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Ticino: i frontalieri aumentano ancora

Ancora una volta i dati statistici confermano l’aumento del numero di frontalieri che lavorano in Ticino. Le cifre del terzo trimestre del 2022 ci permettono di fare delle considerazioni importanti.
La percentuale di persone che lavora nel settore secondario è scesa al 32%, circa una persona su tre. Vent’anni fa questo dato era del 55%, più di una persona su due. Se guardiamo all’interno del settore secondario vediamo un’importante riduzione sia nelle attività manifatturiere che passano da circa il 40% al 21%, sia in quello delle costruzioni dal 16% all’11%.
In conseguenza a questa riduzione, vediamo l’importante aumento del settore terziario che passa sempre in vent’anni dall’occupare il 44% dei frontalieri al 67%, due persone su tre. In questo caso è interessante notare come ci sia una certa stabilità per alcuni settori, ad esempio quello del commercio e della riparazione di autoveicoli che si attesta attorno al 15% degli occupati, quello dei servizi dell’alloggio e della ristorazione che rimane fermo a circa il 6% come pure quello delle attività sanitarie e sociali.
Altri settori invece mostrano dei cambiamenti rilevanti. Il settore delle attività professionali, scientifiche e tecniche (per intenderci attività legali e di contabilità, studi di ingegneria e di architettura) passano dal 3% di persone frontaliere occupate in questo settore nel 2002 a circa il 12% di oggi. In termini numerici parliamo di oltre 9’000 professionisti, aumentati in numero di ben 9 volte. Un discorso analogo può essere fatto per le attività amministrative e i servizi di supporto alle aziende come le attività di ricerca, selezione e fornitura del personale: in questo caso la percentuale è passata dal 2% al 10%. Parliamo oggi di oltre 7’700 persone occupate quando nel 2002 si contavano meno di 700 professionisti. L’aumento è stato di 11 volte.
Di per sé questi numeri non sono fonte di preoccupazione in assoluto. Se un’economia cresce e genera nuovi e buoni posti di lavoro non c’è nessun problema che siano occupati anche da persone non residenti. La situazione diventa problematica dal momento che si creano tensioni sul mercato del lavoro tra persone residenti e persone non residenti. Ed è innegabile che questo stia avvenendo da tempo in Ticino.
Lo vediamo se guardiamo alla pressione sui salari di tutta l’economia che non crescono come a livello nazionale. Lo vediamo osservando il divario enorme e in crescita tra salari dei residenti e dei frontalieri che è stato recentemente oggetto di una pubblicazione dell’ufficio cantonale di statistica (e non è così negli altri cantoni). Lo vediamo guardando ai nostri giovani che se ne vanno e a quelli che non tornano.
Bisogna avere il coraggio di parlare apertamente di queste tensioni. E per favore, non diciamo che il problema sta nel fatto che non formiamo sufficienti persone per occupare questi posti di lavoro. I dati parlano chiaro. Abbiamo ingegneri e architetti che vorrebbero eccome lavorare nel loro Cantone. Per non parlare del personale amministrativo nelle aziende. Insomma, i genitori dei ragazzi che mi contattano disperati perché i figli non trovano un lavoro, meritano altre risposte. Come meritano altre risposte i cinquantenni che perso il lavoro dopo trent’anni non riescono nemmeno a ottenere un colloquio. Non pensiamo di poter fare sempre finta che non ci siano problemi. I problemi ci sono, eccome. Bisogna risolverli.

