Ticino: sempre più persone senza lavoro

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Ricevo sempre più messaggi da persone che hanno perso il lavoro o che non riescono a trovarlo. Mi scrivono uomini e donne che hanno lavorato per venti o trent’anni e che, da un giorno all’altro, si ritrovano fuori. Cinquantenni che inviano decine di curriculum senza ricevere neppure una risposta. Giovani costretti a passare da uno stage a un contratto precario, senza riuscire a costruirsi una vita. Famiglie che la sera rifanno i conti e non sanno più dove tagliare.

Perdere il lavoro non significa soltanto perdere uno stipendio. Cambia il modo in cui si guarda al mese successivo, si valuta ogni spesa e si parla del futuro con i propri figli. A volte cambia anche il modo in cui una persona guarda sƩ stessa.

Nel frattempo, in Ticino, continuano le chiusure, i licenziamenti e i ridimensionamenti. Bally, Lastminute.com e Auriel Investment, la società di Paradiso legata al marchio Roberto Cavalli, sono soltanto gli ultimi nomi di una lista che continua ad allungarsi. A questi si aggiungono molte aziende più piccole, che non finiscono sui giornali ma lasciano comunque a casa lavoratrici e lavoratori.

La nostra industria perde un pezzo alla volta: un reparto, una produzione, una sede. Di ogni caso si parla per qualche giorno, poi l’attenzione si sposta altrove. Chi ha perso il lavoro, invece, resta con il leasing, l’affitto, la spesa e le bollette da pagare.

I dati mostrano che non si tratta soltanto di una sensazione. Nel 2025 la crescita degli impieghi ĆØ stata sostenuta soprattutto dal lavoro a tempo parziale, mentre diminuiva il volume complessivo di lavoro. Verso la fine dell’anno hanno cominciato a calare anche i posti a tempo pieno. Nel primo trimestre del 2026, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, in Ticino sono scomparsi circa 2’400 impieghi, sono diminuiti gli equivalenti a tempo pieno e anche i posti liberi. La disoccupazione calcolata secondo i criteri internazionali (ILO) ha superato il 7,5% e tocca più di 14’000 persone.

Non siamo davanti a un crollo improvviso, ma a un indebolimento che procede quasi senza fare rumore. Le chiusure sembrano ogni volta casi isolati; sommate tra loro, però, ci consegnano un Cantone con meno lavoro, meno competenze e meno possibilità. E le cose andranno avanti a peggiorare.

Lo Stato non può limitarsi a registrare le chiusure quando ormai è troppo tardi. Deve sostenere le imprese sane che investono, formano personale e mantengono posti di lavoro sul territorio. Deve eliminare gli ostacoli inutili, prendere decisioni più rapidamente e aiutare le aziende che attraversano una difficoltà temporanea ma hanno ancora prospettive.

PerchĆ© dietro ogni posto perso c’è una persona che torna a casa e deve spiegare alla propria famiglia che da domani tutto sarĆ  più difficile.

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Elon Musk: il primo uomo da mille miliardi (ma non in contanti)

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Elon Musk ĆØ diventato il primo trilionario della storia dopo la quotazione in borsa di SpaceX. La notizia ĆØ vera, ma va spiegata con precisione.

SpaceX ha debuttato al Nasdaq il 12 giugno 2026. Secondo Reuters, la societĆ  ha collocato circa 556 milioni di azioni a 135 dollari ciascuna (108 CHF), raccogliendo 75 miliardi di dollari (60 miliardi CHF). ƈ stata la più grande offerta pubblica iniziale mai realizzata. Al momento del collocamento, SpaceX valeva circa 1’770 miliardi di dollari (1’410 miliardi CHF); durante la prima giornata il titolo ĆØ salito fino a 160,95 dollari (130 CHF), portando la valutazione della societĆ  oltre i 2’000 miliardi (1’600 miliardi CHF).

Musk possiede circa il 38% del capitale. Sommando il valore della sua quota in SpaceX, le azioni e le opzioni Tesla e le partecipazioni nelle altre societĆ , Forbes ha stimato il suo patrimonio attorno ai 1’100 miliardi di dollari (877 miliardi CHF). Reuters lo ha quindi indicato come la prima persona al mondo ad aver superato la soglia del trillion.

