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Sarebbe grave una crisi immobiliare?

Qualche giorno fa sono stata invitata a partecipare alla call regionale sul mercato immobiliare organizzata dal Centro clientela aziendale Ticino di Raiffeisen Svizzera. Ho potuto parlare di settore immobiliare e di macroeconomia. Ho cominciato esponendo due curiosità. Pochi sanno che il prezzo degli immobili e il numero di autorizzazioni per la costruzione sono degli indicatori anticipatori del ciclo economico. Se guardiamo a questi dati, siamo in grado di stimare ciò che accadrà tra sei mesi alla nostra economia. La seconda curiosità riguarda la possibile esistenza di un ciclo economico di lungo periodo legato al settore delle costruzioni. Dapprima Alvin Hansen e in seguito lo stesso Simon Kuznets sostennero che esiste un ciclo lungo che varia dai 15 ai 25 anni collegato con l’attività nell’edilizia. Questo implica che ogni 15-25 anni assistiamo a una crisi immobiliare. In effetti se guardiamo alle ultime due vediamo che quella del 2007 è avvenuta 16 anni dopo quella del 1991. Sono accettati gli scongiuri del caso…
Nel 2017 l’ufficio federale dell’abitazione ha svolto uno studio in cui ha quantificato l’importanza del settore immobiliare in Svizzera. Da questo studio emerge che il contributo dato al prodotto interno lordo svizzero è stato per quell’anno di 114 miliardi, il 17% del totale. Togliendo il reddito da locazione e il valore locativo il contributo rimane comunque molto elevato e si situa attorno all’11%. Sempre in quell’anno si misuravano circa 2,75 milioni di edifici di cui due terzi destinati a scopi residenziali. Il settore offriva 566 mila posti di lavoro a tempo pieno (14% del totale) e l’11% delle entrate fiscali (oltre 14 miliardi di franchi.) Se si scende nel dettaglio si scopre che il parco immobiliare nel 2017 aveva un valore di 2’800 miliardi di franchi ed era composto da 4,5 milioni di alloggi. Il 40% di questi stabili rappresentava edifici non residenziali mentre ben il 36% case individuali e il 17% immobili collettivi. Interessante notare come questa composizione non si sia modificata negli ultimi dieci anni.
Per comprendere l’importanza di questo settore possiamo anche dare un’occhiata al rapporto annuale sulle banche svizzere pubblicato dalla Banca Nazionale. In questo caso scopriamo che la metà dei 2’000 miliardi di franchi di attivi totali delle attività delle banche svizzere sono debiti ipotecari. Di queste ipoteche ben oltre l’80% sono a tasso fisso. Guardando l’evoluzione dei debiti ipotecari rispetto a 10 anni fa scopriamo una grande crescita per le banche cantonali e le banche Raiffeisen; un po’ meno marcata per le grandi banche.
Anche per il Canton Ticino l’importanza di questo settore è grande: quasi il 6% del Parco immobiliare era nel nostro cantone; dato più o meno confermato anche dal valore delle assicurazioni cantonali degli stabili.
L’analisi per Cantoni consente di vedere le differenze strutturali. Nei cantoni più rurali il contributo maggiore è dato dalle attività di costruzione e produzione. Nei cantoni urbani invece il contributo maggiore è dato dalla gestione dell’immobile e dagli studi di ingegneria e di architettura. Nel nostro caso ad ogni modo segnaliamo che circa il 17% del prodotto interno lordo dipende dal settore immobiliare. Per questo la nostra attenzione verso i rischi deve essere ancora più grande.
Tra le sfide che dovrà affrontare l’immobiliare segnaliamo l’invecchiamento della popolazione, la migrazione dei giovani oltre Gottardo e la stagnazione dei redditi. In aggiunta guardando fuori dalle nostre finestre vediamo un’attività edilizia molto elevata che ha come conseguenza una percentuale di sfitto nel nostro cantone mediamente più alta del livello svizzero. A queste difficoltà dobbiamo aggiungere il cambiamento nell’organizzazione del lavoro, in questo caso pensiamo al telelavoro. Il settore ne risente in termini di uffici occupati, di uso delle attività commerciali come ristoranti e negozi e come pure di modifiche delle preferenze geografiche su dove vivere. Oggi le zone periurbane sembrano svantaggiate. Ma la crisi COVID-19 ha anche cambiato le nostre abitudini di consumo: le vendite online sono diventate prassi e questo potrebbe ripercuotersi sugli spazi commerciali. Infine non dimentichiamo che all’orizzonte si prospetta un aumento dei tassi di interesse.
Quello che possiamo fare è sperare che la crisi del settore immobiliare che dovrebbe avvenire nel 2023 questa volta non rispetti le previsioni degli economisti e tardi di qualche anno.

