Ricchi e Poveri. La perequazione tra i Cantoni

Il nostro sistema svizzera si fonda sul federalismo, principio che sancisce che i 26 cantoni e gli oltre 2’200 comuni godono di molte competenze. Il principio della sussidiarietà stabilisce che i compiti devono essere eseguiti dal livello istituzionale superiore (Confederazione o Cantoni) solamente nel caso in cui esso lo esegua in maniera migliore rispetto ai livelli subordinati (Cantoni e Comuni). Per mantenere l’autonomia finanziaria e svolgere questi compiti tutti i livelli istituzionali possono riscuotere direttamente delle imposte e dei tributi. Ma anche così non tutti i cantoni dispongono delle stesse risorse finanziarie. Magari a causa della loro posizione geografica o dello sviluppo economico diverso. Per questo è stato creato lo strumento della perequazione finanziaria che si fonda sulla solidarietà: i cantoni economicamente forti e la Confederazione aiutano i cantoni deboli.
Dal punto di vista tecnico il meccanismo è molto complesso e si dota di cinque strumenti: due relativi al lato finanziario e altri tre relativi alla gestione dei compiti.
La perequazione finanziaria in senso stretto è composta da due meccanismi. Il primo è la perequazione delle risorse che mette in relazione il potenziale delle risorse per abitante del cantone con la media svizzera. Questo dato cerca di cogliere tutte le fonti tassabili, tra cui il reddito imponibile (anche dei frontalieri), la sostanza e gli utili delle persone giuridiche. Se l’indice è inferiore a 100 il cantone è economicamente debole e ha diritto a ricevere risorse dai cantoni forti e dalla Confederazione. Per il 2022 il Ticino ottiene un indice delle risorse pari a 96; il Cantone più debole è Giura con 65.6, mentre il cantone più forte Zugo con 255.4.
Il secondo meccanismo è la compensazione degli oneri. In questo caso la Confederazione supporta i cantoni che devono sostenere dei costi superiori alla media a causa della struttura demografica (povertà età e integrazione degli stranieri) e della situazione geografica e topografica (altitudine dei comuni, pendenza dei terreni e la bassa densità abitativa).
Il Ticino nel 2022 riceverà dalla perequazione finanziaria circa 52 milioni; di questi 20 milioni dalla perequazione delle risorse, 15 milioni di compensazione geo-topografica e 6 da quella socio- demografica. Possono sembrare tanti, ma diventano pochi se paragonati ai 935 milioni di Berna o ai quasi 800 milioni dal Vallese. Niente da lamentarci invece se ci confrontiamo ai quasi 500 milioni che paga Zurigo o ai 330 che si accolla Zugo.
Personalmente, ritengo che nonostante tutte le difficoltà tecniche, questa chiave di riparto debba essere rivista: senza essere degli esperti matematici, ma dotandoci di buon senso, comprendiamo subito che la cifra ottenuta dal Cantone Ticino non è lo specchio della realtà. Giovani che emigrano, bassi salari, popolazione più anziana, tasso di frontalieri elevato, attività a basso valore aggiunto. Questi sono solo una piccola parte dei problemi che dobbiamo affrontare. E farlo con centinaia di milioni in più, non guasterebbe.

La versione audio: Ricchi e Poveri. La perequazione tra i Cantoni
Fonte: lapagina.ch

