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“Novanta franchi per un pieno?” L’inflazione è arrivata

“Novanta franchi per un pieno? Caspita! Sa signorina che proprio poco fa ho scritto nella mia newsletter domenicale che c’è un grande rischio di inflazione. Non pensavo di toccarla con mano così in fretta!”
Vi confesso che la signora alla cassa del distributore di benzina ha pensato che fossi un po’ matta. Eppure, effettivamente anche io ho toccato con mano gli effetti degli aumenti dei prezzi. E così, sta accadendo a molti di noi.
Più volte abbiamo parlato della crisi legata al settore dell’edilizia: da mesi si preannunciano aumenti dei prezzi che variano dal 30 al 40%. Avete capito bene, dal 30 al 40%. Questo significa concretamente che se state costruendo una casa probabilmente il vostro architetto se non ve l’ha già detto, vi darà a breve questa brutta notizia. Il costo finale della vostra abitazione sarà molto più alto. Per non parlare dei ritardi nei tempi di consegna. Non arrabbiatevi con lui o con lei, non è colpa loro. La colpa se la dividono da una parte la catena di approvvigionamento dei materiali e dall’altra l’enorme crescita della domanda.
Ricordiamo che durante il lockdown che ha toccato il mondo intero l’anno scorso quasi tutti i settori economici e tutti i lavoratori e le lavoratrici erano fermi. Questo ha significato l’impossibilità di produrre anche i materiali necessari alle costruzioni. Lì per lì, ci siamo detti che non sarebbe stato un grande problema, d’altronde tutto era fermo. Peccato, o per fortuna, che appena riaperto le persone hanno ricominciato a consumare come prima se non addirittura di più. Questo ha portato la domanda a livelli elevatissimi, proprio mentre l’offerta era rallentata. E che cosa succede in questi casi? Esattamente quello che accade in un’asta in cui tutti vogliono lo stesso quadro: il prezzo aumenta. E così ecco aumentare il prezzo anche di legno, gomma, rame, ferro e di tutto quello che serve per le costruzioni. Per non farci mancare nulla alcuni Stati hanno lanciato maxi piani di bonus e incentivi per riattare le case che hanno ulteriormente accresciuto la domanda. (Si vedano i super bonus in Italia).
E non finisce qui. Il prezzo del petrolio e di tutti prodotti derivati come la benzina, ma anche dei prodotti energetici alternativi, sono aumentati notevolmente.
Che brutto periodo. Per fortuna che arriva il Natale. Attenzione: anche in questo caso si preannuncia qualche problema. Pure all’industria dell’abbigliamento e delle calzature mancano le materie prime e lo stesso succede al settore dell’elettronica. È notizia recente che Apple ha ridotto notevolmente la sua produzione di Iphone perché le mancano i chip.
Visto poi che i mali non vengono mai da soli, anche sul fronte delle politiche economiche il disimpegno delle banche centrali potrebbe portare a un aumento dei tassi l’interesse.
Insomma, probabilmente nei prossimi mesi dovremmo attenderci un aumento dei prezzi che non sarà così piccolo e transitorio come annunciavano gli esperti.
Soluzioni? Beh, almeno il problema di Natale possiamo risolverlo. Niente regali comperati, ma doni fatti con il cuore e con le nostre mani…

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Il vaso di Pandora (papers) è stato aperto: non chiudiamo gli occhi!

Dopo i Panama papers del 2016, i Paradise papers del 2017 arrivano oggi i Pandora Papers. E non ci riferiamo al dolce natalizio che tutti noi mangeremo tra qualche mese.
Il nome ci porta nella mitologia greca. Zeus donò a Pandora, prima donna mortale, un vaso chiuso che non avrebbe mai dovuto aprire. Pandora non resistette a lungo alla curiosità e quando scoperchiò il vaso uscirono tutti i mali del mondo: malattie, dolori, sofferenza, cattiveria invasero la vita degli uomini.
Questa inchiesta giornalistica fa lo stesso: “scoperchia” migliaia di persone ricche che hanno sfruttato il sistema per non pagare le tasse. Non ci stupisce che tra queste ci siano veri e propri boss della camorra; un po’ di più ci rattrista la presenza di alte cariche politiche, sportivi e personaggi legati al mondo dello spettacolo. Ma vediamo un po’ qual è il segreto per risparmiare (semplifichiamo la questione per farci capire).
Supponiamo che io sia una ex-prima ministra britannica e che voglia comprare un edificio per uffici a Londra. Legittimo, ci mancherebbe. Si aprono due possibilità. Primo, faccio come tutti gli altri cittadini, compero lo stabile e pago le tasse previste. Secondo, mi rivolgo al mio consulente di fiducia: lui mi suggerisce di comperare una società offshore (extraterritoriale) che comprerà per me lo stabile. Ma perché dovrei fare questa doppia operazione? Semplice la società offshore è una società finta. È stata creata dalla filiale di una rinomata e famosissima società internazionale che però ha scelto come base della filiale un paradiso fiscale, magari che so, le Isole vergini britanniche. Orbene, in questo paradiso fiscale non è necessario conoscere l’identità dei proprietari delle società che sono autorizzate a fare affari all’estero pagando piccolissime imposte. Quindi, ricapitolando, così facendo, io ex-prima ministra britannica risparmio centinaia di migliaia di sterline di tasse (si stima ca. 400 mila franchi). Centinaia di migliaia di sterline di tasse che sottraggo al paese di cui sono stata prima ministra. Incredibile, vero? Sembra una storia inventata. Peccato che parrebbe essere quanto fatto da Tony Blair nel 2017. Ed è in buona compagnia. Il re Abdullah di Giordania, un ministro dell’economia olandese, un presidente del Montenegro, del Cile e uno della Repubblica Dominicana. Julio Iglesias, Shakira, Elton John, Claudia Schiffer… Insomma, non manca nessuno.
Il lavoro condotto da questi 600 giornalisti di 150 testate internazionali di 117 nazioni ha scoperchiato il vaso. Dal 1996 al 2020, 14 “rispettabilissime” società internazionali hanno aperto migliaia di uffici e filiali in paradisi fiscali che a loro volta hanno aperto migliaia di società anonime messe a disposizione di banche, consulenze e studi legali per i loro ricchi clienti che compravano castelli, yacht, terreni senza pagare un centesimo. Vere e proprie fabbriche di aziende fantasma create per eludere il fisco.
Ma non dimentichiamo una cosa. La giovane Pandora non ha dato al mondo degli umani solo il male; quando ha riaperto il vaso una secondo volta è uscita la speranza.
E anche noi speriamo che ora si smetta di chiudere gli occhi e che finalmente si facciano leggi chiare e che chi le viola, paghi il giusto. La speranza si alimenta con la giustizia.

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Fonte: https://fiabesogniemozioni.forumfree.it/?t=48211758

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L’illusione del sostegno duraturo

La crisi legata al Covid-19 ci ha confermato che non sempre l’economia lasciata a se stessa riesce ad andare avanti, anzi. Eppure il dibattito tra più mercato o più stato ha origini molto lontane. È solo dopo la grande crisi del 29 e le due guerre mondiali che i governi e le banche centrali hanno deciso che sarebbero dovute diventare protagoniste anche nella vita economica dei paesi. In effetti, il loro intervento ha permesso di ridurre in maniera importante l’ampiezza delle brusche variazioni nel livello di benessere tra un periodo di euforia economica e uno di crisi. Ma soprattutto ha consentito di limitare le conseguenze negative di questi sbalzi nella vita delle persone. Chi perde il lavoro o è costretto a chiudere la propria attività va incontro a difficoltà molto grandi, non solo economiche ma anche sociali. Dalle cose concrete come pagare l’ipoteca e gli studi ai figli, alla perdita di competenza fino a vere e proprie malattie.
Ed è dal dopoguerra che si alternano, almeno nelle economie avanzate, governi più interventisti a governi più liberisti. Gli anni Cinquanta hanno visto trionfare le teorie keynesiane che preconizzavano l’intervento dello Stato e che hanno portato alla nascita dei sistemi di sicurezza sociale. Gli anni Ottanta, con in prima fila i presidenti Reagan e Thatcher, il liberismo. Situazione molto diversa quella vissuta nella crisi appena trascorsa che non ha lasciato grandi libertà di scelta.
Siamo consapevoli che gli interventi dello Stato e delle banche centrali sono stati provvidenziali. Ora però si deve aprire un altro dibattito sulle conseguenze di questi ingenti interventi e soprattutto sul proseguimento delle misure.
Negli Stati Uniti, per esempio, la FED ha iniziato a rallentare la manovra di acquisto di titoli. Questo comporterà molto probabilmente un innalzamento dei tassi di interesse. Nulla di troppo problematico se in contemporanea non stessimo vivendo un possibile importante aumento dei prezzi. La domanda in espansione, l’offerta che arranca, filiere di approvvigionamento strozzate ci fanno dubitare che l’inflazione sarà così momentanea come sostengono gli esperti. E il problema non tocca solo gli Stati Uniti.
Un caso da manuale sarà la situazione italiana. I dati appena pubblicati confermano per il 2020 una riduzione del prodotto interno lordo dell’8.9%, una chiusura dei conti pubblici estremamente negativa con un rapporto deficit rispetto al PIL di ben il 9.6%, fatto questo che ha portato al 155.6% il rapporto debito/PIL. A questo già ingente debito aggiungiamo i miliardi che sono in arrivo dall’Unione Europea, ma che non dimentichiamo, non saranno gratis.

Ora una domanda sorge spontanea: fino a quando e con quanta forza ancora i governi e le banche centrali potranno intervenire a sostegno dell’economia?

Tratto da L’Osservatore del 25.09.2021

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Il neoliberismo ha distrutto l'idea di società. Ora esiste l'individuo,  circondato da “altri”
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Caffè e vaccini: a cosa servono i brevetti?

Chi l’avrebbe mai detto che la forma della capsula di caffè non è un bene da tutelare come marchio? Sì, la nostra è una provocazione che si riferisce alla recentissima sentenza del tribunale federale che finalmente mette fine a una vertenza economico-giuridica che si trascina da molti anni. Il tribunale ha sancito che una forma, in questo caso di una capsula da caffè, non può essere registrata come marchio se deve per forza essere usata da un concorrente che produce un prodotto simile.
Questa sentenza ci consente di affrontare il tema dell’importanza dei brevetti per l’innovazione e lo sviluppo tecnologico. A differenza di quello che saremmo tentati di pensare la maggior parte della spesa in ricerca e sviluppo viene finanziata dal settore privato. Sono le aziende che spinte dalla necessità di scoprire nuovi prodotti, nuove organizzazioni, nuove tecnologie per garantirsi il successo economico e sopravvivere investono molte risorse nella ricerca. Evidentemente affinché ci sia questa spinta ad essere la prima a scoprire qualcosa, deve esserci una chiara tutela che le altre imprese non possano beneficiarne. In effetti, se gli altri possono copiare il mio prodotto e guadagnare, mentre io ho sostenuto i costi per scoprirlo, nessuno investirà un franco nella ricerca.
Naturalmente questo non significa che anche le università, le aziende e gli istituti pubblici e para-pubblici non facciano attività di ricerca, anzi. Ma è chiaro che lo scopo in questo caso non è quello di massimizzare i profitti o ridurre i costi, bensì collaborare nelle scoperte di interesse pubblico.
Le nazioni hanno la libertà di scegliere quanta tutela dare alle aziende. Ci sono nazioni come la Svizzera che proteggono molto le scoperte. Altre, come per esempio la Cina, hanno basato la loro forza sulla riproduzione di scoperte altrui su larga scala. Questo grazie alla grandissima disponibilità di manodopera a disposizione. Il modello copia e riproduci su larga scala è stato determinante per la loro crescita economica. Attenzione però che oggi la Cina ha fatto passi da gigante nello sviluppo tecnologico e nell’innovazione, tanto da diventare, probabilmente a breve, la prima potenza mondiale.
Tornando ai nostri brevetti, il tema è di estrema attualità. Il dibattito sul fatto che i vaccini non debbano essere tutelati riaccende un tema che non ha mai veramente trovato una quadratura del cerchio: fino a che punto le scoperte nel campo della medicina devono essere brevettabili?
La nostra risposta di pancia è scontata: i farmaci devono essere accessibili a tutti perché esiste un diritto alla salute. Purtroppo, bisogna fare i conti con la realtà: se non ci fosse un interesse e una garanzia della tutela dei guadagni futuri, nessuna azienda investirebbe milioni in spese di ricerca. Ricordiamoci anche che non tutti gli investimenti portano a risultati; molte volte finiscono nel nulla.
Quindi, non sta tanto all’economia quanto piuttosto ai governi fare in modo di garantire l’accessibilità ai farmaci a tutti, tutelando il diritto alla salute.

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Il traballante mercato del lavoro ticinese – II parte

Riprendiamo il tema del mercato del lavoro ticinese, come da articolo pubblicato il 10 settembre da tvsvizzera.it che ringrazio.

I dati statistici mostrano un Cantone sofferente su più fronti.
I salari in Ticino sono mediamente molto più bassi di quelli svizzeri, circa del 16-20%. Questo significa che in Ticino si guadagna un quinto in meno dei nostri cugini confederati. Da qualunque parte si guardino i dati, per settori, per ruoli occupati, per mansioni svolte, per età, per genere, i salari pagati dalla nostra economia, privata e pure pubblica, sono più bassi. E notevolmente più bassi sono anche i salari pagati ai frontalieri.
Ma i problemi del mercato del lavoro ticinese non li vediamo solamente nel livello dei salari, purtroppo. Le conseguenze sono tante altre. In Ticino, la percentuale delle persone che lavorano ma che non riescono a vivere del loro salario, i working poor, è tra le più alte a livello nazionale. Lo stesso accade quando guardiamo al numero di persone che deve fare più di un lavoro per vivere. O ancora, quasi paradossalmente, ci troviamo in vetta alle classifiche della sottoccupazione (persone che lavorano a tempo parziale ma vorrebbero lavorare di più). E sul tempo parziale si apre un ulteriore campo di analisi. Negli altri cantoni tendenzialmente i nuclei familiari fanno una scelta in cui entrambi i partner lavorano a tempo parziale perché i salari consentono di dedicarsi alla famiglia. Nel nostro caso purtroppo, invece, l’alto tasso di lavori a tempo parziale è sinonimo di grande precariato.
E che dire delle condizioni di lavoro femminili? Anche in questo caso purtroppo il nostro cantone appare negli ultimi posti della classifica nazionale: tassi di attività femminile tra i più bassi, differenze salariali tra uomini e donne maggiori, piccolissima presenza di donne nei quadri dirigenziali e nei posti di lavoro di responsabilità. Il quadro di certo non appare incoraggiante. Purtroppo non va meglio per i giovani che oggi possono ricevere formazioni eccellenti, sia in ambito scolastico che professionale. Anche a loro, il Paese non sembra dare risposte adeguate. I dati appena pubblicati confermano che sempre più ragazzi e ragazze abbandonano il cantone per trovare fortuna oltre Gottardo. E sicuramente le difficoltà di trovare posti di lavoro adeguati alle qualifiche e con stipendi dignitosi contribuiscono a questa emigrazione. Tanti altri sarebbero i dati che confermano un malessere del mercato del lavoro ticinese, a partire dai cinquantenni che vengono messi alla porta e non trovano più nulla dopo 30 anni di duro lavoro.
Come lo si guardi, questo quadro di indagine necessita di tutte le attenzioni della politica. È necessario intervenire affinché si possa invertire il senso di marcia. Affinché, come deve succedere in un paese sano, i giovani e le giovani non siano obbligate a lasciare la loro terra e i loro affetti. Per questo bisogna avere il coraggio di riconoscere e ammettere i problemi, ma anche le tensioni che oggi viviamo. Non si può più fingere che non ci sia rivalità e competizione tra manodopera locale e manodopera non residente. Lo scopo non è quello di attribuire colpe; lo scopo è quello di offrire opportunità anche alle persone residenti in questo Cantone.

Il Quotidiano, RSI, 17.09.2021
La versione audio: Il traballante mercato del lavoro ticinese – II parte
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Il traballante mercato del lavoro ticinese – I parte

Il 10 settembre tvsvizzera.it, che ringrazio, ha pubblicato un mio articolo sul mercato del lavoro ticinese. Lo riprendo qui quest’oggi.

Il numero di frontalieri ha raggiunto cifre da record in Ticino. Oltre 70’000 persone attraversano ogni giorno il confine per lavorare nel Cantone sud-alpino. Se l’economia in parte approfitta della possibilità di fare capo a manodopera qualificata a basso costo, il mercato del lavoro soffre. E non solo a livello salariale.

Il mercato del lavoro del Cantone Ticino è molto differente rispetto a quello degli altri Cantoni svizzeri, inclusi quelli di frontiera. La ragione principale risiede nello sviluppo particolare che ha vissuto il tessuto economico di questo Cantone.

Primo, siamo passati da un’economia primaria a una fortemente finanziaria senza vivere una fase di vero e proprio sviluppo industriale. Probabilmente anche a questo è dovuta la mancanza odierna di una vera e propria cultura imprenditoriale e di centri decisionali sul territorio.

Il secondo fattore che spiega la situazione attuale è la possibilità storica derivante anche dalla posizione geografica di poter sfruttare un ampio bacino di manodopera qualificata a basso costo. Le aziende possono approfittare di due vantaggi competitivi: uno legato alla qualità, l’altro al prezzo. Entrambi comportano delle conseguenze importanti sullo sviluppo del tessuto economico di una regione. In Cantone Ticino la presenza di manodopera qualificata a basso costo ha spinto alla creazione di attività incentrate principalmente sul fattore lavoro e non sul capitale (macchinari). Se nel breve periodo ci sono sicuramente vantaggi, lo stesso non può dirsi per il lungo. Non a caso oggi la nostra economia è composta principalmente da posti di lavoro a valore aggiunto inferiore alla media nazionale. In questo senso siamo sovra-rappresentati nei settori industriali, del commercio, del turismo e della ristorazione. Proprio i settori che sono i primi a soffrire quando c’è una crisi economica; esattamente come accaduto con la crisi del Covid-19. I cantoni che invece si sono concentrati sulla ricerca, progresso tecnologico, innovazione e su un’avanzata organizzazione del lavoro, oggi si ritrovano con una produttività elevata e quindi con salari di gran lunga superiori ai nostri.  

Per contrastare questo ritardo è stato fatto molto nella formazione e nella ricerca creando negli ultimi trent’anni tantissimi centri di eccellenza. Dal Centro di Studi Bancari a Vezia, al Cardiocentro a Lugano; dall’Università della Svizzera italiana (USI), agli Istituti di Biomedicina (IRB) e Oncologico della Svizzera italiana (IOSI); dalla Scuola Universitaria Professionale della Svizzera italiana (SUPSI), al Nuovo Centro Svizzero di Calcolo. E tanto altro ancora è stato fatto e bolle in pentola. Questo ha portato a migliorare notevolmente la formazione dei giovani e quella continua nel nostro Cantone. Peccato che questo non sia stato accompagnato da un altrettanto sviluppo di attività economiche avanzate che avrebbero potuto dar linfa al tessuto produttivo cantonale. Così, oggi i dati statistici mostrano un Cantone sofferente su più fronti.

La versione audio: Il traballante mercato del lavoro ticinese – I parte
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Certificato Covid: la “spinta gentile” verso il vaccino

No, se l’economia rallenterà nei prossimi mesi non sarà per colpa del Certificato Covid. Al contrario sarà anche merito del certificato Covid se non dovremo vivere una chiusura e un confinamento come accaduto l’anno scorso, quando a tutti noi pareva di essere in un film di fantascienza.
Naturalmente questo non significa che non ci saranno delle conseguenze per alcune attività. Ma generalmente le misure introdotte non sono così incisive da impedire anche ai settori più toccati di mettere in atto misure che consentano ai clienti di aver accesso al consumo. Legittimo, importantissimo, fondamentale per l’economia e per gli individui. Perché è questo di cui parliamo. Della libertà di scelta delle persone, della libertà di disporre del loro tempo e del loro denaro.
Le persone hanno bisogni diversi che possono essere classificati e gerarchizzati. Secondo la piramide di Maslow esiste una chiara gerarchia tra i bisogni. Dopo che l’individuo ha mangiato e bevuto, quindi dopo aver soddisfatto i bisogni cosiddetti fisiologici, cerca la sicurezza. Fisica, di occupazione, familiare, ma anche di salute. E in questo caso lo Stato gioca un ruolo importante. Soddisfatta questa necessità le persone sentono il bisogno di appartenere a gruppi: amicizia e affetti familiari sono fondamentali. A seguire questioni più personali come la stima di se stessi e l’auto-realizzazione. Le persone, quindi, necessitano di consumare tutti questi beni per essere felici.
Una seconda classificazione, fatta da Scitovsky e Kahneman, parla di tre tipologie di beni: i beni comfort, i beni creativi e i beni relazionali. I primi sono quelli che vanno ad eliminare un disagio, il freddo, la fame o la stanchezza. I beni creativi sono delle attività non strumentali, fini a se stessi che vanno a realizzare le motivazioni intrinseche degli individui. Pensiamo alla soddisfazione di ascoltare un concerto, visitare una mostra o leggere un libro. Infine i beni relazionali soddisfano il bisogno di socializzazione dell’individuo. Le persone, quindi, necessitano di consumare tutti questi beni per essere felici.
La richiesta del certificato Covid, va a toccare il consumo di beni diversi che soddisfano più bisogni dell’individuo. L’aperitivo al bar con gli amici, la lezione in palestra, la visita al museo: sono di più del semplice consumo di un bene. Per questo la limitazione all’accesso spaventa e solleva obiezioni. Perché gli individui sono esseri sociali e le relazioni umane sono fondamentali. Certo possiamo ordinare la cena da asporto oppure guardare la mostra on-line, ma non è lo stesso bene e non soddisfa lo stesso bisogno.
Probabilmente è per questo che con l’annuncio dell’obbligatorietà del certificato gli appuntamenti per la vaccinazione sono triplicati rispetto alla media degli ultimi giorni. Come successo qualche mese fa nei paesi che hanno adottato misure simili.
In economia potremmo definire questa scelta come uno stimolo, un incentivo, una “spinta gentile” . E proprio Richard Thaler, uno dei padri fondatori dell’economia comportamentale e premio Nobel nel 2017, ci insegna che per convincere gli individui anziché obbligarli, possiamo trovare degli incentivi che li stimolino (Nudge).

E forse, lo svantaggio di dover fare test rapidi o di dover rinunciare alle serate con gli amici, porterà gli individui che necessitavano di una spinta a vaccinarsi. Sempre nel rispetto del diritto alla libertà di cura.