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Disoccupazione in calo? Forse…

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I dati appena pubblicati dalla Segreteria di Stato dell’economia (SECO) mostrano l’andamento del mercato del lavoro nel mese di maggio. In generale notiamo che si registra una incoraggiante diminuzione rispetto sia al mese precedente che all’anno prima. A livello nazionale parliamo di un tasso di disoccupazione del 3.1% (era del 3.3% nel mese di aprile).
Ancora meglio sembra la situazione a livello cantonale, dove addirittura si registra un tasso più basso di quello svizzero. Il dato è del 3% (era del 3.2% in aprile e addirittura del 3.9% in maggio dell’anno scorso.)
Non possiamo che rallegrarci se il numero di persone iscritte presso gli uffici regionali di collocamento è al ribasso. Tuttavia dobbiamo precisare alcuni punti che potrebbero rendere quest’analisi meno ottimista. Innanzitutto rileviamo che ancora molte aziende a livello cantonale durante il mese di maggio usufruivano dell’indennità di orario ridotto anche perché molte attività erano ancora chiuse per volere della Confederazione. E sappiamo che proprio il settore della ristorazione e quello legato agli eventi rappresentano nel Canton Ticino un importantissimo datore di lavoro. In secondo luogo non dimentichiamo che molte persone usufruiscono ancora di contributi e aiuti messi in atto dal settore pubblico per rispondere a questa crisi. Infine non possiamo omettere che le aziende del Canton Ticino hanno usufruito in maniera proporzionale più grande dei crediti Covid-19 garantiti dallo Stato. Queste considerazioni ci fanno quindi leggere il dato sulla disoccupazione in maniera più prudenziale poiché potrebbe essere un po’ “dopato” da questi fatti.
Se poi aggiungiamo che di solito c’è un ritardo tra l’andamento dell’economia e le conseguenze sul lavoro, non possiamo proprio stare tranquilli. Ricordiamo pure che il dato calcolato secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) che considera tutte le persone in cerca di lavoro anche se non iscritte negli uffici di collocamento, mostra di solito un tasso di disoccupazione decisamente più elevato che arriva anche al 7%. A breve questi dati saranno disponibili.
Per completare la nostra analisi non possiamo omettere i dati che sono stati pubblicati qualche settimana fa in relazione ai posti di lavoro persi nel primo trimestre del 2021. In questo caso in Ticino abbiamo perso il 10% di tutti i posti di lavoro persi in un anno a livello nazionale. Parliamo di quasi 3000 impieghi. Analizzando i dati emerge una sofferenza importante nel settore terziario e per i posti di lavoro a tempo pieno. Un fenomeno particolare che dovrà essere monitorato è l’aumento del lavoro femminile a tempo parziale. Anche se in apparenza potrebbe sembrare una buona notizia in realtà dietro a questo dato potrebbe nascondersi un’ulteriore ottimizzazione dei costi e quindi una sostituzione di posti di lavoro dal tempo pieno al tempo parziale con le conseguenze che ben potete immaginare.
Detto questo se la situazione congiunturale sul mercato del lavoro si rivelasse positiva sarebbe sicuramente una buona notizia. Consentirebbe probabilmente di destinare tutte le risorse all’analisi dei problemi strutturali del nostro Cantone: la partenza dei giovani oltre Gottardo, le difficoltà di rientro sul mercato del lavoro delle persone con più di cinquant’anni, i salari che rimangono mediamente più bassi del 18-20% di quelli nazionali.
Decisamente il lavoro non manca… Speriamo che chi di dovere lo faccia.

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Puoi pagare? Puoi inquinare

Nel XVI secolo la Chiesa cattolica attuò una particolare raccolta fondi per finanziare la costruzione della Basilica di San Pietro. Pagando una certa somma di denaro era possibile ottenere, semplificando, il perdono dei peccati. Furono raccolti miliardi, al valore di oggi.
Dall’adulterio all’omicidio tutto aveva un prezzo. Lutero scandalizzato da questo “mercato”, decise che no, non tutto doveva avere un prezzo. E la Chiesa cattolica pagò il cosiddetto scandalo delle indulgenze con la scissione protestante.
Oggi non lo accetteremmo mai. O almeno questo è quello che ci piace pensare. In realtà, è cambiata solo la natura delle moderne indulgenze. Pensate alle multe inflitte alle banche o alle aziende che violano le regole della concorrenza o truffano i consumatori con pubblicità ingannevoli. E che dire delle amnistie per chi si autodenuncia per evasione fiscale? Tu paghi, la colpa è graziata.
Da anni vige il principio “chi inquina, paga”. Il principio è sano, nelle intenzioni, ma è stato pervertito nella pratica diventando “se paghi, puoi inquinare”. Vuoi generare tantissimi rifiuti? Basta avere i soldi per pagare la tassa sul sacco. Vuoi sprecare acqua potabile? Paghi la tassa sul consumo. Vuoi emettere CO2 nell’aria? Paga 12 centesimi in più per litro di benzina e continua come prima.
Chiedo perdono per il sarcasmo ma conosciamo i limiti di queste tasse. Nel caso della tassa sul CO2 è noto che monetizzare il “peccato” ambientale comporti un’ingiustizia e una mancanza di equità per i redditi più bassi, per le regioni rurali e chi non ha alternative all’uso dei veicoli privati. Senza contare che a meno che la tassa non sia estremamente elevata il consumatore non ne ridurrà il consumo.
Il principio che dovrebbe guidare l’ente pubblico è “non si inquina e basta”. Organizzazioni, persone e paesi coraggiosi lo praticano. E non mi riferisco agli Stati Uniti che dietro alla propaganda di un impegno maggiore in futuro hanno camuffato il fatto che non raggiungeranno l’obiettivo fissato in precedenza.
Vi sono, invece, paesi che introducono regole severe sui limiti di emissione, divieti di circolazione per i veicoli inquinanti, che sostengono seriamente lo sviluppo di tecnologie pulite. Vi sono organizzazioni non governative che hanno vinto la loro battaglia contro un’azienda petrolifera che dovrà ridurre notevolmente le sue emissioni. C’è il piccolo fondo di azionisti che riesce, dopo mesi di duro lavoro a far eleggere nel consiglio di amministrazione di una compagnia petrolifera due membri sensibili alle tematiche ambientali. Non traffico delle indulgenze ma opere di bene.
Il denaro non permette più di comperare il paradiso, ma per alcuni è diventato il lasciapassare per inquinare. Le intenzioni all’origine erano buone e lo erano anche per le indulgenze cattoliche. Ma la strada per l’inferno non è forse lastricata di buone intenzioni?
Tratto dal Corriere del Ticino, 04.06.2021