Questo non significa che Musk abbia mille miliardi in contanti. La sua ricchezza è costituita soprattutto da azioni e partecipazioni; per calcolarne il valore viene utilizzato il prezzo di mercato. Certamente è una ricchezza reale, perché può essere venduta o utilizzata come garanzia, ma è anche molto variabile. Se le azioni SpaceX o Tesla scendessero, Musk perderebbe decine di miliardi senza spendere un solo dollaro.

Anche la parola ā€œtrilionarioā€ ĆØ problematica: nell’inglese americano un trillion equivale a mille miliardi, mentre nella scala numerica italiana tradizionale questa cifra si chiama bilione (il trilione ĆØ un miliardo di miliardi). La formulazione più corretta ĆØ quindi che Elon Musk ĆØ diventato la prima persona con un patrimonio stimato superiore a mille miliardi di dollari.

Resta da capire perchĆ© SpaceX valga cosƬ tanto. La societĆ  non costruisce soltanto razzi; controlla Starlink (la rete di satelliti che offre collegamenti internet anche nelle zone più isolate), dispone di contratti con la NASA e con il governo statunitense e opera in settori strategici come telecomunicazioni, difesa e intelligenza artificiale. Gli investitori non stanno quindi pagando soltanto i risultati di oggi, ma soprattutto ciò che SpaceX potrebbe diventare domani. Qui si trova il punto più delicato. Nei documenti esaminati da Reuters, SpaceX ha dichiarato per il 2025 ricavi per circa 18,7 miliardi di dollari (15 miliardi CHF) e una perdita operativa superiore ai 4 miliardi 3,2 miliardi CHF). Ci troviamo dunque davanti a una societĆ  valutata oltre 2’000 miliardi che non ha ancora raggiunto la redditivitĆ . Il mercato sta scommettendo su una crescita futura enorme: potrebbe avere ragione, ma potrebbe anche aver anticipato profitti che richiederanno molti anni o che non arriveranno nella misura sperata. Ma questo non cancella i risultati ottenuti. SpaceX ha ridotto il costo dei lanci, sviluppato razzi riutilizzabili e costruito una rete satellitare globale.

Infine, c’è il tema del controllo: pur possedendo ā€œsoloā€ circa il 38% del capitale, Musk conserva circa l’85% dei diritti di voto.  Musk controlla imprese attive nell’automobile, nello spazio, nelle comunicazioni, nell’intelligenza artificiale e nei media. Una concentrazione di ricchezza di queste dimensioni comporta anche una concentrazione di potere economico e politico. Tutto suo, e probabilmente, tutto meritato.

Primo maggio: il lavoro che manca

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Il Primo maggio non ĆØ solo una ricorrenza. Non ĆØ una bandiera da tirare fuori una volta all’anno, magari un po’ stropicciata, per poi rimetterla nel cassetto. ƈ il giorno in cui dovremmo chiederci se il lavoro, in Ticino, permette ancora di vivere con dignitĆ . La risposta, purtroppo, ĆØ no.

Il nostro mercato del lavoro ĆØ fragile. Lo diciamo da anni. I salari ticinesi restano i più bassi della Svizzera. Nel 2024 il salario mediano nel settore privato era di 5’393 franchi, con un divario ancora importante rispetto al resto del Paese. E quando guardiamo ai salari femminili, il dato scende a 4’952 franchi. Non sono numeri astratti. Sono affitti, premi di cassa malati, spesa, figli, trasporti, bollette. Sono la vita quotidiana.

Il problema non ĆØ che in Ticino si lavori poco. Anzi. Il problema ĆØ che troppo spesso si lavora senza costruire sicurezza. Ci sono giovani formati che se ne vanno perchĆ© qui non vedono prospettive. Ci sono persone sopra i 50 anni che, dopo una perdita d’impiego, diventano improvvisamente ā€œtroppo careā€, ā€œtroppo vecchieā€, ā€œtroppo esperteā€. Tradotto: scartate. Ci sono madri che vorrebbero rientrare nel mondo del lavoro e trovano un mercato che perdona poco le interruzioni di carriera. Come se crescere figli fosse una vacanza lunga. Magari pagata pure bene, nella fantasia di qualcuno.

