Quando lavorare non basta: le famiglie invisibili del Ticino

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In Ticino una persona su sei vive in condizioni di povertà assoluta e una su quattro è a rischio di povertà. Sono dati che dovrebbero occupare un posto centrale nelle nostre discussioni sull’economia, perché ci dicono come vive una parte della popolazione e quanto sia difficile, per molte famiglie, sostenere le spese quotidiane anche quando un lavoro c’è.

Di questo ho parlato il 15 ottobre a Villa Ciani, a Lugano, durante il convegno “Famiglie invisibili”, organizzato da Soccorso d’inverno Ticino. Ho voluto partire da una domanda: perché una famiglia può essere povera anche quando gli adulti lavorano e gli aiuti sociali esistono?

La risposta richiede di guardare dentro il bilancio familiare, dove il salario deve confrontarsi con le persone da mantenere, le ore effettivamente retribuite e le possibilità di conciliare il lavoro con la cura dei figli. Il reddito disponibile equivalente mediano in Ticino è inferiore del 17,6% a quello nazionale: significa che le famiglie ticinesi affrontano i propri bisogni partendo da risorse sensibilmente più basse rispetto al resto della Svizzera.

Il salario conta, eccome. Ma conta anche quanto si può lavorare e a quali condizioni. Con la nascita di un figlio aumentano le spese e il tempo necessario per occuparsene, per cui una famiglia può aver bisogno di più reddito proprio quando diventa più difficile dedicarvi altre ore di lavoro. Chi può contare sui nonni dispone di un sostegno prezioso; chi non ha una rete familiare vicina deve trovare soluzioni che abbiano posti disponibili, orari compatibili e costi sostenibili. Per un genitore solo, tenere insieme tutto questo può diventare particolarmente difficile.

Anche l’invito a “lavorare di più”, che sentiamo ripetere spesso, va confrontato con ciò che rimane effettivamente alla famiglia. Se all’aumento del salario corrispondono una riduzione degli aiuti, maggiori imposte e nuove spese di custodia, il miglioramento del bilancio può essere molto più contenuto di quanto suggerisca la busta paga.

A rendere fragile l’equilibrio possono poi intervenire una separazione, una malattia o la perdita dell’impiego, perché le entrate possono diminuire in poco tempo mentre l’affitto e molte altre fatture continuano ad arrivare. È in questi momenti che la disponibilità di risparmi, di servizi e di persone sulle quali contare fa una grande differenza.

Lo Stato sociale svolge un ruolo fondamentale nel contenere queste difficoltà, ma l’esistenza di una prestazione non garantisce che tutti gli aventi diritto riescano a riceverla. Studi pubblicati quest’anno su Basilea, riferiti al 2022, stimano che circa un quarto dei potenziali aventi diritto all’assistenza sociale non ne beneficiava. Non possiamo trasferire questa percentuale al Ticino, ma possiamo interrogarci sugli ostacoli che incontra una persona quando deve capire quali aiuti chiedere, raccogliere documenti e rivolgersi a uffici diversi, magari mentre sta già affrontando una situazione familiare pesante. A questo si aggiungono la vergogna e il timore delle conseguenze della richiesta.

E poi ci sono i figli, sui quali le difficoltà economiche possono lasciare conseguenze che vanno oltre le rinunce del momento. Il monitoraggio nazionale della povertà mostra che, a 25 anni, il 24% dei giovani la cui famiglia riceveva assistenza sociale quando avevano 15 anni non ha conseguito un diploma del secondario II, contro l’8% degli altri. Il dato non dimostra che sia l’assistenza a produrre questo svantaggio, ma segnala quanto le condizioni familiari possano accompagnarsi a percorsi formativi diversi. È anche da qui che passa il rischio di trasmettere la povertà da una generazione all’altra.

Il lavoro di Soccorso d’inverno Ticino assume, in questo contesto, un valore che merita di essere riconosciuto. L’organizzazione aiuta ad affrontare spese necessarie attraverso sostegni finanziari puntuali, buoni alimentari, abbigliamento, letti e materiale scolastico, verificando le richieste e intervenendo in modo complementare alle prestazioni pubbliche. Sostiene inoltre la partecipazione dei bambini ad attività sportive e musicali, anche attraverso il programma realizzato con la Roger Federer Foundation, perché continuare a frequentare un’attività significa poter imparare, coltivare relazioni e condividere esperienze con i propri coetanei.