Ticino: i frontalieri aumentano ancora
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La favola del Cantone Ticino…

Ve la ricordate la favoletta che ci hanno raccontato durante la crisi Covid? “Il Canton Ticino, grazie alla sua economia diversificata sta affrontando la situazione meglio degli altri”.
Peccato che i dati appena pubblicati dall’ufficio federale della statistica dicano il contrario. Nel 2020 il prodotto interno lordo svizzero (PIL) si è ridotto del 2.4%; quello del Canton Ticino del 5.2%, 2.2 volte di più. Peggio di noi fanno solo Giura (-8.5%), Neuchâtel (-6.5%) e Glarona (-5.3%).
Naturalmente non neghiamo la violenza e l’eccezionalità della pandemia, né che il piccolo Canton Ticino, con la sua produzione annuale di circa 30 miliardi di franchi di beni e servizi, potesse reggere il colpo senza conseguenze. D’altronde non serve neppure a nessuno andare avanti a negare le problematiche che affliggono il nostro Cantone. Prima fra tutte è la sua struttura economica che vede il settore industriale e quello dei servizi a basso valore aggiunto come dominanti. Questo ci porta a essere sempre negli ultimi posti delle graduatorie sull’attrattività e la competitività nazionale.
Il settore industriale, quello delle costruzioni, quello del commercio al dettaglio, ma anche il settore infermieristico, quello dell’amministrazione pubblica e dei servizi sociali sono attività fondamentali, ma non bastano. Non possiamo ignorare che un cantone al passo coi tempi e che voglia offrire posti di lavoro ai suoi giovani debba spingere anche verso altri settori. La struttura economica del Canton Zurigo, locomotiva svizzera, è decisamente differente: la quota di prodotto interno lordo generata dai servizi finanziari e da quelli assicurativi e dalle attività immobiliari, scientifiche e tecniche rappresenta una fetta importantissima. Non a caso sono questi i settori ad alto valore aggiunto e non a caso è Zurigo il Cantone con i salari più alti.
Non possiamo cambiare la struttura economica del nostro paese dall’oggi al domani, ma possiamo valorizzare quanto abbiamo sul territorio e accompagnare le nostre aziende verso una visione più di medio-lungo termine.
La statistica ancora non misura un fenomeno che preoccupa i sonni di molti e che potrebbe rendere definitivamente questo cantone un cantone dormitorio. Sempre più giovani, e non solo loro, accettano posti di lavoro oltre Gottardo. Qui trascorrono 3 giorni alla settimana per poi rientrare in Ticino e lavorare da casa per gli altri due. È un lusso che non possiamo permetterci. Questi giovani capaci, competenti e qualificati, devono contribuire allo sviluppo di questo Cantone.
Ora siamo a un bivio: possiamo andare avanti a raccontarci la favola che tutto va bene, che siamo un’economia performante, che la diversificazione è la nostra ricchezza, oppure possiamo cominciare a lavorare perché questa favola diventi realtà.

La versione audio: La favola del Cantone Ticino
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La povertà in Ticino c’è, eccome

