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UBS-CS: Non c’era più tempo ma è stato un duro colpo

Un altro duro colpo è stato inflitto alla reputazione della Svizzera. La fine di Credit Suisse è una batosta per tutti. E ai nostri occhi tornano le immagini degli aerei di Swissair rimasti a terra senza carburante o quelle del 2008 quando lo Stato salvò UBS.
Inutile fare gli sciacalli su questa decisione sofferta quanto obbligata. Inutile puntare il dito e sollevare questioni che nulla hanno a che fare con il sistema finanziario e monetario nazionale e internazionale e con la sua regolamentazione. Non ora, non in questo momento. Adesso quello che dobbiamo augurarci tutti è che l’acquisizione da parte di UBS avvenga causando il minor danno possibile. Ci auguriamo che non sarà necessario ricorrere alla garanzia dello Stato. Come ci auguriamo che a pagare ancora il prezzo di un sistema finanziario che sfugge oramai a qualunque controllo non siano i collaboratori e le collaboratrici di entrambe le banche.
Poteva fare qualcosa di diverso il Consiglio Federale? Certo, avrebbe potuto in passato esercitare pressioni per spingere allo scorporo della parte di Credit Suisse svizzera rispetto alle attività di investimento disastrose a livello internazionale. Sono anni che anche noi evidenziamo gli errori e gli scandali: Wirecard, Archegos Capital Management, Greensill Capital, multe in tantissime nazioni per storie di corruzione e investimenti in aziende che violano i diritti umani, pessime scelte strategiche e operative. Ma non viviamo in regimi totalitari, per fortuna, che possono intervenire sulla proprietà privata. Certo, la politica avrebbe potuto pensare a regolamentazioni più severe per le responsabilità dirigenziali. O ancora avrebbe potuto chiedere maggiori controlli alla FINMA. Ma con i se e con i ma, non si sarebbe data risposta alla crisi di Credit Suisse.
Le strade possibili sul tavolo del Consiglio Federale erano tre: far fallire Credit Suisse, pensare di acquistarla o sostenere caldamente l’acquisizione di UBS.
La prima ipotesi avrebbe causato un durissimo colpo all’economia nazionale e alla stabilità del nostro sistema finanziario: altre banche avrebbero rischiato il fallimento travolgendo aziende e famiglie. La crisi avrebbe toccato tutti noi. E non solo. Altre nazioni, data l’internazionalità di Credit Suisse, avrebbero pagato lo stesso prezzo. Questo ce lo ha insegnato il fallimento di Lehman Brothers.
L’acquisto da parte della Confederazione e quindi la nazionalizzazione avrebbe portato il Consiglio Federale a occuparsi di compiti che non gli competono.
Infine, l’unica via praticabile: sostenere e magari anche forzare l’acquisizione da parte di UBS. Il Consiglio Federale avrebbe potuto invitare all’acquisizione anche altre banche oltre UBS? Forse, ma ci sarebbe voluto tempo, e di tempo, il Credit Suisse, non ne aveva più.

Tratto dal Corriere del Ticino 21.03.2023

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Che tempo farà quest’anno? Ecco le previsioni economiche

Puntuali come il fiorire della magnolia, arrivano le previsioni della Segreteria di Stato dell’economia (SECO). L’entusiasmo di qualche mese fa sembra purtroppo essersi attenuato. Nonostante la crisi COVID non sia ricominciata e nonostante in Europa non si sia verificata la carenza di energia tanto prospettata e temuta, le cose non sembrano andare troppo bene e non sembra che andranno troppo bene nemmeno da qui alla fine dell’anno.
Il prodotto interno lordo (PIL) crescerà solo dell’1,1%. Certo, siamo contenti di non essere in una situazione negativa come quella prevista per il Regno Unito che vede addirittura una crescita negativa del -0,3%, ma sicuramente avremmo preferito un tasso di crescita più alto. Ricordiamo che il prodotto interno lordo deve crescere tecnicamente per poter compensare l’aumento della popolazione e l’aumento del progresso tecnologico. Questo significa che affinché tutte le persone siano occupate come nel periodo precedente, il PIL deve garantire lavoro per tutti.

Entrando nel dettaglio vediamo che ancora una volta saranno i consumi privati a garantire una certa stabilità: il tasso di crescita sarà dell’1,5%. Ricordiamo che i consumi delle famiglie rappresentano la fetta più importante (almeno la metà) dell’intera produzione nazionale.

La spesa pubblica, al contrario, proseguirà la sua riduzione già cominciata l’anno scorso. Nel 2023 dovrebbe scendere del -0,6% e addirittura del -1,8% nel 2024.

Il settore degli investimenti denota due andamenti contrapposti: da una parte gli investimenti in costruzione che vanno avanti a confermare il loro periodo negativo (-1.3%), dall’altra gli investimenti in beni di equipaggiamento che mostrano una crescita positiva dell’1,7%. Sicuramente non siamo felici che il settore delle costruzioni continui la sua discesa, ma sarebbe ancora più grave se a scendere fossero gli investimenti in macchinari: questo significherebbe che gli imprenditori sono pessimisti e che quindi l’intera economia potrebbe entrare in una fase recessiva.

Nonostante le difficoltà estere, le esportazioni e le importazioni sia di beni che di servizi sembrano mantenere tassi positivi.

Tutto questo si concretizzerà con una creazione positiva di posti di lavoro in equivalenti a tempo pieno, tale da garantire un tasso di disoccupazione che dovrebbe attestarsi al 2%. Sul fronte dei prezzi, invece, il 2023 dovrebbe chiudersi con un tasso di inflazione del 2,4%, in riduzione rispetto al 2,8% del 2022.

Riassumendo quindi da questo 2023 possiamo attenderci, nella migliore delle ipotesi, una certa stabilità. E vista l’aria che tira in altre nazioni, meglio non lamentarci.

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8 marzo: perché?

È appena passato l’8 marzo, giornata internazionale della donna. Ancora oggi si discute molto se questa giornata debba essere celebrata oppure se proprio in nome della parità dovrebbe essere abolita. Personalmente ritengo sia molto importante dedicare alla parità di genere una giornata che consenta concretamente di attirare l’attenzione su quello che ancora oggi c’è da fare.

Sappiamo che anche se sono stati fatti tanti passi in avanti, ancora la parità non può dirsi pienamente raggiunta. Certo, le donne sono formate, qualificate e competenti al pari degli uomini. Eppure ancora faticano a ottenere lo stesso riconoscimento dei loro colleghi. Quando guardiamo i salari, ma anche quando guardiamo alle posizioni professionali ricoperte dobbiamo scontrarci con una differenza importante che spesso non è giustificabile.

Naturalmente ben vengano tutte le misure possibili da attuare per superare questa ingiustizia. Tra queste rientrano le misure legali, i controlli, gli incentivi, le nuove misure per la conciliabilità tra lavoro e famiglia. Proprio in quest’ultimo caso ricordiamoci quanto questa misura non sia solo a sostegno della parità, ma quanto vada a sostegno della società tutta: i genitori che possono occuparsi dei figli sono sicuramente un arricchimento educativo.

Tra le misure che si studiano oggi a livello economico rientrano anche i correttivi ai bias in cui cadiamo in maniera inconsapevole, sia uomini che donne. Tra questi per esempio c’è la tendenza ad attribuire a un genere delle specifiche caratteristiche e quindi a privilegiarlo per determinati ruoli. Concretamente quello che succede è che se noi cerchiamo una persona che ricopra un ruolo dirigenziale, tenderemo ad associare agli uomini tratti caratteriali come la capacità di decidere, la fermezza, la sicurezza. Tutte doti queste associate a ruolo di leader. Alle donne invece attribuiremo caratteristiche come l’accoglienza, la sensibilità, la comprensione. Doti queste che non per forza risultano vincenti nella leadership.

A sostegno di questi studi citiamo sempre il caso delle orchestre: la percentuale di donne che riusciva ad accedere al palco era notevolmente inferiore a quella che si presentava alle audizioni. Dal momento che si è deciso di far svolgere le audizioni in maniera anonima e nascosti dal sipario, la quantità di donne scelte è aumentata notevolmente.

Questo per dire cosa? Che tutti noi possiamo essere vittime di stereotipi inconsci. Ciò che è importante oggi è riconoscere di poter cadere in tranelli e soprattutto attuare soluzioni affinché ciò non accada più.

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Svizzera: le cose sono andate bene, ma non benissimo…

L’economia svizzera non ha chiuso troppo bene il 2022. Qualche giorno fa la Segreteria di Stato dell’Economia (SECO) ha pubblicato i dati relativi all’andamento del prodotto interno lordo (PIL) svizzero nel quarto trimestre del 2022, ossia del periodo che va da ottobre a dicembre. Il PIL, che ricordiamo è il valore dei beni e dei servizi prodotti all’interno della Svizzera, non è né cresciuto né si è ridotto. Certo non sono buonissime notizie, ma almeno non abbiamo visto un calo.
In effetti, la situazione internazionale avrebbe potuto giocare un ruolo ancora più importante per il nostro paese che grazie al commercio con l’estero garantisce il 12% circa del nostro prodotto interno lordo (altrimenti detto del nostro benessere economico). La conseguenza è chiara: se le cose vanno male nel resto del mondo, i cittadini e le aziende non compreranno i nostri prodotti e quindi ne risentiranno anche le nostre industrie. I dati sono chiari: le esportazioni di beni si sono ridotte dell’1.7%, mentre quelle di servizi sono leggermente aumentate. Ma i dati ci dicono altro. Essendo noi un paese che non ha grandi materie prime per produrre i beni finali, dobbiamo importare queste e i semilavorati dall’estero. Anche in questo caso c’è stata una riduzione dell’1.5% rispetto al trimestre precedente.

Ma non finisce qui. I dati ci dicono anche che il settore dell’industria, quello delle costruzioni, ma anche quello dei servizi legati alla finanza e delle assicurazioni mostrano una certa riduzione. Tengono ma senza risultati eccezionali il settore del commercio, quello dei servizi alle imprese e l’amministrazione pubblica. Notiamo che il settore relativo al turismo e in particolare all’alloggio e alla ristorazione è quello che va meglio con un aumento dell’1.5% rispetto al trimestre precedente. Aumento che tuttavia non ci porta ancora al livello pre Covid-19.

Ma allora com’è possibile che se le esportazioni sono andate male, il prodotto interno lordo svizzero è rimasto stabile? Ad alimentare questo risultato ci pensano le famiglie, l’amministrazione pubblica e le aziende. Il consumo delle famiglie e quello della Stato mostrano una leggera crescita dello 0.3%. Un buon risultato si segnala negli investimenti in beni di equipaggiamento, +1.7%. La crescita dei beni di equipaggiamento è un buon risultato, perché significa che i nostri imprenditori investono in macchinari. Meno bene sono andati gli investimenti in costruzione che per ancora un altro trimestre mostrano una riduzione.

E che succederà in futuro? Attendiamo le previsioni degli esperti, ma per quanto ci riguarda almeno nel Canton Ticino la situazione non sembra così florida: commerci, industria, ma anche servizi finanziari sembrano pessimisti. Speriamo di sbagliarci.

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Frontalieri: perché il problema è peggio di quanto pensate

Tra ottobre e dicembre 2022 c’erano quasi 78’000 frontalieri in Ticino: una crescita di oltre 3’000 unità rispetto a un anno fa. La differenza con la situazione di dieci anni fa è impressionante: nel 2012 c’erano 21’000 frontalieri in meno!
In un cantone che si spopola e invecchia un posto di lavoro su tre, il 33%, va a persone che non vivono qui.
Ma le cifre ci dicono altro: e sono fatti ancora più preoccupanti.
Dieci anni fa il 43% dei frontalieri lavorava nel settore secondario (l’industria e l’edilizia, per intenderci). Ora questa fetta è scesa al 32%. Visto che ancora oggi quasi un quarto del nostro PIL, oltre 7 miliardi di franchi, continua a dipendere da questo settore, evidentemente questa diminuzione non può essere spiegata con il fatto che oggi siamo più Silicon Valley che Valle della Ruhr.
Se la quota di frontalieri scende nell’industria e nell’edilizia, è perché aumenta nel settore terziario, quello dei servizi. Infatti qui si passa dal 56% al 67%.
I cambiamenti maggiori riguardano le professioni legate alla attività legali e contabili, quelle degli studi di ingegneria e architettura, le attività di consulenza alle aziende, le attività di design specializzate, ecc. In queste professioni qualificate c’è stato un aumento dei frontalieri di due volte e mezzo, da 3’600 persone alle oltre 9’300.
Se non fosse una cosa grave per chi vive qui, ci verrebbe da sorridere guardando all’incremento dei frontalieri nelle attività di ricerca, selezione e fornitura di personale per le aziende (sic!), passati in 10 anni da 2’700 persone a 4’100.
Le conclusioni? Sono principalmente tre.
La prima: è falso che i frontalieri facciano “i lavori che i ticinesi non vogliono fare”. I ticinesi quei lavori li farebbero eccome. Semplicemente, non POSSONO, perché le paghe sono lombarde e non svizzere. Sono, cioè, stipendi per assumere frontalieri e non residenti.
Secondo: la formazione di per sé non è sufficiente per permettere ai lavoratori residenti di “vincere” la competizione con i frontalieri. I frontalieri non sono meno qualificati. Sono però meno costosi. Addirittura in parecchi casi i frontalieri selezionano frontalieri anche in ambiti pubblici, di ricerca o formativi. I nostri giovani qualificati e iper-qualificati emigrano a nord mentre i frontalieri, con qualifiche analoghe, arrivano da noi. La formazione è importante, ma, confrontata con la pressione al ribasso sui salari, non è sufficiente.
Infine, mentre destra e sinistra litigavano e fingevano di occuparsi del problema, in maniera poco sorprendente il problema si è aggravato. La politica sta deludendo attese e speranze dei lavoratori residenti.

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Le previsioni per il Ticino

Quali sono le prospettive per il nuovo anno dell’economia del Canton Ticino? Andiamo a dare un’occhiata ai diversi settori.

Il settore industriale dopo aver concluso un 2022 meglio del previsto adesso sembra un po’ più pessimista: gli imprenditori giudicano il volume degli ordini come insufficiente e la situazione è peggiorata soprattutto tra le aziende che si rivolgono al mercato estero. Anche le prospettive per i prossimi mesi non sono troppo favorevoli.

Il settore delle costruzioni mostra un andamento differenziato rispetto alle sue specializzazioni. Nel caso dell’edilizia principale si nota un certo peggioramento mentre sembrerebbe andar meglio l’edilizia accessoria (come le attività legate ai lavori di installazione) e quella del genio civile. In effetti, anche in questo caso le previsioni per i prossimi tre mesi sono piuttosto rosee per questi due settori, mentre sono più negative per il settore delle costruzioni.

E passiamo al settore del commercio al dettaglio. In questo caso i commercianti si sono dichiarati abbastanza soddisfatti dell’andamento degli affari degli ultimi tre mesi e sono diminuiti gli insoddisfatti. In questo caso sia i piccoli che medi commercianti hanno visto un miglioramento. Per quanto riguarda le prospettive dei prossimi mesi c’è un po’ più di pessimismo, soprattutto per i piccoli commercianti che dichiarano previsioni più negative.

E chiudiamo la nostra carrellata con uno sguardo al settore bancario. Anche in questo caso negli ultimi tre mesi si registra un miglioramento nella valutazione della situazione degli affari, sia per quanto riguarda la clientela nazionale che per quanto concerne la clientela estera. Anche le prospettive dei prossimi mesi sono piuttosto positive, nonostante si segnala la possibilità di ridimensionamenti sul fronte occupazionale.

Insomma, guardando ai principali settori economici del Cantone Ticino le prospettive non appaiono troppo negative, anzi potremmo parlare di una certa stabilità. Naturalmente tutto dipenderà dall’evoluzione dell’economia europea e mondiale, essendo noi come tutti strettamente interdipendenti. Anche in questo caso, però le previsioni appaiono incoraggianti, con un’inflazione che sembra essere sempre più sulla via del rientro. Naturalmente ci vorrà ancora un po’ di tempo, ma se saremo in grado di bilanciare gli effetti negativi delle politiche monetarie, potremmo sperare in un nuovo periodo di crescita e benessere.

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Credit Suisse perde, UBS vince

Credit Suisse non naviga in buone acque. E questa non è una novità. Ci siamo occupati della gestione della seconda banca svizzera diverse volte in questi anni. E purtroppo sempre per parlare di errori nella sua strategia.

Dagli investimenti di Wirecard, Greensill Capital, Archegos Capital Managment agli scandali legati alla corruzione, per passare dai pedinamenti. Insomma, una cosa è certa: i dirigenti che si sono alternati alla conduzione della grande banca non hanno certo brillato per visione strategica. Il risultato non ha tardato ad arrivare e si è consolidato in una perdita nel 2022 di 7.3 miliardi di franchi. È dalla crisi del 2008 che non si registrava una situazione così grave e drammatica.

A detta degli analisti il risultato era abbastanza prevedibile; meno immaginabile il fatto che molti clienti avrebbero abbandonato la banca. A noi, in realtà non pare così strano. Certo, la FINMA che è l’autorità di vigilanza indipendente del mercato finanziario svizzero, ha da sempre giudicato la situazione della banca come stabile e solvibile. Ma questo non basta.

Le dichiarazioni di importanti ristrutturazioni che si traducono in migliaia di licenziamenti difficilmente potevano essere lette come sintomo di grande salute. Il crollo del valore delle azioni, che ricordiamo in dicembre sono arrivate al minimo storico di 2.65 franchi (nel maggio del 2007 prima della grande crisi finanziaria valevano oltre 80 franchi), non poteva lasciare indifferenti i clienti. Clienti che giustamente si preoccupano dei loro averi e per quanto possano essere stati legati a una banca, hanno deciso di spostare i loro fondi.

Non contenti di quanto accaduto leggiamo anche una indiscrezione del Financial Times che parla di un bonus di 350 milioni di franchi per 500 manager nel caso in cui riescano a realizzare la grande ristrutturazione prevista per risanare l’istituto bancario. Ora nessuno meglio di noi sa che le scelte per sanare gli errori della dirigenza precedente saranno molto dolorose: oltre 9’000 persone perderanno il loro posto di lavoro. I clienti se ne stanno già andando. Ci domandiamo, ma davvero si vuole dare ancora uno schiaffo del genere all’immagine di questa gloriosa banca proponendo questo genere di premio fatto sulle spalle di migliaia di collaboratori? A loro la nostra massima solidarietà.