A tutto questo si aggiunge la particolaritĆ  ticinese: siamo un piccolo mercato del lavoro aperto su un’area molto più grande, dove i salari sono più bassi. Ogni giorno entrano circa 80 mila frontalieri. Non sono loro il nemico. Sarebbe troppo facile, e anche sbagliato. Il punto ĆØ economico: quando l’offerta di lavoro cresce molto e rapidamente, il salario viene messo sotto pressione. Il salario, piaccia o no, ĆØ anche il prezzo del lavoro.

Per questo parlare di dumping solo come abuso illegale è riduttivo. I controlli servono, certo. Ma non bastano. Perché il problema è strutturale. Nasce da un equilibrio che, per il Ticino, è diverso da quello del resto della Svizzera. La libera circolazione ha portato benefici al Paese, ma nel nostro Cantone ha prodotto anche costi sociali evidenti.

Ecco perchĆ© i Bilaterali III non possono essere discussi come se vivessimo a Berna, Zurigo o Lucerna. Qui la frontiera non ĆØ un concetto. ƈ una realtĆ  quotidiana. Se si rafforza il quadro degli accordi con l’Unione europea, allora va rafforzata anche la protezione concreta dei salari e delle condizioni di lavoro. Non con slogan. Con strumenti veri.

Il Primo maggio dovrebbe ricordarci proprio questo: non basta avere un lavoro. Serve un lavoro che permetta di restare in Ticino, vivere con dignitĆ  e guardare avanti senza paura. E questo, prima ancora che economico, ĆØ un problema politico.

Dumping salariale: il problema vero e la risposta sbagliata

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In Ticino il lavoro soffre. Innegabile. I salari sono più bassi della media svizzera, molti giovani qualificati partono, gli over 55 faticano a rientrare nel mercato del lavoro, le donne guadagnano meno degli uomini. Non è retorica. È una dinamica che osserviamo da anni.

La domanda non è se il dumping esista. La domanda è da dove nasce. La libera circolazione delle persone ha modificato in modo strutturale il mercato del lavoro ticinese. Non è una colpa. È un fatto economico.

Un’economia piccola, confinante con un’area molto più ampia e con salari medi inferiori, quando apre completamente il proprio mercato del lavoro, vede aumentare in modo significativo l’offerta di manodopera. E quando l’offerta cresce più rapidamente della domanda, il prezzo tende ad abbassarsi. Il salario ĆØ il prezzo del lavoro.

Attenzione, non significa che ogni impresa sfrutti. Non significa che ogni lavoratore frontaliero sia un problema. Significa che l’equilibrio cambia. E quando cambia in modo permanente, le conseguenze diventano strutturali.

Il dumping non è solamente un comportamento illegale da reprimere. È il risultato di una pressione sistemica nei settori più esposti alla concorrenza sui costi che gli accordi bilaterali hanno aumentato in Ticino. Una buona parte del resto della Svizzera ha ottenuto benefici, noi invece ne paghiamo il prezzo.

Ed ĆØ qui che entra in gioco l’iniziativa anti dumping.

L’idea ĆØ chiara: più ispettori, più controlli, più verifiche. I controlli servono? Certamente. Risolvono il problema? No.

Per questo ritengo l’iniziativa sbagliata, inutile e dannosa.

ƈ sbagliata nell’impostazione, perchĆ© parte da un’analisi errata del problema: la causa ĆØ strutturale, non legale.

ƈ inutile rispetto agli obiettivi dichiarati. Non aumenta i salari medi. Non trattiene i giovani. Non reintegra gli over 55. Non corregge il divario uomo-donna.

Ed ĆØ dannosa perchĆ© aumenta la spesa dello Stato e i costi per le aziende senza intervenire sulla radice del problema. Più controlli non significa salari più alti: si può ridurre qualche abuso, ma non si modifica l’equilibrio del mercato.

Se la pressione salariale deriva da un cambiamento strutturale dell’offerta di lavoro, servono politiche che incidano sugli incentivi e sul valore aggiunto dell’economia. Investimenti in formazione mirata. Rafforzamento mirato dei contratti collettivi dove necessario. E soprattutto basta agli accordi con l’Unione Europea.

