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Ticino: primo in classifica… per povertà e debiti

Nel 2020 abbiamo raggiunto il gradino più alto di una statistica. Peccato che sia quella che indica che il Ticino è la regione in Svizzera con il tasso di povertà più alto. Eravamo, e siamo ancora, i più poveri in Svizzera. Certo i tassi di disoccupazione ufficiali così bassi ci rincuorano. Peccato non relazionarli ai dati sulla povertà, a quelli sull’indebitamento o ancora al numero di giovani che vanno fuori Cantone per trovare lavoro. Insomma le cose non stanno così bene come alcuni preferiscono raccontare. Ma vediamo i dati nel dettaglio.
I dati sulla povertà in Ticino confermano che le cose vanno male per noi. Il tasso di povertà medio in Svizzera è dell’8.5%; in Ticino siamo al 14.5%. Significa che 1 persona su 7 vive al di sotto della soglia di povertà, fissata a 2’279 franchi al mese per una persona sola e a 3’963 franchi per un’economia domestica composta da due adulti e due bambini sotto ai 14 anni. Guardando all’evoluzione dobbiamo purtroppo constatare che le persone povere sono aumentate da 43 mila del 2019 a 50 mila del 2020. E questi dati non considerano ancora gli effetti della pandemia di due anni fa e quelli dell’inflazione di oggi.

Purtroppo questa situazione si conferma anche guardando al rischio di povertà. Le persone a rischio di povertà sono quelle il cui reddito risulta inferiore al 60% del reddito disponibile equivalente mediano in Svizzera (o al 50% dipende dal riferimento che si adotta). Insomma per semplificare se guadagnate meno del 60% di quello che guadagna il cittadino mediano (quello che vede il 50% di persone che guadagnano più di lui e il 50% che guadagnano meno) siete a rischio povertà. Purtroppo anche in questo caso il Ticino guida la classifica.
E non finisce qui. Siamo tra i primi posti per quanto riguarda la deprivazione materiale e quella grave, abbiamo le più alte percentuali di persone che vivono con difficoltà economiche, con arretrati di pagamenti e che fanno fatica ad affrontare una spesa imprevista o andare una settimana in vacanza o a consumare un pasto completo un giorno su due. Siamo i cittadini più indebitati in Svizzera: che si vada dal leasing per l’automobile agli acquisti a rate, il “ticinese” è indebitato e si indebita. Non a caso ben il 31.2% delle economie domestiche ha più di una carta di credito per adulto (la media svizzera è del 23.7%). E non solo. Siamo i primi ad avere arretrati di pagamenti sull’affitto, sulle fatture di acqua, elettricità, gas o riscaldamento e sulle imposte.
E come mai tutto questo si verifica? Certo possiamo parlare di età, di formazione, di nazionalità, dell’essere una famiglia monoparentale. Ma soprattutto non possiamo non ricordare che il Cantone Ticino è il cantone con i salari più bassi in Svizzera, salari che non solo non aumentano, ma che in alcuni casi addirittura diminuiscono. Questo è il primo punto da affrontare e risolvere.

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Cosa ne sarà dell’identità svizzera se perdiamo anche il Toblerone?

