Ticino: sempre più persone senza lavoro

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Ricevo sempre più messaggi da persone che hanno perso il lavoro o che non riescono a trovarlo. Mi scrivono uomini e donne che hanno lavorato per venti o trent’anni e che, da un giorno all’altro, si ritrovano fuori. Cinquantenni che inviano decine di curriculum senza ricevere neppure una risposta. Giovani costretti a passare da uno stage a un contratto precario, senza riuscire a costruirsi una vita. Famiglie che la sera rifanno i conti e non sanno più dove tagliare.

Perdere il lavoro non significa soltanto perdere uno stipendio. Cambia il modo in cui si guarda al mese successivo, si valuta ogni spesa e si parla del futuro con i propri figli. A volte cambia anche il modo in cui una persona guarda sƩ stessa.

Nel frattempo, in Ticino, continuano le chiusure, i licenziamenti e i ridimensionamenti. Bally, Lastminute.com e Auriel Investment, la società di Paradiso legata al marchio Roberto Cavalli, sono soltanto gli ultimi nomi di una lista che continua ad allungarsi. A questi si aggiungono molte aziende più piccole, che non finiscono sui giornali ma lasciano comunque a casa lavoratrici e lavoratori.

La nostra industria perde un pezzo alla volta: un reparto, una produzione, una sede. Di ogni caso si parla per qualche giorno, poi l’attenzione si sposta altrove. Chi ha perso il lavoro, invece, resta con il leasing, l’affitto, la spesa e le bollette da pagare.

I dati mostrano che non si tratta soltanto di una sensazione. Nel 2025 la crescita degli impieghi ĆØ stata sostenuta soprattutto dal lavoro a tempo parziale, mentre diminuiva il volume complessivo di lavoro. Verso la fine dell’anno hanno cominciato a calare anche i posti a tempo pieno. Nel primo trimestre del 2026, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, in Ticino sono scomparsi circa 2’400 impieghi, sono diminuiti gli equivalenti a tempo pieno e anche i posti liberi. La disoccupazione calcolata secondo i criteri internazionali (ILO) ha superato il 7,5% e tocca più di 14’000 persone.

Non siamo davanti a un crollo improvviso, ma a un indebolimento che procede quasi senza fare rumore. Le chiusure sembrano ogni volta casi isolati; sommate tra loro, però, ci consegnano un Cantone con meno lavoro, meno competenze e meno possibilità. E le cose andranno avanti a peggiorare.

Lo Stato non può limitarsi a registrare le chiusure quando ormai è troppo tardi. Deve sostenere le imprese sane che investono, formano personale e mantengono posti di lavoro sul territorio. Deve eliminare gli ostacoli inutili, prendere decisioni più rapidamente e aiutare le aziende che attraversano una difficoltà temporanea ma hanno ancora prospettive.

PerchĆ© dietro ogni posto perso c’è una persona che torna a casa e deve spiegare alla propria famiglia che da domani tutto sarĆ  più difficile.

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Arriva un nuovo benzinaio e si risparmiano venti centesimi al litro

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L’apertura di un nuovo distributore a Bellinzona ha portato a un calo netto dei prezzi della benzina nella regione; in alcuni casi, si ĆØ parlato di quasi venti centesimi al litro. La domanda, allora, viene spontanea: come ĆØ possibile che il prezzo cambi cosƬ rapidamente?

Il prezzo di un litro di benzina nasce dalla somma di diversi elementi. Una parte importante ĆØ costituita dalle imposte. In Svizzera, sulla benzina senza piombo ci sono 43,12 centesimi al litro di imposta sugli oli minerali,  30 centesimi di supplemento, il contributo per le riserve strategiche, la quota destinata alla compensazione delle emissioni di COā‚‚ e l’IVA dell’8,1 per cento, calcolata sull’intero prezzo; si parla di circa 90 centesimi. Evidentemente questo importo non può essere modificato dal benzinaio.

La seconda componente su cui si può fare poco sono il costo del carburante sui mercati internazionali, il cambio tra franco e dollaro, la raffinazione, il trasporto e tutta la logistica necessaria per far arrivare il prodotto fino alla pompa. Infine, ci sono i costi della singola stazione di servizio: personale, affitto, manutenzione, commissioni per i pagamenti elettronici, gestione dell’impianto e, naturalmente, il margine commerciale.