Puoi pagare? Puoi inquinare
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Il risparmio è importante. Svizzeri popolo di risparmiatori

Prendo spunto dalla mia partecipazione alla trasmissione radiofonica Uno Oggi su Rete 1 RSI del 01.06.2021 per parlare di un tema che di solito rimane un po’ nell’ombra: il risparmio. In effetti, tendenzialmente proprio per il suo ruolo di motore della crescita parliamo piuttosto del consumo. Ma anche il risparmio ha la sua importanza, eccome! A livello macroeconomico il risparmio è la base per poter acquistare i macchinari e gli impianti produttivi su cui si fondano i nostri sistemi capitalisti. Sfatiamo un altro mito: il capitalismo si basa sì sull’accumulazione di capitale, ma il capitale in economia politica non è quello finanziario, bensì quello fisico che serva alla produzione.
E ora diamo uno sguardo al risparmio in Svizzera. Gli svizzeri sono un popolo di risparmiatori. Insieme ai giapponesi e gli italiani, che però negli ultimi anni hanno perso diverse posizioni, siamo tra i primi della classe. Americani e Britannici risparmiano pochissimo, addirittura a un dato momento gli americani avevano un saggio di risparmio negativo del -2% di risparmio personale, compensato dalle aziende. Gli svizzeri risparmiano in media il 12% in modo libero e altrettanto in modo forzato (con questo si intende il risparmio obbligatorio del I e del II pilastro). In totale fa il 25% del Prodotto interno Lordo, che è un dato notevole e ci assicura liquidità per l’ente pubblico e per gli investimenti di lungo periodo. Certo, non è sempre stato così: nel 1920 gli svizzeri risparmiavano il 2% del loro reddito. Negli anni Trenta e primi anni Quaranta eravamo al -1,5% circa. È dal 1950 in avanti che il risparmio è salito al 12% degli ultimi 20 anni.
Non tutti quanti però riescono a risparmiare, alcuni risparmiano di più, altri di meno. Tra i risparmiatori mettiamo coloro che guadagnano più di 10’000 franchi al mese, i cittadini dei cantoni ad alto reddito come Zurigo, Zugo, Ginevra, i cinquantenni, chi abita in casa propria. Il Canton Ticino è in basso nella scala, come i Romandi. Questo dipende dal fatto che i nostri salari sono del 18% più bassi della media svizzera.
Le ragioni per cui risparmiare sono molte. Per comperare beni durevoli come l’automobile, per le emergenze durante la vita e la discontinuità nel reddito come per esempio la disoccupazione, per il pensionamento, per lasciare eredità ai figli e nipoti, ma potrebbe anche esserci un’avversione al consumismo (questa più forte tra gli anziani).
E poi ci possono essere casi eccezionali come la pandemia vissuta l’anno scorso. Da una parte il risparmio è aumentato a causa dell’incertezza, ma è soprattutto aumentato a causa dell’impossibilità di spendere. Confinamenti, chiusure di negozi, ristoranti, palestre, divieti di viaggiare. Insomma, risparmio quasi “obbligatorio”. Ora che le misure sono state allentate potremo tornare a spendere quanto risparmiato, ma bisognerà fare attenzione all’inflazione. Se noi spendiamo tanto e lo Stato fa lo stesso è possibile un aumento eccessivo dei prezzi.

