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Piccole e medie imprese: Grazie!

Ho avuto l’onore e il piacere di partecipare alla serata organizzata per presentare l’edizione Gold di INFO PMI. INFO PMI è una rivista pensata per promuovere e valorizzare le piccole e medie imprese del Cantone Ticino. Come indicato dal Direttore responsabile Sacha Cattelan il primo numero è nato nel novembre del 2018; da allora sono state 27 le pubblicazioni, pari a più di mezzo milione di copie distribuite gratuitamente alle attività commerciali di questo Cantone. Quella che era un’idea qualche anno fa è diventata oggi una realtà imprenditoriale che conta 7-8 collaboratori. A INFO PMI e a tutte le piccole e medie imprese ho portato il mio ringraziamento. Eccone qui una sintesi.
“È per me un onore e un piacere essere con tanti rappresentanti delle piccole e medie imprese non solo per l’importanza che rivestite nel nostro tessuto economico e sociale, ma anche per quello che le piccole e medie imprese rappresentano nella mia vita e in quella della mia famiglia.
Mio papà purtroppo non c’è più. Ma la sua figura e le cose che ho imparato da lui sono sempre con me.
Nel 1989, dopo aver lavorato per tanti anni nel settore della meccanica di precisione, decise di aprire la sua piccola azienda. Fino a quando la malattia non lo ha portato via, il suo primo pensiero al mattino e la sua ultima preoccupazione alla sera erano la sua azienda e i suoi collaboratori.
Non erano tanti, i suoi collaboratori. Al massimo della sua attività mio padre ebbe otto dipendenti. Ovviamente li conosceva tutti, con i loro pregi e difetti. Otto persone, erano per mio padre. Non solo dipendenti. Non numeri, non risorse umane.
Grazie a mio padre, a quella piccolissima azienda e a quegli uomini so cosa vuol dire fare impresa.
So cosa vuol dire non avere né sabati né domeniche né festivi. So cosa vuol dire reinventare la propria attività quasi ogni giorno. Conosco la preoccupazione di far quadrare i conti, mese dopo mese. So cosa vuol dire dover trovare gli stipendi per 7-8 famiglie.
E conosco lo sforzo di cercare clienti, trovare finanziamenti; il tormento della burocrazia. Lo stress e la paura di non sopravvivere alle crisi.
Come economista sui banchi di scuola ho imparato molte cose. Ma le cose veramente importanti in questo ambito le avevo imparato molto prima, nella vita vera. Nella vita in cui una stretta di mano vale più di cento contratti.
Economie di scala, economie di scopo, contabilità, tassi di interesse, accesso al credito, deduzioni sociali, gestione del personale. Concetti teorici per molti; cose molto concrete e pratiche per me. E per ognuno di voi.
Questo Paese non dice grazie molto spesso agli uomini e alle donne che fanno impresa per davvero, ognuno nel proprio piccolo, ognuno con le proprie piccole vittorie, i propri drammi, gli sforzi non riconosciuti e i trionfi non celebrati da nessuno se non dai dipendenti e dai famigliari.
Ma è grazie a voi, al vostro lavoro, che il Paese è cresciuto.
È tramite il rispetto per i vostri dipendenti e le vostre dipendenti, che è stata portato uno slancio etico nella produzione economica.
È con la formazione agli apprendisti che avete fornito un futuro a ragazze e ragazzi.
È con la creazione di reddito che avete sorretto la nostra economia, ma anche la nostra società.
Da figlia di un piccolissimo imprenditore, conosco tutto questo.
E anche per mio papà e per tutti voi, sono qui a dirvi grazie e a incoraggiarvi a continuare a lottare anche in questi periodi difficili. Grazie”

La versione audio: Piccole e medie imprese: Grazie!
Da sinistra a destra: Ruben Fontana, Tina Magna, Sacha Cattelan, Amalia Mirante, On. Raffaele De Rosa