E proprio su questo il gestore ha un impatto diretto. Si può cercare di guadagnare di più su ogni litro venduto oppure puntare su un prezzo più basso, cercando di attirare più clienti.

È qui che il caso di Bellinzona diventa interessante. Il mercato dei carburanti ha una struttura particolare: i distributori sono numerosi, ma le grandi reti che contano davvero sono relativamente poche. In aggiunta, i prezzi sono esposti in modo molto visibile, lungo le strade e agli incroci, e ciascun operatore può vedere in tempo reale che cosa stanno facendo i concorrenti.

In economia, una situazione del genere viene spesso descritta come un oligopolio. Questo non significa che esista un cartello (accordo illecito), nĆ© che le imprese si mettano d’accordo di nascosto per tenere alti i prezzi. L’oligopolio ĆØ un’altra cosa: ĆØ un mercato nel quale pochi operatori importanti si osservano molto da vicino, conoscono bene le mosse dei concorrenti e reagiscono alle loro decisioni. ƈ subito evidente che se tutti tengono i prezzi alti e il prodotto ha una elasticitĆ  bassa (sensibilitĆ  minima alla variazione di prezzo), i consumatori vanno avanti a comperare il bene, pagano un prezzo elevato e tutte le aziende guadagnano. Ma quando entra un nuovo concorrente, soprattutto se arriva con una politica di prezzo aggressiva, quell’equilibrio può cambiare. Gli altri devono allora decidere se lasciarlo fare, rischiando di perdere clienti, oppure adeguarsi. A Bellinzona, almeno in parte, sembra essere accaduto proprio questo.

Non sappiamo ancora quanto del ribasso che abbiamo visto dipenda dall’apertura del nuovo distributore e quanto invece dall’andamento generale delle quotazioni del petrolio, e non sappiamo nemmeno se i prezzi rimarranno bassi nei prossimi mesi. Quello che possiamo osservare, però, ĆØ che l’arrivo di un nuovo operatore ha reso il mercato più attento e probabilmente anche più competitivo. E questo a vantaggio dei consumatori.

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In fabbrica entrano i robot umanoidi: le nuove sfide sindacali

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Si racconta che all’inizio della rivoluzione industriale i lavoratori mettessero i sabot, gli zoccoli di legno, negli ingranaggi dei nuovi telai meccanici. La storia ĆØ probabilmente più leggenda che cronaca, ma l’immagine resta potente: quando una macchina minaccia di cancellare un mestiere, chi lavora tende prima di tutto a difendersi.

Oggi i telai sono diventati robot umanoidi, software e intelligenza artificiale, ma la domanda rimane la stessa: che cosa succede a chi lavora quando una macchina diventa capace di svolgere una parte crescente del suo lavoro?

La vertenza Hyundai in Corea del Sud nasce qui. Il sindacato ha autorizzato ā€œlo sciopero contro i robotā€ dopo il blocco delle trattative sul contratto che prevedevano richieste salariali e premi legati agli utili, ma anche e soprattutto garanzie sull’occupazione davanti all’arrivo dell’automazione.

E questo perchĆ© Hyundai introdurrĆ  dal 2028 il robot umanoide Atlas: non come componente da assemblare, ma come lavoratore. Il sindacato non chiede di vietarlo, ma di negoziarne l’ingresso: quali mansioni cambieranno, quali posti resteranno e che cosa accadrĆ  a chi non potrĆ  diventare tecnico. Hyundai sostiene che nasceranno nuovi lavori per formare e supervisionare i robot. Può essere vero, ma resta da capire se saranno nello stesso stabilimento, con lo stesso salario e per le stesse persone.

Vedete, in realtĆ  non siamo proprio di fronte a uno sciopero contro i robot, ma piuttosto in presenza di una vertenza sulle condizioni con cui i robot entreranno in fabbrica.

Il precedente caso di Samsung rende tutto ancora più interessante. L’azienda ha deciso di destinare il 10,5% dell’utile operativo della divisione chip a premi per i dipendenti del settore semiconduttori e questo perchĆ© gli introiti dell’intelligenza artificiale, a detta loro, non possono trasformarsi solo in utili per gli azionisti e remunerazioni per i vertici.