“Cosa? Il Toblerone non sarà più svizzero? Come è possibile? Che ne sarà della nostra identità rossocrociata?” Molti di noi hanno fatto queste riflessioni nei giorni scorsi quando abbiamo saputo che un altro pezzettino di identità svizzera trasferirà la sua produzione all’estero. Nel nostro articolo di qualche mese fa “Che buono il cioccolato! Ancora più dolce se è sostenibile” avevamo raccontato la storia della nascita e dello sviluppo di questo settore che è diventato un fiore all’occhiello dell’industria alimentare svizzera.
La ricetta del Toblerone è stata creata nel 1908 da Theodor Tobler, figlio di Jean, fondatore dell’azienda Tobler & Cie nel 1899 a Berna, e da Emil Baumann responsabile della produzione. Il nome Toblerone nasce dall’unione del nome dell’inventore con Torrone, il dolce alle nocciole e mandorle italiano. Da quel momento la produzione di questo cioccolato avverrà sempre nel Canton Berna e sempre di più l’essere un prodotto svizzero assumerà importanza, anche nel marketing. Basti pensare alla forma tipica triangolare che richiama il Matterhorn, versante svizzero del Cervino. E non finisce qui. L’aquila che sorvola una foresta del primo imballaggio, sarà sostituita da un orso (simbolo di Berna) nel 1920. Orso che sparirà nel 1970 quando al suo posto apparirà il Cervino, per poi essere reintrodotto nel 2000 con il nuovo, e attuale imballaggio, dove all’interno della raffigurazione della montagna si inserisce proprio l’animale simbolo della città (città che si ritrova in ogni caso anche nel nome stesso del prodotto – toBlERoNE).
Insomma, il Toblerone è un pezzo di noi. Eppure, dal 2023 una parte della sua produzione sarà fatta anche in Slovacchia. Probabilmente questo comporterà che il nostro Toblerone non sarà più etichettato come “cioccolato al latte svizzero”. E quanti altri prodotti che associamo a una nazione in realtà oggi sono molto più delocalizzati e globalizzati di quanto crediamo? Vediamo alcuni esempi. Navigando tra i siti scopriamo per esempio che l’Ovomaltina oltre a essere stata ceduta a una multinazionale britannica nel 2002 oggi viene prodotta anche in Thailandia e Cina. E la maionese della Thomy dal 2017 ha dovuto togliere la croce svizzera a causa delle regole legate alla certificazione “Swiss Made” … Ma anche all’estero non sono messi meglio… per esempio degli 11 stabilimenti al mondo di Nutella, solo 2 si trovano in Italia. E che dire dei macaron Ladurée che sono passati dalla produzione nella periferia Sud di Parigi al Canton Friborgo?
Per fortuna che alcuni prodotti rimangono ancora simbolo delle nazioni. E per questo auguriamo lunga vita al coltellino svizzero, alla burrata pugliese, al vetro di Murano e allo champagne francese!

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IL PIL svizzero cresce

Il prodotto interno lordo (PIL) svizzero è cresciuto nel primo trimestre di quest’anno (gennaio-marzo) dello 0.5%. Il trimestre precedente era aumentato dello 0.2%. Ricordiamo che il prodotto interno lordo è un indicatore che dà un’immagine del benessere economico di una nazione. Sappiamo che ha molti limiti: non tiene conto delle attività che non passano sul mercato, è difficile paragonarlo per le differenti nazioni o ancora non considera le conseguenze negative sull’ambiente. Nonostante ciò rimane l’indicatore migliore per misurare l’attività economica di un paese. E possiamo guardare a questa attività economica da tre angolazioni differenti.
La prima maniera contabilizza le spese degli attori economici. Così sommiamo il valore dei consumi delle famiglie, quelli dello Stato, gli investimenti delle aziende e gli acquisti che il resto del mondo fa dei nostri beni e servizi (le esportazioni). L’aumento del PIL rispetto al trimestre precedente in questo caso è stato trainato principalmente delle esportazioni di beni (+1.4%) e dalla spesa dello Stato (+1.4%), che non dimentichiamo è ancora intervenuto per sostenere le persone e le aziende nell’ultima ondata pandemica. La spesa per consumi delle famiglie è rimasta stabile (+0.4%) mentre gli investimenti in beni di equipaggiamento (macchinari per esempio) e anche le costruzioni si sono ridotti rispettivamente del 3.1% e dello 0.7%.
La seconda maniera di calcolare il prodotto interno lordo contabilizza il valore aggiunto creato dalle aziende nella produzione di beni e servizi. In questo caso scopriamo che i settori trainanti sono stati quelli dell’industria manifatturiera (+1.7%) e il settore dell’arte, dell’intrattenimento e del divertimento (+9.8%). In crescita anche il settore finanziario e assicurativo (+0.9%) e quello sanitario (+0.7%). Le cose non vanno bene per il settore delle costruzioni (-0.4%) e dell’alloggio e ristorazione (-2.2%, probabilmente a causa dell’ultima ondata pandemica).
La terza maniera di calcolare il prodotto interno lordo è quella di sommare i redditi che sono distribuiti ai fattori produttivi (lavoro e macchinari) per la produzione. Questo metodo considera quindi i salari, i profitti, gli interessi, i dividendi,… Di questo metodo non disponiamo dei dati trimestrali.
Infine chiudiamo ricordando perché è importante che il PIL cresca. Affinché si mantenga inalterato il tasso di disoccupazione è necessario che i consumi aumentino al pari della produzione e quindi che le vendite crescano almeno dell’aumento della popolazione (nuovi lavoratori che cercano un lavoro) e del progresso tecnologico (grazie alle scoperte produco di più). Ecco perché speriamo sempre in segno più.