La versione audio: Certificato Covid: la “spinta gentile” verso il vaccino
nudge spinta
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Lavorare di meno, produrre di più e guadagnare uguale

Lavorare di meno, produrre di più e guadagnare uguale. Vi sembra impossibile, vero? E invece pare che questa equazione tenga.
Il tempo e la qualità del lavoro sono da sempre tematiche care agli economisti. Sin dalla rivoluzione industriale, quando Adam Smith, padre fondatore dell’economia politica, teorizza i vantaggi della divisione del lavoro attraverso l’esempio della fabbrica degli spilli. Prendiamo il caso di un operaio che deve fare tutte le 18 fasi del processo di produzione di uno spillo (tirare il filo di metallo, raddrizzarlo, tagliarlo, appuntarlo, affilarlo, preparare la capocchia, attaccarla, pulire gli spilli, impacchettarli …). Lui riuscirà a produrre circa 10 spilli al giorno. Se in questa fabbrica prendiamo 10 operai e a ognuno di loro facciamo fare solo 2 o 3 lavori, alla sera troveremo … 50 mila spilli! La produzione aumenta di 5 mila volte! Questo dipende da 3 ragioni. Primo, il lavoratore diventa sempre più bravo man mano che fa la stessa attività. Secondo, non si perde tempo per passare da una mansione all’altra. Infine, quanto più le attività da svolgere sono specifiche e ripetitive, tanto sarà più facile inventare macchinari che sostituiscono il lavoro umano. Quindi di progresso tecnologico e innovazione si parlava già nel 1700.
Nonostante questi vantaggi “economici”, Smith metteva in guardia dal pericolo enorme a cui andavano incontro gli operai limitando le loro capacità a semplici, continui e ripetitivi atti. Così facendo il rischio di intorpidire le menti e rendere il popolo ignorante era uno dei più grandi mali per i governi. Probabilmente è un po’ il pensiero che molti stanno facendo in questi ultimi anni.
Dopo di lui tantissimi altri economisti si sono occupati delle condizioni e del tempo di lavoro, come pure del rapporto tra lavoro e produzione. Il rendimento del lavoro si misura con la produttività che possiamo semplificare nel valore di quanto produce una persona in un’ora. Una volta si pensava che per aumentare la produttività e quindi la produzione di un’azienda, era necessario aumentare il numero ore lavorate. Da qualche anno, al contrario molti studi dimostrano che gli individui felici, sereni e riposati producono di più e meglio di quelli che lavorano più tempo.
In questa direzione vanno le decisioni di LinkedIn di qualche mese fa e quella di questa settimana di Nike di regalare una settimana aggiuntiva di vacanza ai propri collaboratori. La motivazione è molto semplice: farli riposare dalle fatiche legate alla crisi del Covid-19.
Ma non finisce qui. Alcune aziende in Svizzera, Giappone, Spagna, in alcuni casi anche con l’aiuto dello Stato, stanno sperimentando la settimana lavorativa di 4 giorni (circa 32 ore settimanali). In Svizzera, ricordiamo che varia tra le 42 e le 45 ore settimanali.
L’esperimento fatto in Islanda che ha ridotto da 40 a 35/36 le ore di lavoro per 2’500 lavoratori per 4 anni (dal 2015 al 2019) è stato estremamente positivo: la produttività è aumentata come pure il benessere dei lavoratori.
Insomma, per una volta riusciamo a prendere due piccioni con una fava!

La versione audio: Lavorare di meno, produrre di più e guadagnare uguale
Fonte: superiorwallpapers.com

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Vacanze tra piadine e Merlot

Basta un giorno di pioggia per ricordarci quanto amiamo il sole e quanto il nostro turismo necessiti del bel tempo.
Anche se quest’anno abbiamo dovuto convivere con alcune limitazioni, in Svizzera nei primi sei mesi dell’anno sono stati registrati quasi 11.4 milioni di pernottamenti nel settore alberghiero. Non abbiamo ancora raggiunto i livelli pre-crisi (12 milioni di pernottamenti), ma siamo già in ripresa rispetto al 2020 (meno di 10 milioni). A questi dobbiamo aggiungere più di 3.8 milioni di pernottamenti nelle case di vacanze (non troppo distanti dal 2019), 2 milioni nei campeggi (quasi raddoppiati rispetto al 2019) e 800 mila negli alloggi collettivi (questi in evidente calo, date le normative). Certo è cambiata la composizione dei nostri turisti: una volta la parte del leone la facevano gli ospiti stranieri; oggi, la pandemia ha fatto riscoprire agli svizzeri il piacere di trascorrere le ferie in casa. E molti di loro sono stati proprio nel nostro cantone e da un ultimo sondaggio ci hanno attribuito la medaglia per la simpatia. Siamo ben contenti di questo riconoscimento, anche perché il settore turistico contribuisce in maniera importante al nostro Prodotto interno lordo (qualche anno fa il suo contributo è stato stimato al 10%).
Conosciamo i limiti strutturali e spesso anche dell’offerta turistica nel nostro Cantone, e a maggior ragione quindi siamo ben consapevoli dell’importanza di persone qualificate e competenti.
E proprio le persone rappresentano una delle maggiori ricchezze della Riviera Romagnola dove
ho trascorso qualche giorno di vacanza. Anche qui, oltre al sole, al buon cibo e al mare, ho potuto fare quattro chiacchiere con i commercianti locali. E anche qui, le dinamiche non sono diverse dal nostro cantone.
Piccoli artigiani locali si alternano a negozi di souvenir da vacanza, con una cosa che però li accomuna: l’accoglienza e la voglia di far sentire il turista uno di casa. E così vi potete ritrovare a mangiare una meravigliosa piadina chiedendo di farcirla con prosciutto crudo, squacquerone e pomodori secchi e questo accompagnato dal sorriso del cuoco che vi dice “abbinamento interessante…” O ancora un commerciante di origine africana vi spiega che dopo tutto gli affari sono andati abbastanza bene, ma che pesa sicuramente l’assenza dei turisti russi e inglesi: “a loro sì che piace la roba italiana, di solito si comprano di tutto, persino le valigie. Gli italiani ci sono, ma possono spendere meno”.
E che dire del signore in età avanzata che da 12 anni d’estate si è inventato la professione di ricamare i nomi sui tessuti? Quando gli porto il mio cappello fucsia ci mettiamo un po’a scegliere insieme il colore giusto del cotone. Poi prendendosi tutto il tempo necessario cerca nel suo telefono la fotografia che gli ha inviato una cliente a cui ha ricamato 13 cappelli per una festa tra amiche. Orgoglioso mi racconta che per farlo ha rotto ben quattro aghi, ma visto il risultato ne valeva proprio la pena.
Ed effettivamente ne vale proprio la pena. Vale la pena di spendere qualche minuto a raccontare ai turisti la vita vera, affinché possano portarsi a casa ben di più di un souvenir.
E ora, rieccomi di nuovo sulla via del ritorno. Per ricominciare ad ascoltare le storie degli artigiani, dei commercianti e degli operatori del settore turistico del nostro bel Cantone!

La versione audio: Vacanze tra piadine e Merlot
Piadina romagnola
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Metti due giovani, tanta voglia di fare e l’obiettivo di un’economia migliore

Sono stata contattata da due giovani imprenditori sociali, Mirco e Luca De Savelli, che hanno creato da qualche tempo Circular Lugano. Il loro progetto vuole contribuire allo sviluppo di un’economia circolare. È il Prof. Kenneth E. Boulding a far nascere questa visione dell’economia attorno agli anni Settanta. L’autore usa la metafora del cowboy e della navicella spaziale per spiegarci che la “nuova” economia deve cambiare paradigma. Non si può più estrarre materie per produrre un bene, consumarlo e buttarlo via come se fosse un rifiuto. Questo è il comportamento del cowboy che pensa di avere a disposizione praterie sconfinate in cui le risorse sono illimitate. Ma non è più così. E allora dobbiamo comportarci come se fossimo in una navicella spaziale: poco spazio e poche risorse che una volta utilizzate non devono diventare rifiuti, ma trovare una seconda vita. Se ci pensate bene, in realtà, è quello che fa la natura: anche ciò che in apparenza sembrerebbe uno scarto, diventa materia prima per una nuova vita. E Mirco e Luca, fanno proprio questo: danno una seconda, terza, quarta vita agli oggetti che altrimenti marcirebbero nelle cantine o peggio ancora finirebbero in discarica.
È un po’ come se fosse una biblioteca degli oggetti. Il beneficio è doppio: da una parte si riutilizzano beni che diventerebbero rifiuti, dall’altra si limitano gli acquisti inutili e quindi lo spreco di risorse. Le persone possono prendere a prestito un oggetto pagando un noleggio giornaliero. Questo permette di usare qualcosa senza per forza comperarlo. Per esempio, se dovessi andare in vacanza e mi servisse per qualche giorno un baule da tetto per auto avrei due opzioni: comperarlo, utilizzarlo una volta e metterlo in soffitta per i prossimi 10 anni oppure noleggiarlo, pagare 4 franchi al giorno e riportarlo. Gli oggetti sono veramente diversi; vanno dalle telecamerine moderne per filmare in movimento al pallone da Beach volley, dalle racchette da squash ai forni per pizza. Ma il più originale secondo me è il carretto per gelati.
Come ogni altra impresa, anche quelle sociali per sopravvivere devono essere autosufficienti dal punto di vista economico. Così Mirco e Luca, consapevoli che ampliare il numero di sedi e professionalizzare ulteriormente la loro attività comporta dei costi, hanno lanciato una raccolta fondi (il famoso crowdfunding) attraverso la piattaforma progettiamo.ch. Questo strumento è promosso dai 4 Enti Regionali di Sviluppo del Cantone Ticino che garantiscono dei progetti e dell’uso degli eventuali fondi raccolti. E anche la raccolta fondi attraverso le piccole donazioni è un’idea di economia sana. Ancora una volta impariamo dalla natura: tante piccole gocce fanno un oceano.
Segnaliamo che altre “oggettoteche” stanno prendendo vita nel nostro Cantone e tante sono le attività che ci portano verso un’economia sana. Il mio appello è di fare insieme tutti un piccolo sforzo per sostenere questi grandi giovani.
Così a Mirco e Luca, e a tutti i giovani e le giovani che si avventurano nel mondo imprenditoriale, il mio massimo sostegno e i miei auguri di cuore.

Il link del progetto: https://circular-lugano.myturn.com/library/

Il link per il sostegno: https://progettiamo.ch/it/progetti/2404

La versione audio: Metti due giovani, tanta voglia di fare e l’obiettivo di un’economia migliore
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Ciao Marco

Non ci credo.
Ci conosciamo da una vita e da una vita ci perdiamo e ci ritroviamo. Ma questa volta no, non ci ritroveremo più. Come sarà possibile, non rivederla nella sua Lugano? Tutti lo sanno. Lugano e Marco Borradori sono una cosa sola. Un grande sindaco, un grande uomo politico, ma soprattutto una grande persona. In tutti questi anni non l’ho mai vista negare un saluto né rinunciare ad ascoltare le preoccupazioni delle persone.
È sempre stato un grande esempio di vicinanza ai cittadini. Anche sabato sera a Locarno, l’ultima volta che siamo stati insieme. Non si è risparmiato con nessuno. Perché era fatto così, lei Marco: aveva bisogno delle persone quanto le persone di lei. E anche io sento di aver ancora bisogno di lei. Ci conosciamo da una quindicina di anni e non perdevamo occasione di ridere del nostro primo incontro: io ero ancora dottoranda all’università e lei mi aveva scritto una email per complimentarsi per un articolo apparso su un quotidiano. Dopo qualche tempo ci incontrammo per bere un bicchiere di vino, lei rosso, io rigorosamente bianco. Non dimenticherò mai la sua espressione quando mi vide arrivare con un paio di imbarazzanti paraorecchie di peluche bianchi. Ricordo che strabuzzò gli occhi e mi disse che dovevo avere un gran livello di autostima per mettere “quei cosi”. E da quel momento, anche se le nostre frequentazioni non sono state quotidiane, non abbiamo più smesso di chiacchierare: della sua esperienza politica, della mia vita professionale e soprattutto dei nostri comuni difetti che tanto ci piace considerare pregi. Un messaggio ogni tanto, una chiamata qua e là (più le volte che parlavamo per interi minuti alle rispettive segreterie), qualche incontro fortuito nella sua amata Lugano, un bicchiere di vino e, quando le agende lo permettevano, una bella cena (con lei che arrivava sempre con almeno mezz’ora di ritardo…).
Non sa quanto mi piacerebbe ancora poterla aspettare, tenerle un po’ il muso per il ritardo per poi cedere alla sua cortesia e affabilità. Perché lei, caro amico, era anche questo. Serate a discutere dei progetti della sua Lugano, perché era un ascoltatore attento e cercava di capire meglio attraverso lo sguardo e le competenze degli altri come affrontare i problemi. Ma era anche sempre disponibile a risolvere quelli altrui.
Sabato sera ho impiegato 7-8 minuti a scegliere il gusto del gelato e lei ha pazientemente atteso mentre mi convincevo mangiando il suo. Di fronte a quel gelato avevamo iniziato a parlare di grandi progetti e sfide future che lei mi avrebbe aiutato a realizzare. Avevo ancora tanto da imparare del suo mondo. Ora invece se n’è andato. Ora Marco, te ne sei andato. È la prima volta che ci diamo del tu. Il “lei” divertiva i nostri interlocutori che non capivano come fosse possibile che dopo tanti anni ci dessimo ancora del lei. Ma era diventato un po’ il nostro gioco. Mi mancherà, Marco, non vederti più camminare nella tua Lugano.
Un ultimo forte abbraccio, Amalia

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I frontalieri aumentano ancora

I frontalieri in Svizzera e in Ticino aumentano. I dati appena pubblicati dall’ufficio federale di statistica non lasciano dubbi, pur ritenendo il fatto che gli stessi autori li definiscano provvisori.
In Ticino è stata superata anche la soglia dei 71 mila permessi di lavoro come frontaliere; precisamente alla fine del II trimestre del 2021, quindi di giungo, se ne registravano 71’586. La maggior parte di questi permessi, quasi 47 mila, era attribuita al settore terziario, quello dei servizi. Il nome non deve trarci in inganno: oltre alle avvocate, ai fiduciari o al personale medico, troviamo anche i commessi, le cameriere e i servizi logistici. Invece il settore secondario, oggi rappresenta solo 1/3 di questi lavoratori, in linea con i cambiamenti avvenuti nella struttura produttiva del nostro Cantone.
Guardando i dati vediamo la relazione stretta tra l’andamento economico generale e l’andamento dei permessi di lavoro: i settori che hanno mostrato una ripresa rispetto alla crisi legata alla pandemia, sono anche quelli caratterizzati da un aumento dei frontalieri. In particolare, il settore secondario, che è quello legato all’industria mostra una certa stabilità, sia paragonando i dati con i tre mesi precedenti del 2021 (gennaio-marzo) sia rispetto all’anno prima. L’unica eccezione in questo caso è il settore delle costruzioni, che mostra un aumento da mettere in relazione con la ripresa economica. Ad oggi lavorano in questo settore quasi 8 mila persone frontaliere.
Anche nel settore terziario, che mostra aumenti trimestrali del 2.5% e addirittura di oltre il 5% rispetto all’anno scorso (+2’300 persone), la relazione con l’andamento economico è evidente. I frontalieri aumentano in quasi tutti i settori, in particolare nei servizi legati alla ristorazione, nelle attività professionali, scientifiche e tecniche e in quelle di servizio alle aziende.
Il boom dei numeri di permessi è nella ristorazione dove si segnala un aumento sia su base trimestrale che annuale di oltre il 15%, arrivando a occupare 3’900 persone. In realtà, non sappiamo quanti di questi posti di lavoro rimarranno anche dopo il periodo estivo.
Discorso differente va fatto per le attività professionali, scientifiche e tecniche come gli studi di architettura, di ingegneria o contabilità che occupano oggi quasi 8’200 persone non residenti, oltre l’11% del totale. Se a queste aggiungiamo le attività amministrative e di supporto alle aziende come i servizi di selezione e ricerca del personale, arriviamo a quasi 15 mila posti di lavoro. Ora, nessun problema se i nostri apprendisti neo-diplomati e le nostre neo-laureate troveranno un posto di lavoro da qui a qualche mese. Discorso differente, se come purtroppo temo, passeranno mesi alla ricerca di un posto di lavoro per poi dover scappare oltre Gottardo.
Se questo accadrà ancora, chi di dovere dovrà smettere di fare orecchie da mercante e dovrà finalmente prendere in mano le redini di questo Cantone.

La versione audio: I frontalieri aumentano ancora
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Care e cari apprendisti, grazie di cuore!

Le vacanze sono terminate. Quale modo migliore per ricominciare se non quello di parlare dei nostri e delle nostre apprendiste? Grazie al Corriere del Ticino per la pubblicazione il 22 luglio 2021 di questo articolo.

Auguri e congratulazioni a tutti i ragazzi e le ragazze che hanno finito il loro apprendistato. Alle famiglie che in questi anni li hanno sostenuti. E ai docenti e alle docenti che li hanno accompagnati in questo risultato.
Il sistema duale (in collaborazione tra imprese e scuola) è una grande ricchezza per la Svizzera. Per alcuni è il principale fattore del successo economico elvetico, sia per la formazione che per il mondo del lavoro. In effetti, con la formazione di base in azienda e nelle scuole professionali, i giovani ottengono contemporaneamente una formazione qualificata e un accesso rapido e diretto al mercato del lavoro. Non a caso i dati sulla disoccupazione giovanile nel nostro Paese sono molto incoraggianti.
Eppure, diamo poco spazio e poco riconoscimento a ragazze e ragazzi che hanno ultimato il percorso di apprendistato o si sono diplomati in una scuola professionale. A cominciare dall’attenzione mediatica. Potrei essermi distratta ma non mi sembra di aver letto i nomi dei meccanici, delle assistenti di studio medico, dei cuochi o delle parrucchiere pronte a entrare a pieno titolo nel mondo del lavoro. Mentre i giornali pubblicano i nomi di chi ha ottenuto la maturità liceale, e ne siamo felici. Ma la finalità della formazione è sempre la stessa: imparare. Dotarsi di una cassetta degli attrezzi da utilizzare nel mondo del lavoro. Sperimentare metodi che consentano di risolvere i problemi. Insomma, diventare adulti consapevoli e indipendenti che sappiano contribuire al mondo professionale. Che si scelga il liceo, la commercio o un apprendistato.
In Ticino, a differenza di quanto accade nel resto del Paese, sembriamo ricordarci dei nostri apprendisti solo quando bisogna fare la campagna di reclutamento per i posti di tirocinio. Perché? Perché non diamo il corretto valore e il giusto riconoscimento alle scuole professionali e alle formazioni che offrono? Probabilmente alla base di questa differenza rispetto a quanto succede oltre Gottardo non ci sono ragioni legate allo status sociale, o a un certo strisciante classismo. Piuttosto vi si riflette la paura per il futuro. Il mercato del lavoro ticinese è precario, incerto ed estremamente concorrenziale. Una concorrenza che si gioca sulle competenze, certo, ma ancora di più sui salari. E forse l’idea di consentire ai nostri figli di avere un titolo di studio “scolastico” più alto probabilmente ci rassicura. E quindi, sin dalla nascita cerchiamo di indurli a studiare. Ma anche la formazione professionale è studio, disciplina, fatica. Quindi facciamo le nostre congratulazioni a tutti i ragazzi e le ragazze che hanno finito il loro apprendistato. Con il loro lavoro hanno permesso alla Svizzera di mantenere un benessere tra i più elevati al mondo. E lo faranno ancora in futuro. Bravi, brave, e grazie!

Tratto da Corriere del Ticino, 22.07.2021

La versione audio: Care e cari apprendisti, grazie di cuore!
In futuro anche gli apprendisti avranno il salario minimo – Uniteis e.V.
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Il debito pubblico è un bosco che non muore mai

Non abbiamo fatto ancora in tempo ad assaporare la ripresa economica, che già una nuova variante mette in discussione le misure di allentamento e di conseguenza la tenuta delle finanze pubbliche.
In questi mesi la maggior parte delle nazioni sviluppate ha messo in campo molte risorse per sostenere le aziende e cittadini. La politica fiscale fatta di riduzione delle imposte e delle tasse ha implicato minori entrate. Quella fatta di aiuti diretti, sussidi e contributi ha causato maggiori uscite. Presto fatto: gli Stati hanno chiuso i conti del 2020 in negativo. Tecnicamente quando le entrate di uno Stato in un anno sono inferiori alle sue uscite, parliamo di deficit o di disavanzo. Al contrario si parla di avanzo (anche se è raro che le Nazioni chiudano in “utile” anche perché vorrebbe dire che stanno tassando troppo i propri cittadini).
La Svizzera ha chiuso il 2020 con una perdita di 15.8 miliardi di franchi. Per avere un termine di paragone pensiamo che il valore di tutta la produzione annuale di beni e servizi, il famoso PIL, è di circa 720 miliardi.
Se sommiamo tutti i disavanzi e gli avanzi da quando uno Stato è nato otteniamo il suo debito pubblico. Quello svizzero a fine 2020 ammontava a circa 104 miliardi di franchi. È aumentato dall’anno prima di 7 miliardi.
A differenza di quanto succede per le aziende, però le nazioni possono sopravvivere nel tempo anche se continuano a registrare delle perdite. In effetti, il debito pubblico è un debito un po’ speciale. Innanzitutto la maggior parte del debito è un debito che cittadini hanno nei confronti di loro stessi. Mi spiego meglio. Quando lo Stato ha bisogno di risorse oltre a indebitarsi con le banche può chiedere prestiti attraverso le obbligazioni. I cittadini, le aziende, gli altri Stati possono comprare questi “pezzettini di carta” in cui lo Stato si impegna a restituire i soldi prestati dopo un certo numero di anni e a ringraziare pagando un tasso di interesse. Di solito la maggior parte delle obbligazioni sono comprate proprio da persone e aziende che vivono in quel paese. Quindi lo Stato che è l’insieme dei cittadini di indebita per soddisfare i loro bisogni facendosi prestare i soldi dai suoi stessi cittadini. Vedete, alla fine i cittadini sono debitori nei confronti di loro stessi. Anche se è vero che oggi le economie sono aperte e quindi anche i cittadini, le aziende e gli altri Stati possono comperare le obbligazioni, la maggior parte del debito rimane nelle mani interne. In Svizzera si stima che più dell’80% del debito è nelle mani di investitori svizzeri.
Un altro mito da sfatare è l’idea che “prima o poi il debito dovrà essere ripagato”. In realtà non è proprio così vero. Il debito pubblico è un po’ come se fosse un bosco che non muore mai e dove gli alberi vecchi vengono sostituiti da quelli nuovi. Quando le vecchie obbligazioni arrivano in scadenza, di solito sono rimpiazzate con nuove emissioni che vengono sottoscritte. Per cui il debito si rinnova.
Detto questo, anche se non esiste un limite al debito pubblico, la gestione delle finanze dello Stato deve essere assolutamente rigorosa e mirare all’obiettivo della parità di bilancio rispettando sempre i principi di una amministrazione equa, efficiente ed efficace.

La versione audio: Il debito pubblico è un bosco che non muore mai
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Cuba: la fame è la più grande “rivoluzionaria”

La fame è la più grande “rivoluzionaria”. Ancora una volta, purtroppo, ce ne stiamo accorgendo. Dalle informazioni che trapelano migliaia di cubani sono scesi in piazza in tutta l’isola per protestare contro il governo.