Sembra una buona idea, ma attenzione: un bonus resta una distribuzione annuale. Se robot, software e intelligenza artificiale aumentano in modo stabile il valore dell’impresa, forse ĆØ arrivato il momento di discutere anche di partecipazione al capitale. Non come sostituto del salario, nĆ© come scommessa obbligata sulla propria azienda, ma come forma aggiuntiva di partecipazione. Il passaggio sarebbe rilevante: dal lavoratore che riceve un premio quando l’azienda decide di concederlo, al lavoratore che partecipa anche alla crescita futura dell’impresa.

Se una parte crescente della produttività viene affidata alle macchine, la ricchezza che ne deriva dovrà tradursi in salari migliori, più sicurezza, più tempo e maggiori opportunità per tutti. Altrimenti il progresso rischia di restare un vantaggio per pochi e di farci fare, nel complesso, un passo indietro invece che avanti.

L’Osservatore, 26.06.2026

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Il franco si indebolisce: ĆØ una buona notizia? Dipende da dove guardiamo

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Il franco svizzero questa settimana ha perso un po’ di valore, dopo mesi in cui si era fortemente apprezzato rispetto alle altre monete. Il 19 giugno, secondo la BNS, un euro valeva 0,9238 franchi e un dollaro 0,8059 franchi (contro i record nei mesi precedenti sull’euro a 0,9007 e sul dollaro a 0,7655). Ma cosa significa, in concreto, che una moneta si rafforza o si indebolisce?

Il valore di una moneta non ĆØ fisso e si misura sempre rispetto a un’altra. Dire che il franco si rafforza significa che con un franco possiamo comprare più euro, più dollari o più sterline di prima. Dire che si indebolisce significa il contrario. Facciamo un esempio semplice. Se un euro passa da 95 a 90 centesimi, il franco si ĆØ rafforzato: con 90 centesimi, invece di 95, compriamo un euro. Se invece un euro passa da 90 a 95 centesimi, il franco si ĆØ indebolito: per comprare un euro dobbiamo spendere qualche centesimo in più.

Quella che in apparenza potrebbe sembrare una faccenda da mercati finanziari influenza in realtĆ  la nostra vita di tutti i giorni. Vediamo come.

Se il franco si rafforza, le imprese svizzere che acquistano all’estero petrolio, gas, componenti, materie prime o prodotti finiti li pagano meno in franchi. Una parte di questo risparmio può arrivare ai consumatori sotto forma di prezzi più bassi o almeno di rincari meno pesanti. ƈ anche per questo che il franco forte aiuta la Svizzera a contenere l’inflazione che ricordiamo in era allo 0,6% in maggio, ben lontana dai livelli osservati in molti altri Paesi.

Avere una moneta solida, quindi attenua gli effetti dei rincari internazionali. Se il petrolio aumenta in dollari ma il franco si rafforza rispetto al dollaro, una parte di quell’aumento viene assorbita dal cambio. Naturalmente non accade in modo automatico nĆ© immediato. Un distributore di benzina, un supermercato o un’impresa non modificano i prezzi ogni mattina seguendo il cambio. Però, nel tempo, un franco forte rende meno costoso importare e riduce la pressione sui prezzi.

Ma qui arriva il punto delicato: le stesse imprese che beneficiano di acquisti esteri meno cari possono trovarsi in difficoltĆ  quando vendono i loro prodotti fuori dalla Svizzera.

Pensiamo a un’azienda ticinese che esporta in Italia o in Germania. Se vende un prodotto a 100 euro, il ricavo in franchi dipende dal cambio. Con un euro a 95 centesimi, quei 100 euro valgono 95 franchi. Se l’euro scende a 90 centesimi, gli stessi 100 euro ne valgono solo 90. L’azienda incassa meno, anche se non ha venduto un prodotto in meno.

Naturalmente un’impresa può cercare di reagire aumentando il prezzo in euro. Ma cosƬ rischia di diventare meno competitiva rispetto a un concorrente italiano, tedesco o francese. L’alternativa ĆØ assorbire il colpo e guadagnare meno. In entrambi i casi, un franco troppo forte mette sotto pressione margini, investimenti e, alla lunga, anche posti di lavoro.

Lo stesso vale per il turismo. Per un visitatore europeo, un albergo, un ristorante o un impianto di risalita svizzero diventano più cari quando il franco si rafforza.

Ecco perché il franco forte non è né una benedizione né una disgrazia. Dipende da dove guardiamo.

Per chi acquista beni importati, viaggia all’estero o fa la spesa oltreconfine può essere un vantaggio. Per chi esporta, lavora nel turismo o vende servizi a clienti stranieri può diventare rapidamente un problema.