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La tempesta perfetta

L’inflazione è arrivata. E non sarà passeggera come sostengono gli esperti per provare a tranquillizzarci. Sembrerebbe infatti che siamo nel bel mezzo di una “tempesta perfetta” con le cause classiche dell’inflazione che si stanno verificando tutte in contemporanea. Vediamone alcune. Prima: la domanda di beni in generale è molto aumentata dopo la fine del lockdown; anzi in alcuni casi, come per esempio per i prodotti necessari per lavorare o studiare da casa, non si è mai nemmeno fermata. La produzione, al contrario, necessita di tempo per adeguarsi. Aggiungiamo il problema degli intoppi nelle catene di approvvigionamento e dei sistemi di trasporto e il gioco è presto fatto. La domanda aumenta, l’offerta rimane ferma e quindi i prezzi salgono.
La seconda causa da “manuale” è l’aumento dei costi. Nel nostro caso i costi delle fonti energetiche sempre più scarse (anche per volere di chi le estrae), quelli delle materie prime e dei generi alimentari che risentono di condizioni meteo non controllabili, vengono ribaltati sui prezzi finali. Ve ne sarete accorti anche voi se avete fatto benzina di recente.
Infine, ben presto le banche centrali ridurranno il loro intervento nell’economia. Questo porterà a un aumento dei tassi di interesse. Il rincaro ricadrà sui privati che si sono indebitati per comperare casa, sulle aziende che hanno fatto investimenti e sull’economia in generale.
Nonostante le rassicurazioni della ministra del tesoro degli Stati Uniti, Yanet Yellen, la corsa dei prezzi non sembra arrestarsi: in settembre i prezzi americani sono aumentati del 5.4%. E le cose non vanno meglio nell’Eurozona dove l’ultimo dato parla di un aumento del 4.1%. Ancora più preoccupante quando si guarda alla locomotiva tedesca: era da 28 anni, dal lontano 1993, che non si raggiungeva un aumento dei prezzi così alto (4.5%).
Diventeremo tutti più poveri? La risposta non è così semplice. Sappiamo che l’economia Svizzera è piuttosto liberale per cui non vedremo aumentare i salari come accaduto in Germania nelle ultime settimane a seguito di scioperi indetti dai sindacati. E non vedremo nemmeno l’intervento dello Stato per ridurre l’IVA o aumentare i sussidi al consumo come fatto in Italia, Francia o Spagna. D’altra parte, che sia per la moneta forte, o per una maggiore flessibilità dell’economia, l’andamento dei prezzi in Svizzera è storicamente più stabile che negli altri Paesi. Come ci conferma per il momento l’1.2% di aumento annuale dei prezzi in ottobre. Attenzione però a cantare vittoria: gli anni Novanta e i tassi di interesse che superavano il 6% sono lontani ma molti di noi li ricordano ancora. E non è un bel ricordo.

Tratto dal Corriere del Ticino, 18.11.2021

AVVISO METEO: VENTI a tratti SOSTENUTI e MARI MOLTO MOSSI nei prossimi  giorni « 3B Meteo
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Il calendario dell’avvento ci porta… il salario minimo!

