Elon Musk: il primo uomo da mille miliardi (ma non in contanti)

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Elon Musk è diventato il primo trilionario della storia dopo la quotazione in borsa di SpaceX. La notizia è vera, ma va spiegata con precisione.

SpaceX ha debuttato al Nasdaq il 12 giugno 2026. Secondo Reuters, la società ha collocato circa 556 milioni di azioni a 135 dollari ciascuna (108 CHF), raccogliendo 75 miliardi di dollari (60 miliardi CHF). È stata la più grande offerta pubblica iniziale mai realizzata. Al momento del collocamento, SpaceX valeva circa 1’770 miliardi di dollari (1’410 miliardi CHF); durante la prima giornata il titolo è salito fino a 160,95 dollari (130 CHF), portando la valutazione della società oltre i 2’000 miliardi (1’600 miliardi CHF).

Musk possiede circa il 38% del capitale. Sommando il valore della sua quota in SpaceX, le azioni e le opzioni Tesla e le partecipazioni nelle altre società, Forbes ha stimato il suo patrimonio attorno ai 1’100 miliardi di dollari (877 miliardi CHF). Reuters lo ha quindi indicato come la prima persona al mondo ad aver superato la soglia del trillion.

Questo non significa che Musk abbia mille miliardi in contanti. La sua ricchezza è costituita soprattutto da azioni e partecipazioni; per calcolarne il valore viene utilizzato il prezzo di mercato. Certamente è una ricchezza reale, perché può essere venduta o utilizzata come garanzia, ma è anche molto variabile. Se le azioni SpaceX o Tesla scendessero, Musk perderebbe decine di miliardi senza spendere un solo dollaro.

Anche la parola “trilionario” è problematica: nell’inglese americano un trillion equivale a mille miliardi, mentre nella scala numerica italiana tradizionale questa cifra si chiama bilione (il trilione è un miliardo di miliardi). La formulazione più corretta è quindi che Elon Musk è diventato la prima persona con un patrimonio stimato superiore a mille miliardi di dollari.

Resta da capire perché SpaceX valga così tanto. La società non costruisce soltanto razzi; controlla Starlink (la rete di satelliti che offre collegamenti internet anche nelle zone più isolate), dispone di contratti con la NASA e con il governo statunitense e opera in settori strategici come telecomunicazioni, difesa e intelligenza artificiale. Gli investitori non stanno quindi pagando soltanto i risultati di oggi, ma soprattutto ciò che SpaceX potrebbe diventare domani. Qui si trova il punto più delicato. Nei documenti esaminati da Reuters, SpaceX ha dichiarato per il 2025 ricavi per circa 18,7 miliardi di dollari (15 miliardi CHF) e una perdita operativa superiore ai 4 miliardi 3,2 miliardi CHF). Ci troviamo dunque davanti a una società valutata oltre 2’000 miliardi che non ha ancora raggiunto la redditività. Il mercato sta scommettendo su una crescita futura enorme: potrebbe avere ragione, ma potrebbe anche aver anticipato profitti che richiederanno molti anni o che non arriveranno nella misura sperata. Ma questo non cancella i risultati ottenuti. SpaceX ha ridotto il costo dei lanci, sviluppato razzi riutilizzabili e costruito una rete satellitare globale.

Infine, c’è il tema del controllo: pur possedendo “solo” circa il 38% del capitale, Musk conserva circa l’85% dei diritti di voto.  Musk controlla imprese attive nell’automobile, nello spazio, nelle comunicazioni, nell’intelligenza artificiale e nei media. Una concentrazione di ricchezza di queste dimensioni comporta anche una concentrazione di potere economico e politico. Tutto suo, e probabilmente, tutto meritato.

Kevin Warsh, un “uomo di Wall Street”alla testa della Federal Reserve

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Di solito il cambio alla guida di una banca centrale interessa soprattutto economisti, analisti e mercati finanziari. Nel caso della Federal Reserve, però, il discorso è diverso. Chi guida la Fed non influenza soltanto l’economia americana. Influenza il costo del denaro mondiale, il dollaro, le borse e, indirettamente, anche l’economia europea e svizzera.