Perseguire il profitto e il benessere materiale ad ogni costo e a scapito di tutto, non è certamente sano e non è un modello di sviluppo da seguire per l’economia. Ma anche l’assenza di sviluppo economico è altrettanto pericolosa. Quando non abbiamo le risorse per mangiare, per vestirci e per curarci non abbiamo più nulla da perdere e la rabbia esplode. Questa parrebbe la situazione a Cuba.

La crisi del Coronavirus ha messo in ginocchio il Paese. Il turismo tra le fonti primarie di benessere e che garantiva mezzo milione di posti di lavoro è stata la prima vittima. Ma anche il percorso di sostegno alla piccola imprenditoria locale e le misure messe in atto per attirare l’afflusso di capitali stranieri hanno subito una battuta d’arresto. Certo, il settore dell’estrazione di idrocarburi mostra ottime prospettive, ma la dipendenza dalle importazioni petrolifere del Venezuela rimane ancora fortissima. E la situazione di crisi in cui versa anche questo Paese non è d’aiuto.

Come l’aiuto probabilmente non arriverà dagli Stati Uniti che sono accusati dal nuovo presidente cubano Miguel Diaz-Canel di essere i fomentatori delle manifestazioni di piazza. Si sa, i rapporti tra le due nazioni non sono di certo idilliaci. Dal 1960 circa dopo la rivoluzione castrista gli americani hanno fatto di tutto per contrastarli ed emarginarli. Cuba divenne indipendente, si avvicinò all’ex Unione Sovietica e scelse di essere una società comunista. Questo in piena guerra fredda. Le tensioni furono lunghe e continuano ancora oggi. Alle nazionalizzazioni di imprese americane ed espropri, gli Stati Uniti risposero con un embargo commerciale che vietava qualunque scambio di beni e servizi tra le due nazioni. Con le conseguenze che ben potete immaginare.

La fame di Cuba oggi fa tremare non solo un regime, ma anche un sistema alternativo, un ideale. In questi anni abbiamo, purtroppo, visto tante rivolte del “pane”. E tutte mosse da popoli disoccupati e affamati che privati di tutto hanno lottato per cambiare il loro destino e quello dei loro figli. Un destino di miseria e sofferenza che trova speranza nel far cadere governi spesso autoritari, corrotti e totalitari.

Nell’ultimo decennio ricordiamo la primavera araba che ha portato i capi di Stato in Tunisia, Egitto, Libia e Yemen, nel miglior caso a fuggire, nel peggiore, come toccò a Gheddafi, alla morte.

Ma la fame è stata la protagonista di tante proteste di piazza anche negli ultimi anni. In Sudan contro l’aumento del prezzo del pane, in Iran contro l’aumento del prezzo della benzina, in Colombia contro la riforma fiscale fatta sui poveri, in Iraq per chiedere lavoro ai giovani e la fine della corruzione, in Ecuador contro la fine dei sussidi sulla benzina, in Cile contro l’aumento dei biglietti della metropolitana, in Libano contro una tassa sulle chiamate di Whatsapp. E ancora Bolivia, Porto Rico, Venezuela, Haiti. La lista è lunghissima.

Ma perché scendere in piazza, manifestare, rischiare la vita per una tassa sulle chiamate di Whatsapp? Noi non lo faremmo mai. Vero. Noi abbiamo il benessere economico e possiamo permetterci di pagarla. Per queste persone, una tassa sulle chiamate, un aumento del prezzo della metropolitana o la fine dei sussidi sulla benzina, significa fare un ulteriore passo nella miseria e nella povertà.

La versione audio: Cuba: la fame è la più grande “rivoluzionaria”
Fonte: ANSA

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La disoccupazione scende, ma il lavoro rimane malato

La disoccupazione è scomparsa. O quantomeno è quello che potrebbe indicarci una lettura un po’ frettolosa dei dati appena pubblicati dalla Segreteria di Stato dell’economia (SECO). Il tasso di disoccupazione nel mese di giugno a livello nazionale è sceso al 2.8%. Esattamente uguale a quello cantonale.
Ma attenzione è ancora presto per dire che la crisi è passata. Se da una parte ci sono segnali incoraggianti, dall’altra non mancano fatti che ci invitano a una certa prudenza.

È innegabile che a livello nazionale ma anche internazionale sia in atto una ripresa generale delle attività economiche. Le notizie di questi ultimi giorni confermano che la crescita dei paesi dell’Unione Europea sarà più sostenuta di quanto previsto. E lo stesso vale per la Svizzera. A questo aggiungiamo l’euforia che nasce dalla fine delle restrizioni, da una voglia ancora maggiore di vacanze e da un clima di festa trascinato anche dagli europei di calcio. Sì, le cose sul fronte dei consumi stanno andando bene.
Attenzione però, agli altri segnali. Innanzitutto dobbiamo considerare che l’effetto positivo degli aiuti della Confederazione e dei Cantoni alle aziende non si è ancora esaurito. Ancora negli ultimi mesi ci sono aziende che usufruiscono dell’orario ridotto e della liquidità dei crediti Covid. In questo senso anche se gli istituti di ricerca non prevedono ondate di fallimenti, dobbiamo piuttosto essere prudenti e pensare in termini regionali. Purtroppo in Ticino sono già stati annunciati licenziamenti e riduzioni di posti di lavoro da alcune grandi aziende nel settore della farmaceutica e della meccanica. Evidentemente di questi non c’è ancora traccia nei nostri dati sulla disoccupazione.
Come non c’è traccia degli altri fattori che ci indicano lo stato di salute del mercato del lavoro. Bassi salari, condizioni di lavoro precarie, assenza di possibilità di carriera rimangono purtroppo caratteristiche del cantone.
E il tasso di disoccupazione non ci dice tanto altro. Per esempio che nel Canton Ticino negli ultimi mesi sono spariti tanti posti di lavoro a tempo pieno, mentre ne sono stati creati a tempo parziale. Questo con tutti i limiti che consociamo.
E che dire dei giovani appena laureati o diplomati, a cui facciamo i nostri migliori auguri? Se tra qualche mese non avranno trovato un posto di lavoro in linea con le loro competenze, capacità e aspettative, di certo non li troveremo iscritti presso gli uffici regionali di collocamento, ma già sul treno verso Zurigo.

Come non vi fidereste del vostro medico se usasse solo il termometro per farvi una diagnosi, così il tasso di disoccupazione da solo non basta più. Questo e tanto altro deve essere analizzato se vogliamo guarire il mercato del lavoro ticinese che è ancora malato.

Sotto il mio contributo a Ticinonews – Teleticino, 08.07.2021

La versione audio: La disoccupazione scende, ma il lavoro rimane malato
Ticinonew, Teleticino, 08.07.2021
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Ticino, terra di conflitti?

Chiudiamo la sintesi dell’intervista fatta a me e all’On. Morisoli dal Prof. Remigio Ratti e pubblicata dal Federalista, con alla Direzione Claudio Mésoniat.
In Ticino, più che altrove si parla spesso di conflitti inconciliabili. Così i discorsi tra l’apertura verso Sud oppure verso Nord, la presenza di manodopera locale e frontaliera, il rapporto tra città e periferie sembrano difficoltà insormontabili. Ma non è così.
“E infine, come rispondere, ricercando le convergenze, ai principali trade-off? Apertura e chiusura verso l’Europa, giovani e anziani, occupazione e disparità salariali, …
Il cantone Ticino ha la fortuna di stare tra Milano e Zurigo. Questa collocazione deve essere sfruttata al massimo, ma non per divenire esclusivamente il dormitorio di giovani che vivono in Ticino e lavorano fuori. In questo senso è necessario sviluppare sinergie con i due poli. Pensiamo a quanto avremmo potuto fare con il settore della moda e con il Nord Italia e che purtroppo non abbiamo fatto.
Il conflitto tra città e periferie è probabilmente vecchio quanto la nascita stessa delle città. La storia pare consacrare vincitrice a turni l’una o l’altra. Pensiamo alla recente crisi e al fatto che le parti più rurali del cantone siano divenute quelle più “ricercate” dai cittadini per vivere. In questo senso i cambiamenti sull’organizzazione del lavoro possono giocare un ruolo fondamentale e per questo bisogna occuparsene per tempo.
Non esiste nessun conflitto a priori tra infrastrutture e ambiente, anzi. Certo è che se i nostri modelli di investimenti si basano su un’idea di infrastrutture pensate per la società di cinquant’anni fa, allora sì abbiamo un problema.
Nella realtà, alcuni paesi stanno dimostrando coraggio e lungimiranza nella progettazione di nuove opere che non solo sono sostenibili, ma che addirittura diventano le fondamenta di una società in questo senso al passo con i tempi.
L’invecchiamento della popolazione è una problematica che tocca tutti i paesi avanzati. La riduzione della natalità è un fenomeno negativo a differenza della riduzione della mortalità. Eppure spesso li sentiamo contrapporre. L’allungamento della vita non dovrebbe essere mai ritenuto un problema e sicuramente non può essere considerato una causa della riduzione del numero di figli. Per invertire il trend vanno date speranze: migliorare le condizioni quadro, la conciliabilità tra famiglia e lavoro se non addirittura un ripensamento sull’idea stessa di tempo di lavoro.
Il patto generazionale tra giovani e anziani deve essere ri-consolidato. L’esperienza drammatica della pandemia ha mostrato una solidarietà tra generazioni su cui probabilmente pochi avrebbero scommesso. Ora la sfida è quella di rinsaldare il rapporto che da sempre ha contraddistinto le nostre società. La generazione degli anziani non è solo un costo, anzi. Alle giovani generazioni ha lasciato in eredità un sistema di formazione praticamente gratuito, un patrimonio intergenerazionale che poche nazioni possono vantare e uno stato sociale sano. Ai giovani può essere richiesto in cambio il pagamento dei contributi pensionistici e di compensare maggiori costi per la salute. Credo che lo scambio sia assolutamente equo.
Non deve esistere assolutamente nessun compromesso tra occupazione e tolleranza nella disparità salariale. Posti di lavoro mal retribuiti e con condizioni non in linea con la Svizzera non devono essere ritenuti una fonte di crescita e sviluppo per il Cantone. Per decenni la vicinanza con l’Italia ha consentito di attingere a manodopera qualificata e a basso costo. Quello che in apparenza sembrava un vantaggio competitivo si è rivelato un grosso limite al passaggio da un’economia intensiva di manodopera a una di capitale. Quando non si può competere sul prezzo del lavoro bisogna innovare e sviluppare prodotti di qualità.
E infine, il tema dell’immigrazione e dell’emigrazione. È forse uno dei temi più delicati e, nel caso del Canton Ticino, forse uno dei più difficili da gestire in questo particolare momento storico. Siamo confrontati da una parte con un’Italia in sofferenza e quindi con persone alla ricerca di un lavoro e dall’altra con giovani ticinesi che quel lavoro in Ticino non lo trovano. È difficile capire e spiegare perché un giovane ticinese qualificato, formato e competente varchi il Gottardo e veda riconoscere competenze che oggi il nostro territorio sembra ignorare.

La versione audio: Ticino, terra di conflitti?

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Forza Svizzera! E forza alle altre “Cenerentole” degli Europei!

Questa sera si disputeranno i quarti di finale che vedono coinvolte due nazioni da noi amate: la Svizzera e l’Italia. Per entrambe tiferemo a squarciagola.

Detto questo, segnaliamo che questi europei finora sono stati gli europei delle sorprese: le piccole Cenerentole del calcio stanno regalando grandi sogni. Eh sì, perché come avviene in generale nello sport, ci piace pensare che in campo tutti abbiamo le stesse opportunità di vincere e che il risultato non dipende da quanto siamo ricchi o potenti. Eppure anche nello sport come nella vita le differenze ci sono e le disuguaglianze pure. Vediamole.

Grazie alle statistiche pubblicate da Transfermarkt che è un sito che si occupa di informazioni calcistiche possiamo scoprire quale è il valore di mercato delle nazionali e capire perché le piccole Cenerentole ci fanno sognare. L’Inghilterra è la nazionale più preziosa: la somma del valore di mercato dei suoi giocatori è di ben 1.3 miliardi di euro (ca. 1.4 miliardi di franchi svizzeri). Il suo giocatore più caro è Harry Kane che vale 120 milioni di euro. Cioè se voi voleste comperarlo per la vostra squadra di calcio, dovreste sborsare questa cifra. Ma è la Francia che può vantare il giocatore più prezioso di questi Europei che è Kylian Mbappé che vale ben 160 milioni di euro. Sì, proprio quel Mbappé che ha sbagliato l’ultimo rigore decisivo con la Svizzera e che ha consentito alla nostra Cenerentola di passare il turno e qualificarsi per gli ottavi. Per onestà di cronaca dobbiamo dire che la “povera” Svizzera che vale “solo” 283 milioni di euro contro i francesi ha giocato la partita del secolo meritandosi questo risultato. E a proposito di questa partita epocale Forbes si è divertita a paragonare le due squadre. E così ci dice che il valore dell’intera formazione svizzera scesa in campo era l’equivalente di quello del solo campione francese o che il valore dei calciatori che hanno tirato i rigori per la Grande Nazione era di quasi 300 milioni di euro, 6 volte quello della Confederazione. Ma questa differenza economica non è bastata a far pendere l’ago della bilancia dalla parte del più ricco. Come non è bastata nel caso dell’incontro tra l’Olanda che vale 637 milioni di euro e la Repubblica Ceca che vale meno di un terzo (197 milioni).

E torniamo ai nostri quarti di finale. Se la partita tra Italia e Belgio rappresenta un incontro tra ricchi (764 milioni la prima e 670 la seconda), il contrario vale per la Svizzera che dovrà vedersela con la Spagna (283 milioni contro 915) e ancora di più con l’Ucraina tra le più povere del torneo (197 milioni) che si scontrerà con il miliardo e trecento milioni dell’Inghilterra.

Ma le partite non si giocano solo con i miliardi e questo torneo finora ci ha mostrato che sognare non costa nulla. Per cui speriamo che la mezzanotte non suoni ancora per le nostre belle Cenerentole e che possano andare avanti a gustarsi il ballo a palazzo reale.

La versione audio: Forza Svizzera! E forza alle altre “Cenerentole” degli Europei!
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Ticino: è davvero necessario un piano di investimenti pubblici?

Riporto oggi la seconda parte dell’intervista fatta dal Prof. Remigio Ratti all’On. Sergio Morisoli e alla sottoscritta. Le risposte sono state pubblicate dal Federalista con alla direzione Claudio Mésionat che ringrazio per l’ospitalità.

Domande: Quali scenari intravvedete concernenti l’evoluzione cantonale per il prossimo decennio? Su quali obiettivi e su quali priorità puntare? È inevitabile pensare alle risorse da mettere in atto; come valutate la situazione? A quali condizioni e quindi con quali margini di manovra? Pensare a un Recovery Plan ticinese, sarebbe realistico oppure sarebbe un piano di pura facciata?


I disavanzi a cui ci riferiamo oggi non sono preoccupanti perché frutto della crisi economica mondiale che stiamo vivendo. Le misure di sostegno congiunturali, anche se di grandi dimensioni (cosa che non è il caso per il nostro Cantone), non rappresenterebbero un problema. Il problema sta nel fatto che il disavanzo è un disavanzo strutturale. È il frutto delle scelte politiche fatte dal parlamento e dai cittadini negli ultimi anni. A queste si aggiungono, oramai come consuetudine, gli oneri della Confederazione. Date queste premesse credo proprio che sia il momento di occuparsi di un’analisi dettagliata delle spese dello Stato: non di certo per tagliare compiti che sono frutto di scelte della società, ma per riuscire finalmente a realizzare misure di efficienza nell’uso delle risorse. Più riusciamo a ottimizzare e a eliminare inefficienze, più avremo a disposizione risorse senza dover aumentare i carichi fiscali.
Detto questo, la possibilità di un Recovery Plan ticinese o meglio di un progetto di investimenti non è da escludere. Naturalmente per mettere in atto programmi che servano a risolvere i problemi del Cantone è necessario tempo, una visione a medio termine e una stretta collaborazione pubblico-privato. Ma attenzione anche qui dobbiamo intenderci. La collaborazione pubblico-privato spesso in Ticino è stata intesa come i costi al pubblico, i benefici al privato. Non è evidentemente questa la strada da seguire. Una vera collaborazione implica costi e benefici equamente suddivisi. Tanti sono i settori su cui si potrebbe puntare, tra questi quello clinico-ospedaliere, della farmaceutica, della meccanica ed elettronica, dell’intelligenza artificiale, e della sostenibilità energetica. Senza dimenticare tutto ciò che già esiste nel nostro Cantone e che potrebbe essere sostenuto nella messa in rete, nel perfezionamento professionale, nella transizione alla digitalizzazione o all’automazione. Il settore del turismo, quello delle costruzioni, il settore bancario o quello del commercio delle materie prime: senza dubbio i prossimi anni saranno anni di cambiamento.
L’obiettivo primario dell’azione politica deve essere quello di sostenere la transizione verso un tessuto economico solido e competitivo. L’obiettivo che mette d’accordo tutti i possibili conflitti come quello tra giovani e anziani, tra lavoratori indigeni e stranieri, tra apertura e chiusura verso l’Europa è quello di rendere il Cantone attrattivo in termini di posti di lavoro qualificati, stipendi e qualità di vita. Potrebbe apparire uno slogan, in realtà se prendessimo tutte le decisioni guidati da questo proposito probabilmente avremmo già fatto i cambiamenti che gli studi e i progetti politici del passato invocavano. Andiamo a rileggere il rapporto Kneuschaurek del 1964 che già allora metteva in guardia dall’errore di confondere lo sviluppo quantitativo dei settori economici con quello qualitativo. Quante volte ci sentiamo dire che abbiamo creato tantissimi posti di lavoro? Ma questo non è sufficiente. Se non c’è un aumento della produttività, se non sono posti di lavoro qualificati, se non sono destinati alle persone residenti, saranno posti di lavoro a salari bassi che nulla o poco contribuiscono allo sviluppo del Cantone. Sono passati quasi 60 anni dal rapporto commissionato al Prof. Kneuschaurek in cui si chiedeva di redigere uno studio sulla situazione economica del Cantone. Tanto è stato fatto da allora, ma ancora tanti sono i limiti della nostra economia che non abbiamo risolto. Questo studio e tutti quelli che sono stati condotti nel corso degli anni dovrebbero essere la base di partenza per un lavoro di analisi fatto da esperti in collaborazione con il Consiglio di Stato, o quanto meno con una sua rappresentanza. L’errore che credo si commetta oggi è quello di creare gremi in cui regna la concordanza e il consenso politico ancora prima della ricerca delle soluzioni. Questo porta ad avere soluzioni condivise, ma talmente frutto di compromessi e mediazioni che anche quando si trovano, risultano inefficaci. Il lavoro deve essere svolto in una prima fase in maniera indipendente. Solo in seguito deve essere messo in discussione e migliorato attraverso il confronto con la politica, le associazioni, i portatori di interessi e infine con i cittadini. Il risultato del confronto e della mediazione è sano se parte dalla ricerca di una soluzione che però non deve essere per forza una soluzione condivisa a priori da tutte le parti.

La versione audio: Ticino: è davvero necessario un piano di investimenti pubblici?
Copertura dell'A2 nell'Alto Vedeggio, un progetto vivo
Immagine della copertura dell’A2 del Progetto Alto Vedeggio (PAV)
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Cantone Ticino: storie di imprenditoria, volontariato ed emigrazione

Ieri sera mi sono trovata a cena con un gruppo di persone che non conoscevo. La serata era dedicata alla nascita di un’associazione “Mamme per amiche” che si occuperà di dare sostegno e di fare rete per le mamme e per le donne. Abbiamo parlato di recente nel nostro blog dell’importanza che il volontariato ricopre nelle nostre società. Siamo certe che anche questa associazione, a cui facciamo i nostri auguri, continuerà a contribuire al benessere del Paese.
E al benessere del Paese ho riflettuto rientrando a casa. La cena è stata un’occasione per chiacchierare con persone che fanno impresa nel nostro Cantone. In particolare ho parlato con una imprenditrice che lavora con il marito nel settore dell’ortopedia. È stato emozionante sentirla parlare delle persone che si rivolgono alla sua azienda e che grazie ai loro prodotti possono ritrovare una certa normalità nella vita quotidiana. Durante la nostra conversazione questa imprenditrice si è soffermata lungamente sull’importanza e sul valore dei suoi collaboratori e delle sue collaboratrici. Nove persone che non ha esitato a definire una famiglia. Questa famiglia, come tante altre nell’ultimo anno e mezzo, ha dovuto fare i conti con la crisi del covid-19 e con le chiusure forzate. Toccanti le sue parole nel definire l’incertezza e la preoccupazione per le sorti dei suoi collaboratori e collaboratrici in questi mesi. Questa impresa opera nel Mendrisiotto, regione che la vede confrontata inevitabilmente con la forte concorrenza dei prezzi italiani. Per essere competitiva deve limitare al massimo il guadagno sui prodotti, instaurare una relazione di fiducia con i clienti e avere un’eccellente qualità. La sua realtà imprenditoriale vive da oltre un ventennio, per cui non abbiamo dubbi che sia riuscita in questi intenti.
Altra storia, altra impresa, stesse caratteristiche. Un imprenditore piuttosto giovane che da qualche anno si trova a capo di un’azienda che opera nel settore nautico. Le sue prime parole nel descrivere l’attività sono andate ai suoi 17 collaboratori. Anche nel suo caso affrontare la crisi lo ha messo di fronte alla paura di non poter garantire il lavoro e uno stipendio sicuro ai suoi dipendenti di cui ha elogiato le competenze tecniche, ma anche le doti umane. Ha raccontato di quanto sia stato difficile creare un clima di solidarietà, collaborazione e sostegno reciproco. Eppure oggi anche loro sono una grande famiglia, con la gioia di formare anche degli apprendisti. Nessuno pensa di andare via all’orario di chiusura se c’è bisogno di ultimare una consegna. D’altra parte il loro responsabile si è preoccupato anche nei mesi di chiusura di poter garantire lo stipendio al 100%. Il suo è un mercato di nicchia, di lusso che però deve fare i conti con la concorrenza degli imprenditori che stanno sulle sponde italiane. Inutile negarlo, le tariffe orarie possono essere anche la metà… E come sopravvivere? Affidandosi alla qualità, alla garanzia e al rispetto. Solo così è possibile sopravvivere. Sono certa che questo imprenditore potrà festeggiare, anche lui, una storia ventennale di successo. Ecco due storie di sana imprenditoria, di sano artigianato. E la realtà ticinese ne conosce tante, che andrebbero valorizzate.
E infine un altro incontro speciale. Nel locale è entrato un signore senegalese che risiede in Italia e che si fermerà da questa parte del mondo fino a fine dicembre quando tornerà dalla moglie e dai cinque figli che lo aspettano. Con grande discrezione ha esposto la sua merce su un tavolo. Mi sono avvicinata, abbiamo bevuto un caffè e facendo quattro chiacchere ho comprato due braccialetti che probabilmente non metterò mai. Mi ha raccontato quanto sia bello il Senegal e quanto la vita costi poco… Purtroppo però il suo paese non riesce ad offrirgli un lavoro nemmeno per guadagnare quel poco … E quindi eccolo qui di venerdì sera in un ristorante sul Monte Ceneri in attesa che qualcuno compri uno dei suoi braccialetti o magari semplicemente gli offra un caffè…
Affascinante la vita, però. Da nord a sud un unico destino sembra accomunarci: vivere grazie al nostro lavoro.