ƈ qui che entra in gioco la Banca nazionale svizzera. Il suo compito principale resta la stabilitĆ  dei prezzi. Ma per mantenerla non guarda solo all’inflazione e ai tassi di interesse, ma anche al cambio. Per questo, nella decisione di questa settimana la BNS ha ribadito di essere pronta a intervenire sul mercato dei cambi se il franco dovesse rafforzarsi in modo rapido ed eccessivo. ƈ il paradosso del franco svizzero. La sua credibilitĆ  ĆØ una forza che se eccessiva può diventare uno svantaggio.

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Elon Musk: il primo uomo da mille miliardi (ma non in contanti)

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Elon Musk ĆØ diventato il primo trilionario della storia dopo la quotazione in borsa di SpaceX. La notizia ĆØ vera, ma va spiegata con precisione.

SpaceX ha debuttato al Nasdaq il 12 giugno 2026. Secondo Reuters, la societĆ  ha collocato circa 556 milioni di azioni a 135 dollari ciascuna (108 CHF), raccogliendo 75 miliardi di dollari (60 miliardi CHF). ƈ stata la più grande offerta pubblica iniziale mai realizzata. Al momento del collocamento, SpaceX valeva circa 1’770 miliardi di dollari (1’410 miliardi CHF); durante la prima giornata il titolo ĆØ salito fino a 160,95 dollari (130 CHF), portando la valutazione della societĆ  oltre i 2’000 miliardi (1’600 miliardi CHF).

Musk possiede circa il 38% del capitale. Sommando il valore della sua quota in SpaceX, le azioni e le opzioni Tesla e le partecipazioni nelle altre societĆ , Forbes ha stimato il suo patrimonio attorno ai 1’100 miliardi di dollari (877 miliardi CHF). Reuters lo ha quindi indicato come la prima persona al mondo ad aver superato la soglia del trillion.

Questo non significa che Musk abbia mille miliardi in contanti. La sua ricchezza è costituita soprattutto da azioni e partecipazioni; per calcolarne il valore viene utilizzato il prezzo di mercato. Certamente è una ricchezza reale, perché può essere venduta o utilizzata come garanzia, ma è anche molto variabile. Se le azioni SpaceX o Tesla scendessero, Musk perderebbe decine di miliardi senza spendere un solo dollaro.

Anche la parola ā€œtrilionarioā€ ĆØ problematica: nell’inglese americano un trillion equivale a mille miliardi, mentre nella scala numerica italiana tradizionale questa cifra si chiama bilione (il trilione ĆØ un miliardo di miliardi). La formulazione più corretta ĆØ quindi che Elon Musk ĆØ diventato la prima persona con un patrimonio stimato superiore a mille miliardi di dollari.

Resta da capire perchĆ© SpaceX valga cosƬ tanto. La societĆ  non costruisce soltanto razzi; controlla Starlink (la rete di satelliti che offre collegamenti internet anche nelle zone più isolate), dispone di contratti con la NASA e con il governo statunitense e opera in settori strategici come telecomunicazioni, difesa e intelligenza artificiale. Gli investitori non stanno quindi pagando soltanto i risultati di oggi, ma soprattutto ciò che SpaceX potrebbe diventare domani. Qui si trova il punto più delicato. Nei documenti esaminati da Reuters, SpaceX ha dichiarato per il 2025 ricavi per circa 18,7 miliardi di dollari (15 miliardi CHF) e una perdita operativa superiore ai 4 miliardi 3,2 miliardi CHF). Ci troviamo dunque davanti a una societĆ  valutata oltre 2’000 miliardi che non ha ancora raggiunto la redditivitĆ . Il mercato sta scommettendo su una crescita futura enorme: potrebbe avere ragione, ma potrebbe anche aver anticipato profitti che richiederanno molti anni o che non arriveranno nella misura sperata. Ma questo non cancella i risultati ottenuti. SpaceX ha ridotto il costo dei lanci, sviluppato razzi riutilizzabili e costruito una rete satellitare globale.

Infine, c’è il tema del controllo: pur possedendo ā€œsoloā€ circa il 38% del capitale, Musk conserva circa l’85% dei diritti di voto.  Musk controlla imprese attive nell’automobile, nello spazio, nelle comunicazioni, nell’intelligenza artificiale e nei media. Una concentrazione di ricchezza di queste dimensioni comporta anche una concentrazione di potere economico e politico. Tutto suo, e probabilmente, tutto meritato.