A metà maggio Jerome Powell ha lasciato la presidenza della Fed. Al suo posto Donald Trump ha scelto Kevin Warsh, ex governatore della Federal Reserve ed ex banchiere di Morgan Stanley. Un cambio importante sia dal punto di vista economico sia politico.

Molti si aspettavano che Trump, dopo anni di attacchi contro Powell e contro i tassi elevati, avrebbe scelto un presidente molto accomodante. Un uomo pronto a tagliare i tassi in fretta e a sostenere i mercati. Le cose, però, sono andate in modo un po’ diverso.

Warsh è considerato relativamente rigoroso sul fronte dell’inflazione. Negli ultimi anni ha criticato le politiche ultra-espansive del periodo post-Covid e la crescita enorme del bilancio della banca centrale americana. In altre parole, ha contestato l’idea di una Fed sempre pronta a intervenire, comprare titoli e rassicurare i mercati. Il segnale è stato colto subito. Fino a pochi mesi fa molti investitori scommettevano su tagli dei tassi di interesse nel corso del 2026. Ora il quadro è meno chiaro. Qualcuno arriva persino a ipotizzare il rischio di nuovi rialzi, se l’inflazione dovesse restare troppo alta.

Anche sul tema dell’indipendenza della banca centrale i primi segnali sono stati meno prevedibili del previsto. Durante le audizioni al Senato, Warsh ha insistito molto sulla propria autonomia. Tanto che lo stesso Trump ha dichiarato che la Fed deve rimanere totalmente indipendente. Una frase non banale, se ricordiamo quanto siano stati difficili i rapporti tra Trump e Powell.

Sul piano della politica monetaria, diversi analisti si aspettano una Fed più sobria. Meno quantitative easing, cioè meno acquisti massicci di titoli finanziari. Meno interventi permanenti sui mercati. Più attenzione allo strumento classico dei tassi di interesse.

Detto in modo semplice: una banca centrale meno disposta a fare da pompiere universale ogni volta che i mercati prendono paura. Per l’Europa e per la Svizzera non è un dettaglio. Una Fed più rigida può rafforzare il dollaro, influenzare i flussi di capitale e complicare le scelte delle altre banche centrali.

Sul piano politico, infine, questa nomina manda anche un messaggio preciso. Trump non ha scelto un outsider radicale. Ha scelto un “uomo di Wall Street”, dell’establishment finanziario repubblicano e integrato nei circuiti economici tradizionali americani. È un segnale che suggerisce prudenza e continuità almeno sul terreno monetario. Per questo, probabilmente, almeno per il momento, la reazione dei mercati è stata relativamente calma.

L’Osservatore, 30 maggio 2026

Oltre 14’000 disoccupati. I ticinesi vogliono lavorare

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La disoccupazione in Ticino cresce. È vero, non era necessario attendere gli ultimi dati perché sarebbe bastato prestare attenzione agli articoli  che annunciano la chiusura ogni giorno di una nuova azienda. La situazione si fa sempre più complessa, e in un territorio come il nostro non possiamo solamente limitarci a ritenere i conflitti geopolitici e le tensioni internazionali come unica causa. Purtroppo, la situazione economica del Cantone diventa sempre più preoccupante e persino le aziende storiche che operano sul territorio da decenni incontrano sempre più difficoltà.

E qui si inserisce il dato appena pubblicato relativo al tasso di disoccupazione in Ticino nel primo trimestre 2026. Come spesso capita anche questa volta il dato calcolato secondo il metodo dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO), che fa riferimento a metodi statistici basati su sondaggi telefonici, parla di un tasso del 7,6%, oltre 14’000 persone che cercano un lavoro. Impressionante la differenza con il dato calcolato dalla Segreteria di Stato dell’economia (SECO): in questo caso il tasso sarebbe solo del 3,2% e i disoccupati 5’500.

Naturalmente conosciamo bene la natura differente di questi due indicatori: il dato SECO si basa esclusivamente sulle persone iscritte presso gli uffici regionali di collocamento. Abbiamo sempre detto che evidentemente questo numero è sottostimato, perché ci sono tantissime persone in cerca di lavoro che per una ragione o per l’altra non rientrano in queste statistiche ufficiali.