La versione audio: Cantone Ticino: storie di imprenditoria, volontariato ed emigrazione
Fonte: https://www.pv-magazine.com/

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Covid-19: un’occasione per il Cantone che può ripensarsi

Qualche settimana fa ho risposto alle domande poste dal Prof. Remigio Ratti. Le mie risposte insieme a quelle dell’On. Sergio Morisoli sono state pubblicate dal Federalista con alla direzione Claudio Mésionat. Ve ne ripropongo alcuni estratti.

Questa pandemia è stato un evento eccezionale e deve essere trattato come tale. Dal punto di vista economico abbiamo assistito a una crisi “duplice” che ha toccato offerta e domanda in contemporanea. Abbiamo visto fermarsi la produzione e nello stesso momento impedire ai cittadini il consumo.
Passato il senso di smarrimento e incredulità verso quanto stava accadendo, abbiamo preso finalmente coscienza dei limiti della globalizzazione e della delocalizzazione. Abbiamo scoperto che la nostra dipendenza dalla Cina è molto più grande di quanto immaginassimo. Abbiamo dovuto fare i conti con i limiti di un’economia che ha pensato troppo presto di poter vivere solo di servizi e non più di industria. Tutto ad un tratto il mondo “avanzato” si è accorto che necessitava di beni reali che non sapeva più produrre: medicine, macchinari, respiratori, disinfettanti, tutto era al di fuori dei nostri confini. Ma questa presa di coscienza è servita anche per risvegliare l’imprenditorialità e l’innovazione che sembravano un po’ dormienti.
In contemporanea le aziende di servizi potevano sfruttare l’occasione di accelerare il percorso di digitalizzazione e di riorganizzazione del lavoro che già era in atto senza doversi scontrare con le resistenze che lo frenavano. Abituare i collaboratori e le collaboratrici a lavorare al proprio domicilio, insegnare ai clienti a svolgere le proprie attività bancarie, istruire gli anziani per fare la spesa online. Difficilmente senza questa crisi saremmo riusciti a cambiare così rapidamente le nostre abitudini. Dovremo capire se questi cambiamenti sono o meno definitivi e soprattutto come gestirne le conseguenze.
Anche in questa occasione, la Svizzera ha tutte le carte in regola per approfittare al meglio del momento di transizione. Se come più volte fatto in passato riuscirà a sfruttare la sua dimensione contenuta, la sua rapida capacità di adattamento, la flessibilità del suo mercato del lavoro ne uscirà ancora più rafforzata. Probabilmente potrebbe anche essere l’occasione per in parte rivedere la sua dipendenza dall’estero in alcuni settori o quanto meno non accentuarla come sembrava essere l’interesse di una parte politica del Paese. Non si tratta evidentemente di pensare a un’economia di sussistenza, ma certo è che un ripensamento sui settori strategici per il Paese va fatto.
Discorso diverso per quanto attiene al Cantone Ticino che potrebbe ripensarsi a partire da questa crisi. I segnali di rallentamenti e di difficoltà per alcuni settori erano presenti ben prima dello scoppio della pandemia, come pure erano note le debolezze del nostro tessuto economico a partire dalla sua composizione e finendo ai salari. Lo stesso vale per l’assenza di centri decisionali, per uno spirito imprenditoriale sano poco sostenuto al contrario di uno “malsano” accettato, per la mancanza di posti di lavoro qualificati dell’amministrazione federale o della cancellazione di quelli delle ex-regie.
Ma l’opportunità di prevedere una nuova visione del Cantone non dipende tanto da questa crisi, quanto piuttosto dalla volontà politica di riconoscere le difficoltà di questo Paese per risolverle in un’ottica di medio termine. Non riusciremo a modificare la nostra struttura economica in un paio di anni, come non saranno investimenti pubblici in infrastrutture a dare lavoro ai nostri giovani che sono costretti ad emigrare verso Nord. Il progetto politico, economico e sociale dovrà avere uno sguardo molto più lungo.

Sono fermamente convinta che il contesto nazionale per il Cantone Ticino rappresenti un punto di sicurezza e di vantaggio più che un limite. Sarebbe un bene per tutti noi avvicinarci di più al resto della Svizzera, non il contrario.
Detto questo, il problema è che non abbiamo abbastanza peso e non siamo sufficientemente ascoltati a livello federale o quanto meno non c’è abbastanza riconoscimento per il prezzo che paga il Cantone (non siamo gli unici) per le scelte che avvantaggiano il resto della Svizzera. Penso ad esempio agli accordi di libera circolazione e all’impatto che questi hanno sul mercato del lavoro ticinese. La Confederazione dovrebbe “risarcire” il cantone Ticino e gli altri cantoni di frontiera per gli svantaggi che traggono. Chiave di riparto modificata, posti di lavoro e sedi di autorità federali potrebbero rientrare in questa logica.

La versione audio: Covid-19: un’occasione per il Cantone che può ripensarsi
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Previsioni economiche: l’estate è arrivata!

L’estate è arrivata anche per l’economia. I dati internazionali confermano un miglioramento e anche la Svizzera non è da meno. Le previsioni economiche della Segreteria di Stato dell’Economia (SECO) prevedono un aumento del Prodotto interno lordo per il 2021 del 3.6%, in netto miglioramento rispetto alla previsione di marzo (+3.0%). Questo significa che è successo qualcosa che ha modificato in senso positivo le nostre aspettative rispetto a tre mesi fa. Probabilmente l’allentamento delle misure anti-Covid in Svizzera, ma anche l’accelerazione della campagna vaccinale nel resto del mondo, ha consentito di ricominciare a consumare, quindi a produrre e quindi a investire. In effetti vediamo un aumento dei consumi interni (+3.9%), delle esportazioni di beni (+6.0%) e dei servizi (7.6%) e di conseguenza un aumento degli investimenti in macchinari per produrre (+4.5%). Questo indicatore è molto importante. Il fiuto degli imprenditori consente loro di capire come andranno gli affari in futuro. Al momento le aspettative sono positive e gli imprenditori quindi investono.
Ma c’è un dato per la svizzera in assoluta controtendenza rispetto agli ultimi 10 anni: la spesa pubblica. Quest’anno si prevede un aumento del 6.6% che sarà ridotto nel 2022. La spesa pubblica rappresenta circa il 12% del Prodotto Interno Lordo, quindi capiamo subito quanto contribuisca al tasso di crescita del PIL. Certo la politica fiscale è importantissima per una politica anti-congiunturale a sostegno dell’economia, ma sarà necessario interrogarsi su quando fare un passo indietro.
E l’impatto sul mercato del lavoro? Per quest’anno è prevista una riduzione e stabilizzazione del tasso di disoccupazione attorno al 3.1%, grazie anche alla creazione, seppur contenuta, di nuovi posti di lavoro. Infine, guardiamo ai prezzi per cui è previsto un leggero aumento dello 0.4%. In questo caso le previsioni mi sembrano personalmente un po’ caute. L’andamento delle ultime settimane del prezzo del petrolio, del prezzo delle materie prime e di quelle agricole, mostrano una crescita importante che non sembrerebbe attenuarsi a breve. Eppure gli esperti parlano di aumenti solo temporanei. Permettetemi di mostrare qualche dubbio su questa posizione.
Infine proprio oggi sono stati presentati i dati sul commercio estero. Il mese di maggio si è chiuso con un aumento delle esportazioni del 3.5% trainato soprattutto dal settore della chimica e farmaceutica. Data la riduzione delle importazioni, la bilancia commerciale chiude con una eccedenza di 4.3 miliardi di franchi.
Di oggi anche l’aggiornamento delle previsioni della Banca Nazionale Svizzera che migliora le sue aspettative, ma che ancora una volta mette in guardia dai rischi sul mercato immobiliare di cui abbiamo parlato di recente anche noi. Chissà che qualcuno prima o poi non ascolti questo campanello d’allarme.

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La prossima sfida per le donne: il riconoscimento professionale

Cinquant’anni. Il riconoscimento a pieno titolo dei diritti politici delle donne è avvenuto cinquant’anni fa quando gli uomini svizzeri hanno concesso il diritto di voto e di eleggibilità alle donne. Certo le donne non sono state mica fermi a guardare, anzi. Hanno dovuto guadagnarselo con le unghie e con i denti. Come d’altronde cercano di guadagnarsi il pieno riconoscimento nel mondo del lavoro.
Spesso nel mettere in evidenza il fatto che siamo ancora distanti da una parità di genere effettiva, non si dà il giusto spazio all’evidenza di quanto sia cambiato il mondo in mezzo secolo. E con esso, il ruolo nella società e nell’economia delle donne. Diciamolo: tanto è stato fatto.
Se guardiamo i dati sulla formazione rimaniamo colpiti dai passi da giganti che le donne hanno fatto in pochi anni. Certo la società ha consentito loro di fare alcune scelte che prima venivano negate, ma nel contempo riconosciamo che i risultati ottenuti sono il frutto esclusivo dei loro sacrifici, dei loro sforzi e delle loro capacità. Nel 1970 il 60% delle donne interrompeva gli studi dopo la scuola dell’obbligo; la percentuale era “solo” del 35% nel caso degli uomini. Sempre in quegli anni solamente il 4% delle donne aveva una formazione terziaria. Oggi la percentuale è del 30%. Addirittura se guardiamo alle fasce più giovani della popolazione scopriamo che sale al 43%; quasi una donna su due. Possiamo dire che le capacità in ambito formativo sono riconosciute.
Affermazione purtroppo che non possiamo ancora fare nel mondo del lavoro, dove il cammino pare ancora lungo. Le ragioni culturali giocano un ruolo in questo ritardo, innegabile. Ma probabilmente oggi i limiti più grandi al pieno riconoscimento femminile vanno cercati nelle distorsioni di cui è vittima il mercato del lavoro e di cui sono “vittime” le donne e gli uomini che fanno le loro scelte. Mi riferisco in particolare al tema degli stereotipi inconsci. I casi di studio e le analisi oggi non mancano e confermerebbero che quando facciamo una scelta, uomini o donne portiamo con noi dei pensieri pregressi che ci influenzano. L’uomo è forte, sicuro, deciso. Esattamente il profilo che ricerchiamo per una posizione dirigenziale. La donna? Affidabile, organizzata, conciliante. Il profilo ideale per attività amministrative. Non lo facciamo di proposito, ma questa immagine influenza le nostre decisioni.
Anche se ci vorrà probabilmente ancora qualche generazione per “ammodernare” i nostri pregiudizi inconsci, una buona notizia c’è. Questi errori possono essere attenuati, riconoscendoli e attuando dei correttivi nei processi di selezione, sostegno e carriera professionale.
Cinquant’anni fa le donne hanno ottenuto il riconoscimento politico; è ora che uomini e donne insieme lavorino per ottenere anche quello professionale.
Tratto da L’Osservatore – 12.06.2021

In aggiunta trovate un video dei miei interventi come ospite a Filo Diretto, LA 1- RSI del 10.06.2021. Grazie mille a Davide Riva per l’intervista

La versione audio: La prossima sfida per le donne: il riconoscimento professionale
L'Italia ha la quota più bassa d'Europa di donne che lavorano – Il Patto  Sociale
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Sarebbe grave una crisi immobiliare?

Qualche giorno fa sono stata invitata a partecipare alla call regionale sul mercato immobiliare organizzata dal Centro clientela aziendale Ticino di Raiffeisen Svizzera. Ho potuto parlare di settore immobiliare e di macroeconomia. Ho cominciato esponendo due curiosità. Pochi sanno che il prezzo degli immobili e il numero di autorizzazioni per la costruzione sono degli indicatori anticipatori del ciclo economico. Se guardiamo a questi dati, siamo in grado di stimare ciò che accadrà tra sei mesi alla nostra economia. La seconda curiosità riguarda la possibile esistenza di un ciclo economico di lungo periodo legato al settore delle costruzioni. Dapprima Alvin Hansen e in seguito lo stesso Simon Kuznets sostennero che esiste un ciclo lungo che varia dai 15 ai 25 anni collegato con l’attività nell’edilizia. Questo implica che ogni 15-25 anni assistiamo a una crisi immobiliare. In effetti se guardiamo alle ultime due vediamo che quella del 2007 è avvenuta 16 anni dopo quella del 1991. Sono accettati gli scongiuri del caso…
Nel 2017 l’ufficio federale dell’abitazione ha svolto uno studio in cui ha quantificato l’importanza del settore immobiliare in Svizzera. Da questo studio emerge che il contributo dato al prodotto interno lordo svizzero è stato per quell’anno di 114 miliardi, il 17% del totale. Togliendo il reddito da locazione e il valore locativo il contributo rimane comunque molto elevato e si situa attorno all’11%. Sempre in quell’anno si misuravano circa 2,75 milioni di edifici di cui due terzi destinati a scopi residenziali. Il settore offriva 566 mila posti di lavoro a tempo pieno (14% del totale) e l’11% delle entrate fiscali (oltre 14 miliardi di franchi.) Se si scende nel dettaglio si scopre che il parco immobiliare nel 2017 aveva un valore di 2’800 miliardi di franchi ed era composto da 4,5 milioni di alloggi. Il 40% di questi stabili rappresentava edifici non residenziali mentre ben il 36% case individuali e il 17% immobili collettivi. Interessante notare come questa composizione non si sia modificata negli ultimi dieci anni.
Per comprendere l’importanza di questo settore possiamo anche dare un’occhiata al rapporto annuale sulle banche svizzere pubblicato dalla Banca Nazionale. In questo caso scopriamo che la metà dei 2’000 miliardi di franchi di attivi totali delle attività delle banche svizzere sono debiti ipotecari. Di queste ipoteche ben oltre l’80% sono a tasso fisso. Guardando l’evoluzione dei debiti ipotecari rispetto a 10 anni fa scopriamo una grande crescita per le banche cantonali e le banche Raiffeisen; un po’ meno marcata per le grandi banche.
Anche per il Canton Ticino l’importanza di questo settore è grande: quasi il 6% del Parco immobiliare era nel nostro cantone; dato più o meno confermato anche dal valore delle assicurazioni cantonali degli stabili.
L’analisi per Cantoni consente di vedere le differenze strutturali. Nei cantoni più rurali il contributo maggiore è dato dalle attività di costruzione e produzione. Nei cantoni urbani invece il contributo maggiore è dato dalla gestione dell’immobile e dagli studi di ingegneria e di architettura. Nel nostro caso ad ogni modo segnaliamo che circa il 17% del prodotto interno lordo dipende dal settore immobiliare. Per questo la nostra attenzione verso i rischi deve essere ancora più grande.
Tra le sfide che dovrà affrontare l’immobiliare segnaliamo l’invecchiamento della popolazione, la migrazione dei giovani oltre Gottardo e la stagnazione dei redditi. In aggiunta guardando fuori dalle nostre finestre vediamo un’attività edilizia molto elevata che ha come conseguenza una percentuale di sfitto nel nostro cantone mediamente più alta del livello svizzero. A queste difficoltà dobbiamo aggiungere il cambiamento nell’organizzazione del lavoro, in questo caso pensiamo al telelavoro. Il settore ne risente in termini di uffici occupati, di uso delle attività commerciali come ristoranti e negozi e come pure di modifiche delle preferenze geografiche su dove vivere. Oggi le zone periurbane sembrano svantaggiate. Ma la crisi COVID-19 ha anche cambiato le nostre abitudini di consumo: le vendite online sono diventate prassi e questo potrebbe ripercuotersi sugli spazi commerciali. Infine non dimentichiamo che all’orizzonte si prospetta un aumento dei tassi di interesse.
Quello che possiamo fare è sperare che la crisi del settore immobiliare che dovrebbe avvenire nel 2023 questa volta non rispetti le previsioni degli economisti e tardi di qualche anno.

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Disoccupazione in calo? Forse…

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I dati appena pubblicati dalla Segreteria di Stato dell’economia (SECO) mostrano l’andamento del mercato del lavoro nel mese di maggio. In generale notiamo che si registra una incoraggiante diminuzione rispetto sia al mese precedente che all’anno prima. A livello nazionale parliamo di un tasso di disoccupazione del 3.1% (era del 3.3% nel mese di aprile).
Ancora meglio sembra la situazione a livello cantonale, dove addirittura si registra un tasso più basso di quello svizzero. Il dato è del 3% (era del 3.2% in aprile e addirittura del 3.9% in maggio dell’anno scorso.)
Non possiamo che rallegrarci se il numero di persone iscritte presso gli uffici regionali di collocamento è al ribasso. Tuttavia dobbiamo precisare alcuni punti che potrebbero rendere quest’analisi meno ottimista. Innanzitutto rileviamo che ancora molte aziende a livello cantonale durante il mese di maggio usufruivano dell’indennità di orario ridotto anche perché molte attività erano ancora chiuse per volere della Confederazione. E sappiamo che proprio il settore della ristorazione e quello legato agli eventi rappresentano nel Canton Ticino un importantissimo datore di lavoro. In secondo luogo non dimentichiamo che molte persone usufruiscono ancora di contributi e aiuti messi in atto dal settore pubblico per rispondere a questa crisi. Infine non possiamo omettere che le aziende del Canton Ticino hanno usufruito in maniera proporzionale più grande dei crediti Covid-19 garantiti dallo Stato. Queste considerazioni ci fanno quindi leggere il dato sulla disoccupazione in maniera più prudenziale poiché potrebbe essere un po’ “dopato” da questi fatti.
Se poi aggiungiamo che di solito c’è un ritardo tra l’andamento dell’economia e le conseguenze sul lavoro, non possiamo proprio stare tranquilli. Ricordiamo pure che il dato calcolato secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) che considera tutte le persone in cerca di lavoro anche se non iscritte negli uffici di collocamento, mostra di solito un tasso di disoccupazione decisamente più elevato che arriva anche al 7%. A breve questi dati saranno disponibili.
Per completare la nostra analisi non possiamo omettere i dati che sono stati pubblicati qualche settimana fa in relazione ai posti di lavoro persi nel primo trimestre del 2021. In questo caso in Ticino abbiamo perso il 10% di tutti i posti di lavoro persi in un anno a livello nazionale. Parliamo di quasi 3000 impieghi. Analizzando i dati emerge una sofferenza importante nel settore terziario e per i posti di lavoro a tempo pieno. Un fenomeno particolare che dovrà essere monitorato è l’aumento del lavoro femminile a tempo parziale. Anche se in apparenza potrebbe sembrare una buona notizia in realtà dietro a questo dato potrebbe nascondersi un’ulteriore ottimizzazione dei costi e quindi una sostituzione di posti di lavoro dal tempo pieno al tempo parziale con le conseguenze che ben potete immaginare.
Detto questo se la situazione congiunturale sul mercato del lavoro si rivelasse positiva sarebbe sicuramente una buona notizia. Consentirebbe probabilmente di destinare tutte le risorse all’analisi dei problemi strutturali del nostro Cantone: la partenza dei giovani oltre Gottardo, le difficoltà di rientro sul mercato del lavoro delle persone con più di cinquant’anni, i salari che rimangono mediamente più bassi del 18-20% di quelli nazionali.
Decisamente il lavoro non manca… Speriamo che chi di dovere lo faccia.

La versione audio: Disoccupazione in calo? Forse

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Puoi pagare? Puoi inquinare

Nel XVI secolo la Chiesa cattolica attuò una particolare raccolta fondi per finanziare la costruzione della Basilica di San Pietro. Pagando una certa somma di denaro era possibile ottenere, semplificando, il perdono dei peccati. Furono raccolti miliardi, al valore di oggi.
Dall’adulterio all’omicidio tutto aveva un prezzo. Lutero scandalizzato da questo “mercato”, decise che no, non tutto doveva avere un prezzo. E la Chiesa cattolica pagò il cosiddetto scandalo delle indulgenze con la scissione protestante.
Oggi non lo accetteremmo mai. O almeno questo è quello che ci piace pensare. In realtà, è cambiata solo la natura delle moderne indulgenze. Pensate alle multe inflitte alle banche o alle aziende che violano le regole della concorrenza o truffano i consumatori con pubblicità ingannevoli. E che dire delle amnistie per chi si autodenuncia per evasione fiscale? Tu paghi, la colpa è graziata.
Da anni vige il principio “chi inquina, paga”. Il principio è sano, nelle intenzioni, ma è stato pervertito nella pratica diventando “se paghi, puoi inquinare”. Vuoi generare tantissimi rifiuti? Basta avere i soldi per pagare la tassa sul sacco. Vuoi sprecare acqua potabile? Paghi la tassa sul consumo. Vuoi emettere CO2 nell’aria? Paga 12 centesimi in più per litro di benzina e continua come prima.
Chiedo perdono per il sarcasmo ma conosciamo i limiti di queste tasse. Nel caso della tassa sul CO2 è noto che monetizzare il “peccato” ambientale comporti un’ingiustizia e una mancanza di equità per i redditi più bassi, per le regioni rurali e chi non ha alternative all’uso dei veicoli privati. Senza contare che a meno che la tassa non sia estremamente elevata il consumatore non ne ridurrà il consumo.
Il principio che dovrebbe guidare l’ente pubblico è “non si inquina e basta”. Organizzazioni, persone e paesi coraggiosi lo praticano. E non mi riferisco agli Stati Uniti che dietro alla propaganda di un impegno maggiore in futuro hanno camuffato il fatto che non raggiungeranno l’obiettivo fissato in precedenza.
Vi sono, invece, paesi che introducono regole severe sui limiti di emissione, divieti di circolazione per i veicoli inquinanti, che sostengono seriamente lo sviluppo di tecnologie pulite. Vi sono organizzazioni non governative che hanno vinto la loro battaglia contro un’azienda petrolifera che dovrà ridurre notevolmente le sue emissioni. C’è il piccolo fondo di azionisti che riesce, dopo mesi di duro lavoro a far eleggere nel consiglio di amministrazione di una compagnia petrolifera due membri sensibili alle tematiche ambientali. Non traffico delle indulgenze ma opere di bene.
Il denaro non permette più di comperare il paradiso, ma per alcuni è diventato il lasciapassare per inquinare. Le intenzioni all’origine erano buone e lo erano anche per le indulgenze cattoliche. Ma la strada per l’inferno non è forse lastricata di buone intenzioni?
Tratto dal Corriere del Ticino, 04.06.2021

Puoi pagare? Puoi inquinare
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Il risparmio è importante. Svizzeri popolo di risparmiatori

Prendo spunto dalla mia partecipazione alla trasmissione radiofonica Uno Oggi su Rete 1 RSI del 01.06.2021 per parlare di un tema che di solito rimane un po’ nell’ombra: il risparmio. In effetti, tendenzialmente proprio per il suo ruolo di motore della crescita parliamo piuttosto del consumo. Ma anche il risparmio ha la sua importanza, eccome! A livello macroeconomico il risparmio è la base per poter acquistare i macchinari e gli impianti produttivi su cui si fondano i nostri sistemi capitalisti. Sfatiamo un altro mito: il capitalismo si basa sì sull’accumulazione di capitale, ma il capitale in economia politica non è quello finanziario, bensì quello fisico che serva alla produzione.
E ora diamo uno sguardo al risparmio in Svizzera. Gli svizzeri sono un popolo di risparmiatori. Insieme ai giapponesi e gli italiani, che però negli ultimi anni hanno perso diverse posizioni, siamo tra i primi della classe. Americani e Britannici risparmiano pochissimo, addirittura a un dato momento gli americani avevano un saggio di risparmio negativo del -2% di risparmio personale, compensato dalle aziende. Gli svizzeri risparmiano in media il 12% in modo libero e altrettanto in modo forzato (con questo si intende il risparmio obbligatorio del I e del II pilastro). In totale fa il 25% del Prodotto interno Lordo, che è un dato notevole e ci assicura liquidità per l’ente pubblico e per gli investimenti di lungo periodo. Certo, non è sempre stato così: nel 1920 gli svizzeri risparmiavano il 2% del loro reddito. Negli anni Trenta e primi anni Quaranta eravamo al -1,5% circa. È dal 1950 in avanti che il risparmio è salito al 12% degli ultimi 20 anni.
Non tutti quanti però riescono a risparmiare, alcuni risparmiano di più, altri di meno. Tra i risparmiatori mettiamo coloro che guadagnano più di 10’000 franchi al mese, i cittadini dei cantoni ad alto reddito come Zurigo, Zugo, Ginevra, i cinquantenni, chi abita in casa propria. Il Canton Ticino è in basso nella scala, come i Romandi. Questo dipende dal fatto che i nostri salari sono del 18% più bassi della media svizzera.
Le ragioni per cui risparmiare sono molte. Per comperare beni durevoli come l’automobile, per le emergenze durante la vita e la discontinuità nel reddito come per esempio la disoccupazione, per il pensionamento, per lasciare eredità ai figli e nipoti, ma potrebbe anche esserci un’avversione al consumismo (questa più forte tra gli anziani).
E poi ci possono essere casi eccezionali come la pandemia vissuta l’anno scorso. Da una parte il risparmio è aumentato a causa dell’incertezza, ma è soprattutto aumentato a causa dell’impossibilità di spendere. Confinamenti, chiusure di negozi, ristoranti, palestre, divieti di viaggiare. Insomma, risparmio quasi “obbligatorio”. Ora che le misure sono state allentate potremo tornare a spendere quanto risparmiato, ma bisognerà fare attenzione all’inflazione. Se noi spendiamo tanto e lo Stato fa lo stesso è possibile un aumento eccessivo dei prezzi.

