Anche nel 2024 il Ticino vince la poco invidiabile classifica della povertร . LโUfficio federale di statistica lo conferma: in Svizzera nessuno fa peggio del Ticino in quanto a povertร e rischio povertร .
La soglia di povertร รจ fissata a 2โ388 franchi per i single e 4’159 per una coppia con bambini.
Ebbene, il tasso di povertร raggiunge il 16,5%, circa il doppio della media nazionale. Sono quasi 59โ000 persone che restano povere anche dopo lโintervento dello Stato. I trasferimenti sociali (dalle rendite di vecchiaia alle altre prestazioni sociali) faticano a tenere in piedi un equilibrio fragile, ma senza di essi il tasso di povertร in Ticino si avvicinerebbe addirittura al 50%. ร un dato francamente agghiacciante.
Ma non รจ tutto. Fin qui la povertร conclamata. Ma cosโรจ il โrischio povertร โ?
Esso รจ definito come un reddito inferiore al 60% della mediana: 2’645 franchi per una persona sola e a 5โ554 franchi per una coppia con due bambini. Qui il quadro รจ ancora peggiore: una persona su quattro in Ticino, oltre il 25%, รจ a rischio povertร . A livello nazionale รจ una su sei. In Ticino ci sono quasi 90โ000 persone a rischio povertร . Non una minoranza marginale, ma una parte consistente della nostra societร .
E non รจ tutto. Gli indicatori di deprivazione materiale e sociale โ cioรจ le rinunce concrete causate dalla mancanza di soldi, come far fronte a una spesa imprevista di 2โ500 franchi entro un mese o riscaldare adeguatamente la propria abitazione โ ci collocano tra le aree piรน fragili del Paese. Peggio di noi stanno solo nella regione del Lemano, la cui situazione รจ peggiorata molto nellโultimo anno.
Da anni segnaliamo un altro dato allarmante: il tasso di povertร tra chi lavora. In Ticino รจ dellโ8,5% (12’400 persone), il doppio della media nazionale. Se i salari sono bassi, lavorare non รจ sempre sufficiente per sfuggire alla povertร . E sappiamo che in Ticino i salari sono i piรน bassi della Svizzera.
I gruppi piรน esposti alla povertร rimangono gli anziani, gli stranieri, le persone con una formazione bassa, chi vive solo e le famiglie monoparentali, oltre a chi lavora con un grado dโoccupazione inferiore al 50%. Una parte rilevante del nostro Cantone.
Questa รจ la realtร con cui dobbiamo fare i conti. E per affrontarla non basteranno cerotti, nemmeno se necessari, come i salari minimi sociali (grazie al cielo li abbiamo introdotti!). Serve invece il coraggio di arginare gli effetti negativi della libera circolazione delle persone e, soprattutto, di aprire finalmente una discussione sullโeconomia che vogliamo in Ticino.
Perchรฉ la vera domanda รจ questa: vogliamo un Cantone in cui lavorare garantisca dignitร e prospettiva, oppure uno in cui lโunica possibilitร di salvezza, quando arriverร la pensione o quando i nostri figli diventeranno genitori, sarร quella di trasferirsi oltre confine o al di lร del Gottardo?
Intervista di Beniamino Sali per Il Federalista -12.02.2026
Pochi sanno che il settore industriale rappresenta il 27% del PIL svizzero (il 21% di quello ticinese), al quale l’ambito finanziario contribuisce con il 10% (rispettivamente il 9%). ร l’industria, con le sue esportazioni, il vero polmone della nostra economia e del nostro benessere. Dagli imprenditori del settore giunge l’allarme, in termini insoliti: viviamo nel culto del libero commercio quando la concorrenza internazionale fruisce di imponenti aiuti pubblici, occorre che anche la Svizzera si doti di un’autentica politica industriale.
Partiamo dalle parole di Nabil Francis, CEO di Felco SA*. Due giorni fa sulla NZZ Francis ha descritto la Svizzera come un โatleta pulitoโ che gareggia contro avversari ormai abituati al doping โ protezionismo e sussidi statali. Il nostro Paese resterebbe ancorato a una fiducia quasi dogmatica nel libero commercio, con una buona dose di ingenuitร .
Francis sostiene quindi che una politica industriale statale non dovrebbe piรน essere un tabรน, nemmeno in Svizzera.
Amalia Mirante, economista, รจ docente SUPSI e parlamentare cantonale per la formazione di centro-sinistra Avanti con Ticino & lavoro.
Francis sostiene che la politica industriale non debba piรน essere considerata un tabรน in Svizzera. Trova anche lei che ci troviamo in una situazione di svantaggio competitivo e dobbiamo reagire, uscendo dal โsi รจ sempre fatto cosรฌโ?
Penso che parlare di politica industriale non sia affatto un tabรน, nemmeno per unโeconomia liberale come quella svizzera, cosรฌ come non lo รจ per la maggior parte dei Paesi europei. Il punto non รจ se adottare una politica industriale, ma che cosa si intenda con questo termine. Piรน che di politica industriale in senso stretto qui si parla di una piรน ampia politica economica, che รจ sempre necessaria, indipendentemente dal contesto storico. Va perรฒ chiarito che molte prese di posizione come questa chiedono soprattutto sostegni mirati ad alcuni settori, in particolare alle industrie esportatrici e al tessuto di PMI che le accompagna. In questo senso non si tratta di una politica industriale neutrale, ma di interventi legati a specifici interessi di categoria.
Lei vedrebbe di buon occhio un ruolo piรน attivo della Banca Nazionale?
Ho forti riserve sullโidea di una Banca Nazionale coinvolta in questi meccanismi: il suo ruolo รจ chiaro e limitato alla politica monetaria, alla stabilitร dei prezzi, del sistema dei pagamenti e del quadro monetario complessivo, non alla politica economica o fiscale.
Perรฒ in qualche modo la fa, quando concentra i suoi investimenti sulle Big Tech americane. ร chiaro che debba investire in dollari, per ragioni monetarie, maโฆ
… ร obbligata a farlo, la BNS fa quello che fa per assolvere i suoi compiti obiettivi. Dobbiamo riconoscere che fino ad oggi l’ha sempre fatto molto bene. Che poi adesso la nostra moneta abbia toccato livelli storici, rafforzandosi ulteriormente, non รจ certo responsabilitร della Banca Nazionale. La quale potrร cercare di agire, con i pochi strumenti a disposizione, ma gli Stati Uniti ci tengono nel mirino accusandoci di manipolazione della moneta, quindi sarร piรน difficile.
La proposta del mondo industriale รจ di creare una sorta di fondo a sostegno alle imprese svizzere appunto per momenti come questo in cui c’รจ una grossa fluttuazione dei cambi.
Questa appunto รจ politica fiscale, non รจ piรน politica monetaria. Io non dico di no a priori a fondi di stabilizzazione a sostegno alle industrie nei momenti di bisogno, ma dico di no al fatto che sia la Banca Nazionale a farlo. La politica fiscale la deve fare lo Stato. I due enti devono assolutamente rimanere separati e indipendenti, pena la stabilitร di una nazione dal punto di vista monetario. Lo vediamo in Paesi dove il Governo dร ordini alla banca centrale o dove gli obiettivi politici vengono mescolati con quelli monetari: รจ un disastro.
La disputa non riguarda solo la Banca Nazionale. Una delle lamentele che provengono dal mondo dell’impresa manifatturiera รจ che le stesse banche commerciali non investono piรน nel settore.
Eh sรฌ, questo รจ un problema sicuramente importante. Ma anche qui, perรฒ, la leva deve essere sempre quella del Governo. E anche in questo caso bisogna fare in modo che il credito assolutamente arrivi. Poi dobbiamo essere anche abbastanza realisti e capire quali siano le richieste di crediti, perchรฉ solitamente le aziende, salvo le piccolissime, investono quando hanno prospettive di crescita e ricorrono al credito bancario โdiciamo- in ultima istanza; di regola raccolgono capitale in altro modo (investimenti, azioni).
Migliorare le condizioni quadro รจ uno dei comiti di una politica economica dello Stato. Per esempio, alleggerendo burocrazia che, in Svizzera, sembra essere un ostacolo piรน grande di quanto si immagini.
La questione della burocrazia e della sua riduzione va sempre un po’ in conflitto con la questione dei controlli e della garanzia di una certa sicurezza. ร chiaro: per essere certi che tutti svolgano le cose secondo le regole bisogna raccogliere dei dati. Pensiamo al mercato del lavoro, pensiamo alla qualitร dei prodotti, eccetera.
Ricerca e sviluppo fanno pure parte di una politica economica. Attualmente siamo al 3% del PIL: non sarebbe una percentuale da ritoccare? Allโinsรน?
Va detto che la quota principale degli investimenti in ricerca e sviluppo รจ sostenuta dalle imprese private, perchรฉ rappresenta per loro un vantaggio competitivo: innovare un prodotto o migliorare un processo produttivo significa aumentare ricavi e occupare una miglior posizione sul mercato. In questo senso, la ricerca nasce soprattutto dallโiniziativa privata. Lo Stato ha certamente un ruolo da giocare, ma diverso: quando investe in ricerca non lo fa per brevettare e vendere un prodotto, bensรฌ per sostenere conoscenza, formazione e innovazione di base. Da questo punto di vista, i politecnici, le universitร e le scuole professionali svizzere svolgono giร un lavoro di alto livello. Comunque, rispetto a un aumento di investimenti in questo campo, ci sarebbe sempre il rovescio della medagliaโฆ
Allude a un ridistribuzione della spesa pubblica?
Eh sรฌ, le risorse non sono illimitate: aumentare gli investimenti significa ridurre la spesa altrove oppure incrementare la pressione fiscale. Unโalternativa potrebbe essere rafforzare gli incentivi fiscali per la ricerca privata, ad esempio attraverso una maggiore deducibilitร dei costi di R&S, ma su questo servirebbe unโanalisi fiscale approfondita. Resta inoltre da capire se un eventuale aumento delle imposte sarebbe davvero sostenibile e condiviso dalle imprese.
Nellโintervento di Nabil Francis si accennava anche alla necessitร di accorciare le catene di approvvigionamento, di diventare piรน autonomi.
La Svizzera รจ storicamente un Paese privo di materie prime: possiamo discutere quanto vogliamo di autonomia, ma per esportare dobbiamo necessariamente importare. ร possibile rafforzare la stabilitร delle relazioni internazionali, ma oggi non vedo unโinstabilitร tale da giustificare allarmi immediati. Anzi, la Svizzera ha dimostrato nel tempo di saper mantenere buoni rapporti sia con lโOccidente sia con lโOriente.
Sul piano delle catene di approvvigionamento, il tema riguarda piรน i semilavorati che le materie prime. Alcune produzioni potrebbero teoricamente essere riportate in Svizzera, ma bisogna chiedersi se ne valga davvero la pena. Un conto รจ farlo negli Stati Uniti, con un mercato di centinaia di milioni di consumatori, un altro รจ farlo in unโeconomia di nove milioni di abitanti, con limiti evidenti di spazio e scala.
Insomma, non resta grande spazio, dal suo punto di vista, per una reale politica industriale da parte dello Statoโฆ
Occorrerebbe una visione complessiva di politica economica e industriale, ed รจ piรน a livello cantonale che non nazionale che vedo un grande potenziale nello sviluppo di partnership pubblico-privato. Sempre a condizione, perรฒ, che il settore privato accetti che lo Stato agisca come un partner alla pari, con legittimi interessi e benefici, e non come un semplice erogatore di sussidi. Quando il guadagno ricade solo sul privato, non si parla piรน di partnership ma di sostegno pubblico.
Gli interventi dello Stato sono giustificati soprattutto nei momenti di difficoltร , per difendere posti di lavoro e competenze strategiche, e in questo senso non siamo diversi da altri Paesi: anche in Svizzera, quando necessario, si trovano soluzioni mirate, come nel caso dei costi energetici per alcune industrie strategiche (metallurgia). Tuttavia, una politica industriale troppo vincolante o direzionale non trova reale consenso nemmeno nel mondo economico.
*Azienda svizzera leader nel settore delle attrezzature per giardinaggio.
Ogni anno Davos fa parlare di sรฉ. Piรน delle frasi ad effetto e dello show dei politici, perรฒ, conta il segnale che manda. E questโanno il segnale รจ chiaro: molte certezze economiche degli ultimi trentโanni stanno scricchiolando. Al World Economic Forum (WEF) non si รจ discusso solo di crescita e tecnologia. Il punto vero รจ stato un altro: la globalizzazione non รจ piรน un dogma. Nel suo intervento, il segretario al commercio statunitense Howard Lutnick lโha definita senza giri di parole una โpolitica fallitaโ. Non per nostalgia, ma, a suo modo di vedere, per i risultati. Delocalizzazioni spinte, catene del valore lunghe e fragili, dipendenze strategiche emerse con brutalitร durante la pandemia e, ultime in ordine di tempo, con le crisi geopolitiche. A detta sua, lโefficienza ha vinto sulla resilienza, e il conto รจ arrivato. Il messaggio รจ stato chiaro e condivisibile: non tutto puรฒ essere lasciato al mercato globale. Farmaci, semiconduttori, energia, industria di base non sono merci qualunque. Sono settori strategici dello Stato e della sovranitร economica, intesa come capacitร concreta di reggere gli shock. Anche sulla transizione verde europea i dubbi restano. Puntare alle โemissioni zeroโ senza una strategia industriale comune rischia di spostare la dipendenza verso la Cina. Cambia il fornitore, non il problema. Accanto a queste discussioni di fondo, Davos ha messo in scena uno dei suoi rituali piรน abituali. Quasi quattrocento milionari e miliardari di ventiquattro paesi hanno chiesto pubblicamente di essere tassati di piรน. Lโappello denuncia la crescita della ricchezza e il suo impatto su disuguaglianze e democrazia. Si parla di influenza politica comprata, di potere concentrato, di distanze sociali che si allargano. Qui sta lโambiguitร . La tassazione non รจ un atto simbolico nรฉ una scelta personale. ร una decisione politica, collettiva. Chiederla a Davos funziona come propaganda ben confezionata, meno come soluzione reale. Se il problema รจ davvero la concentrazione estrema della ricchezza, chi lo desidera puรฒ giร devolvere risorse allo Stato, senza attendere riforme fiscali globali. Gli appelli fanno rumore, ma non aiutano le finanze pubbliche. Infine, non possiamo tralasciare il ritorno della geopolitica nuda e cruda. Lโidea che si possa โcomprareโ la Groenlandia per ragioni di difesa nazionale ha un sapore antico. Ricorda un mondo che pensavamo superato, quello dei blocchi e delle sfere dโinfluenza. E invece eccolo qui. La Guerra Fredda non ha piรน gli stessi attori, ma lโillusione di un ordine globale pacifico รจ definitivamente finito. Davos non offre risposte preconfezionate. Perรฒ mette a nudo le tensioni. La questione resta aperta: come tenere insieme apertura e protezione, mercato e decisione politica, crescita e coesione sociale. Far finta che il problema non esista non funziona piรน.
Anche i n Svizzera il PIL resta lโindicatore piรน usato per raccontare come va lโeconomia. ร uno strumento utile, ma va letto con attenzione quando entrano in gioco i grandi eventi sportivi internazionali. Europei di calcio o Olimpiadi possono far crescere il PIL in modo temporaneo senza riflettere davvero la soliditร dellโeconomia. ร un effetto contabile, non ciclico, come mostrano anche diversi studi del KOF (il Centro di ricerca del Politecnico federale di Zurigo).
Per queste ragioni ha senso parlare di un PIL โcorrettoโ, capace di distinguere tra crescita strutturale e crescita legata a eventi eccezionali. Senza questa distinzione, un anno con grandi eventi puรฒ apparire migliore di quanto sia davvero e viceversa. Le conseguenze non sono neutre. Si rischiano valutazioni politiche sbagliate, soprattutto in ambito fiscale, salariale e monetario.
Detto questo, lo sport non รจ affatto un settore marginale. Lโeconomia dello sport comprende un insieme molto ampio di attivitร : impianti, club, federazioni, servizi, turismo, media, sponsorizzazioni, abbigliamento, salute. ร un settore complesso e trasversale, che genera valore aggiunto, occupazione e gettito fiscale.
Misurarlo bene non รจ semplice. Per questo lโUnione Europea ha sviluppato il Conto Satellite dello Sport e, piรน di recente, la metodologia Vilnius 3.0 che cercano di stimare gli impatti diretti e quelli indiretti. I dati Eurostat (2025, relativi al 2019) mostrano che lo sport pesa in media per il 3,4% del PIL europeo e per il 3,8% dellโoccupazione, con un moltiplicatore economico attorno a 1,7. Significa che per ogni euro speso nello sport si genera 1.70 euro.
In Svizzera i numeri sono piรน contenuti, ma tuttโaltro che trascurabili. Secondo uno studio dellโUfficio federale dello sport (2020), il settore sport nel 2017 ha generato oltre 11 miliardi di franchi di valore aggiunto, pari a circa lโ1,7% del PIL e quasi 100 mila posti di lavoro (2,4% dei posti totali). Gli Europei di calcio femminile del 2025, per esempio, hanno avuto un impatto forte e concreto: stadi pieni, grande visibilitร internazionale e oltre 200 milioni di franchi di attivitร economica generata, concentrata soprattutto su turismo, servizi e cittร ospitanti. Un ruolo particolare In Svizzera lo coprono le organizzazioni sportive internazionali con sede nel Paese come FIFA, UEFA, Comitato olimpico internazionale, il cui impatto economico medio annuo รจ stimato in circa 1,7 miliardi di franchi.
Cโรจ poi un aspetto spesso sottovalutato del settore โeconomicoโ sport: la resilienza. Lo sport si comporta come un settore anticiclico. Nelle fasi di crisi economica la contrazione รจ piรน contenuta rispetto allโeconomia nel suo insieme e il recupero tende a essere piรน rapido. ร un โbene di lusso accessibileโ: le famiglie rinunciano ad altro, ma difficilmente allo sport, anche per ragioni di salute e benessere.
Le sfide non mancano. Costi energetici piรน alti, tassi di interesse elevati, maggiore pressione regolatoria e concorrenza internazionale mettono sotto stress il settore. Proprio per questo servono analisi serie e politiche pubbliche capaci di distinguere tra effetti temporanei e dinamiche strutturali. Lo sport non รจ solo intrattenimento: รจ economia reale e, in tempi incerti, anche un fattore di stabilitร .
Anche questโanno sotto lโalbero di Natale degli economisti sono arrivate puntuali le previsioni economiche della Segreteria di Stato dellโeconomia (SECO) e del KOF, il centro di ricerche congiunturali del Politecnico federale di Zurigo. Per lโanno prossimo i dati per la Svizzera non si discostano di molto nei due casi. Vediamo i principali della SECO.
Il prossimo anno dovrebbe essere caratterizzato da una certa stabilitร economica, che ci porterร a una crescita del prodotto interno lordo (PIL) dellโ1,1%. A sostenere questa crescita sarร soprattutto la domanda delle famiglie. I consumi privati rappresentano circa il 50% dellโintera produzione annuale e sono quindi una delle componenti principali della nostra economia.
Sul fronte dei consumi pubblici, invece, si dovrebbe registrare sรฌ un aumento, ma contenuto rispetto a quello dellโanno in corso: +0,4% rispetto allโ1,3% del 2025.
Buone notizie arrivano anche dagli investimenti, che questโanno hanno mostrato una riduzione sia nel settore delle costruzioni sia in quello dei beni di equipaggiamento, cioรจ gli investimenti produttivi. Nel 2026 la tendenza dovrebbe modificarsi, segnando un aumento dellโ1,6% nelle costruzioni e dello 0,7% nei beni di equipaggiamento. In questo caso lโindicatore legato agli investimenti produttivi ricopre un ruolo molto importante perchรฉ ci permette di comprendere il sentimento degli imprenditori: se i macchinari vengono sostituiti o se se ne acquistano di nuovi, รจ il segnale che ci si aspetta maggiori vendite e quindi una fase piรน positiva per lโeconomia.