Ma la questione non è un aspetto di secondo piano, oppure una problematica che riguarda solo gli economisti, anzi. Quando la differenza è così grande, bisogna assolutamente che la politica economica del nostro Cantone ne tenga conto. Il tasso dell’ILO è cresciuto dal 6,7% del quarto trimestre del 2025 e dal 6,6% dello stesso periodo dell’anno scorso. Per trovare un tasso così alto bisogna tornare al secondo trimestre del 2021, in piena crisi COVID.

Ora è il momento di agire. Ora è il momento di rimboccarsi le maniche. È il momento che il lavoro, con tutte le sue difficoltà, torni a essere il tema principale della politica economica e sociale di questo Cantone.

Eppure, mentre la situazione non fa altro che peggiorare, il silenzio diventa sempre più assordante. Possibile che nessuno si preoccupi delle aziende che continuano a chiudere battenti e delle persone che oramai sono disperate? Ci si nasconde dietro alla finta illusione che bastino i sussidi, ma la gente vuole lavorare e vivere dignitosamente e autonomamente con il proprio stipendio.

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Swatch, Audemars Piguet e l’economia della fila

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Il nuovo Swatch nato dalla collaborazione con Audemars Piguet non è solo un orologio. È un piccolo caso di economia applicata. L’orologio si chiama Royal Pop ed è una combinazione tra la Royal Oak di Audemars Piguet, che è uno degli orologi di lusso più riconoscibili al mondo (famoso per la cassa ottagonale e per il bracciale integrato) e la cara vecchia linea Pop di Swatch. Il nuovo orologio costa circa 350 franchi, viene venduto solo in negozi selezionati e con una regola precisa: un pezzo per persona, per giorno e per negozio. Quella che sembra una normale operazione commerciale, in realtà è molto di più.

Le file viste davanti ai negozi lo spiegano bene. A Lugano, c’erano persone in attesa già da molte ore, alcune persino organizzate con sacchi a pelo. Scene simili sono state raccontate anche in altre città, dagli Stati Uniti all’Asia. E qui nasce la domanda economica: perché qualcuno dovrebbe passare ore, o addirittura giorni, in coda per comprare un orologio da poche centinaia di franchi? Queste persone non comprano solo un orologio, comprano l’accesso a un simbolo.

Audemars Piguet appartiene al mondo del lusso vero, quello dove non basta avere i soldi: spesso bisogna anche avere relazioni, pazienza, storia da cliente. Swatch prende un frammento di quel capitale simbolico e lo rende accessibile. Non democratizza davvero la Royal Oak, perché una Royal Oak resta una Royal Oak. Però permette a molte più persone di acquistare un oggetto che richiama quel mondo rendendolo pop.

È la stessa logica che aveva funzionato con il MoonSwatch, la collaborazione tra Swatch e Omega che ha trasformato in versione accessibile il celebre Speedmaster, l’orologio legato alle missioni lunari della NASA. Il consumatore non compra soltanto il materiale, il colore o il design: compra una storia. E in economia le storie contano perché influenzano la disponibilità a pagare dei consumatori. Il limite di acquisto e la vendita solo in determinati negozi fanno il resto della strategia. Se il prodotto fosse disponibile online in grandi quantità, perderebbe molta della sua forza: la scarsità crea tensione, che a sua volta genera code davanti ai negozi e questo fa notizia che crea desiderio e che alimenta anche il mercato secondario, dove qualcuno spera di rivendere l’orologio a un prezzo più alto.

Qui si vede una delle leggi più antiche dell’economia: quando la domanda supera l’offerta, il valore sale. Se, come è questo il caso, il prezzo ufficiale resta fisso, quel valore si sposta altrove: nel tempo passato in fila, nella capacità di arrivare prima, nell’informazione giusta, oppure nel prezzo maggiorato della rivendita.

Per Swatch il vantaggio è evidente. Porta persone nei negozi, produce immagini, discussioni, articoli, post sui social. È pubblicità generata dai consumatori stessi. Una volta le aziende compravano spazi pubblicitari. Oggi, quando l’operazione riesce, sono i clienti a diventare parte della campagna. Gratis, o quasi. Anzi: pagando.
Dal punto di vista economico il caso è interessante perché mostra come funziona il consumo contemporaneo: non compriamo solo oggetti, ma compriamo appartenenza, racconto, rarità.

