Inflazione, crescita e incertezza: l’economia globale nel 2026

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L’economia mondiale entra nella primavera del 2026 con un quadro meno uniforme di quanto sembri: la crescita regge, ma l’inflazione torna a dare segnali di riaccelerazione in diverse aree. Secondo il Fondo monetario internazionale (FMI), l’inflazione globale dovrebbe salire modestamente nel 2026 prima di riprendere a scendere nel 2027.

Nelle economie avanzate il rientro dei prezzi è stato più ordinato, ma non definitivo. Nell’area euro l’inflazione è risalita al 2,6% in marzo 2026, dal 1,9% di febbraio, soprattutto per effetto dell’energia. Dentro il blocco, il quadro resta eterogeneo: Germania al 2,8%, Spagna al 3,4%, Italia all’1,6%, Francia al 2,0%. La normalizzazione, dunque, non significa stabilità piena, ma una nuova fragilità legata ai prezzi energetici e alla domanda interna.

Negli Stati Uniti l’inflazione annua è salita al 3,3% in marzo, spinta dall’energia e dal rincaro dei carburanti. È un livello ancora lontano dai picchi del passato, ma sufficiente a complicare il percorso della Federal Reserve, perché la disinflazione non è più lineare come nei mesi precedenti. Nel Regno Unito, l’indice dei prezzi al consumo (Consumer Price Index, CPI) è salito al 3,3% in marzo e l’indice armonizzato dei prezzi al consumo (Consumer Price Index including owner-occupiers’ housing costs, CPIH) al 3,4%, segnalando che i servizi restano un punto di pressione importante. In entrambe le economie, il tema non è più soltanto frenare l’inflazione, ma evitare che il costo della vita resti troppo elevato troppo a lungo.

In Asia il quadro è più sfumato. In Giappone l’inflazione si è raffredata: in febbraio era all’1,3%, sotto il target della banca centrale, con un’inflazione di fondo all’1,6%. In Cina, invece, i prezzi hanno mostrato un recupero moderato: l’inflazione annua è stata dell’1,0% a marzo, dopo un picco all’1,3% in febbraio. Qui il problema opposto è evidente: non tanto l’eccesso di inflazione, quanto la debolezza strutturale della domanda interna.

Il filo che unisce questi mercati è l’energia. L’aumento dei prezzi petroliferi e delle tensioni geopolitiche si trasmette rapidamente ai consumi, ai trasporti e ai servizi, rendendo più difficile il lavoro delle banche centrali. Per le economie avanzate, questo significa una politica monetaria ancora prudente; per quelle emergenti, un rischio più serio di erosione del potere d’acquisto e di instabilità macroeconomica.

La vera novità non è il ritorno dell’inflazione alta, ma il ritorno dell’incertezza. Dopo la fase più acuta dello shock post-pandemico, i prezzi non seguono più un’unica direzione: in alcune economie accelerano, in altre rallentano, in altre ancora restano troppo deboli. È questo disordine, più della cifra secca dell’inflazione, a definire oggi la situazione economica delle principali nazioni.

Casse malati – Quando la realtà presenta il conto alla politica

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Il Consiglio di Stato ha presentato la proposta per attuare le due iniziative sui premi di cassa malati che chiedevano da un lato l’aumento delle deduzioni fiscali, dall’altro il tetto massimo del 10% del reddito destinato ai premi.

Il piano del Governo prevede un’entrata in vigore graduale in due tappe. La prima, dal 2027, introduce un pacchetto da 61.4 milioni: 51 a carico del Cantone e 10.4 dei Comuni. Per avvicinarsi all’obiettivo del tetto del 10%, si interviene sul sistema RIPAM (attualmente in vigore) ampliando i beneficiari di circa 8’000 persone, per una spesa stimata di 38 milioni. Parallelamente, le deduzioni fiscali aumentano del 20%, con un impatto di 23.4 milioni.

La copertura è costruita in modo equilibrato: metà tramite tagli di spesa e metà tramite nuove entrate. I risparmi toccano trasporti pubblici, asilo, assegni prima infanzia e scuola. Le nuove entrate arrivano da un aumento dell’imposta sulla sostanza e da rincari sul registro fondiario.

A regime, dal 2029, le deduzioni saliranno ulteriormente e il sistema verrà corretto in modo decisivo: si passerà dal Premio Medio di Riferimento al Premio Medio Effettivo. È un passaggio tecnico, ma fondamentale, perché riporta il calcolo sull’effettivo costo sostenuto dalle famiglie e non su un dato teorico. Il costo complessivo si attesta attorno ai 130 milioni, con circa 215’000 beneficiari.