Sul fronte del commercio estero รจ arrivata una buona notizia, anzi ottima: gli accordi sui dazi hanno consentito di ridurli, nel caso degli Stati Uniti, dal 39% al 15%. Questo elemento gioca un ruolo importante per quanto riguarda lโaumento delle esportazioni, stimate per lโanno prossimo allโ1,6%. La Svizzera non รจ un paese con grandi materie prime e, di conseguenza, per esportare beni deve prima importare materie prime e semilavorati, ai quali aggiungere valore in vista dellโesportazione di prodotti finali. In questo contesto si conferma un aumento previsto delle importazioni dellโ1,3%.
La somma di tutte le componenti della domanda aggregata, ossia consumi privati, investimenti, spesa pubblica ed esportazioni nette, compone il prodotto interno lordo che, come dicevamo, crescerร dellโ1,1%.
La notizia di una crescita รจ certamente positiva, ma dobbiamo interrogarci sul fatto che sia sufficiente a mantenere unโoccupazione stabile. Affinchรฉ non aumenti il tasso di disoccupazione, infatti, la vendita di beni e servizi deve crescere a un ritmo tale da compensare sia lโaumento della popolazione attiva sia lโaumento della produttivitร legato al progresso tecnologico. In questo caso i dati per lโanno prossimo non sono particolarmente confortanti: si prevede una crescita dellโoccupazione di appena lo 0,2% e un aumento della disoccupazione dal 2,8% di questโanno al 3,1%.
Chiudiamo questo viaggio nelle previsioni con unโultima buona notizia: il livello dei prezzi per lโanno prossimo รจ stimato praticamente stabile (+0,2%). Questo significa che almeno sul fronte dellโinflazione la battaglia รจ stata vinta.
Naturalmente, come sappiamo, lโeconomia รจ influenzata da moltissimi fattori, spesso difficili da prevedere. Per questo, come sempre, al di lร delle previsioni, i conti li faremo con la realtร . E speriamo che sia una bella realtร .
Le principali banche centrali si muovono oggi in un contesto di disinflazione ormai avanzata, ma non ancora del tutto stabilizzata. Lโinflazione ha rallentato e, in alcuni casi, ha raggiunto livelli coerenti con lโobiettivo del 2%. Resta perรฒ elevata lโincertezza macroeconomica, legata alla crescita, al commercio globale e allโevoluzione del mercato del lavoro. ร questo quadro che spinge le autoritร monetarie a muoversi con estrema cautela.
Negli Stati Uniti la Federal Reserve (Fed) ha tagliato i tassi di 25 punti base il 10 dicembre, portando il federal funds rate nellโintervallo 3,50โ3,75%. Si tratta della terza riduzione consecutiva. I dati sullโinflazione offrono un sostegno a questa scelta: lโindice dei prezzi al consumo cresce a un ritmo annuo del 3% e lโinflazione core (quella che non tiene conto dei prezzi altamente volatili dei generi alimentari e dei prodotti energetici) rimane stabile sullo stesso livello. Allโinterno del comitato di politica monetaria, tuttavia, non manca chi invita alla prudenza. Alcuni membri hanno infatti votato contro lโabbassamento dei tassi, segnalando timori sulla tenuta complessiva del quadro macroeconomico.
Il presidente Powell ha ribadito la necessitร di procedere con cautela. Le nuove previsioni per il 2026 vanno in questa direzione: la crescita attesa รจ pari allโ1,8%, mentre il tasso di disoccupazione รจ previsto in aumento fino al 4,5%. Ne emerge uno scenario di rallentamento piรน marcato rispetto alle stime precedenti.
NellโEurozona la situazione appare ancora piรน delicata. Lโinflazione annua si colloca al 2,2% a novembre, con una componente core al 2,4%. Si tratta di valori prossimi al target della Banca centrale europea (BCE), ma che non consentono ancora un cambio di passo. La crescita economica rimane debole, con una previsione di appena lo 0,8% nel 2026, mentre il settore dei servizi continua a esercitare pressioni sui prezzi e la dinamica salariale resta sotto stretta osservazione.
A pesare sulle scelte della BCE contribuiscono le tensioni geopolitiche e le incertezze sul commercio internazionale, in particolare sul fronte transatlantico.
La Svizzera, infine, rappresenta un caso a sรฉ. A novembre lโinflazione รจ tornata esattamente a zero, confermando una situazione di piena stabilitร dei prezzi. La Banca nazionale svizzera (BNS) ha quindi mantenuto il tasso guida allo 0% da dicembre, rivedendo al ribasso le proprie previsioni per il 2026, quando lโinflazione attesa รจ stimata intorno allo 0,2%. Il rafforzamento del franco e la debolezza economica restano i principali fattori di attenzione. Al momento non vi sono indicazioni di un ritorno a tassi negativi, anche se il tema del cambio forte continua a occupare un ruolo centrale.
Per la Svizzera e il Cantone Ticino questo quadro di stabilitร dei prezzi offre vantaggi in termini di competitivitร per unโeconomia orientata allโesportazione. Allo stesso tempo, perรฒ, la debolezza della crescita impone cautela.
In definitiva, il messaggio che arriva dalle banche centrali รจ chiaro. La fase piรน acuta dellโinflazione sembra alle spalle, ma il ciclo economico resta incerto. Le prossime decisioni non saranno dettate dalla politica o dagli equilibri elettorali, bensรฌ dallโevoluzione dei dati su lavoro, inflazione e commercio. Una navigazione a vista, ma con il timone ben saldo.
Il divario salariale tra Ticino e Svizzera non si riduce, anzi si amplia: nel 2024 aumenta al 18,7%, contro il 17,6% del 2022. Non รจ un salto brusco, ma conferma una dinamica sfavorevole. Le ragioni sono strutturali. Storicamente il mercato del lavoro ticinese si รจ sviluppato senza una vera fase industriale e ha puntato su servizi, commercio e turismo, settori con salari mediamente piรน bassi e piรน sensibili allโandamento economico. A ciรฒ si aggiunge la posizione di frontiera: ogni giorno entrano circa 80 mila frontalieri che accentuano la concorrenza sui salari e rendono piรน difficile garantire impieghi stabili e ben retribuiti ai residenti. La struttura occupazionale rimane fragile, con molti posti a basso valore aggiunto e una quota crescente di lavoratori che non raggiunge un reddito sufficiente, tra salari bassi, part-time non desiderati e forte precarietร . ร perรฒ importante precisare che, se consideriamo solo i residenti, il divario con la media svizzera scende al 10,7%. La composizione della forza lavoro conta: un terzo dei lavoratori attivi รจ frontaliero e occupato in settori dove la pressione competitiva รจ maggiore. I dati analizzati riguardano oltre 130’000 posti a tempo pieno, equivalenti a quasi 154’000 salariati. Guardando alla distribuzione salariale, il 10% che guadagna meno percepisce 3’710 franchi, il salario mediano (quello che divide a metร la popolazione) รจ di 5’393 e il 10% piรน alto arriva a 9’620. I salari crescono, ma non in modo uniforme: si passa dallโaumento dellโ1,5% del salario mediano al 3,6% dei salari piรน alti. Accanto a questo quadro, alcuni settori registrano una riduzione dei salari rispetto al 2022. Non รจ ancora una tendenza, ma sono segnali da seguire con attenzione. La costruzione di edifici (circa 5’800 posti a tempo pieno) mostra un calo generalizzato; nellโindustria metalmeccanica di base (3’700 impieghi a tempo pieno) la diminuzione riguarda quasi tutte le fasce. Anche il commercio allโingrosso, un comparto di 10’000 posti, vede riduzioni nelle retribuzioni piรน basse e piรน alte. Un andamento simile emerge nei servizi finanziari non assicurativi (3’500 posti) e nelle attivitร di ricerca e fornitura di personale, dove il calo รจ quasi ovunque. Lโistruzione (oltre 1’300 impieghi) segna una riduzione diffusa mentre nei servizi sanitari, quasi 7’800 posti, la contrazione tocca soprattutto i salari piรน elevati. Nel complesso i salari non crollano, ma alcuni settori arretrano. Per il Ticino la vera sfida รจ restare agganciato al resto della Svizzera. Per questo serve affrontare le cause strutturali del mercato del lavoro e proteggere ciรฒ che funziona, soprattutto in vista di una possibile nuova fase dei rapporti con lโEuropa: il Cantone non puรฒ permettersi ulteriori slittamenti. I dati non parlano di emergenza, ma indicano con chiarezza la necessitร di una rotta solida.
Tanto tuonรฒ che piovve. Il terzo trimestre chiude con un Prodotto interno lordo (PIL) in calo dello 0,5% rispetto al trimestre precedente. I dati del settore chimico-farmaceutico sono quelli balzati subito allโocchio: โ7,9%. Perรฒ se guardiamo bene dentro i numeri, la storia interessante non รจ solo la frenata delle esportazioni: i consumi privati riescono ancora a dare un contributo positivo, mentre gli investimenti mostrano una debolezza sempre piรน strutturale. Soprattutto quelli in macchinari.
I consumi privati crescono dello 0,4%. Puรฒ sembrare poco, ma in un trimestre in cui la principale locomotiva industriale รจ ferma รจ un risultato importante. Le famiglie spendono di piรน per casa, energia e sanitร , ma tornano anche a frequentare ristoranti e hotel. Non รจ un โboomโ, ma รจ il segnale di una domanda interna resiliente, che compensa lโassenza di slancio dallโestero. ร una crescita migliore di quella di molti Paesi europei e, soprattutto, costante.
Il problema rimangono gli investimenti. Da tempo vediamo che la parte piรน innovativa e produttiva dellโeconomia svizzera fatica a mettere risorse in nuovi strumenti di lavoro: quelli in beni di equipaggiamento scendono ancora, โ0,1%, dopo un trimestre giร negativo (il terzo di fila). E la voce piรน debole รจ proprio lโinformatica, che dovrebbe essere lโarea piรน dinamica. Se le imprese investono poco in tecnologia dellโinformazione, lo fanno per due ragioni: o perchรฉ non vedono prospettive di crescita, o perchรฉ il contesto internazionale รจ troppo incerto. In entrambi i casi, non รจ un buon segnale per il 2026.
Anche le costruzioni non mostrano un buon andamento: โ0,2% negli investimenti e โ0,6% come settore. ร un comparto che normalmente anticipa i cambiamenti economici e che ora mostra, di nuovo, un raffreddamento. E qui torna utile incrociare il quadro macro con i dati del commercio estero appena pubblicati. Non basta dire che le esportazioni scendono dello 0,3% a ottobre: il rallentamento internazionale รจ esattamente il contesto in cui le imprese decidono se rinviare investimenti, assumere con prudenza o ridurre la spesa in innovazione.
Il risultato รจ unโeconomia che sta in equilibrio grazie alle famiglie, mentre le imprese evitano mosse impegnative. La domanda interna regge, spinge, tiene il ritmo. Gli investimenti invece frenano la dinamica futura: senza un cambio di passo, rischiamo un 2026 con piรน stabilitร che crescita.
Non siamo davanti a unโeconomia malata, ma a una che si muove con cautela. I consumi fanno il loro dovere e lo fanno bene. Ma non sappiamo fino a quando. Ogni giorno leggiamo di grandi gruppi, anche internazionali, che annunciano licenziamenti e la cancellazione di migliaia di posti di lavoro. Gli investimenti raccontano un Paese che aspetta di capire dove va il vento. E finchรฉ le imprese restano prudenti, lโunico motore davvero acceso resta quello delle famiglie. Che perรฒ cominciano a chiedersi se avranno ancora un posto di lavoro tra qualche mese. Lโincertezza รจ il male peggiore per lโeconomia, ma al momento non abbiamo alternative. Almeno sul fronte dei dazi la partita รจ andata a buon fine: altrimenti i guai sarebbero stati ancora piรน grandi.
Che succede ai Krumiri? Finalmente li abbiamo visti riapparire nello scaffale con la loro confezione rossa a marchio Bistefani. Ma perchรฉ erano spariti?
Bistefani era una azienda con una ย storia chiara: un marchio locale, riconoscibile, con un prodotto che le persone associano a ricordi concreti (io, per esempio, adoro mangiucchiare i Krumiri dโestate al mare in veranda bevendo un Baileys ghiacciato con mia sorella e la mia figlioccia). Quando il gruppo Bauli acquisisce Bistefani nel 2013 e decide di integrare produzione, marchio e strategia, entra in gioco una dinamica classica di economia: sfruttare le sinergie, ridurre costi fissi, usare marchi multipli per aumentare la quota di mercato. Ma accade qualcosa che spesso le aziende ignorano: il valore reale del marchio non รจ solo nei bilanci, ma nella mente e nel cuore dei consumatori. Cambiare qualcosa di riconosciuto e riconoscibile come la confezione, il logo, il gusto significa toccare lโessenza stessa del prodotto (agli economisti piace parlare difficile e quindi ecco qui il termine di brand equity). Se lo fai senza una narrazione forte, rischi di perdere tanto.
Nel caso dei Krumiri, la produzione viene spostata, la confezione cambia, il marchio Bistefani viene mescolato con Motta (altro marchio del gruppo). Tutto economicamente vantaggioso, se non fosse che per il consumatore โqualcosa che cambia e non รจ piรน lo stessoโ. Crollo delle vendite.
Un altro esempio lo troviamo con le caramelle Sugus. Il prodotto funzionava da decenni (quasi 100 anniโฆ) con unโidentitร semplice e forte. Cambiare ricetta o imballaggio significa rompere quella continuitร che i consumatori danno per scontata. Il concetto tecnico qui รจ โpath dependenceโ (il peso della storia): ciรฒ che conta non รจ solo il prodotto oggi, ma che cosa ha rappresentato ieri e come รจ arrivato a essere quello che รจ. Modificare anche piccoli elementi rischia di produrre disaffezione. Ed รจ quello che รจ capitato.
Poi cโรจ Coca-Cola. Negli anni โ80 la sfida di Pepsi spinge Coca-Cola ad azzardare la โNew Cokeโ, una nuova formula per combattere la concorrenza che si รจ rilevata fallimentare. Successivamente, arriva la Light che non riesce pienamente a raccogliere lโereditร del marchio originale perchรฉ si posiziona come โbevanda da dietaโ. Ma alla fine arriva la risposta strategica giusta: CocaโCola Zero. Si crea un nuovo prodotto, con identitร nuova ;โCoca-Cola senza zuccheroโ, gusto vicino allโoriginale, imballaggio forte che evita di trascinare con sรฉ tutti i limiti della Light. Funziona.
Riassumendo: quando unโazienda acquisisce un marchio storico e decide di cambiare qualcosa, dovrebbe valutare tre elementi chiave: la coerenza della , ricetta, marchio, immagine nel tempo; la percezione del consumatore; la segmentazione e posizionamento nel mercato. Ignorarli significa rischiare la perdita di fedeltร , anche se tutti i conti industriali quadrano.
Per chi dirige, per chi decide strategie, la lezione รจ che non รจ sufficiente integrare, razionalizzare, ridurre costi. Bisogna rispettare quel legame emotivo che il consumatore ha costruito con il marchio. ร lรฌ che risiede il vero valore. Se lo vivi come un elemento โdi secondo pianoโ, allora anche la strategia piรน raffinata rischia di diventare un grande fallimento.
Il 14 novembre 2025 arriva finalmente un poโ di calma nei rapporti tra Stati Uniti e Svizzera. Dopo mesi di nervosismo sui dazi, le due parti hanno trovato un accordo: Washington taglia i dazi sulle esportazioni svizzere dal 39% al 15%. Una sforbiciata che non risolve tutto, ma riporta un poโ dโordine in una relazione che negli ultimi tempi era diventata tesa.
Ovviamente lโaccordo non รจ piovuto dal cielo. La Svizzera ha accettato di togliere i dazi su alcuni prodotti americani e di introdurre quote preferenziali su carne di manzo, bisonte e pollame. Uno scambio abbastanza classico: continuare a commerciare proteggendo settori โdelicatiโ dei due paesi.
A conferma che serviva muoversi in fretta, proprio ieri Swissmem ha reso noto un nuovo calo nelle esportazioni dellโindustria tecnologica, con metalli e meccanica sotto pressione. Un messaggio abbastanza chiaro: il settore non aveva piรน margine per aspettare.
E qui va detto chiaramente: lโaccordo non รจ merito solo delle diplomazie. Il 5 novembre diversi imprenditori svizzeri, quelli che negli USA investono, esportano e rischiano in prima persona, sono andati a trattare sul posto. Hanno spiegato cosa stava succedendo alle aziende, ai lavoratori e alle catene di fornitura. Hanno portato numeri e casi concreti, e hanno dato una spinta decisiva al negoziato. Non รจ la prima volta che il settore privato aggiusta dove la politica tentenna.
Sul fronte degli investimenti cโรจ poi un impegno importante: circa 200 miliardi di dollari (160 miliardi CHF) di aziende private negli Stati Uniti entro il 2028, con focus su innovazione, tecnologia e formazione. Non รจ solo una cifra scenografica. ร il segnale di due economie (anche se con potere diverso) che sanno di essere piรน forti se collaborano.
Risultato: per le imprese svizzere si apre una fase un poโ piรน stabile e un poโ meno costosa. Buona notizia. Ma servirร attenzione, perchรฉ il contesto globale resta turbolento, con tensioni economiche e geopolitiche che rendono il franco svizzero ancora piรน forte.
E questo, se troppo forte, diventa lโennesimo problema per lโindustria di esportazione.
Il mercato del lavoro in Ticino inizia a mostrare segni di sofferenza anche nelle statistiche. Le prime avvisaglie si potevano giร intravedere nei dati pubblicati a fine agosto sugli impieghi creati nelle grandi regioni svizzere. A prima vista i dati sembravano positivi; i posti di lavoro creati sono aumentati nel secondo trimestre del 2025 di quasi 1โ550 unitร rispetto ai tre mesi precedenti. Lโincremento รจ stato addirittura di quasi 2โ400 posti di lavoro rispetto allo stesso periodo dellโanno prima. Ma una lettura piรน approfondita ci portava a essere molto piรน prudenti. In effetti, il dato relativo ai posti di lavoro a tempo pieno era esattamente opposto: cโรจ stata una riduzione di oltre 1โ500 posti rispetto al trimestre precedente e addirittura di quasi 2โ400 rispetto allโanno prima. A crescere, difatti, sono stati principalmente i posti di lavoro di uomini e donne a tempo parziale. Di per sรฉ questo non รจ per forza un dato negativo, ma lo diventa quando non cโรจ una scelta volontaria, ma piuttosto unโesigenza del mercato del lavoro. Nel nostro Cantone sappiamo che i salari sono molto piรน bassi che nel resto della Svizzera il che porta a dover ricorrere allโaiuto dello Stato o a dover svolgere piรน di un lavoro. In entrambi i casi, i dati statistici ci confermano la debolezza del Ticino. A confermare questa tendenza di un mercato del lavoro in sofferenza sono arrivate questa settimana anche le cifre del numero di frontalieri e della disoccupazione. Nel primo caso, si conferma una certa stabilitร attorno alle 80โ000 persone. Questa situazione puรฒ essere interpretata in due modi: da una parte il mercato ha raggiunto il suo livello di saturazione per la manodopera non residente, dallโaltra parte la situazione economica fa sรฌ che la crescita di impieghi sia veramente limitata. Questa seconda ipotesi troverebbe conferma anche nei dati appena pubblicati dalla Segreteria di Stato dellโEconomia (SECO) sulla disoccupazione. Ricordiamo che questa cifra conteggia esclusivamente le persone iscritte presso gli uffici regionali di collocamento (con tutti i limiti del caso). Nonostante ciรฒ, in Ticino cโรจ stata una crescita rispetto al mese scorso del 4,1% (ora si contano 4โ552 persone) e del 4,2% rispetto allo stesso mese dellโanno precedente. Il tasso di disoccupazione si situa oggi al 2,7%. La dinamica va nella direzione indicata anche dalle previsioni economiche: un rallentamento legato da un lato allโinstabilitร geopolitica, dallโaltro al clima di incertezza che pesa sulle economie avanzate. Vedremo se i prossimi mesi confermeranno questa traiettoria o se avremo qualche segnale di inversione. Cosa che naturalmente ci auguriamo.
Le aziende โrecluta frontalieriโ che pagano i dipendenti col minimo salariale sono in aumento.