La sintesi della mia intervista a Uno Oggi – Rete 1 – RSI, 01.06.2021

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Dietro le quinte per la preparazione di Tempi Moderni…

Quando si è chiamati a rilasciare un’intervista, giustamente, ci si prepara eccome. Oggi voglio farvi vedere i miei appunti per l’intervista di Tempi Moderni del 28.05.2021, che ringrazio. In più, vi allego il risultato finale…

Un giudizio sull’intervento dello Stato a seguito della crisi Covid-19

L’intervento iniziale, quello d’urgenza, è stato sicuramente ottimo sia nei tempi che nelle modalità.
I crediti garantiti dallo Stato hanno permesso alle aziende di non avere problemi di liquidità. Mentre l’ampliamento dell’indennità per l’orario ridotto e la semplificazione ha permesso di non dover licenziare i collaboratori e le collaboratrici.
Sono molto più critica per gli interventi successivi. Passata l’emergenza purtroppo il Consiglio federale non è stato in grado di fare una pianificazione degli aiuti e degli interventi come hanno fatto altri stati. Ad un certo punto sembrava si mettessero ogni giorno nuovi cerotti. Concretamente per alcuni settori si sarebbero potute prevedere misure migliori da attuare durante le chiusure obbligatorie. Pensiamo già solo alla formazione continua che poteva essere organizzata per le persone che non potevano lavorare o al finanziamento di interventi di manutenzione o investimenti per ristoranti, piscine o palestre.

Per quanto ancora potrà durare l’intervento dello Stato e in quali forme

Quello che ci deve interessare è la sopravvivenza delle nostre aziende che ci garantiscono di poter lavorare e vivere dignitosamente. Quello che deve preoccuparci sono i posti di lavoro per le persone che vivono in Ticino e per i loro figli. Quelli che hanno finito gli studi e quelli che si apprestano a iniziare degli apprendistati. Anche se alcuni indicatori come l’andamento delle esportazioni, i dati sui consumi sembrano mostrarci una situazione positiva a livello nazionale, secondo me, in alcune regioni gli effetti di questa crisi devono ancora manifestarsi appieno. E in questo caso penso al Cantone Ticino. Tante piccole e medie imprese non sanno se sopravvivranno. E non dimentichiamo che il nostro Cantone vive di piccole e medie imprese: sono i nostri posti di lavoro, sono i posti di lavoro dei nostri figli, sono i posti di apprendistato dei nostri giovani. È probabile che il Cantone dovrà sostenere maggiormente il nostro tessuto economico.

Un’opinione sull’idea di pacchetti di intervento milionari in Svizzera stile quelli degli Stati Uniti o dell’Unione Europea

Personalmente ritengo che i pacchetti previsti dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea non siano veramente una risposta di tipo congiunturale, nel senso che non sono una vera e propria risposta a
questa crisi economica. Sono piuttosto un cerotto a ritardi in alcuni settori anche decennali, pensiamo ad alcune infrastrutture come ad esempio alla rete ferroviaria negli Stati Uniti oppure alcune spese di aggiornamento degli insegnanti in Italia. Secondo me si è agito troppo in fretta. Assolutamente corretto pensare a un programma di investimenti tra pubblico e privato anche in Svizzera, ma queste cose non devono essere improvvisate. Ben vengano progetti di sostegno alla trasformazione delle aziende verso la digitalizzazione in maniera da tutelare i posti di lavoro, gli investimenti in infrastrutture e in ricerca tra pubblico e privato. Ma tutto fatto sempre bene e ricordandosi che le risorse andranno prese dai cittadini.

Un’opinione sui pacchetti di investimenti negli Stati Uniti, nell’Unione Europea e in Cina

Nel caso degli Stati Uniti l’impressione è che la manovra sia piuttosto di tipo elettorale che non veramente economica. Mi spiego. Il primo pacchetto di aiuti è stato di 1’900 miliardi di dollari e non si è nemmeno finito di spendere quelli che il Presidente Biden ha annunciato un ulteriore pacchetto di 2’200 miliardi. Gli interventi annunciati sembrano più che proiettati verso il futuro, un tentativo di sanare ritardi decennali in alcuni settori. E poi non dimentichiamo che queste manovre vanno finanziate. Dopo pochi giorni ha annunciato l’aumento delle imposte e lanciato l’idea che tutti gli Stati dovrebbero avere una aliquota minima di imposte. Insomma, gli Stati Uniti iniziano a perdere in competitività fiscale e vogliono che gli altri Stati peggiorino la loro.
Discorso diverso il programma economico lanciato dalla Cina che ambisce ora, giustamente, a migliorare il benessere dei suoi cittadini così da garantirsi una domanda interna elevata e a investire pesantemente dell’innovazione e nella tecnologia. Non a caso la Cina si appresta a breve a superare gli Stati Uniti e diventare la prima potenza mondiale.