Il merito principale del documento governativo è quello di riportare il dibattito alla realtà. Durante la campagna, infatti, si è giocato su un equivoco rilevante: i benefici erano stati sovrastimati utilizzando il premio medio di riferimento, non quello realmente pagato. Questo ha gonfiato le aspettative, facendo immaginare risparmi molto più ampi, nell’ordine di diverse centinaia di milioni (circa 400).

Oggi i numeri sono più sobri. La misura resta importante, ma è lontana da quanto prospettato. E soprattutto, emerge con chiarezza il tema delle coperture. I benefici hanno un costo e questo costo si traduce in tagli e in nuove entrate. Non è una sorpresa per chi ha familiarità con le politiche pubbliche, ma lo è per chi è stato portato a credere che il risultato sarebbe stato privo di conseguenze.

Il punto più delicato, a questo stadio, non è tecnico, è istituzionale. Quando una votazione si basa su aspettative sovrastimate e il tema del finanziamento viene rinviato, si crea una rottura. Il cittadino scopre che il beneficio è inferiore a quanto immaginato e che il prezzo da pagare è concreto. E qui la fiducia si incrina.

Negli ultimi anni questa dinamica, purtroppo, si ripete con una certa frequenza. Per questo è forse arrivato il momento di interrogarsi su come evitare che strumenti democratici complessi vengano ridotti a promesse elettorali. Perché quando la politica si allontana troppo dai vincoli della realtà, prima o poi è la realtà che presenta il conto.

Da L’Osservatore, 18.04.2026

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Ora legale: quanto vale un’ora di sonno?

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Insieme alla primavera arriva puntualissima anche l’ora legale. E con lei ci viene chiesto di rinunciare a un’ora di sonno. Ma questo piccolo sacrificio serve davvero a qualcosa?

Per capirlo bisogna fare un passo indietro. Siamo nel 1784 quando Benjamin Franklin, inventore del parafulmine e volto delle banconote da 100 dollari, pubblica sul Journal de Paris una lettera satirica ancora attualissima. Non propone di spostare gli orologi: prende in giro i parigini che dormono troppo e consumano candele fino a notte fonda. La sua idea è semplice: svegliarsi prima, sfruttare la luce gratuita del sole e risparmiare. Franklin arriva perfino a stimare per Parigi un risparmio di 64 milioni di candele all’anno. Tradotto in termini economici, significa meno costi per le famiglie e più risorse per altri consumi. Per stimolare i pigri immagina campane alle cinque del mattino, tasse sulle finestre chiuse e premi per chi usa meno luce artificiale. È una provocazione, ma contiene già la domanda moderna: vale la pena cambiare abitudini per ottenere un vantaggio economico ed energetico?

Ancora oggi gli studi si dividono. Alcuni mostrano risparmi, altri no. Il punto è che non basta guardare alle lampadine: la luce serale in più non sempre compensa l’energia richiesta da riscaldamento e climatizzazione.

In Svizzera una recente analisi dell’Empa, il laboratorio federale per la ricerca sui materiali e la tecnologia, ha adottato uno sguardo più ampio, includendo anche gli edifici per uffici, il  riscaldamento e il raffreddamento. Il risultato è che, in un clima temperato come il nostro, l’ora legale tende a ridurre il fabbisogno energetico complessivo. Ma il punto economico più interessante è un altro: più luce la sera significa più persone che escono dopo il lavoro, si fermano in un negozio, vanno al ristorante, fanno sport o partecipano a eventi. Commercio, turismo, ristorazione e tempo libero ne beneficiano direttamente. È una scelta tecnica che modifica i comportamenti e quindi sostiene la domanda interna.

In Svizzera l’ora legale è in vigore dal 1981, ma il dibattito resta aperto. Il Consiglio federale ha sempre ricordato che un cambio solo svizzero creerebbe una “isola oraria” nel cuore dell’Europa, con effetti su trasporti, logistica e scambi con l’Unione europea.

Ci sono poi effetti collaterali meno intuitivi. Più luce serale è stata associata a meno rapine in città e a meno incidenti mortali nelle ore del tramonto.

Più incerto è il capitolo salute. Il cambio può alterare temporaneamente i ritmi circadiani, cioè il nostro orologio biologico e alcuni studi segnalano piccoli aumenti temporanei di ictus o infarti. Altri, invece, sottolineano più attività fisica, più vitamina D e più tempo all’aperto.

Il bilancio, quindi, non è perfettamente lineare. Sul piano energetico e sanitario i dati restano misti, ma sul lato economico i benefici legati ai consumi sono difficili da ignorare.

E forse è proprio questo il punto: non sempre serve una certezza matematica assoluta. Resta qualcosa di molto concreto, tornare dal lavoro con ancora il sole, fermarsi per un aperitivo, fare una passeggiata o una grigliata all’aperto.