BELLINZONA/ LUGANO – Camminano sul filo di lana. Rispettano la legge, pagando i dipendenti il salario minimo. Ma allo stesso tempo risultano dannose per il Ticino e per i ticinesi. Sono le “aziende recluta frontalieriโ. Una vera piaga per la Svizzera italiana. Che si declina in varie forme. Strutture sanitarie, fabbriche, aziende di produzione. E tanto altro. ยซTutti guardano e nessuno fa nienteยป, sostiene Amalia Mirante, economista ed esponente del movimento Avanti Ticino&Lavoro, interpellata da tio.ch.
Aziende che rispettano il minimo salariale e che allo stesso tempo sono piene di frontalieri. Le domande dovrebbero sorgere spontaneamente. ยซGrazie al cielo รจ stato istituito un minimo salariale, tra i 20 e i 20 franchi e 50 allโora, a dipendenza del settore. In passato avevamo situazioni da 12-13 franchi allโora. Ma non possiamo accontentarci. ร evidente qual รจ il giochino fatto da chi gestisce queste aziendeยป.
Spieghiamolo. ยซArruolano quasi solo frontalieri perchรฉ con quella paga in Italia si vive. I residenti invece sono penalizzati: non vengono assunti e se vengono assunti non vivono senza lโaiuto dello Stato. E i residenti a cui viene detto no, sono tanti: piรน di quelli che immaginiamoยป.
Se qualcuno reclama, non succede nulla. ยซNo. Appunto. Perchรฉ la legge รจ rispettata. Ma resta comunque un gioco al massacro. Una guerra tra poveri. I residenti che lavorano in queste aziende fanno fatica ad arrivare a fine mese e questo non รจ sintomo di un Paese che si sviluppa, anziยป.
Chi vive qui, non ha quasi margini col salario minimo… ยซFiguriamoci se riesce a risparmiare qualcosa: impossibile. Senza dimenticare che stipendi bassi equivale a pagare bassi contributi previdenziali che portano a ipotecare una vita difficile anche quando si arriverร alla pensioneยป.
Per forza di cose, questi residenti sono obbligati a ricorrere allโaiuto sociale. ยซLa cosa grave รจ che giร oggi tanti pensionati devono andarsene perchรฉ non ce la fanno piรน a vivere in questo Cantone. ร una situazione su cui bisogna intervenireยป.
Perchรฉ nessuno si sta opponendo a questo trend? ยซLa politica dice che non si puรฒ fare niente. Non รจ vero. Certo, le direttive sul salario minimo sono dettate a livello federale. Ma ci sono i metodi per cambiare le cose, basta volerlo. Con le aziende si parla. Ed esistono anche altre possibilitร ยป.
Ad esempio? ยซSi potrebbero incentivare diversamente le aziende virtuose. Perchรฉ il rischio รจ che anche quelle che fanno sforzi e sacrifici per dare salari maggiori e una qualitร di vita ai loro collaboratori, quelle che non sfruttano il frontalierato per risparmiare sugli stipendi e guadagnare di piรน loro, presto o tardi saranno costrette a rivedere le loro posizioni per sopravvivere a questa concorrenza slealeยป.
Domanda schietta: alcuni politici hanno interessi personali nel mantenere questa situazione? ยซMi auguro proprio di no. Perchรฉ altrimenti si giustifichino nei confronti dei cittadini di questo Cantoneยป.
Dโaccordo. Ma i Comuni per esempio? Non dicono nulla pur sapendo di avere sul loro territorio delle aziende fatte praticamente solo di frontalieri. ยซInutile nascondersi. Nelle casse dei Comuni arrivano indirettamente dei soldi che derivano dalle imposte alla fonte. Ci guadagnano anche i Comuni da questa storiaยป.
Quanto dumping creano queste aziende? ยซIl rischio รจ altissimo. Pensate se tutte le aziende facessero cosรฌ. E non si tratta solo di salari, la questione รจ ancora piรน grave. Da una parte, se continuiamo a consentire la presenza di migliaia di posti di lavoro che non riescono a garantire salari svizzeri sul nostro territorio, vuol dire che continuiamo a sviluppare un modello ticinese di โCina (di una volta) della Svizzeraโยป.
E dallโaltra? ยซDall’altra si parla di aziende che potrebbero pagare salari ben piรน alti, ma non lo fanno. E in questo caso, che prospettive professionali diamo ai nostri giovani se noi per primi non riconosciamo il valore delle competenze e delle qualifiche? Il nostro Cantone rischia di diventare un Cantone fabbrica dove si arriva al mattino, si lavora e si vive altrove la notte. Quando addirittura non si scappa del tutto. Cosรฌ si stanno rovinando il Ticino e i ticinesiยป.
Intervista di Patrick Mancini pubblicata su Ticinonline, 31.10.2025
In ottobre il prezzo del petrolio non ha risposto alla legge della domanda e dellโofferta, ma alle decisioni dei governi. Il WTI รจ sceso fino a circa 57 dollari ed รจ poi risalito sopra 60, mentre il Brent รจ rimasto piรน alto e ha successivamente superato 65 dollari, non per motivi industriali ma per motivi geopolitici. Il Brent รจ il prezzo del petrolio del Mare del Nord destinato ai mercati di Europa, Africa e Asia, mentre il WTI รจ il petrolio estratto in Texas e destinato al mercato statunitense.
Gli Stati Uniti hanno colpito la Russia con nuove sanzioni su Rosneft, Lukoil e altri operatori energetici. Vietato lโuso del dollaro e congelati beni negli USA. La risposta non รจ arrivata solo dal Cremlino ma dallโAsia: Cina e India, principali acquirenti del greggio russo via nave, hanno sospeso parte degli acquisti per evitare sanzioni secondarie, cioรจ punizioni verso chi commercia con soggetti sanzionati. ร bastato questo per irrigidire i flussi.
Poi รจ toccato allโIran. Una nuova lista di sanzioni americane ha colpito oltre 50 navi e societร legate alla โflotta ombraโ di Teheran (lโinsieme di navi che trasportano petrolio eludendo sanzioni e tracciabilitร , usando bandiere di comodo, triangolazioni di porti e pagamenti fuori dai circuiti ufficiali). Il mercato ha reagito subito: il Brent รจ salito oltre 65 dollari e il WTI oltre 60.
Anche lโUnione Europea รจ intervenuta. Bruxelles ha approvato il 19ยฐ pacchetto di sanzioni: eliminazione graduale del gas naturale liquefatto russo entro il 2027, blocco a oltre 100 petroliere legate alla flotta russa e restrizioni ai pagamenti in euro per soggetti che sostengono il commercio energetico di Mosca, anche se situati in paesi terzi.
Dalla metร di ottobre i mercati non sono fortunatamente esplosi, ma sono rimasti tesi. Le scorte americane, in calo, hanno sostenuto i prezzi. Gli investitori perรฒ sono divisi: una parte teme nuova inflazione da energia, lโaltra pensa che il rallentamento industriale globale porrร un tetto ai rialzi.
Oggi il WTI oscilla fra 59 e 61 dollari, mentre il Brent si muove su valori leggermente piรน alti, attorno ai 63โ65 dollari. Ma la questione non รจ tanto il livello del prezzo, quanto la volatilitร . Il petrolio non misura piรน il ciclo economico, misura lo stato dei rapporti di forza tra Stati.
E questo รจ il nodo politico: il petrolio non รจ piรน un carburante, รจ uno strumento di pressione. A guidare il prezzo non รจ lโeconomia, รจ la politica. E finchรฉ sarร cosรฌ, i mercati energetici resteranno instabili per definizione.
Uno studio appena pubblicato dalla Societร degli Impiegati del Commercio Svizzera (SIC) e dalla Hochschule fรผr Wirtschaft Zรผrich (HWZ) mostra un problema noto ma ancora irrisolto: molti lavoratori e lavoratrici, pur avendo un impiego, restano esclusi dal secondo pilastro della previdenza professionale. Sono il 9,2%, quasi uno su dieci. Il sistema LPP si basa sulla capitalizzazione individuale, che perรฒ si attiva solo oltre una soglia di reddito annuo, oggi 22โ680 franchi. Sotto questa cifra non si รจ assicurati e non si accumula alcuna rendita. ร un meccanismo pensato per un mondo del lavoro che non esiste piรน: quello a tempo pieno, stabile, con ruoli familiari tradizionali. Oggi invece il 40% delle persone lavora a tempo parziale e circa lโ8% ha piรน impieghi. Chi divide le ore tra piรน datori o lavora su chiamata spesso non supera la soglia con nessuno di essi e i salari non si sommano: il risultato รจ la mancanza totale di copertura previdenziale. Il fenomeno riguarda tutti, ma le donne sono le piรน colpite: lavorano part-time quasi tre volte piรน degli uomini e, nel commercio al dettaglio, oltre lโ80% di chi resta sotto la soglia รจ femminile. ร lโeffetto di carriere frammentate e di politiche familiari ancora troppo rigide. Alcuni correttivi esistono giร : alcune casse pensioni permettono di ridurre la deduzione di coordinamento o di aderire volontariamente anche sotto la soglia; in altri casi conviene accorpare gli impieghi presso un datore principale. Per chi resta escluso, lโunico strumento resta il terzo pilastro, che perรฒ non basta a compensare intere carriere โscoperteโ. La tendenza รจ chiara: le nuove generazioni cercano flessibilitร , orari ridotti e lavori multipli. ร una scelta legittima, ma il sistema previdenziale non รจ stato progettato per questo. Se non cambiamo rotta, una parte crescente della popolazione rischia la povertร nella vecchiaia. Serve una riforma seria, che parta da piccoli passi come rivedere la soglia LPP, sommare i salari, favorire lโaffiliazione sotto la soglia, coordinare meglio II e III pilastro, ma che allo stesso tempo guardi lontano. Il nuovo mercato del lavoro, la bassa natalitร e lโaumento della speranza di vita impongono un ripensamento generale. Forse dovremo pensare a due fasi distinte della vita: quella lavorativa e quella di pensionamento. Ma anche il sistema sociale e sanitario dovranno cambiare: invecchiare non รจ malattia, fa parte del decorso della vita.
Clamoroso pareggio tra Italia e Francia. Se fosse una partita di calcio, questo sarebbe il titolo migliore. Sรฌ, perchรฉ oggi Italia e Francia pagano lo stesso tasso dโinteresse per finanziare il proprio debito pubblico, segnale che i mercati percepiscono i due Paesi come rischiosi in misura simile. ร un dato eccezionale se si considera la situazione di soli tre anni fa. In ottobre del 2022, poco prima dellโinsediamento di Giorgia Meloni e a pochi mesi dalla rielezione di Emmanuel Macron, lโItalia per finanziare il suo debito pagava quasi il 4,8%, la Francia il 2,9%, la Germania il 2,4%. Oggi, le prime due sono entrambe intorno al 3,6%, mentre Berlino resta al 2,7%. La differenza non sta nei numeri, ma nei percorsi. E la gestione delle finanze pubbliche ha giocato un ruolo determinante sia per lโandamento dei tassi di interesse, sia per la stabilitร politica. LโItalia ha ridotto il deficit dallโ8% al 3,4% del PIL nel 2024, con lโobiettivo di scendere sotto il 3% entro il 2026. La politica di bilancio รจ diventata un elemento di coerenza, basata su contenimento della spesa, maggiori entrate fiscali e un equilibrio tra rigore e sostegno agli investimenti. Il debito รจ cresciuto, ma accompagnato da stabilitร politica e un miglioramento della reputazione internazionale. La Francia ha seguito un percorso opposto. Il deficit รจ rimasto elevato (5,8% del PIL nel 2024), il debito ha superato il 116% e i rendimenti sui titoli di Stato hanno continuato a salire. Lโinstabilitร politica, con sei governi in tre anni, ha indebolito la programmazione economica. In un quadro di instabilitร parlamentare e tensione sociale, ogni tentativo di consolidamento dei conti pubblici si รจ rivelato impossibile. Ne risulta un doppio paradosso: unโItalia percepita come piรน affidabile, pur restando uno dei Paesi con il debito piรน alto dellโEurozona e una Francia che perde terreno, nonostante una tradizione di stabilitร amministrativa. La credibilitร fiscale รจ tornata a essere una variabile politica, non solo economica. Anche fuori dallโEuropa la lezione รจ la stessa. Negli Stati Uniti, lo shutdown federale (la sospensione delle attivitร del governo per mancato accordo sul bilancio) mostra che neppure la maggiore economia mondiale รจ immune da vincoli fiscali e tensioni politiche. ร un segnale che riguarda anche le realtร piรน piccole: il Canton Ticino si troverร nei prossimi anni a gestire la crescita della spesa sociale e sanitaria, in un contesto di risorse pubbliche limitate. La finanza pubblica non รจ mai neutra. ร il banco di prova della serietร e della responsabilitร politica. E oggi, come ieri, la stabilitร e la serietร si conquistano con i numeri, non con le parole. LโOsservatore, 11.10.2025
Gli Stati Uniti sono in pieno shutdown (blocco di tutte le attivitร pubbliche non essenziali) dallโinizio di ottobre 2025. Il Congresso non รจ riuscito a trovare un accordo sul bilancio e la conseguenza รจ stata immediata: uffici chiusi, migliaia di dipendenti pubblici sospesi, servizi ridotti al minimo. Non รจ la prima volta che succede. Lโultima nel 2018โ2019. La paralisi durรฒ 35 giorni, con rimborsi fiscali bloccati, aeroporti in tilt e cittadini che avevano perso fiducia nello Stato. Ogni volta la lezione รจ la stessa: quando le finanze pubbliche traballano, la politica si inceppa e lโeconomia reale paga subito il conto.
La teoria economica ci dice che la stabilitร macroeconomica รจ una condizione necessaria per crescere. Un Paese non puรฒ accumulare debito allโinfinito senza rischiare di compromettere la fiducia. Se il tasso di crescita dellโeconomia รจ inferiore al tasso dโinteresse reale pagato sul debito, la traiettoria non รจ piรน sostenibile. A quel punto, non รจ piรน lo Stato a guidare la politica economica, ma sono i mercati a dettare le condizioni.
Il meccanismo รจ semplice: piรน alto รจ il debito, piรน crescono gli interessi che sono il costo per finanziarlo. Ma piรน risorse vanno agli interessi, meno ne restano per scuola, sanitร , ricerca, infrastrutture. Invece di sostenere lo sviluppo, lo Stato si limita a rimborsare il passato. La stabilitร macroeconomica non รจ quindi un lusso o una fissazione di alcuni economisti: รจ il prerequisito per mantenere competitivitร , attrarre investimenti e garantire ai cittadini servizi di qualitร .
La Francia lo ha sperimentato di recente: deficit elevato, debito fuori controllo, governi caduti uno dopo lโaltro perchรฉ incapaci di proporre una strategia credibile. Non basta annunciare correzioni, serve coerenza. Senza, il mercato reagisce: alza i tassi, riduce la fiducia e lโinstabilitร diventa permanente.
E se pensiamo che sia un problema solo dei grandi Stati, sbagliamo. Il Cantone Ticino non ha il dollaro come moneta di riserva nรฉ il peso politico della Francia. Se scegliesse la scorciatoia del debito facile, si ritroverebbe subito con margini ridotti: meno spazio per investire, meno possibilitร di dare risposte concrete ai bisogni dei cittadini. E basta poco perchรฉ i costi aumentino.
La conclusione รจ netta: finanze pubbliche sane non sono moralismo, sono buon senso. Senza stabilitร macroeconomica, la politica diventa ostaggio del debito e perde la libertร di scegliere.
Chi crede ancora che i debiti non si paghino puรฒ guardare lo spettacolo di Washington. Promesse, accuse incrociate, stipendi sospesi. Una sceneggiatura giร vista, con un finale scontato: i debiti non spariscono. Non รจ magia, รจ contabilitร . E il conto, alla fine, lo pagano sempre i cittadini.
Il 2 aprile del 2025, quando il presidente Donald Trump ha annunciato al mondo lโentrata in vigore di nuovi dazi, in molti hanno decretato la fine degli Stati Uniti. Gli esperti non si sono risparmiati: inflazione alle stelle, disoccupazione a livelli record, delocalizzazione delle aziende nel resto del mondo, ricercatori e accademici che sarebbero fuggiti da lรฌ a breve, isolamento internazionale.
Quasi nessuno si era preso la briga di leggere i rapporti che spiegavano quali fossero le logiche economiche che sottintendevano questa misura e quali gli obiettivi che si volevano raggiungere. Tra questi ricordiamo che lโamministrazione americana ambiva ad aumentare il gettito fiscale per contribuire al risanamento del deficit, a riportare sul proprio territorio aziende internazionali dalle quali importava merci per milioni di dollari, a ridurre il valore della moneta americana per rendere piรน attrattive le esportazioni, ad abolire alcune regolamentazioni degli altri paesi che limitavano le esportazioni americane. E ancora, a fare in modo di esercitare pressione sui paesi affinchรฉ acquistassero titoli del debito pubblico americano a basso tasso di interesse e a lunghissima scadenza.
Dopo quel 2 aprile, abbiamo assistito a un andirivieni di ministri e di governi che si sono recati negli Stati Uniti per cercare accordi con il presidente americano. Lโunico paese che non ha ritenuto necessario mandare uno dei suoi consiglieri federali negli Stati Uniti รจ stata la Svizzera. Risultato: tutti i paesi hanno ottenuto dazi sopportabili, la Svizzera รจ stata punita con un tasso del 39%.
E arriviamo alla notizia odierna. Trump ha annunciato che introdurrร tariffe del 100% alle importazioni di farmaci, tranne per quelle aziende che hanno giร stabilimenti produttivi negli Stati Uniti oppure che dimostreranno di volerlo fare con ingenti investimenti locali.
Probabilmente qualcuno degli esperti che ha ignorato finora ciรฒ che stava accadendo (non per malafede, ma per quel bias cognitivo che ci porta a selezionare le informazioni che confermano le nostre tesi), sarร rimasto stupito nel leggere che le farmaceutiche svizzere dichiarano di non essere preoccupate di questa nuova imposizione.
E sapete perchรฉ? Perchรฉ, come spesso capita, lโeconomia รจ piรน veloce della politica. Dal momento che le grandi aziende hanno intuito che il vento in termini di politiche commerciali era cambiato, si sono adoperate per rispondere per tempo alle possibili minacce.
E cosรฌ, per esempio, Apple aveva sin da subito annunciato investimenti miliardari negli Stati Uniti (lโultimo in agosto di 100 miliardi di dollari, ca. 86 miliardi CHF). Ma cosรฌ hanno fatto tante altre. Tra queste non sono mancate le aziende farmaceutiche svizzere, che hanno di fatto anticipato i tempi e dato risposta alle misure sul settore.
Se dovessimo tirare oggi le somme, a distanza di sei mesi dagli annunci di Trump, dovremmo riconoscere che le Cassandre anche questa volta hanno sbagliato. Lโinflazione รจ sotto controllo. Il mercato del lavoro, anche se in rallentamento, tiene. Le entrate fiscali sono aumentate.
Gli Stati Uniti vanno avanti non solo a mantenere, ma probabilmente a rafforzare ancora di piรน il loro ruolo di potenza mondiale. E infine le aziende stanno investendo negli Stati Uniti ed รจ lรฌ che creeranno posti di lavoro. Speriamo non sulle spalle di noi svizzeri.
Quando si parla di politiche pubbliche non si parte dagli slogan, ma da unโanalisi seria. Prima si capisce qual รจ il problema reale: serve davvero un nuovo programma o possiamo intervenire diversamente? Poi bisogna guardare ai fallimenti del mercato che vogliamo correggere: prezzi troppo alti, poca concorrenza, disuguaglianze. Da lรฌ si aprono le alternative, perchรฉ non esiste mai una sola soluzione e ogni opzione ha pro e contro.
Il passo successivo รจ il disegno del programma: chi ha diritto, con quali criteri, con quali limiti. Sembra un dettaglio tecnico, ma รจ il cuore della questione. Subito dopo arriva la parte piรน scomoda: prevedere come reagiranno i cittadini e le imprese. Perchรฉ non restano fermi, cambiano comportamento, e spesso in modo imprevisto.