Nel frattempo, forse perché agli dei piace giocare con gli uomini, UBS, la più grande banca svizzera, ha annunciato un utile netto di 7.6 miliardi di dollari, il più alto da 16 anni ad oggi…

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“Tesoro mi si sono allargati i ragazzi”. La Coca Cola cresce e torna al mezzo litro

In questi mesi si è parlato molto dell’inflazione che si vede. In alcuni Paesi l’aumento generalizzato dei prezzi ha raggiungo persino variazioni del 10% rispetto all’anno scorso. Fortunatamente i dati degli ultimi mesi confermano se non un ritorno ai prezzi precedenti, quanto meno un rallentamento degli aumenti. Oggi però noi prendiamo spunto da una notizia di attualità per tornare su un tema particolare. La Shrinkflation. La Shrinkflation è un’inflazione nascosta e che decidono i produttori: riducendo gli imballaggi o la quantità di prodotti venduti, senza ridurne il costo per l’acquirente, di fatto causano un aumento dei prezzi.
Questo succede perché di solito i produttori conoscono il concetto dell’elasticità che misura la sensibilità della quantità di un bene acquistato rispetto alla variazione di un’altra variabile che può essere il prezzo, il reddito, il prezzo di un bene che si consuma insieme ad un altro,… in parole povere si è in grado di capire se le persone ridurranno l’acquisto del bene al variare del suo prezzo. Saremmo tutti tentati di dire che è chiaro che all’aumentare del prezzo la quantità diminuisce, ma non è così per tutti i beni. Per esempio se il prezzo dei farmaci di cui abbiamo bisogno per sopravvivere, come può essere l’insulina, aumenta, noi non riduciamo il consumo. Ma lo stesso succede con i generi alimentari di prima necessità o con la benzina. Al contrario, esistono beni che sono molto più sensibili al prezzo, per esempio le bevande gassate. È per questa ragione che di solito si riduce il contenuto, ma non si aumenta visibilmente il prezzo.
Nel nostro articolo del 10 marzo del 2021 intitolato “Tesoro mi si sono ristretti i prodotti. Le confezioni si rimpiccioliscono, i prezzi no” parlavamo del caso di Coca Cola. Allora in Svizzera era stata introdotta da circa due anni una bottiglietta di questa bevanda zuccherata rimpicciolita rispetto alla grandezza standard, ma con lo stesso prezzo di quella precedente. Abbiamo quindi comperato una bottiglietta di Coca Cola da 450 millilitri, pagandola come quella di 500 millilitri. Sicuramente è stata una buona cosa per la nostra salute, data la grande quantità di zuccheri presenti in questa bevanda, non per il nostro portafoglio.
Ora leggiamo che Coca Cola Svizzera ha deciso di fare un passo indietro e tornare al formato da mezzo litro. Non sappiamo ancora se ne aumenterà il prezzo, ma possiamo intuire che alcune ragioni abbiano spinto l’azienda a fare un passo indietro. Sicuramente la piccola dimensione del mercato svizzero ha giocato un ruolo, come anche il fatto che negli stessi supermercati si poteva trovare per lo stesso prezzo la Coca Cola “svizzera” da 450 millilitri accanto alla Coca Cola “tedesca” da 500 millilitri. Probabilmente anche il rapporto con i fornitori può aver avuto un peso. Essi producevano un prodotto specifico, la bottiglietta da 450 millilitri, solo per un cliente e quindi potevano avere una forza contrattuale maggiore.
Insomma, non sappiamo per quali ragioni vere Coca Cola abbia fatto un passo indietro. Speriamo solo che con la scusa dell’aumento generalizzato dei prezzi, non sia l’occasione per vederne raddoppiare anche il suo.

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Debito pubblico fuori controllo?

Il tema delle finanze pubbliche in particolare del debito è tornato di estrema attualità. Dal quasi fallimento tecnico degli Stati Uniti al Canton Ticino il soggetto è lo stesso.
Il 19 gennaio il Dipartimento del Tesoro americano è dovuto intervenire con delle misure speciali per poter garantire la spesa pubblica. Questo è accaduto perché proprio quel giorno il paese ha raggiunto il tetto massimo di 31.400 miliardi di dollari (29.000 miliardi di franchi) che il Congresso aveva fissato. Spieghiamo che negli Stati Uniti il sistema è un po’ diverso rispetto al nostro. Il Congresso fissa annualmente un limite al debito pubblico, limite oltre il quale non è più possibile emettere le obbligazioni di Stato. Le obbligazioni di Stato sono semplicemente dei prestiti che lo Stato chiede a cittadini, banche, imprese che vogliono sottoscriverli offrendo in cambio un tasso di interesse. Ora, il 19 gennaio 2023 questo limite è stato raggiunto e questo significa l’impossibilità di chiedere ulteriori prestiti. La politica dovrà trovare un accordo per aumentare nuovamente il tetto senza dimenticare tuttavia misure o di contenimento della spesa o di aumento delle entrate.
Il caso del Canton Ticino è un po’ diverso: l’allarme è scattato non tanto perché si sia raggiunto un tetto massimo al debito, quanto piuttosto perché il preventivo per l’anno 2023 votato dal parlamento risulta oggi, dopo nemmeno un mese dall’inizio dell’anno, già non realistico. Il bilancio dello Stato è fatto come quello di qualunque famiglia. Ci sono delle entrate e ci sono delle uscite. Nel caso del Canton Ticino è stato commesso un grave errore: tra le entrate dello Stato sono stati contabilizzati quasi 140 milioni di franchi che avrebbe versato la Banca Nazionale (BNS). Ci permettiamo di definire questo errore come grossolano visto che l’andamento dei conti della BNS era già noto alla classe politica. In aggiunta la politica ci ha messo il suo zampino: oltre a queste entrate mancheranno anche una parte delle entrate dell’imposta di circolazione e peseranno sulle spese le deduzioni dei premi cassa malati aggiuntive. Per farla breve, il deficit (la differenza tra le entrate e le uscite dello Stato) potrebbe passare dagli 80 milioni di franchi stimati ai 240 milioni.
Lo abbiamo detto più volte: le finanze pubbliche devono essere gestite in maniera seria e giudiziosa. Esattamente come deve fare qualunque padre e madre di famiglia che mese dopo mese deve far quadrare i conti, anche la politica deve assumersi questa responsabilità. Diventa troppo facile aumentare le spese senza preoccuparsi di dove reperire i fondi, rifiutare a priori controlli esterni che mettano ordine alla spesa pubblica e voler ridurre le entrate per guadagnare consensi.
La gestione delle finanze pubbliche deve essere seria e giudiziosa perché questa è l’unica ricetta per garantire uno Stato forte e solidale.

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La ragion d’essere della Banca Nazionale Svizzera

La Banca Nazionale Svizzera l’anno scorso ha perso oltre 130 miliardi di franchi e tutta la classe politica, da destra a sinistra, si è arrabbiata. Ma c’è veramente ragione per lamentarci dell’operato della nostra banca centrale?
Superate le gravi turbolenze degli anni ’30, gli Stati hanno capito l’importanza di dover intervenire tempestivamente sull’andamento economico per contenere l’ampiezza degli sbalzi del ciclo economico. Così a partire dagli anni ‘50 i governi e le banche centrali hanno iniziato a utilizzare gli strumenti fiscali e monetari che consentono di influenzare l’andamento generale dell’economia, il comportamento dei consumatori e dei produttori, nonché le relazioni commerciali con l’estero.
Il governo mette in atto la politica fiscale che si basa sul prelievo delle imposte e sulla spesa pubblica. La banca centrale si preoccupa della politica monetaria che consiste principalmente nella manipolazione dell’offerta di moneta, dei tassi di interesse e dei termini del credito. Le due politiche comportano vantaggi e svantaggi che fanno sì che la prima sia più indicata per il rallentamento economico e la disoccupazione. La politica monetaria invece è più efficace nei momenti di surriscaldamento e serve a contrastare la crescita dei prezzi (inflazione). Oltre a questo obiettivo le banche centrali devono garantire la stabilità del sistema dei pagamenti. È chiaro a questo punto che il compito della Banca Nazionale non è quello di fare degli utili né per sostenere le decisioni prese dalle autorità politiche e neppure per contribuire alle assicurazioni sociali come chiederebbe qualcuno. La Banca Nazionale deve preoccuparsi principalmente della stabilità monetaria e di quella dei prezzi; ed è quello che ha fatto anche l’anno scorso.
Se si guarda al passato, i vertici della banca nazionale non hanno mai mostrato particolare entusiasmo per gli utili conseguiti: ai loro occhi era chiaro che essi rappresentavano solo delle riserve per quanto sarebbe accaduto negli anni a venire. E così è stato. La politica, al contrario, si è fatta ingolosire. Dopo aver modificato la legge per aumentare i contributi versati ai Cantoni, ha iniziato a fantasticare sull’uso dei profitti. Dalla politica ambientale a quella previdenziale, le proposte non sono mancate. Ma vi è stato un errore di fondo. La Banca Nazionale è un ente autonomo che non dipende dalla politica e che soprattutto non deve essere utilizzato per finanziare le sue decisioni. Così, ci rincresce dirlo, ma sta ai Cantoni e ai parlamentari fare scelte politiche che si autofinanzino o se non lo ritengono necessario, aumentare il debito pubblico. Queste sono responsabilità della politica che nulla hanno a che vedere con quelle della Banca Nazionale che ha svolto e sta svolgendo il suo ruolo.

L’Osservatore, 21.01.2023

La ragion d’essere della Banca Nazionale Svizzera
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I disoccupati che non si vedono e non si contano

Lo sappiamo. Ogni volta che la Segreteria di Stato dell’Economia (SECO) pubblica i dati sulla disoccupazione il nostro stupore aumenta.

Non si tratta di distorsione della realtà oppure di percezione sbagliata da parte del pubblico, come qualche “esperto” vuole farci credere. Lo diciamo da parecchio tempo: la statistica ufficiale della SECO conteggia esclusivamente il numero di persone iscritte presso gli uffici regionali di collocamento. E questo non è un buon indicatore dello stato di salute del mercato del lavoro in Ticino. Perlomeno non è un indicatore sufficiente a trarre conclusioni tanto ottimistiche.

Naturalmente la SECO non ha nessuna intenzione di nascondere i fatti, né intende dipingere una realtà più rosea del vero. Questo indicatore, ossia il numero di persone iscritte agli URC, dà le informazioni che contiene e che gli sono richieste: cioè esso enumera esclusivamente le persone in cerca di lavoro che sono anche iscritte a un ufficio di collocamento. È un indicatore, quindi, reale ma parziale, anzi parzialissimo.

La domanda che dovrebbero farsi commentatori e analisti che spesso utilizzano questi indicatori a scatola chiusa è un’altra: sono davvero rappresentativi della situazione ticinese?

La risposta breve è no.

E non bisogna essere luminari o specialisti per dare questa risposta, basta vivere e conoscere il territorio. Ambienti di diversa estrazione amano diffondere narrazioni appaganti, gratificanti o anche soltanto analgesiche. Non solo siamo in presenza di una quasi completa occupazione. Addirittura, in Ticino, avremmo un mercato e un’economia che non trova i profili altamente qualificati che cerca. E, ahinoi, non li trova nonostante la fatica e l’impegno che mettiamo nella formazione giovanile (per non parlare della fatica e dell’impegno di quei giovani medesimi).

Ma questa è appunto una narrazione, non la realtà del Canton Ticino. I nostri giovani qualificati, capaci e competenti si armano di bagagli e di biglietto del treno per andare a lavorare oltre Gottardo dove sono visti per quello che sono: giovani in gamba, con le qualifiche necessarie e la necessaria competenza.

Qui da noi, i nostri cinquantenni che perdono il posto di lavoro e cercano un impiego che ne riconosca esperienza e capacità, trovano solo porte chiuse. La situazione sta diventando talmente invivibile in questo cantone che persino alla fine della vita professionale con quanto messo da parte negli anni e con quanto percepito dai sistemi previdenziali non si riesce più a vivere in questo territorio. Centinaia di persone prossime al pensionamento stanno pianificando la loro partenza.

Di fronte a questa situazione cosa fa la politica? Poco, o niente. Si narrano la storia di un cantone innovativo, competitivo, culla del progresso tecnologico e all’avanguardia in Svizzera se non addirittura in Europa. Peccato che tutti i giorni quando ci alziamo, la maggioranza di noi, fa i conti non con le storie ma con la realtà.

E la realtà è ben diversa. Ma attenzione questo non significa che tutto sia perduto, anzi. Abbiamo tutte le possibilità e le potenzialità per cambiare, dobbiamo solo volerlo. Ma dobbiamo avere la volontà, come prima cosa, di vedere la realtà e smetterla di credere alle favole. Non siamo nel paese del Bengodi, non siamo la Silicon Valley. Siamo un cantone periferico, meno competitivo di quanto potrebbe e dovrebbe essere e le cui classi dirigenti faticano a rendersene conto. Oppure, non vogliono farlo.

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Il Natale degli Invisibili

Il periodo di Natale è molto bello e rilassante per chi ha una famiglia vicino e può passarlo con persone care. E per chi non ha preoccupazioni economiche eccessive.
Molti invece vivono male queste feste perché hanno perso qualcuno e mai come a Natale la mancanza si fa sentire.
Altri ancora, e sono tanti, sono confrontati con difficoltà economiche che diventano particolarmente dolorose in questi giorni sfavillanti di luci, con l’abbondanza ostentata nelle vetrine.
Secondo l’Ufficio federale di statistica, oltre 770 mila persone vivono in povertà nel nostro paese. E oltre a loro ci sono quasi altrettante persone che vivono con il minimo indispensabile. Sono quasi un milione e mezzo di persone per cui il Natale è un problema nel problema. E anche in Ticino la situazione è molto difficile. Nel 2020 oltre 50 mila persone erano povere e altrettante a rischio di povertà.
Ancora di recente i media hanno parlato dell’aumento delle mense dei poveri nel nostro cantone. Perché quando si parla di povertà si parla anche “semplicemente” del fatto di riuscire a mettere qualcosa sotto i denti.
Una parte della popolazione pensa di mettersi a dieta subito dopo le feste. Un’altra parte penserà a come mangiare qualcosa questa sera.
Le disuguaglianze ci sono nel nostro paese, eccome. Sono spesso nascoste ai nostri occhi e diventa tabù anche solo il fatto di parlarne.
Sicuramente il modello economico svizzero è un modello di successo ma molte persone sono lasciate indietro, non ce la fanno, vivono ai margini e non sono nemmeno presenti nel dibattito pubblico. Sono a tutti gli effetti invisibili.
Molte altre persone, pur non essendo povere secondo la definizione ufficiale, hanno difficoltà notevoli a far quadrare i conti. Per loro, una spesa inattesa può essere un problema enorme. Vivono, queste persone, in una situazione continua di incertezza: la congiuntura attuale rischia di farne cadere molti sotto la temuta soglia della povertà “ufficiale”.
Sono cittadine e cittadini come noi, che non seguono i dibattiti politici perché hanno smesso di aspettarsi qualsiasi cosa. La politica non si occupa di loro perché spesso non votano da anni, quando ne hanno il diritto. Eppure esistono e diventano più numerosi in periodi di crisi economica e aumenti dei prezzi.
Non facciamoci ingannare dai dati appena pubblicati. Se nel 2021 le persone che hanno chiesto gli aiuti sociali non sono aumentate è solo perché erano in vigore ancore le misure speciali di sostegno a causa della pandemia. Ora che queste misure sono finite vediamo che i fallimenti delle aziende aumentano e con essi i licenziamenti e la povertà.
A Natale qualcuno si sente in obbligo di porgere un pensiero caritatevole. Altri fanno un vero e grande lavoro di assistenza e vicinanza. Ma per il resto dell’anno, di questo iceberg non si vede nemmeno la punta.
E sappiamo quanto siano pericolosi gli iceberg, non solo per le navi ma anche per una società che si racconta come opulenta e soddisfatta ma nasconde sotto la superficie ciò che non corrisponde a questa narrazione.
Occuparsi di questa parte della società è essenziale per chi prende decisioni. Così come cercare di affrontare i meccanismi che producono la povertà, specialmente oggi, alla vigilia di un’epoca economicamente difficile e politicamente instabile.

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Sotto l’albero? Le previsioni del KOF

Anche quest’anno il KOF ci fa il suo regalo e mette sotto l’albero di Natale le previsioni economiche. Il KOF, che è il centro di ricerche congiunturali del politecnico federale di Zurigo, ci presenta i dati per il 2023 e per il 2024.

In generale constatiamo che a livello mondiale il Prodotto Interno Lordo (PIL), che ricordiamo è un indicatore del valore della produzione di beni e servizi e in un certo senso anche del benessere economico, mostra segni di rallentamento rispetto alla crescita del 2021 (anno post-Covid) e del 2022.
In effetti, il PIL mondiale nel 2023 aumenterà dello 0.5%, quello dell’Unione Europea e degli Stati Uniti dello 0.3% e quello cinese del 4.5%. Il PIL in Svizzera invece crescerà dell’1% (senza conteggiare l’effetto degli avvenimenti sportivi internazionali). La crescita dipenderà anche l’anno prossimo dal consumo privato (+2%), dagli investimenti (+1.3%) e dalle esportazioni (+2.1%). La spesa pubblica, come era prevedibile dopo anni di grandi interventi, si ridurrà del 2.9%. Detto questo però dobbiamo fare alcune considerazioni. Primo: le previsioni dicono che il settore delle costruzioni soffrirà (-0.7%), mentre terranno gli investimenti in macchinari e beni strumentali (2.3%). Siamo dispiaciuti per il settore delle costruzioni, ma la situazione poteva essere più preoccupante se a mostrare un andamento negativo fosse stato il settore dei macchinari. In effetti, questo settore indica il sentimento degli imprenditori. Se si aspettano un andamento positivo e quindi di aumentare le vendite, aumenteranno le spese in macchinari necessari per produrre. Se invece hanno un sentimento negativo, non sostituiranno nemmeno i macchinari che diventano vecchi oppure che si rompono. Secondo: anche il settore del commercio estero non ci fa dormire sonni troppo tranquilli. In effetti, la crescita sia dei beni che dei servizi venduti all’estero appare piuttosto ridotta rispetto agli anni passati. Questo dipende dalla situazione economica degli altri Paesi: se ci sono difficoltà economiche, non compreranno i nostri prodotti. Ma anche le importazioni sono da monitorare. Ricordiamo che la Svizzera non ha grandi materie prime per cui per produrre necessita di comperare dal resto del mondo materiali e prodotti semilavorati. Per questa ragione se le importazioni rallentano significa che produrremo meno e che quindi esporteremo meno.