“La povertà è definita come un’insufficienza di risorse (materiali, culturali e sociali) che preclude alle persone il tenore di vita minimo considerato accettabile nel paese in cui vivono” (UST). Nelle poche righe dell’ufficio federale di statistica comprendiamo la multidimensionalità della povertà. E per questo siamo soliti calcolare tre indicatori.
Primo, la povertà in senso assoluto che indica le persone o i nuclei familiari che vivono al di sotto di una soglia monetaria definita come minimo vitale. Nel 2020 era fissata in 2’279 CHF per una persona sola e in 3’963 per una famiglia di due adulti e due bambini.
Secondo, per ritenere l’importanza che il tessuto sociale ha nella vita degli individui si misura anche il rischio di povertà che è un concetto relativo che si basa sull’idea che se la disuguaglianza è troppo grande rispetto al resto della società difficilmente si potrà condurre una vita integrata. Così si è poveri se si guadagna meno del 60% (o del 50%) del reddito mediano.
Infine da qualche anno si parla anche di deprivazione materiale che misura l’impossibilità di acquistare alcuni beni o di svolgere determinate attività, come andare in vacanza una settimana all’anno o comprare un’automobile o un computer o ancora non poter far fronte a una spesa imprevista di 2’500 CHF.
La povertà non tocca tutti alla stessa maniera. Ci sono alcune categorie di persone maggiormente toccate. Per esempio la povertà sembra riguardare maggiormente le persone con più di 65 anni, la popolazione straniera, le persone che hanno una formazione limitata alla scuola dell’obbligo, i disoccupati, i genitori soli con figli, gli inquilini e coloro che guadagnano meno di 33’350 CHF all’anno.
Ora se rapportiamo queste caratteristiche alla popolazione del Cantone Ticino vediamo subito la sovra rappresentanza di alcune categorie. E non a caso, scopriamo che il tasso di rischio di povertà nel nostro cantone e di quasi il 25% contro una media nazionale del 15%. In Ticino una persona su quattro guadagna meno del 60% del reddito mediano.
Certo sono tante le cause, ma forse la principale rimane la fragilità del nostro mercato del lavoro. Fragilità che sempre più conduce i nostri giovani ad armarsi di tanto coraggio e tanta voglia di fare per cercare fortuna oltre Gottardo; che sempre più spinge le persone a dover fare più di un lavoro alla volta; che sempre più porta gli individui a ricorrere agli aiuti dello Stato.
Le soluzioni sono di tipo strutturale e richiedono tempo. Ma non possiamo girarci dall’altra parte e far finta di niente. Per questo ringraziamo le associazioni benefiche che cercano di dare sollievo alle persone meno fortunate che vivono nel nostro Cantone. Tra queste, ringrazio il Soccorso d’inverno Ticino per il suo lavoro e per avermi permesso di portare queste riflessioni nella loro assemblea annuale.

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Ticino: primo in classifica… per povertà e debiti

Nel 2020 abbiamo raggiunto il gradino più alto di una statistica. Peccato che sia quella che indica che il Ticino è la regione in Svizzera con il tasso di povertà più alto. Eravamo, e siamo ancora, i più poveri in Svizzera. Certo i tassi di disoccupazione ufficiali così bassi ci rincuorano. Peccato non relazionarli ai dati sulla povertà, a quelli sull’indebitamento o ancora al numero di giovani che vanno fuori Cantone per trovare lavoro. Insomma le cose non stanno così bene come alcuni preferiscono raccontare. Ma vediamo i dati nel dettaglio.
I dati sulla povertà in Ticino confermano che le cose vanno male per noi. Il tasso di povertà medio in Svizzera è dell’8.5%; in Ticino siamo al 14.5%. Significa che 1 persona su 7 vive al di sotto della soglia di povertà, fissata a 2’279 franchi al mese per una persona sola e a 3’963 franchi per un’economia domestica composta da due adulti e due bambini sotto ai 14 anni. Guardando all’evoluzione dobbiamo purtroppo constatare che le persone povere sono aumentate da 43 mila del 2019 a 50 mila del 2020. E questi dati non considerano ancora gli effetti della pandemia di due anni fa e quelli dell’inflazione di oggi.

Purtroppo questa situazione si conferma anche guardando al rischio di povertà. Le persone a rischio di povertà sono quelle il cui reddito risulta inferiore al 60% del reddito disponibile equivalente mediano in Svizzera (o al 50% dipende dal riferimento che si adotta). Insomma per semplificare se guadagnate meno del 60% di quello che guadagna il cittadino mediano (quello che vede il 50% di persone che guadagnano più di lui e il 50% che guadagnano meno) siete a rischio povertà. Purtroppo anche in questo caso il Ticino guida la classifica.
E non finisce qui. Siamo tra i primi posti per quanto riguarda la deprivazione materiale e quella grave, abbiamo le più alte percentuali di persone che vivono con difficoltà economiche, con arretrati di pagamenti e che fanno fatica ad affrontare una spesa imprevista o andare una settimana in vacanza o a consumare un pasto completo un giorno su due. Siamo i cittadini più indebitati in Svizzera: che si vada dal leasing per l’automobile agli acquisti a rate, il “ticinese” è indebitato e si indebita. Non a caso ben il 31.2% delle economie domestiche ha più di una carta di credito per adulto (la media svizzera è del 23.7%). E non solo. Siamo i primi ad avere arretrati di pagamenti sull’affitto, sulle fatture di acqua, elettricità, gas o riscaldamento e sulle imposte.
E come mai tutto questo si verifica? Certo possiamo parlare di età, di formazione, di nazionalità, dell’essere una famiglia monoparentale. Ma soprattutto non possiamo non ricordare che il Cantone Ticino è il cantone con i salari più bassi in Svizzera, salari che non solo non aumentano, ma che in alcuni casi addirittura diminuiscono. Questo è il primo punto da affrontare e risolvere.