A quel punto si valutano due cose: lโefficienza โ se il programma usa bene le risorse o crea sprechi โ e la distribuzione, cioรจ chi ci guadagna e chi ci perde davvero. Qui si tocca il punto piรน delicato: i trade-off, i compromessi inevitabili fra equitร ed efficienza.
Infine servono due condizioni di fondo: chiarezza sugli obiettivi โ cosa vogliamo ottenere e perchรฉ โ e consapevolezza che tutto passa dal processo politico. Senza consenso e senza fiducia, anche la misura piรน brillante sulla carta rischia di non funzionare.
In breve, fare una politica pubblica significa attraversare un percorso complesso, non scrivere uno slogan.
E veniamo alle iniziative sulle casse malati. Lโintenzione รจ chiara: limitare il peso dei premi cassa malati ai cittadini. Ma se applichiamo i criteri di analisi appena visti, i conti non reggono. Trattiamo quella del 10%.
Giร nel primo anno servirebbero circa 300 milioni. Gli iniziativisti sostengono che non tutti chiederanno lโaiuto e quindi il costo sarร minore. Ma un diritto non si calcola sulla speranza che qualcuno non lo eserciti. Lo Stato deve stimare i costi per il 100% dei cittadini. E non basta: i premi aumentano di anno in anno. Quello che oggi costa 300 milioni, nel 2027 potrebbe giร diventare 330, poi 350, e cosรฌ via. Non ci sono analisi di medio periodo, solo calcoli statici sul primo anno.
Anche sul fronte delle entrate i conti non tornano. Un aumento del 10% delle imposte porterebbe circa 150 milioni, ma ne mancano altri 150. Si prova allora a inserire i 40 milioni dellโaumento del valore di stima degli immobili: peccato che quei soldi sono giร a bilancio per finanziare scuole, asili e ambiente e la metร appartiene ai Comuni. Cosa facciamo, glieli togliamo? Ultima idea: aumentare lโimposta sulla sostanza dal 2,5 al 3,5 per mille. Ma cosรฌ si mettono in discussione accordi giร votati con la riforma fisco-sociale, con il rischio che le aziende ritirino i contributi che oggi sostengono asili nido e rette delle famiglie.
Cโรจ poi un effetto meno visibile, ma altrettanto importante: se tanto paga lo Stato, i cittadini non avranno piรน interesse a cercare una cassa meno cara e le casse malati non avranno piรน incentivo a offrire premi piรน bassi. Il risultato? Ancora meno concorrenza e una spesa sanitaria destinata a crescere ancora.
Facendo i conti, il deficit del Cantone salirebbe subito oltre il mezzo miliardo giร al primo anno. Perchรฉ non dimentichiamolo: noi purtroppo non siamo Zugo e i nostri conti sono giร oggi sotto di 100 milioni. Poi arriveranno anche i nuovi oneri federali: la riforma EFAS, che vale da sola 200โ300 milioni, gli oneri della Confederazione e altre riforme come il valore locativo o la tassazione individuale, che possono pesare altri 150โ200 milioni. Totale: quasi un miliardo di buco.
E quando i soldi non ci sono, le strade sono sempre le stesse: aumentare le imposte a tutti, oppure tagliare beni e servizi. E i tagli, come sempre, colpiranno i piรน fragili: scuole, anziani, sociale, cultura, ambiente. Nessuno resterร escluso.
Fare politiche pubbliche che rischiano di far deragliare le finanze dello Stato non รจ un gioco. ร un esercizio serio, non uno slogan elettorale. Prima servono analisi solide, poi proposte credibili. E allora la domanda รจ inevitabile: dove sono queste analisi?
Alla fine la scelta รจ nostra. Ognuno voterร come crede ed รจ giusto cosรฌ. Ma bisogna sapere la veritร : il conto non sparisce. Non lo pagheremo piรน nella fattura della cassa malati, lo pagheremo con le imposte, con le rette degli asili, con i tagli ai servizi. Nessun miliardario verrร a salvarci. Alla fine, a pagare, saremo sempre noi cittadini.
Oggi i rapporti tra Stati Uniti e Svizzera sono tra i piรน tesi di sempre. Ma non รจ una novitร assoluta: i due Paesi condividono valori comuni, certo, ma questo non li ha mai messi al riparo da crisi ricorrenti, anzi. Le tensioni maggiori arrivano sui temi della neutralitร , di economia internazionale o sui temi finanziari. Uno dei primi scontri importanti risale alla Seconda guerra mondiale. La Svizzera applicรฒ una politica di tolleranza zero contro chiunque violasse il suo spazio aereo: che fossero gli Alleati (Gran Bretagna, Stati Uniti, Unione Sovietica) o le potenze dellโAsse (Germania, Italia, Giappone). Questo portรฒ ad abbattere diversi aerei statunitensi e alla morte di circa una quarantina di aviatori alleati. Ma anche gli Stati Uniti colpirono: nellโaprile del 1944 durante il bombardamento di Sciaffusa uccisero tra i 40 e 60 civili svizzeri. Dopo qualche decennio di calma apparente, le tensioni tornano negli anni 90 quando si scoprรฌ che alcune banche svizzere custodivano molti depositi appartenenti a vittime dellโOlocausto. La pressione diplomatica di Washington e della comunitร ebraica fu tale da costringere la Svizzera ad allentare il segreto bancario e creare ingenti fondi di compensazione. Quel segreto bancario, sopravvissuto a lungo, ricevette il colpo definitivo nel 2009, quando in piena crisi finanziaria, gli Stati Uniti citarono in giudizio UBS ottenendo i dati di quasi 52โ000 americani con conti in Svizzera. Sul fronte commerciale il gelo risale al 2006 quando i negoziati per un accordo di libero scambio naufragarono per divergenze in materia agricola e sugli organismi geneticamente modificati. E arriviamo al presente: il 7 agosto 2025 lโamministrazione Trump annuncia dazi fino al 39% su molte esportazioni svizzere, in particolare nei settori come orologeria, cioccolato, macchinari di precisione. La tariffa รจ la piรน alta mai applicata a un paese sviluppato. Lโatto viene percepito come punitivo e il danno potenziale alle esportazioni รจ significativo. Tanto รจ stato scritto sullโincapacitร diplomatica e politica svizzera e su questa non torneremo. Come se non bastasse, รจ di pochi giorni fa unโaltra grana: gli Stati Uniti negano di aver mai accettato un prezzo fisso per lโacquisto degli F-35 che Berna riteneva di aver giร concordato. Il risultato รจ che se la Svizzera vorrร gli aerei dovrร accettare un aumento compreso tra i 650 milioni e 1,3 miliardi di franchi rispetto ai 6 miliardi stimati inizialmente. Questa non รจ e non sarร la prima nรฉ lโultima volta che Berna e Washington si trovano ai ferri corti. Le tensioni, come in passato, verranno superate. Ma non illudiamoci: la piccola Svizzera non ne uscirร vincitrice. Inutile pensare di essere potenti: in uno scontro cosรฌ asimmetrico, il campo da gioco, le regole e perfino il pallone appartengono allโavversario.
Alla fine del 2024, la SSR ha spento le trasmissioni radio FM con due anni di anticipo sulla scadenza di legge (in Europa dopo la Norvegia รจ la seconda nazione a farlo). Il risparmio stimato รจ di 15 milioni su un budget di oltre 1,6 miliardi: meno dellโ1%. Una cifra modesta, che ha prodotto perdite dโascolto pesanti. La SSR ha minimizzato lโimpatto, parlando di risultato โin linea con le atteseโ. Ma, aldilร delle attese, le cifre sono impietose. In alcune regioni la perdita netta di ascoltatori รจ stata tra il 25% e il 40% in pochi mesi. Nessun imprenditore avrebbe agito senza contromisure, strategie di fidelizzazione o un piano condiviso con il settore. Anche chi gestisce fondi pubblici dovrebbe evitare rischi simili. I dati sono chiari, purtroppo. Rete Uno ha perso oltre il 25% degli ascoltatori, Rete Tre quasi il 40%. Le radio private ticinesi, rimaste in FM, hanno visto crescere gli ascolti. Anche le radio italiane e francesi stanno colmando il vuoto lasciato dalla SSR. In economia si parla spesso di โfirst mover advantageโ: chi si muove per primo puรฒ fidelizzare il pubblico e creare lo standard. Ma muoversi troppo presto significa rischiare di perdere utenti non pronti e regalare vantaggi ai concorrenti. ร quanto accaduto alla SSR e al servizio pubblico: le private hanno raccolto gli ascoltatori lasciati indietro, mentre le radio straniere continuano in FM senza vincoli, conquistando pubblico. Lโascoltatore che non si รจ adattato al DAB+ ha semplicemente cambiato canale. Esempi come Amazon, Netflix o Kelloggโs dimostrano che essere primi puรฒ funzionare solo se il pubblico รจ pronto, lโofferta chiara, la comunicazione efficace e soprattutto se si riesce a costruire un reale vantaggio competitivo. Nel caso SSR, molti di questi elementi mancavano. Il problema non รจ solo tecnico, ma sociale: la SSR, servizio pubblico, dovrebbe garantire accesso e inclusione. Spegnere le FM ha escluso, anche solo temporaneamente, chi รจ meno digitale: anziani, persone meno abbienti, utenti in zone periferiche. Dopo aver cercato lโaccordo con le private, la SSR ha agito da sola. Le radio private possono restare in FM fino al 2026 e stanno crescendo senza sforzi straordinari, semplicemente restando dove il pubblico cโera giร . La mossa della SSR appare piรน un atto azzardato che una strategia di sistema: nessuna vera alleanza col settore, nessun piano congiunto. E non finisce qui. Finchรฉ le radio private svizzere restano in FM, il danno รจ contenuto. Ma se anche loro saranno obbligate a spegnere, il rischio รจ di lasciare il mercato FM svizzero alle emittenti straniere. Muoversi per primi non รจ un errore, lo diventa se non porti nessuno con te. La scelta di spegnere le FM poteva avere senso, ma fatta in solitaria e senza una strategia condivisa, ha prodotto esclusione, disaffezione e vantaggi per la concorrenza. La fiducia รจ un capitale lento da costruire e facile da perdere: la SSR oggi paga il prezzo del non aver avuto dubbi. LโOsservatore, 12.07.2025
Questa settimana lโeconomia svizzera ha dato lโimpressione di dormire sonni tranquilli. Nessun terremoto, pochi scossoni (per fortuna, aggiungiamo noi). Ma attenzione: anche la calma va letta. Dietro i dati piatti ci sono storie e cambiamenti che meritano uno sguardo piรน attento.
Il tasso di disoccupazione nazionale calcolato dalla Segreteria di Stato dellโEconomia (SECO) a giugno resta fermo al 2,7%, come il mese scorso. A prima vista, tutto regolare. Ma la realtร รจ piรน sfumata, soprattutto per il Canton Ticino.
Il dato SECO si basa sulle persone iscritte agli Uffici regionali di collocamento (URC). ร utile per monitorare le dinamiche istituzionali, ma non rappresenta lโintera platea dei disoccupati. Se guardiamo invece al tasso armonizzato ILO, che include anche chi cerca lavoro senza passare dagli URC, il Ticino va oltre al 6%. ร piรน del doppio rispetto alla media nazionale SECO ed รจ un segnale da non sottovalutare.
A questo si aggiunge una dinamica ben nota: la pressione del frontalierato che continua ad avere un impatto importante sul mercato del lavoro ticinese. Il differenziale salariale tra Italia e Svizzera rende il lavoro in Ticino molto attrattivo per i lavoratori frontalieri. Questo fenomeno, in un contesto di concorrenza sul costo del lavoro, puรฒ rendere piรน difficile per i residenti trovare impiego o mantenere salari competitivi, generando frustrazione e, in alcuni casi, un vero e proprio scoraggiamento. ร anche uno dei motivi per cui molti disoccupati ticinesi non si registrano agli URC, pur cercando attivamente un lavoro.
Insomma, non tutto il lavoro che manca si vede nei numeri ufficiali. E questo vale in particolare in regioni di frontiera come la nostra.
I prezzi restano stabili. A giugno, lโindice nazionale dei prezzi al consumo (IPC) รจ immobile a 107,5 punti. Lโinflazione annua รจ appena +0,1%. In tempi in cui molti Paesi faticano a contenere i prezzi, la Svizzera si conferma unโisola di stabilitร .
Non mancano piccole variazioni (sanitร e ristorazione un poโ su, energia in lieve calo), ma il quadro generale non desta preoccupazioni. Chiaro: lโinflazione bassa aiuta chi consuma, ma puรฒ frenare chi investe o chi spera in una spinta salariale. Anche qui: calma apparente e qualche contraddizione in sottofondo.
Il dato che ha fatto piรน rumore riguarda i fallimenti aziendali, saliti del 50% rispetto a un anno fa. A giugno si contano a livello nazionale circa 1โ400 casi e le proiezioni annuali superano i 14โ000.
Ma la causa non รจ (solo) economica: dal 1ยฐ gennaio 2025 รจ in vigore una riforma della Legge federale sullโesecuzione e sul fallimento (LEF). Ora gli enti pubblici avviano direttamente le procedure fallimentari per i crediti fiscali e contributivi. Prima si tentava il pignoramento. La nuova prassi ha accelerato le procedure, creando un picco statistico che riflette anche vecchie situazioni rimaste in sospeso.
Nel Canton Ticino, la situazione รจ un poโ diversa: nel primo trimestre 2025 i fallimenti sono aumentati dellโ8% (127 casi). ร un segnale che, da un lato conferma lโeffetto statistico della nuova legge, dallโaltro evidenzia una vulnerabilitร specifica delle imprese ticinesi. Tuttavia, il numero assoluto resta contenuto e riguarda soprattutto microimprese e artigiani. Anche se non significa che sia da ignorare.
Ad ogni modo, la sostanza? Non รจ unโondata di fallimenti legata a una crisi reale, ma un effetto contabile e giuridico. Serve tenerlo a mente per evitare allarmismi troppi grandi.
In economia, a volte il silenzio รจ piรน interessante del rumore. Settimane come questa ci invitano a non fermarci ai titoli, ma a scavare un poโ sotto la superficie. ร lรฌ che si capisce davvero come sta andando il Paese.
La paritร salariale tra uomini e donne in Svizzera non รจ stata ancora raggiunta. A confermarlo, anche questโanno, sono i dati pubblicati dallโUfficio federale di statistica. Nel 2024, il salario mediano degli uomini รจ stato di 90โ800 franchi. Quello delle donne si รจ fermato a 80โ000 franchi, ovvero il 12% in meno. Ma il divario non riguarda solo i salari. Se guardiamo al tasso di attivitร professionale, cioรจ la percentuale di persone occupate o in cerca di lavoro, gli uomini superano le donne in tutte le fasce dโetร , con uno scarto di circa 10 punti percentuali. Va perรฒ detto che la partecipazione femminile รจ cresciuta molto negli anni e nella fascia tra i 15 e i 24 anni la differenza รจ oggi minima. Anche il tasso di disoccupazione resta piรน alto tra le donne. Una delle ragioni รจ che le donne sono spesso impiegate in settori meno qualificati e meno protetti che risentono prima delle difficoltร economiche. Ancora piรน marcato รจ il divario nella sottoccupazione, cioรจ tra chi lavora ma vorrebbe lavorare di piรน. Nel 2024, il dato era del 2,8% tra gli uomini, ma saliva al 7,3% tra le donne. Il valore piรน alto si registra nella fascia tra i 25 e i 54 anni, con un picco dellโ8%. E quando ci sono figli, le cifre aumentano ulteriormente. Segno che la genitorialitร continua a pesare in modo asimmetrico sul percorso lavorativo femminile. I dati sul lavoro a tempo parziale confermano questa tendenza. La presenza di figli resta una delle principali ragioni per cui le donne scelgono il tempo parziale. Ma cโรจ anche un segnale incoraggiante: dal 2010 al 2024, la quota di padri che lavorano a tempo parziale รจ raddoppiata, passando al 15%. Un dato che suggerisce unโevoluzione nel ruolo paterno e una maggiore condivisione delle responsabilitร familiari. Anche tra le coppie si nota un cambiamento: quasi il 9% oggi sceglie un modello in cui entrambi i partner lavorano a tempo parziale, mentre nel 2010 questa scelta era fatta da meno del 4%. Infine, cresce anche il contributo economico delle donne al reddito familiare. Quando il figlio piรน piccolo ha tra i 4 e i 12 anni, le madri partecipano in media per il 30% al reddito del nucleo, sette punti percentuali in piรน rispetto a dieci anni fa. Se perรฒ il figlio ha meno di quattro anni, la quota resta stabile al 25%. In sintesi, il quadro resta segnato da disuguaglianze, ma non mancano i segnali di cambiamento. I modelli lavorativi e familiari si stanno evolvendo. Sempre piรน padri si assumono una parte attiva nella cura dei figli e cresce la consapevolezza che la famiglia รจ una responsabilitร condivisa. La maternitร non dovrebbe piรน rappresentare un ostacolo, ma rientrare in un equilibrio costruito insieme. La strada verso la paritร รจ ancora lunga, ma oggi, finalmente, non si percorre piรน da soli.
Le previsioni sul PIL per questโanno e il prossimo, sia da parte della Segreteria di Stato dellโeconomia (SECO) che del Centro di ricerca congiunturale del Politecnico federale di Zurigo (KOF), indicano una crescita ancora positiva, ma in rallentamento rispetto a qualche mese fa. Il contesto internazionale, sempre piรน incerto, e i nuovi conflitti in corso pesano parecchio sul quadro generale. A essere onesti, giร nei mesi scorsi il termine โfermento economicoโ sembrava fuori luogo. I dazi commerciali avevano inizialmente sollevato qualche timore, ma a oggi il loro impatto non pare cosรฌ determinante. Diverso il discorso sul nuovo conflitto tra Israele e Iran: qui gli effetti si sono fatti sentire subito, soprattutto sulle materie prime. Lโoro ha toccato livelli record, mentre anche petrolio e gas sono in aumento. Tutto questo rischia di tradursi in un rincaro generale dei beni e, di conseguenza, in una perdita di potere dโacquisto per le famiglie. Non sorprende quindi che la fiducia dei consumatori resti debole. E se la domanda ristagna, anche le imprese tendono a rimandare gli investimenti. Le previsioni per i prossimi mesi non sono rosee: il mercato del lavoro ne risentirร e si prevede un aumento della disoccupazione, sia questโanno che nel prossimo. Anche sul fronte del commercio estero non arrivano buone notizie. I dati di maggio mostrano un rallentamento delle esportazioni, in particolare verso gli Stati Uniti. Era prevedibile: nel primo trimestre cโera stata una corsa agli acquisti in vista dei dazi americani, un effetto che ora si รจ esaurito. Un segnale incoraggiante arriva perรฒ dalle importazioni nel settore chimico-farmaceutico, in aumento. Questo fa pensare che le imprese del comparto stiano preparando un incremento della produzione: un possibile segnale di ripresa futura. Infine, una nota sulla politica monetaria. La Banca nazionale svizzera ha deciso di abbassare ancora i tassi dโinteresse, portandoli dallo 0.25% allo 0%. Una mossa che riflette il calo dellโinflazione, ormai sotto controllo. Lโobiettivo รจ stimolare consumi e investimenti, anche se gli effetti, con un franco forte e una domanda esterna debole, restano da verificare. Insomma, nessun disastro allโorizzonte, ma neppure motivi per stappare lo champagne.