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Ticino: economia a basso valore aggiunto, emigrazione giovanile, salari bassi

Siamo i più poveri della Svizzera. O, se preferite, siamo gli Svizzeri che guadagnano di meno. Forse non è una grande scoperta, penseranno alcuni. Infatti: è un fatto e le cause sono tante, complesse e non affrontabili facilmente. Per risolvere un problema la prima cosa da fare è riconoscerne l’esistenza. Purtroppo, ancora oggi in Ticino c’è chi ha paura di chiamare le cose con il loro nome: economia a basso valore aggiunto, emigrazione giovanile, salari bassi. Parlare di “economia diversificata”, di “poli tecnologici” e di “innovazione” è molto più soddisfacente e presentabile nei salotti buoni. Purtroppo, oggi la nostra realtà, non è questa. Se vogliamo davvero uno sviluppo virtuoso del cantone Ticino dobbiamo, in primis, riconoscerne i problemi, rinunciando alle narrazioni consolatorie ed edificanti, così da poterli affrontare e, magari, risolverli.
Sappiamo che le cause della situazione attuale sono tante. Ragioni storiche e geografiche ci hanno consentito per anni di sfruttare la manodopera di confine a prezzi più bassi. Ma con il passare del tempo questi “vantaggi” sono diventati il nostro principale limite. Il passaggio da un’economia basata sul settore primario (agricoltura) a un’economia finanziaria è avvenuto saltando quasi a piè pari la fase industriale. Questo non ci ha permesso di sviluppare e diffondere appieno una vera cultura imprenditoriale. Un altro tassello negativo è stato la perdita di posti di lavoro nelle ex regie federali, che chiedevano competenze elevate ma offrivano allo stesso tempo salari e condizioni di carriera di livello svizzero.
Per molti anni abbiamo trovato comodi colpevoli per il ritardo ticinese rispetto al resto della Svizzera: la mancanza di qualifiche avanzate, la scarsità di centri di eccellenza, l’assenza dal territorio di accademie e alte scuole. Erano scuse e comunque non tengono più: Università della Svizzera Italiana, SUPSI, Centro di Studi Bancari, Cardiocentro, Centro Svizzero di Calcolo, Istituto Oncologico della Svizzera Italiana, Istituto di Ricerca in Biomedicina… sono solo alcune delle eccellenze del nostro Paese. Anche grazie ad esse i nostri giovani sono ottimamente formati scolasticamente e professionalmente.
Infatti, le aziende, le banche, le assicurazioni del resto della Svizzera accolgono i nostri giovani a braccia aperte; offrono loro salari e condizioni di crescita professionale molto buone. Significa che stiamo fornendo a queste ragazze e ragazzi gli strumenti perché possano avere il futuro che meritano. Ma non basta. Bisogna smettere di nascondere la testa nella sabbia. I nostri problemi hanno nomi precisi: economia a basso valore aggiunto, emigrazione giovanile, salari bassi. E, soprattutto, dobbiamo impegnarci per avere (finalmente!) un piano di sviluppo economico serio, affinché i nostri giovani abbiano un futuro anche qui, nel loro Cantone, senza doversene andare. Perché questo, nel più classico dei circoli viziosi, è un altro, ancora più grave, tipo di impoverimento: un’intera generazione in fuga.