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©Ti-Press
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Il lavoro che soffre

Il mercato del lavoro in Ticino soffre. I dati pubblicati dall’Ufficio federale di statistica per il primo trimestre del 2022 sugli occupati e sugli addetti confermano tendenze già emerse nei mesi scorsi. Negli ultimi 10 anni gli occupati in Ticino sono aumentati di circa 20 mila persone. Un dato che sembra molto incoraggiante se non per il fatto che si è verificata una riduzione di 5 mila persone svizzere a fronte di un aumento di 20 mila frontalieri. Nessun problema se i due attori non entrano in concorrenza e conflitto.

Sappiamo che bisogna essere prudenti nel trarre le conclusioni, tuttavia possiamo mettere in evidenza alcuni elementi. Nel periodo gennaio-dicembre 2022 rispetto al trimestre precedente in Ticino abbiamo perso quasi 8.500 persone occupate residenti; il numero scende a 6.700 se includiamo anche i frontalieri. Questa differenza conferma nuovamente l’aumento di persone non residenti nel mercato del lavoro ticinese.

Non siamo ancora in grado di dire con certezza perché le persone occupate residenti nel cantone sono diminuite in misura così grande (l’11% dell’intero dato nazionale), ma possiamo supporre per esempio che ci sia stato un incremento dei pensionamenti anticipati oppure degli spostamenti verso altri cantoni o nazioni. Solo le analisi specifiche potranno confermare queste ipotesi.

Ancora più preoccupante è stata la variazione annuale rispetto a quanto successo mediamente in Svizzera. A livello nazionale c’è stata una crescita di occupati pari a quasi 50 mila residenti, mentre a livello cantonale anche in questo caso si registra una perdita (-2 mila persone). Analizzando i dati in dettaglio scopriamo altre tendenze. Nell’ultimo anno sono stati principalmente gli uomini a uscire dal mercato del lavoro, mentre le donne sono aumentate. Anche in termini di nazionalità si confermano i dati passati che vedono una riduzione degli svizzeri a vantaggio degli stranieri. Infine, appare rilevante anche il tempo di lavoro: le persone che lavorano a tempo pieno diminuiscono e quelle a tempo parziale aumentano.

Infine se paragoniamo questi dati con quelli degli addetti (posti di lavoro) sembriamo trovare una conferma: dato che il numero di posti di lavoro aumenta e le persone diminuiscono, allora sembrerebbe che le persone occupate svolgano più di un lavoro.

Al momento non siamo in grado di dire molto di più, anche se speriamo di sbagliarci nella nostra ipotesi. Non vorremmo proprio che nel nostro cantone sia in atto una sostituzione di persone residenti che lavorano a tempo pieno con salari medio-alti e che anticipano il pensionamento con persone non residenti che svolgono più attività a tempo parziale e con salari più bassi.

Speriamo proprio che i prossimi dati ci diranno che ci sbagliamo.