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Foto della vetrina a Lugano

Commercio equo: giusto, ma non magico

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Il 9 marzo si celebra la Giornata mondiale del commercio equo È una buona occasione per parlare di un tema che spesso viene raccontato in modo troppo semplice: da una parte i buoni, dall’altra i cattivi. Da una parte il consumatore consapevole, dall’altra il mercato senza cuore. La realtà, come quasi sempre in economia, è più interessante.
Il commercio equo nasce da un problema vero. In molte filiere agricole globali (caffè, cacao, banane, tè, zucchero, cotone, fiori) il potere contrattuale è distribuito male. Da un lato ci sono grandi distributori, intermediari e multinazionali. Dall’altro piccoli produttori, cooperative, lavoratori stagionali, spesso in Paesi poveri o con istituzioni fragili. In mezzo ci sono prezzi internazionali instabili, margini ridotti, poca trasparenza e condizioni di lavoro non sempre accettabili. L’idea del commercio equo è semplice: correggere almeno in parte questo squilibrio. Lo fa con alcuni strumenti: un prezzo minimo garantito, premi destinati alle comunità, contratti più stabili, standard sociali e ambientali, divieto del lavoro minorile, attenzione alle condizioni di lavoro, maggiore trasparenza nella filiera.
Fin qui, tutto bene. Ma un economista deve fare anche la parte antipatica. Non per guastare la festa. Per evitare che la festa diventi una brochure.
Il commercio equo resta una piccola parte del commercio mondiale. Non cambia da solo le regole del mercato globale. Può migliorare la situazione di alcuni produttori, ma non elimina la dipendenza dai prezzi internazionali, dagli intermediari, dalla logistica, dai rapporti di forza commerciali. Inoltre, certificarsi costa. Servono procedure, controlli, burocrazia, capacità organizzativa. Non tutti i piccoli produttori riescono a permetterselo.
Anche la letteratura economica mostra risultati misti. In alcuni casi si vedono effetti positivi sul reddito, sulla stabilità, sull’organizzazione dei produttori e sulle condizioni di lavoro. In altri casi gli effetti sono limitati, incerti o dipendono molto dal prodotto, dal Paese, dalla cooperativa e dalla struttura del mercato.
C’è poi un altro punto, spesso dimenticato. Il commercio equo non dovrebbe farci perdere di vista i produttori locali. Anche qui, vicino a noi, molti agricoltori lavorano con margini stretti, subiscono la pressione dei prezzi, devono confrontarsi con costi elevati, norme complesse, concorrenza estera e grande distribuzione. Se compriamo caffè equo dal Perù e poi ignoriamo il latte, le verdure, la carne, il formaggio o la frutta prodotti nel nostro territorio, manca un pezzo del ragionamento.
Non si tratta di mettere in contrapposizione il Sud del mondo e l’agricoltore locale. Sarebbe una gara sbagliata tra fragilità diverse. Si tratta piuttosto di guardare alle filiere con lo stesso criterio: chi produce riceve un reddito dignitoso? Ha forza contrattuale? Lavora in condizioni corrette? Riesce a investire? Oppure resta schiacciato tra costi crescenti e prezzi imposti da altri?
C’è anche il rischio di usare il commercio equo come marketing della coscienza. Il prodotto certificato rassicura il consumatore: compro questo caffè, quindi ho fatto la mia parte. La scelta individuale conta, ma non può sostituire politiche commerciali più trasparenti, leggi sul lavoro, responsabilità delle imprese, controlli seri e regole internazionali più equilibrate.
E non dimentichiamo il prezzo. Dire “compriamo tutti equo” è facile. Ma molte famiglie guardano il centesimo. Se un prodotto equo o locale costa di più, non tutti possono permetterselo. Non ha senso colpevolizzare chi ha un reddito basso. La sostenibilità non può diventare un lusso per consumatori benestanti.
E allora? Allora il commercio equo va preso per quello che è: uno strumento utile, non una bacchetta magica. Può dare più forza contrattuale ai produttori. Può rendere visibili costi sociali che il mercato spesso nasconde. Può spingere le imprese a spiegare meglio da dove arrivano i prodotti e in quali condizioni sono stati realizzati.
Il vero indicatore, però, non è solo il prezzo. E se dietro quel prezzo ci sono redditi dignitosi, lavoro sicuro, ambiente rispettato, comunità meno fragili e produttori meno ricattabili. Lontani o vicini che siano.
Il commercio equo non salverà il mondo da solo. Ma ci ricorda una cosa importante: ogni prezzo racconta una storia. Il problema è che spesso il mercato ce ne mostra solo l’ultima riga.