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L’economia rallenta di poco. Ma secondo noi…

La Segreteria di Stato per l’economia (SECO) ha appena pubblicato le previsioni per l’economia svizzera. Rispetto ai dati di dicembre, le aspettative sono leggermente peggiorate: per il 2022 si prevede una crescita del Prodotto Interno Lordo (PIL) del 2.8% anziché del 3%, mentre per il 2023 la previsione rimane la medesima, al 2%. Guardando nel dettaglio le quattro componenti della nostra economia, consumi delle famiglie, spesa pubblica, investimenti (in costruzioni e in beni strumentali per la produzione, come i macchinari) ed esportazioni, possiamo fare alcune considerazioni.
I consumi privati sembrano subire poco gli effetti diretti e indiretti della guerra in Ucraina, mostrando una crescita comunque buona del 3.6%. La riduzione della spesa pubblica stimata in precedenza con -1.5% si ridurrà sì, ma solo dello 0.7%: questo potrebbe indicare la necessità per le amministrazioni pubbliche di andare avanti a sostenere l’economia attraverso sussidi e contributi (in parte già confermati dalla Confederazione). Sul fronte degli investimenti si dovrebbe registrare una riduzione dello 0,5% delle costruzioni; probabilmente questo potrebbe essere dovuto più ai ritardi negli approvvigionamenti dei materiali, che non a causa di un vero e proprio rallentamento del settore. Al contrario, le aspettative degli imprenditori rimarrebbero positive (+3.4%) e questo li spingerebbe a rinnovare gli impianti produttivi oltre che a incrementare la capacità produttiva. Per quanto riguarda le esportazioni stupisce un po’ il miglioramento per quelle dei beni, aumentate dal 3.8% al 4.2%. Dal nostro punto di vista la situazione dei nostri paesi partner dal punto di vista commerciale potrebbe subire impatti diretti e indiretti maggiori rispetto a quanto valutato. Già oggi per esempio il tasso di inflazione che rende il potere di acquisto dei cittadini inferiore è a livelli storici negli Stati Uniti, ma anche in Germania, Gran Bretagna e Italia. Non dimentichiamo che la Svizzera è un paese esportatore netto e che deve oltre il 10% del suo benessere alla capacità di vendere di più di quanto compera. Secondo i dati della SECO invece le conseguenze sulla crescita dei nostri partner commerciali saranno abbastanza contenute. Meglio così se ci sbagliamo.
Altro punto su cui ci permettiamo di essere un po’ dubbiosi riguarda la previsione che stima un aumento dei prezzi al consumo solo dell’1.9%. Noi siamo un po’ più pessimisti. Questo scetticismo troverebbe in parte conferma anche nei dati appena pubblicati dell’indice dei prezzi alla produzione e all’importazione. Se è vero che la crescita su base mensile è solo dello 0.4%, il dato sale di +5,8% rispetto al mese di febbraio dell’anno scorso. Da parte nostra riteniamo che gli aumenti dei prezzi delle fonti energetiche, dei generi alimentari e delle materie prime in generale non sarà così transitorio e indolore come previsto dalla Segreteria di Stato dell’economia. Speriamo di sbagliarci. E speriamo che non sia in arrivo una nuova ondata di Covid che renderebbe superate tutte queste previsioni.

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Record di esportazioni svizzere!