Ma perché gli economisti sono ossessionati dall’analisi del prodotto interno lordo? Semplice perché dietro al prodotto interno lordo ci sono i concetti di produzione, occupazione e reddito. Se il PIL non aumenta a sufficienza, vuol dire che non bisogna produrre. Se non bisogna produrre, le aziende non hanno bisogno di dipendenti E questo significa licenziamenti. Senza un lavoro non si ha un reddito. Questo implica per lo Stato due fatti: da una parte aumentano le spese per le assicurazioni sociali (per esempio l’assicurazione disoccupazione), dall’altra parte si riducono le entrate (se si riduce il reddito si pagano meno imposte).
Sappiamo che il PIL deve crescere a un livello tale da compensare l’aumento della forza lavoro e l’aumento del progresso tecnologico. Se questo avviene il tasso di disoccupazione rimane stabile. Guardando i dati del 2023 e del 2024 possiamo dire che fortunatamente l’impatto sul mondo del lavoro sarà contenuto.

Tutte queste previsioni però si avvereranno a patto che si verificheranno le condizioni immaginate dal KOF: un’inflazione contenuta, un approvvigionamento energetico garantito e la fine dei lockdown legati alla pandemia.

Che dire a questo punto? Beh, caro Babbo Natale potresti fare in modo che le previsioni del KOF si avverino?

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Quanto vale fare la mamma o il papà?

C’è differenza tra lavoro remunerato e lavoro non remunerato? Sicuramente in apparenza sì: le prime attività sono retribuite, mentre nel secondo caso non si guadagna un reddito. Dove non troviamo differenza è nella loro importanza.

La statistica appena pubblicata dall’ufficio federale quantifica le ore di lavoro non remunerato e il loro valore. Se nel 2020 abbiamo lavorato in Svizzera per 7.6 miliardi di ore retribuite, quelle non retribuite sono state 9.8 miliardi, che significa circa 1’350 ore a persona in un anno. Guardando alla composizione in termini di genere emerge che il 60.5% del lavoro non retribuito è svolto dalle donne; percentuale che si capovolge (61.4%) in favore degli uomini quando si guarda a quello remunerato.

Ma che cosa facciamo in tutte queste ore di lavoro non pagate? La maggior parte del tempo, circa il 73%, la dedichiamo ai lavori domestici, mentre il 20% circa è destinato a lavori di assistenza a bambini e adulti della propria economia domestica. L’8% del tempo invece va ad attività di volontariato.

Così scopriamo che trascorriamo la maggior parte del nostro tempo a cucinare, fare le pulizie, giocare con i nostri bambini e lavare i piatti. Fare il bucato e stirare ci occupa per oltre 500 milioni di ore all’anno.  

Ma come fa la statistica a valutare il valore monetario di questo lavoro non retribuito? Semplice, si moltiplicano le ore effettuate per il valore medio sul mercato del lavoro. Concretamente ci si domanda quanto costerebbe assumere una persona per fare quella medesima prestazione.

Allora scopriamo che fare i lavori domestici costerebbe quasi 320 milioni di franchi, preparare i pasti 96, curare gli animali domestici, le piante e il giardino quasi 40. E che dire del fatto che dovremmo pagare oltre 63 milioni di franchi per occuparci dei nostri bambini giocando con loro, facendogli fare i compiti o accompagnandoli nelle loro attività? Senza considerare i 17 milioni per dargli da mangiare, lavarli e metterli a letto. Il volontariato da parte sua costerebbe oltre 33 milioni di franchi. Il totale del valore delle nostre attività non remunerate è di quindi 434 milioni di franchi.

Permettetemi però una considerazione da economista controcorrente. Rimango fermamente convinta che ci sono attività che hanno un valore, ma che non hanno un prezzo. E sono proprio quelle attività che fortunatamente, e sottolineo fortunatamente, non passano attraverso il mercato. Il lavoro di un’educatrice o di un educatore che si occupa dei nostri bambini per quanto professionale e amorevole sia, non sarà mai la stessa attività di chi la pratica gratuitamente. In economia questi beni si chiamano beni relazionali, e per quanto il mercato cerchi di creare dei facsimile, la natura stessa e l’essenza legata alla loro gratuità, impediranno di poterli ricreare e venderli ad un prezzo qualunque.

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La Befana si porterà via anche l’inflazione?

L’inflazione ha raggiunto davvero il suo picco? Probabilmente è ancora presto per rispondere, anche se siamo ben contenti di vedere che in molte nazioni europee i prezzi iniziano a rallentare, se non addirittura in alcuni casi a scendere. Così è capitato per esempio in Spagna dove il dato di novembre mostra una riduzione di -0.1% rispetto al mese precedente (+ 6.8% su base annua, ma in riduzione rispetto al 7.3% di ottobre). Lo stesso è successo in Germania dove la riduzione è stata di -0.5% mensile (+10% annuale) e a livello medio nella zona Euro dove i prezzi al consumo dovrebbero essere scesi di -0.1% attestandoti a + 10% su base annua (nel mese di ottobre il dato era del 10.6%). Purtroppo i prezzi appaiono ancora in aumento in Francia (+0.4%) e in Italia (+0.5%).

Le buone notizie arrivano anche dai prezzi alla produzione, che lo ricordiamo sono i prezzi dei prodotti nel momento in cui escono dalle fabbriche, quindi senza i costi di trasporto o di logistica. Sempre nell’Eurozona si segnala un contenimento su base annua al +30.8% (il mese precedente il dato era del 41.9%), in riduzione del -2.9% su base mensile. Questa tendenza è confermata anche in Francia e in Italia. Certo non si può ancora dire che il peggio sia passato, ma ai nostri occhi appaiono alquanto particolari le dichiarazioni molto pessimiste della presidente della Banca Centrale Europea (BCE) Christine Lagarde che dice di non vedere segnali di rallentamento. È anche vero che la BCE è stata tra gli ultimi a riconoscere l’esistenza del fenomeno inflattivo e a prendere misure di politica economica…
Per quanto ci concerne da parte nostra segnaliamo nelle ultime settimane la stessa tendenza al ribasso anche nelle materie prime e nelle fonti energetiche. Manteniamo una certa cautela poiché sappiamo che questa decelerazione potrebbe anche essere, purtroppo, il segnale di un’anticipazione del rallentamento economico che tutte le nazioni più avanzate attendono per l’anno prossimo.

Al momento però i dati del prodotto interno lordo (PIL) del terzo trimestre mostrano ancora in generale un tasso di crescita, seppur piccolo, positivo. Anche gli indicatori del mercato del lavoro sembrano ancora mostrare un buon andamento.
Pure la Svizzera non fa eccezione. Questa settimana i dati del prodotto interno lordo dell’ultimo trimestre hanno evidenziato una crescita dello 0.2%, con indicazioni abbastanza positive da quasi tutti i settori economici (si segnalano purtroppo gli andamenti negativi del settore delle costruzioni e di quello finanziario). Sul fronte dei prezzi, buone notizie: per il secondo mese di fila l’inflazione si ferma al 3%. Anche i dati sulla disoccupazione sono positivi.

Per le prossime settimane, quindi, non ci resta che incrociare le dita e pensare a trascorrere un buon Natale sperando che la Befana, insieme alle feste, si porti via anche l’inflazione…

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Aumentano i frontalieri, partono i residenti

La statistica svizzera questa settimana ci dà molte indicazioni su quanto sta accadendo sul mercato del lavoro in Svizzera e in Ticino.
Gli impieghi in Ticino nel III trimestre (luglio-settembre) sono aumentati sia rispetto ai tre mesi precedenti, sia rispetto a un anno fa. Oggi si contano quasi 243 mila posti di lavoro totali; di questi 137 mila sono occupati da uomini e 106 mila da donne. I posti di lavoro a tempo pieno sono la maggioranza e occupati prevalentemente da uomini (158 mila posti, di cui 109 maschili e 49 femminili). Al contrario degli 85 mila posti a tempo parziale, ben 58 mila sono occupati da donne e 28 mila da uomini. I posti di lavoro in equivalenti a tempo pieno sono oggi circa 199 mila (122 maschili e 77 femminili). Ma è guardando ai settori che scopriamo dinamiche differenti: i posti di lavoro nel settore secondario sono rimasti quasi stabili rispetto a un anno fa; l’aumento è stato registrato soprattutto nel terziario (circa 8 mila posti in più su base annuale, 150 su base trimestrale).
Guardando a questi dati saremmo quindi tentati di parlare di ottime notizie. Ma come sempre c’è un ma…
I dati pubblicati la settimana scorsa dalla Rilevazione sulle forze di lavoro in Svizzera (RIFOS) confermano purtroppo dinamiche già evidenziate tempo fa. Primo: in Ticino ci sono 5’700 svizzeri in meno che lavorano a tempo pieno rispetto a un anno fa (una riduzione di oltre il 7%). Di questi 3’800 sono uomini e 1’800 donne. Guardando in totale (tempo pieno e tempo parziale) la situazione non migliora di molto: il saldo negativo è di 500 uomini in meno e ben 2’500 donne svizzere. Al contrario, c’è stato un importante aumento di occupati stranieri: in totale ci sono 3’100 persone in più (con un aumento di 5’600 persone che hanno un impiego a tempo pieno), 2’900 donne e 200 uomini. Le spiegazioni di questi dati possono essere molteplici: tanti svizzeri dell’era dei baby boomer escono dal mondo del lavoro e vanno in pensione, ci sono meno nascite e quindi meno giovani che cominciano a lavorare e in aggiunta i tempi di formazione sono più lunghi.
Detto questo, non possiamo prescindere da un’analisi del frontalierato, soprattutto nel Cantone Ticino. Grazie al lavoro appena pubblicato dall’Ufficio di statistica cantonale possiamo comprendere molte dinamiche. Per inciso, cogliamo l’occasione per elogiare le analisi svolte da questo ufficio e l’eccellente lavoro fatto dai suoi ricercatori e ricercatrici che ci consente di comprendere la nostra realtà. In questo caso, il recente studio mette in evidenza che “nel tempo, aumentano le persone che da residenti diventano frontaliere, mentre diminuiscono quelle che da frontaliere diventano residenti”. Ed è forse proprio questo il punto che tralasciamo troppo spesso nelle azioni di politica economica di questo Cantone. Il problema non sta di certo nel fatto che si ricorra a manodopera estera per rispondere alle mancanze di personale (è sottinteso fintantoché questa scelta non dipende esclusivamente da un salario più basso ed esercita una concorrenza “sleale” che porta i residenti a dover cercare lavoro altrove). Il problema sta nel fatto che una politica di sviluppo cantonale dovrebbe avere come obiettivo che queste persone si insedino nel nostro Cantone e diventino parte attiva della nostra comunità. Certo, le soluzioni non sono facili, ma almeno parlarne apertamente consentirebbe di lavorare tutti nella stessa direzione.

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La Svizzera e la crisi che (forse) verrà

È appena arrivata una buona notizia: l’inflazione negli Stati Uniti in ottobre è aumentata meno del previsto. È vero che si parla ancora di tassi elevatissimi: il 7.7% non è un rialzo che non desta preoccupazioni. Tuttavia gli analisti si aspettavano un dato peggiore. Analisti che ora si interrogano sui prossimi passi della Federal Reserve (Fed), la banca centrale degli Stati Uniti. Finora la Fed ha seguito una politica monetaria aggressiva: è stata tra le prime banche centrali ad aumentare i tassi di interesse di riferimento ed è stata una di quelle che lo ha fatto anche in maniera piuttosto vigorosa. Ancora l’ultimo aumento deciso la settimana scorsa, ed è stato il quarto di fila, è stato di 0.75 punti percentuale. Questo rialzo ha di fatto portato il costo del denaro tra il 3.75% e il 4%. Come tutte le banche centrali anche la Fed ha come obiettivo la stabilità dei prezzi, stabilità che si identifica con un aumento dell’inflazione entro il 2%. Evidentemente in questo momento storico non c’è nessun paese che possa dichiararsi vicino a questo obiettivo.

Nessun paese, tranne la Svizzera. L’ultimo dato pubblicato dall’Ufficio federale di statistica parla di un aumento dei prezzi del 3%. Decisamente ben lontano dal quasi 12% dell’Unione europea. Le ragioni di questa differenza sono molte, tra queste le più importanti sono una moneta forte che consente di comperare beni dall’estero ad un “prezzo inferiore” e il fatto che il nostro carrello della spesa è composto in maniera un po’ differente da quello degli altri Paesi. Nel nostro caso i beni importati rappresentano solo il 25% della spesa; il 75% sono beni e servizi prodotti all’interno della Svizzera. Questo fa sì che, per esempio, il prezzo delle fonti energetiche come petrolio e gas incida in maniera limitata. Nonostante ciò, anche la Svizzera non può chiamarsi fuori dal rallentamento economico che tocca tutte le economie avanzate e che si prospetta piuttosto rilevante nei mesi a venire.

In effetti, gli ultimi indicatori mostrano ad esempio che la fiducia dei consumatori elvetici è crollata a livelli bassissimi. Bisogna tornare ai primi dati pubblicati nel 1972 per vedere segnali di sfiducia così grandi. Ma non è solo questo a preoccuparci. Le economie moderne sono fortemente connesse tra loro. Se alle preoccupazioni interne aggiungiamo le difficoltà di approvvigionamento sui mercati, le problematiche relative alle fonti energetiche, il clima di sfiducia generale, la situazione deve farci riflettere.

Attenzione però alle scelte affrettate e agli appelli di intervento dello Stato. Prima di tutto dobbiamo comprendere se questa crisi ci sarà, quanto durerà e quali saranno i settori che necessiteranno di sostegno. Solo dopo, potremo intervenire, se necessario e in misura mirata.

Tratto da L’Osservatore, 12.11.2022

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L’inflazione corre o sta rallentando?

L’inflazione continua a correre. Ma non per tutti alla stessa velocità. I dati appena pubblicati dalla Germania indicano che nel mese di ottobre i prezzi sono aumentati raggiungendo il livello storico del 10.4%; mai così alto dal 1951. Il mese scorso gli aumenti erano stati, sempre su base annuale, del 10%. E le cose non vanno bene nemmeno nel resto dell’Unione Europea, dove ormai il tasso di inflazione ha raggiunto mediamente quasi il 12%. Purtroppo quello che si registra nei paesi è oramai un aumento generalizzato e non più solo limitato al settore energetico. Anche fare la spesa, comprare frutta, verdura e pasta, sembra essere diventata un’attività di lusso. Questo può diventare un grandissimo problema per i cittadini che faticano ad arrivare alla fine del mese, e nel tempo stesso un grave problema per l’economia. La pura frena i consumi che frenano la produzione. Il vento di recessione soffia forte sull’Europa. A conferma i dati appena pubblicati della Gran Bretagna che mostrano un tasso di decrescita del prodotto interno lordo nell’ultimo trimestre -0.2%.

E le prospettive rimangono preoccupanti anche per le altre nazioni. Non a caso tutte le organizzazioni e le istituzioni internazionali vedono continuamente al ribasso le previsioni di crescita. Ma la crescita non è un concetto astratto o una fissazione degli economisti. La crescita, dettata da un aumento della domanda, al momento è l’unico fattore in grado di garantire occupazione e quindi posti di lavoro.

Ma il vento non sembra soffiare dappertutto alla stessa maniera. I dati appena pubblicati negli stati Uniti parlano di un aumento dei prezzi del 7.7%. Certo parliamo sempre di un rialzo importante, ma che mostra un calo rispetto al mese precedente quando l’inflazione segnava +8%.

È ancora presto per attribuire questo rallentamento alle politiche monetarie fortemente restrittive volute dalla Federal Reserve (Banca centrale degli Stati Uniti) che prima di tutte le altre banche centrali ha deciso importanti aumenti dei tassi di interesse per contrastare il fenomeno dell’inflazione. Certo è che al momento i dati sembrano dare ragione a quelle nazioni che per prime hanno avuto il coraggio di affrontare questa crisi. Esattamente come la Svizzera che nell’ultimo mese ha segnato una stabilità dei prezzi con un’inflazione ferma al 3%.

Speriamo che la corsa stia effettivamente arrivando al termine.

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Ticino: i frontalieri aumentano ancora

Ancora una volta i dati statistici confermano l’aumento del numero di frontalieri che lavorano in Ticino. Le cifre del terzo trimestre del 2022 ci permettono di fare delle considerazioni importanti.
La percentuale di persone che lavora nel settore secondario è scesa al 32%, circa una persona su tre. Vent’anni fa questo dato era del 55%, più di una persona su due. Se guardiamo all’interno del settore secondario vediamo un’importante riduzione sia nelle attività manifatturiere che passano da circa il 40% al 21%, sia in quello delle costruzioni dal 16% all’11%.
In conseguenza a questa riduzione, vediamo l’importante aumento del settore terziario che passa sempre in vent’anni dall’occupare il 44% dei frontalieri al 67%, due persone su tre. In questo caso è interessante notare come ci sia una certa stabilità per alcuni settori, ad esempio quello del commercio e della riparazione di autoveicoli che si attesta attorno al 15% degli occupati, quello dei servizi dell’alloggio e della ristorazione che rimane fermo a circa il 6% come pure quello delle attività sanitarie e sociali.
Altri settori invece mostrano dei cambiamenti rilevanti. Il settore delle attività professionali, scientifiche e tecniche (per intenderci attività legali e di contabilità, studi di ingegneria e di architettura) passano dal 3% di persone frontaliere occupate in questo settore nel 2002 a circa il 12% di oggi. In termini numerici parliamo di oltre 9’000 professionisti, aumentati in numero di ben 9 volte. Un discorso analogo può essere fatto per le attività amministrative e i servizi di supporto alle aziende come le attività di ricerca, selezione e fornitura del personale: in questo caso la percentuale è passata dal 2% al 10%. Parliamo oggi di oltre 7’700 persone occupate quando nel 2002 si contavano meno di 700 professionisti. L’aumento è stato di 11 volte.
Di per sé questi numeri non sono fonte di preoccupazione in assoluto. Se un’economia cresce e genera nuovi e buoni posti di lavoro non c’è nessun problema che siano occupati anche da persone non residenti. La situazione diventa problematica dal momento che si creano tensioni sul mercato del lavoro tra persone residenti e persone non residenti. Ed è innegabile che questo stia avvenendo da tempo in Ticino.
Lo vediamo se guardiamo alla pressione sui salari di tutta l’economia che non crescono come a livello nazionale. Lo vediamo osservando il divario enorme e in crescita tra salari dei residenti e dei frontalieri che è stato recentemente oggetto di una pubblicazione dell’ufficio cantonale di statistica (e non è così negli altri cantoni). Lo vediamo guardando ai nostri giovani che se ne vanno e a quelli che non tornano.
Bisogna avere il coraggio di parlare apertamente di queste tensioni. E per favore, non diciamo che il problema sta nel fatto che non formiamo sufficienti persone per occupare questi posti di lavoro. I dati parlano chiaro. Abbiamo ingegneri e architetti che vorrebbero eccome lavorare nel loro Cantone. Per non parlare del personale amministrativo nelle aziende. Insomma, i genitori dei ragazzi che mi contattano disperati perché i figli non trovano un lavoro, meritano altre risposte. Come meritano altre risposte i cinquantenni che perso il lavoro dopo trent’anni non riescono nemmeno a ottenere un colloquio. Non pensiamo di poter fare sempre finta che non ci siano problemi. I problemi ci sono, eccome. Bisogna risolverli.