Primo maggio: il lavoro che manca

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Il Primo maggio non è solo una ricorrenza. Non è una bandiera da tirare fuori una volta all’anno, magari un po’ stropicciata, per poi rimetterla nel cassetto. È il giorno in cui dovremmo chiederci se il lavoro, in Ticino, permette ancora di vivere con dignità. La risposta, purtroppo, è no.

Il nostro mercato del lavoro è fragile. Lo diciamo da anni. I salari ticinesi restano i più bassi della Svizzera. Nel 2024 il salario mediano nel settore privato era di 5’393 franchi, con un divario ancora importante rispetto al resto del Paese. E quando guardiamo ai salari femminili, il dato scende a 4’952 franchi. Non sono numeri astratti. Sono affitti, premi di cassa malati, spesa, figli, trasporti, bollette. Sono la vita quotidiana.

Il problema non è che in Ticino si lavori poco. Anzi. Il problema è che troppo spesso si lavora senza costruire sicurezza. Ci sono giovani formati che se ne vanno perché qui non vedono prospettive. Ci sono persone sopra i 50 anni che, dopo una perdita d’impiego, diventano improvvisamente “troppo care”, “troppo vecchie”, “troppo esperte”. Tradotto: scartate. Ci sono madri che vorrebbero rientrare nel mondo del lavoro e trovano un mercato che perdona poco le interruzioni di carriera. Come se crescere figli fosse una vacanza lunga. Magari pagata pure bene, nella fantasia di qualcuno.

A tutto questo si aggiunge la particolarità ticinese: siamo un piccolo mercato del lavoro aperto su un’area molto più grande, dove i salari sono più bassi. Ogni giorno entrano circa 80 mila frontalieri. Non sono loro il nemico. Sarebbe troppo facile, e anche sbagliato. Il punto è economico: quando l’offerta di lavoro cresce molto e rapidamente, il salario viene messo sotto pressione. Il salario, piaccia o no, è anche il prezzo del lavoro.

Per questo parlare di dumping solo come abuso illegale è riduttivo. I controlli servono, certo. Ma non bastano. Perché il problema è strutturale. Nasce da un equilibrio che, per il Ticino, è diverso da quello del resto della Svizzera. La libera circolazione ha portato benefici al Paese, ma nel nostro Cantone ha prodotto anche costi sociali evidenti.

Ecco perché i Bilaterali III non possono essere discussi come se vivessimo a Berna, Zurigo o Lucerna. Qui la frontiera non è un concetto. È una realtà quotidiana. Se si rafforza il quadro degli accordi con l’Unione europea, allora va rafforzata anche la protezione concreta dei salari e delle condizioni di lavoro. Non con slogan. Con strumenti veri.

Il Primo maggio dovrebbe ricordarci proprio questo: non basta avere un lavoro. Serve un lavoro che permetta di restare in Ticino, vivere con dignità e guardare avanti senza paura. E questo, prima ancora che economico, è un problema politico.

Inflazione, crescita e incertezza: l’economia globale nel 2026

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L’economia mondiale entra nella primavera del 2026 con un quadro meno uniforme di quanto sembri: la crescita regge, ma l’inflazione torna a dare segnali di riaccelerazione in diverse aree. Secondo il Fondo monetario internazionale (FMI), l’inflazione globale dovrebbe salire modestamente nel 2026 prima di riprendere a scendere nel 2027.