Franklin, probabilmente, l’avrebbe detto così: non si tratta solo di risparmiare candele. Si tratta di usare meglio la luce per vivere meglio. E in Svizzera, dove ogni scelta si intreccia con i rapporti europei, anche un’ora di sole serale pesa più di quanto sembri.

Gli effetti concreti della guerra in Iran

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Le conseguenze economiche di una guerra come quella attualmente in corso in Iran sono molteplici e si trasmettono rapidamente all’intero sistema globale.

Il primo canale è quello energetico. Il rischio di interruzioni nello Stretto di Hormuz introduce una forte volatilità nei prezzi di petrolio e gas (arrivati agli oltre 100 $ per il Brent). È vero che una parte rilevante di quei flussi è destinata alla Cina, ma proprio per questo l’effetto è globale: se la Cina non trova più quelle forniture, si sposta sugli stessi mercati su cui acquistiamo noi. La domanda aumenta, l’offerta si riduce, e i prezzi salgono. A poco servono, almeno nel breve periodo, i tentativi di contenimento: il rilascio di riserve strategiche da parte di alcuni Paesi e l’annuncio dell’OPEC di un aumento della produzione attenuano la tensione, ma non eliminano l’incertezza.

Il problema è che il rincaro dell’energia si trasmette a tutta la filiera economica. Petrolio e gas restano le principali fonti energetiche dei Paesi industrializzati. Aumentano i costi di produzione, i costi di trasporto, la logistica e, a cascata, i prezzi finali. Il risultato è pressione inflazionistica diffusa. Questo avviene in un contesto già fragile, caratterizzato da una domanda debole e da un rallentamento dell’economia globale. È qui che riemerge un rischio che sembrava archiviato: la stagflazione, cioè la combinazione di inflazione elevata, crescita bassa e aumento della disoccupazione.

In questo scenario, le banche centrali si trovano in una posizione scomoda. La Federal Reserve e la Banca centrale europea hanno recentemente deciso di lasciare invariati i tassi di interesse(rispettivamente 3,50-3,75% e 2%). Fino a poche settimane fa, un taglio sarebbe stato plausibile per sostenere consumi e investimenti. Oggi, però, il rischio inflazione impone prudenza. La politica monetaria resta in attesa, sospesa tra due obiettivi difficili da conciliare.

L’incertezza si riflette anche sugli altri mercati. Le materie prime e l’oro registrano forti oscillazioni, alimentate anche da movimenti speculativi. Le borse mostrano una volatilità elevata: i settori più esposti, come il trasporto aereo, sono tra i primi a soffrire, mentre altri, in particolare l’industria della difesa, registrano guadagni.

Anche il mercato valutario reagisce. Il franco svizzero si rafforza, confermando il suo ruolo di valuta rifugio. L’euro si indebolisce, mentre il dollaro tende a rafforzarsi. Tuttavia, anche qui domina la volatilità: è bastato un segnale della Banca nazionale svizzera sulla possibilità di interventi sul cambio per muovere rapidamente le aspettative e indebolire fortemente la nostra moneta. Resta da capire quanto a lungo queste dinamiche potranno essere governate.

E in tutto questo, i cittadini? Sono l’anello finale della catena. Subiscono l’aumento dei prezzi, l’incertezza sul lavoro e la perdita di potere d’acquisto. È qui che gli effetti della guerra diventano concreti: non nei grafici, ma nella vita quotidiana.

L’Osservatore, 21.03.2026

Benzina, ma quanto ci costi?

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La guerra in Iran ha avuto effetti immediati sul prezzo della benzina. Molti se ne sono accorti andando a fare rifornimento: il pieno costa di più. E allora la domanda nasce spontanea. Com’è possibile che un conflitto così lontano produca effetti così rapidi sui prezzi che paghiamo ogni giorno?

Per capirlo bisogna partire dal petrolio. In particolare dal Brent, il prezzo di riferimento del greggio estratto nel Mare del Nord e utilizzato come indicatore per il mercato mondiale. Nelle ultime settimane il prezzo è passato da circa 70 dollari al barile a oltre 110, per poi scendere attorno ai 90 dollari quando il presidente americano Donald Trump ha dichiarato che la guerra potrebbe finire presto. Ieri la quotazione è tornata vicino ai 100 dollari.

Questo movimento è importante perché la benzina deriva proprio dal petrolio. Quando la materia prima diventa più cara, prima o poi anche il prezzo alla pompa tende ad aumentare.

A questo punto però nasce un’obiezione frequente. La benzina che compriamo oggi è stata prodotta settimane fa, con petrolio che costava meno. Perché allora il prezzo aumenta subito?