La fine dell’Accordo Quadro
Finalmente questa questione è stata chiusa e risolta. I punti di discordia come l’applicazione automatica delle leggi europee, i rischi per il nostro mercato del lavoro, la tutela delle nostre banche cantonali e il diritto per i cittadini europei alle nostre prestazioni assistenziali erano troppo grandi. Ora sarà necessario sedersi al tavolo e farlo però ritenendo che tutte e due le parti hanno pari dignità. La Svizzera ha necessità di buoni rapporti con l’Unione Europea e l’Unione Europea ha bisogno di buoni rapporti con la Svizzera. Non dimentichiamo che l’Unione Europea “tiene” circa 800 mila posti di lavoro grazie ai buoni rapporti con la Svizzera, Si torni a discutere di accordi bilaterali, e magari anche tutelando maggiormente i cantoni di confine come il nostro. I problemi sul mercato del lavoro sono sotto gli occhi di tutti.

E questo il risultato finale…

Tratto da Tempi Moderni, LA 1 RSI, 28.05.2021

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Quanto “vale” fare la mamma e il papà?

Franca, una lettrice del nostro blog che ringrazio, ha chiesto di trattare il valore economico del lavoro non remunerato. I lavori domestici, i lavori di accudimento dei bambini e di cura di persone bisognose e il volontariato sono tutte attività molto importanti nelle nostre società e che hanno un grande valore. Questo valore però non rientra nel calcolo del Prodotto Interno Lordo. Non perché non lo si voglia includere, semplicemente perché questo indicatore comprende tutti i beni e i servizi che passano attraverso uno scambio di mercato, quindi che hanno un prezzo.
Ciò che però non bisogna pensare è che non avere un prezzo significhi non avere un valore, anzi. La natura di queste attività si esprime nella gratuità che fonda la relazione tra gli individui che si scambiano questi beni; beni e non merci. Il papà che prepara il pranzo per i figli, la mamma che fa le faccende domestiche, il vicino che si offre per tagliare l’erba del nostro giardino, la studentessa che allena la squadra di pallavolo o il nipote che fa la spesa ai nonni sono attività senza prezzo ma con grande valore. Attenzione però. Se li retribuite, questi beni relazionali smettono di esistere e diventano merci acquistabili sul mercato. E allora sì che li mettiamo nel Prodotto Interno Lordo. Ma pensiamoci bene: se pagaste il pranzo che vi cucinano i vostri genitori, avrebbe lo stesso sapore?
Detto questo proprio perché queste attività possono anche essere comperate, è importante calcolarne il valore economico. L’ultimo dato in Svizzera risale al 2016. Le ore di lavoro retribuite (7.9 miliardi) sono meno di quelle di lavoro non retribuito: ben 9.2 miliardi di ore, ossia 1’320 ore per persona. È come se ognuno di noi avesse svolto attività gratuite per 55 giorni. Il 77% del tempo è stato dedicato ai lavori domestici, il 16% all’accudimento e alla cura e il 7% al volontariato.
Il valore monetario del lavoro non retribuito è stato di ben 408 miliardi di franchi (basta applicare i prezzi delle attività simili). Se paragonato al PIL di allora, 688 miliardi, ne capiamo l’importanza.
Ma questi dati ci dicono anche come cambia la società. Già allora preparare i pasti, pulire e fare il bucato erano compiti principalmente femminili. Più equilibrate erano le attività legate alla cura dei bambini. E oggi, è cambiato qualcosa? I dati appena pubblicati dicono che il tempo impiegato dagli uomini per i lavori domestici e famigliari (19.1 ore a settimana), seppur inferiore a quello delle donne (28.7 ore), è in aumento costante dal 2010.
Le differenze però aumentano nel caso in cui ci siano figli con meno di 15 anni. Anche se il lavoro domestico dei padri è aumentato di 5.2 ore settimanali negli ultimi dieci anni e quello delle madri di “solo” di 1.2 ore, è la composizione che cambia. Le mamme lavorano per quasi 70 ore a settimana; di queste il 75% sono lavori domestici e famigliari e solo il 23% lavoro professionale. Al contrario i papà lavorano un pochino meno, circa 68 ore, ma di queste il 52% sono retribuite e solo il 46% è dedicato ai lavori domestici.
Qualcosa però sta cambiando: in 10 anni il tempo dedicato all’attività professione delle donne è aumentato di quasi 3 ore, mentre quello degli uomini è diminuito di più di 4 ore. Certo sono piccoli passi, ma prendiamo atto. Piano, piano qualcosa si muove.