Nelle economie avanzate il rientro dei prezzi è stato più ordinato, ma non definitivo. Nell’area euro l’inflazione è risalita al 2,6% in marzo 2026, dal 1,9% di febbraio, soprattutto per effetto dell’energia. Dentro il blocco, il quadro resta eterogeneo: Germania al 2,8%, Spagna al 3,4%, Italia all’1,6%, Francia al 2,0%. La normalizzazione, dunque, non significa stabilità piena, ma una nuova fragilità legata ai prezzi energetici e alla domanda interna.

Negli Stati Uniti l’inflazione annua è salita al 3,3% in marzo, spinta dall’energia e dal rincaro dei carburanti. È un livello ancora lontano dai picchi del passato, ma sufficiente a complicare il percorso della Federal Reserve, perché la disinflazione non è più lineare come nei mesi precedenti. Nel Regno Unito, l’indice dei prezzi al consumo (Consumer Price Index, CPI) è salito al 3,3% in marzo e l’indice armonizzato dei prezzi al consumo (Consumer Price Index including owner-occupiers’ housing costs, CPIH) al 3,4%, segnalando che i servizi restano un punto di pressione importante. In entrambe le economie, il tema non è più soltanto frenare l’inflazione, ma evitare che il costo della vita resti troppo elevato troppo a lungo.

In Asia il quadro è più sfumato. In Giappone l’inflazione si è raffredata: in febbraio era all’1,3%, sotto il target della banca centrale, con un’inflazione di fondo all’1,6%. In Cina, invece, i prezzi hanno mostrato un recupero moderato: l’inflazione annua è stata dell’1,0% a marzo, dopo un picco all’1,3% in febbraio. Qui il problema opposto è evidente: non tanto l’eccesso di inflazione, quanto la debolezza strutturale della domanda interna.

Il filo che unisce questi mercati è l’energia. L’aumento dei prezzi petroliferi e delle tensioni geopolitiche si trasmette rapidamente ai consumi, ai trasporti e ai servizi, rendendo più difficile il lavoro delle banche centrali. Per le economie avanzate, questo significa una politica monetaria ancora prudente; per quelle emergenti, un rischio più serio di erosione del potere d’acquisto e di instabilità macroeconomica.

La vera novità non è il ritorno dell’inflazione alta, ma il ritorno dell’incertezza. Dopo la fase più acuta dello shock post-pandemico, i prezzi non seguono più un’unica direzione: in alcune economie accelerano, in altre rallentano, in altre ancora restano troppo deboli. È questo disordine, più della cifra secca dell’inflazione, a definire oggi la situazione economica delle principali nazioni.

Casse malati – Quando la realtà presenta il conto alla politica

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Il Consiglio di Stato ha presentato la proposta per attuare le due iniziative sui premi di cassa malati che chiedevano da un lato l’aumento delle deduzioni fiscali, dall’altro il tetto massimo del 10% del reddito destinato ai premi.

Il piano del Governo prevede un’entrata in vigore graduale in due tappe. La prima, dal 2027, introduce un pacchetto da 61.4 milioni: 51 a carico del Cantone e 10.4 dei Comuni. Per avvicinarsi all’obiettivo del tetto del 10%, si interviene sul sistema RIPAM (attualmente in vigore) ampliando i beneficiari di circa 8’000 persone, per una spesa stimata di 38 milioni. Parallelamente, le deduzioni fiscali aumentano del 20%, con un impatto di 23.4 milioni.

La copertura è costruita in modo equilibrato: metà tramite tagli di spesa e metà tramite nuove entrate. I risparmi toccano trasporti pubblici, asilo, assegni prima infanzia e scuola. Le nuove entrate arrivano da un aumento dell’imposta sulla sostanza e da rincari sul registro fondiario.

A regime, dal 2029, le deduzioni saliranno ulteriormente e il sistema verrà corretto in modo decisivo: si passerà dal Premio Medio di Riferimento al Premio Medio Effettivo. È un passaggio tecnico, ma fondamentale, perché riporta il calcolo sull’effettivo costo sostenuto dalle famiglie e non su un dato teorico. Il costo complessivo si attesta attorno ai 130 milioni, con circa 215’000 beneficiari.