In economia vale una regola semplice: se non cambi l’equilibrio di mercato, non cambi il risultato. Possiamo moltiplicare le ispezioni. Possiamo irrigidire le procedure. Ma se l’offerta resta ampia e competitiva rispetto ai livelli salariali locali, la pressione rimane.

Il dumping non è un incidente. È una conseguenza.

E finchƩ non affrontiamo la causa strutturale, non risolveremo nulla. I nostri giovani continueranno ad emigrare, le persone sopra i 55 anni finiranno in assistenza e le donne continueranno a guadagnare di meno.

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Ticino: siamo sempre i più poveri

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Anche nel 2024 il Ticino vince la poco invidiabile classifica della povertĆ . L’Ufficio federale di statistica lo conferma: in Svizzera nessuno fa peggio del Ticino in quanto a povertĆ  e rischio povertĆ .

La soglia di povertĆ  ĆØ fissata a 2’388 franchi per i single e 4’159 per una coppia con bambini.

Ebbene, il tasso di povertĆ  raggiunge il 16,5%, circa il doppio della media nazionale. Sono quasi 59’000 persone che restano povere anche dopo l’intervento dello Stato. I trasferimenti sociali (dalle rendite di vecchiaia alle altre prestazioni sociali) faticano a tenere in piedi un equilibrio fragile, ma senza di essi il tasso di povertĆ  in Ticino si avvicinerebbe addirittura al 50%. ƈ un dato francamente agghiacciante.

Ma non ĆØ tutto. Fin qui la povertĆ  conclamata. Ma cos’è il ā€œrischio povertĆ ā€?

Esso ĆØ definito come un reddito inferiore al 60% della mediana: 2’645 franchi per una persona sola e a 5’554 franchi per una coppia con due bambini. Qui il quadro ĆØ ancora peggiore: una persona su quattro in Ticino, oltre il 25%, ĆØ a rischio povertĆ . A livello nazionale ĆØ una su sei. In Ticino ci sono quasi 90’000 persone a rischio povertĆ . Non una minoranza marginale, ma una parte consistente della nostra societĆ .

E non ĆØ tutto. Gli indicatori di deprivazione materiale e sociale — cioĆØ le rinunce concrete causate dalla mancanza di soldi, come far fronte a una spesa imprevista di 2’500 franchi entro un mese o riscaldare adeguatamente la propria abitazione — ci collocano tra le aree più fragili del Paese. Peggio di noi stanno solo nella regione del Lemano, la cui situazione ĆØ peggiorata molto nell’ultimo anno.

Da anni segnaliamo un altro dato allarmante: il tasso di povertĆ  tra chi lavora. In Ticino ĆØ dell’8,5% (12’400 persone), il doppio della media nazionale. Se i salari sono bassi, lavorare non ĆØ sempre sufficiente per sfuggire alla povertĆ . E sappiamo che in Ticino i salari sono i più bassi della Svizzera.

I gruppi più esposti alla povertĆ  rimangono gli anziani, gli stranieri, le persone con una formazione bassa, chi vive solo e le famiglie monoparentali, oltre a chi lavora con un grado d’occupazione inferiore al 50%. Una parte rilevante del nostro Cantone.

Questa ĆØ la realtĆ  con cui dobbiamo fare i conti. E per affrontarla non basteranno cerotti, nemmeno se necessari, come i salari minimi sociali (grazie al cielo li abbiamo introdotti!). Serve invece il coraggio di arginare gli effetti negativi della libera circolazione delle persone e, soprattutto, di aprire finalmente una discussione sull’economia che vogliamo in Ticino.

PerchĆ© la vera domanda ĆØ questa: vogliamo un Cantone in cui lavorare garantisca dignitĆ  e prospettiva, oppure uno in cui l’unica possibilitĆ  di salvezza, quando arriverĆ  la pensione o quando i nostri figli diventeranno genitori, sarĆ  quella di trasferirsi oltre confine o al di lĆ  del Gottardo?