La versione audio: Quanto “vale” fare la mamma e il papà?
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Bandeaux e borsette. Gli accessori? Un capriccio già degli antichi

Ieri sera ho passato una splendida serata con delle amiche. A due di loro avevamo regalato due bandeaux, ma io non sapevo assolutamente cosa fossero. Così all’apertura dei pacchi ho scoperto che il bandeau è un pezzetto di stoffa. Mi sono permessa di dire a voce alta “ah, ma è un foulard!”. Non lo avessi mai fatto. Le mie amiche mi hanno fulminata con lo sguardo. E avevano ragione. Le sue dimensioni sono troppo piccole per servire a coprire dal freddo. Lungo tra i 50 e 120 centimetri, largo tra i 5 e gli 8, non può proprio essere una sciarpa. Ma qui è arrivata l’economista che è in me e dando un’occhiata ai prezzi medi dei marchi più noti, ho scoperto che il costo medio di quel pezzetto di stoffa è di circa 5’000 franchi al metro quadrato. Incuriosita sono andata avanti con la ricerca. Il bandeau è uno dei primi accessori usato da uomini e donne per ornare i capelli. Lo mettevano già gli assiri, i greci e i romani. Vedete, da sempre l’essere umano non consuma solo beni di prima necessità. Al contrario i beni catalogati come superflui rappresentano oggi una fetta importantissima dell’economia dei paesi industrializzati.
Ma torniamo ai “fazzoletti da collo”. Sfogliando nel web si apre un mondo. Decine e decine di articoli che parlano di questo accessorio, centinaia di fashion blogger che postano fotografie su come indossarlo e migliaia di modelli diversi tra materiali, dimensioni e fantasie. Un bel business. Scopriamo che è possibile usarlo come fascia per capelli (e pare che lo indossasse anche la regina Maria Antonietta), come foulard in sostituzione alla collana, legarlo intorno alla vita, al braccio o al polso. Ma pensate, può essere usato anche come decorazione per la borsetta, cioè l’accessorio dell’accessorio.
Se qualche uomo è arrivato fino a questo punto dell’articolo, sveliamo che anche loro utilizzano qualcosa di simile. Guardate gli sportivi e in particolare i tennisti. I primi a indossarlo alla fine degli anni ’70 furono John McEnroe e Björn Borg.
Ma torniamo ai giorni nostri. L’ennesima rinascita di questo accessorio la si deve a Louis Vuitton che nel 2015 ne ha fatto un vero e proprio cavallo di battaglia.
Proprio il settore della moda e degli accessori è stato uno dei settori maggiormente colpiti dalla crisi Covid-19, probabilmente secondo solo a quello ricreativo e del turismo. In Italia per esempio si stima che nel 2020 il fatturato si sia ridotto del 26% con una perdita di oltre 25 miliardi di euro. L’anno precedente il settore aveva generato un fatturato di 98 miliardi. Purtroppo i primi mesi del 2021 con gli importanti confinamenti e le chiusure non hanno mostrato segni incoraggianti. Ma un segnale incoraggiante c’è. Le intenzioni delle grandi multinazionali del settore di accelerare verso una moda sostenibile. Così leggiamo che si vogliono ridurre gli sprechi per preservare le risorse, sviluppare nuovi metodi di produzione, riciclare e riutilizzare i materiali. Ma non solo. I grandi marchi si sono accorti che un altro business sta prendendo piede e garantendo cifre d’affari interessanti: la vendita di abiti e accessori di seconda mano. In effetti abbiamo visto che proprio in gennaio di quest’anno la piattaforma californiana di rivendita di abbigliamento di seconda mano Poshmark è stata quotata con successo in borsa. Il suo fatturato è di oltre 190 milioni di dollari e vanta una crescita annuale di quasi il 30%. E iniziano ad aprire anche negozi fisici. Siamo certi che i grandi marchi non staranno a guardare. D’altra parte ben venga il riciclaggio anche dei vestiti e degli accessori!
PS. Quando ho aperto il mio regalo di compleanno sapevo benissimo che quel meraviglioso accessorio si chiamava “splendida borsa fucsia”! Grazie amiche 😉

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La bolla immobiliare in Svizzera