Il Ticino riceverร nel 2026 quasi 98 milioni di franchi dalla perequazione finanziaria. Una cifra che puรฒ sembrare positiva, ma in realtร รจ inferiore rispetto ai 106.5 milioni del 2025. E se riceviamo meno non รจ perchรฉ stiamo meglio, ma perchรฉ altri Cantoni stanno peggio. Lโindice delle risorse del Ticino sale da 90.4 a 91.2. Un piccolo aumento che perรฒ ci costa oltre 8 milioni. Il sistema federale svizzero prevede che i Cantoni economicamente forti, insieme alla Confederazione, sostengano quelli piรน deboli. La perequazione si basa su tre strumenti principali. La perequazione delle risorse รจ lโasse portante del sistema. Confronta il potenziale fiscale dei Cantoni โ includendo redditi (anche dei frontalieri), sostanza e utili delle aziende โ con la media nazionale. Si calcola su tre anni (2020โ2022). Se lโindice รจ sotto 100, il Cantone ha diritto a ricevere fondi. Con un indice di 91.2, il Ticino riceverร 79.2 milioni (erano 88 nel 2025). Guardando dentro i numeri scopriamo che i redditi delle persone fisiche in Ticino sono cresciuti dellโ1.7% (media nazionale 2.1%), quelli dei frontalieri del 2.6% (contro 0.5%). Ma la sostanza si รจ ridotta dello 0.8% (nazionale +2.5%) e gli utili aziendali sono crollati del 26.7% (nazionale -20.8%). La compensazione degli oneri geo-topografici riguarda i costi dovuti a condizioni del territorio: comuni in quota, pendenze, bassa densitร . Il Ticino riceve 15.7 milioni, di cui circa 10 milioni legati allโaltitudine delle zone produttive e 5 alla scarsa densitร abitativa. La compensazione degli oneri sociodemografici copre invece i costi legati a fattori come povertร , invecchiamento e integrazione. Il Ticino otterrร 5.5 milioni, in crescita rispetto al 2025. Il fondo perequativo complessivo cresce, ma la quota ticinese si riduce. Perchรฉ? Perchรฉ altri Cantoni โ come Giura, Vallese e Grigioni โ sono peggiorati di piรน. Intanto, Cantoni come Ginevra, Zugo e Sciaffusa, grazie agli utili record nel commercio energetico e delle materie prime, versano contributi molto piรน alti. Questo ridisegna gli equilibri e spinge il Ticino verso il margine. Il Ticino non puรฒ piรน limitarsi a sommare quanto riceve. Deve chiedersi perchรฉ riceve e su quali basi. Il sistema poggia su oltre cento parametri. Per muoversi con cognizione serve uno studio tecnico serio, indipendente, che analizzi il nostro profilo fiscale e permetta di avanzare rivendicazioni solide. Il punto non รจ quanto riceviamo. ร perchรฉ dobbiamo riceverlo. Uscire da questa dipendenza richiederร tempo. Bisognerร affrontare problemi strutturali: salari bassi, lavoro fragile, settori a basso valore aggiunto. Ma nel frattempo, i meccanismi di calcolo vanno corretti. Non serve andarci col cappello in mano. Serve farlo con basi tecniche forti, numeri precisi e la consapevolezza che la soliditร di una richiesta parte dalla qualitร dellโanalisi.
Cโรจ unโimmagine che descrive bene lโeconomia svizzera in questo inizio estate: una bilancia in equilibrio instabile. Da una parte segnali che fanno sperare, dallโaltra numeri che invitano alla prudenza. A maggio 2025, lโindicatore anticipatore del KOF Konjunkturbarometer รจ salito a 98.5 punti, dopo il crollo di aprile (97.1). Un miglioramento, sรฌ, ma ancora non abbastanza: siamo sotto la soglia dei 100 punti che indica una congiuntura sopra la media. Il barometro del KOF misura ogni mese le aspettative sullโeconomia svizzera a 3-6 mesi, aggregando vari dati (produzione, ordini, exportโฆ). A trainare questa timida ripresa รจ soprattutto il settore manifatturiero: le imprese della chimica, dellโagroalimentare, del legno e della carta riportano attese piรน favorevoli. Anche la percezione sulla competitivitร e sulle esportazioni migliora. Ma la domanda, sia interna che estera, resta debole. E questo trova conferma nei dati reali sul commercio estero pubblicati dallโUfficio federale della dogana: aprile 2025 รจ stato un mese difficile. Le esportazioni svizzere, corrette dagli effetti stagionali, sono scese del 9,2% rispetto a marzo; le importazioni addirittura del 15,6%, peggior dato mensile dal 2020. Ma attenzione: si tratta di dati nominali, cioรจ non corretti per lโandamento dei prezzi. A prezzi costanti, il calo รจ piรน contenuto: โ3,3% per le esportazioni e โ10% per le importazioni. Inoltre, marzo aveva mostrato una crescita eccezionale e anomala delle esportazioni. A provocare questi sbalzi รจ, ancora una volta, il settore chimico-farmaceutico. Solo i medicinali hanno perso quasi 3 miliardi in un mese, โ44%. Anche le importazioni di questi prodotti si sono ridotte di un terzo. Quando un settore pesa cosรฌ tanto, trascina con sรฉ tutto il commercio. Ci sono perรฒ eccezioni positive: lโorologeria svizzera ha toccato un massimo storico con 2,6 miliardi (+16%). Anche strumenti di precisione e macchine industriali tengono. E se lโexport verso gli USA รจ crollato del 36%, quello verso lโAsia รจ cresciuto del 4,4%, soprattutto grazie a Cina (+15,2%) e Giappone (+5%). Curiosamente, il crollo delle importazioni ha portato a un avanzo commerciale record: 6,3 miliardi di franchi. Ma non รจ un segnale di forza: se importiamo meno, rischiamo di produrre e quindi esportare meno. E in unโeconomia povera di materie prime, importare รจ spesso il primo passo per poter vendere allโestero. In sintesi: qualche segnale positivo cโรจ, ma servono conferme. Le imprese sperano in una ripresa, ma per ora i numeri veri la rimandano. Serve calma, capacitร di leggere il quadro dโinsieme e resistere tanto al panico quanto allโeuforia.
Negli ultimi giorni, un comunicato dellโUfficio federale delle assicurazioni sociali (UFAS) ha riportato lโattenzione su una tendenza preoccupante: in Svizzera รจ aumentato il numero di persone che dipendono dalle prestazioni complementari. Un dato che non riguarda solo le finanze dello Stato, ma riflette un disagio crescente: quello di migliaia di persone che, pur vivendo in uno dei Paesi piรน ricchi al mondo, faticano a coprire i bisogni essenziali. Nel 2023, lโ8% della popolazione svizzera viveva sotto la soglia ufficiale di povertร : 2’315 franchi al mese per una persona sola, 4’051 per una famiglia con due figli. E se si guarda a chi dispone di meno del 60% del reddito mediano โ cioรจ al โrischio di povertร โ โ la quota รจ ancora piรน elevata. Ma la povertร non รจ solo questione di reddito. ร anche deprivazione. ร non riuscire a pagare una bolletta imprevista. ร rinunciare a un pasto completo, a una visita medica, a una settimana di vacanza, a un minimo di vita sociale. ร vivere con lโansia costante di non farcela. Le persone piรน colpite sono sempre le stesse: gli anziani soli, le famiglie monoparentali, chi ha un lavoro precario, chi ha perso il lavoro dopo i cinquantโanni. E crescono i working poor, persone che lavorano, ma non guadagnano abbastanza per vivere con dignitร . Questo dovrebbe farci riflettere sul senso stesso del lavoro oggi: non basta โavere un impiegoโ se quellโimpiego non garantisce una vita dignitosa senza lโaiuto dello Stato. In Ticino la situazione รจ ancora piรน delicata. Il tasso di povertร รจ superiore alla media nazionale e la deprivazione materiale colpisce con piรน forza. Salari bassi, precarietร diffusa, giovani che se ne vanno e over 50 esclusi dal mercato del lavoro: รจ un mix che pesa. Anche la forte presenza di frontalieri influisce sulle dinamiche occupazionali e salariali. Il tasso di disoccupazione secondo la definizione ILO รจ il piรน alto della Svizzera. Il nostro sistema sociale cantonale funziona, ma รจ sotto pressione. Le prestazioni complementari, i sussidi cassa malati, lโaiuto sociale, gli assegni familiari: tutto questo tiene a galla migliaia di persone. Ma da solo non basta. Servono politiche attive per il lavoro, investimenti nella formazione, un vero sostegno alla riqualifica professionale. Non possiamo accettare che la povertร diventi una zona dโombra normale nel nostro sistema. Non รจ normale. ร il risultato di scelte politiche o della mancanza di scelte. Ogni persona lasciata indietro รจ una sconfitta collettiva. ร nostro dovere, come istituzioni, ma anche come cittadini, far sรฌ che nessuno debba scegliere tra pagare lโaffitto o andare dal medico, tra accendere il riscaldamento o fare la spesa. Guardare in faccia la povertร non basta. Serve il coraggio di intervenire. Serve volontร politica. E serve adesso.
Articolo pubblicato da L’Osservatore, 24.05.2025
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Qui trovate il link di una conferenza “La povertร in Svizzera e in Ticino” tenuta a Coldrerio il 22.05.2025
Lโaccordo appena siglato tra Stati Uniti e Cina sui dazi รจ una buona notizia. Non solo per loro, che da anni si contendono il primato globale a colpi di tariffe e ritorsioni, ma per tutti noi. ร un segnale di distensione, e quando due potenze di quella taglia si parlano invece di farsi la guerra commerciale, lโaria si fa subito piรน respirabile. Anche per la Svizzera.
Non si tratta solo di dazi. Si tratta, prima di tutto, di ridurre lโincertezza. E lโincertezza รจ il peggior nemico dellโeconomia. Quando le persone hanno paura del futuro, consumano meno. E quando i consumi calano, le imprese producono meno, assumono meno e addirittura licenziano. In aggiunta le aziende prevedono che le cose peggioreranno e quindi investono meno. Questo rallenta lโintera economia. E rallenta ovunque.
Un accordo tra USA e Cina, quindi, ha un primo effetto immediato: riattiva la fiducia. E senza fiducia, lโeconomia non gira. Le aziende non pianificano, i consumatori non spendono, i governi rinviano. Ma se si ristabilisce un orizzonte stabile, allora si torna a investire, a produrre, a costruire. E la crescita riparte.
Per la Svizzera questo รจ particolarmente importante. Siamo un Paese esportatore. Ma non solo: i nostri prodotti fanno parte di filiere globali complesse. Pensiamo allโorologeria, alla farmaceutica, alla meccanica di precisione, allโelettronica. Importiamo materie prime e componenti da tutto il mondo, li trasformiamo qui, e poi li rivendiamo. Se le regole del gioco cambiano continuamente, o se due giganti economici si fanno la guerra, noi finiamo nel mezzo. Dobbiamo pagare di piรน per quello che importiamo e vendere ad un prezzo piรน alto quello che vendiamo: insomma, il peggiore dei mondi.
Un sistema aperto, stabile e prevedibile รจ la condizione minima per difendere il nostro modello economico. Piรน i grandi si parlano, piรน noi possiamo fare bene quello che sappiamo fare meglio: innovare, produrre qualitร , vendere ad alto valore aggiunto.
E cโรจ un altro punto. Quando i mercati si chiudono, i prodotti in eccesso finiscono da qualche altra parte. Se la Cina non riesce a vendere negli Stati Uniti, quei beni cercheranno sbocchi altrove. Anche in Europa. Anche da noi. E questo significa concorrenza piรน aggressiva, prezzi piรน bassi e difficoltร per i nostri settori.
In sintesi: lโaccordo tra Stati Uniti e Cina รจ una buona notizia perchรฉ riduce lโincertezza, protegge le catene globali di produzione e aiuta a evitare squilibri nei mercati. Non risolve tutto, ma รจ un passo nella direzione giusta. E per unโeconomia aperta come la nostra, รจ un passo che conta.
Sintesi dellโintervista rilasciata a Radio Ticino, 12.05.2025
Importante: sotto trovate un audio generato con la mia voce clonata dall’Intelligenza Artificiale: impressionante
Ascolta: contenuto generato con voce clonata con l’IA
Da anni si ripete che la formazione professionale รจ un pilastro del nostro sistema, che lโapprendistato รจ unโeccellenza svizzera, e giorno per giorno si dichiara di voler combattere la disoccupazione giovanile. Ma poi? Fatti?
Nel 2022, il Ticino era in fondo alla classifica dei Cantoni che formano apprendisti: penultimo a livello svizzero. Lโamministrazione cantonale ticinese, nel 2023, era al 4.3%, ben sotto il famoso 5% fissato come obiettivoโฆ un obiettivo stabilito giร nel 2017. Nel frattempo, le aziende che formano apprendisti continuano a diminuire, i nuovi contratti non crescono come previsto, e il progetto โObiettivo 95%โ (diploma secondario II per il 95% dei giovani) รจ inchiodato al 90.3%.
Eppure, le basi ci sarebbero. Il Cantone puรฒ formare in 41 professioni, ha 218 formatori attivi e ospita giร quasi 200 apprendisti. Non servono grandi sforzi: basterebbe creare una trentina di nuovi posti nei prossimi due anni, come proposto nella mozione che sarร discussa il 20 maggio in Gran Consiglio. Il costo? Circa 350โ000 franchi allโanno per dare un lavoro ai nostri figli. Su un bilancio da oltre 4,5 miliardi di franchi, รจ una spesa marginale ma un investimento strategico.
Ogni giovane formato รจ un potenziale lavoratore qualificato in meno da cercare allโestero. Ogni posto di apprendistato in piรน รจ un passo contro la disoccupazione, un argine alla fuga di cervelli, unโoccasione di crescita per unโimpresa o per un ente pubblico. E, aggiungo, un atto di coerenza: se governo e parlamento chiedono ai privati di formare, il minimo che si possa pretendere รจ che diano lโesempio. Ne va della credibilitร della politica.
Cโรจ poi un punto che non possiamo piรน ignorare: lโequilibrio di genere nelle professioni. Le ragazze continuano a orientarsi verso settori โtradizionaliโ, spesso con meno prospettive. Promuovere attivamente la loro presenza nelle professioni tecniche non รจ solo giusto, รจ necessario. E non basta mettere lโasterisco nei bandi: servono politiche mirate, incentivi, visibilitร .
Lโapprendistato fatto bene รจ un ascensore sociale. Ma bisogna alimentarlo, farlo funzionare, crederci davvero. Continuare con la politica dei piccoli passi simbolici, mentre il sistema scricchiola, non รจ piรน accettabile. Se vogliamo una forza lavoro preparata, integrata, radicata, dobbiamo iniziare dal principio: offrire piรน opportunitร ai nostri giovani. Non a parole. Nei fatti.
E magari, la prossima volta che i partiti si riempiranno la bocca di โgiovaniโ, โformazioneโ e โopportunitร โ in campagna elettorale, ricordiamoci chi ha davvero fatto qualcosaโฆ e chi ha fatto solo chiacchiere.
Nel primo trimestre del 2025 il prodotto interno lordo degli Stati Uniti si รจ contratto dello 0,3%. ร bastato questo dato per far partire una raffica di commenti trionfali da parte di chi da tempo prevede (e auspica) il fallimento della politica economica dellโamministrazione Trump. Ma รจ un errore. Piรน che un segnale allarmante sullโeconomia, questo dato รจ il riflesso distorto di un meccanismo contabile e di alcuni fenomeni transitori. Bastava leggere con attenzione il comunicato del Bureau of Economic Analysis (BEA).
Prima di tutto, il -0,3% รจ una variazione annualizzata, come dโuso negli Stati Uniti. Significa che il dato indica quanto crescerebbe (o calerebbe) il PIL in un anno se la dinamica del primo trimestre si ripetesse identica nei successivi tre. Il dato non annualizzato, cioรจ la variazione trimestrale del primo trimestre, mostra una flessione modesta, inferiore allo 0,1%.
Ma la questione non รจ solo tecnica. Serve unโanalisi macroeconomica. Il PIL รจ composto da quattro elementi: consumi delle famiglie, spesa pubblica, investimenti delle imprese e esportazioni nette (cioรจ esportazioni meno importazioni). In questo trimestre, la dinamica della bilancia commerciale ha inciso in modo determinante. Le importazioni sono aumentate del 41,3%. Un incremento eccezionale, legato in parte al timore di nuovi dazi: molte imprese hanno anticipato gli acquisti dallโestero, soprattutto nel settore farmaceutico e nei beni capitali (come computer e componenti industriali).
Questo boom delle importazioni ha causato un disavanzo commerciale record: 162 miliardi di dollari solo nel mese di marzo (circa 134 miliardi di franchi). ร unโanomalia che lo stesso BEA ha sottolineato. Inoltre, per semplificare dal punto di vista tecnico, รจ come se una parte consistente di queste merci importate non sia ancora stata registrata come incremento delle scorte, perchรฉ non รจ fisicamente entrata nei magazzini o รจ stata contabilizzata in modo differito. Poichรฉ le importazioni sono sottratte dal calcolo del PIL, la loro impennata ha avuto un impatto negativo immediato, ma distorto, sullโindicatore.
Altri fattori da considerare: la spesa pubblica รจ diminuita, come previsto dai programmi dellโamministrazione Trump. Anche questo ha inciso sulla riduzione del PIL. Ma si tratta di una scelta politica coerente, non di un segnale di debolezza congiunturale.
Infine, va allargato lo sguardo. Un solo dato trimestrale, per quanto importante, non puรฒ restituire lo stato di salute di unโeconomia. Occupazione, consumi, inflazione e creazione di posti di lavoro indicano che non siamo di fronte a una crisi. Il mercato del lavoro รจ solido, lโinflazione sotto controllo, la domanda interna regge.
Il dato del PIL va quindi interpretato con cautela. Non รจ una pagella politica. ร una fotografia parziale, influenzata da fattori tecnici e congiunturali. Saper leggere questi numeri richiede attenzione e competenza. Altrimenti si finisce per fare propaganda. E lโeconomia, a differenza della politica, ha bisogno di luciditร .
Domanda: A suo avviso perchรฉ Trump ha fatto retromarcia, congelando per 90 giorni i super dazi per la maggior parte dei paesi? Era una strategia negoziale prevista fin dallโinizio, come sostiene il Governo americano, oppure il presidente si รจ spaventato per la reazione turbolenta dei mercati, con particolare riferimento ai titoli di Stato americani? Probabilmente la decisione di rinviare per tre mesi lโapplicazione dei super dazi โ mantenendoli perรฒ nei confronti della Cina โ era uno degli scenari giร considerati a Washington. A supporto di questa ipotesi si puรฒ citare lโintervento del 7 aprile del Consigliere economico della Casa Bianca, Kevin Hassett, che aveva lasciato intendere la possibilitร di una sospensione, poi smentita ufficialmente. La moratoria รจ comunque entrata in vigore il 9 aprile, proprio il giorno in cui le nuove tariffe sarebbero dovute scattare. Lโevoluzione successiva si รจ sviluppata secondo schemi ben noti allโanalisi economica. Primo: la minaccia tariffaria ha avuto lโeffetto desiderato, mostrando un alto grado di credibilitร e spingendo i partner internazionali a muoversi in direzione di un confronto negoziale. Secondo: il crollo dei mercati azionari a livello globale era un effetto annunciato, cosรฌ come la reazione immediata delle grandi imprese coinvolte, preoccupate per lโimpatto sui margini e sulle catene di fornitura. Terzo: le vendite di titoli di Stato americani e il conseguente aumento dei rendimenti erano del tutto in linea con le aspettative, cosรฌ come lโindebolimento del dollaro, che potrebbe essere stato anche un obiettivo indiretto dellโoperazione. In sintesi, se si decide di generare deliberatamente uno shock โ come quello rappresentato da dazi elevatissimi annunciati unilateralmente โ le reazioni del sistema sono anticipabili. Ciรฒ che, forse, ha sorpreso รจ stata la rapiditร e lโintensitร con cui queste reazioni si sono manifestate. Ed รจ verosimile che proprio questa risposta anticipata e molto violenta abbia indotto la Casa Bianca a sospendere lโapplicazione delle misure, prima ancora che venissero materialmente applicate a un solo paese.