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Salari in Ticino: la sfida ĆØ trovare stabilitĆ 

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Il divario salariale tra Ticino e Svizzera non si riduce, anzi si amplia: nel 2024 aumenta al 18,7%, contro il 17,6% del 2022. Non ĆØ un salto brusco, ma conferma una dinamica sfavorevole. Le ragioni sono strutturali. Storicamente il mercato del lavoro ticinese si ĆØ sviluppato senza una vera fase industriale e ha puntato su servizi, commercio e turismo, settori con salari mediamente più bassi e più sensibili all’andamento economico. A ciò si aggiunge la posizione di frontiera: ogni giorno entrano circa 80 mila frontalieri che accentuano la concorrenza sui salari e rendono più difficile garantire impieghi stabili e ben retribuiti ai residenti. La struttura occupazionale rimane fragile, con molti posti a basso valore aggiunto e una quota crescente di lavoratori che non raggiunge un reddito sufficiente, tra salari bassi, part-time non desiderati e forte precarietĆ .
È però importante precisare che, se consideriamo solo i residenti, il divario con la media svizzera scende al 10,7%. La composizione della forza lavoro conta: un terzo dei lavoratori attivi è frontaliero e occupato in settori dove la pressione competitiva è maggiore.
I dati analizzati riguardano oltre 130’000 posti a tempo pieno, equivalenti a quasi 154’000 salariati. Guardando alla distribuzione salariale, il 10% che guadagna meno percepisce 3’710 franchi, il salario mediano (quello che divide a metĆ  la popolazione) ĆØ di 5’393 e il 10% più alto arriva a 9’620. I salari crescono, ma non in modo uniforme: si passa dall’aumento dell’1,5% del salario mediano al 3,6% dei salari più alti.
Accanto a questo quadro, alcuni settori registrano una riduzione dei salari rispetto al 2022. Non ĆØ ancora una tendenza, ma sono segnali da seguire con attenzione. La costruzione di edifici (circa 5’800 posti a tempo pieno) mostra un calo generalizzato; nell’industria metalmeccanica di base (3’700 impieghi a tempo pieno) la diminuzione riguarda quasi tutte le fasce. Anche il commercio all’ingrosso, un comparto di 10’000 posti, vede riduzioni nelle retribuzioni più basse e più alte. Un andamento simile emerge nei servizi finanziari non assicurativi (3’500 posti) e nelle attivitĆ  di ricerca e fornitura di personale, dove il calo ĆØ quasi ovunque. L’istruzione (oltre 1’300 impieghi) segna una riduzione diffusa mentre nei servizi sanitari, quasi 7’800 posti, la contrazione tocca soprattutto i salari più elevati.
Nel complesso i salari non crollano, ma alcuni settori arretrano. Per il Ticino la vera sfida ĆØ restare agganciato al resto della Svizzera. Per questo serve affrontare le cause strutturali del mercato del lavoro e proteggere ciò che funziona, soprattutto in vista di una possibile nuova fase dei rapporti con l’Europa: il Cantone non può permettersi ulteriori slittamenti. I dati non parlano di emergenza, ma indicano con chiarezza la necessitĆ  di una rotta solida.

Pubblicato da L’Osservatore, 06.12.2025

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Segnali di debolezza nel mercato del lavoro ticinese

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Il mercato del lavoro in Ticino inizia a mostrare segni di sofferenza anche nelle statistiche.
Le prime avvisaglie si potevano giĆ  intravedere nei dati pubblicati a fine agosto sugli impieghi creati nelle grandi regioni svizzere. A prima vista i dati sembravano positivi; i posti di lavoro creati sono aumentati nel secondo trimestre del 2025 di quasi 1’550 unitĆ  rispetto ai tre mesi precedenti. L’incremento ĆØ stato addirittura di quasi 2’400 posti di lavoro rispetto allo stesso periodo dell’anno prima. Ma una lettura più approfondita ci portava a essere molto più prudenti. In effetti, il dato relativo ai posti di lavoro a tempo pieno era esattamente opposto: c’è stata una riduzione di oltre 1’500 posti rispetto al trimestre precedente e addirittura di quasi 2’400 rispetto all’anno prima. A crescere, difatti, sono stati principalmente i posti di lavoro di uomini e donne a tempo parziale.
Di per sĆ© questo non ĆØ per forza un dato negativo, ma lo diventa quando non c’è una scelta volontaria, ma piuttosto un’esigenza del mercato del lavoro. Nel nostro Cantone sappiamo che i salari sono molto più bassi che nel resto della Svizzera il che porta a dover ricorrere all’aiuto dello Stato o a dover svolgere più di un lavoro. In entrambi i casi, i dati statistici ci confermano la debolezza del Ticino.
A confermare questa tendenza di un mercato del lavoro in sofferenza sono arrivate questa settimana anche le cifre del numero di frontalieri e della disoccupazione.
Nel primo caso, si conferma una certa stabilitĆ  attorno alle 80’000 persone. Questa situazione può essere interpretata in due modi: da una parte il mercato ha raggiunto il suo livello di saturazione per la manodopera non residente, dall’altra parte la situazione economica fa sƬ che la crescita di impieghi sia veramente limitata.
Questa seconda ipotesi troverebbe conferma anche nei dati appena pubblicati dalla Segreteria di Stato dell’Economia (SECO) sulla disoccupazione. Ricordiamo che questa cifra conteggia esclusivamente le persone iscritte presso gli uffici regionali di collocamento (con tutti i limiti del caso). Nonostante ciò, in Ticino c’è stata una crescita rispetto al mese scorso del 4,1% (ora si contano 4’552 persone) e del 4,2% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Il tasso di disoccupazione si situa oggi al 2,7%.
La dinamica va nella direzione indicata anche dalle previsioni economiche: un rallentamento legato da un lato all’instabilitĆ  geopolitica, dall’altro al clima di incertezza che pesa sulle economie avanzate. Vedremo se i prossimi mesi confermeranno questa traiettoria o se avremo qualche segnale di inversione. Cosa che naturalmente ci auguriamo.