La bilancia commerciale Svizzera nel 2021 è andata alla grande! Ce lo comunica l’ufficio federale della dogana e della sicurezza dei confini (UDSC), nuovo nome della “vecchia” amministrazione federale delle dogane (AFD).

I dati del 2021 dicono che le esportazioni, quindi i beni che abbiamo venduto all’estero, hanno raggiunto quasi i 260 miliardi di franchi: un record assoluto. La loro crescita rispetto all’anno prima è del 15,2%.

Sull’altro lato della bilancia dobbiamo mettere le importazioni, ossia i beni che abbiamo comprato dall’estero. Nel 2021 abbiamo speso circa 201 miliardi. Facendo la differenza tra esportazioni e importazioni troviamo la bilancia commerciale. La Svizzera è un paese esportatore netto, quindi vende al resto del mondo più beni di quanti ne comperi. Anche nel 2021 si è confermata questa tendenza con ben 58,7 miliardi di franchi di eccedenza.

So che potrei dirvi una cosa che vi farà sobbalzare sulla sedia ma a differenza di quello che saremmo tentati di pensare non sono il cioccolato, il latte e il formaggio i prodotti che esportiamo maggiormente e che ci consentono di fare questi importanti guadagni.

Metà dei guadagni è stata generata dai settori dei prodotti chimici e farmaceutici che hanno trascinato le vendite (130 miliardi di franchi). Al secondo posto con 31 miliardi troviamo i macchinari e i prodotti elettronici seguiti da ben 22 miliardi di franchi di orologi. L’orologeria merita tutta la nostra attenzione perché ha ottenuto il miglior risultato di sempre. Mai nella storia erano stati venduti così tanti orologi svizzeri. La maggioranza sono andati negli Stati Uniti. Tra le esportazioni non possiamo dimenticare anche i 17 miliardi di strumenti di precisione.

Ma dato che il nostro paese ha risorse limitate (basti pensare al territorio, alla manodopera e alle materie prime) abbiamo bisogno di importare tante materie prime e tanti prodotti semilavorati dai quali produrre i beni finali. E in effetti nelle importazioni troviamo ben 34 miliardi di prodotti chimici e farmaceutici, quasi 8 miliardi di macchinari e di elettronica e oltre 5 miliardi nel settore dell’orologeria.

Ma perché è così importante essere esportatori netti? Perché produrre di più di quello che si consuma consente di tenere dei posti di lavoro nella propria nazione che producono beni per i cittadini del resto del mondo che li comperano.

Sommando anche le altre relazioni commerciali con i paesi (servizi, redditi, capitali,…) si stima che grazie alle esportazioni manteniamo in Svizzera circa 400-500.000 posti di lavoro. Come vedete una bella cifra!

È per questa ragione quando i nostri vicini stanno male e le loro economie soffrono, siamo fortemente preoccupati anche noi. Se consumano meno, compreranno meno da noi, noi dovremo produrre meno e perderemo posti di lavoro. Quindi ben venga un augurio di “buona economia” a tutti!