Qui entra in gioco una caratteristica economica del mercato della benzina: la domanda rigida. In economia si parla di elasticità della domanda, cioè della sensibilità dei consumatori ai cambiamenti di prezzo. Nel caso della benzina la domanda è poco elastica: anche se il prezzo sale, continuiamo a comprarla. Nel breve periodo è infatti difficile sostituire questo bene. Se dobbiamo andare al lavoro o accompagnare i figli a scuola, l’automobile resta spesso indispensabile. Qualcosa di simile accade con alcuni farmaci: chi ha bisogno dell’insulina continuerà a comprarla anche se il prezzo aumenta molto.

C’è poi un secondo motivo. I distributori sanno che nei prossimi mesi dovranno acquistare petrolio più caro. Per questo anticipano una parte dell’aumento già oggi, per non trovarsi in difficoltà quando dovranno rifornirsi a prezzi più alti.

Esiste infine un fenomeno ben noto agli economisti, spesso descritto con l’immagine della collosità dei prezzi. I prezzi tendono a salire rapidamente quando i costi aumentano, ma scendono molto più lentamente quando le condizioni migliorano.

Il problema non riguarda però soltanto la benzina. Petrolio e gas restano fonti energetiche centrali nelle nostre economie. Se aumenta il costo dell’energia, aumentano anche i costi di produzione delle imprese e spesso i prezzi dei beni. Lo stesso vale per il trasporto delle merci, che dipende direttamente dal prezzo dei carburanti.

Per questo gli economisti tornano a parlare di inflazione, cioè di aumento generale dei prezzi. E in un contesto di crescita economica già debole riappare anche il timore della stagflazione, la combinazione tra prezzi elevati e stagnazione economica con disoccupazione.

Per ora non siamo in questa situazione. Ma gli eventi delle ultime settimane ricordano quanto l’economia mondiale sia interconnessa: anche una guerra lontana può arrivare molto rapidamente fino alla pompa di benzina sotto casa.

Guerra in Iran: petrolio, mercati e le prime conseguenze economiche

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A una settimana dall’inizio della guerra in Iran, i mercati mostrano già le prime conseguenze economiche del conflitto. Come spesso accade in Medio Oriente, il primo canale di trasmissione è quello energetico.

Le ritorsioni contro petroliere e infrastrutture nei porti di Fujairah negli Emirati Arabi Uniti e di Duqm in Oman hanno riportato al centro dell’attenzione e dello scontro lo Stretto di Hormuz. Questo passaggio tra Golfo Persico e Oceano Indiano è uno dei punti più sensibili del commercio mondiale di energia: da qui passa circa un quinto del petrolio globale. Quando un nodo così cruciale diventa instabile, i mercati inseriscono nei prezzi quello che gli economisti chiamano “premio per il rischio”, cioè una sorta di assicurazione contro possibili interruzioni delle forniture.

Il mercato petrolifero lo riflette chiaramente. Il Brent, il principale prezzo di riferimento internazionale del greggio, ha superato i 90 dollari al barile (ca. 70 CHF) per la prima volta da marzo 2024, guadagnando il 25% in più rispetto a una settimana fa. In scenari più estremi, se lo Stretto di Hormuz dovesse essere chiuso o fortemente limitato, alcuni analisti ipotizzano prezzi anche oltre i 120 dollari (94 CHF).

Le tensioni non riguardano solo il petrolio. Anche il mercato del gas naturale liquefatto mostra fragilità, soprattutto dopo alcune sospensioni produttive in Qatar e difficoltà logistiche verso Asia ed Europa. Per l’Europa, già segnata dalla crisi energetica seguita alla guerra in Ucraina, questo significa tornare a confrontarsi con costi energetici più elevati, con effetti sui margini delle imprese e sul potere d’acquisto delle famiglie.

I mercati finanziari hanno reagito nel modo tipico delle fasi di incertezza geopolitica. Gli indici azionari hanno registrato correzioni moderate mentre gli investitori si sono orientati verso beni rifugio come oro, dollaro, yen e franco svizzero che si sono rafforzati.

Secondo alcune stime preliminari, un conflitto prolungato potrebbe ridurre la crescita globale del 2026 di circa 0,3-0,5 punti percentuali e aumentare l’inflazione di alcuni decimi se i prezzi dell’energia restassero elevati per diversi mesi. Non si parla per ora di stagflazione (aumento dei prezzi e crisi economica con grande disoccupazione), ma certamente di un contesto più fragile.

Per l’Europa gli effetti sarebbero soprattutto indiretti: un petrolio stabile attorno agli 85 dollari (66 CHF) potrebbe aumentare l’inflazione di alcuni decimi e rallentare leggermente la crescita. Se invece i prezzi salissero oltre i 110 dollari (86 CHF), l’inflazione potrebbe tornare verso il 3%, costringendo la Banca Centrale Europea a rallentare il percorso di riduzione dei tassi. Ma sappiamo quanto le previsioni in questo momento lascino il tempo che trovano.