Domanda: Lโescalation con la Cina invece prosegue senza esclusione di colpi. Quali sono le conseguenze per lโeconomia globale della guerra commerciale in atto tra Pechino e Washington? La guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina โ le due principali potenze economiche globali โ รจ destinata ad avere ripercussioni rilevanti sullโeconomia mondiale. Lโimposizione di dazi statunitensi fino al 145%, a cui la Cina ha risposto con contromisure tariffarie (al 125%) e contromisure su tecnologie strategiche e materie prime critiche, come le terre rare, mette sotto pressione le catene globali del valore. Le conseguenze sono giร osservabili: lโaumento dei costi per le imprese si traduce in una pressione al rialzo sui prezzi finali per i consumatori. Parliamo di beni ad ampia diffusione come smartphone, abbigliamento o automobili. Lโinflazione, da poco sotto controllo, torna quindi a essere un tema centrale nel dibattito economico. Quanto allโimpatto sul commercio internazionale, formulare previsioni precise in questa fase รจ prematuro. Tuttavia, una contrazione โ seppur ancora da quantificare โ รจ un esito plausibile, anche solo per effetto dellโincertezza. E lโincertezza รจ notoriamente una delle condizioni piรน penalizzanti per lโeconomia. Da un lato, puรฒ spingere i consumatori a rallentare i consumi; dallโaltro, puรฒ paralizzare le decisioni strategiche delle imprese, che si trovano in bilico tra investire, delocalizzare o attendere. Sul fronte delle due superpotenze, la Cina comunica fiducia e stabilitร . Ha diversificato i propri mercati di sbocco, rafforzando i legami con lโAsia, lโAfrica e lโAmerica Latina. Tuttavia, il ruolo delle esportazioni verso economie ad alto reddito resta determinante per la sua crescita. Gli Stati Uniti, pur apparendo oggi meno affidabili come partner commerciali, mantengono una posizione dominante: restano la prima potenza economica, finanziaria, militare e tecnologica globale. A fronte di questo scenario, ciรฒ che desta maggiore preoccupazione รจ la posizione dellโUnione Europea. Pur rappresentando un attore economico di rilievo, lโUE non ha la stessa forza negoziale nรฉ la stessa coesione politica delle due potenze in campo. Lโassenza di una vera unione politica โ con una governance comune e una politica estera condivisa โ limita fortemente la capacitร dellโEuropa di incidere sulle dinamiche globali. Di fatto, anche in questo contesto, lโUE agisce in modo reattivo. Non detta lโagenda, ma risponde agli stimoli esterni. Questo squilibrio strutturale indebolisce il suo peso nella definizione delle regole del commercio internazionale, rendendola esposta alle decisioni unilaterali di Washington e Pechino.
Domanda: Intanto Europa e Pechino flirtano apertamente, come mai prima dโora. Il presidente XI JINPING ha lanciato un appello allโUE ad unirsi alla Cina contro il bullismo americano, ricordando tuttavia che nessuno puรฒ vincere una guerra commerciale. A preoccupare maggiormente perรฒ รจ la crisi di fiducia nella stabilitร del sistema Paese USA che Trump ha provocato con la sua politica tariffale, oltre al clima dโincertezza che angoscia le imprese ti tutto il Mondo, Svizzera compresa. Tra Europa e Cina sarร solo un flirt o si andrร oltre? E dovremo abituarci a una nuova era di precarietร ? Lโinvito rivolto da Xi Jinping allโUnione Europea a contrastare il cosiddetto โbullismoโ americano si inserisce in una strategia chiara da parte della Cina: approfittare dellโinstabilitร generata dalle politiche tariffarie statunitensi per proporsi come interlocutore affidabile. Per lโEuropa, tuttavia, la posizione รจ delicata. Da un lato, deve preservare lโalleanza con gli Stati Uniti, fondamentale per la sicurezza e la cooperazione geopolitica. Dallโaltro, le imprese europee colpite dalle misure protezionistiche americane vedono nella Cina un mercato prioritario e un importante bacino dโinvestimenti. Al di lร delle dichiarazioni fatte anche sullโonda di una certa necessitร , non dimentichiamo che pochi mesi fa, nellโottobre 2024, Bruxelles ha deciso di imporre dazi fino al 35% sulle automobili elettriche cinesi, una mossa per proteggere lโindustria automobilistica europea dalla concorrenza a basso costo di marchi come BYD o NIO. Questa decisione riflette il timore dellโUE di perdere terreno in un settore strategico, ma ha anche irritato Pechino che ha risposto con indagini antidumping su prodotti europei come il brandy francese. Questi sviluppi mostrano come un eventuale riavvicinamento tra UE e Cina sia tuttโaltro che semplice e rappresenti un grande rischio per lโUnione Europea. Sul piano economico, una maggiore esposizione commerciale verso la Cina comporta rischi non trascurabili. La dipendenza in settori chiave โ come le tecnologie avanzate o le materie prime critiche โ potrebbe trasformarsi in una leva di pressione politica. La Cina, in passato, ha giร limitato lโesportazione di risorse strategiche come strumento di risposta alle tensioni diplomatiche. A questo si aggiunge il rischio di compromettere i rapporti con gli Stati Uniti su temi come la sicurezza e lโinnovazione. Infine, e forse rischio ancora piรน grande, lโEuropa potrebbe trovarsi schiacciata dalla Cina, una superpotenza con unโeconomia di certo non liberale e che non condivide i valori democratici dellโUE. Aumentare gli scambi senza garanzie di reciprocitร potrebbe portare a una competizione sleale, con le imprese europee penalizzate da sussidi cinesi e mancanza di accesso equo al mercato di Pechino. In un mondo dominato da due superpotenze, lโEuropa rischia di rimanere un attore secondario, costretta a navigare tra i due giganti senza poter imporre la propria visione. La Svizzera, fatte le debite proporzioni, al contrario, adotta un approccio piรน flessibile verso la Cina. ร stata il primo paese europeo a firmare un accordo di libero scambio con la Cina, siglato nel 2013 ed entrato in vigore nel 2014. Lโintesa ha contribuito a ridurre le barriere tariffarie su settori ad alta specializzazione come la farmaceutica, lโorologeria e la meccanica. ร significativo che lโintesa non includesse, per la prima volta, un preambolo esplicito sul rispetto dei diritti umani, riflettendo la prioritร svizzera di massimizzare i benefici economici senza farsi scrupoli in questioni ideologiche. Questo orientamento ha permesso alla Svizzera di costruire relazioni commerciali stabili con Pechino, a differenza dellโUE, che continua a oscillare tra la tutela dei principi e la difesa degli interessi. Ne รจ prova lโAccordo Globale sugli Investimenti (CAI) negoziato per anni e che รจ stato sospeso nel 2021 dal Parlamento Europeo a seguito di tensioni diplomatiche e divergenze sui diritti umani.
Tanto tuonรฒ che piovve. E alla fine, i dazi annunciati dal Presidente Trump sono arrivati. Non piรน minaccia, ma provvedimento. E come prevedibile, lโimpatto immediato รจ stato piรน politico-mediatico che economico (se escludiamo quello sui mercati azionari). In poche ore, si sono moltiplicate dichiarazioni confuse, talvolta contraddittorie, da parte di leader politici, ministri, esperti e commentatori. Un vero eccesso comunicativo. Una delle poche eccezioni, la presidente Karin Keller-Sutter, che, in stile tipicamente svizzero, ha preferito il silenzio fino alla conferenza stampa di giovedรฌ quando ha comunicato che la Svizzera non attuerร misure di ritorsione. Lโintroduzione di dazi selettivi ha un impatto economico che va letto con attenzione. E non basta dire che โil protezionismo porta solo disastriโ. ร una posizione ideologica, non unโanalisi. Ricordiamolo: i dazi sono imposte sullโimportazione. Fanno salire i prezzi dei beni esteri, riducono la concorrenza, spingono la produzione interna. Ma lโimpatto รจ asimmetrico e settoriale. Alcuni settori beneficiano, altri soffrono. Qualcuno guadagna, qualcuno perde. Se proteggi lโacciaio, rischi di penalizzare lโindustria dellโauto. Se aiuti il manifatturiero, alzi i prezzi al consumo. Vero, i dazi di Trump non sono frutto di unโelaborazione tecnica condivisa o di un modello economico trasparente. Sono decisioni politiche, spesso annunciate via social prima ancora che siano definite nelle modalitร applicative. Il calcolo dei costi e benefici? Ai nostri occhi, opaco. La selezione dei settori colpiti? Sembra elettorale, ma forse รจ piรน mirata di quanto appare. In apparenza, non siamo davanti a una politica industriale organica. Eppure, non tutto รจ irrazionale. Alcune imprese, anche svizzere non escludono di rilocalizzare negli Stati Uniti. Questo perchรฉ, a differenza dei cittadini, le imprese non hanno identitร territoriali. Hanno vincoli competitivi. E se il costo-opportunitร cambia, cambiano anche loro. Pensare che il libero mercato sia sempre la scelta migliore, in ogni condizione, รจ un dogma. La globalizzazione ha prodotto vantaggi enormi, ma anche squilibri che oggi nessuno puรฒ ignorare. Trump, nel suo modo disordinato, intercetta una parte di questo problema. Anche se lo fa con strumenti discutibili. Quello che serve ora non รจ la condanna morale o lโapplauso ideologico. Serve tempo. Il pallino, in questo momento, รจ nelle mani di Trump. Ma sarebbe un errore pensare che il gioco sia solo suo. Le reazioni dei partner commerciali, le dinamiche delle filiere globali, le decisioni delle imprese e il comportamento dei consumatori contribuiranno a ridisegnare la partita. Trump puรฒ muovere per primo, ma non controlla tutto il tavolo. E i dazi, per quanto rumorosi, sono solo una delle pedine.
I dati appena pubblicati sono la piรน dura delle conferme. Come ben sappiamo, come vediamo con i nostri occhi, moltissime persone in Ticino stanno male e diventano sempre piรน povere. Il confronto con il resto della Svizzera รจ impietoso. Il divario tra noi e il resto del Paese diventa ormai insuperabile.
Il Ticino ha, ancora una volta, la quota piรน alta di poveri di tutta la Svizzera. Nel 2023 in Svizzera 8 persone su 100 non avevano abbastanza soldi per vivere dignitosamente. In Ticino le persone povere sono quasi il doppio: 14 su 100. Parliamo di piรน di 49โ000 ticinesi che ogni mese sono in grande difficoltร . Se non ci fossero gli aiuti dello Stato, la situazione sarebbe ancora peggiore: quasi quattro persone su dieci rischierebbero di vivere in povertร . Ma cโรจ un altro fatto molto preoccupante: a causa del livello basso dei nostri salari anche chi lavora รจ in grave difficoltร . Piรน di un lavoratore su dieci non guadagna abbastanza per arrivare alla fine del mese ed รจ considerato sotto la soglia di povertร . Parliamo di quasi 16โ000 persone. Nel resto della Svizzera la situazione รจ meno grave, con meno di una persona su venti che lavora ma resta povera. Salari, salari, salari: questo รจ il nostro problema.
Il rischio di diventare poveri รจ molto cresciuto. Nel 2022 riguardava circa 22 persone su 100, nel 2023 siamo quasi a 28: ossia circa 100โ000 persone che sono costrette a tirare avanti con redditi bassissimi, al di sotto del 60% di quelli mediani. Di queste, ben 60โ000 guadagnano meno della metร dello stipendio che prende una persona “media”.
Da qualsiasi punto la si guardi, la situazione del Ticino รจ drammatica. Una persona su tre non riesce ad affrontare una spesa imprevista di 2โ500 franchi. Una persona su cinque non puรฒ permettersi di cambiare mobili ormai consumati. Una su dieci, almeno una volta nellโultimo anno, non รจ riuscita a pagare i premi della cassa malati o le imposte.
Non sorprende quindi che, secondo le rilevazioni, tanti ticinesi si sentano infelici, in ansia, preoccupati. ร difficile stare bene se ogni giorno devi lottare per arrivare a fine mese, se perdi il lavoro o se i tuoi figli devono trasferirsi oltre Gottardo per trovare un lavoro.
Tutto questo crea inevitabilmente sfiducia verso le istituzioni di ogni tipo: politiche, giudiziarie, culturali, mediatiche. Anche questa sfiducia รจ fotografata dall’ufficio federale di statistica. Non cโรจ da meravigliarsi: come fidarsi se sembra che nessuno stia facendo nulla per difendere i Ticinesi in difficoltร ?
Questa settimana Donald Trump ha sferrato un altro colpo: ha annunciato che dal 2 aprile saranno applicati dazi del 25% su tutte le automobili importate negli Stati Uniti. In pratica, chi vuole vendere un veicolo in America dovrร pagare molto di piรน per farlo. Lโobiettivo รจ chiaro: spingere le case automobilistiche americane a produrre di piรน in patria, e quelle estere a spostare la produzione direttamente negli USA. Ma gli effetti non sono cosรฌ semplici da prevedere.
Il primo impatto si รจ visto in borsa. Le azioni delle grandi case automobilistiche, europee e americane, sono crollate. BMW, Mercedes, Volkswagen: tutte giรน. General Motors ha perso quasi il 10% a Wall Street in un solo giorno. Perchรฉ? Perchรฉ i dazi significano costi piรน alti, vendite piรน difficili e margini ridotti.
E non parliamo solo di auto straniere. Anche molti veicoli americani vengono assemblati con pezzi importati. Se aumentano i costi di quelle componenti, aumenta anche il prezzo finale. Risultato: auto piรน care, consumatori scontenti e rischi reali per lโoccupazione.
E quando un paese alza i dazi, gli altri non stanno a guardare. Canada, Giappone e Unione Europea hanno giร annunciato contromisure. ร cosรฌ che nascono le guerre commerciali: uno colpisce, lโaltro risponde, e alla fine tutti tassano tutti.
Nel frattempo, mentre la borsa scende, lโoro sale. Quando i mercati traballano e il futuro diventa incerto, gli investitori si rifugiano nei beni piรน stabili. E lโoro รจ il rifugio per eccellenza. Risultato: ha quasi raggiunto i 3โ100 dollari lโoncia (che equivale a circa 31,1 grammi), toccando un record storico. ร come un termometro: piรน la situazione si scalda, piรน lโoro si infiamma. E adesso la febbre รจ alta.
La domanda vera รจ: funzionerร ? Trump spera di riportare lavoro nelle fabbriche americane, ma il mondo non รจ piรน quello degli anni โ80. Le catene produttive sono globali, le aziende sono collegate in tutto il mondo, e nessuno produce tutto da solo. I dazi piacciono a una parte dellโelettorato, ma non รจ detto che risolvano i problemi. Dโaltra parte, un poโ di produzione locale in piรน potrebbe non far male, nรฉ allโoccupazione nรฉ allโambiente. Come spesso succede, la ragione โ e forse anche lโefficacia โ sta nel mezzo.
Bene, ma non benissimo. Questa potrebbe essere la sintesi delle previsioni economiche appena pubblicate dalla Segreteria di Stato dellโeconomia (SECO) per questโanno e il prossimo. Rispetto a tre mesi fa, le aspettative sono leggermente peggiorate. Il prodotto interno lordo (PIL) crescerร nel 2025 dellโ1,4% (prima si parlava dellโ1,5%), mentre per lโanno prossimo il tasso salirร di poco, allโ1,6%. Nonostante lโincertezza che aleggia sui mercati e i due grandi conflitti ancora in corso, i consumi privati dovrebbero comunque crescere anche nel 2025. Lo stesso vale per la spesa pubblica: ci sarร un aumento dellโ1,7%, un poโ meno di quello di questโanno (1,9%). Un altro segnale positivo arriva dagli investimenti nelle costruzioni. Dopo anni decisamente difficili, il settore รจ cresciuto del 2,4% lโanno scorso. Questโanno si prevede un leggero rallentamento, ma si rimarrร su un buon +2,3%. E ora veniamo alle note un poโ piรน dolenti. Gli investimenti in macchinari aumenteranno dello 0,8%, ma arrivano da un 2024 in rosso: -2,6%. Questo ci dice che le prospettive degli imprenditori per il 2025 erano piuttosto negative. Ora, almeno, si intravede un piccolo miglioramento. Un discorso simile vale per le esportazioni di beni: nel 2024 la crescita รจ stata quasi nulla (+0,1%). Per il 2025, perรฒ, le stime sono decisamente piรน rosee: +3,1%. Speriamo bene. Anche le esportazioni di servizi andranno su (+2,5%), cosรฌ come le importazioni: +2,8% per i beni e +3,5% per i servizi. Tutto bello? Non proprio. Perchรฉ poi arriva la domanda chiave: tutto questo cosa significa per il mercato del lavoro? Beh, la creazione di nuovi posti rallenta: solo +0,8% questโanno, contro lโ1,3% dellโanno scorso. E questo si riflette sul tasso di disoccupazione, previsto in aumento: dal 2,4% del 2024 al 2,8%. Non una grande notizia. Un piccolo lato positivo cโรจ: i prezzi al consumo dovrebbero rimanere abbastanza stabili, con unโinflazione prevista allo 0,3%. In pratica, il nostro potere dโacquisto โ almeno in teoria โ dovrebbe restare piรน o meno intatto. E quindi, che si fa? Intanto si spera che i nostri partner commerciali, cioรจ le altre economie avanzate, crescano un poโ di piรน. Ma lโincertezza legata alla crisi commerciale e ai dazi imposti dal presidente Trump non va proprio in quella direzione. Ci consola solo una cosa: che Trump, spesso, cambia idea piuttosto in frettaโฆ
Oggi parliamo di Ticino & Lavoro, unโassociazione attiva da oltre dieci anni per chi fatica a trovare un impiego. Fondata nel 2014 da Omar Valsangiacomo e Giovanni Albertini, non si limita a dare consigli, ma offre consulenze personalizzate, formazione e contatti per chi vuole rimettersi in gioco.
Pensate a chi, dopo i 50 anni, si trova improvvisamente escluso dal mercato del lavoro, nonostante esperienza e competenze. Oppure a una madre che ha dedicato anni alla famiglia e, quando cerca di rientrare, si scontra con porte chiuse. Sono situazioni troppo comuni e spesso lasciate senza risposta.
Per dare un aiuto concreto, lโassociazione ha creato un fondo borse di studio, coprendo fino al 50% del costo di corsi di formazione, con un contributo massimo di 1โ000 franchi per beneficiario. Unโiniziativa pratica e non solo simbolica, resa possibile anche grazie ai proventi delle cariche politiche ricoperte dai membri dellโassociazione. Un segnale forte di responsabilitร sociale.
I destinatari principali sono due: i disoccupati over 50, spesso scartati dalle aziende senza un reale motivo, e le mamme che vogliono rientrare nel mondo del lavoro, ma trovano un mercato ostile alle interruzioni di carriera. Aiutare queste persone significa non solo dare una seconda opportunitร , ma anche valorizzare esperienze e talenti che rischiamo di perdere.
Sostenere questo progetto รจ un investimento nel futuro del nostro territorio. Ogni donazione aiuta a costruire un mercato piรน equo, dove contano competenze e passione, non lโetร sul CV.
Chiunque voglia contribuire puรฒ farlo direttamente sul sito ufficiale di Ticino & Lavoro (ticinoelavoro.ch), dove sono disponibili tutti i dettagli sulle modalitร di supporto e sullโIBAN per le donazioni.
Restituire a qualcuno la possibilitร di lavorare non cambia solo una vita, ma rafforza lโintera societร . Ognuno di noi puรฒ fare la differenza.
โEssere donna รจ cosรฌ affascinante. ร unโavventura che richiede coraggio, una sfida che non annoia mai. Avrai molte cose da intraprendere se nascerai donna. Per cominciare, dovrai batterti per sostenere che, se Dio esistesse, potrebbe anche essere una vecchia dai capelli bianchi o una bella ragazza [โฆ] Infine, dovrai lottare per dimostrare che dentro il tuo corpo liscio e rotondo cโรจ unโintelligenza che urla per essere ascoltata.โ [1]
La prima volta che lessi questa citazione ero molto giovane e non immaginavo che, con il tempo, sarebbe diventata una delle frasi che piรน avrebbe segnato il mio percorso. Lettera a un bambino mai nato di Oriana Fallaci compie questโanno cinquantโanni e, in questo mezzo secolo, sono stati fatti enormi progressi in materia di paritร , almeno nei nostri paesi. Certo, la strada รจ ancora lunga, ma oggi il cammino non รจ piรน solitario: donne e uomini, insieme, stanno costruendo una societร nuova. E il cambiamento si riflette anche nel mondo del lavoro.