Quando si parla di mercato immobiliare il pensiero vola subito all’idea di bolla immobiliare. Ma cos’è la bolla immobiliare? È un fenomeno che si verifica quando avviene una brusca riduzione dei prezzi dopo un precedente notevole aumento dei prezzi, di solito causato da una crescita repentina della domanda non accompagnata dall’offerta. Questa riduzione dei prezzi non si limita ad avere un impatto solo sul settore immobiliare, ma tocca l’economia in generale. La crisi del 2008 dei sub-prime è stato un caso da manuale: da un singolo settore si è innescata una crisi mondiale generalizzata.
In questo ambito proprio qualche settimana fa UBS nel suo monitoraggio trimestrale sosteneva che in Svizzera il rischio di una bolla immobiliare c’è ancora e deve essere monitorato. Il prezzo degli immobili di proprietà anche nel primo trimestre del 2021 a livello nazionale è aumentato rispetto all’anno scorso del 4.4%. Era da otto anni che non si registrava una crescita così grande. Al contrario gli affitti confermano la loro tendenza al ribasso, mostrando un -2.5% rispetto all’anno scorso. Questo contrasto è un primo segnale di una situazione che deve essere tenuta sotto controllo.
Ma torniamo all’indicatore di UBS. È composto da 6 sotto-indicatori che consentono di monitorare le particolarità del mercato immobiliare: alcuni tra questi sono preoccupanti, altri meno. Tra i primi troviamo il rapporto tra i prezzi d’acquisto degli immobili e gli affitti annuali. Se questo rapporto è elevato significa che c’è una dipendenza forte verso il tasso di interesse. E questo rappresenta un rischio. È sufficiente un aumento anche piccolo del tasso di interesse per far saltare il sistema. Le persone non sono più in grado di pagare gli interessi sul debito ipotecario, sono costrette a vendere la loro casa, ma visto che tocca tanti, l’offerta di case aumenta e il prezzo si riduce. Quindi anche se si riesce a vendere la casa, lo si farà a un prezzo molto più basso di quanto pagata in precedenza, per cui nel migliore dei casi si perderanno delle risorse, nel peggiore si decreterà il fallimento delle persone.
Il secondo sotto-indicatore mostra il rapporto tra i prezzi degli affitti rispetto ai redditi dei nuclei famigliari. In questo caso cerchiamo di capire se c’è una relazione tra l’andamento della possibilità a pagare e l’andamento dei prezzi. Se i prezzi aumentano tanto e i salari rimangono stabili, deduciamo che stiamo costruendo degli immobili che nessuno può permettersi. Per cui questo genera un aumento di immobili che sono vuoti, i famosi sfitti. Un altro indicatore che mostra un andamento preoccupante è l’andamento dei prezzi degli immobili rispetto all’andamento dell’indice dei prezzi al consumo, che come abbiamo già scritto in passato misura l’inflazione. Se i prezzi degli immobili aumentano di più rispetto ai costi di costruzione e all’inflazione in generale siamo in presenza di una anomalia. Gli altri tre indicatori, il rapporto tra costruzioni e prodotto interno lordo, il volume ipotecario rapportato al reddito disponibile e la domanda di crediti mostrano dati non preoccupanti.
Ma il rischio di bolla immobiliare è differenziato anche in funzione delle regioni. E purtroppo il Cantone Ticino mostra dati che vanno monitorati. Per cui occhi aperti soprattutto se dovessero aumentare i tassi di interesse come parrebbe avvenire a breve.

Aggiungo un video di spiegazioni girato qualche anno fa sul tema

La bolla immobiliare spiegata facile
La versione audio: La bolla immobiliare in Svizzera
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L’Accordo Quadro: questo mistero

Mi permetto di ringraziare il giornalista Patrick Mancini e Ticinonline/20 Minuti per l’articolo sull’Accordo Quadro che può aiutare a comprendere alcuni punti critici della trattativa tra Unione Europea e Svizzera. Sotto trovate l’articolo come apparso sul portale e il servizio che strappa anche qualche sorriso.


L’accordo quadro per molti continua a essere un oggetto misterioso
Tra Svizzera e UE si gioca un match importante. Tanti non sanno di che si tratta. Il video di Tio/20Minuti.
E per chiarirci le idee abbiamo interpellato l’economista Amalia Mirante, che spiega in sintesi estrema tutto ciò che bisogna sapere sul tema del momento.
di Patrick Mancini
BELLINZONA/LUGANO – È un tema caldissimo. E se ne sentirà parlare ancora a lungo. La realtà oggettiva, però, ci indica che la maggior parte della gente comune non sa esattamente cosa sia il famoso accordo quadro tra Svizzera e Unione Europea (UE). E non sa nemmeno perché è tanto importante o quali inghippi ci siano in gioco. Lo dimostra il video realizzato da Tio/20Minuti a Bellinzona. E per aiutarci a capire meglio cosa c’è in ballo abbiamo chiesto aiuto all’economista Amalia Mirante. Semplice, sintetica e professionale.
Una questione che sembra lontana – Il video è divertente. Perché in fondo fa capire quanto certe dinamiche siano lontane, almeno in apparenza, dalla vita quotidiana di ogni singola persona. Per strada incontriamo tanta simpatia. Nominare l’accordo quadro scatena le reazioni più disparate. C’è chi sostiene di non averlo mai sentito nominare e chi resta in silenzio davanti al microfono. Poi spunta anche qualcuno che ha le idee in chiaro.
Oltre gli accordi bilaterali – Mirante cerca di mettere il campanile al centro del villaggio. «L’accordo quadro è un insieme di tanti accordi. Concretamente dovrebbe consentire di superare la staticità degli accordi bilaterali che abbiamo stipulato in passato con l’UE. In sintesi non ci sarebbe più bisogno ogni volta di rinnovare ogni singolo accordo bilaterale».
I primi problemi – Belle intenzioni. Ma poi iniziano i problemi. Secondo l’UE la libera circolazione non riguarderebbe più solo i lavoratori. Bensì tutti i cittadini. «Inoltre le norme e le regole scelte dall’UE poi varrebbero automaticamente anche per la Svizzera. Verrebbe bypassato il nostro DNA legato alla democrazia semi diretta. Siamo abituati a votare su qualunque cosa. Se l’UE e la Svizzera non sono d’accordo su una legge, chi decide? La Svizzera non accetta che sia l’UE a decidere su determinati aspetti fondamentali».
Mercato del lavoro meno protetto – Mirante aggiunge: «Un altro punto in discussione riguarda la protezione del mercato del lavoro. L’UE ritiene che tutte quelle regole che proteggono i lavoratori residenti debbano essere abolite». Una pretesa piuttosto pesante. L’impasse attuale è dovuta anche a questo. «C’è poi la questione degli aiuti di Stato. Lo Stato non potrebbe più aiutare le aziende. Dovremmo abolire le banche cantonali, ad esempio».
La cittadinanza europea – Il tema più dibattuto resta un altro. «Quello della cittadinanza europea. Significa che tutti i cittadini europei (lavoratori) avrebbero poi diritto al nostro sistema di prestazioni assistenziali».
Interessi per entrambe le parti – Impensabile per il Consiglio federale. Così come è impensabile che i rapporti tra i due partner si interrompano. «Non è nell’interesse di nessuna delle due parti». Le trattative fino a questo momento sono state tra i big della politica. Questo spiega, parzialmente, il motivo per cui molti cittadini comuni ignorano ancora cosa sia l’accordo quadro. «La popolazione non è stata coinvolta direttamente. Anche perché non si sa neanche se il popolo dovrà esprimersi o meno in materia».
Tanti nodi da sciogliere – Una cosa è certa: i nodi da sciogliere sono parecchi. E secondo gli specialisti non è detto che si arrivi alla fatidica firma. Anzi. L’accordo quadro potrebbe anche saltare definitivamente. In quel caso si proseguirebbe verosimilmente con la via dei bilaterali.
Fonte: Ticinonline/20 minuti – 14.05.2021