Ringrazio la direttrice Paola Eicher-Pellegrini e tutte le persone che rendono possibile questo impegno, grazie anche alla generosità dei donatori. Chi incontra quotidianamente le famiglie conosce difficoltà che nelle statistiche vediamo soltanto in parte e può aiutarci a capire dove le risposte pubbliche funzionano e dove, invece, lasciano ancora dei vuoti.

Alla politica e all’economia spetta affrontare queste domande con serietà: salari che permettano di sostenere una famiglia, servizi di custodia accessibili, aiuti comprensibili e ottenibili, sostegno alla formazione dei figli. E soprattutto una valutazione dei risultati che guardi a quanto migliora la vita delle persone.

Le famiglie possono essere invisibili agli occhi di chi non le incontra, ma le loro difficoltà pesano sul presente e sul futuro del nostro Cantone. Il convegno ha avuto il merito di riportarle al centro della discussione. Ora dobbiamo fare in modo che rimangano al centro anche delle decisioni.

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Finanze cantonali ticinesi: intervenire oggi per non soffrire domani

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Il Preventivo 2027 del Cantone Ticino presenta un disavanzo di 98,5 milioni di franchi. È una cifra importante, ma non è quella che mi preoccupa di più. Il problema si vede guardando oltre.

Il Piano finanziario prevede infatti 236 milioni di disavanzo nel 2028, 411 nel 2029 e 460 nel 2030. Avete letto bene, quasi mezzo miliardo di deficit. Dal 2028 diventa negativo anche l’autofinanziamento. Non stiamo quindi parlando di qualche anno difficile, ma di una situazione che, se non corretta, rischia di diventare molto seria.

Si potrebbe obiettare che si tratta di previsioni. È vero, ma solo in parte. Molte delle cause del peggioramento sono già note: EFAS e il nuovo finanziamento della sanità, le due iniziative sui premi di cassa malati, le misure di risparmio della Confederazione, gli effetti della riforma del valore locativo e della tassazione individuale.

Quello che mi preoccupa è l’atteggiamento del Governo. Il riequilibrio delle finanze cantonali era stato indicato dal Consiglio di Stato come obiettivo prioritario della legislatura 2023-2027. Oggi siamo alla fine della legislatura e il Governo rimanda il piano di riequilibrio alla prossima.

Nel frattempo, si interviene con dei cerotti. Si vendono terreni, si preleva da fondi e riserve, si aumentano le entrate dall’Azienda Elettrica Ticinese e da BancaStato. Misure di poco impatto, che per la maggior parte si esauriscono in un anno, mentre i problemi strutturali restano.

Quanto accaduto nel Canton Vaud dovrebbe farci riflettere. Quando i conti hanno iniziato a deteriorarsi seriamente, il Governo ha reagito. Nel Preventivo 2026 ha proposto 305 milioni di misure: sui sussidi, sul personale, sui rapporti finanziari con i Comuni e sulle altre spese. Il Parlamento le ha ridotte a 243 milioni. Nel frattempo, è stato avviato un piano di ritorno all’equilibrio entro il 2030 e il Preventivo 2027 contiene ulteriori misure di risparmio.

Alcune di quelle misure sono state molto dure e fortemente contestate; i sacrifici chiesti ai cittadini e alle aziende sono stati dolorosi. Non dico che dobbiamo copiare Vaud, ma non possiamo mettere la testa sotto la sabbia. Quando uno squilibrio diventa strutturale, prima si interviene e maggiori sono le possibilità di scegliere come farlo.

Oggi possiamo ancora discutere dove spendere meglio, quali prestazioni proteggere, quali inefficienze eliminare, quali riforme introdurre e quali entrate siano sostenibili. Possiamo soprattutto distribuire la correzione su più anni. Se aspettiamo, questo spazio si ridurrà.

La situazione che ci viene prospettata è grave e credo sia sbagliato addolcirla. Un disavanzo strutturale non scompare aspettando. E quando non si interviene per tempo con delle riforme, prima o poi si è costretti a intervenire con dei tagli e con aumenti di imposte che fanno male a tutti.

Da L’Osservatore, 03.10.2026

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Prezzo della benzina: davvero il mercato è intoccabile?