Ticino: i frontalieri aumentano ancora
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Come si inventano le teorie economiche?

Come nascono le teorie economiche? Si potrebbe pensare che gli economisti si siedano alla loro scrivania e comincino a pensare. Pensa, che ti pensa, che ti ripensa arriva qualche idea geniale. Un po’ come facevo io immaginando i filosofi quando li studiavo al liceo. Invece quello che fanno gli economisti o meglio che tentano di fare gli economisti è guardare la realtà che vivono e trovare delle teorie che la sappiano spiegare.

Così i bullionisti che sono stati i primi rappresentanti di una corrente economica, individuavano nella quantità di oro la possibilità per una nazione di aumentare la sua ricchezza. Questa riflessione nasceva dal fatto che allora i territori si conquistavano con la guerra e la guerra la facevano i mercenari che dovevano essere pagati in monete di oro. Avete visto com’è facile?

Arrivano poi i mercantilistica che aprendo la loro finestra vedono la ripresa dei commerci internazionali, la scoperta di nuove terre, la rinascita dei mercati e individuano nel comportamento dei mercanti la maniera di far progredire una nazione. Esattamente come loro il guadagno crescerà se vendiamo più di quello che compriamo; così la politica economica diventerà una politica a sostegno delle esportazioni e molto protezionista verso le importazioni.

Ma il mondo cambia e aprendo la finestra il nostro Adam Smith vede l’arrivo della rivoluzione industriale. Non basta più solo vendere, bisogna anche produrre di più. E per produrre di più sarà necessario organizzare il lavoro in maniera diversa. Grazie alla divisione del lavoro aumenterà la produzione, ma visto che la produzione aumenterà sarà necessario liberalizzare il commercio affinché si possa vendere anche al di fuori delle proprie nazioni. Smith non mancherà di mettere in evidenza i rischi della suddivisione del lavoro, rischi che condurranno la classe operaia in condizioni sempre peggiori.

Proprio a partire da questo Karl Marx formulerà la sua tesi economica che si fonda sul comunismo, che è il superamento del modello capitalista che fa proprio dell’accumulazione di capitale e della proprietà privata i punti centrali. Agli occhi di Marx le condizioni drammatiche degli operai avrebbero potuto essere superate solo con la fine del capitalismo.

Lo scenario è di quelli da far venire i brividi: lotte, rivolte, rivoluzioni, battaglie, disperazione, povertà saranno i sacrifici da mettere in conto per arrivare al comunismo.

Ma qualcun altro apre la finestra in Europa non vuole vedere questo genere di scontri e così nasce la teoria marginalista che farà dell’analisi individuale (quindi non più delle classi) e dell’ armonia degli interessi i suoi punti centrale. Bastano due curve su un grafico, quella della domanda e quella dell’offerta, per raggiungere il punto di equilibrio in cui tutti sono d’accordo. A quel prezzo e a quella quantità si risolvono i conflitti.

Se apriamo la nostra finestra oggi vediamo un mondo diverso, e proprio per questo dobbiamo invitare gli economisti a creare nuove teorie, tesi e modelli per rendere la nostra economia migliore e ancora più al beneficio delle persone.

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La favola del Cantone Ticino…

Ve la ricordate la favoletta che ci hanno raccontato durante la crisi Covid? “Il Canton Ticino, grazie alla sua economia diversificata sta affrontando la situazione meglio degli altri”.
Peccato che i dati appena pubblicati dall’ufficio federale della statistica dicano il contrario. Nel 2020 il prodotto interno lordo svizzero (PIL) si è ridotto del 2.4%; quello del Canton Ticino del 5.2%, 2.2 volte di più. Peggio di noi fanno solo Giura (-8.5%), Neuchâtel (-6.5%) e Glarona (-5.3%).
Naturalmente non neghiamo la violenza e l’eccezionalità della pandemia, né che il piccolo Canton Ticino, con la sua produzione annuale di circa 30 miliardi di franchi di beni e servizi, potesse reggere il colpo senza conseguenze. D’altronde non serve neppure a nessuno andare avanti a negare le problematiche che affliggono il nostro Cantone. Prima fra tutte è la sua struttura economica che vede il settore industriale e quello dei servizi a basso valore aggiunto come dominanti. Questo ci porta a essere sempre negli ultimi posti delle graduatorie sull’attrattività e la competitività nazionale.
Il settore industriale, quello delle costruzioni, quello del commercio al dettaglio, ma anche il settore infermieristico, quello dell’amministrazione pubblica e dei servizi sociali sono attività fondamentali, ma non bastano. Non possiamo ignorare che un cantone al passo coi tempi e che voglia offrire posti di lavoro ai suoi giovani debba spingere anche verso altri settori. La struttura economica del Canton Zurigo, locomotiva svizzera, è decisamente differente: la quota di prodotto interno lordo generata dai servizi finanziari e da quelli assicurativi e dalle attività immobiliari, scientifiche e tecniche rappresenta una fetta importantissima. Non a caso sono questi i settori ad alto valore aggiunto e non a caso è Zurigo il Cantone con i salari più alti.
Non possiamo cambiare la struttura economica del nostro paese dall’oggi al domani, ma possiamo valorizzare quanto abbiamo sul territorio e accompagnare le nostre aziende verso una visione più di medio-lungo termine.
La statistica ancora non misura un fenomeno che preoccupa i sonni di molti e che potrebbe rendere definitivamente questo cantone un cantone dormitorio. Sempre più giovani, e non solo loro, accettano posti di lavoro oltre Gottardo. Qui trascorrono 3 giorni alla settimana per poi rientrare in Ticino e lavorare da casa per gli altri due. È un lusso che non possiamo permetterci. Questi giovani capaci, competenti e qualificati, devono contribuire allo sviluppo di questo Cantone.
Ora siamo a un bivio: possiamo andare avanti a raccontarci la favola che tutto va bene, che siamo un’economia performante, che la diversificazione è la nostra ricchezza, oppure possiamo cominciare a lavorare perché questa favola diventi realtà.

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La povertà in Ticino c’è, eccome

“La povertà è definita come un’insufficienza di risorse (materiali, culturali e sociali) che preclude alle persone il tenore di vita minimo considerato accettabile nel paese in cui vivono” (UST). Nelle poche righe dell’ufficio federale di statistica comprendiamo la multidimensionalità della povertà. E per questo siamo soliti calcolare tre indicatori.
Primo, la povertà in senso assoluto che indica le persone o i nuclei familiari che vivono al di sotto di una soglia monetaria definita come minimo vitale. Nel 2020 era fissata in 2’279 CHF per una persona sola e in 3’963 per una famiglia di due adulti e due bambini.
Secondo, per ritenere l’importanza che il tessuto sociale ha nella vita degli individui si misura anche il rischio di povertà che è un concetto relativo che si basa sull’idea che se la disuguaglianza è troppo grande rispetto al resto della società difficilmente si potrà condurre una vita integrata. Così si è poveri se si guadagna meno del 60% (o del 50%) del reddito mediano.
Infine da qualche anno si parla anche di deprivazione materiale che misura l’impossibilità di acquistare alcuni beni o di svolgere determinate attività, come andare in vacanza una settimana all’anno o comprare un’automobile o un computer o ancora non poter far fronte a una spesa imprevista di 2’500 CHF.
La povertà non tocca tutti alla stessa maniera. Ci sono alcune categorie di persone maggiormente toccate. Per esempio la povertà sembra riguardare maggiormente le persone con più di 65 anni, la popolazione straniera, le persone che hanno una formazione limitata alla scuola dell’obbligo, i disoccupati, i genitori soli con figli, gli inquilini e coloro che guadagnano meno di 33’350 CHF all’anno.
Ora se rapportiamo queste caratteristiche alla popolazione del Cantone Ticino vediamo subito la sovra rappresentanza di alcune categorie. E non a caso, scopriamo che il tasso di rischio di povertà nel nostro cantone e di quasi il 25% contro una media nazionale del 15%. In Ticino una persona su quattro guadagna meno del 60% del reddito mediano.
Certo sono tante le cause, ma forse la principale rimane la fragilità del nostro mercato del lavoro. Fragilità che sempre più conduce i nostri giovani ad armarsi di tanto coraggio e tanta voglia di fare per cercare fortuna oltre Gottardo; che sempre più spinge le persone a dover fare più di un lavoro alla volta; che sempre più porta gli individui a ricorrere agli aiuti dello Stato.
Le soluzioni sono di tipo strutturale e richiedono tempo. Ma non possiamo girarci dall’altra parte e far finta di niente. Per questo ringraziamo le associazioni benefiche che cercano di dare sollievo alle persone meno fortunate che vivono nel nostro Cantone. Tra queste, ringrazio il Soccorso d’inverno Ticino per il suo lavoro e per avermi permesso di portare queste riflessioni nella loro assemblea annuale.

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Che cosa sta facendo la Banca Nazionale? Semplicemente il suo lavoro…

La Banca Nazionale Svizzera (BNS) nelle ultime settimane ha attirato la nostra attenzione. Già in giugno aveva stupito tutti aumentando il tasso di interesse di riferimento dello 0.5%. La manovra era apparsa inaspettata perché la Banca Centrale Europea (BCE), “faro guida” della politica monetaria svizzera, qualche giorno prima aveva annunciato un aumento più contenuto (0.25%). La cosa è apparsa quindi particolarmente coraggiosa. Come coraggiosa, e da alcuni criticata, è stata la decisione successiva presa verso la fine di settembre di aumentare ulteriormente i tassi di interesse di 0.75 punti portandoli da un tasso negativo dello 0.25% a uno positivo dello 0.5%. Questa manovra ha chiuso la lunga parentesi degli interessi negativi che erano stati introdotti tra la fine del 2014 e l’inizio del 2015. Questo era avvenuto in concomitanza con l’abolizione del tasso minimo di cambio tra franco ed euro che era stato introdotto dalla stessa Banca Nazionale per cercare di contrastare la forza del franco svizzero.
A stupire nuovamente, una settimana dopo, la scoperta di un cambio di rotta della banca anche nell’acquisto di valute: fino a qualche giorno prima, la politica economica messa in atto è stata quella di acquistare quantità massicce di monete straniere per contrastare la forza del franco. Dai dati pubblicati nel secondo trimestre del 2022 è emerso invece che l’istituto ha venduto valute per circa 5 milioni di franchi. Certo, sono state quantità minime, ma che indicano un chiaro cambiamento di rotta: in effetti, nel semestre precedente gli acquisti erano stati di 5.7 miliardi e addirittura di 12.6 miliardi nell’ultimo trimestre del 2021 (ricordiamo che qualche anno fa gli Stati Uniti erano addirittura arrivati ad aprire un’inchiesta nei nostri confronti perché ci accusavano di manipolare il cambio per favorire le esportazioni).
E ieri, un’altra scoperta. Le riserve monetarie (quelle di divise) si riducono di circa 52 miliardi rispetto al mese precedente attestandosi a 807 miliardi di franchi. Il valore dell’insieme delle riserve è oggi stimato in “soli” 819 miliardi di franchi, diminuito dagli 873 di agosto. Questa diminuzione potrebbe essere imputabile alla variazione dei cambi delle altre monete.
Insomma, dopo aver annunciato questa estate una perdita record di oltre 95 miliardi di franchi, anche la classe politica inizia a mettersi l’anima in pace. Peccato che si sia dovuti arrivare a questo punto per riportare il campanile al centro del villaggio. Eppure l’indipendenza della BNS dalla politica come pure i suoi compiti sono molto chiari. Essa, e come lei tutte le banche centrali del mondo, deve garantire la stabilità dei prezzi e quella del sistema dei pagamenti. Per farlo, necessita di fare degli importanti utili, che le servono a compensare le importanti perdite di altri momenti. Insomma, non c’è spazio per altro. Per questo basta a fantasiosi impieghi degli utili della Banca Nazionale.

La versione audio: Che cosa sta facendo la Banca Nazionale? Semplicemente il suo lavoro…
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AVS 21: un cerotto che fa male. Soprattutto alle donne

Abbiamo problemi gravi: si vive troppo a lungo, ci si forma troppo e moriamo troppo poco. So che potrebbe apparire strano, eppure i problemi dei nostri sistemi di previdenza professionale nascono proprio dal miglioramento delle condizioni di vita.
In queste settimane si è dibattuto molto sulla proposta di aumentare l’età di pensionamento delle donne da 64 anni a 65. La previdenza sociale e professionale è suddivisa in due sistemi: quello a ripartizione e quello a capitalizzazione.
Il primo, di cui fanno parte l’AVS (Assicurazione Vecchiaia e Superstiti) e l’AI (Assicurazione Invalidità), è un sistema gestito dallo Stato, le cui entrate dipendono dal 25-30% dagli introiti fiscali (es. tabacco, IVA,…), che si basa sull’idea di trasferimento (le persone che lavorano pagano per le persone che sono in pensione). Questo fa sì che non abbia un grande fondo di riserva, non sia soggetto al rischio di inflazione, ma sia in pericolo in caso di denatalità. Ma la caratteristica più importante è la fortissima componente di solidarietà che si manifesta in almeno quattro maniere: dai ricchi verso i poveri (esistendo delle rendite massime chi guadagna molto non riceverà tutto quanto versato, ma contribuirà alla rendita di chi guadagna poco), dai giovani verso gli anziani, dai sani verso gli invalidi e dai fortunati verso gli sfortunati (le vedove e gli orfani). Il secondo modello è quello dei sistemi a capitalizzazione (ad esempio il II pilastro); essi si basano sull’accumulazione di un patrimonio durante tutta la vita attiva, hanno una minima componente di solidarietà perché ognuno riceve quanto ha risparmiato ed è a rischio di inflazione.
La Svizzera, a differenza di altre nazioni, ha mantenuto l’equilibrio tra questi due sistemi e non a caso la previdenza risulta tra le migliori al mondo. Ora è innegabile che il calo della natalità, l’aumento della speranza di vita, l’allungamento del periodo di formazione (e quindi della diminuzione della durata di vita lavorativa), le difficoltà di fare investimenti redditizi e i bassi tassi di interesse degli ultimi anni, chiedono dei correttivi che devono andare nella direzione, coraggiosa, di una riforma generale. Niente piccoli cerotti ogni 6 mesi. Le strade non sono molte. Se non ci sarà un aumento generalizzato dei salari rimarrà la possibilità di agire sulle entrate, aumentando per esempio i contributi, quella di agire sulle uscite, riducendo le prestazioni, o cosa ben più difficile, agire sulla natalità e sull’immigrazione.
Se la modifica proposta non dovesse essere accettata la Svizzera non corre grandi rischi: i circa due miliardi all’anno di mancati introiti potranno essere trovati altrove. Discorso diverso invece per quanto riguarda i rischi che correranno le donne che saranno private di un intero anno di rendite.

Questo quanto scritto per L’Osservatore il 24.09.2022; nel frattempo il popolo ha votato e ha deciso di aumentare l’età pensionabile delle donne a 65 anni. E che ci piacciano o meno le decisioni democratiche vanno sempre rispettate.

La versione audio: AVS 21: un cerotto che fa male. Soprattutto alle donne
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Previsioni economiche per la Svizzera: bene, ma non benissimo

L’economia svizzera tiene, ma si vedono all’orizzonte delle nubi nere. La Segreteria di Stato dell’economia (SECO) ha pubblicato le previsioni economiche per la fine di quest’anno e per il prossimo anno. Il tasso di crescita previsto per il Prodotto Interno Lordo (PIL) del 2022 è stato ridotto al 2%, in confronto al 2.6% di qualche mese fa. Peggio ancora sarà il PIL l’anno prossimo: la sua crescita è stimata solo all’1.1%.
Le cause di questo rallentamento sono da ricercare nell’andamento dell’economia internazionale: Stati Uniti, Unione Europea, Regno Unito e persino la Cina mostrano una certa frenata. Sicuramente su queste economie pesano i fattori che oramai la fanno da padrona negli ultimi mesi: aumenti dei prezzi, penuria di fonti energetiche e possibile nuova ondata di pandemia. Questi elementi oltre a causare importanti cali delle produzioni, sono fonte di grande incertezza. E l’incertezza è forse la più grande nemica dell’economia.
Dando un’occhiata alla situazione Svizzera si vede che i consumi privati ancora per quest’anno alimentano la crescita; discorso contrario invece quello sugli investimenti in costruzioni che chiuderanno con una riduzione del 2.2% rispetto all’anno scorso. Che il settore dell’edilizia fosse in difficoltà si intuiva da qualche mese. Certamente la politica monetaria restrittiva che sta spingendo verso l’aumento dei tassi di interesse non sarà di aiuto. Ma anche un altro settore preoccupa un po’ ed è quello delle esportazioni di beni, che proprio perché collegato agli acquisti da parte degli altri paesi, mostra una riduzione importante della sua crescita, passando dal 4.7% a solo l’1.3%. Dato questo che non sembra progredire troppo nemmeno l’anno prossimo.
Oltre a ciò nel 2023 si stima un rallentamento all’1.4% della crescita dei consumi e addirittura una riduzione della spesa pubblica di 2.5 punti percentuali. Evidentemente gli esperti stimano che lo Stato non andrà in soccorso alla politica monetaria restrittiva contrapponendovi una politica fiscale espansiva (aumento della spesa pubblica).
Guardando agli effetti sul mercato del lavoro fortunatamente l’aumento del tasso di disoccupazione appare ancora contenuto (2.3%), anche se la creazione di nuovi posti di lavoro risulta molto più bassa di quella conosciuta quest’anno. Sul fronte dei prezzi, se le aspettative sono peggiorate per il 2022 passando da un aumento del 2.5% al 3%, la SECO prevede una riduzione dell’inflazione per l’anno prossimo al 2.3%. Non vogliamo essere troppo pessimisti, ma allo stato attuale e con l’inverno alle porte un aumento dei prezzi così contenuto ci sembra una bella speranza, ma niente di più.