Gli ultimi dati dellโUfficio federale di statistica confermano quanto il panorama lavorativo sia mutato negli ultimi trentโanni. Nel 1991, il tasso di attivitร femminile tra i 15 e i 64 anni era del 68,2%; oggi รจ salito allโ80,8%, segno di una partecipazione sempre piรน ampia. Lโincremento piรน rilevante riguarda le donne tra i 55 e i 64 anni, il cui tasso di occupazione รจ passato dal 44% al 72%. Anche le altre fasce dโetร hanno registrato aumenti significativi, con lโunica eccezione delle piรน giovani (15-24 anni), dove il dato รจ calato, probabilmente perchรฉ si prolunga la formazione e si accede piรน tardi al mercato del lavoro. Parallelamente, il tasso di attivitร degli uomini รจ leggermente diminuito, avvicinando sempre piรน la presenza femminile e maschile nel mondo professionale.
Inoltre, pur persistendo differenze importanti, cresce il numero di uomini e donne che scelgono un impiego a tempo parziale, segno di unโattenzione condivisa verso un miglior equilibrio tra vita professionale e privata.
Un altro dato incoraggiante riguarda le posizioni dirigenziali: le donne tra i 25 e i 39 anni sono oggi le piรน rappresentate in questi ruoli. Sebbene la presenza femminile in tali posizioni sia ancora limitata al 37,4%, la tendenza dimostra che le nuove generazioni stanno conquistando sempre piรน spazio.
Osservando il quadro generale, emerge una volontร diffusa โ anche tra gli uomini โ di riequilibrare il rapporto tra carriera e vita privata. Crediamo proprio che questo possa essere un punto comune su cui continuare a lavorare.
Come detto, il traguardo della piena paritร non รจ ancora raggiunto, ma รจ fondamentale riconoscere i progressi compiuti. Solo valorizzando questi risultati potremo continuare ad avanzare, con determinazione, verso lโobiettivo finale.
Pubblicato da LโOsservatore, 08.03.2025
[1] O. Fallaci, Lettera a un bambino mai nato, Rizzoli, Milano 1975
Skype sta per scomparire. Come spesso accade nel mondo della tecnologia, anche le innovazioni piรน rivoluzionarie, se non continuamente sviluppate, finiscono per essere superate e dimenticate. Probabilmente i piรน giovani non conoscono Skype, mentre chi appartiene alla mia generazione ricorda bene il suo impatto. Lanciato nel 2003, ha rivoluzionato la comunicazione permettendo chiamate web gratuite e illimitate. Il suo successo si basava sulla combinazione di due tecnologie: il VoIP, giร esistente, e il Peer-to-Peer. I suoi creatori avevano trovato un modo per eliminare gli operatori telefonici, consentendo chiamate dirette da computer a computer. Per la prima volta, milioni di persone nel mondo potevano parlare gratuitamente con unโottima qualitร audio, purchรฉ avessero una connessione a Internet. Nel primo mese, Skype contava giร un milione di utenti, saliti a sei milioni in sei mesi e arrivati nel tempo fino a trecento milioni complessivi (oggi si stima siano molti meno i fruitori di questo servizio). Nel 2005, eBay acquistรฒ Skype per 2,5 miliardi di dollari (2,2 miliardi CHF), ma senza ottenere i risultati sperati. Nel 2009, il servizio fu venduto a un gruppo di investitori privati. Nel frattempo, furono introdotte nuove funzionalitร , come la possibilitร di chiamare numeri fissi e mobili a basso costo e le chat di gruppo fino a 100 partecipanti. Caspita, Skype aveva anticipato strumenti oggi di uso comune come Teams e Zoom. Eppure, un anno dopo il lancio della sua funzione di videoconferenza, il servizio iniziรฒ a mostrare segni di declino. Lโidea era vincente, ma lโesecuzione non fu allโaltezza. Nel 2011, Microsoft acquistรฒ Skype per 8,5 miliardi di dollari (7,7 miliardi CHF) con lโintento di integrarlo in Windows. Tuttavia, la piattaforma non raggiunse mai il successo sperato. Nel 2017, Microsoft lanciรฒ Teams che oggi รจ diventato uno degli strumenti piรน usati per lavoro e comunicazione, soprattutto dopo il boom durante il lockdown. Nel frattempo, altre soluzioni come FaceTime, WhatsApp e Telegram hanno contribuito a rendere obsoleto Skype. Ed ecco giungere la notizia che forse potevamo aspettarci: in questi giorni sembra che Microsoft ha annunciato proprio sulla piattaforma di Skype che sarร definitivamente dismesso a partire da maggio, invitando gli utenti a passare a Teams. Il progresso tecnologico รจ spietato: un prodotto puรฒ essere leader di mercato per anni, ma se non si evolve, viene superato da alternative migliori. Per la maggior parte di noi, la fine di Skype non cambierร nulla, visto che usiamo giร altre piattaforme. Ma per chi lโha vissuto nel suo periodo dโoro, resterร un pizzico di nostalgia: Skype ha segnato una vera e propria rivoluzione nella comunicazione digitale.
Secondo le prime stime, nel 2024 il Prodotto Interno Lordo (PIL) svizzero รจ cresciuto dello 0,8%. Tuttavia, lo stesso comunicato della Segreteria di Stato dellโeconomia (SECO) evidenzia che il PIL pro capite รจ diminuito dello 0,2%. Comโรจ possibile che questi due dati, allโapparenza contraddittori, coesistano?
Ricordiamo che il PIL rappresenta il valore totale dei beni e servizi prodotti in un territorio in un anno, corrispondente ai redditi generati da questa produzione. ร uno degli indicatori principali del benessere economico di una nazione. Analizzando il dato aggregato dellโeconomia svizzera, la crescita dello 0,8% risulta nettamente inferiore alla media storica dellโ1,8% registrata dal 1981 e al tasso di crescita potenziale stimato. Considerando il contesto economico europeo โ da cui la Svizzera dipende in parte per le esportazioni โ e il recente aumento dei prezzi, questo rallentamento era prevedibile.
Quello che sorprende, e che desta maggiore preoccupazione, รจ la contrazione dello 0,2% del PIL pro capite. Ma cosa significa esattamente questo dato? Il PIL pro capite si ottiene dividendo il PIL totale per il numero di abitanti: รจ quindi un indicatore del benessere medio disponibile per ogni cittadino. Se il PIL aggregato cresce ma il PIL pro capite diminuisce, significa che lโincremento economico non รจ stato sufficiente a compensare lโaumento della popolazione e del progresso tecnologico.
La teoria economica ci aiuta a chiarire questo apparente paradosso. Per mantenere stabile il benessere medio della popolazione, la crescita del PIL deve almeno eguagliare lโaumento demografico e i miglioramenti di produttivitร legati al progresso tecnologico. In altre parole, se la โtortaโ complessiva cresce meno rapidamente del numero di persone che devono dividerla, la fetta media a disposizione di ciascuno si riduce. Lo stesso vale quando la produzione aumenta grazie alla tecnologia: il PIL deve espandersi di pari passo per mantenere inalterato il benessere individuale.
Nel 2024, il PIL nazionale รจ effettivamente aumentato, ma non abbastanza da garantire ai cittadini lo stesso livello medio di benessere dellโanno precedente.
Dobbiamo preoccuparci? La diminuzione del PIL pro capite non รจ certo un segnale positivo, ma finchรฉ si tratta di un episodio isolato e non di una tendenza consolidata, non cโรจ motivo di allarmarsi. Tuttavia, โdormire sonni tranquilliโ non significa trascurare i segnali di rallentamento: รจ fondamentale continuare a monitorare la situazione e agire con lungimiranza per rafforzare la crescita futura. Detto altrimenti: non dormiamo sugli allori.
Anche nel mese di gennaio, lโinflazione in Europa ha confermato la sua tendenza, se non al ribasso, quantomeno verso una relativa stabilitร . In Spagna, per esempio, lโaumento dei prezzi ha rallentato: +0,2% su base mensile e +2,9% su base annuale, rispetto al mese precedente che segnava +0,5% e +2,8%. In Germania, addirittura, si รจ registrata una riduzione su base mensile (-0,2%), con un incremento annuale del +2,3%. In Italia, invece, la crescita รจ stata dello 0,6% su base mensile e dellโ1,5% su base annuale. Anche negli Stati Uniti, dove si รจ osservata unโaccelerazione che ha spinto a ipotizzare uno slittamento del prossimo taglio dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve, lโaumento rimane contenuto: +0,5% mensile e +3% annuale. Il quadro internazionale suggerisce dunque che lโondata inflazionistica potrebbe presto diventare solo un ricordo. E in Svizzera? I dati appena pubblicati mostrano che lโindice dei prezzi al consumo รจ diminuito dello 0,1% rispetto al mese precedente e aumentato solo dello 0,4% su base annuale. Lโobiettivo di mantenere lโinflazione sotto il 2% รจ ampiamente raggiunto. Analizzando i beni e i servizi consumati (escludendo le assicurazioni, come quelle sanitarie, e le imposte), emerge che il prezzo dei prodotti importati รจ diminuito rispetto a un anno fa (-1,5%), mentre quello dei beni indigeni รจ aumentato dellโ1%. Tra i prodotti che hanno registrato cali significativi troviamo lโelettricitร , i personal computer, i servizi alberghieri e i trasporti aerei. Su base mensile, i prezzi degli indumenti e delle calzature sono scesi grazie ai saldi stagionali. Allโopposto, si รจ osservato un aumento nel settore alberghiero, nel noleggio di veicoli personali e in alcuni generi alimentari. Tra questi ultimi, spiccano gli aumenti su base mensile delle patate e dei vini spumanti (entrambi quasi +12%), oltre a quelli di gelati e cioccolato. Proprio questโultimo รจ stato oggetto di una nostra recente newsletter: i dati confermano che, rispetto a gennaio 2024, il suo prezzo รจ aumentato del 10,5%, principalmente a causa di unโofferta ridotta per via di condizioni climatiche sfavorevoli. LโUfficio federale di statistica ha inoltre aggiornato la composizione del paniere dellโindice dei prezzi al consumo, il cosiddetto โcarrello della spesa medioโ degli svizzeri. Rispetto allโanno scorso, la spesa per quasi tutte le voci ha visto una lieve riduzione (ad esempio, i prodotti alimentari e le bevande analcoliche pesano ora per il 10,366%, contro il 10,870% dellโanno scorso). In compenso, รจ aumentata lโincidenza della spesa per il tempo libero e la cultura (oggi allโ8,875%) e, soprattutto, quella per lโabitazione e lโenergia, che รจ passata dal 25,254% al 27%. Un dato che non sorprende chi affronta quotidianamente i costi della vita reale. Chi dovrร invece fare i conti con la realtร economica in modo ancora piรน diretto รจ proprio lโUfficio federale di statistica. In questi giorni, attraverso un comunicato stampa, ha annunciato la riduzione di alcuni servizi a causa delle misure di risanamento imposte dai tagli decisi dal Parlamento. Resta da sperare che, ancora una volta, non siano i dati relativi al Canton Ticino e alla Svizzera italiana a pagare il prezzo piรน alto.
Il settore bancario italiano รจ in piena trasformazione. Qualche settimana fa, il Monte dei Paschi di Siena (MPS) ha annunciato lโintenzione di acquisire il controllo di Mediobanca per creare un nuovo gruppo, che diventerebbe il terzo polo bancario italiano dopo Intesa Sanpaolo e UniCredit. Lโoperazione avverrebbe tramite unโofferta pubblica di scambio (Ops) del valore di 13,3 miliardi di euro (circa 12,7 miliardi CHF). Agli azionisti di Mediobanca sono state offerte 2,3 azioni del nuovo istituto di credito per ogni azione posseduta. Questo tipo di operazione prevede solitamente un premio rispetto al valore di mercato delle azioni coinvolte: in questo caso, il guadagno รจ stato stimato intorno al 5% rispetto al valore di Borsa di Mediobanca. Se si guarda alla capitalizzazione di mercato โ un indicatore chiave del valore economico e della soliditร di una banca โ il nuovo gruppo avrebbe una capitalizzazione di circa 19 miliardi di euro, posizionandosi al terzo posto in Italia dopo Intesa Sanpaolo (70 miliardi) e UniCredit (61 miliardi). Al quarto posto si troverebbe FinecoBank, con una capitalizzazione di circa 9 miliardi di euro. Se non fosse cheโฆ Proprio in queste ore, Bper Banca (ex Banca Popolare dellโEmilia-Romagna) ha lanciato unโofferta pubblica di scambio per acquisire almeno il 50% +1 azione della Banca Popolare di Sondrio, diventandone cosรฌ lโazionista di controllo. Lโoperazione vale circa 4,3 miliardi di euro, e prevede lo scambio di 1,45 azioni di Bper per ogni titolo della Popolare di Sondrio. Lโamministratore delegato di Bper ha motivato lโofferta con la necessitร di rispondere ai cambiamenti del mercato e proteggere il proprio gruppo bancario. Lโacquisizione porterebbe alla nascita di un nuovo gruppo con una capitalizzazione di circa 10 miliardi di euro. Un dettaglio significativo รจ che il principale azionista di entrambe le banche con una quota del 20% รจ Unipol, uno tra i maggiori gruppi assicurativi italiani. Anche nel caso dellโ offerta pubblica di scambio lanciata da MPS su Mediobanca il legame con il settore assicurativo รจ evidente: Generali detiene circa il 47% della capitalizzazione di Mediobanca. Infine, da segnalare che il cosiddetto “risiko bancario” non riguarda solo lโItalia, ma coinvolge anche istituti internazionali come Crรฉdit Agricole e Commerzbank. E in Svizzera? Per il momento, il settore bancario svizzero appare relativamente stabile, anche se di recente abbiamo assistito alla fine di Credit Suisse e alla nascita di una UBS ancora piรน grande. Tuttavia, รจ improbabile che il nostro mercato resti immune dalle dinamiche di concentrazione che stanno caratterizzando il comparto bancario e assicurativo a livello internazionale. Nel frattempo, speriamo che queste trasformazioni non ricadano sui collaboratori. Purtroppo, la recente ondata di licenziamenti annunciati da Julius Baer ci ricorda che spesso sono i dipendenti a pagare il prezzo delle grandi operazioni finanziarie. A loro e alle loro famiglie va la nostra massima solidarietร .
I dati recenti confermano quanto giร previsto: lโeconomia europea sta attraversando una fase di stagnazione. La crescita del PIL nel quarto trimestre รจ quasi nulla (+0,1%) e il quadro appare diviso. Da un lato, Germania (-0,2%), Francia (-0,1%) e Irlanda (-1,3%) registrano un calo, mentre Austria e Italia restano ferme. Dallโaltro, Spagna (+0,8%), Portogallo (+1,5%) e Lituania (+0,9%) mostrano segni di vitalitร , con Belgio ed Estonia in lieve crescita (+0,2% e +0,1%).
Nonostante questi dati positivi, il rallentamento delle maggiori economie europee รจ un segnale allarmante. Germania, Francia e Italia sono i motori dellโUnione, e un loro indebolimento rischia di avere ripercussioni piรน ampie, non solo sulla crescita, ma anche sullโoccupazione, che mostra segnali altrettanto preoccupanti. Probabilmente รจ stata proprio questa situazione a spingere la BCE a tagliare i tassi dโinteresse di 25 punti base, portandoli tra il 2,75% e il 3,15%.
Ma questa misura sarร sufficiente a rilanciare lโeconomia? Difficilmente. Il contesto globale si muove a una velocitร che lโEuropa fatica a seguire. Le istituzioni comunitarie mostrano lentezza e incertezza non solo nella politica monetaria, ma anche in settori strategici come la tecnologia e la transizione energetica. Il ritardo nel settore dei microchip, la dipendenza dalle big tech americane, i dubbi sulla sostenibilitร delle politiche green e il mancato coordinamento sulle nuove frontiere dellโintelligenza artificiale sono solo alcuni esempi della difficoltร europea nel rispondere alle sfide del presente.
E mentre lโEuropa arranca, negli Stati Uniti Donald Trump, da poco rieletto piรน che sulle misure economiche tradizionali (proprio in questi giorni la Federal Reserve ha rinunciato a modificare i tassi di interesse), ha puntato su una strategia basata sulle minacce di dazi. Lโultimo caso riguarda la Colombia, minacciata di tariffe al 25%, poi innalzabili al 50%, dopo il rifiuto iniziale di accogliere due voli con migranti colombiani da rimpatriare. Ma non รจ un episodio isolato: fin dal suo ritorno alla Casa Bianca, Trump ha sfruttato il ricatto commerciale per ottenere vantaggi non solo economici, ma soprattutto politici. E il piรน delle volte ha funzionato.
Quanto potrร durare questa strategia? Difficile dirlo, ma il dato certo รจ che gli Stati Uniti restano, e rimarranno ancora per anni, la prima potenza mondiale, mentre lโUnione Europea appare sempre piรน fragile e incapace di contrastare le mosse americane. Non solo sul piano economico, ma anche su quello geopolitico. Basti pensare alla Groenlandia, terra ricca di petrolio, gas naturale e terre rare, che da tempo รจ nei radar di Trump. Un segnale, lโennesimo, di quanto lโEuropa rischi di restare spettatrice in un mondo in continua evoluzione.
Articolo pubblicato da LโOsservatore, 01.02.2025
Tassi in discesa, parla l’economista Amalia Mirante che avverte: ยซAttenzione perchรฉ risparmio non รจ solo speculazioneยป
LUGANO – Soldi in banca sempre meno redditizi, dopo la discesa dei tassi di interesse registrata a gennaio sui conti risparmio. A evidenziarlo, ieri, unโanalisi condotta e pubblicata da Moneyland.ch i cui esperti hanno consigliato ai clienti delle banche di ยซconfrontareยป le condizioni dei conti e di ยซconsiderare alternativeยป.
Ci chiediamo cosa ci sia dietro alla breve durata del rialzo della remunerazione dei conti, oltre alla riduzione del tasso guida da parte della Banca nazionale svizzera (BNS) e alle singole scelte delle banche.
ยซLa spiegazione รจ, a mio avviso, molto piรน semplice di quanto si possa pensareยป, spiega Amalia Mirante, economista e docente universitaria. ยซAnche le banche, per rimanere sostenibili, devono chiudere i conti in equilibrio. Non possono, infatti, offrire ai risparmiatori interessi superiori a quelli che incassano da chi prende denaro in prestito. Se una banca applica un tasso dell’1% sulle ipoteche, non potrร riconoscere ai risparmiatori un tasso maggiore. Anzi, oltre agli interessi, deve coprire numerosi altri costi, come il personale, la gestione degli immobili e le spese operative. Infine, รจ importante ricordare che i conti di risparmio offrono un rischio pressochรฉ nullo, almeno per depositi inferiori ai 100 mila franchiยป.
Amalia Mirante, oggi in media per un conto di un adulto si riceve al momento lo 0,35%, a fronte dello 0,50% di fine 2024 e dello 0,80% di fine 2023. ร un calo che ci deve preoccupare? ยซIn effetti, puรฒ essere una fonte di preoccupazione anche per lโeconomia. Si stima che un tasso di interesse sano a livello macroeconomico dovrebbe aggirarsi tra il 2 e il 3%, non solo per remunerare il capitale in maniera corretta, ma anche per garantire che le politiche monetarie abbiano successoยป.
Il direttore di Moneyland.ch ha ipotizzato che ยซgli interessi sui risparmi scenderanno ulteriormente nel corso di quest’annoยป, dobbiamo cambiare qualcosa nel nostro approccio al risparmio a basso rischio? ยซNon penso. Le ragioni che ci portano a risparmiare non sono solo di natura “speculativa”, anzi. Mi riferisco alla necessitร di accumulare dei risparmi per acquisti di beni durevoli (automobili), al motivo precauzionale che ci spinge a tutelarci da possibili emergenze finanziarie e al desiderio di trasmettere capitale ai nostri figli: sono solo alcune delle ragioni che spiegano la nostra volontร di risparmiareยป.
A chi vuole lasciare il suo denaro su un conto risparmio, gli esperti consigliano di confrontare le offerte tra i vari istituti. ยซFare i confronti tra diversi istituti รจ una buona idea, tuttavia, oltre al rendimento sul conto risparmio, รจ sempre importante tenere conto del rapporto di fiducia che si ha con la propria banca. Proprio questa, insieme ai possibili costi e alla possibilitร di avere servizi quasi personalizzati, parrebbe essere una delle ragioni che tratterebbe gli svizzeri dal cambiare bancaยป.