Tratto dal Corriere del Ticino, 04.06.2022

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Ticino: le donne guadagnano un po’ di più, gli uomini… di meno

Tra il 2018 e il 2020 la differenza salariale tra uomini e donne in Ticino si è ridotta dal 17,3% al 13,9%. Finalmente una buona notizia? Sì e no. Analizzando i dati scopriamo due fattori, uno positivo e l’altro negativo. I salari femminili sono leggermente aumentati, bene. Peccato invece che i salari degli uomini siano rimasti stabili e in alcuni casi addirittura diminuiti. Purtroppo questo conferma ancora una volta che il Canton Ticino e il suo mercato del lavoro sono in seria difficoltà. Le economie sane sono contraddistinte da salari che aumentano e condizioni di lavoro che migliorano. In Ticino, al contrario, anche la parità di genere la facciamo verso il basso. Ma perché le donne continuano a guadagnare comunque meno degli uomini?
Le donne storicamente sono entrate nel mondo del lavoro tardi. Nella maggior parte dei paesi la grande occupazione femminile è iniziata durante le guerre: gli uomini erano al fronte a combattere, le donne dovevano lavorare soprattutto nelle fabbriche di materiale bellico. Rispetto alle altre nazioni in Svizzera questo fenomeno è stato più contenuto, ragione che in parte spiega il ritardo dell’entrata delle donne nel mondo professionale.
Per anni abbiamo letto che le donne guadagnano di meno a causa della minore formazione. Ora questa considerazione non tiene più: le donne studiano addirittura di più degli uomini. E allora, quali sono i fattori che possono spiegarci la differenza salariale?
Le ragazze scelgono lavori dove gli stipendi sono mediamente più bassi, come il settore del commercio e dell’amministrazione o i servizi di cura delle persone (cure infermieristiche, lavoro sociale,…). Anche le ragazze che vanno all’università scelgono soprattutto le scienze umane e sociali. Questo è il fenomeno della segregazione orizzontale.
Secondo. Ancora oggi in Ticino le donne che ricoprono ruoli di responsabilità sono poche; ancora meno quelle nelle direzioni o nei consigli di amministrazione. Questo significa salari più bassi. E questa è la segregazione verticale.
In aggiunta non dimentichiamo che le donne sono occupate maggiormente a tempo parziale, fatto che oltre ad avere dei benefici comporta anche minori possibilità di carriera.
E i guai non finiscono qui. Le donne sono sottoccupate, ossia vorrebbero lavorare ad una percentuale maggiore, ma non possono farlo. Le donne che devono fare più di un lavoro per vivere sono di più degli uomini. Il 16% delle donne guadagna meno di 3’400 CHF al mese. Sempre le donne hanno lavori più precari che sono i primi a sparire durante le crisi e quindi hanno tassi di disoccupazione più alti.
Detto questo e nonostante questo, guardo al futuro delle donne con grande ottimismo. Le nuove generazioni, quelle che sono entrate da poco nel mondo del lavoro e che ci entreranno nei prossimi anni, non vivono fortunatamente nessuna guerra aperta tra i sessi, anzi. L’idea di nuovi modelli familiari dove entrambi i partner lavorano a tempo parziale per realizzarsi anche nella famiglia o negli interessi personali prende sempre più spazio. Ma affinché questi cambiamenti possono avvenire dobbiamo garantire anche in Ticino salari giusti, sia per gli uomini che per le donne.

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Ticino: economia a basso valore aggiunto, emigrazione giovanile, salari bassi