La sintesi della mia intervista a Uno Oggi – Rete 1 – RSI, 01.06.2021

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Dietro le quinte per la preparazione di Tempi Moderni…

Quando si è chiamati a rilasciare un’intervista, giustamente, ci si prepara eccome. Oggi voglio farvi vedere i miei appunti per l’intervista di Tempi Moderni del 28.05.2021, che ringrazio. In più, vi allego il risultato finale…

Un giudizio sull’intervento dello Stato a seguito della crisi Covid-19

L’intervento iniziale, quello d’urgenza, è stato sicuramente ottimo sia nei tempi che nelle modalità.
I crediti garantiti dallo Stato hanno permesso alle aziende di non avere problemi di liquidità. Mentre l’ampliamento dell’indennità per l’orario ridotto e la semplificazione ha permesso di non dover licenziare i collaboratori e le collaboratrici.
Sono molto più critica per gli interventi successivi. Passata l’emergenza purtroppo il Consiglio federale non è stato in grado di fare una pianificazione degli aiuti e degli interventi come hanno fatto altri stati. Ad un certo punto sembrava si mettessero ogni giorno nuovi cerotti. Concretamente per alcuni settori si sarebbero potute prevedere misure migliori da attuare durante le chiusure obbligatorie. Pensiamo già solo alla formazione continua che poteva essere organizzata per le persone che non potevano lavorare o al finanziamento di interventi di manutenzione o investimenti per ristoranti, piscine o palestre.

Per quanto ancora potrà durare l’intervento dello Stato e in quali forme

Quello che ci deve interessare è la sopravvivenza delle nostre aziende che ci garantiscono di poter lavorare e vivere dignitosamente. Quello che deve preoccuparci sono i posti di lavoro per le persone che vivono in Ticino e per i loro figli. Quelli che hanno finito gli studi e quelli che si apprestano a iniziare degli apprendistati. Anche se alcuni indicatori come l’andamento delle esportazioni, i dati sui consumi sembrano mostrarci una situazione positiva a livello nazionale, secondo me, in alcune regioni gli effetti di questa crisi devono ancora manifestarsi appieno. E in questo caso penso al Cantone Ticino. Tante piccole e medie imprese non sanno se sopravvivranno. E non dimentichiamo che il nostro Cantone vive di piccole e medie imprese: sono i nostri posti di lavoro, sono i posti di lavoro dei nostri figli, sono i posti di apprendistato dei nostri giovani. È probabile che il Cantone dovrà sostenere maggiormente il nostro tessuto economico.

Un’opinione sull’idea di pacchetti di intervento milionari in Svizzera stile quelli degli Stati Uniti o dell’Unione Europea

Personalmente ritengo che i pacchetti previsti dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea non siano veramente una risposta di tipo congiunturale, nel senso che non sono una vera e propria risposta a
questa crisi economica. Sono piuttosto un cerotto a ritardi in alcuni settori anche decennali, pensiamo ad alcune infrastrutture come ad esempio alla rete ferroviaria negli Stati Uniti oppure alcune spese di aggiornamento degli insegnanti in Italia. Secondo me si è agito troppo in fretta. Assolutamente corretto pensare a un programma di investimenti tra pubblico e privato anche in Svizzera, ma queste cose non devono essere improvvisate. Ben vengano progetti di sostegno alla trasformazione delle aziende verso la digitalizzazione in maniera da tutelare i posti di lavoro, gli investimenti in infrastrutture e in ricerca tra pubblico e privato. Ma tutto fatto sempre bene e ricordandosi che le risorse andranno prese dai cittadini.

Un’opinione sui pacchetti di investimenti negli Stati Uniti, nell’Unione Europea e in Cina

Nel caso degli Stati Uniti l’impressione è che la manovra sia piuttosto di tipo elettorale che non veramente economica. Mi spiego. Il primo pacchetto di aiuti è stato di 1’900 miliardi di dollari e non si è nemmeno finito di spendere quelli che il Presidente Biden ha annunciato un ulteriore pacchetto di 2’200 miliardi. Gli interventi annunciati sembrano più che proiettati verso il futuro, un tentativo di sanare ritardi decennali in alcuni settori. E poi non dimentichiamo che queste manovre vanno finanziate. Dopo pochi giorni ha annunciato l’aumento delle imposte e lanciato l’idea che tutti gli Stati dovrebbero avere una aliquota minima di imposte. Insomma, gli Stati Uniti iniziano a perdere in competitività fiscale e vogliono che gli altri Stati peggiorino la loro.
Discorso diverso il programma economico lanciato dalla Cina che ambisce ora, giustamente, a migliorare il benessere dei suoi cittadini così da garantirsi una domanda interna elevata e a investire pesantemente dell’innovazione e nella tecnologia. Non a caso la Cina si appresta a breve a superare gli Stati Uniti e diventare la prima potenza mondiale.

La fine dell’Accordo Quadro
Finalmente questa questione è stata chiusa e risolta. I punti di discordia come l’applicazione automatica delle leggi europee, i rischi per il nostro mercato del lavoro, la tutela delle nostre banche cantonali e il diritto per i cittadini europei alle nostre prestazioni assistenziali erano troppo grandi. Ora sarà necessario sedersi al tavolo e farlo però ritenendo che tutte e due le parti hanno pari dignità. La Svizzera ha necessità di buoni rapporti con l’Unione Europea e l’Unione Europea ha bisogno di buoni rapporti con la Svizzera. Non dimentichiamo che l’Unione Europea “tiene” circa 800 mila posti di lavoro grazie ai buoni rapporti con la Svizzera, Si torni a discutere di accordi bilaterali, e magari anche tutelando maggiormente i cantoni di confine come il nostro. I problemi sul mercato del lavoro sono sotto gli occhi di tutti.

E questo il risultato finale…

Tratto da Tempi Moderni, LA 1 RSI, 28.05.2021

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Quanto “vale” fare la mamma e il papà?

Franca, una lettrice del nostro blog che ringrazio, ha chiesto di trattare il valore economico del lavoro non remunerato. I lavori domestici, i lavori di accudimento dei bambini e di cura di persone bisognose e il volontariato sono tutte attività molto importanti nelle nostre società e che hanno un grande valore. Questo valore però non rientra nel calcolo del Prodotto Interno Lordo. Non perché non lo si voglia includere, semplicemente perché questo indicatore comprende tutti i beni e i servizi che passano attraverso uno scambio di mercato, quindi che hanno un prezzo.
Ciò che però non bisogna pensare è che non avere un prezzo significhi non avere un valore, anzi. La natura di queste attività si esprime nella gratuità che fonda la relazione tra gli individui che si scambiano questi beni; beni e non merci. Il papà che prepara il pranzo per i figli, la mamma che fa le faccende domestiche, il vicino che si offre per tagliare l’erba del nostro giardino, la studentessa che allena la squadra di pallavolo o il nipote che fa la spesa ai nonni sono attività senza prezzo ma con grande valore. Attenzione però. Se li retribuite, questi beni relazionali smettono di esistere e diventano merci acquistabili sul mercato. E allora sì che li mettiamo nel Prodotto Interno Lordo. Ma pensiamoci bene: se pagaste il pranzo che vi cucinano i vostri genitori, avrebbe lo stesso sapore?
Detto questo proprio perché queste attività possono anche essere comperate, è importante calcolarne il valore economico. L’ultimo dato in Svizzera risale al 2016. Le ore di lavoro retribuite (7.9 miliardi) sono meno di quelle di lavoro non retribuito: ben 9.2 miliardi di ore, ossia 1’320 ore per persona. È come se ognuno di noi avesse svolto attività gratuite per 55 giorni. Il 77% del tempo è stato dedicato ai lavori domestici, il 16% all’accudimento e alla cura e il 7% al volontariato.
Il valore monetario del lavoro non retribuito è stato di ben 408 miliardi di franchi (basta applicare i prezzi delle attività simili). Se paragonato al PIL di allora, 688 miliardi, ne capiamo l’importanza.
Ma questi dati ci dicono anche come cambia la società. Già allora preparare i pasti, pulire e fare il bucato erano compiti principalmente femminili. Più equilibrate erano le attività legate alla cura dei bambini. E oggi, è cambiato qualcosa? I dati appena pubblicati dicono che il tempo impiegato dagli uomini per i lavori domestici e famigliari (19.1 ore a settimana), seppur inferiore a quello delle donne (28.7 ore), è in aumento costante dal 2010.
Le differenze però aumentano nel caso in cui ci siano figli con meno di 15 anni. Anche se il lavoro domestico dei padri è aumentato di 5.2 ore settimanali negli ultimi dieci anni e quello delle madri di “solo” di 1.2 ore, è la composizione che cambia. Le mamme lavorano per quasi 70 ore a settimana; di queste il 75% sono lavori domestici e famigliari e solo il 23% lavoro professionale. Al contrario i papà lavorano un pochino meno, circa 68 ore, ma di queste il 52% sono retribuite e solo il 46% è dedicato ai lavori domestici.
Qualcosa però sta cambiando: in 10 anni il tempo dedicato all’attività professione delle donne è aumentato di quasi 3 ore, mentre quello degli uomini è diminuito di più di 4 ore. Certo sono piccoli passi, ma prendiamo atto. Piano, piano qualcosa si muove.

La versione audio: Quanto “vale” fare la mamma e il papà?
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Bandeaux e borsette. Gli accessori? Un capriccio già degli antichi

Ieri sera ho passato una splendida serata con delle amiche. A due di loro avevamo regalato due bandeaux, ma io non sapevo assolutamente cosa fossero. Così all’apertura dei pacchi ho scoperto che il bandeau è un pezzetto di stoffa. Mi sono permessa di dire a voce alta “ah, ma è un foulard!”. Non lo avessi mai fatto. Le mie amiche mi hanno fulminata con lo sguardo. E avevano ragione. Le sue dimensioni sono troppo piccole per servire a coprire dal freddo. Lungo tra i 50 e 120 centimetri, largo tra i 5 e gli 8, non può proprio essere una sciarpa. Ma qui è arrivata l’economista che è in me e dando un’occhiata ai prezzi medi dei marchi più noti, ho scoperto che il costo medio di quel pezzetto di stoffa è di circa 5’000 franchi al metro quadrato. Incuriosita sono andata avanti con la ricerca. Il bandeau è uno dei primi accessori usato da uomini e donne per ornare i capelli. Lo mettevano già gli assiri, i greci e i romani. Vedete, da sempre l’essere umano non consuma solo beni di prima necessità. Al contrario i beni catalogati come superflui rappresentano oggi una fetta importantissima dell’economia dei paesi industrializzati.
Ma torniamo ai “fazzoletti da collo”. Sfogliando nel web si apre un mondo. Decine e decine di articoli che parlano di questo accessorio, centinaia di fashion blogger che postano fotografie su come indossarlo e migliaia di modelli diversi tra materiali, dimensioni e fantasie. Un bel business. Scopriamo che è possibile usarlo come fascia per capelli (e pare che lo indossasse anche la regina Maria Antonietta), come foulard in sostituzione alla collana, legarlo intorno alla vita, al braccio o al polso. Ma pensate, può essere usato anche come decorazione per la borsetta, cioè l’accessorio dell’accessorio.
Se qualche uomo è arrivato fino a questo punto dell’articolo, sveliamo che anche loro utilizzano qualcosa di simile. Guardate gli sportivi e in particolare i tennisti. I primi a indossarlo alla fine degli anni ’70 furono John McEnroe e Björn Borg.
Ma torniamo ai giorni nostri. L’ennesima rinascita di questo accessorio la si deve a Louis Vuitton che nel 2015 ne ha fatto un vero e proprio cavallo di battaglia.
Proprio il settore della moda e degli accessori è stato uno dei settori maggiormente colpiti dalla crisi Covid-19, probabilmente secondo solo a quello ricreativo e del turismo. In Italia per esempio si stima che nel 2020 il fatturato si sia ridotto del 26% con una perdita di oltre 25 miliardi di euro. L’anno precedente il settore aveva generato un fatturato di 98 miliardi. Purtroppo i primi mesi del 2021 con gli importanti confinamenti e le chiusure non hanno mostrato segni incoraggianti. Ma un segnale incoraggiante c’è. Le intenzioni delle grandi multinazionali del settore di accelerare verso una moda sostenibile. Così leggiamo che si vogliono ridurre gli sprechi per preservare le risorse, sviluppare nuovi metodi di produzione, riciclare e riutilizzare i materiali. Ma non solo. I grandi marchi si sono accorti che un altro business sta prendendo piede e garantendo cifre d’affari interessanti: la vendita di abiti e accessori di seconda mano. In effetti abbiamo visto che proprio in gennaio di quest’anno la piattaforma californiana di rivendita di abbigliamento di seconda mano Poshmark è stata quotata con successo in borsa. Il suo fatturato è di oltre 190 milioni di dollari e vanta una crescita annuale di quasi il 30%. E iniziano ad aprire anche negozi fisici. Siamo certi che i grandi marchi non staranno a guardare. D’altra parte ben venga il riciclaggio anche dei vestiti e degli accessori!
PS. Quando ho aperto il mio regalo di compleanno sapevo benissimo che quel meraviglioso accessorio si chiamava “splendida borsa fucsia”! Grazie amiche 😉

la versione audio: Di bandeaux e borsette. Gli accessori? Un capriccio già degli antichi
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La bolla immobiliare in Svizzera

Quando si parla di mercato immobiliare il pensiero vola subito all’idea di bolla immobiliare. Ma cos’è la bolla immobiliare? È un fenomeno che si verifica quando avviene una brusca riduzione dei prezzi dopo un precedente notevole aumento dei prezzi, di solito causato da una crescita repentina della domanda non accompagnata dall’offerta. Questa riduzione dei prezzi non si limita ad avere un impatto solo sul settore immobiliare, ma tocca l’economia in generale. La crisi del 2008 dei sub-prime è stato un caso da manuale: da un singolo settore si è innescata una crisi mondiale generalizzata.
In questo ambito proprio qualche settimana fa UBS nel suo monitoraggio trimestrale sosteneva che in Svizzera il rischio di una bolla immobiliare c’è ancora e deve essere monitorato. Il prezzo degli immobili di proprietà anche nel primo trimestre del 2021 a livello nazionale è aumentato rispetto all’anno scorso del 4.4%. Era da otto anni che non si registrava una crescita così grande. Al contrario gli affitti confermano la loro tendenza al ribasso, mostrando un -2.5% rispetto all’anno scorso. Questo contrasto è un primo segnale di una situazione che deve essere tenuta sotto controllo.
Ma torniamo all’indicatore di UBS. È composto da 6 sotto-indicatori che consentono di monitorare le particolarità del mercato immobiliare: alcuni tra questi sono preoccupanti, altri meno. Tra i primi troviamo il rapporto tra i prezzi d’acquisto degli immobili e gli affitti annuali. Se questo rapporto è elevato significa che c’è una dipendenza forte verso il tasso di interesse. E questo rappresenta un rischio. È sufficiente un aumento anche piccolo del tasso di interesse per far saltare il sistema. Le persone non sono più in grado di pagare gli interessi sul debito ipotecario, sono costrette a vendere la loro casa, ma visto che tocca tanti, l’offerta di case aumenta e il prezzo si riduce. Quindi anche se si riesce a vendere la casa, lo si farà a un prezzo molto più basso di quanto pagata in precedenza, per cui nel migliore dei casi si perderanno delle risorse, nel peggiore si decreterà il fallimento delle persone.
Il secondo sotto-indicatore mostra il rapporto tra i prezzi degli affitti rispetto ai redditi dei nuclei famigliari. In questo caso cerchiamo di capire se c’è una relazione tra l’andamento della possibilità a pagare e l’andamento dei prezzi. Se i prezzi aumentano tanto e i salari rimangono stabili, deduciamo che stiamo costruendo degli immobili che nessuno può permettersi. Per cui questo genera un aumento di immobili che sono vuoti, i famosi sfitti. Un altro indicatore che mostra un andamento preoccupante è l’andamento dei prezzi degli immobili rispetto all’andamento dell’indice dei prezzi al consumo, che come abbiamo già scritto in passato misura l’inflazione. Se i prezzi degli immobili aumentano di più rispetto ai costi di costruzione e all’inflazione in generale siamo in presenza di una anomalia. Gli altri tre indicatori, il rapporto tra costruzioni e prodotto interno lordo, il volume ipotecario rapportato al reddito disponibile e la domanda di crediti mostrano dati non preoccupanti.
Ma il rischio di bolla immobiliare è differenziato anche in funzione delle regioni. E purtroppo il Cantone Ticino mostra dati che vanno monitorati. Per cui occhi aperti soprattutto se dovessero aumentare i tassi di interesse come parrebbe avvenire a breve.

Aggiungo un video di spiegazioni girato qualche anno fa sul tema

La bolla immobiliare spiegata facile
La versione audio: La bolla immobiliare in Svizzera
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L’Accordo Quadro: questo mistero

Mi permetto di ringraziare il giornalista Patrick Mancini e Ticinonline/20 Minuti per l’articolo sull’Accordo Quadro che può aiutare a comprendere alcuni punti critici della trattativa tra Unione Europea e Svizzera. Sotto trovate l’articolo come apparso sul portale e il servizio che strappa anche qualche sorriso.