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Shutdown, governi che cadono… e il Ticino?

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Gli Stati Uniti sono in pieno shutdown (blocco di tutte le attivitĆ  pubbliche non essenziali) dall’inizio di ottobre 2025. Il Congresso non ĆØ riuscito a trovare un accordo sul bilancio e la conseguenza ĆØ stata immediata: uffici chiusi, migliaia di dipendenti pubblici sospesi, servizi ridotti al minimo. Non ĆØ la prima volta che succede. L’ultima nel 2018–2019. La paralisi durò 35 giorni, con rimborsi fiscali bloccati, aeroporti in tilt e cittadini che avevano perso fiducia nello Stato. Ogni volta la lezione ĆØ la stessa: quando le finanze pubbliche traballano, la politica si inceppa e l’economia reale paga subito il conto.

La teoria economica ci dice che la stabilitĆ  macroeconomica ĆØ una condizione necessaria per crescere. Un Paese non può accumulare debito all’infinito senza rischiare di compromettere la fiducia. Se il tasso di crescita dell’economia ĆØ inferiore al tasso d’interesse reale pagato sul debito, la traiettoria non ĆØ più sostenibile. A quel punto, non ĆØ più lo Stato a guidare la politica economica, ma sono i mercati a dettare le condizioni.

Il meccanismo è semplice: più alto è il debito, più crescono gli interessi che sono il costo per finanziarlo. Ma più risorse vanno agli interessi, meno ne restano per scuola, sanità, ricerca, infrastrutture. Invece di sostenere lo sviluppo, lo Stato si limita a rimborsare il passato. La stabilità macroeconomica non è quindi un lusso o una fissazione di alcuni economisti: è il prerequisito per mantenere competitività, attrarre investimenti e garantire ai cittadini servizi di qualità.

La Francia lo ha sperimentato di recente: deficit elevato, debito fuori controllo, governi caduti uno dopo l’altro perchĆ© incapaci di proporre una strategia credibile. Non basta annunciare correzioni, serve coerenza. Senza, il mercato reagisce: alza i tassi, riduce la fiducia e l’instabilitĆ  diventa permanente.

E se pensiamo che sia un problema solo dei grandi Stati, sbagliamo. Il Cantone Ticino non ha il dollaro come moneta di riserva nƩ il peso politico della Francia. Se scegliesse la scorciatoia del debito facile, si ritroverebbe subito con margini ridotti: meno spazio per investire, meno possibilitƠ di dare risposte concrete ai bisogni dei cittadini. E basta poco perchƩ i costi aumentino.

La conclusione ĆØ netta: finanze pubbliche sane non sono moralismo, sono buon senso. Senza stabilitĆ  macroeconomica, la politica diventa ostaggio del debito e perde la libertĆ  di scegliere.