Kevin Warsh, un ā€œuomo di Wall Streetā€alla testa della Federal Reserve

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Di solito il cambio alla guida di una banca centrale interessa soprattutto economisti, analisti e mercati finanziari. Nel caso della Federal Reserve, però, il discorso ĆØ diverso. Chi guida la Fed non influenza soltanto l’economia americana. Influenza il costo del denaro mondiale, il dollaro, le borse e, indirettamente, anche l’economia europea e svizzera.

A metĆ  maggio Jerome Powell ha lasciato la presidenza della Fed. Al suo posto Donald Trump ha scelto Kevin Warsh, ex governatore della Federal Reserve ed ex banchiere di Morgan Stanley. Un cambio importante sia dal punto di vista economico sia politico.

Molti si aspettavano che Trump, dopo anni di attacchi contro Powell e contro i tassi elevati, avrebbe scelto un presidente molto accomodante. Un uomo pronto a tagliare i tassi in fretta e a sostenere i mercati. Le cose, però, sono andate in modo un po’ diverso.

Warsh ĆØ considerato relativamente rigoroso sul fronte dell’inflazione. Negli ultimi anni ha criticato le politiche ultra-espansive del periodo post-Covid e la crescita enorme del bilancio della banca centrale americana. In altre parole, ha contestato l’idea di una Fed sempre pronta a intervenire, comprare titoli e rassicurare i mercati. Il segnale ĆØ stato colto subito. Fino a pochi mesi fa molti investitori scommettevano su tagli dei tassi di interesse nel corso del 2026. Ora il quadro ĆØ meno chiaro. Qualcuno arriva persino a ipotizzare il rischio di nuovi rialzi, se l’inflazione dovesse restare troppo alta.

Anche sul tema dell’indipendenza della banca centrale i primi segnali sono stati meno prevedibili del previsto. Durante le audizioni al Senato, Warsh ha insistito molto sulla propria autonomia. Tanto che lo stesso Trump ha dichiarato che la Fed deve rimanere totalmente indipendente. Una frase non banale, se ricordiamo quanto siano stati difficili i rapporti tra Trump e Powell.

Sul piano della politica monetaria, diversi analisti si aspettano una Fed più sobria. Meno quantitative easing, cioè meno acquisti massicci di titoli finanziari. Meno interventi permanenti sui mercati. Più attenzione allo strumento classico dei tassi di interesse.

Detto in modo semplice: una banca centrale meno disposta a fare da pompiere universale ogni volta che i mercati prendono paura. Per l’Europa e per la Svizzera non ĆØ un dettaglio. Una Fed più rigida può rafforzare il dollaro, influenzare i flussi di capitale e complicare le scelte delle altre banche centrali.

Sul piano politico, infine, questa nomina manda anche un messaggio preciso. Trump non ha scelto un outsider radicale. Ha scelto un ā€œuomo di Wall Streetā€, dell’establishment finanziario repubblicano e integrato nei circuiti economici tradizionali americani. ƈ un segnale che suggerisce prudenza e continuitĆ  almeno sul terreno monetario. Per questo, probabilmente, almeno per il momento, la reazione dei mercati ĆØ stata relativamente calma.

L’Osservatore, 30 maggio 2026

Oltre 14’000 disoccupati. I ticinesi vogliono lavorare

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La disoccupazione in Ticino cresce. ƈ vero, non era necessario attendere gli ultimi dati perchĆ© sarebbe bastato prestare attenzione agli articoli  che annunciano la chiusura ogni giorno di una nuova azienda. La situazione si fa sempre più complessa, e in un territorio come il nostro non possiamo solamente limitarci a ritenere i conflitti geopolitici e le tensioni internazionali come unica causa. Purtroppo, la situazione economica del Cantone diventa sempre più preoccupante e persino le aziende storiche che operano sul territorio da decenni incontrano sempre più difficoltĆ .

E qui si inserisce il dato appena pubblicato relativo al tasso di disoccupazione in Ticino nel primo trimestre 2026. Come spesso capita anche questa volta il dato calcolato secondo il metodo dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO), che fa riferimento a metodi statistici basati su sondaggi telefonici, parla di un tasso del 7,6%, oltre 14’000 persone che cercano un lavoro. Impressionante la differenza con il dato calcolato dalla Segreteria di Stato dell’economia (SECO): in questo caso il tasso sarebbe solo del 3,2% e i disoccupati 5’500.