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Eni, il grande gruppo energetico italiano nato come ente pubblico e oggi società quotata in Borsa ma ancora controllata di fatto dallo Stato italiano, dal 28 settembre applicherà un tetto massimo al prezzo dei carburanti venduti dalla sua rete Enilive: 1,99 euro al litro per la benzina e 2,19 per il diesel (1,88 e 2,07 CHF). Si stima che sia circa 17 centesimi di euro sotto il prezzo attuale (0,16 CHF). La misura è prevista per trenta giorni, ma potrà essere prorogata fino alla fine dell’anno. Essendo un tetto massimo, questo significa che, se il mercato consentirà dei prezzi più bassi, si applicheranno quelli.

L’azienda può fare questa scelta e rinunciare a importanti margini di profitto per diverse ragioni. Tra queste, il fatto che si tratta di un gruppo integrato che è presente lungo quasi tutta la filiera energetica e che quindi può compensare un’eventuale perdita grazie agli altri segmenti produttivi. Eni, in effetti, si occupa di produzione, approvvigionamento, raffinazione, biocarburanti, logistica e vendita; tra l’altro, può contare su una rete di oltre 5.000 stazioni in Europa. In secondo luogo, la misura è legata anche alla riduzione delle accise (tasse) decisa dallo Stato italiano; ciò significa una riduzione dei costi per Eni che in parte compensa i mancati introiti. Inoltre, la misura è limitata nel tempo e quindi consente di valutarne l’impatto passo dopo passo.

Probabilmente, però, il punto più rilevante è che Eni ha dimensioni e capacità finanziarie tali da potersi permettere una scelta commerciale di questo tipo. Nel 2025 il gruppo ha registrato circa 82 miliardi di euro di ricavi (77,5 miliardi CHF), oltre 8 miliardi di guadagno dalla gestione ordinaria (7,5 miliardi CHF) e circa 5 miliardi di utile al netto di eventi straordinari (4,7 miliardi CHF).

Infine, non dimentichiamo il vantaggio reputazionale che porta benefici anche commerciali: in un momento di forti rincari e di difficoltà per le famiglie e per l’industria, tenere il prezzo sotto la soglia psicologica dei 2 euro (1,99 euro) può attirare clienti, aumentare i volumi e rafforzare il marchio. Il “contributo di solidarietà al Paese” può trasformarsi in un’ottima pubblicità, anche perché Eni controlla “solo” il 20% del carburante venduto in Italia.

La misura non è una novità assoluta: in Francia TotalEnergies applica da anni tetti volontari ai carburanti; Belgio e Lussemburgo prevedono prezzi massimi regolati, Slovenia e Croazia sono intervenute sui prezzi o sui margini dei distributori. Durante la crisi energetica anche Spagna e Portogallo hanno introdotto un tetto al prezzo del gas utilizzato per produrre elettricità.

Ed è qui che la questione diventa interessante anche per noi. In Svizzera siamo abituati a considerare il prezzo dei carburanti e dell’energia come il risultato quasi intoccabile del mercato, al netto delle imposte. Ma è davvero l’unico modo possibile? Quando i rincari sono molto rapidi e incidono pesantemente sui bilanci delle famiglie e delle imprese, ha senso almeno discutere di strumenti temporanei sui margini, sui prezzi massimi o sulla fiscalità?

Non si tratta di copiare automaticamente l’Italia, la Francia o il Belgio. Si tratta di osservare che altrove questa discussione esiste già e di chiedersi perché da noi quasi non esista. Anche in settori nei quali beni essenziali vengono venduti da aziende interamente pubbliche, talvolta in condizioni di monopolio o quasi monopolio. Se altrove si può discutere di limiti ai prezzi e ai margini, non si vede perché in Svizzera e in Ticino il tema debba essere considerato un tabù.

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Avete visto quanto è aumentato il prezzo della benzina?

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Avete visto quanto è aumentato il prezzo della benzina? Secondo il Touring Club Svizzero (TCS), il 17 settembre la benzina senza piombo 95 era arrivata a 2.10 franchi al litro, la 98 a 2.21 franchi e il diesel a 2.41 franchi. All’inizio dell’anno, i prezzi erano rispettivamente 1.65, 1.75 e 1.78 franchi. In pochi mesi il rincaro è stato molto forte, soprattutto per il diesel.

In Svizzera l’aumento non dipende solo dal prezzo internazionale del petrolio, ma anche da problemi nazionali molto concreti. Il primo riguarda la raffineria di Cressier, nel canton Neuchâtel, l’unica in Svizzera, che ha dovuto sospendere temporaneamente la produzione per un guasto tecnico. Una raffineria prende il petrolio greggio e lo trasforma in prodotti che possiamo usare, come benzina, diesel, olio da riscaldamento e cherosene. Il problema è importante perché Cressier copre normalmente tra il 30 e il 40% del fabbisogno nazionale di prodotti petroliferi.