La Svizzera parte da una posizione relativamente solida. L’inflazione resta sotto l’1% e il franco forte aiuta ad assorbire parte degli shock energetici. Anche qui però l’impatto non sarebbe nullo: crescita leggermente più debole e qualche decimo di inflazione in più.

Molto dipenderà dalla durata del conflitto. I mercati guardano soprattutto a tre indicatori: prezzo del petrolio, sicurezza delle rotte commerciali e decisioni delle banche centrali. È lì che si giocherà la vera onda lunga economica di questa crisi.

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Dumping salariale: il problema vero e la risposta sbagliata

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In Ticino il lavoro soffre. Innegabile. I salari sono più bassi della media svizzera, molti giovani qualificati partono, gli over 55 faticano a rientrare nel mercato del lavoro, le donne guadagnano meno degli uomini. Non è retorica. È una dinamica che osserviamo da anni.

La domanda non è se il dumping esista. La domanda è da dove nasce. La libera circolazione delle persone ha modificato in modo strutturale il mercato del lavoro ticinese. Non è una colpa. È un fatto economico.

Un’economia piccola, confinante con un’area molto più ampia e con salari medi inferiori, quando apre completamente il proprio mercato del lavoro, vede aumentare in modo significativo l’offerta di manodopera. E quando l’offerta cresce più rapidamente della domanda, il prezzo tende ad abbassarsi. Il salario è il prezzo del lavoro.

Attenzione, non significa che ogni impresa sfrutti. Non significa che ogni lavoratore frontaliero sia un problema. Significa che l’equilibrio cambia. E quando cambia in modo permanente, le conseguenze diventano strutturali.

Il dumping non è solamente un comportamento illegale da reprimere. È il risultato di una pressione sistemica nei settori più esposti alla concorrenza sui costi che gli accordi bilaterali hanno aumentato in Ticino. Una buona parte del resto della Svizzera ha ottenuto benefici, noi invece ne paghiamo il prezzo.

Ed è qui che entra in gioco l’iniziativa anti dumping.

L’idea è chiara: più ispettori, più controlli, più verifiche. I controlli servono? Certamente. Risolvono il problema? No.

Per questo ritengo l’iniziativa sbagliata, inutile e dannosa.

È sbagliata nell’impostazione, perché parte da un’analisi errata del problema: la causa è strutturale, non legale.

È inutile rispetto agli obiettivi dichiarati. Non aumenta i salari medi. Non trattiene i giovani. Non reintegra gli over 55. Non corregge il divario uomo-donna.

Ed è dannosa perché aumenta la spesa dello Stato e i costi per le aziende senza intervenire sulla radice del problema. Più controlli non significa salari più alti: si può ridurre qualche abuso, ma non si modifica l’equilibrio del mercato.

Se la pressione salariale deriva da un cambiamento strutturale dell’offerta di lavoro, servono politiche che incidano sugli incentivi e sul valore aggiunto dell’economia. Investimenti in formazione mirata. Rafforzamento mirato dei contratti collettivi dove necessario. E soprattutto basta agli accordi con l’Unione Europea.

In economia vale una regola semplice: se non cambi l’equilibrio di mercato, non cambi il risultato. Possiamo moltiplicare le ispezioni. Possiamo irrigidire le procedure. Ma se l’offerta resta ampia e competitiva rispetto ai livelli salariali locali, la pressione rimane.

Il dumping non è un incidente. È una conseguenza.

E finché non affrontiamo la causa strutturale, non risolveremo nulla. I nostri giovani continueranno ad emigrare, le persone sopra i 55 anni finiranno in assistenza e le donne continueranno a guadagnare di meno.

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L’imposizione individuale, specchio di una società che cambia

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Le riforme fiscali sembrano spesso questioni tecniche. In realtà raccontano molto di come una società vede il lavoro, la famiglia e l’autonomia economica delle persone. Così è per la votazione di marzo sull’imposizione individuale.

Da oltre quarant’anni in Svizzera si discute di equità fiscale tra coppie sposate e coppie non sposate. Il matrimonio può comportare un carico d’imposta più elevato rispetto alla convivenza e già nel 1984 il Tribunale federale aveva richiamato il principio costituzionale di uguaglianza, evidenziando gli effetti distorsivi del cumulo dei redditi. La riforma introduce l’imposizione individuale: ogni persona presenta la propria dichiarazione con reddito, sostanza e deduzioni.