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Il Prodotto interno lordo è cresciuto, anche se la SECO ha sbagliato…

La statistica ha sbagliato. Sì avete letto bene, la statistica ha sbagliato. Forse vi ricorderete che già nel mese di marzo del 2021 l’Ufficio federale di statistica aveva comunicato di aver commesso un errore piuttosto importante in relazione al numero di posti di lavoro persi nel Canton Ticino. Questa settimana è la Segreteria di Stato dell’economia (SECO) che dice che a causa di un problema tecnico sono stati pubblicati dei dati sbagliati in merito al valore aggiunto creato dal settore arte, intrattenimento e attività ricreative. Questo errore ha avuto un impatto anche sui dati relativi alla crescita del prodotto interno lordo (PIL) sia nel quarto trimestre del 2021 che nel primo trimestre del 2022.
Non entriamo qui nei tecnicismi e vogliamo rassicurare tutti. Le cose sono andate bene, anche se un po’ meno bene di quanto la SECO aveva annunciato in precedenza.
Ma vediamo nel dettaglio che cosa dicono questi dati che si riferiscono al secondo trimestre del 2022, quindi al periodo che va da aprile a giugno. Con l’interruzione delle misure di protezione contro il Covid evidentemente il settore del turismo ha registrato un importante aumento. Sia l’industria alberghiera e della ristorazione sia il settore dell’arte, dell’intrattenimento e delle attività ricreative hanno mostrato una crescita importante rispetto all’anno precedente. Anche se i dati sono stati positivi, purtroppo però non si è ancora raggiunto il livello di attività pre-crisi. Si parla nel caso del settore alberghiero e della ristorazione di un valore aggiunto inferiore di circa il 10% rispetto alla situazione pre-covid e addirittura del 13% per il settore dell’intrattenimento.
Per quanto concerne la spesa fare i paragoni rispetto al trimestre dell’anno precedente non ci dice granché poiché eravamo ancora in un periodo di emergenza sanitaria. Vediamo invece che i consumi privati quindi quelli delle famiglie sono aumentati rispetto ai tre mesi precedenti (+1.4%). Anche gli investimenti in beni di equipaggiamento (per esempio i macchinari) hanno mostrato una crescita del 2.6%; questo significa che gli imprenditori si aspettavano dati positivi per i mesi a seguire. Cosa che oggi, con la maledetta guerra ancora in corso e la forte pressione sui prezzi energetici, non possiamo più sostenere. Altro dato da monitorare con particolare attenzione è stato il calo delle esportazioni di beni che avevamo già messo in evidenza in altri articoli. Stabile è risultata la spesa delle amministrazioni pubbliche, mentre in leggera riduzione sono stati gli investimenti in costruzioni il linea con il trend negativo dell’edilizia.
Tutto questo ha portato il prodotto interno lordo del secondo trimestre del 2022 a crescere dello 0,3% rispetto ai tre mesi precedenti. Attendiamo ora le previsioni per i prossimi mesi, anche se i segnali che abbiamo in termini di inflazione, aumento dei tassi di interesse, riduzione del potere d’acquisto, Incertezza sul fronte energetico e quindi produttivo, non ci lasciano dormire sonni tranquilli.

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Al via i campionati di … professioni!

In questi giorni a Berna si stanno svolgendo i campionati delle professioni SwissSkills. Per quattro giorni, dal 7 all’11 settembre, saranno presentate al pubblico più di 150 professioni. La cosa bella e particolare è che saranno i nostri giovani a presentarcele. Oltre a questo fantastico giro attraverso una moltitudine di lavori di cui spesso ignoriamo l’esistenza, avremo anche i campionati svizzeri per 85 professioni. Sì, avete capito bene: oltre 1’150 apprendisti e giovani che hanno da poco finito la loro formazione faranno a gara per ottenere il titolo di campione svizzero. E la gara non finisce qui: ci sarà la possibilità per i vincitori e le vincitrici di classificarsi per partecipare agli EuroSkills previsti nel 2023 a Danzica o ai WordSkills previsti nel 2024 a Lione. Insomma, proprio un bel palcoscenico per mostrare le proprie capacità e competenze.
Le competizioni abbracciano veramente tutti i settori della nostra economia: dall’agricoltore alla carpentiera, dalla costruttrice stradale al decoratore tessile, dall’estetista al parrucchiere. E tantissime altre. Curiosando sul sito internet avrete la possibilità di scoprire l’esistenza di alcune professioni che magari si conoscono poco. Per esempio potreste decidere di diventare mediamatico o interactive media designer o ancora fumista o argentiera. E che dire dei fabbricanti di casse d’organo e dei mugnai? E della professionista del cavallo o del tecnologo del latte? Insomma con questo evento si apre un nuovo sguardo sulle professioni e sui mestieri.
Se avete occasione recatevi a Berna in questi 4 giorni: è come se la città diventasse una gigantesca città dei mestieri con tanti e tante giovani volenterose, entusiasti e pieni di vita. Tra questi non mancano anche i nostri ragazzi e le nostre ragazze ticinesi. Sono 40 e gareggeranno in 25 professioni. Siamo certi che al di là delle medaglie ciò che porteranno a casa sarà un’esperienza in cui vedranno valorizzate le loro competenze e le loro capacità.
E proprio in questo senso bisognerà fare il lavoro più grande nel nostro Cantone. La formazione professionale è e deve essere riconosciuta nella sua piena dignità. Scegliere di imparare un mestiere non è un ripiego o una scelta di serie B, anzi. È un percorso che valorizza competenze e capacità specifiche. Nulla da invidiare a chi sceglie un percorso di tipo scolastico; nessuna competizione, solo saperi e talenti differenti.
È in questo contesto che possiamo collocare il lavoro di Fill-up, servizio nato con lo scopo di offrire sostegno, accompagnamento e supporto alle aziende formatrici. Ma il lavoro di Sara Rossini e del suo team non finisce qui, anzi. In questi mesi abbiamo visto un bella azione a difesa e valorizzazione dell’apprendistato oltre che di promozione delle diverse professioni esistenti. Tutto questo senza dimenticare il ruolo di sensibilizzazione che Fill-up svolge presso le famiglie.
Insomma, non dimentichiamo che la formazione duale è il fiore all’occhiello della Svizzera e anche in Ticino possiamo ottenerne enormi benefici.

PS. Avrò il privilegio di essere qui anche in veste di vice presidente della Scuola Universitaria Federale per la Formazione Professionale (SUFFP)

La versione audio: Al via i campionati di … professioni!
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Gli Stati Uniti sono in recessione. Senza se e senza ma

Gli Stati Uniti sono in recessione. Anche i dati rivisti del secondo trimestre lo confermano. In effetti, si stima una riduzione del Prodotto Interno Lordo (PIL) dello 0.6% rispetto al trimestre precedente che già aveva segnato una diminuzione dell’1.6%. Ed eccola qui la recessione. Tecnicamente quando il PIL cresce negativamente per due trimestri di fila si entra nella fase di recessione.
Bizzarro ciò che è accaduto nei commenti di questa notizia. La maggioranza dei titoli anziché mettere l’accento su una recessione confermata, parlava di “crescita negativa migliore delle aspettative” o di “recessione tecnica e non ancora economica”. Notizie sicuramente corrette: per esempio nella prima stima si credeva in una riduzione del PIL dello 0.9%, mentre gli stessi analisti la prevedevano in -0.8%. Vero anche che la recessione è di tipo tecnico. Perché come abbiamo detto, per definirla tale dobbiamo misurarla in maniera oggettiva: e l’indicatore è l’andamento del PIL.
Già un mese fa ci avevano colpiti molto i commenti del Presidente Joe Biden che di fatto negava che gli Stati Uniti fossero in recessione visto che gli altri dati mostravano segnali incoraggianti. Non vogliamo mancare di rispetto al Presidente, ma o si è in recessione oppure non lo si è. E per quanto non possa piacere la cosa, gli Stati Uniti mostrando due trimestri di fila di crescita negativa del PIL sono in recessione.

Tutti noi ci auguriamo che nei prossimi mesi le cose migliorino e i rischi che oggi riteniamo molto pericolosi si attenuino. Abbiamo già detto che alcuni prezzi, come quelli delle materie prime, dei generi alimentari e anche del petrolio danno buone indicazioni, ma è presto per cantare vittoria. L’inflazione e la perdita di potere d’acquisto dei consumatori non sono svaniti, anzi. I tassi di interesse continuano ad aumentare. In Europa la paura della mancanza di energia rimane alta, sia tra i consumatori che tra i produttori. La maledetta guerra non è ancora finita. E il COVID potrebbe tornare a mettere in dubbio tante delle libertà ri-acquisite.
E che dire della situazione in Cina? La fabbrica del mondo sembra rallentare la sua corsa. E questo ha un impatto su tutti i Paesi e mercati. Le previsioni di crescita sono state riviste al ribasso e ora si parla di un tasso al massimo del 3%. La disoccupazione giovanile ha toccato il livello record del 20% e in controtendenza a quanto fanno gli altri Paesi industrializzati pochi giorni fa la Cina ha ridotto il tasso di interesse cercando di alimentare la domanda. Per non parlare dei rischi collegati al mercato immobiliare.
Insomma, quindi, va bene non essere allarmisti, ma questo non significa negare i dati.

La versione audio: Gli Stati Uniti sono in recessione
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Commercio estero: bene, ma non benissimo

Le esportazioni e le importazioni svizzere nel mese di luglio sono diminuite. Dobbiamo preoccuparci? Sappiamo che la Svizzera è un Paese esportatore netto, ossia produce più di quanto consuma e quindi vende una parte all’estero. Tutti i Paesi vorrebbero essere esportatori netti, perché dietro alle produzioni ci sono le persone che lavorano e che quindi sono occupate, hanno un reddito, pagano le imposte, non sono al beneficio di aiuti statali, consumano e di conseguenza alimentano in maniera positiva il ciclo economico.
Le esportazioni tra giugno e luglio sono scese da 22.5 miliardi di franchi a 21.5; la riduzione è stata del 4.3% in termini nominali, mentre se togliamo l’effetto dei prezzi, la riduzione scende al 2.9%. In maniera analoga, le importazioni sono diminuite da quasi 20 miliardi a poco più di 19.1 miliardi. Anche in questo caso, la diminuzione nominale è stata del 4.2%, mentre quella reale del 3.4%. Il saldo della bilancia commerciale (qui trovate la definizione) è di circa 2.4 miliardi di franchi.
E questa è la prima buona notizia che fa relativizzare un po’ la riduzione del traffico commerciale. A differenza di quanto accaduto per Germania e Italia, i nostri saldi sono ancora positivi. Certo, vediamo una diminuzione, ma per il momento si parla di un solo mese.
È anche per queste ragioni che è difficile al momento dire se si stratta di una flessione stagionale e temporanea oppure se può essere l’inizio di una crisi più grande che potrebbe trovare radici nella situazione che stanno vivendo molte nazioni in Europa. Basti pensare che l’inflazione in Gran Bretagna ha superato il 10%, attestandosi al 10.1%. E la fiducia dei consumatori che vedono ridurre il loro potere d’acquisto non poteva che diminuire. Attenzione, perché le cose non sembrano andare molto meglio nell’Unione Europea dove gli aumenti dei prezzi sono stati nel mese di luglio del 9.8%. Leggiamo che rispetto a quanto avvenuto in giugno in ben 18 Paesi membri su 27 l’inflazione è aumentata. Le cause maggiori sono state ancora l’energia, gli alimentari, l’alcool e i tabacchi e i servizi. È facilmente comprensibile che se i prezzi aumentano i consumatori possono comperare anche meno prodotti dall’estero.
Guardando ai beni svizzeri che hanno rallentato le loro vendite troviamo i prodotti chimici e farmaceutici (che rappresentano circa la metà delle nostre esportazioni), i macchinari e gli apparecchi elettronici (che sono il 12%) e gli strumenti di precisione (circa il 7%). In controtendenza il settore dell’orologeria (10%) che continua la sua crescita positiva, come abbiamo anche letto dalle dichiarazioni della Federazione dell’industria orologeria svizzera.
E anche sulle importazioni non possiamo festeggiare: se diminuiscono vuol dire che abbiamo meno materie prime e semilavorati e di conseguenza anche la nostra produzione rallenterà. Sappiamo che i ritardi nelle catene di approvvigionamento rimangono di strettissima attualità.
A tutto questo si aggiunge poi un franco estremamente forte che fa risultare più care le nostre esportazioni.
Insomma, non allarmiamoci inutilmente, ma teniamo gli occhi ben aperti.

La versione audio: Commercio estero: bene, ma non benissimo
Fonte: la Posta
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L’inflazione rallenta: tutto passato? Non ancora

I dati dei prezzi del mese di luglio non fanno ancora l’unanimità anche se fanno tirare un sospiro di sollievo a diverse Nazioni. Ma prima di guardarli chiariamo alcuni termini di cui si parla spesso. Quando parliamo di inflazione su base annua ci riferiamo alla variazione dei prezzi in un mese rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Così se l’indice dei prezzi al consumo (che è l’indicatore che misura l’inflazione) in Svizzera in luglio mostrava una variazione del 3.4% su base annua, significa che i prezzi in luglio 2022 sono aumentati del 3.4% rispetto al luglio 2021. Il dato mensile invece si riferisce alla variazione dei prezzi rispetto al mese precedente. I prezzi in luglio su base mensile sono aumentati dello 0%, che significa che i prezzi sono rimasti uguali a quelli del mese di giugno. In giugno invece i prezzi erano aumentati dello 0.5% su base mensile (quindi erano aumentati dello 0.5% rispetto a maggio) e del 3.4% su base annuale. Questo tipo di analisi ci consente non solo di guardare le variazioni dei prezzi, ma anche di capire se c’è una accelerazione nel fenomeno o al contrario un rallentamento. Guardando a ciò che è accaduto tra maggio, giugno e luglio vediamo che nel primo mese l’inflazione era aumentata dello 0.5%, mentre nell’ultimo mese dello 0%. In questo caso parliamo di rallentamento.
Rallentamento che fortunatamente hanno vissuto gli Stati Uniti perché i prezzi in luglio sono sì aumentati su base annuale all’8.5% (riducendosi però dal 9.1%), ma solamente dello 0% su base mensile (il dato precedente era dell’1.3%). Questo rallentamento potrebbe attenuare gli aumenti dei tassi di interesse della Banca Centrale per il mese di settembre: fino a qualche settimana fa si parlava di un aumento di 0.75 punti percentuali, oggi si parla di un aumento previsto di 0.5 punti percentuali. Notizie altrettanto positive arrivano dai dati sui prezzi alla produzione negli Stati Uniti, che ricordiamo rappresentano i prezzi dei prodotti usciti dalla fabbrica (senza i costi di trasporto, immagazzinaggio, logistica…). In questo caso su base mensile si registra addirittura una riduzione dello 0.5%, imputabile alla riduzione dei prezzi energetici.
La riduzione dei prezzi dell’energia è il fattore ha consentito anche all’Italia e alla Germania di mantenere tassi di inflazione, anche se elevati, stabili (rispettivamente su base annuale del 7.9% e del 7.5%).
Ma altre buone notizie giungono sul fronte dei prezzi. L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) nel suo rapporto di luglio parla di una riduzione rilevante su base mensile dei prezzi dei prodotti alimentari, in particolare dei cereali (-11.5%), degli olii vegetali (-19.2%) e, seppur in misura minore dei prodotti lattiero-caseari (-2.5%) e della carne (-0.5%).
Nell’interesse delle popolazioni più povere del nostro pianeta, non possiamo che augurarci che la discesa dei prezzi dei generi alimentari prosegua così spedita anche per le prossime settimane.

La versione audio: L’inflazione rallenta: tutto passato? Non ancora
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L’economia e la scuola

Durante queste settimane nei comunicati delle aziende vediamo dare grande risalto alle fotografie dei ragazzi e delle ragazze che hanno terminato il loro periodo di apprendistato o di formazione professionale. Riconoscerne i meriti è importante sia per i ragazzi che per le aziende.
I nostri giovani che non scelgono di proseguire gli studi nelle scuole medio superiori sono spesso poco valorizzati dalla società e dall’opinione pubblica. Pensiamo a quanto avviene nell’ambito delle discussioni sul superamento dei livelli. Invece che preoccuparsi di valorizzare chi ha talenti, capacità e maniere di apprendere differenti, si parla esclusivamente di consentire a tutti l’accesso agli studi uniformando il percorso formativo. Ma i ragazzi sono diversi e la loro diversità è la nostra ricchezza. Le aziende, quelle che si impegnano nella loro formazione, lo sanno bene. Per un’impresa non è né facile né vantaggioso dedicare risorse, tempo ed energia nella preparazione di questi giovani. Eppure in nome di un grande patto sociale, nel nostro Paese ancora oggi possiamo vantare un sistema duale che ci è invidiato da tutto il mondo.
Affinché questo patrimonio non si disperda e anzi diventi ancora più valorizzante e valorizzato si può fare tanto. Si può innanzitutto riconoscere e premiare talenti e capacità differenti cominciando con scuole che diventino ambienti piacevolmente vivibili e socializzanti, con spazi e infrastrutture dignitose. Senza dimenticare, naturalmente, l’importanza di avere docenti preparati, competenti e motivati che li accompagnino nella formazione. E anche in questo senso possiamo fare molto. Leggiamo che nei prossimi anni in tutta la Svizzera e in tutti i livelli scolastici ci sarà una penuria di insegnanti. Questo dipende anche dalle condizioni di lavoro e dal riconoscimento sociale che queste figure fondamentali per lo sviluppo della nostra società sembrano aver perso negli ultimi decenni. E tra tutti, se possibile, probabilmente i meno valorizzati sono proprio i docenti delle formazioni professionali. Eppure sono loro che fanno da ponte tra i giovani, le famiglie e le aziende.
Aziende che a loro volta dovrebbero essere sostenute, aiutate e coinvolte maggiormente nella formazione degli apprendisti o dei giovani collaboratori. Sì perché formare non significa riempire contratti e rispettare requisiti burocratici. Per formare meglio le aziende necessiterebbero di essere a loro volta formate di più. E per poter svolgere più adeguatamente il loro ruolo le aziende dovrebbero essere coinvolte maggiormente nei percorsi formativi.
Non c’è un mondo dell’economia in contrasto con un mondo della scuola perché ciò che li lega sono proprio i nostri e le nostre apprendiste.
Articolo tratto dal Corriere del Ticino del 19.07.2022

La versione audio: L’economia e la scuola
Foto (e complimenti!) degli apprendisti e delle apprendiste che hanno ultimato il tirocinio alla Coop (Svizzera Italiana)
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Unione Europea: L’inflazione cresce, il PIL si riduce