A questo si aggiunge il basso livello del Reno. La Svizzera non ha accesso al mare e dipende molto dalle vie di trasporto europee. Quando il fiume è troppo basso, le navi viaggiano con carichi ridotti: a Maxau, in Germania, potevano essere caricate al massimo con circa 400 tonnellate; quindi, servono circa cinque navi per trasportare quello che normalmente porterebbe una sola. Il risultato è semplice: diventa più difficile e più costoso far arrivare benzina e diesel nel Paese.

Per questo la Confederazione ha autorizzato prelievi dalle scorte obbligatorie: dall’8 al 20 settembre potevano essere utilizzati fino a 30’000 metri cubi di diesel e 30’000 metri cubi di benzina, meno del 3% delle riserve obbligatorie di questi prodotti. L’approvvigionamento resta garantito, ma la catena è sotto pressione e quindi il prezzo al distributore aumenta.

A questo si aggiungono le cause internazionali: tensioni in Medio Oriente, incertezza sui mercati petroliferi e prezzi elevati. Il Brent, uno dei principali riferimenti mondiali per il prezzo del greggio, è tornato sopra i 100 dollari al barile. Reuters ha spiegato che il petrolio non è salito ancora di più perché una parte dei flussi continua comunque a passare e perché la domanda mondiale non appare particolarmente forte, anche a causa del rallentamento economico generale. Questo però non basta a proteggere il prezzo alla pompa, perché noi compriamo benzina e diesel già raffinati, trasportati, distribuiti e tassati.

Le conseguenze sono immediate. Le famiglie pagano di più per ogni pieno, le imprese vedono salire i costi e una parte di questi rincari può finire nei prezzi dei trasporti e dei prodotti. Anche in Svizzera bastano una raffineria ferma, un fiume troppo basso e un mercato internazionale teso per far salire rapidamente il prezzo di una merce che usiamo ogni giorno. Le scorte obbligatorie servono a non restare senza benzina, non a rendere il pieno meno caro. Il problema vero, quello del costo per famiglie e imprese, resta lì. E su questo, da Berna, per ora si sente molto poco.

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Valore, lavoro e scelte – L’economia aiuta a crescere

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L’economista Amalia Mirante sottolinea il ruolo della materia: «Vanno dati strumenti per proteggersi dall’illusione dei guadagni facili»

«Non c’è guadagno senza sforzo». Ma i più giovani, forse, non lo sanno o ce l’hanno poco chiaro ed è importante spiegarglielo, anche a scuola. La frase è dell’economista Amalia Mirante, docente alla SUPSI (Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana) per la quale il tema dell’educazione economica a scuola è utile e urgente.

Professoressa, di recente lei è intervenuta per sottolineare l’importanza di far conoscere ai più piccoli l’economia a scuola, da dove nasce questa sua convinzione?

Quando si parla di educazione economica per i ragazzi si pensa spesso al risparmio, agli investimenti o alla gestione del denaro, mentre io partirei ancora prima, da una domanda molto semplice: da dove arriva quel denaro? Arriva dal lavoro, dal tempo che richiede, dalle competenze che servono e dal valore che una persona riesce a creare con ciò che sa fare.

Credo sia importante che un ragazzo capisca presto che il denaro non appare dal nulla e che non dovrebbe diventare la misura del proprio successo. È uno strumento per vivere, scegliere, affrontare gli imprevisti, ma prima di spenderlo bisogna capire come si guadagna.

Il mio interesse per l’educazione economica nasce anche dall’insegnamento. Da anni vedo quanto spesso chiediamo alle persone adulte di prendere decisioni importanti senza aver dato loro gli strumenti per capirle davvero. Un prestito, un’assicurazione, la previdenza professionale, una busta paga o una fattura fanno parte della vita quotidiana, eppure molti arrivano all’età adulta senza aver mai affrontato questi temi in modo semplice.

Come tradurrebbe in concreto l’insegnamento di questi concetti ai bambini?

Con i bambini partirei da concetti concreti, adattati all’età: non possiamo avere tutto e quindi dobbiamo scegliere, la differenza tra bisogno e desiderio, il rapporto tra lavoro e salario, il risparmio e il consumo. In sostanza, far capire che se spendo una certa somma per qualcosa, quella stessa somma non sarà più disponibile per altro.