L’accordo quadro per molti continua a essere un oggetto misterioso
Tra Svizzera e UE si gioca un match importante. Tanti non sanno di che si tratta. Il video di Tio/20Minuti.
E per chiarirci le idee abbiamo interpellato l’economista Amalia Mirante, che spiega in sintesi estrema tutto ciò che bisogna sapere sul tema del momento.
di Patrick Mancini
BELLINZONA/LUGANO – È un tema caldissimo. E se ne sentirà parlare ancora a lungo. La realtà oggettiva, però, ci indica che la maggior parte della gente comune non sa esattamente cosa sia il famoso accordo quadro tra Svizzera e Unione Europea (UE). E non sa nemmeno perché è tanto importante o quali inghippi ci siano in gioco. Lo dimostra il video realizzato da Tio/20Minuti a Bellinzona. E per aiutarci a capire meglio cosa c’è in ballo abbiamo chiesto aiuto all’economista Amalia Mirante. Semplice, sintetica e professionale.
Una questione che sembra lontana – Il video è divertente. Perché in fondo fa capire quanto certe dinamiche siano lontane, almeno in apparenza, dalla vita quotidiana di ogni singola persona. Per strada incontriamo tanta simpatia. Nominare l’accordo quadro scatena le reazioni più disparate. C’è chi sostiene di non averlo mai sentito nominare e chi resta in silenzio davanti al microfono. Poi spunta anche qualcuno che ha le idee in chiaro.
Oltre gli accordi bilaterali – Mirante cerca di mettere il campanile al centro del villaggio. «L’accordo quadro è un insieme di tanti accordi. Concretamente dovrebbe consentire di superare la staticità degli accordi bilaterali che abbiamo stipulato in passato con l’UE. In sintesi non ci sarebbe più bisogno ogni volta di rinnovare ogni singolo accordo bilaterale».
I primi problemi – Belle intenzioni. Ma poi iniziano i problemi. Secondo l’UE la libera circolazione non riguarderebbe più solo i lavoratori. Bensì tutti i cittadini. «Inoltre le norme e le regole scelte dall’UE poi varrebbero automaticamente anche per la Svizzera. Verrebbe bypassato il nostro DNA legato alla democrazia semi diretta. Siamo abituati a votare su qualunque cosa. Se l’UE e la Svizzera non sono d’accordo su una legge, chi decide? La Svizzera non accetta che sia l’UE a decidere su determinati aspetti fondamentali».
Mercato del lavoro meno protetto – Mirante aggiunge: «Un altro punto in discussione riguarda la protezione del mercato del lavoro. L’UE ritiene che tutte quelle regole che proteggono i lavoratori residenti debbano essere abolite». Una pretesa piuttosto pesante. L’impasse attuale è dovuta anche a questo. «C’è poi la questione degli aiuti di Stato. Lo Stato non potrebbe più aiutare le aziende. Dovremmo abolire le banche cantonali, ad esempio».
La cittadinanza europea – Il tema più dibattuto resta un altro. «Quello della cittadinanza europea. Significa che tutti i cittadini europei (lavoratori) avrebbero poi diritto al nostro sistema di prestazioni assistenziali».
Interessi per entrambe le parti – Impensabile per il Consiglio federale. Così come è impensabile che i rapporti tra i due partner si interrompano. «Non è nell’interesse di nessuna delle due parti». Le trattative fino a questo momento sono state tra i big della politica. Questo spiega, parzialmente, il motivo per cui molti cittadini comuni ignorano ancora cosa sia l’accordo quadro. «La popolazione non è stata coinvolta direttamente. Anche perché non si sa neanche se il popolo dovrà esprimersi o meno in materia».
Tanti nodi da sciogliere – Una cosa è certa: i nodi da sciogliere sono parecchi. E secondo gli specialisti non è detto che si arrivi alla fatidica firma. Anzi. L’accordo quadro potrebbe anche saltare definitivamente. In quel caso si proseguirebbe verosimilmente con la via dei bilaterali.
Fonte: Ticinonline/20 minuti – 14.05.2021

Fonte: https://www.tio.ch/ticino/attualita/1510179/ue-accordo-quadro-svizzera-video


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Lo spettro dell’inflazione si aggira negli Stati Uniti

Lo spettro dell’inflazione si aggira negli Stati Uniti. E anche l’Europa trema. I dati appena pubblicati di aprile hanno spaventato un po’ tutti. Rispetto a un anno fa, i prezzi al consumo sono aumentati del 4.2%, ben oltre le aspettative degli analisti che già erano piuttosto elevate (3.6%). Era da 26 anni che non si registrava un dato così alto.
Anche se gli analisti e gli economisti parlano di aumenti dei prezzi solo transitori, non sembrano pensarla così i mercati finanziari che mostrano un certo nervosismo e una grande volatilità. Subito dopo la notizia dell’aumento dell’inflazione, c’era stata una corsa alla vendita soprattutto dei titoli tecnologici. Notizie dell’ultima ora invece confermano una ripresa di Wall Street. Grazie probabilmente alle dichiarazioni del presidente della Federal Reserve che ha ribadito che il programma di titoli a sostegno della ripresa economica rimane attuale. Quindi nessun passo indietro: si va avanti a sostenere il debito pubblico.
Le cause dell’aumento dell’inflazione possono essere molte e noi nel nostro vocabolario di economia ne spieghiamo dettagliatamente alcune (l’inflazione da domanda, quella da costi e quella da monopoli). In questo specifico caso, la ragione sarebbe la ripresa economica. Grazie alle campagne di vaccinazione e alla fine dei lockdown in quasi tutto il mondo, la domanda di beni e servizi è aumentata. Dato che la produzione ha bisogno di tempo per essere realizzata, si verifica un aumento del prezzo. Un po’ come succede nelle aste. Se tutti vogliamo comperare “I Girasoli” di Van Gogh, il prezzo del quadro aumenterà perché la domanda è tanta e l’offerta è rappresentata da solo 1 quadro.
Gli analisti sono tuttavia preoccupati da alcuni dati in particolare: se era abbastanza prevedibile un aumento dei prezzi delle materie prime legate ai prodotti energetici, meno lo era quello degli alimentari, dei semiconduttori e di altri materiali utili per l’edilizia. Non solo si registrano prezzi raddoppiati, ma anche forniture dimezzate. Le ragioni possono essere tante e variate. Si va dall’ondata di gelo in Texas che avrebbe ridotto del 90% l’approvvigionamento di polopropilene, al fatto che molti container per i trasporti navali si trovino dislocati in regioni discoste a causa dell’emergenza COVID.
Insomma, regna il disordine che si manifesta anche nei prezzi alla produzione. Notizia di poche ore fa è che anch’essi sono saliti più delle aspettative registrando un aumento del 4.1% su base annua.
Almeno sul fronte dell’occupazione parrebbero giungere buone notizie: negli Stati Uniti le richieste di sussidio alla disoccupazione sono diminuite nell’ultima settimana di 34 mila unità segnando il miglior dato dal marzo scorso, inizio della pandemia (parliamo comunque di oltre 473 mila persone).
Insomma, anche passata l’emergenza pandemia non possiamo dormire sonni tranquilli. L’economia influenzerà la nostra quotidianità anche nei prossimi mesi. Per questo è importante saper leggere i segnali che ci manda.

La versione audio: Lo spettro dell’inflazione si aggira negli Stati Uniti
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Basta un poco di zucchero e la pillola va giù. Anche con i dazi

Lo zucchero svizzero è in pericolo. E noi dobbiamo proteggerlo. Questo in sintesi il messaggio del consiglio nazionale. All’inizio pensavo di scrivere un articolo prendendo spunto da questa notizia per parlarvi della storia del commercio internazionale. Pensavo di viaggiare tra mercantilisti, Colbert, nelle tesi di Ricardo sui vantaggi comparati, nel liberalismo e nella globalizzazione, senza evidentemente trascurare il padre fondatore dell’economia politica, Adam Smith. E invece, documentandomi sullo zucchero mi sono appassionata e ora vi racconto cosa ho scoperto.
In Svizzera produciamo zucchero e lo facciamo da quasi 110 anni con una sola azienda, la Zucchero Svizzero SA (ZUS). Il nome così eloquente probabilmente è il frutto dei tempi di allora. Siamo in presenza di un monopolio (nelle prossime settimane spiegheremo le forme di mercato). La ZUS ha due sedi di produzione, e 155-180 collaboratori di cui 10 apprendisti. La produzione dello zucchero avviene nel periodo chiamato campagna, tra fine settembre e fine dicembre. Le barbabietole vengono trasformate in zucchero cristallino e in succo denso che sarà sottoposto alla cristallizzazione in primavera. Lo zucchero sciolto viene poi immagazzinato in silos e infine imballato e venduto al dettaglio. Nel 2019 la ZUS ha trasformato 1.65 milioni di tonnellate di barbabietole da zucchero in 240 mila tonnellate di zucchero. Per intenderci sono 240 milioni di pacchi di zucchero da un chilo.
In Svizzera abbiamo 4’200 coltivatori di barbabietole da zucchero e seppur sfruttino meglio le economie di scala (coltivare un terreno più grande consente di abbassare il costo della produzione di una barbabietola perché si possono sfruttare maggiormente i macchinari e i processi), la produzione locale non basta. La Zucchero Svizzero SA importa barbabietole, sciroppo di zucchero e zucchero.
Nel 2017 l’Unione Europea ha abolito il sistema di quote che limitava la quantità di produzione di zucchero e questo data la sua continua ricerca del mercato libero. Così facendo è aumentata fortemente la produzione di zucchero e ne è diminuito il prezzo. L’impatto rispetto a quello svizzero è stato ancora maggiore a causa del tasso di cambio. Nel 2006 il prezzo di 100 kg era di 100 franchi, oggi siamo alla metà, 50 franchi. E allora voi potreste dire “meglio per noi consumatori”. Peccato che le cose non siano così semplici. A rischio c’è la produzione nazionale di zucchero, la salvaguardia della catena di valore (dalla barbabietola agli zuccherifici) e i posti di lavoro. E non dimentichiamo il rischio dei produttori di derrate alimentari che per utilizzare l’indicazione di provenienza “Swissness” devono poter utilizzare il 50% di zucchero svizzero.
Insomma, non si può far morire tutto questo. È quindi ragionevole introdurre un dazio minimo di 70 franchi per tonnellata di zucchero importato oltre a sussidi e contributi alle coltivazioni di barbabietole.
Ricordiamo sempre che prezzo basso non significa per forza affare. Quando poi paragoniamo prodotti provenienti da aree geografiche e politiche diverse non possiamo mai prescindere dalla prudenza. È evidente che i costi di produzione come pure i salari in Svizzera non possono essere, fortunatamente aggiungo io, competitivi con l’Unione Europea. Ma non per questo dobbiamo essere noi a ridurre il nostro tenore di vita.

La versione audio: Basta un poco di zucchero e la pillola va giù. Anche con i dazi
Fonte: https://www.ennaora.it/

La profezia di Keynes: solo un sogno infranto?

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Oggi è il Primo Maggio. Oggi è la festa del lavoro. Mai come durante una crisi economica come quella che stiamo vivendo il tema del lavoro deve essere l’oggetto di ogni attenzione politica. Sì, perché quando l’incertezza di portare a tavola il pranzo per la famiglia diventa la realtà di molti bisogna agire. Non c’è nessuna altra priorità. Ringrazio L’Osservatore per l’editoriale del 1 maggio che mi ha consentito di trattare il tema della precarietà moderna e della tecnologia che deve tornare al servizio degli uomini e delle donne e non il contrario.


Il lavoro è una parte essenziale della vita degli uomini e delle donne. Attraverso il salario consente di vivere dignitosamente soddisfacendo i propri bisogni. Ma c’è di più: contribuisce alla realizzazione degli individui. Mai come oggi però il mondo del lavoro appare in sofferenza. O forse ci sembra così perché non abbiamo vissuto le epoche precedenti. A volte il lavoro manca. Alcuni lavori sono durissimi fisicamente. Altri sono estremamente ripetitivi. Ma a tutto questo si aggiungono altre difficoltà.
L’economista John Maynard Keynes nel 1930 prevedeva una forte riduzione del tempo di lavoro grazie allo sviluppo tecnologico. Stimava che nel 2030 sarebbero bastate 15 ore di lavoro settimanali. Keynes preconizzava l’idea di un progresso tecnologico al servizio dell’essere umano. Personalmente, credo che possa essere ancora così. Questo nonostante alcuni segnali sconfortanti. Pensiamo alla Gig economy e alle professioni legate alla digitalizzazione. La messa in rete consente l’analisi immediata tra domanda e offerta. Di per sé non c’è nulla di male in una tecnologia che riduca i costi di transazione, gli attriti del mercato, che trovi più facilmente clienti e che ottimizzi il tempo. Anzi. Peccato che una parte delle imprese trasformi i vantaggi dei collaboratori in extra-profitti fatti sulle loro spalle. Così le condizioni dell’essere “imprenditori di se stessi” nascondono coperture assicurative e previdenziali inesistenti, rischio aziendale e costi fissi sulle proprie spalle, assenza di retribuzione quando manca il lavoro. Insomma, da dipendenti precari in imprenditori precari. Non proprio una grande evoluzione.
E che dire della tecnologia che diventa la nostra controllora? Sistemi informatici stabiliscono quanto produrre in quanto tempo, programmano i nostri tempi e ritmi di lavoro e controllano quanto rendiamo. Magari ora il mio computer sta contando quante lettere scrivo al minimo o il vostro telefonino quanto tempo impiegate a leggere l’articolo.
Certo la colpa non è degli algoritmi che ottimizzano. Trovare i fattorini in maniera efficiente grazie a parametri oggettivi come la distanza, il percorso da compiere o la velocità media è solo vantaggioso. Il problema non sta nella riduzione degli errori e nell’efficienza. Il problema sta negli individui che utilizzano gli algoritmi per rendere i collaboratori schiavi del tempo. Il problema è che noi consumatori premiamo con i nostri acquisiti queste aziende.
Ma la profezia di Keynes non è per forza è svanita. Nulla ci vieta di costruire una società nuova. Una società dove la tecnologia consenta agli individui di investire anche in altre attività. Una società dove il tempo diventa al servizio degli uomini e delle donne e non il contrario.
Tratto da L’Osservatore, 1 maggio 2021

La versione audio: La profezia di Keynes: solo un sogno infranto?

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L’accordo e i suoi nodi

Il tema dell’accordo quadro è di estrema attualità. Gli strascichi dell’ultimo incontro tra la presidente della commissione europea e il presidente della Confederazione si faranno sentire per qualche mese. Riprendo un articolo pubblicato dal Corriere del Ticino, che ringrazio, il 28.04.2021.


L’accordo quadro è morto? E se non lo fosse, perché prolungarne la lenta, interminabile agonia?
Dopo l’ennesimo incontro tra le parti i quesiti aperti sono molti. Alla base della proposta di accordo c’era la volontà di avvicinare le regole istituzionali europee e quelle svizzere. Ma le cose sono andate male da subito. Il primo grande dissidio ha riguardato la cosiddetta ripresa automatica del diritto europeo. Nonostante le rassicurazioni (centralità del parlamento, possibilità di referendum, ecc.) la perdita di autonomia e di sovranità per il nostro paese sarebbe stata significativa. Nel nostro DNA di nazione è iscritta l’idea e la pratica della democrazia semi diretta: i cittadini svizzeri non sono disposti a rinunciarci.
E c’è il resto. Pensiamo al lavoro. Secondo la UE la Svizzera dovrebbe rinunciare a tutte le misure di accompagnamento e protezione del mercato del lavoro interno se sono discriminatorie nei confronti dei lavoratori comunitari. E a decidere se sono discriminatorie sono naturalmente gli stessi europei.
Un secondo, e altrettanto aspro, terreno di scontro riguarda la proibizione degli aiuti di Stato alle aziende, se questi distorcono la concorrenza. Concretamente questa misura implicherebbe, per esempio, dover rinunciare alle banche cantonali. In questo caso l’Unione Europea ha asserito di voler prendere in considerazione questa nostra “tradizione”, tramite cavilli e postille varie. Non proprio rassicurante.
Infine, vi è la questione della cittadinanza europea con il previsto ampliamento del diritto alle prestazioni sociali per i cittadini europei. In questo come nei casi precedenti, l’Unione Europea ha lasciato intendere che la questione potrebbe essere risolta aumentando l’importo del famoso miliardo di coesione pagato dalla Svizzera all’Europa, salito nel frattempo a 1.3 miliardi. A voi ogni giudizio.
Ma se su tutti questi punti non c’è una visione condivisa, per quale ragione dovremmo proseguire su questa strada? Certo, nessuno se ne può andare sbattendo la porta. Sappiamo che la UE è importante, ma anche noi abbiamo qualche freccia al nostro arco. L’Unione Europea è il nostro principale partner commerciale, vero. Ma non dimentichiamo che la Svizzera compera più di quello che vende. Nel 2018 i nostri “acquisti” in Europa permettevano di mantenere circa 500-700 mila posti di lavoro. Possiamo sommare a questo, l’effetto degli oltre 300 mila lavoratori frontalieri. Insomma per l’Unione Europea avere buoni rapporti con la Svizzera è importante, quanto per noi averne con lei. Ricordiamocene: e quando ci siederemo al tavolo la prossima volta lasciamo fuori dalla porta una certa ingiustificata sudditanza psicologica e politica che sta risultando, in ultima analisi, dannosa per i nostri interessi nazionali.

La versione audio: L’accordo e i suoi nodi
Fonte European Commission

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La crisi è finita? Non lo sappiamo ancora, ma almeno le esportazioni crescono

Le esportazioni svizzere crescono e tornano ai livelli precedenti allo scoppio della pandemia. Tiriamo tutti un bel sospiro di sollievo. Però guardare a questo indicatore non basta. Proprio per la nostra struttura economica e per le nostre risorse limitate, dobbiamo sempre tenere d’occhio anche le importazioni. E per fortuna anche le importazioni trimestrali sono aumentate (anche se non ancora ai livelli pre-crisi).
Spulciando un po’i dati trimestrali appena pubblicati vediamo che i settori trainanti si confermano quelli dei prodotti chimici e farmaceutici, dei macchinari e dell’elettronica, dei metalli e dell’orologeria. In termini di Paesi, la crescita è stata particolarmente rimarcata verso l’America del Nord. Segnaliamo comunque anche il buon risultato verso l’Europa (in particolare Francia e Spagna) e verso l’Asia che diventa sempre più un partner interessante.
Le esportazioni rappresentano per tutte le economie un fattore molto importante, ma lo sono ancora di più per la Svizzera. Il benessere generato dalla vendita di beni e servizi corrisponde a circa il 12% del nostro prodotto interno lordo. In termini concreti, il fatto che produciamo di più di quello che consumiamo e che soprattutto vendiamo questa eccedenza all’estero ci consente di mantenere in patria circa mezzo milione di posti di lavoro. E questo riusciamo a farlo nonostante una moneta storicamente forte e addirittura considerata un bene rifugio. Questo significa che anche se quello che produciamo costa di più per i nostri compratori all’estero, la qualità, la precisione, i servizi dopo vendita, come pure l’affidabilità, ci consentono di riuscire a superare quello che in apparenza sembrerebbe uno svantaggio. Inoltre, non dobbiamo nemmeno dimenticare che la nostra moneta forte ci consente dei vantaggi: il costo delle materie prime e dei semilavorati che comperiamo dall’ estero, è più basso; questo ci consente di contenere i costi, di non dover aumentare i salari, di mantenere i prezzi sotto controllo, di operare con tassi di interesse bassi. Tutti fattori questi che permettono di mantenere la stabilità macroeconomica, che è uno tra gli elementi competitivi più importanti.
Ma la Svizzera è un caso eccezionale anche per altre ragioni. Primo: siamo una nazione piccola, dalle risorse piuttosto limitate sia in termini di manodopera che in termini di territorio. Eppure le nostre bilance commerciali e dei servizi sono largamente in attivo. La seconda ragione è che non abbiamo materie prime e quindi dobbiamo dare il nostro contributo alla creazione e alla trasformazione di beni e servizi. Mi spiego meglio. Se siete tra i paesi fortunati che possono estrarre petrolio, dato che è uno dei beni più richiesti al mondo, risulterà piuttosto facile essere esportatori netti. Meno facile quando dovete comprare materie prime o prodotti semilavorati dall’estero riutilizzarli, trasformarli e rivendere prodotti finiti al di fuori dei vostri confini nazionali. Infine anche la storia economica ha un peso importante per una nazione. In questo caso a differenza della Francia, della Germania o dell’Italia la Svizzera non può contare su una storia decennale di industrie pesanti. Né automobili, né cantieri navali.
Fatte queste considerazioni, quindi massima attenzione e occhio di riguardo ai partner commerciali. Quando le altre nazioni, che sono i nostri clienti, mostrano un andamento economico favorevole, anche noi tiriamo un sospiro di sollievo. Per cui ben vengano le prospettive positive per l’Unione Europea, per gli Stati Uniti e anche per i paesi asiatici. Insomma è proprio uno di quei casi dove tutti risultano vincenti e traggono benessere dal benessere altrui.

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Finanze pubbliche fuori controllo. Colpa di Keynes?

Crisi economica uguale intervento dello Stato. Quella che oggi ci sembra un’equazione scontata è frutto invece di una lunga evoluzione storica, e anche teorica. Quando John Maynard Keynes nel 1936 pubblica la “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta” ha di fronte a sé economie industriali occidentali dilaniate dalla disoccupazione e dalla sottoutilizzazione dei macchinari.
La teoria marginalista, che andava per la maggiore in quel periodo, sosteneva due concetti fondamentali: l’importanza della produzione e il raggiungimento automatico dell’equilibrio economico in tutti i mercati. Keynes li stravolgerà entrambi.
Ma vediamo che cosa sostenevano. Primo: si dava un’attenzione esclusiva all’offerta. Se noi produciamo dei beni dovremo pagare dei lavoratori che a loro volta compreranno con i salari quanto prodotto. Concetto abbastanza semplice, ma che non ha retto al confronto con la realtà degli anni ’30. Così come non ha retto l’idea che la disoccupazione si sarebbe risolta da sola portando il sistema in equilibrio. Il meccanismo è abbastanza intuitivo: se le risorse degli imprenditori sono limitate, nessun problema. La disoccupazione in eccesso porterà a un abbassamento dei salari cosicché gli imprenditori potranno assumere i lavoratori in esubero. Anche in questo caso, problema risolto. Peccato che aprendo la finestra lo scenario che si aveva davanti era quello di un tasso di disoccupazione elevato persistente e di macchinari inutilizzati.
E qui arriva il genio di Keynes che rivoluzionerà il pensiero economico. Innanzitutto l’economista sostiene che i sistemi economici debbano essere analizzati attraverso le variabili aggregate, come la produzione nazionale, l’occupazione totale, il livello dei prezzi generale. In particolare poi l’attenzione deve essere messa sulla domanda aggregata, che altro non è che quello che consumano le famiglie, che investono le aziende, che spende lo Stato e che si esporta all’estero. Ma non è tanto questa la rivoluzione, quanto quella di invertire il pensiero: non vendiamo tutto quello che produciamo, ma, al contrario, produciamo solo quello che vendiamo. E se immaginiamo di vendere poco, allora produrremo poco e questo causerà licenziamenti. Quando si verifica una situazione di disoccupazione siamo in presenza di una domanda che non è abbastanza grande rispetto all’offerta che garantisce il pieno impiego.
Ma Keynes si spinge oltre. Dimostra che in presenza di questo genere di crisi economica e di questa specifica disoccupazione, solamente un agente può intervenire per aumentare la domanda e quindi la produzione e quindi l’occupazione: questo agente è lo Stato. In effetti, se ci pensiamo, non possiamo obbligare i consumatori a comperare più prodotti come non possiamo obbligare gli imprenditori ad aumentare gli investimenti e, men che meno, abbiamo un potere sulla domanda dell’estero. Insomma solamente lo Stato in maniera diretta attraverso la politica fiscale o indiretta attraverso la politica monetaria può far aumentare la domanda.
Ma la grande accettazione della teoria di Keynes passa anche attraverso un punto che spesso viene sottovalutato: l’intervento dello Stato deve essere limitato esclusivamente ai momenti di crisi. E anche in questi momenti deve essere concessa la massima libertà ai consumatori e agli imprenditori. Keynes è un sostenitore di un capitalismo “saggio” e di un intervento dello Stato mirato.
E allora com’è possibile che le teorie keynesiane abbiano portato a una spesa pubblica fuori controllo? Purtroppo come spesso accade, prendiamo solo quello che ci piace. E così nel corso dei decenni la classe politica ha preferito non applicare la parte della teoria di Keynes che prescrive che nei momenti di crescita economica lo Stato debba ridurre la sua spesa pubblica e addirittura aumentare le entrate fiscali. Ma come dargli torto? Ve lo immaginate il successo elettorale di un politico che con tono fiero dichiara “Cittadine, cittadini sono veramente felice dell’ottimo momento economico che stiamo vivendo. Per questo abbiamo deciso di ridurvi i sussidi e nel contempo di aumentarvi le tasse.”

La versione audio: Finanze pubbliche fuori controllo. Colpa di Keynes?
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Mentre Madoff muore, il Bitcoin vola

“Amici, che rimanga tra di noi, ho un grande affare da proporvi. Cosa dovete fare? Niente di particolare. Datemi la cifra che volete e io vi garantisco un tasso di interesse almeno del 10%. Sì, avete capito bene, proprio del 10%. Naturalmente quando vorrete ritirarvi io vi restituisco tutto quanto avete investito. Sapete, in tutti questi anni, anche come presidente del Nasdaq, ho sicuramente imparato tanto. E ora vorrei fare crescere i nostri affari. Se volete farne parte, come ha fatto anche Steven (Spielberg), la porta è aperta. In effetti, se ci sono importanti fondi e banche che stanno investendo nelle mie aziende, io vorrei davvero che ci foste anche voi, cari amici”

Secondo me, Bernard Lawrence Madoff per creare la più grande truffa del secolo l’ha raccontata così ai suoi amici. Madoff aveva fondato la sua prima società nel 1960 con soli 5 mila dollari; cinquant’anni dopo aveva amministrato 65 miliardi di dollari, la maggior parte andati in fumo. Un genio? Sicuramente un persuasore. Quanto lo è stato l’italiano Carlo Ponzi che all’inizio del Novecento è andato a cercare fortuna in America. Alla stessa maniera Madoff è stato bravo a ingolosire il già bramoso animo umano. Un po’ come il fiore attira l’ape per essere impollinato, così fa il marketing piramidale. E lo schema Ponzi ne è il rappresentante più celebre.