La prima casellina di dicembre del calendario dell’avvento porterà ai ticinesi il salario minimo. E questo dopo sei anni e mezzo dalla votazione in cui ne hanno accettato l’introduzione. Ho fatto questa battaglia in prima persona perché credo fortemente che il nostro mercato del lavoro vada tutelato.
Finalmente anche questo cantone avrà un piccolo strumento per contrastare le conseguenze devastanti della concorrenza. Sì, avete letto bene, della concorrenza. Sembra un paradosso eppure è così. Sui manuali di economia impariamo che la concorrenza è il migliore dei mondi possibili. I cittadini possono comperare i beni che vogliono a un prezzo giusto, mentre le aziende possono liberamente produrli. In questo senso il modello è perfetto. Peccato che nella realtà le cose non funzionino così.
L’ideale che ha mosso la creazione dell’Unione Europea è proprio la concorrenza. Libera circolazione delle persone, delle merci e dei capitali. Spostarsi liberamente tra le nazioni, vendere e comperare beni prodotti nel resto d’Europa, trasferire la propria azienda a piacimento avrebbero dovuto garantire un aumento del benessere dei cittadini.
Ma questo sarebbe stato possibile solo se le condizioni di partenza dei paesi fossero state le stesse. Purtroppo non era così. Quello che è successo è che la libertà di circolare ha trasformato i lavoratori in merci. E come ogni merce, anche loro si spostano in funzione del prezzo migliore. Questo ha fatto sì che anche le aziende si trasferiscano dove la “merce” lavoro costa meno.
La Svizzera, non fa parte dell’Unione Europea eppure ne ha sottoscritto i principi fondanti. Così i lavoratori residenti in Italia si trovano in concorrenza con i lavoratori residenti in Ticino, senza più regole (proprio come vuole l’Unione Europea). Le imprese il lavoro lo “comperano” dove costa meno. Essendo noi al confine con un paese in cui il costo della vita rapportato alla nostra moneta nazionale è enormemente inferiore, diventa possibile offrire lavoro ad un prezzo più basso.

Il salario minimo votato oltre sei anni fa non poteva andare a correggere tutte le distorsioni del sistema. Cercava di mettere un cerotto a una situazione che già allora appariva drammatica. Avrebbe dovuto essere il primo tassello di tante altre misure a sostegno di un’economia in cui tutelare primi fra tutti i piccoli e medi imprenditori. Perché? Perché come è possibile per una piccola e media impresa competere sui mercati internazionali continuando a offrire salari elevati e a formare gli apprendisti mentre dall’estero arrivano aziende che fanno lo stesso prodotto usando manodopera a basso costo? Impossibile!
Sì, la piccola e media impresa è stata messa a dura prova ed è mancato il coraggio di proteggerla. Oggi il salario minimo è una tutela anche alla piccola e media impresa, quella piccola e media impresa legata al territorio.

La versione audio: Il calendario dell’avvento ci porta… il salario minimo!
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L’emigrazione giovanile impoverisce il Ticino

Sentiamo dire che le esperienze all’estero fanno bene ai giovani. Certo, se non fosse che questi giovani sono oggi costretti ad andarsene, non lo scelgono. Questa cosa ha un nome semplice e chiaro: emigrazione.

Si narra che ci sono grandi difficoltà a trovare giovani competenti e che dovremmo lavorare tutti quanti per formare, in un futuro luminoso, ragazzi capaci con profili competitivi. Suona bene nei dibattiti ma è essenzialmente una fandonia. I nostri figli e le nostre figlie sono preparati in maniera eccellente. E infatti a Zurigo, a Lucerna e a Friburgo li assumono velocemente e a condizioni molto buone. Sono poco formati solo qui, a casa loro? A meno che il semplice atto di attraversare il Gottardo non abbia effetti miracolosi sulla loro competitività e preparazione, è probabile che sarebbero altrettanto degni di trovare lavoro in Ticino se non fossero troppo costosi. Questa cosa ha un nome semplice: “salari bassi”.

E che dire del fatto che dovremmo “essere ottimisti e aprirci al mondo”? Proviamo a dirlo alle centinaia di persone licenziate e rimpiazzate da chi costa meno; andiamo a raccontarlo alle famiglie che vedono partire i figli per andare oltre Gottardo. Non usiamo giri di parole quando possiamo chiamare le cose con il loro nome: “concorrenza della manodopera estera a basso costo”.

Le cause della spinta migratoria che sta espellendo i nostri ragazzi e le nostre ragazze hanno nomi chiari: bassi salari, economia fragile, frontalierato. E permettetemi di aggiungere, mancanza di coraggio. Sì, perché ci vuole coraggio a chiamare le cose con il loro nome.

Capita poi di partecipare a conferenze, in cui si presentano le quattro o cinque eccellenze del Paese. Certo, queste realtà ci sono. Sono la punta di un iceberg di cui esiste… solo la punta. Sotto il pelo dell’acqua ormai non c’è quasi più nulla. La forza lavoro del Cantone che è formata, motivata, capace meriterebbe di trovare lavoro qui con stipendi dignitosi. Non c’è bisogno della mitica Silicon Valley: basterebbe proteggere meglio il nostro mercato del lavoro e i nostri salari.