Crescendo si può andare più lontano e spiegare perché lavori diversi sono remunerati in modo diverso, quanto contano formazione e competenze, come funzionano imposte e contributi, che cosa significa indebitarsi.

Oggi aggiungerei anche la necessità di riconoscere le truffe dei guadagni facili. I ragazzi incontrano molto presto, soprattutto sui social, messaggi che presentano la ricchezza come qualcosa di rapido, quasi automatico, e credo sia utile dare loro qualche strumento per proteggersi. Non c’è guadagno senza sforzo.

Si potrebbe cominciare già alle elementari, con giochi, esempi e situazioni vicine alla loro esperienza. Non sono convinta che serva una nuova materia, anche perché i programmi sono già molto carichi, ma penso che nelle scuole dovrebbero esserci più occasioni per parlare concretamente di lavoro, denaro e scelte.

Ci sono attività nelle scuole che vuol mettere nella sua agenda?

Ho già insegnato anche ai più giovani e mi piace molto: ti costringono a spiegare davvero le cose e a liberarti di tanto linguaggio inutile. Lo dico sempre: quando non riesci a rendere comprensibile un concetto economico, molte volte il problema non è l’economia, ma il modo in cui la racconti.

Nel prossimo futuro mi piacerebbe continuare su questa strada, magari con incontri nelle scuole, ma c’è anche un progetto che mi accompagna da tempo e che vorrei riprendere: scrivere libri di economia facile. Ho sempre pensato a un pubblico adulto, ma chissà, magari anche ai bambini.

La divulgazione attraverso la scrittura è sempre stata una mia passione, che negli ultimi anni ho sacrificato un po’, e mi piacerebbe tornarci. Non per spiegare come si diventa ricchi, ma per raccontare con parole semplici come funzionano lavoro, denaro e scelte. E soprattutto quanto è bella l’economia!

Grazie a Carla Colmegna per l’intervista su La Provincia, 10.09.2026

Ticino: sempre più persone senza lavoro

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Ricevo sempre più messaggi da persone che hanno perso il lavoro o che non riescono a trovarlo. Mi scrivono uomini e donne che hanno lavorato per venti o trent’anni e che, da un giorno all’altro, si ritrovano fuori. Cinquantenni che inviano decine di curriculum senza ricevere neppure una risposta. Giovani costretti a passare da uno stage a un contratto precario, senza riuscire a costruirsi una vita. Famiglie che la sera rifanno i conti e non sanno più dove tagliare.

Perdere il lavoro non significa soltanto perdere uno stipendio. Cambia il modo in cui si guarda al mese successivo, si valuta ogni spesa e si parla del futuro con i propri figli. A volte cambia anche il modo in cui una persona guarda sé stessa.

Nel frattempo, in Ticino, continuano le chiusure, i licenziamenti e i ridimensionamenti. Bally, Lastminute.com e Auriel Investment, la società di Paradiso legata al marchio Roberto Cavalli, sono soltanto gli ultimi nomi di una lista che continua ad allungarsi. A questi si aggiungono molte aziende più piccole, che non finiscono sui giornali ma lasciano comunque a casa lavoratrici e lavoratori.

La nostra industria perde un pezzo alla volta: un reparto, una produzione, una sede. Di ogni caso si parla per qualche giorno, poi l’attenzione si sposta altrove. Chi ha perso il lavoro, invece, resta con il leasing, l’affitto, la spesa e le bollette da pagare.

I dati mostrano che non si tratta soltanto di una sensazione. Nel 2025 la crescita degli impieghi è stata sostenuta soprattutto dal lavoro a tempo parziale, mentre diminuiva il volume complessivo di lavoro. Verso la fine dell’anno hanno cominciato a calare anche i posti a tempo pieno. Nel primo trimestre del 2026, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, in Ticino sono scomparsi circa 2’400 impieghi, sono diminuiti gli equivalenti a tempo pieno e anche i posti liberi. La disoccupazione calcolata secondo i criteri internazionali (ILO) ha superato il 7,5% e tocca più di 14’000 persone.

Non siamo davanti a un crollo improvviso, ma a un indebolimento che procede quasi senza fare rumore. Le chiusure sembrano ogni volta casi isolati; sommate tra loro, però, ci consegnano un Cantone con meno lavoro, meno competenze e meno possibilità. E le cose andranno avanti a peggiorare.