Siamo i più poveri della Svizzera. O, se preferite, siamo gli Svizzeri che guadagnano di meno. Forse non è una grande scoperta, penseranno alcuni. Infatti: è un fatto e le cause sono tante, complesse e non affrontabili facilmente. Per risolvere un problema la prima cosa da fare è riconoscerne l’esistenza. Purtroppo, ancora oggi in Ticino c’è chi ha paura di chiamare le cose con il loro nome: economia a basso valore aggiunto, emigrazione giovanile, salari bassi. Parlare di “economia diversificata”, di “poli tecnologici” e di “innovazione” è molto più soddisfacente e presentabile nei salotti buoni. Purtroppo, oggi la nostra realtà, non è questa. Se vogliamo davvero uno sviluppo virtuoso del cantone Ticino dobbiamo, in primis, riconoscerne i problemi, rinunciando alle narrazioni consolatorie ed edificanti, così da poterli affrontare e, magari, risolverli.
Sappiamo che le cause della situazione attuale sono tante. Ragioni storiche e geografiche ci hanno consentito per anni di sfruttare la manodopera di confine a prezzi più bassi. Ma con il passare del tempo questi “vantaggi” sono diventati il nostro principale limite. Il passaggio da un’economia basata sul settore primario (agricoltura) a un’economia finanziaria è avvenuto saltando quasi a piè pari la fase industriale. Questo non ci ha permesso di sviluppare e diffondere appieno una vera cultura imprenditoriale. Un altro tassello negativo è stato la perdita di posti di lavoro nelle ex regie federali, che chiedevano competenze elevate ma offrivano allo stesso tempo salari e condizioni di carriera di livello svizzero.
Per molti anni abbiamo trovato comodi colpevoli per il ritardo ticinese rispetto al resto della Svizzera: la mancanza di qualifiche avanzate, la scarsità di centri di eccellenza, l’assenza dal territorio di accademie e alte scuole. Erano scuse e comunque non tengono più: Università della Svizzera Italiana, SUPSI, Centro di Studi Bancari, Cardiocentro, Centro Svizzero di Calcolo, Istituto Oncologico della Svizzera Italiana, Istituto di Ricerca in Biomedicina… sono solo alcune delle eccellenze del nostro Paese. Anche grazie ad esse i nostri giovani sono ottimamente formati scolasticamente e professionalmente.
Infatti, le aziende, le banche, le assicurazioni del resto della Svizzera accolgono i nostri giovani a braccia aperte; offrono loro salari e condizioni di crescita professionale molto buone. Significa che stiamo fornendo a queste ragazze e ragazzi gli strumenti perché possano avere il futuro che meritano. Ma non basta. Bisogna smettere di nascondere la testa nella sabbia. I nostri problemi hanno nomi precisi: economia a basso valore aggiunto, emigrazione giovanile, salari bassi. E, soprattutto, dobbiamo impegnarci per avere (finalmente!) un piano di sviluppo economico serio, affinché i nostri giovani abbiano un futuro anche qui, nel loro Cantone, senza doversene andare. Perché questo, nel più classico dei circoli viziosi, è un altro, ancora più grave, tipo di impoverimento: un’intera generazione in fuga.

La versione audio: Ticino: economia a basso valore aggiunto, emigrazione giovanile, salari bassi

L’emigrazione giovanile impoverisce il Ticino

Sentiamo dire che le esperienze all’estero fanno bene ai giovani. Certo, se non fosse che questi giovani sono oggi costretti ad andarsene, non lo scelgono. Questa cosa ha un nome semplice e chiaro: emigrazione.

Si narra che ci sono grandi difficoltà a trovare giovani competenti e che dovremmo lavorare tutti quanti per formare, in un futuro luminoso, ragazzi capaci con profili competitivi. Suona bene nei dibattiti ma è essenzialmente una fandonia. I nostri figli e le nostre figlie sono preparati in maniera eccellente. E infatti a Zurigo, a Lucerna e a Friburgo li assumono velocemente e a condizioni molto buone. Sono poco formati solo qui, a casa loro? A meno che il semplice atto di attraversare il Gottardo non abbia effetti miracolosi sulla loro competitività e preparazione, è probabile che sarebbero altrettanto degni di trovare lavoro in Ticino se non fossero troppo costosi. Questa cosa ha un nome semplice: “salari bassi”.

E che dire del fatto che dovremmo “essere ottimisti e aprirci al mondo”? Proviamo a dirlo alle centinaia di persone licenziate e rimpiazzate da chi costa meno; andiamo a raccontarlo alle famiglie che vedono partire i figli per andare oltre Gottardo. Non usiamo giri di parole quando possiamo chiamare le cose con il loro nome: “concorrenza della manodopera estera a basso costo”.

Le cause della spinta migratoria che sta espellendo i nostri ragazzi e le nostre ragazze hanno nomi chiari: bassi salari, economia fragile, frontalierato. E permettetemi di aggiungere, mancanza di coraggio. Sì, perché ci vuole coraggio a chiamare le cose con il loro nome.