Nel confronto internazionale la Svizzera resta un’eccezione. Nei paesi dell’OCSE la tassazione individuale è ormai prevalente (dai Paesi nordici ai Paesi Bassi, fino all’Italia), mentre altri Stati adottano correttivi come lo splitting tedesco o il quoziente familiare francese. La tendenza generale è chiara: tassare la persona e non lo stato civile, in linea con mercati del lavoro sempre più fondati su carriere duali.

Il motivo economico è concreto. L’imposizione congiunta aumenta spesso l’aliquota marginale sul secondo reddito, che nella maggioranza dei casi è quello femminile, riducendo gli incentivi alla partecipazione al lavoro. In un contesto di carenza di personale qualificato, la neutralità fiscale diventa una questione di efficienza oltre che di equità.

In pratica, la riforma prevede la fine del cumulo automatico dei redditi, un adattamento della tariffa dell’imposta federale diretta e un aumento delle deduzioni per figli. Come sempre, ci sarà chi ci guadagna e chi ci perde: le coppie con doppio reddito e molti single vedrebbero un alleggerimento, mentre una parte delle coppie monoreddito potrebbe affrontare aumenti, in parte compensati dalle nuove deduzioni. Secondo le stime, circa il 50% dei contribuenti beneficerebbe di uno sgravio, il 36% resterebbe invariato e il 14% potrebbe pagare qualcosa in più.

Restano questioni aperte, come l’aumento del numero di dichiarazioni fiscali e una riduzione del gettito federale stimata tra i 600 e gli 800 milioni di franchi. Le autorità ritengono però che una maggiore partecipazione al lavoro possa compensare almeno in parte questi effetti nel medio periodo, anche se le reazioni economiche non sono mai immediate.

Il punto, in fondo, non è solo fiscale. È capire se il sistema tributario debba continuare a riflettere modelli familiari del passato o adattarsi a una società in cui l’autonomia economica individuale è sempre più centrale. La domanda resta aperta: è giusto che contribuenti con identico reddito complessivo siano tassati in modo diverso solo in base allo stato civile? Su questo interrogativo, ancora una volta, la parola finale spetta al Popolo.

Da L’Osservatore, 21.02.2026

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Ticino: siamo sempre i più poveri

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Anche nel 2024 il Ticino vince la poco invidiabile classifica della povertà. L’Ufficio federale di statistica lo conferma: in Svizzera nessuno fa peggio del Ticino in quanto a povertà e rischio povertà.

La soglia di povertà è fissata a 2’388 franchi per i single e 4’159 per una coppia con bambini.

Ebbene, il tasso di povertà raggiunge il 16,5%, circa il doppio della media nazionale. Sono quasi 59’000 persone che restano povere anche dopo l’intervento dello Stato. I trasferimenti sociali (dalle rendite di vecchiaia alle altre prestazioni sociali) faticano a tenere in piedi un equilibrio fragile, ma senza di essi il tasso di povertà in Ticino si avvicinerebbe addirittura al 50%. È un dato francamente agghiacciante.

Ma non è tutto. Fin qui la povertà conclamata. Ma cos’è il “rischio povertà”?

Esso è definito come un reddito inferiore al 60% della mediana: 2’645 franchi per una persona sola e a 5’554 franchi per una coppia con due bambini. Qui il quadro è ancora peggiore: una persona su quattro in Ticino, oltre il 25%, è a rischio povertà. A livello nazionale è una su sei. In Ticino ci sono quasi 90’000 persone a rischio povertà. Non una minoranza marginale, ma una parte consistente della nostra società.

E non è tutto. Gli indicatori di deprivazione materiale e sociale — cioè le rinunce concrete causate dalla mancanza di soldi, come far fronte a una spesa imprevista di 2’500 franchi entro un mese o riscaldare adeguatamente la propria abitazione — ci collocano tra le aree più fragili del Paese. Peggio di noi stanno solo nella regione del Lemano, la cui situazione è peggiorata molto nell’ultimo anno.

Da anni segnaliamo un altro dato allarmante: il tasso di povertà tra chi lavora. In Ticino è dell’8,5% (12’400 persone), il doppio della media nazionale. Se i salari sono bassi, lavorare non è sempre sufficiente per sfuggire alla povertà. E sappiamo che in Ticino i salari sono i più bassi della Svizzera.

I gruppi più esposti alla povertà rimangono gli anziani, gli stranieri, le persone con una formazione bassa, chi vive solo e le famiglie monoparentali, oltre a chi lavora con un grado d’occupazione inferiore al 50%. Una parte rilevante del nostro Cantone.