Lo Stato non può limitarsi a registrare le chiusure quando ormai è troppo tardi. Deve sostenere le imprese sane che investono, formano personale e mantengono posti di lavoro sul territorio. Deve eliminare gli ostacoli inutili, prendere decisioni più rapidamente e aiutare le aziende che attraversano una difficoltà temporanea ma hanno ancora prospettive.

Perché dietro ogni posto perso c’è una persona che torna a casa e deve spiegare alla propria famiglia che da domani tutto sarà più difficile.

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Elon Musk: il primo uomo da mille miliardi (ma non in contanti)

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Elon Musk è diventato il primo trilionario della storia dopo la quotazione in borsa di SpaceX. La notizia è vera, ma va spiegata con precisione.

SpaceX ha debuttato al Nasdaq il 12 giugno 2026. Secondo Reuters, la società ha collocato circa 556 milioni di azioni a 135 dollari ciascuna (108 CHF), raccogliendo 75 miliardi di dollari (60 miliardi CHF). È stata la più grande offerta pubblica iniziale mai realizzata. Al momento del collocamento, SpaceX valeva circa 1’770 miliardi di dollari (1’410 miliardi CHF); durante la prima giornata il titolo è salito fino a 160,95 dollari (130 CHF), portando la valutazione della società oltre i 2’000 miliardi (1’600 miliardi CHF).

Musk possiede circa il 38% del capitale. Sommando il valore della sua quota in SpaceX, le azioni e le opzioni Tesla e le partecipazioni nelle altre società, Forbes ha stimato il suo patrimonio attorno ai 1’100 miliardi di dollari (877 miliardi CHF). Reuters lo ha quindi indicato come la prima persona al mondo ad aver superato la soglia del trillion.

Questo non significa che Musk abbia mille miliardi in contanti. La sua ricchezza è costituita soprattutto da azioni e partecipazioni; per calcolarne il valore viene utilizzato il prezzo di mercato. Certamente è una ricchezza reale, perché può essere venduta o utilizzata come garanzia, ma è anche molto variabile. Se le azioni SpaceX o Tesla scendessero, Musk perderebbe decine di miliardi senza spendere un solo dollaro.

Anche la parola “trilionario” è problematica: nell’inglese americano un trillion equivale a mille miliardi, mentre nella scala numerica italiana tradizionale questa cifra si chiama bilione (il trilione è un miliardo di miliardi). La formulazione più corretta è quindi che Elon Musk è diventato la prima persona con un patrimonio stimato superiore a mille miliardi di dollari.

Resta da capire perché SpaceX valga così tanto. La società non costruisce soltanto razzi; controlla Starlink (la rete di satelliti che offre collegamenti internet anche nelle zone più isolate), dispone di contratti con la NASA e con il governo statunitense e opera in settori strategici come telecomunicazioni, difesa e intelligenza artificiale. Gli investitori non stanno quindi pagando soltanto i risultati di oggi, ma soprattutto ciò che SpaceX potrebbe diventare domani. Qui si trova il punto più delicato. Nei documenti esaminati da Reuters, SpaceX ha dichiarato per il 2025 ricavi per circa 18,7 miliardi di dollari (15 miliardi CHF) e una perdita operativa superiore ai 4 miliardi 3,2 miliardi CHF). Ci troviamo dunque davanti a una società valutata oltre 2’000 miliardi che non ha ancora raggiunto la redditività. Il mercato sta scommettendo su una crescita futura enorme: potrebbe avere ragione, ma potrebbe anche aver anticipato profitti che richiederanno molti anni o che non arriveranno nella misura sperata. Ma questo non cancella i risultati ottenuti. SpaceX ha ridotto il costo dei lanci, sviluppato razzi riutilizzabili e costruito una rete satellitare globale.

Infine, c’è il tema del controllo: pur possedendo “solo” circa il 38% del capitale, Musk conserva circa l’85% dei diritti di voto.  Musk controlla imprese attive nell’automobile, nello spazio, nelle comunicazioni, nell’intelligenza artificiale e nei media. Una concentrazione di ricchezza di queste dimensioni comporta anche una concentrazione di potere economico e politico. Tutto suo, e probabilmente, tutto meritato.

Primo maggio: il lavoro che manca

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Il Primo maggio non è solo una ricorrenza. Non è una bandiera da tirare fuori una volta all’anno, magari un po’ stropicciata, per poi rimetterla nel cassetto. È il giorno in cui dovremmo chiederci se il lavoro, in Ticino, permette ancora di vivere con dignità. La risposta, purtroppo, è no.