Chi crede ancora che i debiti non si paghino può guardare lo spettacolo di Washington. Promesse, accuse incrociate, stipendi sospesi. Una sceneggiatura già vista, con un finale scontato: i debiti non spariscono. Non è magia, è contabilità. E il conto, alla fine, lo pagano sempre i cittadini.

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Cassa malati: tutti alla cassa!

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Quando si parla di politiche pubbliche non si parte dagli slogan, ma da un’analisi seria. Prima si capisce qual ĆØ il problema reale: serve davvero un nuovo programma o possiamo intervenire diversamente? Poi bisogna guardare ai fallimenti del mercato che vogliamo correggere: prezzi troppo alti, poca concorrenza, disuguaglianze. Da lƬ si aprono le alternative, perchĆ© non esiste mai una sola soluzione e ogni opzione ha pro e contro.

Il passo successivo è il disegno del programma: chi ha diritto, con quali criteri, con quali limiti. Sembra un dettaglio tecnico, ma è il cuore della questione. Subito dopo arriva la parte più scomoda: prevedere come reagiranno i cittadini e le imprese. Perché non restano fermi, cambiano comportamento, e spesso in modo imprevisto.

A quel punto si valutano due cose: l’efficienza – se il programma usa bene le risorse o crea sprechi – e la distribuzione, cioĆØ chi ci guadagna e chi ci perde davvero. Qui si tocca il punto più delicato: i trade-off, i compromessi inevitabili fra equitĆ  ed efficienza.

Infine servono due condizioni di fondo: chiarezza sugli obiettivi – cosa vogliamo ottenere e perchĆ© – e consapevolezza che tutto passa dal processo politico. Senza consenso e senza fiducia, anche la misura più brillante sulla carta rischia di non funzionare.

In breve, fare una politica pubblica significa attraversare un percorso complesso, non scrivere uno slogan.

E veniamo alle iniziative sulle casse malati. L’intenzione ĆØ chiara: limitare il peso dei premi cassa malati ai cittadini. Ma se applichiamo i criteri di analisi appena visti, i conti non reggono. Trattiamo quella del 10%.

GiĆ  nel primo anno servirebbero circa 300 milioni. Gli iniziativisti sostengono che non tutti chiederanno l’aiuto e quindi il costo sarĆ  minore. Ma un diritto non si calcola sulla speranza che qualcuno non lo eserciti. Lo Stato deve stimare i costi per il 100% dei cittadini. E non basta: i premi aumentano di anno in anno. Quello che oggi costa 300 milioni, nel 2027 potrebbe giĆ  diventare 330, poi 350, e cosƬ via. Non ci sono analisi di medio periodo, solo calcoli statici sul primo anno.

Anche sul fronte delle entrate i conti non tornano. Un aumento del 10% delle imposte porterebbe circa 150 milioni, ma ne mancano altri 150. Si prova allora a inserire i 40 milioni dell’aumento del valore di stima degli immobili: peccato che quei soldi sono giĆ  a bilancio per finanziare scuole, asili e ambiente e la metĆ  appartiene ai Comuni. Cosa facciamo, glieli togliamo? Ultima idea: aumentare l’imposta sulla sostanza dal 2,5 al 3,5 per mille. Ma cosƬ si mettono in discussione accordi giĆ  votati con la riforma fisco-sociale, con il rischio che le aziende ritirino i contributi che oggi sostengono asili nido e rette delle famiglie.

C’è poi un effetto meno visibile, ma altrettanto importante: se tanto paga lo Stato, i cittadini non avranno più interesse a cercare una cassa meno cara e le casse malati non avranno più incentivo a offrire premi più bassi. Il risultato? Ancora meno concorrenza e una spesa sanitaria destinata a crescere ancora.

Facendo i conti, il deficit del Cantone salirebbe subito oltre il mezzo miliardo giĆ  al primo anno. PerchĆ© non dimentichiamolo: noi purtroppo non siamo Zugo e i nostri conti sono giĆ  oggi sotto di 100 milioni. Poi arriveranno anche i nuovi oneri federali: la riforma EFAS, che vale da sola 200–300 milioni, gli oneri della Confederazione e altre riforme come il valore locativo o la tassazione individuale, che possono pesare altri 150–200 milioni. Totale: quasi un miliardo di buco.