Non è vero che non abbiamo la massa critica per garantire dei posti di lavoro dignitosi o che non ci sono aziende sane che vogliono dare un futuro a queste persone e questo Cantone. E non è neppure vero che non possiamo fare niente per un territorio che invecchia e si spopola. Potremmo fare molto se cominciassimo ad accettare di chiamare i problemi con il loro nome: bassi salari, economia fragile, frontalierato, ossia la triade alla base della nuova emigrazione ticinese.

Ammettiamolo e potremo andare avanti. Oppure possiamo raccontare le solite favolette consolatorie. E rassegnarci ad attendere le prossime cifre che diranno che, guarda un po’, ci sono più frontalieri e i nostri stipendi si sono abbassati ulteriormente.

Articolo tratto da L’Osservatore, 6.11.2021

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Salari bassi: i frontalieri aumentano, i giovani emigrano

Volete leggere una notizia che non fa più notizia? Eccola qui. I frontalieri in Ticino aumentano. Alcuni di voi penseranno che è una buona cosa perché se il numero di permessi cresce vuol dire che crescono i posti di lavoro e quindi l’economia va bene. Sì e no.
È vero che quando parliamo di un’economia in crescita i posti di lavoro devono aumentare, ma teoricamente è sufficiente che aumentino in proporzione all’aumento demografico. Purtroppo nel caso del Cantone Ticino ci troviamo di fronte a una realtà scomoda di cui l’opinione pubblica inizia solo ora ad occuparsi: il Cantone non solo invecchia, ma si spopola anche. E le previsioni per i prossimi decenni non ci rallegrano. Certo, sono tante le cause di questo genere di problemi demografici, ma la principale rimane secondo noi una e ben identificabile: il lavoro.
Il mercato del lavoro in Ticino oramai soffre da almeno un decennio. Le scelte, o meglio le non scelte, di dare un chiaro indirizzo e una vocazione alla struttura economica cantonale, oggi mostrano tutti i loro limiti.
Avere un’economia diversificata può essere un vantaggio, nel senso che riesce ad attutire meglio l’andamento negativo di un settore. Tuttavia se questa strategia si basa sui bassi salari, i limiti per lo sviluppo e per il benessere dei suoi cittadini presto o tardi si manifesteranno.
In Ticino oggi abbiamo 74’200 permessi di lavoro per persone che non vivono in questo Cantone. Parliamo di quasi 1’000 persone in più rispetto al secondo trimestre di quest’anno, 2’800 in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso e quasi 9’000 in più rispetto a 5 anni fa.
A colpirci a prima vista è l’aumento nei numeri, anche se oggi è più importante analizzare i settori in cui lavorano queste persone.
Così scopriamo che la percentuale di persone occupate nel settore secondario, quello dell’industria e delle costruzioni, si riduce costantemente: oggi solo una persona su tre ci lavora. Questo significa che due persone su tre lavorano nel settore dei servizi. Tra questi spicca la crescita costante nelle attività professionali, scientifiche e tecniche come gli studi di architettura o quelli di contabilità, settori questi che occupano oltre 8’500 persone (11.5% del totale). Anche il settore delle attività amministrative e di supporto alle aziende come per esempio la ricerca e la selezione del personale occupa oggi oltre 7’200 persone frontaliere. Tutti questi settori in cui volendo potrebbero trovar occupazione anche i ragazzi e le ragazze formati residenti che però faticano a farsi assumere.
E quale è e rimane il fattore competitivo determinante? Il salario. Purtroppo sempre più la concorrenza è agguerrita e ciò che spinge i nostri giovani a lasciare il loro Cantone è proprio la mancanza di prospettive. Detto questo, non vogliamo un’economia chiusa e posti di lavoro riservati, vogliamo solo che non sia il salario più basso la ragione che esclude a priori giovani qualificati e residenti.