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La tempesta perfetta

L’inflazione è arrivata. E non sarà passeggera come sostengono gli esperti per provare a tranquillizzarci. Sembrerebbe infatti che siamo nel bel mezzo di una “tempesta perfetta” con le cause classiche dell’inflazione che si stanno verificando tutte in contemporanea. Vediamone alcune. Prima: la domanda di beni in generale è molto aumentata dopo la fine del lockdown; anzi in alcuni casi, come per esempio per i prodotti necessari per lavorare o studiare da casa, non si è mai nemmeno fermata. La produzione, al contrario, necessita di tempo per adeguarsi. Aggiungiamo il problema degli intoppi nelle catene di approvvigionamento e dei sistemi di trasporto e il gioco è presto fatto. La domanda aumenta, l’offerta rimane ferma e quindi i prezzi salgono.
La seconda causa da “manuale” è l’aumento dei costi. Nel nostro caso i costi delle fonti energetiche sempre più scarse (anche per volere di chi le estrae), quelli delle materie prime e dei generi alimentari che risentono di condizioni meteo non controllabili, vengono ribaltati sui prezzi finali. Ve ne sarete accorti anche voi se avete fatto benzina di recente.
Infine, ben presto le banche centrali ridurranno il loro intervento nell’economia. Questo porterà a un aumento dei tassi di interesse. Il rincaro ricadrà sui privati che si sono indebitati per comperare casa, sulle aziende che hanno fatto investimenti e sull’economia in generale.
Nonostante le rassicurazioni della ministra del tesoro degli Stati Uniti, Yanet Yellen, la corsa dei prezzi non sembra arrestarsi: in settembre i prezzi americani sono aumentati del 5.4%. E le cose non vanno meglio nell’Eurozona dove l’ultimo dato parla di un aumento del 4.1%. Ancora più preoccupante quando si guarda alla locomotiva tedesca: era da 28 anni, dal lontano 1993, che non si raggiungeva un aumento dei prezzi così alto (4.5%).
Diventeremo tutti più poveri? La risposta non è così semplice. Sappiamo che l’economia Svizzera è piuttosto liberale per cui non vedremo aumentare i salari come accaduto in Germania nelle ultime settimane a seguito di scioperi indetti dai sindacati. E non vedremo nemmeno l’intervento dello Stato per ridurre l’IVA o aumentare i sussidi al consumo come fatto in Italia, Francia o Spagna. D’altra parte, che sia per la moneta forte, o per una maggiore flessibilità dell’economia, l’andamento dei prezzi in Svizzera è storicamente più stabile che negli altri Paesi. Come ci conferma per il momento l’1.2% di aumento annuale dei prezzi in ottobre. Attenzione però a cantare vittoria: gli anni Novanta e i tassi di interesse che superavano il 6% sono lontani ma molti di noi li ricordano ancora. E non è un bel ricordo.

Tratto dal Corriere del Ticino, 18.11.2021

AVVISO METEO: VENTI a tratti SOSTENUTI e MARI MOLTO MOSSI nei prossimi  giorni « 3B Meteo
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Salari bassi: i frontalieri aumentano, i giovani emigrano

Volete leggere una notizia che non fa più notizia? Eccola qui. I frontalieri in Ticino aumentano. Alcuni di voi penseranno che è una buona cosa perché se il numero di permessi cresce vuol dire che crescono i posti di lavoro e quindi l’economia va bene. Sì e no.
È vero che quando parliamo di un’economia in crescita i posti di lavoro devono aumentare, ma teoricamente è sufficiente che aumentino in proporzione all’aumento demografico. Purtroppo nel caso del Cantone Ticino ci troviamo di fronte a una realtà scomoda di cui l’opinione pubblica inizia solo ora ad occuparsi: il Cantone non solo invecchia, ma si spopola anche. E le previsioni per i prossimi decenni non ci rallegrano. Certo, sono tante le cause di questo genere di problemi demografici, ma la principale rimane secondo noi una e ben identificabile: il lavoro.
Il mercato del lavoro in Ticino oramai soffre da almeno un decennio. Le scelte, o meglio le non scelte, di dare un chiaro indirizzo e una vocazione alla struttura economica cantonale, oggi mostrano tutti i loro limiti.
Avere un’economia diversificata può essere un vantaggio, nel senso che riesce ad attutire meglio l’andamento negativo di un settore. Tuttavia se questa strategia si basa sui bassi salari, i limiti per lo sviluppo e per il benessere dei suoi cittadini presto o tardi si manifesteranno.
In Ticino oggi abbiamo 74’200 permessi di lavoro per persone che non vivono in questo Cantone. Parliamo di quasi 1’000 persone in più rispetto al secondo trimestre di quest’anno, 2’800 in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso e quasi 9’000 in più rispetto a 5 anni fa.
A colpirci a prima vista è l’aumento nei numeri, anche se oggi è più importante analizzare i settori in cui lavorano queste persone.
Così scopriamo che la percentuale di persone occupate nel settore secondario, quello dell’industria e delle costruzioni, si riduce costantemente: oggi solo una persona su tre ci lavora. Questo significa che due persone su tre lavorano nel settore dei servizi. Tra questi spicca la crescita costante nelle attività professionali, scientifiche e tecniche come gli studi di architettura o quelli di contabilità, settori questi che occupano oltre 8’500 persone (11.5% del totale). Anche il settore delle attività amministrative e di supporto alle aziende come per esempio la ricerca e la selezione del personale occupa oggi oltre 7’200 persone frontaliere. Tutti questi settori in cui volendo potrebbero trovar occupazione anche i ragazzi e le ragazze formati residenti che però faticano a farsi assumere.
E quale è e rimane il fattore competitivo determinante? Il salario. Purtroppo sempre più la concorrenza è agguerrita e ciò che spinge i nostri giovani a lasciare il loro Cantone è proprio la mancanza di prospettive. Detto questo, non vogliamo un’economia chiusa e posti di lavoro riservati, vogliamo solo che non sia il salario più basso la ragione che esclude a priori giovani qualificati e residenti.