Il nostro mercato del lavoro è fragile. Lo diciamo da anni. I salari ticinesi restano i più bassi della Svizzera. Nel 2024 il salario mediano nel settore privato era di 5’393 franchi, con un divario ancora importante rispetto al resto del Paese. E quando guardiamo ai salari femminili, il dato scende a 4’952 franchi. Non sono numeri astratti. Sono affitti, premi di cassa malati, spesa, figli, trasporti, bollette. Sono la vita quotidiana.

Il problema non è che in Ticino si lavori poco. Anzi. Il problema è che troppo spesso si lavora senza costruire sicurezza. Ci sono giovani formati che se ne vanno perché qui non vedono prospettive. Ci sono persone sopra i 50 anni che, dopo una perdita d’impiego, diventano improvvisamente “troppo care”, “troppo vecchie”, “troppo esperte”. Tradotto: scartate. Ci sono madri che vorrebbero rientrare nel mondo del lavoro e trovano un mercato che perdona poco le interruzioni di carriera. Come se crescere figli fosse una vacanza lunga. Magari pagata pure bene, nella fantasia di qualcuno.

A tutto questo si aggiunge la particolarità ticinese: siamo un piccolo mercato del lavoro aperto su un’area molto più grande, dove i salari sono più bassi. Ogni giorno entrano circa 80 mila frontalieri. Non sono loro il nemico. Sarebbe troppo facile, e anche sbagliato. Il punto è economico: quando l’offerta di lavoro cresce molto e rapidamente, il salario viene messo sotto pressione. Il salario, piaccia o no, è anche il prezzo del lavoro.

Per questo parlare di dumping solo come abuso illegale è riduttivo. I controlli servono, certo. Ma non bastano. Perché il problema è strutturale. Nasce da un equilibrio che, per il Ticino, è diverso da quello del resto della Svizzera. La libera circolazione ha portato benefici al Paese, ma nel nostro Cantone ha prodotto anche costi sociali evidenti.

Ecco perché i Bilaterali III non possono essere discussi come se vivessimo a Berna, Zurigo o Lucerna. Qui la frontiera non è un concetto. È una realtà quotidiana. Se si rafforza il quadro degli accordi con l’Unione europea, allora va rafforzata anche la protezione concreta dei salari e delle condizioni di lavoro. Non con slogan. Con strumenti veri.

Il Primo maggio dovrebbe ricordarci proprio questo: non basta avere un lavoro. Serve un lavoro che permetta di restare in Ticino, vivere con dignità e guardare avanti senza paura. E questo, prima ancora che economico, è un problema politico.

Dumping salariale: il problema vero e la risposta sbagliata

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In Ticino il lavoro soffre. Innegabile. I salari sono più bassi della media svizzera, molti giovani qualificati partono, gli over 55 faticano a rientrare nel mercato del lavoro, le donne guadagnano meno degli uomini. Non è retorica. È una dinamica che osserviamo da anni.

La domanda non è se il dumping esista. La domanda è da dove nasce. La libera circolazione delle persone ha modificato in modo strutturale il mercato del lavoro ticinese. Non è una colpa. È un fatto economico.

Un’economia piccola, confinante con un’area molto più ampia e con salari medi inferiori, quando apre completamente il proprio mercato del lavoro, vede aumentare in modo significativo l’offerta di manodopera. E quando l’offerta cresce più rapidamente della domanda, il prezzo tende ad abbassarsi. Il salario è il prezzo del lavoro.

Attenzione, non significa che ogni impresa sfrutti. Non significa che ogni lavoratore frontaliero sia un problema. Significa che l’equilibrio cambia. E quando cambia in modo permanente, le conseguenze diventano strutturali.

Il dumping non è solamente un comportamento illegale da reprimere. È il risultato di una pressione sistemica nei settori più esposti alla concorrenza sui costi che gli accordi bilaterali hanno aumentato in Ticino. Una buona parte del resto della Svizzera ha ottenuto benefici, noi invece ne paghiamo il prezzo.

Ed è qui che entra in gioco l’iniziativa anti dumping.

L’idea è chiara: più ispettori, più controlli, più verifiche. I controlli servono? Certamente. Risolvono il problema? No.

Per questo ritengo l’iniziativa sbagliata, inutile e dannosa.

È sbagliata nell’impostazione, perché parte da un’analisi errata del problema: la causa è strutturale, non legale.