Estratto intervista Cronache della Svizzera italiana, Rete Uno, 4.11.2021

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Ricchi e Poveri. La perequazione tra i Cantoni

Il nostro sistema svizzera si fonda sul federalismo, principio che sancisce che i 26 cantoni e gli oltre 2’200 comuni godono di molte competenze. Il principio della sussidiarietà stabilisce che i compiti devono essere eseguiti dal livello istituzionale superiore (Confederazione o Cantoni) solamente nel caso in cui esso lo esegua in maniera migliore rispetto ai livelli subordinati (Cantoni e Comuni). Per mantenere l’autonomia finanziaria e svolgere questi compiti tutti i livelli istituzionali possono riscuotere direttamente delle imposte e dei tributi. Ma anche così non tutti i cantoni dispongono delle stesse risorse finanziarie. Magari a causa della loro posizione geografica o dello sviluppo economico diverso. Per questo è stato creato lo strumento della perequazione finanziaria che si fonda sulla solidarietà: i cantoni economicamente forti e la Confederazione aiutano i cantoni deboli.
Dal punto di vista tecnico il meccanismo è molto complesso e si dota di cinque strumenti: due relativi al lato finanziario e altri tre relativi alla gestione dei compiti.
La perequazione finanziaria in senso stretto è composta da due meccanismi. Il primo è la perequazione delle risorse che mette in relazione il potenziale delle risorse per abitante del cantone con la media svizzera. Questo dato cerca di cogliere tutte le fonti tassabili, tra cui il reddito imponibile (anche dei frontalieri), la sostanza e gli utili delle persone giuridiche. Se l’indice è inferiore a 100 il cantone è economicamente debole e ha diritto a ricevere risorse dai cantoni forti e dalla Confederazione. Per il 2022 il Ticino ottiene un indice delle risorse pari a 96; il Cantone più debole è Giura con 65.6, mentre il cantone più forte Zugo con 255.4.
Il secondo meccanismo è la compensazione degli oneri. In questo caso la Confederazione supporta i cantoni che devono sostenere dei costi superiori alla media a causa della struttura demografica (povertà età e integrazione degli stranieri) e della situazione geografica e topografica (altitudine dei comuni, pendenza dei terreni e la bassa densità abitativa).
Il Ticino nel 2022 riceverà dalla perequazione finanziaria circa 52 milioni; di questi 20 milioni dalla perequazione delle risorse, 15 milioni di compensazione geo-topografica e 6 da quella socio- demografica. Possono sembrare tanti, ma diventano pochi se paragonati ai 935 milioni di Berna o ai quasi 800 milioni dal Vallese. Niente da lamentarci invece se ci confrontiamo ai quasi 500 milioni che paga Zurigo o ai 330 che si accolla Zugo.
Personalmente, ritengo che nonostante tutte le difficoltà tecniche, questa chiave di riparto debba essere rivista: senza essere degli esperti matematici, ma dotandoci di buon senso, comprendiamo subito che la cifra ottenuta dal Cantone Ticino non è lo specchio della realtà. Giovani che emigrano, bassi salari, popolazione più anziana, tasso di frontalieri elevato, attività a basso valore aggiunto. Questi sono solo una piccola parte dei problemi che dobbiamo affrontare. E farlo con centinaia di milioni in più, non guasterebbe.

La versione audio: Ricchi e Poveri. La perequazione tra i Cantoni
Fonte: lapagina.ch
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Che buono il cioccolato! Ancora più dolce se é sostenibile…