Fonte: https://www.tio.ch/ticino/attualita/1510179/ue-accordo-quadro-svizzera-video


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Lo spettro dell’inflazione si aggira negli Stati Uniti

Lo spettro dell’inflazione si aggira negli Stati Uniti. E anche l’Europa trema. I dati appena pubblicati di aprile hanno spaventato un po’ tutti. Rispetto a un anno fa, i prezzi al consumo sono aumentati del 4.2%, ben oltre le aspettative degli analisti che già erano piuttosto elevate (3.6%). Era da 26 anni che non si registrava un dato così alto.
Anche se gli analisti e gli economisti parlano di aumenti dei prezzi solo transitori, non sembrano pensarla così i mercati finanziari che mostrano un certo nervosismo e una grande volatilità. Subito dopo la notizia dell’aumento dell’inflazione, c’era stata una corsa alla vendita soprattutto dei titoli tecnologici. Notizie dell’ultima ora invece confermano una ripresa di Wall Street. Grazie probabilmente alle dichiarazioni del presidente della Federal Reserve che ha ribadito che il programma di titoli a sostegno della ripresa economica rimane attuale. Quindi nessun passo indietro: si va avanti a sostenere il debito pubblico.
Le cause dell’aumento dell’inflazione possono essere molte e noi nel nostro vocabolario di economia ne spieghiamo dettagliatamente alcune (l’inflazione da domanda, quella da costi e quella da monopoli). In questo specifico caso, la ragione sarebbe la ripresa economica. Grazie alle campagne di vaccinazione e alla fine dei lockdown in quasi tutto il mondo, la domanda di beni e servizi è aumentata. Dato che la produzione ha bisogno di tempo per essere realizzata, si verifica un aumento del prezzo. Un po’ come succede nelle aste. Se tutti vogliamo comperare “I Girasoli” di Van Gogh, il prezzo del quadro aumenterà perché la domanda è tanta e l’offerta è rappresentata da solo 1 quadro.
Gli analisti sono tuttavia preoccupati da alcuni dati in particolare: se era abbastanza prevedibile un aumento dei prezzi delle materie prime legate ai prodotti energetici, meno lo era quello degli alimentari, dei semiconduttori e di altri materiali utili per l’edilizia. Non solo si registrano prezzi raddoppiati, ma anche forniture dimezzate. Le ragioni possono essere tante e variate. Si va dall’ondata di gelo in Texas che avrebbe ridotto del 90% l’approvvigionamento di polopropilene, al fatto che molti container per i trasporti navali si trovino dislocati in regioni discoste a causa dell’emergenza COVID.
Insomma, regna il disordine che si manifesta anche nei prezzi alla produzione. Notizia di poche ore fa è che anch’essi sono saliti più delle aspettative registrando un aumento del 4.1% su base annua.
Almeno sul fronte dell’occupazione parrebbero giungere buone notizie: negli Stati Uniti le richieste di sussidio alla disoccupazione sono diminuite nell’ultima settimana di 34 mila unità segnando il miglior dato dal marzo scorso, inizio della pandemia (parliamo comunque di oltre 473 mila persone).
Insomma, anche passata l’emergenza pandemia non possiamo dormire sonni tranquilli. L’economia influenzerà la nostra quotidianità anche nei prossimi mesi. Per questo è importante saper leggere i segnali che ci manda.

La versione audio: Lo spettro dell’inflazione si aggira negli Stati Uniti