E quando i soldi non ci sono, le strade sono sempre le stesse: aumentare le imposte a tutti, oppure tagliare beni e servizi. E i tagli, come sempre, colpiranno i più fragili: scuole, anziani, sociale, cultura, ambiente. Nessuno resterà escluso.

Fare politiche pubbliche che rischiano di far deragliare le finanze dello Stato non è un gioco. È un esercizio serio, non uno slogan elettorale. Prima servono analisi solide, poi proposte credibili. E allora la domanda è inevitabile: dove sono queste analisi?

Alla fine la scelta è nostra. Ognuno voterà come crede ed è giusto così. Ma bisogna sapere la verità: il conto non sparisce. Non lo pagheremo più nella fattura della cassa malati, lo pagheremo con le imposte, con le rette degli asili, con i tagli ai servizi. Nessun miliardario verrà a salvarci. Alla fine, a pagare, saremo sempre noi cittadini.

Testo in parte pubblicato sui portali

La perequazione punisce il Ticino: ecco perchĆ©

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Il Ticino riceverà nel 2026 quasi 98 milioni di franchi dalla perequazione finanziaria. Una cifra che può sembrare positiva, ma in realtà è inferiore rispetto ai 106.5 milioni del 2025. E se riceviamo meno non è perché stiamo meglio, ma perché altri Cantoni stanno peggio.
L’indice delle risorse del Ticino sale da 90.4 a 91.2. Un piccolo aumento che però ci costa oltre 8 milioni. Il sistema federale svizzero prevede che i Cantoni economicamente forti, insieme alla Confederazione, sostengano quelli più deboli. La perequazione si basa su tre strumenti principali.
La perequazione delle risorse ĆØ l’asse portante del sistema. Confronta il potenziale fiscale dei Cantoni – includendo redditi (anche dei frontalieri), sostanza e utili delle aziende – con la media nazionale. Si calcola su tre anni (2020–2022). Se l’indice ĆØ sotto 100, il Cantone ha diritto a ricevere fondi. Con un indice di 91.2, il Ticino riceverĆ  79.2 milioni (erano 88 nel 2025). Guardando dentro i numeri scopriamo che i redditi delle persone fisiche in Ticino sono cresciuti dell’1.7% (media nazionale 2.1%), quelli dei frontalieri del 2.6% (contro 0.5%). Ma la sostanza si ĆØ ridotta dello 0.8% (nazionale +2.5%) e gli utili aziendali sono crollati del 26.7% (nazionale -20.8%).
La compensazione degli oneri geo-topografici riguarda i costi dovuti a condizioni del territorio: comuni in quota, pendenze, bassa densitĆ . Il Ticino riceve 15.7 milioni, di cui circa 10 milioni legati all’altitudine delle zone produttive e 5 alla scarsa densitĆ  abitativa.
La compensazione degli oneri sociodemografici copre invece i costi legati a fattori come povertĆ , invecchiamento e integrazione. Il Ticino otterrĆ  5.5 milioni, in crescita rispetto al 2025.
Il fondo perequativo complessivo cresce, ma la quota ticinese si riduce. PerchĆ©? PerchĆ© altri Cantoni – come Giura, Vallese e Grigioni – sono peggiorati di più. Intanto, Cantoni come Ginevra, Zugo e Sciaffusa, grazie agli utili record nel commercio energetico e delle materie prime, versano contributi molto più alti. Questo ridisegna gli equilibri e spinge il Ticino verso il margine.
Il Ticino non può più limitarsi a sommare quanto riceve. Deve chiedersi perché riceve e su quali basi. Il sistema poggia su oltre cento parametri. Per muoversi con cognizione serve uno studio tecnico serio, indipendente, che analizzi il nostro profilo fiscale e permetta di avanzare rivendicazioni solide.
Il punto non è quanto riceviamo. È perché dobbiamo riceverlo.
Uscire da questa dipendenza richiederĆ  tempo. BisognerĆ  affrontare problemi strutturali: salari bassi, lavoro fragile, settori a basso valore aggiunto. Ma nel frattempo, i meccanismi di calcolo vanno corretti. Non serve andarci col cappello in mano. Serve farlo con basi tecniche forti, numeri precisi e la consapevolezza che la soliditĆ  di una richiesta parte dalla qualitĆ  dell’analisi.

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