Bianco, nero, al latte, con le nocciole… e ancora tavolette, cioccolatini, creme da spalmare, uova di cioccolato… A chi non è venuta l’acquolina in bocca? Eh sì, il cioccolato attira anche noi economisti, e non solo per la nostra golosità.
Il “Cibo degli Dei” come fu ribattezzato dal botanico Carl Linnaeus attorno al 1750 era già noto ai Maya e agli Aztechi (siamo tra il 500 e il 700 dopo Cristo). Allora era ritenuto talmente prezioso che le fave di cacao venivano usate come mezzo di pagamento. Ma è solo nel 16° secolo che la bevanda arriva in Spagna.
Bisognerà attendere altri 300 anni per gettare le basi di quella che diventerà una tradizione e un fiore all’occhiello dell’industria alimentare svizzera. È il 1819 quando François-Louis Cailler apre a Vevey, sul lago Lemano, la prima fabbrica meccanizzata di cioccolato. È a lui che dobbiamo l’invenzione della tecnica per rendere il cioccolato solido e trasformarlo in tavolette. Da lì, come ci insegna Schumpeter (economista austriaco che morì nel 1950), le invenzioni arrivarono a grappoli. Philippe Suchard aprì a Neuchatel una fabbrica di cioccolato in cui inventò una macchina che mescolava e macinava lo zucchero e il cacao rendendoli una pasta omogenea. Kohler qualche anno più tardi inventò il cioccolato alle nocciole, ma soprattutto ebbe come apprendista Rudolf Lindt, sì, proprio il papà dei Lindor. E che dire di Jean Tobler che inventò il Toblerone o dei coniglietti di cioccolato dorati di Sprüngli?
Grazie a queste invenzioni ancora oggi la Svizzera è il Paese che produce più cioccolato al mondo: grazie ai 4’400 dipendenti del settore nel 2020 ne abbiamo fabbricate ben 180 mila tonnellate, come ci riferiscono i dati di Chocosuisse, la Federazione dei fabbricanti svizzeri di cioccolato. Oltre il 70% della nostra produzione viene esportata all’estero. La Germania è la più golosa: ne compera 1 tavoletta su 5. Seguono Francia, Regno Unito e Stati Uniti. Ma non preoccupatevi: ne rimane tanto anche per noi che ne mangiamo ben 10 chili all’anno a persona. Primi in assoluto, davanti a Germania, Estonia e Francia. E pensate che a causa della pandemia la quantità si è ridotta…
Quindi tutto dolce e buono? Non proprio. Purtroppo quando si risale nella filiera produttiva dei Paesi fornitori delle materie prime si scoprono sfruttamento, lavoro minorile, mancanza di rispetto per l’ambiente. Ed è per questo che la Piattaforma per il cacao sostenibile si preoccupa di certificare il coinvolgimento dei produttori locali, la sostenibilità e la trasparenza. Proprio per evitare che il nostro dolce cioccolato ci riservi amare sorprese.

La versione audio: Che buono il cioccolato! Ancora più dolce se sostenibile…

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La formazione professionale nella rivoluzione 4.0


Da sempre gli individui si interrogano sulla sostenibilità dell’innovazione tecnologica. Sin dalla prima rivoluzione industriale il progresso fu accolto con sospetto. Non mancarono neppure veri e propri atti di distruzione. Basti pensare che il termine sabotaggio deriverebbe proprio dal gesto degli operai francesi di mettere negli ingranaggi dei macchinari gli zoccoli di legno, i “sabots”.
Da sempre però la storia mostra anche che i Paesi più benestanti sono quelli in cui il progresso tecnologico e l’innovazione la fanno da padroni. Dobbiamo quindi affrontare la rivoluzione 4.0 con questo spirito ottimista accompagnato dalla consapevolezza che anche in questo caso ci saranno vincitori e perdenti. Ma oggi rispetto al passato possiamo rendere sostenibile questo processo. L’automazione, la digitalizzazione e la robotizzazione dovrebbero in realtà liberare l’individuo dalle attività più faticose.
Lo strumento principale di cui disponiamo oggi è proprio la formazione. L’aumento delle competenze consente di sfruttare a proprio vantaggio il progresso anziché diventarne vittime. E in questo processo la formazione professionale non deve limitarsi ai giovani. Al contrario. È sulle persone che già dispongono di qualifiche specifiche che la formazione continua può portare importanti benefici in questa fase di transizione. L’invecchiamento demografico, la denatalità, l’aumento dell’aspettativa di vita, fanno sì che diventi prioritario investire anche sugli adulti. Così senza parlare di vera e propria riqualifica professionale quando non è strettamente necessaria, si possono creare percorsi di accompagnamento e di avvicinamento ai nuovi sistemi produttivi. Nessuno scontro tra algoritmi e persone, nessuna battaglia tra robot e individui. Al contrario, un progresso tecnologico al servizio dell’essere umano che potrebbe avverare la profezia dell’economista John Maynard Keynes che prevedeva per l’individuo un massimo di 15 ore lavorative alla settimana. E chissà che non sia proprio la formazione professionale la chiave di svolta.