L’inflazione galoppante riduce le previsioni di crescita dell’Unione Europea. È la stessa Commissione europea a dirlo nelle sue previsioni economiche d’estate. Il Prodotto Interno lordo (PIL) del 2022 dovrebbe crescere del 2.7% quest’anno e dell’1.5% il prossimo.
La locomotiva tedesca è in fase di arresto da qualche tempo; c’erano segnali di rallentamento economico già prima dello scoppio della pandemia. Ora i dati della crescita sono allarmanti, anche per la Svizzera, dato che la Germania è il nostro principale partner commerciale; si stima una crescita del PIL dell’1.4% nel 2022 e dell’1.3% nel 2023. Anche sul fronte delle imprese i recenti dati sulla fiducia mostrano segnali di grande apprensione. La Francia dovrebbe mantenere tassi di crescita del 2.4% quest’anno e dell’1.4% il prossimo. Mentre le cose non sembrano andare molto bene per l’Italia, le cui stime parlano di una crescita rispettivamente del 2.9% e dello 0.9%. In questo caso attenzione a non farci trarre in inganno dal dato che sembra estremamente positivo di quest’anno: dietro questo aumento si celano le enormi spese per gli investimenti pubblici sostenuti nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) oltre che l’indotto generato dai bonus e dagli altri contributi, sempre pubblici, pensati per alimentare la crescita. Tuttavia, non possiamo dimenticare che al momento in cui scriviamo in Italia si parla dell’ennesima crisi di governo e della possibile caduta dello stesso. Insomma, oltre alle tensioni internazionali bisogna tenere conto anche di quelle nazionali.
Purtroppo in questo momento le autorità e le istituzioni europee non sembrano in grado di garantire crescita e stabilità all’Europa, nonostante i continui comunicati e toni rassicuranti. Già mesi fa i segnali di un’ondata inflazionistica erano nell’aria, ma si è preferito sperare che aspettative positive giocassero un ruolo nell’arrestare quella che appariva già allora una tempesta perfetta. Purtroppo l’inflazione, a differenza di quanto ci hanno detto, non è stata né temporanea né di poco conto. Tant’è vero che le previsioni odierne parlano di un aumento dei prezzi per quest’anno nell’Unione Europea dell’8.3%. Questo significa impoverimento forte delle classi più povere e rischio di fallimento per le piccole e medie imprese.
E su tutto questo altri fattori internazionali giocano un ruolo rilevante. I rallentamenti nelle catene di approvvigionamento messi in evidenza nei periodi di lockdown uniti alla carenza di molte materie prime vanno avanti a creare disagi alle attività industriali. La produzione cinese, anche a causa di una pandemia che non può dirsi esaurita, non riesce ancora a stare al passo con la domanda e spesso è obbligata a veri e propri arresti produttivi. Senza dimenticare che il programma di crescita cinese prevede di dare sempre più spazio alla domanda interna, quindi se c’è da privilegiare un compratore, non siamo più noi i primi della lista. Il problema dei prezzi, ma anche degli stessi rifornimenti dei prodotti energetici assilla tutta l’Europa, senza escludere la Svizzera. A tutto questo si aggiunge una maledetta guerra che non fa altro che accentuare le difficoltà con cui siamo confrontati.
Speriamo quindi che i governi e le banche centrali abbiano bene in chiaro i prossimi passi da intraprendere

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Ticino: primo in classifica… per povertà e debiti

Nel 2020 abbiamo raggiunto il gradino più alto di una statistica. Peccato che sia quella che indica che il Ticino è la regione in Svizzera con il tasso di povertà più alto. Eravamo, e siamo ancora, i più poveri in Svizzera. Certo i tassi di disoccupazione ufficiali così bassi ci rincuorano. Peccato non relazionarli ai dati sulla povertà, a quelli sull’indebitamento o ancora al numero di giovani che vanno fuori Cantone per trovare lavoro. Insomma le cose non stanno così bene come alcuni preferiscono raccontare. Ma vediamo i dati nel dettaglio.
I dati sulla povertà in Ticino confermano che le cose vanno male per noi. Il tasso di povertà medio in Svizzera è dell’8.5%; in Ticino siamo al 14.5%. Significa che 1 persona su 7 vive al di sotto della soglia di povertà, fissata a 2’279 franchi al mese per una persona sola e a 3’963 franchi per un’economia domestica composta da due adulti e due bambini sotto ai 14 anni. Guardando all’evoluzione dobbiamo purtroppo constatare che le persone povere sono aumentate da 43 mila del 2019 a 50 mila del 2020. E questi dati non considerano ancora gli effetti della pandemia di due anni fa e quelli dell’inflazione di oggi.

Purtroppo questa situazione si conferma anche guardando al rischio di povertà. Le persone a rischio di povertà sono quelle il cui reddito risulta inferiore al 60% del reddito disponibile equivalente mediano in Svizzera (o al 50% dipende dal riferimento che si adotta). Insomma per semplificare se guadagnate meno del 60% di quello che guadagna il cittadino mediano (quello che vede il 50% di persone che guadagnano più di lui e il 50% che guadagnano meno) siete a rischio povertà. Purtroppo anche in questo caso il Ticino guida la classifica.
E non finisce qui. Siamo tra i primi posti per quanto riguarda la deprivazione materiale e quella grave, abbiamo le più alte percentuali di persone che vivono con difficoltà economiche, con arretrati di pagamenti e che fanno fatica ad affrontare una spesa imprevista o andare una settimana in vacanza o a consumare un pasto completo un giorno su due. Siamo i cittadini più indebitati in Svizzera: che si vada dal leasing per l’automobile agli acquisti a rate, il “ticinese” è indebitato e si indebita. Non a caso ben il 31.2% delle economie domestiche ha più di una carta di credito per adulto (la media svizzera è del 23.7%). E non solo. Siamo i primi ad avere arretrati di pagamenti sull’affitto, sulle fatture di acqua, elettricità, gas o riscaldamento e sulle imposte.
E come mai tutto questo si verifica? Certo possiamo parlare di età, di formazione, di nazionalità, dell’essere una famiglia monoparentale. Ma soprattutto non possiamo non ricordare che il Cantone Ticino è il cantone con i salari più bassi in Svizzera, salari che non solo non aumentano, ma che in alcuni casi addirittura diminuiscono. Questo è il primo punto da affrontare e risolvere.

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©Ti-Press
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Le proverbiali mosse impreviste della Banca Nazionale Svizzera

La Banca Nazionale Svizzera (BNS) ha inaspettatamente aumentato il tasso di interesse di riferimento dello 0.5%. Inaspettatamente perché pochi giorni prima la Banca centrale europea, che è il nostro “faro guida” nelle decisioni di politica economica ha annunciato sì un aumento, ma graduale: 0.25 punti percentuali adesso e se necessario un secondo aumento tra qualche mese. Ma non è la prima volta che la Banca Nazionale ci sorprende. Pensiamo a quando ha deciso prima di introdurre la soglia minima di cambio tra il franco e l’euro e poi quando ha deciso di toglierla. E proprio l’imprevedibilità di questi annunci, di solito, ne garantisce una maggiore efficacia. Speriamo che anche questa volta la mossa della BNS porti i suoi frutti e riesca a contenere l’aumento dei prezzi. Il dato del mese di maggio parlava di un incremento del 2.9% in Svizzera. Certo, nulla in confronto agli aumenti dell’8.6% negli Stati Uniti o in altre nazioni europee, ma comunque una chiara accelerazione.
Nonostante questa tendenza che non sembra al momento volersi fermare, le previsioni del KOF, il centro di ricerca del politecnico federale di Zurigo, rimangono ancora positive. In effetti, anche se un po’ al ribasso la crescita del prodotto interno lordo per quest’anno è stimata al 2.7%. A fare da traino è ancora il consumo privato che dovrebbe aumentare del 4.3% rispetto all’anno scorso. Dati positivi si prevedono anche per le esportazioni (+6%) e le importazioni (+10.5%). Ricordiamo che non avendo noi materie prime dipendiamo per queste e per molti semilavorati dal resto del mondo: comperiamo, trasformiamo, aggiungiamo valore e rivendiamo. Per questo, importazioni che si riducono non sono sempre una buona notizia. E notizie abbastanza buone arrivano anche dagli investimenti in macchinari e beni di equipaggiamento che restano positivi (+1.2%). Meno bene va per il settore delle costruzioni che mostra una riduzione dello 0.8%; probabilmente questo rallentamento dipende anche dall’aumento dei tassi di interesse di riferimento che poi impattano sugli altri tassi di interesse come quelli bancari o quelle ipotecari.
Rimane infine la voce della spesa pubblica. A differenza di altri paesi a noi i vicini, la Svizzera ha deciso da tempo di ridurre il suo intervento a sostegno dell’economia e delle famiglie. Nonostante qualche eccezione che andrebbe sicuramente introdotta, e pensiamo in particolare ai pensionati e alle piccole e medie imprese che soffrono maggiormente per questi aumenti dei prezzi, non possiamo non riconoscere la messa in atto di una politica anticiclica corretta. E proprio questa era la ricetta dell’economista John Maynard Keynes: sì alla spesa pubblica nei momenti di necessità, no allo spreco di risorse dei cittadini.
Tratto da L’Osservatore del 25.06.2022

La versione audio: Le proverbiali mosse impreviste della Banca Nazionale Svizzera
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Cosa ne sarà dell’identità svizzera se perdiamo anche il Toblerone?

“Cosa? Il Toblerone non sarà più svizzero? Come è possibile? Che ne sarà della nostra identità rossocrociata?” Molti di noi hanno fatto queste riflessioni nei giorni scorsi quando abbiamo saputo che un altro pezzettino di identità svizzera trasferirà la sua produzione all’estero. Nel nostro articolo di qualche mese fa “Che buono il cioccolato! Ancora più dolce se è sostenibile” avevamo raccontato la storia della nascita e dello sviluppo di questo settore che è diventato un fiore all’occhiello dell’industria alimentare svizzera.
La ricetta del Toblerone è stata creata nel 1908 da Theodor Tobler, figlio di Jean, fondatore dell’azienda Tobler & Cie nel 1899 a Berna, e da Emil Baumann responsabile della produzione. Il nome Toblerone nasce dall’unione del nome dell’inventore con Torrone, il dolce alle nocciole e mandorle italiano. Da quel momento la produzione di questo cioccolato avverrà sempre nel Canton Berna e sempre di più l’essere un prodotto svizzero assumerà importanza, anche nel marketing. Basti pensare alla forma tipica triangolare che richiama il Matterhorn, versante svizzero del Cervino. E non finisce qui. L’aquila che sorvola una foresta del primo imballaggio, sarà sostituita da un orso (simbolo di Berna) nel 1920. Orso che sparirà nel 1970 quando al suo posto apparirà il Cervino, per poi essere reintrodotto nel 2000 con il nuovo, e attuale imballaggio, dove all’interno della raffigurazione della montagna si inserisce proprio l’animale simbolo della città (città che si ritrova in ogni caso anche nel nome stesso del prodotto – toBlERoNE).
Insomma, il Toblerone è un pezzo di noi. Eppure, dal 2023 una parte della sua produzione sarà fatta anche in Slovacchia. Probabilmente questo comporterà che il nostro Toblerone non sarà più etichettato come “cioccolato al latte svizzero”. E quanti altri prodotti che associamo a una nazione in realtà oggi sono molto più delocalizzati e globalizzati di quanto crediamo? Vediamo alcuni esempi. Navigando tra i siti scopriamo per esempio che l’Ovomaltina oltre a essere stata ceduta a una multinazionale britannica nel 2002 oggi viene prodotta anche in Thailandia e Cina. E la maionese della Thomy dal 2017 ha dovuto togliere la croce svizzera a causa delle regole legate alla certificazione “Swiss Made” … Ma anche all’estero non sono messi meglio… per esempio degli 11 stabilimenti al mondo di Nutella, solo 2 si trovano in Italia. E che dire dei macaron Ladurée che sono passati dalla produzione nella periferia Sud di Parigi al Canton Friborgo?
Per fortuna che alcuni prodotti rimangono ancora simbolo delle nazioni. E per questo auguriamo lunga vita al coltellino svizzero, alla burrata pugliese, al vetro di Murano e allo champagne francese!

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Le banche centrali aumentano i tassi di interesse: perché?

La Banca Nazionale Svizzera (BNS) ha sorpreso tutti. Qualche giorno fa ha annunciato l’aumento del tasso di interesse guida di mezzo punto percentuale, portandolo a -0.25%. Sì, avete letto bene, il valore è negativo. A molti di noi appare strano, eppure anche i tassi di interesse possono essere negativi. In Svizzera lo sono da diversi anni.

Ma come è possibile? Semplifichiamo un po’. La Banca Nazionale oltre ad essere la banca che emette la nostra moneta su delega data dalla Confederazione è la “banca delle banche”. Tutti noi abbiamo una banca, che viene definita secondaria. Le nostre banche secondarie per poter svolgere le loro attività di raccogliere e prestare risorse ai cittadini e alle aziende devono avere un conto presso la BNS e rispettare delle leggi particolari (quanti soldi possono prestare, quanti devono tenerne depositati presso la BNS,…). Il tasso di interesse guida è proprio quello che la BNS applica sui conti delle banche secondarie. Così un tasso di interesse negativo, sta a significare che la BNS chiede alle banche secondarie di pagare per tenere i soldi depositati. E lo stesso faranno le banche secondarie con noi clienti. Questa idea di mettere dei tassi negativi è stata pensata per fare in modo di incentivare l’uso del denaro e non lasciarlo fermo nelle banche, quindi per alimentare i consumi e gli investimenti e di conseguenza il prodotto interno lordo. L’equazione sulla carta è molto semplice: tassi di interesse bassi, domanda alta.

E proprio per contrastare questa domanda elevata che è ancora aumentata negli ultimi periodi e che ha causato l’aumento dei prezzi (inflazione), ora la Banca Nazionale cambia strategia e rende il costo del denaro più alto. Così facendo si vorrebbero ottenere più risultati.

Primo: se il denaro preso a prestito costa di più, i consumatori e le aziende ci penseranno due volte prima di indebitarsi e consumare o comperare nuovi macchinari. Questo implica quindi che la domanda diminuisce e i prezzi dovrebbero rallentare.

Lo stesso effetto che si dovrebbe ottenere sul fronte del risparmio. Se il tasso di interesse aumenta diventa interessante per le persone, ma anche per le banche secondarie, lasciare i soldi depositati sui conti oppure prestarli allo Stato comperando le obbligazioni dello Stato. Così la domanda diminuisce ulteriormente e i prezzi pure.

Purtroppo possono esserci anche conseguenze negative. Pensiamo per esempio all’effetto sull’aumento dei tassi ipotecari: il debito per la nostra casa sarà più costoso. O ancora l’effetto che potrebbe generarsi sul valore del franco svizzero: in questo caso le nostre esportazioni o le vacanze in Svizzera diventerebbero più care. D’altra parte la Banca Nazionale Svizzera non aveva molta scelta: anche se più bassa (2.9%), l’inflazione è arrivata pure in Svizzera.

P.S. Ringrazio Roberto e Matteo per il suggerimento di trattare questo tema

La versione audio: Le Banche centrali aumentano i tassi di interesse: perché?
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Il lavoro che soffre

Il mercato del lavoro in Ticino soffre. I dati pubblicati dall’Ufficio federale di statistica per il primo trimestre del 2022 sugli occupati e sugli addetti confermano tendenze già emerse nei mesi scorsi. Negli ultimi 10 anni gli occupati in Ticino sono aumentati di circa 20 mila persone. Un dato che sembra molto incoraggiante se non per il fatto che si è verificata una riduzione di 5 mila persone svizzere a fronte di un aumento di 20 mila frontalieri. Nessun problema se i due attori non entrano in concorrenza e conflitto.

Sappiamo che bisogna essere prudenti nel trarre le conclusioni, tuttavia possiamo mettere in evidenza alcuni elementi. Nel periodo gennaio-dicembre 2022 rispetto al trimestre precedente in Ticino abbiamo perso quasi 8.500 persone occupate residenti; il numero scende a 6.700 se includiamo anche i frontalieri. Questa differenza conferma nuovamente l’aumento di persone non residenti nel mercato del lavoro ticinese.

Non siamo ancora in grado di dire con certezza perché le persone occupate residenti nel cantone sono diminuite in misura così grande (l’11% dell’intero dato nazionale), ma possiamo supporre per esempio che ci sia stato un incremento dei pensionamenti anticipati oppure degli spostamenti verso altri cantoni o nazioni. Solo le analisi specifiche potranno confermare queste ipotesi.

Ancora più preoccupante è stata la variazione annuale rispetto a quanto successo mediamente in Svizzera. A livello nazionale c’è stata una crescita di occupati pari a quasi 50 mila residenti, mentre a livello cantonale anche in questo caso si registra una perdita (-2 mila persone). Analizzando i dati in dettaglio scopriamo altre tendenze. Nell’ultimo anno sono stati principalmente gli uomini a uscire dal mercato del lavoro, mentre le donne sono aumentate. Anche in termini di nazionalità si confermano i dati passati che vedono una riduzione degli svizzeri a vantaggio degli stranieri. Infine, appare rilevante anche il tempo di lavoro: le persone che lavorano a tempo pieno diminuiscono e quelle a tempo parziale aumentano.

Infine se paragoniamo questi dati con quelli degli addetti (posti di lavoro) sembriamo trovare una conferma: dato che il numero di posti di lavoro aumenta e le persone diminuiscono, allora sembrerebbe che le persone occupate svolgano più di un lavoro.

Al momento non siamo in grado di dire molto di più, anche se speriamo di sbagliarci nella nostra ipotesi. Non vorremmo proprio che nel nostro cantone sia in atto una sostituzione di persone residenti che lavorano a tempo pieno con salari medio-alti e che anticipano il pensionamento con persone non residenti che svolgono più attività a tempo parziale e con salari più bassi.

Speriamo proprio che i prossimi dati ci diranno che ci sbagliamo.