Questo genere di affari si basa sul reclutamento. Il guadagno c’è, peccato che di solito sia limitato al fondatore dell’affare e ai primi partecipanti. Facciamo un esempio facile. In cambio del 10% di interesse, voi investite 1’000 franchi nella mia azienda. Per pagare il vostro tasso di interesse, io trovo altre persone che investono 1’000 franchi oppure addirittura le trovate voi. Per pagare il loro interesse, ne troveremo ancora delle altre. Vi direte e che cosa c’è di male? Niente se non fosse che io uso i vostri soldi per i miei scopi: una bella villa direi a Montecarlo, uno yacht, qualche automobile di lusso, gioielli, vacanze da sogno, feste tra noi multimilionari, … Insomma, ad un certo punto i nuovi “investitori” non basteranno più e quando verrete a chiedermi indietro i vostri 1’000 franchi, saranno svaniti. Madoff è stato condannato a 150 anni di reclusione per aver truffato 37’000 persone in 136 Paesi. È morto qualche giorno fa.

Ma le truffe in economia sono vecchie quanto l’economia stessa e fanno presa sempre sull’ingordigia e sull’avidità umana. John Law nel 1720 riesce a far crescere in maniera vertiginosa il valore delle azioni della Compagnie d’Occident creata per sfruttare ricchissime miniere d’oro della Louisiana. Riesce anche a coinvolgere e a far garantire queste azioni dalla Banca Reale francese. Peccato che in quella zona della Louisiana ci fossero solo paludi.

Non da meno Gregor MacGregor che attorno al 1820 riuscì a far credere a tutti di essere il Principe di Poyais, una nazione indipendente nella Baia di Honduras. Non solo riuscì a raccogliere investimenti di tante persone che volevano trarre profitto da questa terra ricchissima di miniere di oro e d’argento, ma riuscì persino a piazzare in Borsa a Londra le obbligazioni. Peccato che Poyais esistesse solo nella fervida immaginazione di MacGregor.

Oggi, i paesaggi immaginari, nei quali si svolge l’eterna commedia dell’avidità e della creduloneria umana, sono molto meno suggestivi delle fertili città honduriane o delle sconfinate pianure della Louisiana. Oggi può svolgersi semplicemente nello studio di casa vostra dietro la lucina dello schermo del computer. Bitcoin, ne avete mai sentito parlare?

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Il Fondo Monetario vuole aumentare le tasse. Ma è davvero la soluzione?

Questa mattina sono stata interpellata da Radio 3i, che ringrazio, per commentare la notizia che il Fondo Monetario Internazionale (FMI) propone l’aumento delle tasse.
Il Fondo Monetario Internazionale è nato, insieme alla Banca Mondiale, nel 1944 durante la famosa conferenza di Bretton Woods. A questo incontro voluto per stabilizzare il sistema monetario internazionale ed evitare nuove svalutazioni competitive che avrebbero danneggiato l’economia mondiale parteciparono 44 Paesi (oggi conta 190 membri). Le soluzioni proposte furono due. Da una parte quella inglese dell’economista John Maynard Keynes (di cui abbiamo scritto in passato) e dall’altra quella statunitense con l’economista Harry Dexter White. Keynes proponeva la creazione di un sistema di pagamenti internazionale e di una nuova moneta, il Bancor. White invece suggeriva l’istituzione di un fondo di stabilizzazione finanziato dai paesi. La soluzione scelta fu molto vicina all’idea di White. Il FMI nacque quindi con l’idea di raccogliere fondi e prestarli ai paesi membri in difficoltà. Il tutto basato sull’idea di cambi fissi tra le monete nazionali che trovavano la loro base nel rapporto tra il dollaro e l’oro. Il sistema di cambi fissi finì nel 1973; da allora siamo in presenza di cambi flessibili.
Ma torniamo al suggerimento del FMI di aumentare la tassazione.
Tra le sue proposte c’è quella di ampliare la base imponibile, quindi tassando nuovi elementi, e quella consueta di tassare di più i redditi alti e i grossi patrimoni. Concretamente il FMI propone per esempio di introdurre la tassazione sulle case, sulle successioni, sulle aziende che hanno conseguito importanti utili come pure accenna a misure per impedire la “non tassazione”. In questo caso si riferisce a quelle aziende che possono “ottimizzare” la loro tassazione spostando gli utili da un paese all’altro.
Tutto ottimo sulla carta, ma attenzione. Quando si mette mano al sistema fiscale bisogna capire bene qual è l’obiettivo che si vuole raggiungere. Le misure di politica fiscale restrittiva sono molto differenti tra loro.
Farlo per sanare le finanze pubbliche è ben diverso che farlo per ridurre le disuguaglianze. Mi spiego meglio. Alcuni paesi, e sottolineo solo alcuni paesi, necessiteranno di riportare i conti pubblici in equilibrio. Per questo tipo di intervento nulla vieta l’introduzione tra qualche anno, ma solo tra qualche anno, di una sorta di contributo di solidarietà da prelevare ai cittadini e alle aziende più benestanti. Sarebbe corretto attendere qualche anno che la situazione economica si stabilizzi per non comprometterla.
Se invece, come pare dall’annuncio del Fondo Monetario Internazionale, si vuole agire sulla disuguaglianza allora la misura non mi trova per nulla concorde. Questo è solo un cerotto temporaneo. Il difetto sta nel manico dei nostri sistemi economici. Dobbiamo agire là, alla base, dove si generano le disuguaglianze. Questo può essere fatto solo attraverso la regolamentazione. Bisogna agire sui meccanismi che permettono di accumulare costantemente ingenti patrimoni o di ottenere retribuzioni sproporzionate. Pensiamo alle grosse aziende, alle banche, ai Paperon de’ Paperoni che grazie ai loro grandi patrimoni possono fare investimenti che li accrescono all’infinito. O pensiamo alle folli retribuzioni che ricevono i manager sotto forma di bonus. Oppure ancora pensiamo ai milioni di transazioni che avvengono ogni secondo sui mercati finanziari e che consentono rendimenti molto elevati data la quantità investita. E che dire dei paradisi fiscali che permettono alle aziende di spostare gli utili dove non sono tassati?
Ecco, sono questi i punti dolenti dei nostri sistemi economici. Le lacune che consentono disuguaglianze inaccettabili. Ma le soluzioni richiedono regolamentazioni coraggiose e non solo tasse più alte che andrebbero sì a riempire le casse statali, ma senza risolvere il problema.

La versione audio: Il Fondo Monetario vuole aumentare le tasse. Ma è davvero la soluzione?
Fonte: https://bit.ly/3fTHeJm
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Credit Suisse non ne imbrocca una. Da Wirecard ad Archeghos passando per Greensill Capital

Pare proprio che Credit Suisse non ne imbrocchi una. E le vicende assomigliano a romanzi.
Germania, giugno 2020: la società Wirecard non ottiene l’approvazione dei suoi bilanci. Si scopre che gli 1.9 miliardi di euro depositati nelle Filippine non esistono. Wirecard è una società fiore all’occhiello tedesco. È attiva nel settore fintech e fornisce la tecnologia per i pagamenti online e l’emissione di carte di credito, come Paypal e Western Union. La storia di questa azienda è molto simile ad altre storie di frodi finanziarie. Wirecard nasce nel 1999 e per il primo decennio fa principalmente transazioni online per siti pornografici e giochi d’azzardo. Nel giro di pochi anni, grazie al suo nuovo amministratore delegato Markus Braun, Wirecard diventa un colosso: oltre 300 mila aziende come clienti, 6 mila dipendenti e sedi in 20 paesi del mondo. Un grande successo per un’azienda che compera società molto piccole con redditività bassa che dopo l’acquisto sorprendentemente nel giro di poco tempo raccolgono enormi quantità di denaro che portano ingenti profitti. Ma le autorità di vigilanza tedesche (BaFin) fanno orecchie da mercante. Non solo, qualche anno più tardi, scenderanno in campo a spada tratta contro le accuse di irregolarità contabili mosse dal Financial Times nei confronti di Wirecard. Ma i nodi vengono al pettine nel giugno del 2020 quando Wirecard non ottiene l’approvazione dei suoi bilanci. Il valore delle azioni crolla da 90 euro a pochi centesimi (oggi un’azione Wirecard vale 40 centesimi di euro). Ci vorrà un anno e mezzo perché Presidente e vice-presidente dell’autorità di vigilanza tedesca riconoscano l’errore e annuncino le loro dimissioni. Ma cosa c’entra in tutto questo Credit Suisse? Prima che lo scandalo scoppiasse Credit Suisse piazza ai suoi investitori istituzionali 1 miliardo di titoli Wirecard che ha comperato SoftBank Gruoup che è una società giapponese sua “amica”. Così facendo, Softbank ha regalato le sue perdite ai clienti di Credit Suisse.
Seconda storia. Marzo 2021. Credit Suisse investe 10 miliardi di dollari in 4 fondi gestiti da Greensill Capital, società di investimento specializzata nei prodotti “supplly chain finace”. Nome difficilissimo che ora spieghiamo. Questi prodotti si basano sul finanziamento della catena di approvvigionamento delle aziende. Vediamo come funzionano. L’azienda A vende della merce all’azienda B emettendo una fattura. L’azienda A non vuole aspettare il termine di pagamento e quindi “vende” la fattura alla Greensill Capital che in cambio le dà subito il 90-95% dell’importo. È vero che l’azienda A perde qualcosa, ma almeno non deve attendere per l’incasso. La Greensill Capital mette questa fattura in un fondo che è comperato da Credit Suisse. Queste fatture sono assicurate, quindi se l’azienda B non dovesse pagare nessun problema perché interviene l’assicurazione. A meno che… a meno che l’assicurazione, capita la mal parata, non si ritiri dal fondo. Ed è quanto capitato. Ecco perché è molto probabile che i debitori non pagheranno le fatture e i clienti di Credit Suisse perderanno tutto. Nel frattempo, naturalmente, Greensill Capital ha annunciato di essere insolvente.
E infine l’ultima tegola: il fallimento di Archeghos Capital Management. Anche qui la storia è abbastanza simile. Un piccolo family office (che è una società di gestione patrimoniale di famiglie ricche) partito con 900 milioni di dollari grazie all’intervento miracoloso di un finanziere cinese arriva a gestire 10 miliardi. E naturalmente ingolosita da rendimenti eccezionali Credit Suisse si è lanciata nell’affare. Peccato che qualche giorno fa sia arrivata la notizia del fallimento. E peccato che il finanziere responsabile del fondo fosse già stato condannato in passato per aver usato informazioni riservate per guadagnare in maniera illecita (insider trading) e per frode.
Le perdite per Credit Suisse saranno ingenti: il titolo ha già perso oltre il 10% del suo valore. Alla luce di questi tre casi, alcuni dubbi sorgono spontanei. Ma voi, affidereste i vostri risparmi a Wirecard, Greensill Capital e Archegos? Sicuramente no. E allora, come è possibile che professionisti del settore continuino a commettere gli stessi errori fatti nel 2008? Possibile che non si riesca a ripulire questo mondo della finanza?

P.S. Se ci fossero imprecisioni e semplificazioni eccessive sui prodotti o sui meccanismi non esitate a comunicarmele

La versione audio: Credit Suisse non ne imbrocca una. Da Wirecard ad Archeghos passando per Greensill Capital
Fonte. Credit Suisse
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Biden ha le mani bucate? Non ha ancora speso i 1’900 miliardi che già ne chiede altri 2’250

Biden non ha ancora speso un centesimo dei 1’900 miliardi di dollari votati per il piano anti-Covid, eppure vuole già spenderne altri 2’250 miliardi.
Il primo piano era già stato lanciato nell’era Trump. Prevede che ogni persona che guadagna meno di 75 mila dollari (70 mila franchi) e in coppia meno di 150 mila dollari (140 mila franchi) riceverà un assegno da 1’400 dollari che potrà spendere liberamente (1’300 franchi). In aggiunta i disoccupati riceveranno fino a settembre 1’200 dollari (1’100 franchi) mensili di sussidi federali straordinari. E infine, i crediti di imposta per figli minorenni saranno convertiti in assegni di cui le famiglie potranno disporre.
Questa politica da 800 miliardi è un esempio di politica fiscale tipico da manuale. La prima misura è indirizzata a tutte le persone con redditi medio-bassi; la seconda sostiene in maniera mirata la categoria delle persone disoccupate, mentre la terza aiuta le famiglie povere.
Anche in questo caso, come sempre, l’obiettivo di una politica fiscale è doppio. Primo: lo Stato sostiene alcuni cittadini in difficoltà dando loro un reddito che non hanno. Lo Stato sarà molto contento se questi lo spenderanno interamente e in beni prodotti negli Stati Uniti. Ma perché uno Stato dovrebbe incentivare il consumo?
Il consumo rappresenta il 50-55% del nostro Prodotto Interno Lordo; per farla semplice è la benzina principale del nostro benessere economico. Se le persone consumano dei beni, sarà necessario che qualcuno li produca. Affinché questo avvenga le aziende dovranno assumere nuovi collaboratori. In questo caso il vantaggio è triplo. Primo: se le persone trovano un posto di lavoro non avranno più bisogno dei sussidi dello Stato e la spesa pubblica diminuisce. Secondo: i cittadini avranno un reddito su cui pagheranno le imposte e le entrate dello Stato aumenteranno. Terzo: i cittadini potranno comperare dei beni. Così aumenteranno ulteriormente la domanda, la produzione dovrà crescere e il nostro circuito economico guarirà dalla crisi in cui si trova. Quindi lo Stato non solo renderà felici direttamente i cittadini che riceveranno il denaro, ma grazie al loro consumo, renderà felici anche quelli che troveranno un posto di lavoro.
E non finisce qui. Se i cittadini usano tutto il reddito per comperare beni prodotti localmente permettono al moltiplicatore di esercitare il suo effetto. Questo meccanismo, non si offenda nessuno dato tra l’altro il periodo pasquale, è un po’ la moltiplicazione dei pani e dei pesci. Infatti il moltiplicatore spiega che l’impatto sulla crescita della produzione è maggiore della spesa che è stata fatta. Concretamente se io ho regalato 1’400 dollari a una persona e so che il moltiplicatore è di 1.5 alla fine del circuito economico il mio prodotto interno lordo sarà aumentato di 2’100 dollari. Ha speso 1’400 dollari se ne generano 2’100. Vi sembra un miracolo? No, niente di così grande. Il meccanismo che sta dietro e che è spiegato nell’economario con un esempio semplice è molto banale. Se io ho un reddito aggiuntivo e lo spendo, qualcun altro lo incasserà; a sua volta questo qualcun altro potrà spenderlo e qualcun altro lo riceverà e così di seguito. Quindi si genererà una sorta di redditi a cascata.
Ecco perché la politica fiscale, oltre ad aiutare i cittadini in difficoltà, sostiene anche la ripartenza dell’economia. Quanto però saranno sufficienti questi aiuti ce lo dirà solo il tempo.
Intanto però il presidente Biden ha già annunciato di voler spendere altri 2’250 miliardi di dollari e di voler aumentare le tasse. Sicuramente queste proposte alimenteranno il dibattito nei prossimi mesi. E come si dice in questi casi, affaire à suivre… e noi lo eseguiremo in un prossimo articolo.

La versione audio: Biden ha le mani bucate? Non ha ancora speso i 1’900 miliardi che già ne chiede altri 2’250
© Mandel Ngan/AFP via Getty Images
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Il polo sportivo di Lugano si farà! Forse…

Il Polo Sportivo di Lugano si farà; forse. Il consiglio Comunale nella seduta del 29 marzo ha deciso di approvare questo progetto. Da mesi la città di Lugano dibatte e si batte su due importanti infrastrutture. L’aeroporto di Agno e appunto il Polo Sportivo. Lugano è la città più importante del Cantone, oltre a essere l’ottava città più popolata in Svizzera. Un quarto di tutte le aziende e di tutti gli impieghi del Cantone si trova in questa città. Città che contribuisce in maniera sostanziale alla perequazione intercomunale, ossia al fondo con cui i comuni più “ricchi” danno risorse ai comuni più “poveri”. Insomma, quando Lugano ha il raffreddore, il Cantone deve misurarsi la febbre. Proprio per mantenere questa sua forza, come tutte le grandi città, anche Lugano dovrà ripensarsi nei prossimi anni. Questo il mio pensiero pubblicato qualche settimana fa dal Caffè (14.03.2021)

Il passo più difficile è dimenticare il glorioso passato
La maggioranza dei fattori con cui bisogna fare i conti sfugge al controllo.
Due differenti dinamiche hanno caratterizzato il nostro Cantone negli ultimi anni. Da una parte le città considerate fino a qualche tempo fa le “sorelline minori” hanno potuto innovare, sperimentare, costruirsi un’identità più specifica che le fa apparire oggi dinamiche e con il vento in poppa. Dall’altra parte Lugano, la locomotiva del Cantone, che faceva i conti con dei cambiamenti strutturali che ne avrebbero intaccato in parte la sua stessa identità.
Pensiamo all’impatto che hanno avuto il ridimensionamento della piazza finanziaria e delle attività collegate, la riduzione dei posti di lavoro, la diminuzione delle entrate fiscali o ancora la fine di un certo turismo “di lusso”. Questi elementi accompagnati dalla necessità di gestire problematiche tipiche delle città più grandi e multietniche hanno fatto sì che il contesto si modificasse rapidamente richiedendo attenzioni particolari.
Ora però siamo a un punto di svolta. La Nuova Lugano ha tutte le carte per programmare il suo sviluppo futuro. Il compito non è semplice, soprattutto quando richiede la capacità di estraniarsi dal presente in cui si vive e si decide, per proiettarsi nei dieci-quindici anni successivi. L’orizzonte temporale per le grandi manovre purtroppo non è mai il breve termine. Così Lugano dovrà scegliere su quali settori e ambiti scommettere. Poi dovrà avere il coraggio di costruire le condizioni quadro favorevoli e soprattutto di investire.
Di certo la città non parte da zero. Potrà sfruttare la sua posizione tra due metropoli come Zurigo e Milano; il suo essere città universitaria che si svilupperà ulteriormente grazie alla facoltà di scienze biomediche; le competenze della piazza finanziaria e del settore del commercio delle materie prime; la rinascita di un turismo di qualità. Senza dimenticare tutto ciò che si sta sviluppando nell’agglomerato luganese: dall’intelligenza artificiale, alla farmaceutica, dalle scienze infermieristiche, alla tecnologia.
Le possibilità non mancano. Tuttavia, come per ogni cambiamento, probabilmente il passo più difficile è mettere da parte il glorioso tempo che fu.
Tratto da il Caffè, 14.03.2021

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L’economia svizzera? Bene, ma non benissimo…

L’economia svizzera ritroverà pieno splendore a partire dal III trimestre del 2021. Almeno questo è quanto sostiene il KOF, che è l’istituto di ricerca del politecnico federale di Zurigo. Anche se in realtà lo stesso istituto propone tre scenari diversi a causa della grande incertezza in cui viviamo. Il primo, negativo, prevede che l’economia internazionale risenta ancora della crisi pandemica portando a un aumento del Prodotto Interno Lordo (PIL) svizzero di soli 2.4%. Per contro lo scenario positivo prevede una crescita del PIL del 3.1% grazie a una campagna delle vaccinazioni spedita e a effetti che consentano di interrompere tutte le misure di confinamento. Infine, lo scenario di base che prevede una crescita per quest’anno del 3%.
Secondo queste previsioni l’economia mondiale, dopo il calo brusco del 5% dell’anno scorso, dovrebbe risollevarsi crescendo del 4.7%. Come possiamo immaginare la ripresa non sarà la stessa in tutti i paesi, così vediamo stimare un aumento del PIL dell’Unione Europea di “solo” il 4% rispetto al 5.5% degli Stati Uniti e a ben il 9.2% della Cina.
Da parte sua il prezzo del petrolio che ricordiamo è il fattore produttivo fondamentale per le nostre economie avanzate, tornerà ai livelli pre-crisi (attorco circa ai 62.5 dollari al barile). Senza grandi sorprese i tassi di interesse della zona dell’Euro dovrebbero rimanere negativi. In questa analisi c’è però un dato che ci potrebbe preoccupare: la crescita piuttosto bassa della Germania, stimata solo del 3.2%. Questa Nazione è il nostro principale partner commerciale, sia in termini di risorse e prodotti che acquistiamo da loro, sia in termini di prodotti e servizi che le vendiamo.
Andiamo a vedere i nostri dati nazionali. Il consumo delle famiglie che crescerà del 3% sarà determinante. Ricordiamo che questa componente rappresenta in Svizzera oltre il 50% di tutto il prodotto nazionale. Per questo il suo andamento è costantemente monitorato e non può che rallegrarci quando aumenta. In effetti, questo fattore è quello che dà il più grande contributo alla crescita nazionale. Potreste obiettare che non è così perché il consumo pubblico, quindi la spesa pubblica, crescerà quest’anno di ben il 3.7%. Attenzione perché dobbiamo ricordarci che questa crescita deve essere rapportata alla proporzione che la spesa pubblica rappresenta dell’economia nazionale e che è “solo” dell’11%. Val la pena anche di notare che l’aumento considerevole della spesa pubblica è proprio lo strumento di politica fiscale espansiva che gli Stati mettono in atto per aiutare l’economia nel momento di difficoltà.
Gli investimenti, anche se meno rispetto a quanto ci saremmo aspettati, cresceranno. Le costruzioni dello 0.5%, i macchinari del 2%. Anche le relazioni con l’estero mostrano una buona dinamica. Le esportazioni di beni e servizi dovrebbero aumentare del 6.5% e le importazioni del 5.2%. Ricordiamo che la Svizzera è un Paese esportatore netto, quindi vende all’estero più di quello che compera. Questo fatto è molto importante perché permette di mantenere posti di lavoro in Svizzera. Se dobbiamo produrre di più di quello che consumiamo, allora avremo necessità di generare posti di lavoro che altrimenti sarebbero all’estero. In aggiunta è bene segnalare le tre ragioni che rendono il caso svizzero eccezionale. Primo: siamo molto piccoli e quindi abbiamo risorse, territorio, personale,… ridotti. Secondo non abbiamo materie prime: se potete trivellare petrolio e venderlo sui mercati internazionali è facile essere esportatori. Nel nostro caso invece dobbiamo comperare dall’estero materie prime e prodotti, elaborarli e rivenderli. Infine, tranne poche realtà, non possiamo vantare una storia di grandi aziende nell’industria pesante: niente automobili, niente cantieri navali.
Ma alla fine perché siamo contenti se il prodotto interno lordo sale? La crescita del PIL ci consente di produrre di più e quindi di offrire posti di lavoro. In questo senso, le previsioni stimano un aumento della disoccupazione secondo l’ILO al 5.2% e al 3.3% per la SECO. Dati fortunatamente piuttosto contenuti che speriamo la realtà confermi.