Naturalmente conosciamo bene la natura differente di questi due indicatori: il dato SECO si basa esclusivamente sulle persone iscritte presso gli uffici regionali di collocamento. Abbiamo sempre detto che evidentemente questo numero ĆØ sottostimato, perchĆ© ci sono tantissime persone in cerca di lavoro che per una ragione o per l’altra non rientrano in queste statistiche ufficiali.

Ma la questione non ĆØ un aspetto di secondo piano, oppure una problematica che riguarda solo gli economisti, anzi. Quando la differenza ĆØ cosƬ grande, bisogna assolutamente che la politica economica del nostro Cantone ne tenga conto. Il tasso dell’ILO ĆØ cresciuto dal 6,7% del quarto trimestre del 2025 e dal 6,6% dello stesso periodo dell’anno scorso. Per trovare un tasso cosƬ alto bisogna tornare al secondo trimestre del 2021, in piena crisi COVID.

Ora è il momento di agire. Ora è il momento di rimboccarsi le maniche. È il momento che il lavoro, con tutte le sue difficoltà, torni a essere il tema principale della politica economica e sociale di questo Cantone.

Eppure, mentre la situazione non fa altro che peggiorare, il silenzio diventa sempre più assordante. Possibile che nessuno si preoccupi delle aziende che continuano a chiudere battenti e delle persone che oramai sono disperate? Ci si nasconde dietro alla finta illusione che bastino i sussidi, ma la gente vuole lavorare e vivere dignitosamente e autonomamente con il proprio stipendio.

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Swatch, Audemars Piguet e l’economia della fila

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Il nuovo Swatch nato dalla collaborazione con Audemars Piguet non ĆØ solo un orologio. ƈ un piccolo caso di economia applicata. L’orologio si chiama Royal Pop ed ĆØ una combinazione tra la Royal Oak di Audemars Piguet, che ĆØ uno degli orologi di lusso più riconoscibili al mondo (famoso per la cassa ottagonale e per il bracciale integrato) e la cara vecchia linea Pop di Swatch. Il nuovo orologio costa circa 350 franchi, viene venduto solo in negozi selezionati e con una regola precisa: un pezzo per persona, per giorno e per negozio. Quella che sembra una normale operazione commerciale, in realtĆ  ĆØ molto di più.

Le file viste davanti ai negozi lo spiegano bene. A Lugano, c’erano persone in attesa giĆ  da molte ore, alcune persino organizzate con sacchi a pelo. Scene simili sono state raccontate anche in altre cittĆ , dagli Stati Uniti all’Asia. E qui nasce la domanda economica: perchĆ© qualcuno dovrebbe passare ore, o addirittura giorni, in coda per comprare un orologio da poche centinaia di franchi? Queste persone non comprano solo un orologio, comprano l’accesso a un simbolo.

Audemars Piguet appartiene al mondo del lusso vero, quello dove non basta avere i soldi: spesso bisogna anche avere relazioni, pazienza, storia da cliente. Swatch prende un frammento di quel capitale simbolico e lo rende accessibile. Non democratizza davvero la Royal Oak, perché una Royal Oak resta una Royal Oak. Però permette a molte più persone di acquistare un oggetto che richiama quel mondo rendendolo pop.

ƈ la stessa logica che aveva funzionato con il MoonSwatch, la collaborazione tra Swatch e Omega che ha trasformato in versione accessibile il celebre Speedmaster, l’orologio legato alle missioni lunari della NASA. Il consumatore non compra soltanto il materiale, il colore o il design: compra una storia. E in economia le storie contano perchĆ© influenzano la disponibilitĆ  a pagare dei consumatori. Il limite di acquisto e la vendita solo in determinati negozi fanno il resto della strategia. Se il prodotto fosse disponibile online in grandi quantitĆ , perderebbe molta della sua forza: la scarsitĆ  crea tensione, che a sua volta genera code davanti ai negozi e questo fa notizia che crea desiderio e che alimenta anche il mercato secondario, dove qualcuno spera di rivendere l’orologio a un prezzo più alto.