Capita poi di partecipare a conferenze, in cui si presentano le quattro o cinque eccellenze del Paese. Certo, queste realtà ci sono. Sono la punta di un iceberg di cui esiste… solo la punta. Sotto il pelo dell’acqua ormai non c’è quasi più nulla. La forza lavoro del Cantone che è formata, motivata, capace meriterebbe di trovare lavoro qui con stipendi dignitosi. Non c’è bisogno della mitica Silicon Valley: basterebbe proteggere meglio il nostro mercato del lavoro e i nostri salari.

Non è vero che non abbiamo la massa critica per garantire dei posti di lavoro dignitosi o che non ci sono aziende sane che vogliono dare un futuro a queste persone e questo Cantone. E non è neppure vero che non possiamo fare niente per un territorio che invecchia e si spopola. Potremmo fare molto se cominciassimo ad accettare di chiamare i problemi con il loro nome: bassi salari, economia fragile, frontalierato, ossia la triade alla base della nuova emigrazione ticinese.

Ammettiamolo e potremo andare avanti. Oppure possiamo raccontare le solite favolette consolatorie. E rassegnarci ad attendere le prossime cifre che diranno che, guarda un po’, ci sono più frontalieri e i nostri stipendi si sono abbassati ulteriormente.

Articolo tratto da L’Osservatore, 6.11.2021

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Salari bassi: i frontalieri aumentano, i giovani emigrano

Volete leggere una notizia che non fa più notizia? Eccola qui. I frontalieri in Ticino aumentano. Alcuni di voi penseranno che è una buona cosa perché se il numero di permessi cresce vuol dire che crescono i posti di lavoro e quindi l’economia va bene. Sì e no.
È vero che quando parliamo di un’economia in crescita i posti di lavoro devono aumentare, ma teoricamente è sufficiente che aumentino in proporzione all’aumento demografico. Purtroppo nel caso del Cantone Ticino ci troviamo di fronte a una realtà scomoda di cui l’opinione pubblica inizia solo ora ad occuparsi: il Cantone non solo invecchia, ma si spopola anche. E le previsioni per i prossimi decenni non ci rallegrano. Certo, sono tante le cause di questo genere di problemi demografici, ma la principale rimane secondo noi una e ben identificabile: il lavoro.
Il mercato del lavoro in Ticino oramai soffre da almeno un decennio. Le scelte, o meglio le non scelte, di dare un chiaro indirizzo e una vocazione alla struttura economica cantonale, oggi mostrano tutti i loro limiti.
Avere un’economia diversificata può essere un vantaggio, nel senso che riesce ad attutire meglio l’andamento negativo di un settore. Tuttavia se questa strategia si basa sui bassi salari, i limiti per lo sviluppo e per il benessere dei suoi cittadini presto o tardi si manifesteranno.
In Ticino oggi abbiamo 74’200 permessi di lavoro per persone che non vivono in questo Cantone. Parliamo di quasi 1’000 persone in più rispetto al secondo trimestre di quest’anno, 2’800 in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso e quasi 9’000 in più rispetto a 5 anni fa.
A colpirci a prima vista è l’aumento nei numeri, anche se oggi è più importante analizzare i settori in cui lavorano queste persone.
Così scopriamo che la percentuale di persone occupate nel settore secondario, quello dell’industria e delle costruzioni, si riduce costantemente: oggi solo una persona su tre ci lavora. Questo significa che due persone su tre lavorano nel settore dei servizi. Tra questi spicca la crescita costante nelle attività professionali, scientifiche e tecniche come gli studi di architettura o quelli di contabilità, settori questi che occupano oltre 8’500 persone (11.5% del totale). Anche il settore delle attività amministrative e di supporto alle aziende come per esempio la ricerca e la selezione del personale occupa oggi oltre 7’200 persone frontaliere. Tutti questi settori in cui volendo potrebbero trovar occupazione anche i ragazzi e le ragazze formati residenti che però faticano a farsi assumere.
E quale è e rimane il fattore competitivo determinante? Il salario. Purtroppo sempre più la concorrenza è agguerrita e ciò che spinge i nostri giovani a lasciare il loro Cantone è proprio la mancanza di prospettive. Detto questo, non vogliamo un’economia chiusa e posti di lavoro riservati, vogliamo solo che non sia il salario più basso la ragione che esclude a priori giovani qualificati e residenti.