Per avere rendimenti superiori dobbiamo per forza accettare rischi maggiori e pensare a un portafoglio azionario diversificato? ยซSono una economista “vecchio stile” che ritiene che la fonte primaria di guadagno per la maggior parte delle persone sia il lavoro. Non esistono guadagni facili: per far rendere il proprio patrimonio “solo” grazie al trascorrere del tempo, meglio affidarsi agli esperti del settore, ricordando tuttavia, che piรน aumenta il rendimento piรน aumentano i rischi. La domanda che mi faccio come piccola risparmiatrice รจ se vale davvero la pena di correre il rischio di perdere i risparmi fatti con sacrificio per un piccolo incremento di redditivitร ยป.
Intervista di Paolo Contangelo, pubblicata su Ticinonline e 20minuti che ringraziamo
Lโanno sta volgendo al termine e quindi non potevamo proprio evitare di parlareโฆ dellโoroscopo! Ma naturalmente intendiamo quello economico, quindi delle previsioni per il prossimo anno.
In realtร , purtroppo giร i dati di avvicinamento alla fine dellโanno non sono di buon auspicio: abbiamo letto, per esempio, che le esportazioni svizzere nel mese di novembre sono rallentate fortemente. Abbiamo anche visto che molti istituti prevedono per questโanno che le famiglie spenderanno meno nel periodo natalizio e questo vuol dire che ci sarร un aumento dei consumi, ma meno forte rispetto a quello dellโanno scorso. Anche sul fronte dei salari, gli aumenti prospettati per lโanno prossimo non per forza compenseranno lโaumento dei prezzi, anche se fortunatamente questo dovrebbe essere contenuto (+0.3%).
Anche alla luce di questi fatti, la Segreteria di Stato dellโeconomia (SECO) ha rivisto al ribasso il tasso di crescita del prodotto interno lordo (PIL) sia per questo 2024 (dallโ1.2% allo 0.9%) che per il prossimo anno (dallโ1.6% allโ1.5%). Tra i fattori di maggiore incertezza, il gruppo di esperti cita la situazione del commercio internazionale che potrebbe subire rallentamenti importanti a seguito dellโelezione di Donald Trump vista la sua politica piuttosto protezionista tesa a tutelare il mercato americano. Ma anche i conflitti in Medio Oriente e in Ucraina aumentano lโinstabilitร economica.
In Svizzera sarร ancora il consumo delle famiglie (+1.6%) a trainare la crescita del PIL, mentre la spesa pubblica crescerร sรฌ dellโ1.2%, ma meno di questโanno (1.8%). Il settore delle costruzioni dovrebbe proseguire il suo trend positivo (+2.3%), mentre il rallentamento economico รจ confermato anche da una crescita piuttosto modesta degli investimenti in beni di equipaggiamento, quindi in macchinari e strumenti per la produzione (+1.0%). Sul fronte delle esportazioni alle possibili politiche protezioniste si aggiunge la modesta crescita dellโeconomia europea e in particolare di quella tedesca. A tal proposito, proprio poche ore fa la Volkswagen รจ riuscita a trovare un accordo con i sindacati per la riduzione di 35โ000 posti di lavoro.
Tutto questo clima di incertezza farร sรฌ che lโeconomia elvetica non crescerร abbastanza per mantenere stabile il tasso di disoccupazione che aumenterร per lโanno prossimo al 2.7%. Vediamo quindi che pur non essendo in una situazione di crisi economica, la fase di crescita rimane piuttosto contenuta. E come sempre succede in questi casi, la preoccupazione degli economisti non sta tanto nella fissazione sulla crescita del PIL, quanto sulle conseguenze in termini di posti di lavoro e di salari versati. La nostra economia si fonda ancora principalmente per la maggioranza delle persone sul reddito da lavoro e se viene a mancare questo, vengono a mancare le condizioni per una vita dignitosa.
Detto ciรฒ, il Natale รจ un periodo di speranza, per cui il nostro augurio รจ che in questo caso gli esperti della SECO prendano una bella cantonata e che il PIL torni a crescere in maniera soddisfacente.
Come stanno le principali economie industrializzate? Ci sarร qualche bel regalo sotto lโalbero di Natale o i pacchi resteranno vuoti?
I dati sullโinflazione, nonostante un leggero aumento a novembre, restano rassicuranti. Negli Stati Uniti lโindice dei prezzi al consumo su base annua รจ salito al 2.7%, nellโEurozona al 2.3%, mentre in Svizzera si attesta allo 0.7%. Questiย ultimiย sono ben lontani dai picchi del 3.5% dellโagosto 2022 o del 3.4% di febbraio 2023.
Lโottimismo sui prezzi ha spinto la Banca Nazionale Svizzera (BNS) e la Banca Centrale Europea (BCE) a ridurre i tassi di interesse di riferimento. La BCE ha tagliato di 0.25 punti percentuali, portandoli tra il 3% e il 3.4%. La BNS ha invece sorpreso con una diminuzione di 0.5 punti, fissando il tasso allo 0.5%. Questa mossa potrebbe anche mirare a frenare la forza del franco svizzero, ancora troppo elevata perย non penalizzareย le esportazioniย e il turismo. Alcuni analisti non escludono un ritorno ai tassi negativi entro la fine del prossimo anno, anche se รจ bene rimanere prudenti, considerata la volatilitร del contesto economico globale. Anche la Federal Reserve, attesa alla sua prossima riunione, potrebbe seguire questa tendenza di ribasso.
Se i cittadini possono beneficiare dei tassi piรน bassi, i dati sulla crescita del Prodotto Interno Lordo (PIL) lasciano meno spazio alla soddisfazione. Negli Stati Uniti, il PIL del terzo trimestre ha registrato un solido +2.8%, confermando la ripresa dellโeconomia americana. LโEurozona e la Svizzera, invece, arrancano: il PIL europeo รจ aumentato di appena lo 0.4%, mentre quello svizzero si ferma a un modesto +0.2%.
Per il 2025, le previsioni non sono molto migliori: lโUnione Europea dovrebbe crescere attorno allโ1.1%, mentre la crescita Svizzera รจ attesa tra lโ1.1% e lโ1.5%. Il quadro resta fragile, influenzato da fattori come i conflitti in Ucraina e in Medio Oriente, i rincari energetici e le tensioni commerciali, che continuano a gravare sulle economie occidentali.
Sul fronte occupazionale, il terzo trimestre mostra una certa stabilitร . Lโoccupazione europea รจ cresciuta dello 0.2% su base trimestrale, mentre in Svizzera lโaumento su base annua รจ stato dello 0.3%. Tuttavia, non mancano segnali di allarme: il tasso di disoccupazione รจ tornato a salire sia negli Stati Uniti sia in Svizzera nellโultimo mese.
Tirando le somme, cosa possiamo augurarci per questo periodo natalizio?ย In uno scenario ideale, i consumatori potrebbero ritrovare fiducia, contribuendo a sostenere i consumi. Ma รจ evidente come lโincertezza economica e il costo della vita spingano molti a una maggiore prudenza. Auguriamoci che il 2025 porti una ventata di ottimismo e un ritorno a condizioni economiche piรน favorevoli. Del resto, il periodo delle festivitร dovrebbe essere unโoccasione per guardare al futuro con un pizzico di speranza.
Il peggior nemico per chi fa impresa รจ senza dubbio lโincertezza. E se รจ vero che fortunatamente il periodo di grande inflazione sembra essere passato, lo stesso non possiamo dire per gli altri fattori che impattano sulle aspettative degli imprenditori e su quelle dei consumatori. Tra questi, i conflitti e le tensioni geopolitiche che, anzichรฉ ridursi, aumentano. Un anno fa non avremmo mai immaginato la situazione creatasi in Medio Oriente, eppure ora รจ una triste realtร .
Ma non possiamo attribuire lโincertezza economica esclusivamente a fattori che sono al di fuori del nostro controllo, come le guerre. Pensiamo, per esempio, al ruolo fondamentale che giocano le decisioni politiche nellโinfluenzare i mercati e nel dirigere i sistemi economici verso la crescita o la crisi. Qualche anno fa sullโonda dellโeuforia dei movimenti legati al cambiamento climatico, la maggioranza degli Stati europei ha deciso di accelerare la transizione energetica, spingendo da una parte i consumatori a modificare le loro abitudini attraverso incentivi e, dallโaltra, obbligando i produttori, attraverso una serie di leggi, a cambiare i loro processi produttivi. Ma il mercato non รจ cosรฌ facile da amministrare e una volta finite le misure di โdopingโ, torna al suo equilibrio.
Purtroppo, quindi, spesso la realtร non va nella direzione dei nostri desideri. E cosรฌ, a distanza di qualche anno troviamo nazioni che erano le locomotive europee e che trascinavano la crescita del vecchio continente che arrancano faticosamente. Il caso della Germania รจ un esempio eclatante. Prima la decisione di bloccare l’approvvigionamento di gas russo e poi il crollo del mercato delle automobili elettriche hanno messo in ginocchio il Paese. Se รจ vero che lโUnione Europea non ha alcuna responsabilitร per lโinvasione russa, ha invece molte responsabilitร per le scelte riguardanti le sanzioni applicate come pure per le decisioni di vietare la vendita di automobili a combustibile fossile a partire dal 2035. Entrambi i provvedimenti hanno avuto un impatto determinante sulla crisi tedesca.
Oggi, le imprese, soprattutto le multinazionali, sembrano aver imparato la lezione e dubitano della capacitร degli Stati di garantire la stabilitร e la sicurezza di cui necessitano. Questo spiega le recenti decisioni di colossi come Google, Amazon e Microsoft di bypassare i governi in materia di approvvigionamento energetico. Le loro soluzioni sono chiare: progettano e costruiscono impianti privati, spesso legati all’energia nucleare. Questa รจ la loro risposta all’incapacitร dei governi di fornire un approvvigionamento energetico sicuro ed economico. Pur comprendendo le ragioni delle aziende, รจ impossibile non essere preoccupati. In un mondo che corre a velocitร vertiginose, come dimostrano i progressi nell’intelligenza artificiale, i governi sembrano incapaci di stare al passo. Non riescono piรน a dominare quei settori strategici che sono vitali per la sicurezza, la prosperitร e la sovranitร di una nazione. Questo ritardo rischia di lasciare il destino degli Stati nelle mani di attori privati, mettendo in discussione il loro ruolo fondamentale, non solo per i cittadini, ma anche per la maggior parte delle aziende, che non hanno la capacitร di agire come le multinazionali.
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Pubblicato nella rivista INFOpmi – gold Edition 2024
Negli ultimi giorni si รจ molto discusso di Jaguar, il prestigioso marchio automobilistico britannico, che ha deciso di rivoluzionare la propria identitร . Per scoprire i nuovi modelli, perรฒ, bisognerร attendere il 2 dicembre, data in cui saranno presentati in anteprima in Florida.
A catturare lโattenzione รจ il radicale cambio nellโidentitร visiva del brand. Il nuovo logo abbandona il simbolo iconico del giaguaro, sostituito da due “J” simmetriche racchiuse in un cerchio, mentre i tradizionali colori britannici, bianco e grigio, lasciano spazio a toni piรน vivaci come giallo, rosso e blu. I designer definiscono questa evoluzione come unโespressione di โmodernismo esuberanteโ.
La scelta segna un taglio netto con il passato, riflettendo la transizione del marchio verso una produzione esclusivamente elettrica, abbandonando i motori a combustione fossile. Tuttavia, questa decisione non รจ priva di critiche: molti la considerano audace, soprattutto in un mercato dellโauto elettrica ancora in assestamento, se non in una vera e propria crisi.
Lo scetticismo deriva anche dallโabbandono del giaguaro, simbolo storico del marchio e del settore automobilistico. Dal punto di vista economico, cambiamenti cosรฌ radicali possono essere coraggiosi, ma non sempre portano al successo, soprattutto se rischiano di confondere la missione aziendale con il desiderio di trasmettere ideali.
Un esempio recente รจ Harley-Davidson, che ha deciso di ridimensionare lโimpegno nelle politiche โDEIโ (Diversity, Equity, Inclusion). Pur senza rinunciare a principi di inclusione, lโazienda ha ascoltato il malcontento di una parte della clientela storica poco favorevole a iniziative percepite come lontane dalla tradizione del brand (corsi obbligatori per dipendenti per sensibilizzare sulla comunitร LGBT, partecipazioni e sponsorizzazioni a eventi Pride). Un caso simile ha riguardato un anno fa Bud Light, che ha subito un crollo delle vendite, veri e propri boicottaggi e una perdita in borsa di 4,5 miliardi di dollari dopo una controversa campagna pubblicitaria con la influencer transgender Dylan Mulvaney. Il brand รจ poi tornato sui suoi passi con uno spot dal taglio piรน patriottico.
Anche nella polemica attuale su Jaguar cโรจ chi, soprattutto sui social (i media mainstream tendono a essere sempre un poโ in ritardo nel percepire le tendenze), ha richiamato alla memoria la recente pubblicitร della Volvo EX90 (vedi sotto) che ha scelto una narrazione piรน โtradizionaleโ raccontando le emozioni di una famiglia che si prepara ad accogliere una figlia. Il tutto sotto lo slogan โPro Lifeโ. I 4 minuti appaiono veramente molto ben fatti e toccanti: alcuni lo hanno giร definito un piccolo capolavoro.
Non sappiamo come finirร la battaglia degli spot pubblicitari, quel che รจ certo รจ che i consumatori chiedono alle aziende di concentrarsi prima di tutto sulla qualitร dei prodotti che acquistano, riservando a un secondo momento la rappresentazione di valori e ideali. E tutto questo senza mai voler essere educati.
Nessuno ama parlare di disoccupazione, sottoccupazione e povertร , tanto meno chi governa il Paese. โLassรนโ si preferiscono narrazioni rasserenanti. Si racconta di un Cantone Ticino innovativo e allโavanguardia dove poli di eccellenza nascono come funghi. Una piccola Silicon Valley pronta a partire alla conquista del mondo. Sfortunatamente, la realtร รจ ben diversa. Proprio ieri mattina sono arrivati i dati della disoccupazione nel Cantone Ticino calcolata secondo il metodo dellโorganizzazione internazionale del lavoro (ILO). Questa stima poggia su basi statistiche: include le persone che non hanno un lavoro e lo stanno ancora cercando. Differisce dalla disoccupazione โufficialeโ della Segreteria di Stato dellโeconomia (SECO) che si limita a contare gli iscritti presso gli Uffici Regionali di Collocamento (URC). Non tutti i disoccupati sono iscritti, come sapete bene. Le nostre autoritร preferiscono la statistica SECO anche perchรฉ permette di raccontare una storia tranquillizzante: il canton Ticino avrebbe un tasso di disoccupazione bassissimo, 2.4%: โsoloโ 4โ000 disoccupati. Eppure, la nostra realtร , quella che vediamo attorno a noi, appare molto diversa: chiunque di noi conosce vicini che non trovano lavoro, hanno figli o figlie che faticano a inserirsi, lavoratori esperti licenziati che non riescono a ricollocarsi. Autoritร ed esperti dicono che si tratti di una percezione. Ma non lo รจ. I dati ILO confermano che quello che le persone sentono sulla loro pelle corrisponde alla realtร . Queste cifre ci dicono che in Ticino le persone disoccupate in cerca di un lavoro e disposte a lavorare sono oltre 13โ200. Il tasso di disoccupazione รจ al 7.3%, ben tre volte il dato della SECO. Per trovare un numero cosรฌ alto di persone disoccupate, dobbiamo tornare al periodo Covid. Solo chi รจ in mala fede puรฒ sorprendersene: basterebbe guardare ai dolorosi licenziamenti e ristrutturazioni in atto nelle aziende ticinesi. Non sono numeri: queste sono persone e intere famiglie in difficoltร la cui situazione non fa altro che aggravarsi di mese in mese con il peso degli aumenti: cassa malati, affitti ed energia, ecc. Queste persone meriterebbero di non essere considerate โuna percezioneโ. Fino a qualche anno fa si poteva contare sullโappoggio delle generazioni piรน anziane; ora anche questo inizia a scricchiolare: non riescono ad aiutare se stesse, figuriamoci figli e nipoti. E che dire delle nuove generazioni che seguono con impegno il consiglio dei governi e dei partiti di formarsi il piรน possibile e che poi, una volta arrivato il diploma, devono emigrare oltre Gottardo? Per parafrasare lo sfortunato slogan del periodo pandemico: non andrร tutto bene, tuttโaltro. Se si finge di non vedere il problema, se lo si ignora o addirittura lo si nega, le cose non potranno che peggiorare. Le soluzioni non sono facili, certo. Ma qua non le si sta nemmeno cercando. E se si insiste a dire che tutto va bene, sicuramente non le troveremo. ร un esercizio di negazione di massa la cui responsabilitร ricade pienamente su chi dovrebbe avere in mano le redini del cantone e sceglie, invece, di tenere la testa ostinatamente nascosta sotto la sabbia.
Le elezioni americane hanno (finalmente) dato un nome al presidente della piรน grande potenza mondiale: Donald Trump. Dal punto di vista economico sono tante le reazioni immediate di cui possiamo parlare, come molte saranno quelle in futuro. Senza dimenticare, che per quanto siano state oggetto di unโattenzione mediatica senza precedenti, queste elezioni rimangono โsoloโ uno dei tanti fatti che influenzano lโeconomia e in questo caso forse anche in maniera โsoloโ temporanea. Ma andiamo con ordine. Mercoledรฌ arrivato il risultato della presidenza, il dollaro si era rafforzato molto nei confronti di quasi tutte le principali valute, franco svizzero incluso. Ma la crescita si รจ arrestata abbastanza in fretta e non a causa delle elezioni, bensรฌ in seguito alla decisione della Fed, la Federal Reserve, di ridurre i tassi di interesse di 0.25 punti percentuali, portandoli in una forchetta tra il 4.50 e il 4.75%. Lo stesso sta accadendo sui mercati borsistici europei che sembrano aver reagito negativamente non tanto alla riduzione del tasso di interesse, quanto piuttosto alle parole del Presidente Jerome Powell che sembra essere diventato piรน prudente rispetto a un ulteriore taglio dei tassi nel mese di dicembre. Sempre in ambito di banche centrali, ciรฒ che dovrebbe rassicurare รจ la dichiarazione dello stesso Powell che non ha intenzione di dimettersi nemmeno nel caso in cui fosse lo stesso presidente americano a chiederglielo. Ricordiamo che lโindipendenza delle banche centrali dalla politica รฉ una delle condizioni essenziali per il successo economico di una nazione. Tornando agli effetti relativi allโelezione di Donald Trump, segnaliamo anche la crescita esorbitante del valore dei Bitcoin che ha superato il massimo storico, arrivando a toccare gli oltre 75 mila dollari. In generale, questa progressione รจ stata registrata da tutte le criptovalute. Ciรฒ รจ avvenuto perchรฉ Trump durante la campagna elettorale ha mostrato il suo entusiasmo e appoggio alle criptovalute ritenendole unโattivitร su cui gli Stati Uniti dovrebbero puntare. Infine, segnaliamo lโimportante ascesa del valore delle azioni della Tesla, il cui patron Elon Musk รจ stato tra i piรน grandi sostenitori della campagna del neopresidente. Il prezzo รจ oggi attorno ai 312 $ (272 CHF) per azione, lontano dai 407 $ (355 CHF) del novembre del 2021, ma decisamente di gran lunga superiore ai 242 $ (211 CHF)del 4 novembre, giorno prima delle elezioni americane. Ma Musk, non รจ lโunico ricco ad aver guadagnato delle elezioni di Trump. Secondo il Bloomberg Billionaires Index, dieci tra i piรน ricchi uomini statunitensi hanno guadagnato 64 miliardi di dollari (56 miliardi CHF)e questo grazie alle possibilitร che le promesse di deregolamentazione e riduzione delle tasse da Trump possano diventare realtร . Tra questi, oltre a Musk, troviamo Jeff Bezos (proprietario di Amazon del Washington Post), Larry Ellison (presidente di Oracle) e Bill Gates (fondatore di Microsoft). Da economisti non demonizziamo i guadagni per i ricchi, speriamo solo che anche i poveri possano trarre giovamento da questa elezione. E per quanto riguarda misure di protezionismo, guerra commerciale, riduzione delle imposte,โฆ aspettiamo i fatti prima di fasciarci la testa.