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La Banca Nazionale scommette contro il franco svizzero

Anche il rapporto annuale del 2020 della Banca Nazionale Svizzera (BNS) non può non parlare della crisi del Covid-19. Così dalle sue pagine scopriamo che per fare la sua politica monetaria espansiva ha usato principalmente tre strumenti: il contenimento dell’apprezzamento del franco svizzero, il mantenimento di bassi tassi di interesse e la garanzia di sufficienti crediti e liquidità al sistema. Ma vediamo in parole semplici che cosa ha fatto la Banca Nazionale.

Quando c’è una crisi economica che genera incertezza e instabilità gli agenti economici si comportano in maniera differente. Così per esempio anziché cercare investimenti che fanno guadagnare, cercano la garanzia di mettere al sicuro il proprio capitale. E così comperano i cosiddetti beni rifugio. Oro, oggetti di valore, monete, opere d’arte, auto d’epoca, immobili, vini pregiati vedono il loro mercato aumentare notevolmente. Lo stesso può capitare anche per le valute. E tra queste il franco svizzero, famoso per la sua stabilità. Così la Banca Nazionale si è trovata a dover affrontare il pericolo di un troppo grande apprezzamento del franco. Se la nostra moneta diventa forte, i beni e i servizi prodotti in Svizzera diventano troppo cari per l’estero e questo può causare grossi problemi alla nostra economia. Semplificando di molto le cose possiamo pensare che per contrastare questo fenomeno la BNS interviene sul mercato dei cambi acquistando valuta estera e quindi vendendo franchi svizzeri. La maggior parte degli investimenti è fatta da titoli di Stato, anche se la BNS non disdegna investimenti in azioni e obbligazioni di società.

Nel 2019, l’anno prima, la Banca Nazionale aveva comperato il corrispettivo di 13.2 miliardi di franchi; nel 2020 ha speso 110 miliardi. L’intervento è stato decisamente grande.

Dobbiamo comunque riconoscere la BNS ha fatto bene il suo lavoro generando un rendimento delle riserve monetarie dell’1.9%.

Un’altra manovra per scoraggiare il fatto di comperare franchi svizzeri e tenerli depositati in banca è quella dei tassi di interesse negativi. Concretamente significa che siete voi a dover pagare per tenere i soldi in banca.

Ma il mantenimento di un basso tasso di interesse è anche uno strumento che ha ridotto il costo per le aziende e gli enti pubblici che necessitano di finanziamenti.

Infine sempre sul fronte del credito e della liquidità la Banca nazionale ha concesso liquidità alle banche secondarie affinché potessero elargire i crediti COVID-19 garantiti dallo Stato.

Insomma un bel misto di strumenti per fare una politica monetaria espansiva.

Ma sfogliando il rapporto leggiamo tante altre curiosità. Per esempio scopriamo che a fine 2020 gli attivi della BNS ammontavano a 999 miliardi di franchi (accidenti, mancava solo 1 miliardo per la cifra tonda…) o ancora che è stato proposto un dividendo agli azionisti di 15 franchi. Già perché la Banca Nazionale svizzera è una società anonima detenuta sì per metà dai Cantoni e dalle banche cantonali, ma per l’atra metà appartiene ai privati. Dobbiamo precisare che però è una società anonima retta da una legge speciale (per esempio il dividendo è al massimo il 6% del capitale azionario oppure ci sono limitazioni al diritto di voto).

Altra curiosità è che mentre i pagamenti in contanti l’anno scorso si sono ridotti notevolmente, la domanda di banconote di grosso taglio, pensiamo ai 1’000 franchi, è cresciuta. Questo ci confermerebbe che sono ancora in tanti quelli che anziché puntare su grandi investimenti speculativi, scelgono il caro vecchio materasso. E come dargli torto in una situazione di instabilità e incertezza come quella attuale?

D’altronde anche Paperon de’ Paperoni tiene le sue monete al sicuro nel suo deposito…  

La versione audio: La Banca Nazionale scommette contro il franco svizzero
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Che cosa hanno in comune Keynes e la Covid-19? L’incertezza

Questa mattina sono stata ospite della trasmissione Millevoci di Rete Uno (sotto il link). Abbiamo parlato di certezze in ambito economico, psicologico e artistico.
Da un punto di vista economico una delle più grandi rivoluzioni del pensiero è stata proprio quella di riconoscere l’esistenza dell’incertezza. Keynes ha portato un cambiamento epocale. Fino a quel momento la teoria dominante, definita neoclassica, riteneva che tutte le dinamiche economiche lasciate a loro stesse avrebbero condotto a un equilibrio. Questo significava che il mercato da solo avrebbe trovato la corretta allocazione dei fattori. L’equilibrio automatico valeva per il mercato dei beni, della moneta, dei servizi e anche per quello del lavoro. Il fattore che consentiva di giungere all’incrocio perfetto tra domanda e offerta era il prezzo. Keynes stravolge il pensiero sostenendo che nella realtà il contesto in cui gli agenti economici prendono decisioni è l’incertezza. Anche se sembra una banalità, questa considerazione ha un impatto devastante sulla teoria economica neoclassica mettendo in dubbio la natura stessa dell’economia. Per Keynes l’economia è una disciplina sociale e non una scienza esatta. E deve essere trattata così. Questo implica che non esistono leggi universali né soluzioni univoche, anzi.
Quali possono essere le implicazioni economiche di questa incertezza? I consumatori se non hanno fiducia non usano il reddito e consumano meno diminuendo la domanda aggregata. In risposta la produzione diminuisce. Le aziende smettono di investire. Così si presenta lo squilibrio tra domanda e offerta potenziale (che è quella che garantisce la piena occupazione delle persone e dei macchinari). Questo significa che siamo in presenza di disoccupazione. Keynes nella sua teoria mostra perché non esista nessun automatismo che riporti il sistema in equilibrio. Anche perché l’equilibrio sul mercato del lavoro dovrebbe passare dalla riduzione dei salari che consentirebbe di aumentare il numero di occupati. Al contrario, Keynes sostiene che in queste circostanze l’unica possibilità di aiutare l’economia a riprendersi e tornare a viaggiare sulle proprie gambe è l’intervento dello Stato. Cosa accomuna questa teoria con la realtà che stiamo vivendo ora?
Le previsioni economiche appena pubblicate dalla Segreteria di Stato dell’Economia (SECO) prevedono quest’anno un aumento del Prodotto Interno Lordo del 3% (PIL). Dai dati emergerebbe una crescita generalizzata dei consumi privati (+3.7%), della spesa pubblica (+4.2%), degli investimenti (soprattutto in macchinari, +4%) e delle esportazioni (da segnalare il +13.9% di quelle dei servizi). La conseguenza sarebbe la creazione di qualche impiego in più e un aumento contenuto della disoccupazione a un tasso del 3.3%.
Guardando questi dati capiamo subito che lo Stato sta rispondendo all’incertezza e alla crisi sostenendo l’economia, ossia facendo proprio quanto prescritto da Keynes. Probabilmente sarà necessario un sostegno ancora più grande, perché questi dati positivi si fondano su tanti “se”. Affinché le cose procedano in questa direzione non ci dovranno essere nuove chiusure a livello nazionale e internazionale, la campagna di vaccinazione non dovrà subire ulteriori ritardi e le varianti non dovranno creare nuovi focolai.
Insomma, esattamente come diceva Keynes, l’incertezza è il contesto in cui gli agenti economici devono prendere decisioni. E lo Stato ha tutte le possibilità di farlo bene.

La versione audio: Che cosa hanno in comune Keynes e la Covid-19? L’incertezza
Millevoci – Rete Uno – RSI – 18.03.2021
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Basta aumentare le tasse! La riforma dell’AVS non si fa aumentando l’IVA

Basta aumentare le tasse perché non si vogliono affrontare i problemi. E soprattutto basta aumentare l’IVA solo perché è la decisione politica più semplice da prendere.
I sistemi previdenziali sono in crisi in tutto il mondo. Non è certo una scoperta di oggi che l’AVS e il II pilastro necessitano di essere curati. Ma la cura non può essere una minestra riscaldata. Ci vuole serietà e anche coraggio.
Sapete quale è il problema? Viviamo troppo a lungo, studiamo troppo e moriamo in pochi. Se a questo aggiungiamo che facciamo meno bambini, che mancano investimenti sicuri e redditizi e che ci sono tassi di interesse bassi mai visti prima, abbiamo elencato le ragioni per cui i nostri sistemi pensionistici sono in crisi. Ma la crisi dipende dal fatto che la loro struttura è stata pensata per una società di 70 anni fa. E quindi il problema del finanziamento dell’AVS e del II pilastro può essere risolto solo con una riforma globale. Purtroppo la nostra classe politica non pare avere coraggio e cerca di farci mangiare il minestrone una verdura alla volta anziché tutto insieme. Mi spiego meglio.
Nel 2017 il popolo svizzero ha bocciato la riforma 2020. Questa prevedeva l’aumento dell’età di pensionamento delle donne a 65 anni, l’aumento dell’IVA di 0.3 punti percentuali, la riduzione del tasso di conversione dal 6.8% al 6%, l’aumento dei contributi sociali dello 0.3% e l’aumento della partecipazione della Confederazione. Come vi dicevo prima un bel minestrone di misure. Il popolo ha detto no. E che cosa ha deciso di fare la nostra classe politica? Ha deciso di presentarci le verdure non più nel minestrone ma una alla volta. Non mi credete? Seguitemi.
Nel 2019 il popolo ha accettato la “Riforma fiscale e finanziamento dell’AVS” più famosa come RFFA accettando di aumentare i contributi sociali e di aumentare la partecipazione della Confederazione all’AVS. La riduzione del tasso di conversione è oggetto della riforma del II pilastro, mentre l’aumento dell’età di pensionamento delle donne e l’aumento dell’IVA è in discussione in Parlamento in questi giorni. Dell’aumento dell’età di pensionamento femminile l’opinione pubblica se ne sta già occupando.
Quello che veramente mi lascia perplessa è che nessuno abbia detto no all’aumento dell’IVA. Certo è facile da un punto di vista burocratico ritoccare al rialzo la percentuale dell’Imposta sul valore aggiunto. E forse è facile anche farla digerire ai cittadini se si dice che dopotutto in Italia è al 22% o in Germania al 19%. Ma attenzioni, signori, c’è una ragione ben precisa perché da noi l’IVA è solo al 7.7%.
La Svizzera a differenza delle altre nazioni europee ha deciso di incassare la fetta più importante delle sue entrate fiscali con la tassazione diretta della potenzialità delle persone e delle aziende. Anche se può apparire un po’ difficile da capire, questo sistema fiscale se ben modulato è la più grande garanzia di equità. Cosa che non avviene quando tassiamo attraverso le imposte indirette sul consumo, sulla spesa o sul possesso. Per farla semplice, quando compilerete tra qualche giorno la dichiarazione delle imposte, lo Stato vi tasserà in funzione delle vostre capacità. Quando invece andate a fare la spesa o a bere un caffè o a comperare un’automobile, pagate esattamente la stessa tassa di una persona milionaria. Insomma, se ci riflettiamo qualcosa non torna.
Ma non contenti i nostri politici qualche mese fa hanno pure pensato di prendere una parte della tassa sul CO2 (di cui abbiamo già parlato) e metterla nell’AVS. Ancora una volta saranno i meno benestanti a pagare la mancanza di coraggio della nostra classe politica che forse dovrebbe cercare soluzioni serie a problemi che così affrontati rimarranno sul tavolo per decenni.

La versione audio: Basta aumentare le tasse! La riforma dell’AVS non si fa aumentando l’IVA
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Ticino: 4’200 i posti di lavoro persi sarebbero pochi?

L’Ufficio Federale di statistica ha aggiornato i dati sulla perdita di impieghi nel quarto trimestre del 2020. Anche noi abbiamo trattato l’argomento quindi è corretto ritornare sul tema e valutare se le considerazioni fatte in precedenza rimangono valide o meno.
I dati comunicati inizialmente indicavano una perdita di 10’000 posti di lavoro a livello cantonale e di 23’000 a livello nazionale.
Siamo molto contenti di scoprire che la cifra si è ridotta notevolmente: i posti persi rispetto a un anno fa a livello cantonale sono “solo” 4’200, quelli a livello nazionale “solo” 17 mila.
Tuttavia rileviamo, purtroppo, che un quarto dei posti di lavoro spariti a livello nazionale sono in Ticino e di questo di certo non possiamo rallegrarcene.
Guardando i nuovi dati si conferma inoltre la fragilità del mercato del lavoro ticinese rispetto alle donne: 2’200 posti di lavoro persi in Ticino sono i loro. Questa ennesima uscita dal mondo del lavoro riduce ancora di più la quota femminile aumentando ulteriormente la differenza con la media nazionale. Per spiegarci meglio oggi le donne in Ticino sono il 43.3% delle persone che lavorano, in Svizzera il 46.2%.
Non che le cose per le donne a livello nazionale vadano tanto meglio. Nel settore terziario per esempio sono stati persi 7’700 posti di lavoro femminili mentre ne sono stati creati 4’200 maschili. Dinamica analoga a quanto successo nel cantone Ticino: qui dei 3’100 posti di lavoro persi nel terziario oltre 2’900 sono donne.
Salta subito all’occhio quindi che dei 3’500 posti di lavoro persi nel terziario ben 3’100 sono in Ticino. E ancora una volta questo conferma che i settori maggiormente toccati dalla crisi del Covid-19 sono quelli che nel nostro Cantone ricoprono una grande importanza e occupano tante persone. Primo tra tutti il settore del turismo.
Infine ricordiamo che questi dati devono essere presi molto sul serio, perché ancora abbiamo i benefici delle misure nazionali e cantonali messe in atto per sostenere le attività e le persone in difficoltà. Non sappiamo quali saranno le conseguenze quando termineranno le indennità di orario ridotto o i contributi alle aziende.
Sulla carta le prospettive di crescita per l’economia nazionale sembrano buone, ma i “se” che le accompagnano troppi… Se non ci saranno nuove misure di contenimento… se non ci saranno ulteriori ritardi nei programmi di vaccinazione… se la diffusione delle varianti non ridurrà l’effetto dei vaccini… se non ci saranno massicci tagli di posti di lavoro e fallimenti aziendali… se…
Tanti se e tanti dubbi. Con un’unica certezza finora. Il Ticino non viaggia ancora alla velocità svizzera, speriamo di non perdere anche questo treno…
Link dei comunicati e dei dati citati:
https://www.bfs.admin.ch/bfs/it/home/statistiche/industria-servizi.gnpdetail.2021-0060.html

La versione audio: Ticino: 4’200 i posti di lavoro persi sarebbero pochi?
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“Tesoro, mi si sono ristretti i prodotti”. Le confezioni si rimpiccioliscono, i prezzi no.

Vi ricordate quando nel 2019 Coca Cola e le sue sorelle si sono improvvisamente “rimpicciolite”? Probabilmente la maggioranza dei consumatori non se ne è neppure accorta. Eppure da circa due anni paghiamo lo stesso prezzo per bere meno Coca Cola: in effetti, la sua bottiglia è stata ridotta di pochi centimetri, ma di ben 50 millilitri. Oggi in Svizzera troviamo esclusivamente bottigliette da 4,5 decilitri, mentre fino al 2019 erano di mezzo litro. Anche se l’azienda ha comunicato che si trattava semplicemente di una rivisitazione del formato, le associazioni dei consumatori non hanno pensato la stessa cosa.
La tecnica di ridurre il contenuto mantenendo la confezione uguale è una strategia molto utilizzata dalle aziende negli ultimi anni. Il suo nome è shrinkflation e nasce dall’unione delle parole shrinkage che significa “contrazione” e inflation che indica “rincaro, inflazione”: si riduce la confezione e aumenta il prezzo.
In Gran Bretagna qualche anno fa l’ufficio di statistica aveva stimato che in cinque anni ben 2’500 prodotti avevano subito la riduzione del contenuto; stessa sorte in Italia per oltre 7 mila prodotti. Di fatto i consumatori si sono trovati a fare colazione mangiando meno Kellogg’s Coco Pops, a lavarsi i denti con tubetti di dentifricio “dimagriti” di 25 millilitri, a mangiare Tobleroni con una montagna in meno, a soffiarsi il naso con 9 fazzoletti di carta anziché 10. Ma anche i gelati si sono rimpiccioliti, i detersivi per la lavatrice, il numero di biscotti nelle confezioni, le scatolette del tonno e persino la carta igienica che ha perso 20 strappi per rotolo.
Se qualche volta le aziende confessano che la strategia dipende da aumenti dei costi o nuove tasse o ancora da materie prime più care, le giustificazioni più divertenti le leggiamo quando invocano le scelte salutiste. Cioè dovremmo credere che le aziende si preoccupano per noi e quindi fanno i gelati più piccoli così mangiamo meno zuccheri? Mmmh, anche alle persone in buona fede questa tesi non sembra convincente.
E allora, come giustifichiamo dal punto di vista economico il fatto che le aziende preferiscono ridurre i contenuti anziché aumentare i prezzi? Lo facciamo grazie all’elasticità. L’elasticità consente di calcolare la sensibilità di un bene rispetto ad alcune variabili come il prezzo, il prezzo di un bene sostitutivo o il reddito. Nel nostro caso sappiamo che l’elasticità della domanda delle bevande gassate rispetto al prezzo è superiore a 1. Questo sta a indicare che i consumatori sono molto sensibili alle variazioni di prezzo per cui se per esempio il prezzo aumenta del 10%, i consumatori ridurranno gli acquisti di Coca Cola di più del 10%. Per questa ragione le aziende non vogliono far vedere che aumentano i prezzi: regalerebbero clienti alla concorrenza. Ecco quindi che il trucco della riduzione del prodotto è più nascosto.
Certo, potremmo anche accorgerci di questi “maquillage”, ma per farlo bisogna calcolare il prezzo al chilogrammo o al litro e paragonare i prodotti. E come ben sappiamo anche il tempo ha il suo costo.
Però ogni tanto qualcuno si ribella. E proprio in questi giorni, abbiamo letto che un grande distributore ha deciso di rimettere nei suoi scaffali le bottigliette da mezzo litro di Coca Cola. Unico neo: non saranno prodotte in Svizzera, ma all’estero.
A questo punto a voi consumatori di scegliere se bere una Coca Cola da 450 millilitri “locale” oppure una da mezzo litro “straniera”.

Versione audio: “Tesoro, mi si sono ristretti i prodotti”. Le confezioni si rimpiccioliscono i prezzi no
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Analisi del frontalierato in Ticino (se i dati sono giusti…)

L’ufficio federale di statistica comunica che ha sbagliato i dati relativi alla perdita di posti di lavoro nel Cantone Ticino. Se le correzioni saranno al miglioramento non possiamo che rallegrarcene. I dati parlavano di 10’000 posti di lavoro spariti nel IV trimestre del 2020. Anche nel nostro blog ce ne siamo occupati. Al momento non è dato sapere quale sia l’entità dell’errore, ma siamo abbastanza allibiti che possa capitare una leggerezza del genere. Detto questo, purtroppo temiamo che la correzione non basterà a correggere le fragilità del mercato del lavoro ticinese.
Ma ora affrontiamo il tema del frontalierato, augurandoci che i dati ufficiali siano corretti…
In un momento di crisi economica come questa, la crescita costante del numero di frontalieri in Ticino suscita discussioni.
Se è vero che i dati del IV trimestre del 2020 indicano un aumento di 524 frontalieri, oggi guadiamo al medio periodo e ci interroghiamo su cosa sia successo rispetto a 18 anni fa ossia al 2002, anno di cui disponiamo dei dati disaggregati per settore.
Nonostante tutti i limiti metodologici e i cambiamenti avvenuti nella maniera di conteggiare i frontalieri, possiamo sostenere senza dubbio che sono aumentati. Nel 2002 si contavano quasi 33 mila persone; oggi sono 70 mila. L’aumento più importante è stato nel settore terziario, dove la cifra è triplicata: ad oggi contiamo oltre 45 mila persone. Attenzione specifichiamo che il settore terziario è quello che rappresenta i servizi e che sono molto differenti tra di loro. È vero che ci sono i famosi lavori in banca, ma anche il commercio al dettaglio, la ristorazione, gli architetti e le avvocate rientrano in questa categoria.
Data questa differenza è comunque possibile fare delle considerazioni generali sulla composizione di questa forza lavoro? O meglio, per farla breve, i lavori svolti dai frontalieri sono sempre gli stessi? Chiaramente ci sarà un’evoluzione strettamente collegata all’evoluzione stessa dei posti di lavoro offerti nel Cantone e di questo dobbiamo tenere conto.
Oggi, 24 mila persone lavorano nell’industria; nel 2002 erano circa 18 mila. Ma queste 18 mila rappresentavano il 54% del totale dei frontalieri. Oggi sono scesi al 34%.
Il settore del commercio e delle riparazioni di autoveicoli è il secondo più grande datore di lavoro con quasi 11’000 persone. Seppur segnalando un aumento di 6 mila persone, in questo caso le cose non sono cambiate tanto in termini relativi perché anche 18 anni fa il settore occupava il 15% delle persone. Stessa sorte per il settore della sanità (con un aumento di circa 2’400 persone, ma con una percentuale ferma al 6%) e per i servizi di alloggio e ristorazione (fermi al 5% del totale).
Troviamo però anche delle differenze. Oggi il settore delle attività professionali, scientifiche e tecniche all’interno del quale ci sono le professioni per esempio degli studi di architettura e d’ingegneria o quelle legali e di contabilità, occupa quasi 8 mila frontalieri che rappresentano l’11% del totale. Erano solo 1’000 nel 2002 (3%). Anche il settore delle attività amministrative e di servizi di supporto alle aziende (tra cui le aziende che si occupano di attività di ricerca, selezione, fornitura di personale) ha mostrato un importante aumento di quasi 6 mila persone, occupandone oggi il 9% del totale (2% nel 2002).
Per contro segnaliamo, nonostante l’aumento di 2’500 persone, la riduzione dell’importanza del settore delle costruzioni che passa dal 16% del 2002 all’11% di oggi.
Questi dati vanno sicuramente contestualizzati rapportandoli all’evoluzione della struttura economica del Ticino e lo faremo. Tuttavia ci consentono spunti di riflessione decisamente interessanti sulle professioni sviluppate nel corso di quasi un ventennio e sul cambiamento del ruolo ricoperto dai frontalieri nella nostra economia.

Versione audio: Analisi del frontalierato in Ticino (se i dati sono giusti…)