Estratto intervista Cronache della Svizzera italiana, Rete Uno, 4.11.2021

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Ricchi e Poveri. La perequazione tra i Cantoni

Il nostro sistema svizzera si fonda sul federalismo, principio che sancisce che i 26 cantoni e gli oltre 2’200 comuni godono di molte competenze. Il principio della sussidiarietà stabilisce che i compiti devono essere eseguiti dal livello istituzionale superiore (Confederazione o Cantoni) solamente nel caso in cui esso lo esegua in maniera migliore rispetto ai livelli subordinati (Cantoni e Comuni). Per mantenere l’autonomia finanziaria e svolgere questi compiti tutti i livelli istituzionali possono riscuotere direttamente delle imposte e dei tributi. Ma anche così non tutti i cantoni dispongono delle stesse risorse finanziarie. Magari a causa della loro posizione geografica o dello sviluppo economico diverso. Per questo è stato creato lo strumento della perequazione finanziaria che si fonda sulla solidarietà: i cantoni economicamente forti e la Confederazione aiutano i cantoni deboli.
Dal punto di vista tecnico il meccanismo è molto complesso e si dota di cinque strumenti: due relativi al lato finanziario e altri tre relativi alla gestione dei compiti.
La perequazione finanziaria in senso stretto è composta da due meccanismi. Il primo è la perequazione delle risorse che mette in relazione il potenziale delle risorse per abitante del cantone con la media svizzera. Questo dato cerca di cogliere tutte le fonti tassabili, tra cui il reddito imponibile (anche dei frontalieri), la sostanza e gli utili delle persone giuridiche. Se l’indice è inferiore a 100 il cantone è economicamente debole e ha diritto a ricevere risorse dai cantoni forti e dalla Confederazione. Per il 2022 il Ticino ottiene un indice delle risorse pari a 96; il Cantone più debole è Giura con 65.6, mentre il cantone più forte Zugo con 255.4.
Il secondo meccanismo è la compensazione degli oneri. In questo caso la Confederazione supporta i cantoni che devono sostenere dei costi superiori alla media a causa della struttura demografica (povertà età e integrazione degli stranieri) e della situazione geografica e topografica (altitudine dei comuni, pendenza dei terreni e la bassa densità abitativa).
Il Ticino nel 2022 riceverà dalla perequazione finanziaria circa 52 milioni; di questi 20 milioni dalla perequazione delle risorse, 15 milioni di compensazione geo-topografica e 6 da quella socio- demografica. Possono sembrare tanti, ma diventano pochi se paragonati ai 935 milioni di Berna o ai quasi 800 milioni dal Vallese. Niente da lamentarci invece se ci confrontiamo ai quasi 500 milioni che paga Zurigo o ai 330 che si accolla Zugo.
Personalmente, ritengo che nonostante tutte le difficoltà tecniche, questa chiave di riparto debba essere rivista: senza essere degli esperti matematici, ma dotandoci di buon senso, comprendiamo subito che la cifra ottenuta dal Cantone Ticino non è lo specchio della realtà. Giovani che emigrano, bassi salari, popolazione più anziana, tasso di frontalieri elevato, attività a basso valore aggiunto. Questi sono solo una piccola parte dei problemi che dobbiamo affrontare. E farlo con centinaia di milioni in più, non guasterebbe.

La versione audio: Ricchi e Poveri. La perequazione tra i Cantoni
Fonte: lapagina.ch