Tratto dal Corriere del Ticino, 04.06.2022

La versione audio: Il lavoro che soffre

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IL PIL svizzero cresce

Il prodotto interno lordo (PIL) svizzero è cresciuto nel primo trimestre di quest’anno (gennaio-marzo) dello 0.5%. Il trimestre precedente era aumentato dello 0.2%. Ricordiamo che il prodotto interno lordo è un indicatore che dà un’immagine del benessere economico di una nazione. Sappiamo che ha molti limiti: non tiene conto delle attività che non passano sul mercato, è difficile paragonarlo per le differenti nazioni o ancora non considera le conseguenze negative sull’ambiente. Nonostante ciò rimane l’indicatore migliore per misurare l’attività economica di un paese. E possiamo guardare a questa attività economica da tre angolazioni differenti.
La prima maniera contabilizza le spese degli attori economici. Così sommiamo il valore dei consumi delle famiglie, quelli dello Stato, gli investimenti delle aziende e gli acquisti che il resto del mondo fa dei nostri beni e servizi (le esportazioni). L’aumento del PIL rispetto al trimestre precedente in questo caso è stato trainato principalmente delle esportazioni di beni (+1.4%) e dalla spesa dello Stato (+1.4%), che non dimentichiamo è ancora intervenuto per sostenere le persone e le aziende nell’ultima ondata pandemica. La spesa per consumi delle famiglie è rimasta stabile (+0.4%) mentre gli investimenti in beni di equipaggiamento (macchinari per esempio) e anche le costruzioni si sono ridotti rispettivamente del 3.1% e dello 0.7%.
La seconda maniera di calcolare il prodotto interno lordo contabilizza il valore aggiunto creato dalle aziende nella produzione di beni e servizi. In questo caso scopriamo che i settori trainanti sono stati quelli dell’industria manifatturiera (+1.7%) e il settore dell’arte, dell’intrattenimento e del divertimento (+9.8%). In crescita anche il settore finanziario e assicurativo (+0.9%) e quello sanitario (+0.7%). Le cose non vanno bene per il settore delle costruzioni (-0.4%) e dell’alloggio e ristorazione (-2.2%, probabilmente a causa dell’ultima ondata pandemica).
La terza maniera di calcolare il prodotto interno lordo è quella di sommare i redditi che sono distribuiti ai fattori produttivi (lavoro e macchinari) per la produzione. Questo metodo considera quindi i salari, i profitti, gli interessi, i dividendi,… Di questo metodo non disponiamo dei dati trimestrali.
Infine chiudiamo ricordando perché è importante che il PIL cresca. Affinché si mantenga inalterato il tasso di disoccupazione è necessario che i consumi aumentino al pari della produzione e quindi che le vendite crescano almeno dell’aumento della popolazione (nuovi lavoratori che cercano un lavoro) e del progresso tecnologico (grazie alle scoperte produco di più). Ecco perché speriamo sempre in segno più.

La versione audio: il PIL svizzero cresce
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Inflazione: chi sono i veri perdenti? Pensionati e piccole e medie imprese

I prezzi continuano ad aumentare. Lo so che starete pensando “che noia, non si parla d’altro!”. E in effetti è proprio così. Cerchiamo di mettere un po’ di ordine e capire perché l’aumento dei prezzi è il grande tema di interesse di questi mesi. Molti tendono ad attribuire alla maledetta guerra, che purtroppo va ancora avanti in Ucraina, la colpa dell’inflazione. Nei fatti le cose non stanno proprio così.
Come abbiamo scritto anche noi in questo portale (qui) già nel mese di settembre del 2021 si vedevano le prime avvisaglie di questa inflazione: negli Stati Uniti l’indice dei prezzi al consumo segnava aumenti del 5.4% e in Germania del 4.5% (mai così alta da 28 anni a questa parte). Il 13 ottobre 2021 sempre su questo sito pubblicavamo l’articolo “Novanta franchi per un pieno? L’inflazione è arrivata”; in questo articolo discutevamo dell’aumento del prezzo del petrolio.
Ma visto che non ci bastano “solo” le nostre conferme in questi giorni uno studio svolto dall’Osservatorio dei Conti Pubblici italiani dell’Università Cattolica conferma che la maggior parte degli aumenti dei prezzi è precedente al conflitto. L’80% dell’aumento del prezzo del gas, come pure il 79% di quello del petrolio, il 50% del carbone e tra il 50% e il 75% del prezzo dei cereali erano già avvenuti prima della guerra. Questo significa che se anche se la guerra finisse, e ce lo auguriamo tutti, e quindi si tornasse ai prezzi precedenti al conflitto, saremmo comunque in una situazione di inflazione.
Questo perché, non ci stanchiamo di dirlo, le cause sono “strutturali”. I ritardi nelle catene di approvvigionamento, l’impennata dei costi energetici anche in vista dei cambiamenti richiesti dalla crisi climatica, la carenza di materie prime e prodotti, l’aumento della domanda post- pandemia, la mancanza di manodopera per alcuni lavori poco retribuiti e le ingenti quantità di liquidità immesse dalle banche centrali, sono cause che nulla hanno a che vedere con la guerra.
Ma chi sono i perdenti in questa situazione? Tutte le persone che hanno un salario fisso stanno diventando più povere, ma la loro speranza è che all’orizzonte ci sia qualche spiraglio nelle trattative sugli aumenti salariali del prossimo anno. Chi sicuramente invece sta già soffrendo tanto sono le persone che hanno come unica entrata una rendita. Pensiamo agli anziani che vivono solo con l’assicurazione vecchiaia e superstiti.
Ma c’è anche un’altra categoria che andrebbe sostenuta immediatamente: le piccole e medie imprese del Cantone. Certo non tutte stanno subendo alla stessa maniera l’aumento dei costi, ma molte sono oramai con l’acqua alla gola perché hanno già dovuto far capo a tutti i risparmi di una vita per superare la crisi legata alla pandemia. Non aspettiamo che la situazione degeneri. Lo Stato ha tutte le possibilità di dare risposta al grido d’aiuto delle piccole medie imprese che, non dimentichiamolo, sono l’ossatura del nostro paese.

La versione audio: Inflazione: chi sono i veri perdenti? Pensionati e piccole e medie imprese

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Nubi di stagflazione sul fronte occidentale

L’inflazione c’è e si vede. Anche in Svizzera. I prezzi in aprile sono aumentati del 2.5% rispetto a un anno fa. I rincari più importanti riguardano i beni importati e nel dettaglio le fonti energetiche come il gas e il petrolio. Questo si riflette sulle spese di tutti i giorni, in particolare nei trasporti e nei costi legati all’abitazione. Certo se guardiamo agli altri Paesi, ancora non possiamo lamentarci. Proprio questa settimana i dati hanno confermato aumenti dei prezzi dell’8.3% negli Stati Uniti (mai così alti negli ultimi 40 anni), del 7.4% in Germania e ancora dell’8.3% in Spagna.
Purtroppo nemmeno le prospettive sono rosee. Se guardiamo all’indice dei prezzi alla produzione le cose non andranno tanto meglio nei prossimi mesi. Questo indicatore mostra l’evoluzione dei prezzi dei prodotti industriali appena usciti dalla fabbrica. Anche in questo caso gli aumenti sembrano inarrestabili. In Cina si parla di un rincaro nel mese di aprile rispetto all’anno prima dell’8% e negli Stati Uniti addirittura dell’11%. Persino la Svizzera non rimane indenne: +6.7%. Ma perché questo dato ci impensierisce? Per ottenere il prezzo dei beni che comperiamo, dobbiamo aggiungere al già elevato prezzo di produzione anche i costi di trasporto, logistica e quelli sostenuti direttamente dai commercianti per le loro attività. Tutto questo significa che i prezzi che troveremo sui nostri scaffali nei prossimi mesi dovranno per forza aumentare. E questo ha un impatto sul comportamento dei consumatori la cui fiducia crolla.
Naturalmente le autorità non stanno a guardare. Così nelle ultime settimane la banca centrale americana e anche quella inglese hanno deciso di aumentare i tassi di interesse. Questa strategia, chiamata tecnicamente politica monetaria restrittiva, può generare due effetti. Primo: rende più caro l’indebitamento scoraggiando gli investimenti delle imprese e i consumi a credito delle famiglie. Secondo: invoglia al risparmio. Questo dovrebbe ridurre la domanda allentando la pressione sui prezzi.
In realtà, purtroppo l’inflazione che stiamo vivendo ha origini e cause ben più lontane che non sono solo riconducibili a questa maledetta guerra. Ciò significa che le conseguenze negative di una politica monetaria restrittiva, ossia la riduzione della produzione e l’aumento della disoccupazione, potrebbero avvenire. In più la maggioranza degli Stati non ha più grandi margini di manovra nella spesa pubblica poiché è già intervenuta in maniera massiccia per rispondere alla crisi legata alla pandemia.
E pensare che fino a qualche mese fa quando si parlava di presenza contemporanea di inflazione e disoccupazione (stagflazione) l’unico esempio che potevamo fare era la crisi petrolifera degli anni 70…
Tratto da L’Osservatore del 14.05.2022

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Migros: alcool sì, alcool no?

Alcool: sì o no? Sembra una votazione di molti anni fa eppure è la decisione che dovranno prendere i soci della cooperativa Migros. La storia di questa azienda che opera nel settore del commercio al dettaglio dovrebbe essere uno dei casi aziendali trattati in tutte le nostre scuole. In effetti la sua storia è veramente affascinante e tocca tantissimi aspetti economici, ma anche culturali e sociali. Tutto ha inizio con un’idea di Gottlieb Duttweiler, un uomo che oggi definiremmo un imprenditore illuminato. Nel 1925 decide di tentare la strada del commercio, ma anziché farlo in maniera tradizionale copia quanto già avviene negli Stati Uniti. Compra i cinque camion Ford modello T e con questi si recherà nelle più importanti piazze dei paesi per vendere i prodotti a prezzi più bassi del 10-30% rispetto a quello dei concorrenti. Evidentemente portando in giro la spesa si riesce a ridurre i costi fissi legati ai negozi e ai venditori. L’assortimento all’inizio non è grande, solo sei prodotti: caffè, sapone, riso, grasso di cocco, zucchero e pasta. Ma mano che passano gli anni il numero di camion aumenta e anche i negozi. Questo non significa che sia stato facile, anzi. Come prescrivono i casi da manuale, la nostra Migros deve scontrarsi contro l’ostilità degli altri commercianti che non si fermano di fronte a nulla e arrivano persino a utilizzare le leggi per impedire a questo nuovo concorrente di portare via clientela. Non solo. La maggioranza dei negozianti “tradizionali” impedisce ai fornitori di vendere prodotti a Migros. Anziché scoraggiarsi Duttweiler inizia ad acquistare direttamente delle fabbriche e a produrre prodotti destinati alla vendita esclusiva per Migros. Così, nel 1928 compra la fabbrica di mosto di Meilen. È proprio in questo momento che il patron di Migros dichiara che non produrrà vino poiché il prezzo basso a cui potrebbe venderlo potrebbe indurre le persone ad aumentare il consumo. La stessa scelta sarà fatta per il tabacco.
Non abbiamo il tempo di raccontare tutta l’evoluzione che ha fatto questa azienda tuttavia segnaliamo come sia sempre stata un’azienda innovativa, coraggiosa, all’avanguardia. Anche sul fronte ambientale e sociale quest’azienda è ritenuta una pioniera.
Non a caso nel 1941 il suo titolare trasforma la società anonima in cooperativa. E proprio in nome dell’essere una cooperativa i suoi soci saranno chiamati a votare se permettere la vendita di alcolici nei negozi Migros. Le cifre dicono che le vendite di alcool sono un mercato importante. Nel 2020 in Svizzera ognuno di noi ha bevuto 31.5 l di vino, 52.8 di birra e 3.8 di bevande spiritose (dati in linea con quelli europei). Dei quasi 30 miliardi di franchi incassati come cifra d’affari dal commercio al dettaglio ben 2.6 miliardi entrano grazie alle bevande alcooliche (circa il 9%). A titolo di paragone in frutta spendiamo 1.8 miliardi, in verdura 2.3 e in carne 5.4. Paragonando le cifre di mercato con la quota di mercato di Migros è ragionevole supporre che questa nuova attività potrebbe generare tra 1 e 2 miliardi di franchi all’anno.
Vedremo cosa decideranno di fare i soci nelle prossime settimane, anche se pensiamo che la decisione non dipenderà tanto dalle questioni economiche. Pensiamo che a pesare siano da una parte i valori tradizionali dell’azienda e dall’altra la praticità di trovare tutto nello stesso supermercato.

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Svizzera: i prezzi continuano a salire

I prezzi continuano ad aumentare. Anche in Svizzera. Nel mese di aprile l’indice dei prezzi al consumo, che rappresenta il costo del carrello della spesa del consumatore medio svizzero, è aumentato dello 0.4% rispetto al mese prima. La situazione sembra sotto controllo, ma per esserne certi dobbiamo guardare come si è modificato il prezzo rispetto all’anno scorso. Così scopriamo che l’aumento è stato di ben il 2.5%.

Il rincaro maggiore si registra per i prodotti importati: +6.6%. Per fortuna che il nostro carrello della spesa è principalmente fatto di prodotti svizzeri il cui prezzo è aumentato di “solo” l’1.2% ( i beni dall’estero rappresentano in effetti il 25%).

I principali responsabili degli aumenti sono il petrolio, il gas e le fonti energetiche in generale. Il prezzo dell’energia e del carburante è aumentato in un anno di oltre il 23%; quello dei prodotti petroliferi addirittura di quasi il 40%. Ed ecco spiegati gli aumenti del 10% dei prezzi dei trasporti, del 5.1% del mobilio e degli articoli per la casa, del 4.1% dei costi dell’abitazione e dell’energia. E pensate che le cose in Svizzera vanno ancora bene.

L’inflazione nel resto del mondo ha raggiunto livelli storici impressionanti. Aumenti dell’8.5% negli Stati Uniti, del 7% in Gran Bretagna, del 7.4% in Germania, del 9.8% in Spagna e del 6.2% in Italia. E le conseguenze non tardano ad arrivare. I principali istituti di ricerche economiche internazionali hanno ridotto notevolmente le aspettative di crescita dell’economia mondiale e delle singole nazioni.

La Banca Centrale degli Stati Uniti, la Fed (Federal Reserve Bank), sta cercando di correre ai ripari aumentando i tassi di interesse. Proprio questa settimana li ha incrementati dello 0.5%. Non c’era un aumento così grande dal 2000; in passato gli aumenti non erano mai stati superiori a più di un quarto di punto. 0.25% che è stato l’aumento deciso poche ore dopo dalla Banca Centrale d’Inghilterra BoE (Bank of England) che ha quindi portato il tasso di riferimento all’1%.

Ma perché quando i prezzi aumentano le banche centrali fanno aumentare i tassi di interesse? Il meccanismo è molto complesso, ma noi lo semplifichiamo affinché sia comprensibile. Se aumentiamo i tassi di interesse, le aziende riducono i loro investimenti e i consumatori comperano meno. Questa riduzione della domanda dovrebbe attenuare l’aumento dei prezzi. Tutto bene fino a qui se non fosse che ci sono anche delle conseguenze negative. La riduzione della domanda causa una riduzione della produzione che potrebbe a sua volta causare licenziamenti. In tempi normali si può ricorrere a un sostegno dello Stato, ma non è il caso in questo momento.

Così, in effetti, purtroppo, molti economisti sono preoccupati perché potrebbe verificarsi la presenza contemporanea di inflazione e stagnazione economica con disoccupazione, la famosa e temuta stagflazione. Insomma, il peggiore dei mondi. Attenzione però a dare tutta la colpa alla guerra che è scoppiata in febbraio. Già nel mese di settembre dell’anno scorso i prezzi hanno iniziato a crescere in maniera anomala. Purtroppo la maggioranza degli esperti ha preferito ignorarlo o parlare di fenomeno temporaneo.

La versione audio: Svizzera i prezzi continuano a salire
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Ticino: le donne guadagnano un po’ di più, gli uomini… di meno

Tra il 2018 e il 2020 la differenza salariale tra uomini e donne in Ticino si è ridotta dal 17,3% al 13,9%. Finalmente una buona notizia? Sì e no. Analizzando i dati scopriamo due fattori, uno positivo e l’altro negativo. I salari femminili sono leggermente aumentati, bene. Peccato invece che i salari degli uomini siano rimasti stabili e in alcuni casi addirittura diminuiti. Purtroppo questo conferma ancora una volta che il Canton Ticino e il suo mercato del lavoro sono in seria difficoltà. Le economie sane sono contraddistinte da salari che aumentano e condizioni di lavoro che migliorano. In Ticino, al contrario, anche la parità di genere la facciamo verso il basso. Ma perché le donne continuano a guadagnare comunque meno degli uomini?
Le donne storicamente sono entrate nel mondo del lavoro tardi. Nella maggior parte dei paesi la grande occupazione femminile è iniziata durante le guerre: gli uomini erano al fronte a combattere, le donne dovevano lavorare soprattutto nelle fabbriche di materiale bellico. Rispetto alle altre nazioni in Svizzera questo fenomeno è stato più contenuto, ragione che in parte spiega il ritardo dell’entrata delle donne nel mondo professionale.
Per anni abbiamo letto che le donne guadagnano di meno a causa della minore formazione. Ora questa considerazione non tiene più: le donne studiano addirittura di più degli uomini. E allora, quali sono i fattori che possono spiegarci la differenza salariale?
Le ragazze scelgono lavori dove gli stipendi sono mediamente più bassi, come il settore del commercio e dell’amministrazione o i servizi di cura delle persone (cure infermieristiche, lavoro sociale,…). Anche le ragazze che vanno all’università scelgono soprattutto le scienze umane e sociali. Questo è il fenomeno della segregazione orizzontale.
Secondo. Ancora oggi in Ticino le donne che ricoprono ruoli di responsabilità sono poche; ancora meno quelle nelle direzioni o nei consigli di amministrazione. Questo significa salari più bassi. E questa è la segregazione verticale.
In aggiunta non dimentichiamo che le donne sono occupate maggiormente a tempo parziale, fatto che oltre ad avere dei benefici comporta anche minori possibilità di carriera.
E i guai non finiscono qui. Le donne sono sottoccupate, ossia vorrebbero lavorare ad una percentuale maggiore, ma non possono farlo. Le donne che devono fare più di un lavoro per vivere sono di più degli uomini. Il 16% delle donne guadagna meno di 3’400 CHF al mese. Sempre le donne hanno lavori più precari che sono i primi a sparire durante le crisi e quindi hanno tassi di disoccupazione più alti.
Detto questo e nonostante questo, guardo al futuro delle donne con grande ottimismo. Le nuove generazioni, quelle che sono entrate da poco nel mondo del lavoro e che ci entreranno nei prossimi anni, non vivono fortunatamente nessuna guerra aperta tra i sessi, anzi. L’idea di nuovi modelli familiari dove entrambi i partner lavorano a tempo parziale per realizzarsi anche nella famiglia o negli interessi personali prende sempre più spazio. Ma affinché questi cambiamenti possono avvenire dobbiamo garantire anche in Ticino salari giusti, sia per gli uomini che per le donne.

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Smart working suona meglio di lavoro a cottimo; vero?   