Estratto intervista Cronache della Svizzera italiana, Rete Uno, 4.11.2021

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Ricchi e Poveri. La perequazione tra i Cantoni

Il nostro sistema svizzera si fonda sul federalismo, principio che sancisce che i 26 cantoni e gli oltre 2’200 comuni godono di molte competenze. Il principio della sussidiarietà stabilisce che i compiti devono essere eseguiti dal livello istituzionale superiore (Confederazione o Cantoni) solamente nel caso in cui esso lo esegua in maniera migliore rispetto ai livelli subordinati (Cantoni e Comuni). Per mantenere l’autonomia finanziaria e svolgere questi compiti tutti i livelli istituzionali possono riscuotere direttamente delle imposte e dei tributi. Ma anche così non tutti i cantoni dispongono delle stesse risorse finanziarie. Magari a causa della loro posizione geografica o dello sviluppo economico diverso. Per questo è stato creato lo strumento della perequazione finanziaria che si fonda sulla solidarietà: i cantoni economicamente forti e la Confederazione aiutano i cantoni deboli.
Dal punto di vista tecnico il meccanismo è molto complesso e si dota di cinque strumenti: due relativi al lato finanziario e altri tre relativi alla gestione dei compiti.
La perequazione finanziaria in senso stretto è composta da due meccanismi. Il primo è la perequazione delle risorse che mette in relazione il potenziale delle risorse per abitante del cantone con la media svizzera. Questo dato cerca di cogliere tutte le fonti tassabili, tra cui il reddito imponibile (anche dei frontalieri), la sostanza e gli utili delle persone giuridiche. Se l’indice è inferiore a 100 il cantone è economicamente debole e ha diritto a ricevere risorse dai cantoni forti e dalla Confederazione. Per il 2022 il Ticino ottiene un indice delle risorse pari a 96; il Cantone più debole è Giura con 65.6, mentre il cantone più forte Zugo con 255.4.
Il secondo meccanismo è la compensazione degli oneri. In questo caso la Confederazione supporta i cantoni che devono sostenere dei costi superiori alla media a causa della struttura demografica (povertà età e integrazione degli stranieri) e della situazione geografica e topografica (altitudine dei comuni, pendenza dei terreni e la bassa densità abitativa).
Il Ticino nel 2022 riceverà dalla perequazione finanziaria circa 52 milioni; di questi 20 milioni dalla perequazione delle risorse, 15 milioni di compensazione geo-topografica e 6 da quella socio- demografica. Possono sembrare tanti, ma diventano pochi se paragonati ai 935 milioni di Berna o ai quasi 800 milioni dal Vallese. Niente da lamentarci invece se ci confrontiamo ai quasi 500 milioni che paga Zurigo o ai 330 che si accolla Zugo.
Personalmente, ritengo che nonostante tutte le difficoltà tecniche, questa chiave di riparto debba essere rivista: senza essere degli esperti matematici, ma dotandoci di buon senso, comprendiamo subito che la cifra ottenuta dal Cantone Ticino non è lo specchio della realtà. Giovani che emigrano, bassi salari, popolazione più anziana, tasso di frontalieri elevato, attività a basso valore aggiunto. Questi sono solo una piccola parte dei problemi che dobbiamo affrontare. E farlo con centinaia di milioni in più, non guasterebbe.