Qui si vede una delle leggi più antiche dell’economia: quando la domanda supera l’offerta, il valore sale. Se, come ĆØ questo il caso, il prezzo ufficiale resta fisso, quel valore si sposta altrove: nel tempo passato in fila, nella capacitĆ  di arrivare prima, nell’informazione giusta, oppure nel prezzo maggiorato della rivendita.

Per Swatch il vantaggio ĆØ evidente. Porta persone nei negozi, produce immagini, discussioni, articoli, post sui social. ƈ pubblicitĆ  generata dai consumatori stessi. Una volta le aziende compravano spazi pubblicitari. Oggi, quando l’operazione riesce, sono i clienti a diventare parte della campagna. Gratis, o quasi. Anzi: pagando.
Dal punto di vista economico il caso è interessante perché mostra come funziona il consumo contemporaneo: non compriamo solo oggetti, ma compriamo appartenenza, racconto, rarità.

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Foto della vetrina a Lugano

Commercio equo: giusto, ma non magico

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Il 9 marzo si celebra la Giornata mondiale del commercio equo ƈ una buona occasione per parlare di un tema che spesso viene raccontato in modo troppo semplice: da una parte i buoni, dall’altra i cattivi. Da una parte il consumatore consapevole, dall’altra il mercato senza cuore. La realtĆ , come quasi sempre in economia, ĆØ più interessante.
Il commercio equo nasce da un problema vero. In molte filiere agricole globali (caffĆØ, cacao, banane, tĆØ, zucchero, cotone, fiori) il potere contrattuale ĆØ distribuito male. Da un lato ci sono grandi distributori, intermediari e multinazionali. Dall’altro piccoli produttori, cooperative, lavoratori stagionali, spesso in Paesi poveri o con istituzioni fragili. In mezzo ci sono prezzi internazionali instabili, margini ridotti, poca trasparenza e condizioni di lavoro non sempre accettabili. L’idea del commercio equo ĆØ semplice: correggere almeno in parte questo squilibrio. Lo fa con alcuni strumenti: un prezzo minimo garantito, premi destinati alle comunitĆ , contratti più stabili, standard sociali e ambientali, divieto del lavoro minorile, attenzione alle condizioni di lavoro, maggiore trasparenza nella filiera.
Fin qui, tutto bene. Ma un economista deve fare anche la parte antipatica. Non per guastare la festa. Per evitare che la festa diventi una brochure.
Il commercio equo resta una piccola parte del commercio mondiale. Non cambia da solo le regole del mercato globale. Può migliorare la situazione di alcuni produttori, ma non elimina la dipendenza dai prezzi internazionali, dagli intermediari, dalla logistica, dai rapporti di forza commerciali. Inoltre, certificarsi costa. Servono procedure, controlli, burocrazia, capacità organizzativa. Non tutti i piccoli produttori riescono a permetterselo.
Anche la letteratura economica mostra risultati misti. In alcuni casi si vedono effetti positivi sul reddito, sulla stabilitĆ , sull’organizzazione dei produttori e sulle condizioni di lavoro. In altri casi gli effetti sono limitati, incerti o dipendono molto dal prodotto, dal Paese, dalla cooperativa e dalla struttura del mercato.
C’è poi un altro punto, spesso dimenticato. Il commercio equo non dovrebbe farci perdere di vista i produttori locali. Anche qui, vicino a noi, molti agricoltori lavorano con margini stretti, subiscono la pressione dei prezzi, devono confrontarsi con costi elevati, norme complesse, concorrenza estera e grande distribuzione. Se compriamo caffĆØ equo dal Perù e poi ignoriamo il latte, le verdure, la carne, il formaggio o la frutta prodotti nel nostro territorio, manca un pezzo del ragionamento.
Non si tratta di mettere in contrapposizione il Sud del mondo e l’agricoltore locale. Sarebbe una gara sbagliata tra fragilitĆ  diverse. Si tratta piuttosto di guardare alle filiere con lo stesso criterio: chi produce riceve un reddito dignitoso? Ha forza contrattuale? Lavora in condizioni corrette? Riesce a investire? Oppure resta schiacciato tra costi crescenti e prezzi imposti da altri?
C’è anche il rischio di usare il commercio equo come marketing della coscienza. Il prodotto certificato rassicura il consumatore: compro questo caffĆØ, quindi ho fatto la mia parte. La scelta individuale conta, ma non può sostituire politiche commerciali più trasparenti, leggi sul lavoro, responsabilitĆ  delle imprese, controlli seri e regole internazionali più equilibrate.
E non dimentichiamo il prezzo. Dire ā€œcompriamo tutti equoā€ ĆØ facile. Ma molte famiglie guardano il centesimo. Se un prodotto equo o locale costa di più, non tutti possono permetterselo. Non ha senso colpevolizzare chi ha un reddito basso. La sostenibilitĆ  non può diventare un lusso per consumatori benestanti.
E allora? Allora il commercio equo va preso per quello che è: uno strumento utile, non una bacchetta magica. Può dare più forza contrattuale ai produttori. Può rendere visibili costi sociali che il mercato spesso nasconde. Può spingere le imprese a spiegare meglio da dove arrivano i prodotti e in quali condizioni sono stati realizzati.
Il vero indicatore, però, non è solo il prezzo. E se dietro quel prezzo ci sono redditi dignitosi, lavoro sicuro, ambiente rispettato, comunità meno fragili e produttori meno ricattabili. Lontani o vicini che siano.
Il commercio equo non salverĆ  il mondo da solo. Ma ci ricorda una cosa importante: ogni prezzo racconta una storia. Il problema ĆØ che spesso il mercato ce ne mostra solo l’ultima riga.