Il merito principale del documento governativo è quello di riportare il dibattito alla realtà. Durante la campagna, infatti, si è giocato su un equivoco rilevante: i benefici erano stati sovrastimati utilizzando il premio medio di riferimento, non quello realmente pagato. Questo ha gonfiato le aspettative, facendo immaginare risparmi molto più ampi, nell’ordine di diverse centinaia di milioni (circa 400).

Oggi i numeri sono più sobri. La misura resta importante, ma è lontana da quanto prospettato. E soprattutto, emerge con chiarezza il tema delle coperture. I benefici hanno un costo e questo costo si traduce in tagli e in nuove entrate. Non è una sorpresa per chi ha familiarità con le politiche pubbliche, ma lo è per chi è stato portato a credere che il risultato sarebbe stato privo di conseguenze.

Il punto più delicato, a questo stadio, non è tecnico, è istituzionale. Quando una votazione si basa su aspettative sovrastimate e il tema del finanziamento viene rinviato, si crea una rottura. Il cittadino scopre che il beneficio è inferiore a quanto immaginato e che il prezzo da pagare è concreto. E qui la fiducia si incrina.

Negli ultimi anni questa dinamica, purtroppo, si ripete con una certa frequenza. Per questo è forse arrivato il momento di interrogarsi su come evitare che strumenti democratici complessi vengano ridotti a promesse elettorali. Perché quando la politica si allontana troppo dai vincoli della realtà, prima o poi è la realtà che presenta il conto.

Da L’Osservatore, 18.04.2026

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Ora legale: quanto vale un’ora di sonno?

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Insieme alla primavera arriva puntualissima anche l’ora legale. E con lei ci viene chiesto di rinunciare a un’ora di sonno. Ma questo piccolo sacrificio serve davvero a qualcosa?

Per capirlo bisogna fare un passo indietro. Siamo nel 1784 quando Benjamin Franklin, inventore del parafulmine e volto delle banconote da 100 dollari, pubblica sul Journal de Paris una lettera satirica ancora attualissima. Non propone di spostare gli orologi: prende in giro i parigini che dormono troppo e consumano candele fino a notte fonda. La sua idea è semplice: svegliarsi prima, sfruttare la luce gratuita del sole e risparmiare. Franklin arriva perfino a stimare per Parigi un risparmio di 64 milioni di candele all’anno. Tradotto in termini economici, significa meno costi per le famiglie e più risorse per altri consumi. Per stimolare i pigri immagina campane alle cinque del mattino, tasse sulle finestre chiuse e premi per chi usa meno luce artificiale. È una provocazione, ma contiene già la domanda moderna: vale la pena cambiare abitudini per ottenere un vantaggio economico ed energetico?

Ancora oggi gli studi si dividono. Alcuni mostrano risparmi, altri no. Il punto è che non basta guardare alle lampadine: la luce serale in più non sempre compensa l’energia richiesta da riscaldamento e climatizzazione.

In Svizzera una recente analisi dell’Empa, il laboratorio federale per la ricerca sui materiali e la tecnologia, ha adottato uno sguardo più ampio, includendo anche gli edifici per uffici, il  riscaldamento e il raffreddamento. Il risultato è che, in un clima temperato come il nostro, l’ora legale tende a ridurre il fabbisogno energetico complessivo. Ma il punto economico più interessante è un altro: più luce la sera significa più persone che escono dopo il lavoro, si fermano in un negozio, vanno al ristorante, fanno sport o partecipano a eventi. Commercio, turismo, ristorazione e tempo libero ne beneficiano direttamente. È una scelta tecnica che modifica i comportamenti e quindi sostiene la domanda interna.

In Svizzera l’ora legale è in vigore dal 1981, ma il dibattito resta aperto. Il Consiglio federale ha sempre ricordato che un cambio solo svizzero creerebbe una “isola oraria” nel cuore dell’Europa, con effetti su trasporti, logistica e scambi con l’Unione europea.

Ci sono poi effetti collaterali meno intuitivi. Più luce serale è stata associata a meno rapine in città e a meno incidenti mortali nelle ore del tramonto.