Contributo alla Rivista Skilled – Scuola Universitaria federale per la formazione professionale (SUFFP) -27.09.2021

La versione audio: La formazione professionale nella rivoluzione 4.0
La non neutralità dell'algoritmo - La Città Futura
Fonte immagine: https://www.lastampa.it/rubriche/public-editor/2019/03/05/news/gli-algoritmi-in-redazione-1.3368558

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“Novanta franchi per un pieno?” L’inflazione è arrivata

“Novanta franchi per un pieno? Caspita! Sa signorina che proprio poco fa ho scritto nella mia newsletter domenicale che c’è un grande rischio di inflazione. Non pensavo di toccarla con mano così in fretta!”
Vi confesso che la signora alla cassa del distributore di benzina ha pensato che fossi un po’ matta. Eppure, effettivamente anche io ho toccato con mano gli effetti degli aumenti dei prezzi. E così, sta accadendo a molti di noi.
Più volte abbiamo parlato della crisi legata al settore dell’edilizia: da mesi si preannunciano aumenti dei prezzi che variano dal 30 al 40%. Avete capito bene, dal 30 al 40%. Questo significa concretamente che se state costruendo una casa probabilmente il vostro architetto se non ve l’ha già detto, vi darà a breve questa brutta notizia. Il costo finale della vostra abitazione sarà molto più alto. Per non parlare dei ritardi nei tempi di consegna. Non arrabbiatevi con lui o con lei, non è colpa loro. La colpa se la dividono da una parte la catena di approvvigionamento dei materiali e dall’altra l’enorme crescita della domanda.
Ricordiamo che durante il lockdown che ha toccato il mondo intero l’anno scorso quasi tutti i settori economici e tutti i lavoratori e le lavoratrici erano fermi. Questo ha significato l’impossibilità di produrre anche i materiali necessari alle costruzioni. Lì per lì, ci siamo detti che non sarebbe stato un grande problema, d’altronde tutto era fermo. Peccato, o per fortuna, che appena riaperto le persone hanno ricominciato a consumare come prima se non addirittura di più. Questo ha portato la domanda a livelli elevatissimi, proprio mentre l’offerta era rallentata. E che cosa succede in questi casi? Esattamente quello che accade in un’asta in cui tutti vogliono lo stesso quadro: il prezzo aumenta. E così ecco aumentare il prezzo anche di legno, gomma, rame, ferro e di tutto quello che serve per le costruzioni. Per non farci mancare nulla alcuni Stati hanno lanciato maxi piani di bonus e incentivi per riattare le case che hanno ulteriormente accresciuto la domanda. (Si vedano i super bonus in Italia).
E non finisce qui. Il prezzo del petrolio e di tutti prodotti derivati come la benzina, ma anche dei prodotti energetici alternativi, sono aumentati notevolmente.
Che brutto periodo. Per fortuna che arriva il Natale. Attenzione: anche in questo caso si preannuncia qualche problema. Pure all’industria dell’abbigliamento e delle calzature mancano le materie prime e lo stesso succede al settore dell’elettronica. È notizia recente che Apple ha ridotto notevolmente la sua produzione di Iphone perché le mancano i chip.
Visto poi che i mali non vengono mai da soli, anche sul fronte delle politiche economiche il disimpegno delle banche centrali potrebbe portare a un aumento dei tassi l’interesse.
Insomma, probabilmente nei prossimi mesi dovremmo attenderci un aumento dei prezzi che non sarà così piccolo e transitorio come annunciavano gli esperti.
Soluzioni? Beh, almeno il problema di Natale possiamo risolverlo. Niente regali comperati, ma doni fatti con il cuore e con le nostre mani…

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Il vaso di Pandora (papers) è stato aperto: non chiudiamo gli occhi!