Questa è la realtà con cui dobbiamo fare i conti. E per affrontarla non basteranno cerotti, nemmeno se necessari, come i salari minimi sociali (grazie al cielo li abbiamo introdotti!). Serve invece il coraggio di arginare gli effetti negativi della libera circolazione delle persone e, soprattutto, di aprire finalmente una discussione sull’economia che vogliamo in Ticino.

Perché la vera domanda è questa: vogliamo un Cantone in cui lavorare garantisca dignità e prospettiva, oppure uno in cui l’unica possibilità di salvezza, quando arriverà la pensione o quando i nostri figli diventeranno genitori, sarà quella di trasferirsi oltre confine o al di là del Gottardo?

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“Lo Stato non può stare a guardare”

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Intervista di Beniamino Sali per Il Federalista -12.02.2026

Pochi sanno che il settore industriale rappresenta il 27% del PIL svizzero (il 21% di quello ticinese), al quale l’ambito finanziario contribuisce con il 10% (rispettivamente il 9%). È l’industria, con le sue esportazioni, il vero polmone della nostra economia e del nostro benessere. Dagli imprenditori del settore giunge l’allarme, in termini insoliti: viviamo nel culto del libero commercio quando la concorrenza internazionale fruisce di imponenti aiuti pubblici, occorre che anche la Svizzera si doti di un’autentica politica industriale.

Partiamo dalle parole di Nabil Francis, CEO di Felco SA*. Due giorni fa sulla NZZ Francis ha descritto la Svizzera come un “atleta pulito” che gareggia contro avversari ormai abituati al doping – protezionismo e sussidi statali. Il nostro Paese resterebbe ancorato a una fiducia quasi dogmatica nel libero commercio, con una buona dose di ingenuità.

Francis sostiene quindi che una politica industriale statale non dovrebbe più essere un tabù, nemmeno in Svizzera.

Amalia Mirante, economista, è docente SUPSI e parlamentare cantonale per la formazione di centro-sinistra Avanti con Ticino & lavoro.

Francis sostiene che la politica industriale non debba più essere considerata un tabù in Svizzera. Trova anche lei che ci troviamo in una situazione di svantaggio competitivo e dobbiamo reagire, uscendo dal “si è sempre fatto così”?

Penso che parlare di politica industriale non sia affatto un tabù, nemmeno per un’economia liberale come quella svizzera, così come non lo è per la maggior parte dei Paesi europei. Il punto non è se adottare una politica industriale, ma che cosa si intenda con questo termine. Più che di politica industriale in senso stretto qui si parla di una più ampia politica economica, che è sempre necessaria, indipendentemente dal contesto storico. Va però chiarito che molte prese di posizione come questa chiedono soprattutto sostegni mirati ad alcuni settori, in particolare alle industrie esportatrici e al tessuto di PMI che le accompagna. In questo senso non si tratta di una politica industriale neutrale, ma di interventi legati a specifici interessi di categoria.

Lei vedrebbe di buon occhio un ruolo più attivo della Banca Nazionale?

Ho forti riserve sull’idea di una Banca Nazionale coinvolta in questi meccanismi: il suo ruolo è chiaro e limitato alla politica monetaria, alla stabilità dei prezzi, del sistema dei pagamenti e del quadro monetario complessivo, non alla politica economica o fiscale.

Però in qualche modo la fa, quando concentra i suoi investimenti sulle Big Tech americane. È chiaro che debba investire in dollari, per ragioni monetarie, ma…

… È obbligata a farlo, la BNS fa quello che fa per assolvere i suoi compiti obiettivi. Dobbiamo riconoscere che fino ad oggi l’ha sempre fatto molto bene. Che poi adesso la nostra moneta abbia toccato livelli storici, rafforzandosi ulteriormente, non è certo responsabilità della Banca Nazionale. La quale potrà cercare di agire, con i pochi strumenti a disposizione, ma gli Stati Uniti ci tengono nel mirino accusandoci di manipolazione della moneta, quindi sarà più difficile.

La proposta del mondo industriale è di creare una sorta di fondo a sostegno alle imprese svizzere appunto per momenti come questo in cui c’è una grossa fluttuazione dei cambi.

Questa appunto è politica fiscale, non è più politica monetaria. Io non dico di no a priori a fondi di stabilizzazione a sostegno alle industrie nei momenti di bisogno, ma dico di no al fatto che sia la Banca Nazionale a farlo. La politica fiscale la deve fare lo Stato. I due enti devono assolutamente rimanere separati e indipendenti, pena la stabilità di una nazione dal punto di vista monetario. Lo vediamo in Paesi dove il Governo dà ordini alla banca centrale o dove gli obiettivi politici vengono mescolati con quelli monetari: è un disastro.

La disputa non riguarda solo la Banca Nazionale. Una delle lamentele che provengono dal mondo dell’impresa manifatturiera è che le stesse banche commerciali non investono più nel settore.