Più incerto è il capitolo salute. Il cambio può alterare temporaneamente i ritmi circadiani, cioè il nostro orologio biologico e alcuni studi segnalano piccoli aumenti temporanei di ictus o infarti. Altri, invece, sottolineano più attività fisica, più vitamina D e più tempo all’aperto.

Il bilancio, quindi, non è perfettamente lineare. Sul piano energetico e sanitario i dati restano misti, ma sul lato economico i benefici legati ai consumi sono difficili da ignorare.

E forse è proprio questo il punto: non sempre serve una certezza matematica assoluta. Resta qualcosa di molto concreto, tornare dal lavoro con ancora il sole, fermarsi per un aperitivo, fare una passeggiata o una grigliata all’aperto.

Franklin, probabilmente, l’avrebbe detto così: non si tratta solo di risparmiare candele. Si tratta di usare meglio la luce per vivere meglio. E in Svizzera, dove ogni scelta si intreccia con i rapporti europei, anche un’ora di sole serale pesa più di quanto sembri.

Gli effetti concreti della guerra in Iran

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Le conseguenze economiche di una guerra come quella attualmente in corso in Iran sono molteplici e si trasmettono rapidamente all’intero sistema globale.

Il primo canale è quello energetico. Il rischio di interruzioni nello Stretto di Hormuz introduce una forte volatilità nei prezzi di petrolio e gas (arrivati agli oltre 100 $ per il Brent). È vero che una parte rilevante di quei flussi è destinata alla Cina, ma proprio per questo l’effetto è globale: se la Cina non trova più quelle forniture, si sposta sugli stessi mercati su cui acquistiamo noi. La domanda aumenta, l’offerta si riduce, e i prezzi salgono. A poco servono, almeno nel breve periodo, i tentativi di contenimento: il rilascio di riserve strategiche da parte di alcuni Paesi e l’annuncio dell’OPEC di un aumento della produzione attenuano la tensione, ma non eliminano l’incertezza.

Il problema è che il rincaro dell’energia si trasmette a tutta la filiera economica. Petrolio e gas restano le principali fonti energetiche dei Paesi industrializzati. Aumentano i costi di produzione, i costi di trasporto, la logistica e, a cascata, i prezzi finali. Il risultato è pressione inflazionistica diffusa. Questo avviene in un contesto già fragile, caratterizzato da una domanda debole e da un rallentamento dell’economia globale. È qui che riemerge un rischio che sembrava archiviato: la stagflazione, cioè la combinazione di inflazione elevata, crescita bassa e aumento della disoccupazione.

In questo scenario, le banche centrali si trovano in una posizione scomoda. La Federal Reserve e la Banca centrale europea hanno recentemente deciso di lasciare invariati i tassi di interesse(rispettivamente 3,50-3,75% e 2%). Fino a poche settimane fa, un taglio sarebbe stato plausibile per sostenere consumi e investimenti. Oggi, però, il rischio inflazione impone prudenza. La politica monetaria resta in attesa, sospesa tra due obiettivi difficili da conciliare.

L’incertezza si riflette anche sugli altri mercati. Le materie prime e l’oro registrano forti oscillazioni, alimentate anche da movimenti speculativi. Le borse mostrano una volatilità elevata: i settori più esposti, come il trasporto aereo, sono tra i primi a soffrire, mentre altri, in particolare l’industria della difesa, registrano guadagni.

Anche il mercato valutario reagisce. Il franco svizzero si rafforza, confermando il suo ruolo di valuta rifugio. L’euro si indebolisce, mentre il dollaro tende a rafforzarsi. Tuttavia, anche qui domina la volatilità: è bastato un segnale della Banca nazionale svizzera sulla possibilità di interventi sul cambio per muovere rapidamente le aspettative e indebolire fortemente la nostra moneta. Resta da capire quanto a lungo queste dinamiche potranno essere governate.

E in tutto questo, i cittadini? Sono l’anello finale della catena. Subiscono l’aumento dei prezzi, l’incertezza sul lavoro e la perdita di potere d’acquisto. È qui che gli effetti della guerra diventano concreti: non nei grafici, ma nella vita quotidiana.

L’Osservatore, 21.03.2026