La versione audio: Ricchi e Poveri. La perequazione tra i Cantoni
Fonte: lapagina.ch
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Che buono il cioccolato! Ancora più dolce se é sostenibile…

Bianco, nero, al latte, con le nocciole… e ancora tavolette, cioccolatini, creme da spalmare, uova di cioccolato… A chi non è venuta l’acquolina in bocca? Eh sì, il cioccolato attira anche noi economisti, e non solo per la nostra golosità.
Il “Cibo degli Dei” come fu ribattezzato dal botanico Carl Linnaeus attorno al 1750 era già noto ai Maya e agli Aztechi (siamo tra il 500 e il 700 dopo Cristo). Allora era ritenuto talmente prezioso che le fave di cacao venivano usate come mezzo di pagamento. Ma è solo nel 16° secolo che la bevanda arriva in Spagna.
Bisognerà attendere altri 300 anni per gettare le basi di quella che diventerà una tradizione e un fiore all’occhiello dell’industria alimentare svizzera. È il 1819 quando François-Louis Cailler apre a Vevey, sul lago Lemano, la prima fabbrica meccanizzata di cioccolato. È a lui che dobbiamo l’invenzione della tecnica per rendere il cioccolato solido e trasformarlo in tavolette. Da lì, come ci insegna Schumpeter (economista austriaco che morì nel 1950), le invenzioni arrivarono a grappoli. Philippe Suchard aprì a Neuchatel una fabbrica di cioccolato in cui inventò una macchina che mescolava e macinava lo zucchero e il cacao rendendoli una pasta omogenea. Kohler qualche anno più tardi inventò il cioccolato alle nocciole, ma soprattutto ebbe come apprendista Rudolf Lindt, sì, proprio il papà dei Lindor. E che dire di Jean Tobler che inventò il Toblerone o dei coniglietti di cioccolato dorati di Sprüngli?
Grazie a queste invenzioni ancora oggi la Svizzera è il Paese che produce più cioccolato al mondo: grazie ai 4’400 dipendenti del settore nel 2020 ne abbiamo fabbricate ben 180 mila tonnellate, come ci riferiscono i dati di Chocosuisse, la Federazione dei fabbricanti svizzeri di cioccolato. Oltre il 70% della nostra produzione viene esportata all’estero. La Germania è la più golosa: ne compera 1 tavoletta su 5. Seguono Francia, Regno Unito e Stati Uniti. Ma non preoccupatevi: ne rimane tanto anche per noi che ne mangiamo ben 10 chili all’anno a persona. Primi in assoluto, davanti a Germania, Estonia e Francia. E pensate che a causa della pandemia la quantità si è ridotta…
Quindi tutto dolce e buono? Non proprio. Purtroppo quando si risale nella filiera produttiva dei Paesi fornitori delle materie prime si scoprono sfruttamento, lavoro minorile, mancanza di rispetto per l’ambiente. Ed è per questo che la Piattaforma per il cacao sostenibile si preoccupa di certificare il coinvolgimento dei produttori locali, la sostenibilità e la trasparenza. Proprio per evitare che il nostro dolce cioccolato ci riservi amare sorprese.

La versione audio: Che buono il cioccolato! Ancora più dolce se sostenibile…