Primo maggio: il lavoro che manca

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Il Primo maggio non ĆØ solo una ricorrenza. Non ĆØ una bandiera da tirare fuori una volta all’anno, magari un po’ stropicciata, per poi rimetterla nel cassetto. ƈ il giorno in cui dovremmo chiederci se il lavoro, in Ticino, permette ancora di vivere con dignitĆ . La risposta, purtroppo, ĆØ no.

Il nostro mercato del lavoro ĆØ fragile. Lo diciamo da anni. I salari ticinesi restano i più bassi della Svizzera. Nel 2024 il salario mediano nel settore privato era di 5’393 franchi, con un divario ancora importante rispetto al resto del Paese. E quando guardiamo ai salari femminili, il dato scende a 4’952 franchi. Non sono numeri astratti. Sono affitti, premi di cassa malati, spesa, figli, trasporti, bollette. Sono la vita quotidiana.

Il problema non ĆØ che in Ticino si lavori poco. Anzi. Il problema ĆØ che troppo spesso si lavora senza costruire sicurezza. Ci sono giovani formati che se ne vanno perchĆ© qui non vedono prospettive. Ci sono persone sopra i 50 anni che, dopo una perdita d’impiego, diventano improvvisamente ā€œtroppo careā€, ā€œtroppo vecchieā€, ā€œtroppo esperteā€. Tradotto: scartate. Ci sono madri che vorrebbero rientrare nel mondo del lavoro e trovano un mercato che perdona poco le interruzioni di carriera. Come se crescere figli fosse una vacanza lunga. Magari pagata pure bene, nella fantasia di qualcuno.

A tutto questo si aggiunge la particolaritĆ  ticinese: siamo un piccolo mercato del lavoro aperto su un’area molto più grande, dove i salari sono più bassi. Ogni giorno entrano circa 80 mila frontalieri. Non sono loro il nemico. Sarebbe troppo facile, e anche sbagliato. Il punto ĆØ economico: quando l’offerta di lavoro cresce molto e rapidamente, il salario viene messo sotto pressione. Il salario, piaccia o no, ĆØ anche il prezzo del lavoro.

Per questo parlare di dumping solo come abuso illegale è riduttivo. I controlli servono, certo. Ma non bastano. Perché il problema è strutturale. Nasce da un equilibrio che, per il Ticino, è diverso da quello del resto della Svizzera. La libera circolazione ha portato benefici al Paese, ma nel nostro Cantone ha prodotto anche costi sociali evidenti.

Ecco perchĆ© i Bilaterali III non possono essere discussi come se vivessimo a Berna, Zurigo o Lucerna. Qui la frontiera non ĆØ un concetto. ƈ una realtĆ  quotidiana. Se si rafforza il quadro degli accordi con l’Unione europea, allora va rafforzata anche la protezione concreta dei salari e delle condizioni di lavoro. Non con slogan. Con strumenti veri.

Il Primo maggio dovrebbe ricordarci proprio questo: non basta avere un lavoro. Serve un lavoro che permetta di restare in Ticino, vivere con dignitĆ  e guardare avanti senza paura. E questo, prima ancora che economico, ĆØ un problema politico.