Qualche giorno fa sono stata invitata a parlare di telelavoro a un evento organizzato tra gli altri da ATED ICT Ticino. Questa associazione diretta da Cristina Giotto è attiva da oltre 50 anni. Il suo scopo, oltre a fornire servizi ai suoi associati, è quello di “favorire l’impego delle nuove tecnologie dell’informazione e comunicazione”. E lo fa non solo nelle aziende, ma anche attraverso progetti specifici pensati per i giovani e per le donne. Tra le tante innovazioni, questa associazione è stata pioniera nel metaverso, mondo virtuale che sembra prendere sempre più piede e importanza.
Mentre di mondo reale abbiamo parlato affrontando il tema delle nuove organizzazioni del lavoro. Per farlo è necessario distinguere tre concetti: il lavoro a domicilio (in remoto), il telelavoro e lo smart working (lavoro agile).
In tutti e tre i casi si parla di lavoro subordinato a qualcuno; ciò che li differenzia è la flessibilità. Nel caso del lavoro domestico e del telelavoro ci sono obblighi in merito al luogo (solitamente la casa), ma anche agli orari; inoltre lo stipendio è pensato in funzione del tempo di lavoro. Le statistiche oggi indicano che il lavoro domestico si è trasformato in telelavoro: l’uso di computer, stampanti e altri prodotti tecnologici è sempre più frequente. Ciò che differenzia lo smart working sono la maggiore flessibilità in termini di tempi e luoghi, oltre all’idea di salario pensato in funzione degli obiettivi e non del tempo.
Eppure pensandoci questa idea non appare tanto nuova. Ve lo ricordate il lavoro a cottimo? Il pagamento avveniva quando si consegnava una certa quantità di oggetti prodotti. Poco importava quanto tempo si era impiegato per svolgerlo, né se si erano coinvolti i membri della famiglia. Detto questo, speriamo che il lavoro agile, nei fatti, non si rilevi un passo indietro anziché un’innovazione.
Il telelavoro e il lavoro agile sono concetti di cui si parla molto, ma quando sono veramente diffusi? A livello svizzero i dati mostrano che fino al 2019 il lavoro da casa era svolto poco e soprattutto dagli uomini. È nel 2020, con la pandemia e con il lockdown, che la percentuale di lavoratori e soprattutto lavoratrici aumentano. In effetti, da questo momento le donne in casa non solo devono occuparsi dei figli nel quotidiano, preoccuparsi della didattica a distanza, ma pure aggiungere il carico lavorativo. Insomma, quella che doveva essere una liberazione e un passo verso la parità di genere si sta rilevando invece l’ennesima gabbia per le carriere femminili.
Per questo, care donne, vi invitiamo a ritornare sui vostri posti di lavoro e riprendere il cammino portato avanti con sacrificio, prima che il nostro ruolo torni a essere confinato, nuovamente, nelle mura domestiche.

La versione audio: Smart working suona meglio di lavoro a cottimo; vero?
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I premi cassa malati aumenteranno. Capiamo perché

Nel 2019 i costi sanitari in Svizzera sono stati di 82.5 miliardi di franchi. Tutto abbastanza sotto controllo. Controllo che è stato perso invece nel 2021, anno in cui le spese sanitarie sono aumentate del 5%. Questo significa concretamente che i premi di cassa malati potrebbero aumentare il prossimo anno tra il 7 e il 9%. Pessima notizia per noi assicurati.
Cerchiamo di capire un po’ come funziona il nostro sistema sanitario. Due sono i principali modelli che si adottano nel caso della sanità. Il primo sistema è statale (quindi pubblico), è prevalentemente pagato con le imposte e i fornitori di prestazione (medici, ospedali,…) sono pubblici. Il secondo sistema è come quello adottato in Svizzera: un modello che unisce elementi del mercato con elementi del servizio pubblico. Si parla di sistema misto perché alla componente della concorrenza tra assicuratori (casse malati) e fornitori di servizi (medici) si aggiungono regole che tendono a rendere il mercato più sociale (obbligo di assicurazione per tutti, premi non in funzione del rischio individuale, sussidi per coloro che non sono in grado di pagare). Nel nostro sistema ci sono tre attori principali: i pazienti, i fornitori di prestazioni (medici, ospedali, farmacie) e gli assicuratori. Naturalmente esistono anche le aziende farmaceutiche, ma sono meno toccate e coinvolte dal sistema di gestione e pagamento. Infine sono i Cantoni che pagano ad avere la competenza in materia sanitaria (pensiamo per esempio alla pianificazione ospedaliera).
Detto questo, dove sta l’inghippo che fa aumentare di anno in anno i costi della salute e di conseguenza i premi? Ricordiamo che dal 1999 i premi della cassa malattia di base sono più che raddoppiati. Senza entrare nei dettagli tecnici possiamo suddividere gli aumenti in due categorie: una che potremmo definire quasi naturale, e una seconda invece difficilmente spiegabile e più riconducibile a un limite di questo nostro sistema.
Vediamo la prima. Dato che viviamo di più, costiamo di più. A questo aggiungiamo le nuove tecnologie che ci consentono di curare malattie che non curavamo fino a qualche anno fa, ma che hanno un costo. La somma di questi due elementi fa parte dell’aumento giustificato.
Discorso differente è il fatto che da un punto di vista economico nel nostro sistema manchino gli incentivi a contenere gli aumenti dei costi degli assicuratori e dei fornitori di cura e a ridurre la quantità di beni sanitari che consumiamo.
Ed è proprio questo secondo caso che cercano di risolvere le misure presentate dalla Confederazione. Oltre a introdurre l’obbligo di una prima consulenza da un medico di “fiducia”, il progetto prevede anche veri e propri tetti massimi all’aumento dei costi di tutte le prestazioni. Questi obiettivi di contenimento dei costi sono poi demandati ai Cantoni.
Purtroppo, pare che su questo nuovo pacchetto di misure la politica non trovi un accordo limitandosi a sbizzarrirsi in soluzioni fantasiose senza però avere la volontà di risolvere il problema alla base.
Ora però dobbiamo guardarci in faccia: o riduciamo i costi oppure aumentiamo i premi. Impensabile avere l’uovo e la gallina

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Ticino: economia a basso valore aggiunto, emigrazione giovanile, salari bassi

Siamo i più poveri della Svizzera. O, se preferite, siamo gli Svizzeri che guadagnano di meno. Forse non è una grande scoperta, penseranno alcuni. Infatti: è un fatto e le cause sono tante, complesse e non affrontabili facilmente. Per risolvere un problema la prima cosa da fare è riconoscerne l’esistenza. Purtroppo, ancora oggi in Ticino c’è chi ha paura di chiamare le cose con il loro nome: economia a basso valore aggiunto, emigrazione giovanile, salari bassi. Parlare di “economia diversificata”, di “poli tecnologici” e di “innovazione” è molto più soddisfacente e presentabile nei salotti buoni. Purtroppo, oggi la nostra realtà, non è questa. Se vogliamo davvero uno sviluppo virtuoso del cantone Ticino dobbiamo, in primis, riconoscerne i problemi, rinunciando alle narrazioni consolatorie ed edificanti, così da poterli affrontare e, magari, risolverli.
Sappiamo che le cause della situazione attuale sono tante. Ragioni storiche e geografiche ci hanno consentito per anni di sfruttare la manodopera di confine a prezzi più bassi. Ma con il passare del tempo questi “vantaggi” sono diventati il nostro principale limite. Il passaggio da un’economia basata sul settore primario (agricoltura) a un’economia finanziaria è avvenuto saltando quasi a piè pari la fase industriale. Questo non ci ha permesso di sviluppare e diffondere appieno una vera cultura imprenditoriale. Un altro tassello negativo è stato la perdita di posti di lavoro nelle ex regie federali, che chiedevano competenze elevate ma offrivano allo stesso tempo salari e condizioni di carriera di livello svizzero.
Per molti anni abbiamo trovato comodi colpevoli per il ritardo ticinese rispetto al resto della Svizzera: la mancanza di qualifiche avanzate, la scarsità di centri di eccellenza, l’assenza dal territorio di accademie e alte scuole. Erano scuse e comunque non tengono più: Università della Svizzera Italiana, SUPSI, Centro di Studi Bancari, Cardiocentro, Centro Svizzero di Calcolo, Istituto Oncologico della Svizzera Italiana, Istituto di Ricerca in Biomedicina… sono solo alcune delle eccellenze del nostro Paese. Anche grazie ad esse i nostri giovani sono ottimamente formati scolasticamente e professionalmente.
Infatti, le aziende, le banche, le assicurazioni del resto della Svizzera accolgono i nostri giovani a braccia aperte; offrono loro salari e condizioni di crescita professionale molto buone. Significa che stiamo fornendo a queste ragazze e ragazzi gli strumenti perché possano avere il futuro che meritano. Ma non basta. Bisogna smettere di nascondere la testa nella sabbia. I nostri problemi hanno nomi precisi: economia a basso valore aggiunto, emigrazione giovanile, salari bassi. E, soprattutto, dobbiamo impegnarci per avere (finalmente!) un piano di sviluppo economico serio, affinché i nostri giovani abbiano un futuro anche qui, nel loro Cantone, senza doversene andare. Perché questo, nel più classico dei circoli viziosi, è un altro, ancora più grave, tipo di impoverimento: un’intera generazione in fuga.

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Saremo più poveri

Da giorni tentavo di scrivere questo articolo. Ma ogni volta mi bloccavo. Il costo umano di questa maledetta guerra mi faceva apparire il mio contributo di economista cosa piccola e perfino frivola. Tuttavia, anche oltre l’ambito geografico direttamente toccato dai combattimenti questa guerra avrà conseguenze. E se non saranno drammatiche quanto quelle sul terreno in Ucraina, anche queste conseguenze peseranno sulla vita di molte persone.
In effetti, pure nei paesi non toccati direttamente dal conflitto le ripercussioni sui cittadini saranno sensibili. E ricadranno purtroppo sulle fasce più deboli. L’aumento consistente dei prezzi della benzina, del gas, dei generi alimentari e dei beni di prima necessità colpisce in maniera diversa i cittadini già ora. Come sempre, anche in questo caso, le famiglie che guadagnano meno, faticano di più.
Ma non finisce qui. I problemi legati all’aumento del prezzo dell’energia non li vediamo “solo” sul costo diretto del riscaldamento o della fattura di fine mese. Se guardiamo all’Italia, ad esempio, troviamo che le difficoltà si stanno espandendo a tutte le filiere produttive. Dobbiamo prevedere un aumento del prezzo del pane, della pasta e delle patate a causa delle difficoltà di ottenere le materie prime dai paesi in guerra, ma anche le altre produzioni locali sono toccate. Decine di aziende agricole rischiano la chiusura a causa dell’aumento del costo del gas e del petrolio: questo porterà a minori produzioni, ma anche a tanti licenziamenti. Lo stesso sta succedendo a industrie i cui margini di guadagno sono stati già messi a dura prova dalla crisi pandemica.
Nei prossimi mesi se non addirittura anni anche in Europa le persone diventeranno più povere. Diventeranno più povere non perché spenderanno di più per scelta, ma perché il loro potere d’acquisto si ridurrà a causa degli aumenti dei prezzi. Gli stati e la politica devono cominciare seriamente a occuparsi delle famiglie che faranno fatica ad arrivare alla fine del mese: pane, pasta, patate, come pure riscaldare la propria casa e fare il pieno per andare a lavorare non sono beni di lusso, nessuno può farne a meno. Inoltre, se vogliamo tutelare le aziende, dovremo avere il coraggio di sviluppare pacchetti di sostegno anche per loro. Non dimentichiamo che non può esserci indipendenza e autonomia economica senza il lavoro.
Concordiamo che l’obiettivo a medio termine deve essere l’indipendenza energetica. Ma l’errore fatto in passato da chi ha voluto il mercato a ogni costo anche nei settori strategici vitali per l’esistenza stessa degli stati (energia, telecomunicazioni, approvvigionamento idrico), non può essere risolto sulle spalle dei cittadini prendendo decisioni affrettate che aumenteranno ulteriormente i prezzi.

Tratto dal Corriere del Ticino, 16.03.2022

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L’economia rallenta di poco. Ma secondo noi…

La Segreteria di Stato per l’economia (SECO) ha appena pubblicato le previsioni per l’economia svizzera. Rispetto ai dati di dicembre, le aspettative sono leggermente peggiorate: per il 2022 si prevede una crescita del Prodotto Interno Lordo (PIL) del 2.8% anziché del 3%, mentre per il 2023 la previsione rimane la medesima, al 2%. Guardando nel dettaglio le quattro componenti della nostra economia, consumi delle famiglie, spesa pubblica, investimenti (in costruzioni e in beni strumentali per la produzione, come i macchinari) ed esportazioni, possiamo fare alcune considerazioni.
I consumi privati sembrano subire poco gli effetti diretti e indiretti della guerra in Ucraina, mostrando una crescita comunque buona del 3.6%. La riduzione della spesa pubblica stimata in precedenza con -1.5% si ridurrà sì, ma solo dello 0.7%: questo potrebbe indicare la necessità per le amministrazioni pubbliche di andare avanti a sostenere l’economia attraverso sussidi e contributi (in parte già confermati dalla Confederazione). Sul fronte degli investimenti si dovrebbe registrare una riduzione dello 0,5% delle costruzioni; probabilmente questo potrebbe essere dovuto più ai ritardi negli approvvigionamenti dei materiali, che non a causa di un vero e proprio rallentamento del settore. Al contrario, le aspettative degli imprenditori rimarrebbero positive (+3.4%) e questo li spingerebbe a rinnovare gli impianti produttivi oltre che a incrementare la capacità produttiva. Per quanto riguarda le esportazioni stupisce un po’ il miglioramento per quelle dei beni, aumentate dal 3.8% al 4.2%. Dal nostro punto di vista la situazione dei nostri paesi partner dal punto di vista commerciale potrebbe subire impatti diretti e indiretti maggiori rispetto a quanto valutato. Già oggi per esempio il tasso di inflazione che rende il potere di acquisto dei cittadini inferiore è a livelli storici negli Stati Uniti, ma anche in Germania, Gran Bretagna e Italia. Non dimentichiamo che la Svizzera è un paese esportatore netto e che deve oltre il 10% del suo benessere alla capacità di vendere di più di quanto compera. Secondo i dati della SECO invece le conseguenze sulla crescita dei nostri partner commerciali saranno abbastanza contenute. Meglio così se ci sbagliamo.
Altro punto su cui ci permettiamo di essere un po’ dubbiosi riguarda la previsione che stima un aumento dei prezzi al consumo solo dell’1.9%. Noi siamo un po’ più pessimisti. Questo scetticismo troverebbe in parte conferma anche nei dati appena pubblicati dell’indice dei prezzi alla produzione e all’importazione. Se è vero che la crescita su base mensile è solo dello 0.4%, il dato sale di +5,8% rispetto al mese di febbraio dell’anno scorso. Da parte nostra riteniamo che gli aumenti dei prezzi delle fonti energetiche, dei generi alimentari e delle materie prime in generale non sarà così transitorio e indolore come previsto dalla Segreteria di Stato dell’economia. Speriamo di sbagliarci. E speriamo che non sia in arrivo una nuova ondata di Covid che renderebbe superate tutte queste previsioni.

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Due settimane di guerra

Sono passate esattamente due settimane dalla sconsiderata aggressione della Russia ai danni dell’Ucraina. Le conseguenze in termini umanitari sono drammatiche e sotto gli occhi di tutti. Più difficile comprendere quali saranno quelle dal punto di vista economico. Persino per gli addetti ai lavori è difficile seguire e comprendere la portata delle sanzioni occidentali messe in atto contro la Russia. Russia che da qualche giorno a questa parte sta rispondendo cercando da una parte di tutelare l’economia nazionale e dall’altra di inferire qualche colpo ai nemici.
Il blocco delle transazioni della Banca centrale impedisce alla Russia di utilizzare le sue riserve in valuta straniera accumulate negli anni passati probabilmente proprio per sopperire a crisi del genere. Per farla semplice è come se la vostra banca vi bloccasse i vostri conti in euro o in dollari. Nel caso della Russia si parla di un valore di oltre 640 miliardi di dollari. Questo ha sicuramente causato un duro colpo alle finanze nazionali. L’esclusione dal sistema di comunicazioni bancarie Swift oltre ad aver paralizzato il settore bancario russo, sta causando enormi problemi a tutte le aziende interne, ma anche a quelle estere che intrattengono relazioni d’affari con questo paese. E mai avremmo immaginato nel mondo occidentale di vedere ville e imbarcazioni lussuose essere sequestrate senza che prima ci sia un processo o un grado di giudizio. Dobbiamo avere il coraggio di dirlo che questo fa un po’ a pugni con il nostro senso di proprietà privata e tutela della stessa. Il divieto di esportazione in Russia di tecnologie militari, microprocessori e macchinari per la raffinazione e la fornitura del petrolio ha dal canto suo lo scopo di mettere in seria difficoltà questi settori. La notizia poi di qualche giorno fa che gli Stati Uniti hanno bloccato le importazioni di gas e petrolio in realtà ha più un impatto mediatico che non effettivo: gli Stati Uniti importavano una piccola quantità di queste risorse e per di più si sono tutelati prima nei confronti di altri fornitori.
Oltre alle sanzioni ufficiali, quello che è impressionante è la condanna unanime dell’economia privata. Da quando è scoppiato il conflitto ogni giorno aziende multinazionali che hanno fatto della delocalizzazione e della globalizzazione la loro forza annunciano la chiusura dei loro stabilimenti in Russia o il divieto di vendita dei loro prodotti.
Dal canto suo la Russia sta cercando di contrastare il crollo del valore della sua moneta aumentando i tassi di interesse e vietando l’uso delle monete estere. In aggiunta cerca di causare qualche fastidio ai nemici vietando a sua volta l’esportazione di alcuni beni; nella realtà probabilmente questa misura non causa molti grattacapi.
Ma è un altro il quesito che si pongono in molti. Perché la Russia continua a vendere il gas e il petrolio all’Europa e perché l’Europa continua a comperare queste risorse dalla Russia? Non ci piacciono quasi mai le spiegazioni semplici, eppure spesso sono quello corrette. La Russia continua a vendere perché ha bisogno di soldi per la sua guerra e l’Europa continua a comperare perché ha bisogno di energia per i suoi cittadini e le sue aziende. Probabilmente questo scambio come capita sempre nel mercato andrà avanti ancora per un po’. Almeno fino a quando una delle tue parti, non troverà o un nuovo compratore (la Cina) o un nuovo fornitore. Questo secondo caso decisamente più difficile.

La versione audio: Due settimane di guerra