve prima comperarle insieme ai semilavorati e poi vendere i prodotti finali. Insomma, quando importiamo meno, produciamo meno e vendiamo meno.
Anche i consumi delle famiglie svizzere si sono ridotti di quasi il 5%. Le chiusure di molte attività, i confinamenti e l’incertezza sul futuro hanno pesato molto sulla domanda di beni e servizi.
Di riflesso, pure gli investimenti registreranno un calo importante. Quasi il 4% in meno. Se le costruzioni sembrano tenere abbastanza, più preoccupante quanto accade ai macchinari e alle attrezzature che si riducono di oltre il 5%. Questo indicatore è molto importante: è un po’ come se fosse il termometro dell’economia. Se gli imprenditori ritengono che le cose andranno bene e dovranno produrre molti beni, compreranno nuovi macchinari e attrezzature e questi investimenti aumenteranno; al contrario, se ritengono che le vendite diminuiranno, non sostituiranno neppure i macchinari che si rompono e gli investimenti scenderanno.
Ed ecco che questi fattori porteranno il Prodotto interno lordo del 2020 a ridursi del 3.5%, nonostante lo Stato aumenti le sue spese del 2%.
Se i prezzi non mostreranno particolari spostamenti, lo stesso non può dirsi per gli effetti sul mercato del lavoro. Già quest’anno si stima che il tasso di disoccupazione aumenterà al 3.1% per arrivare al 3.3% l’anno prossimo (era di 1 punto percentuale minore nel 2019). Questo avverrà sempre che gli effetti della pandemia saranno contenuti e limitati e quindi sempre che si avverino le previsioni di crescita stimate in un aumento del PIL del 3.2%. Il 2021 quindi sarà caratterizzato per il KOF da un aumento dei consumi privati, un’importante crescita degli investimenti e delle esportazioni.
Ora non ci resta che sperare che anche le congiunzioni astrali siano favorevoli…

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