Dopo i Panama papers del 2016, i Paradise papers del 2017 arrivano oggi i Pandora Papers. E non ci riferiamo al dolce natalizio che tutti noi mangeremo tra qualche mese.
Il nome ci porta nella mitologia greca. Zeus donò a Pandora, prima donna mortale, un vaso chiuso che non avrebbe mai dovuto aprire. Pandora non resistette a lungo alla curiosità e quando scoperchiò il vaso uscirono tutti i mali del mondo: malattie, dolori, sofferenza, cattiveria invasero la vita degli uomini.
Questa inchiesta giornalistica fa lo stesso: “scoperchia” migliaia di persone ricche che hanno sfruttato il sistema per non pagare le tasse. Non ci stupisce che tra queste ci siano veri e propri boss della camorra; un po’ di più ci rattrista la presenza di alte cariche politiche, sportivi e personaggi legati al mondo dello spettacolo. Ma vediamo un po’ qual è il segreto per risparmiare (semplifichiamo la questione per farci capire).
Supponiamo che io sia una ex-prima ministra britannica e che voglia comprare un edificio per uffici a Londra. Legittimo, ci mancherebbe. Si aprono due possibilità. Primo, faccio come tutti gli altri cittadini, compero lo stabile e pago le tasse previste. Secondo, mi rivolgo al mio consulente di fiducia: lui mi suggerisce di comperare una società offshore (extraterritoriale) che comprerà per me lo stabile. Ma perché dovrei fare questa doppia operazione? Semplice la società offshore è una società finta. È stata creata dalla filiale di una rinomata e famosissima società internazionale che però ha scelto come base della filiale un paradiso fiscale, magari che so, le Isole vergini britanniche. Orbene, in questo paradiso fiscale non è necessario conoscere l’identità dei proprietari delle società che sono autorizzate a fare affari all’estero pagando piccolissime imposte. Quindi, ricapitolando, così facendo, io ex-prima ministra britannica risparmio centinaia di migliaia di sterline di tasse (si stima ca. 400 mila franchi). Centinaia di migliaia di sterline di tasse che sottraggo al paese di cui sono stata prima ministra. Incredibile, vero? Sembra una storia inventata. Peccato che parrebbe essere quanto fatto da Tony Blair nel 2017. Ed è in buona compagnia. Il re Abdullah di Giordania, un ministro dell’economia olandese, un presidente del Montenegro, del Cile e uno della Repubblica Dominicana. Julio Iglesias, Shakira, Elton John, Claudia Schiffer… Insomma, non manca nessuno.
Il lavoro condotto da questi 600 giornalisti di 150 testate internazionali di 117 nazioni ha scoperchiato il vaso. Dal 1996 al 2020, 14 “rispettabilissime” società internazionali hanno aperto migliaia di uffici e filiali in paradisi fiscali che a loro volta hanno aperto migliaia di società anonime messe a disposizione di banche, consulenze e studi legali per i loro ricchi clienti che compravano castelli, yacht, terreni senza pagare un centesimo. Vere e proprie fabbriche di aziende fantasma create per eludere il fisco.
Ma non dimentichiamo una cosa. La giovane Pandora non ha dato al mondo degli umani solo il male; quando ha riaperto il vaso una secondo volta è uscita la speranza.
E anche noi speriamo che ora si smetta di chiudere gli occhi e che finalmente si facciano leggi chiare e che chi le viola, paghi il giusto. La speranza si alimenta con la giustizia.

La versione audio: Il vaso di Pandora (papers) è stato aperto: non chiudiamo gli occhi!
Fonte: https://fiabesogniemozioni.forumfree.it/?t=48211758