È inutile rispetto agli obiettivi dichiarati. Non aumenta i salari medi. Non trattiene i giovani. Non reintegra gli over 55. Non corregge il divario uomo-donna.

Ed è dannosa perché aumenta la spesa dello Stato e i costi per le aziende senza intervenire sulla radice del problema. Più controlli non significa salari più alti: si può ridurre qualche abuso, ma non si modifica l’equilibrio del mercato.

Se la pressione salariale deriva da un cambiamento strutturale dell’offerta di lavoro, servono politiche che incidano sugli incentivi e sul valore aggiunto dell’economia. Investimenti in formazione mirata. Rafforzamento mirato dei contratti collettivi dove necessario. E soprattutto basta agli accordi con l’Unione Europea.

In economia vale una regola semplice: se non cambi l’equilibrio di mercato, non cambi il risultato. Possiamo moltiplicare le ispezioni. Possiamo irrigidire le procedure. Ma se l’offerta resta ampia e competitiva rispetto ai livelli salariali locali, la pressione rimane.

Il dumping non è un incidente. È una conseguenza.

E finché non affrontiamo la causa strutturale, non risolveremo nulla. I nostri giovani continueranno ad emigrare, le persone sopra i 55 anni finiranno in assistenza e le donne continueranno a guadagnare di meno.

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Ticino: siamo sempre i più poveri

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Anche nel 2024 il Ticino vince la poco invidiabile classifica della povertà. L’Ufficio federale di statistica lo conferma: in Svizzera nessuno fa peggio del Ticino in quanto a povertà e rischio povertà.

La soglia di povertà è fissata a 2’388 franchi per i single e 4’159 per una coppia con bambini.

Ebbene, il tasso di povertà raggiunge il 16,5%, circa il doppio della media nazionale. Sono quasi 59’000 persone che restano povere anche dopo l’intervento dello Stato. I trasferimenti sociali (dalle rendite di vecchiaia alle altre prestazioni sociali) faticano a tenere in piedi un equilibrio fragile, ma senza di essi il tasso di povertà in Ticino si avvicinerebbe addirittura al 50%. È un dato francamente agghiacciante.

Ma non è tutto. Fin qui la povertà conclamata. Ma cos’è il “rischio povertà”?

Esso è definito come un reddito inferiore al 60% della mediana: 2’645 franchi per una persona sola e a 5’554 franchi per una coppia con due bambini. Qui il quadro è ancora peggiore: una persona su quattro in Ticino, oltre il 25%, è a rischio povertà. A livello nazionale è una su sei. In Ticino ci sono quasi 90’000 persone a rischio povertà. Non una minoranza marginale, ma una parte consistente della nostra società.

E non è tutto. Gli indicatori di deprivazione materiale e sociale — cioè le rinunce concrete causate dalla mancanza di soldi, come far fronte a una spesa imprevista di 2’500 franchi entro un mese o riscaldare adeguatamente la propria abitazione — ci collocano tra le aree più fragili del Paese. Peggio di noi stanno solo nella regione del Lemano, la cui situazione è peggiorata molto nell’ultimo anno.

Da anni segnaliamo un altro dato allarmante: il tasso di povertà tra chi lavora. In Ticino è dell’8,5% (12’400 persone), il doppio della media nazionale. Se i salari sono bassi, lavorare non è sempre sufficiente per sfuggire alla povertà. E sappiamo che in Ticino i salari sono i più bassi della Svizzera.

I gruppi più esposti alla povertà rimangono gli anziani, gli stranieri, le persone con una formazione bassa, chi vive solo e le famiglie monoparentali, oltre a chi lavora con un grado d’occupazione inferiore al 50%. Una parte rilevante del nostro Cantone.

Questa è la realtà con cui dobbiamo fare i conti. E per affrontarla non basteranno cerotti, nemmeno se necessari, come i salari minimi sociali (grazie al cielo li abbiamo introdotti!). Serve invece il coraggio di arginare gli effetti negativi della libera circolazione delle persone e, soprattutto, di aprire finalmente una discussione sull’economia che vogliamo in Ticino.

Perché la vera domanda è questa: vogliamo un Cantone in cui lavorare garantisca dignità e prospettiva, oppure uno in cui l’unica possibilità di salvezza, quando arriverà la pensione o quando i nostri figli diventeranno genitori, sarà quella di trasferirsi oltre confine o al di là del Gottardo?

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