Eh sì, questo è un problema sicuramente importante. Ma anche qui, però, la leva deve essere sempre quella del Governo. E anche in questo caso bisogna fare in modo che il credito assolutamente arrivi. Poi dobbiamo essere anche abbastanza realisti e capire quali siano le richieste di crediti, perché solitamente le aziende, salvo le piccolissime, investono quando hanno prospettive di crescita e ricorrono al credito bancario –diciamo- in ultima istanza; di regola raccolgono capitale in altro modo (investimenti, azioni).

Migliorare le condizioni quadro è uno dei comiti di una politica economica dello Stato. Per esempio, alleggerendo burocrazia che, in Svizzera, sembra essere un ostacolo più grande di quanto si immagini.

La questione della burocrazia e della sua riduzione va sempre un po’ in conflitto con la questione dei controlli e della garanzia di una certa sicurezza. È chiaro: per essere certi che tutti svolgano le cose secondo le regole bisogna raccogliere dei dati. Pensiamo al mercato del lavoro, pensiamo alla qualità dei prodotti, eccetera.

Ricerca e sviluppo fanno pure parte di una politica economica. Attualmente siamo al 3% del PIL: non sarebbe una percentuale da ritoccare? All’insù?

Va detto che la quota principale degli investimenti in ricerca e sviluppo è sostenuta dalle imprese private, perché rappresenta per loro un vantaggio competitivo: innovare un prodotto o migliorare un processo produttivo significa aumentare ricavi e occupare una miglior posizione sul mercato. In questo senso, la ricerca nasce soprattutto dall’iniziativa privata. Lo Stato ha certamente un ruolo da giocare, ma diverso: quando investe in ricerca non lo fa per brevettare e vendere un prodotto, bensì per sostenere conoscenza, formazione e innovazione di base. Da questo punto di vista, i politecnici, le università e le scuole professionali svizzere svolgono già un lavoro di alto livello. Comunque, rispetto a un aumento di investimenti in questo campo, ci sarebbe sempre il rovescio della medaglia…

Allude a un ridistribuzione della spesa pubblica?

 Eh sì, le risorse non sono illimitate: aumentare gli investimenti significa ridurre la spesa altrove oppure incrementare la pressione fiscale. Un’alternativa potrebbe essere rafforzare gli incentivi fiscali per la ricerca privata, ad esempio attraverso una maggiore deducibilità dei costi di R&S, ma su questo servirebbe un’analisi fiscale approfondita. Resta inoltre da capire se un eventuale aumento delle imposte sarebbe davvero sostenibile e condiviso dalle imprese.

Nell’intervento di Nabil Francis si accennava anche alla necessità di accorciare le catene di approvvigionamento, di diventare più autonomi.

La Svizzera è storicamente un Paese privo di materie prime: possiamo discutere quanto vogliamo di autonomia, ma per esportare dobbiamo necessariamente importare. È possibile rafforzare la stabilità delle relazioni internazionali, ma oggi non vedo un’instabilità tale da giustificare allarmi immediati. Anzi, la Svizzera ha dimostrato nel tempo di saper mantenere buoni rapporti sia con l’Occidente sia con l’Oriente.

Sul piano delle catene di approvvigionamento, il tema riguarda più i semilavorati che le materie prime. Alcune produzioni potrebbero teoricamente essere riportate in Svizzera, ma bisogna chiedersi se ne valga davvero la pena. Un conto è farlo negli Stati Uniti, con un mercato di centinaia di milioni di consumatori, un altro è farlo in un’economia di nove milioni di abitanti, con limiti evidenti di spazio e scala.

Insomma, non resta grande spazio, dal suo punto di vista, per una reale politica industriale da parte dello Stato…

Occorrerebbe una visione complessiva di politica economica e industriale, ed è più a livello cantonale che non nazionale che vedo un grande potenziale nello sviluppo di partnership pubblico-privato. Sempre a condizione, però, che il settore privato accetti che lo Stato agisca come un partner alla pari, con legittimi interessi e benefici, e non come un semplice erogatore di sussidi. Quando il guadagno ricade solo sul privato, non si parla più di partnership ma di sostegno pubblico.

Gli interventi dello Stato sono giustificati soprattutto nei momenti di difficoltà, per difendere posti di lavoro e competenze strategiche, e in questo senso non siamo diversi da altri Paesi: anche in Svizzera, quando necessario, si trovano soluzioni mirate, come nel caso dei costi energetici per alcune industrie strategiche (metallurgia). Tuttavia, una politica industriale troppo vincolante o direzionale non trova reale consenso nemmeno nel mondo economico.

*Azienda svizzera leader nel settore delle attrezzature per giardinaggio.