Che buono il cioccolato! Ancora più dolce se é sostenibile…

Bianco, nero, al latte, con le nocciole… e ancora tavolette, cioccolatini, creme da spalmare, uova di cioccolato… A chi non è venuta l’acquolina in bocca? Eh sì, il cioccolato attira anche noi economisti, e non solo per la nostra golosità.
Il “Cibo degli Dei” come fu ribattezzato dal botanico Carl Linnaeus attorno al 1750 era già noto ai Maya e agli Aztechi (siamo tra il 500 e il 700 dopo Cristo). Allora era ritenuto talmente prezioso che le fave di cacao venivano usate come mezzo di pagamento. Ma è solo nel 16° secolo che la bevanda arriva in Spagna.
Bisognerà attendere altri 300 anni per gettare le basi di quella che diventerà una tradizione e un fiore all’occhiello dell’industria alimentare svizzera. È il 1819 quando François-Louis Cailler apre a Vevey, sul lago Lemano, la prima fabbrica meccanizzata di cioccolato. È a lui che dobbiamo l’invenzione della tecnica per rendere il cioccolato solido e trasformarlo in tavolette. Da lì, come ci insegna Schumpeter (economista austriaco che morì nel 1950), le invenzioni arrivarono a grappoli. Philippe Suchard aprì a Neuchatel una fabbrica di cioccolato in cui inventò una macchina che mescolava e macinava lo zucchero e il cacao rendendoli una pasta omogenea. Kohler qualche anno più tardi inventò il cioccolato alle nocciole, ma soprattutto ebbe come apprendista Rudolf Lindt, sì, proprio il papà dei Lindor. E che dire di Jean Tobler che inventò il Toblerone o dei coniglietti di cioccolato dorati di Sprüngli?
Grazie a queste invenzioni ancora oggi la Svizzera è il Paese che produce più cioccolato al mondo: grazie ai 4’400 dipendenti del settore nel 2020 ne abbiamo fabbricate ben 180 mila tonnellate, come ci riferiscono i dati di Chocosuisse, la Federazione dei fabbricanti svizzeri di cioccolato. Oltre il 70% della nostra produzione viene esportata all’estero. La Germania è la più golosa: ne compera 1 tavoletta su 5. Seguono Francia, Regno Unito e Stati Uniti. Ma non preoccupatevi: ne rimane tanto anche per noi che ne mangiamo ben 10 chili all’anno a persona. Primi in assoluto, davanti a Germania, Estonia e Francia. E pensate che a causa della pandemia la quantità si è ridotta…
Quindi tutto dolce e buono? Non proprio. Purtroppo quando si risale nella filiera produttiva dei Paesi fornitori delle materie prime si scoprono sfruttamento, lavoro minorile, mancanza di rispetto per l’ambiente. Ed è per questo che la Piattaforma per il cacao sostenibile si preoccupa di certificare il coinvolgimento dei produttori locali, la sostenibilità e la trasparenza. Proprio per evitare che il nostro dolce cioccolato ci riservi amare sorprese.

La versione audio: Che buono il cioccolato! Ancora più dolce se sostenibile…

“Novanta franchi per un pieno?” L’inflazione è arrivata

“Novanta franchi per un pieno? Caspita! Sa signorina che proprio poco fa ho scritto nella mia newsletter domenicale che c’è un grande rischio di inflazione. Non pensavo di toccarla con mano così in fretta!”
Vi confesso che la signora alla cassa del distributore di benzina ha pensato che fossi un po’ matta. Eppure, effettivamente anche io ho toccato con mano gli effetti degli aumenti dei prezzi. E così, sta accadendo a molti di noi.
Più volte abbiamo parlato della crisi legata al settore dell’edilizia: da mesi si preannunciano aumenti dei prezzi che variano dal 30 al 40%. Avete capito bene, dal 30 al 40%. Questo significa concretamente che se state costruendo una casa probabilmente il vostro architetto se non ve l’ha già detto, vi darà a breve questa brutta notizia. Il costo finale della vostra abitazione sarà molto più alto. Per non parlare dei ritardi nei tempi di consegna. Non arrabbiatevi con lui o con lei, non è colpa loro. La colpa se la dividono da una parte la catena di approvvigionamento dei materiali e dall’altra l’enorme crescita della domanda.
Ricordiamo che durante il lockdown che ha toccato il mondo intero l’anno scorso quasi tutti i settori economici e tutti i lavoratori e le lavoratrici erano fermi. Questo ha significato l’impossibilità di produrre anche i materiali necessari alle costruzioni. Lì per lì, ci siamo detti che non sarebbe stato un grande problema, d’altronde tutto era fermo. Peccato, o per fortuna, che appena riaperto le persone hanno ricominciato a consumare come prima se non addirittura di più. Questo ha portato la domanda a livelli elevatissimi, proprio mentre l’offerta era rallentata. E che cosa succede in questi casi? Esattamente quello che accade in un’asta in cui tutti vogliono lo stesso quadro: il prezzo aumenta. E così ecco aumentare il prezzo anche di legno, gomma, rame, ferro e di tutto quello che serve per le costruzioni. Per non farci mancare nulla alcuni Stati hanno lanciato maxi piani di bonus e incentivi per riattare le case che hanno ulteriormente accresciuto la domanda. (Si vedano i super bonus in Italia).
E non finisce qui. Il prezzo del petrolio e di tutti prodotti derivati come la benzina, ma anche dei prodotti energetici alternativi, sono aumentati notevolmente.
Che brutto periodo. Per fortuna che arriva il Natale. Attenzione: anche in questo caso si preannuncia qualche problema. Pure all’industria dell’abbigliamento e delle calzature mancano le materie prime e lo stesso succede al settore dell’elettronica. È notizia recente che Apple ha ridotto notevolmente la sua produzione di Iphone perché le mancano i chip.
Visto poi che i mali non vengono mai da soli, anche sul fronte delle politiche economiche il disimpegno delle banche centrali potrebbe portare a un aumento dei tassi l’interesse.
Insomma, probabilmente nei prossimi mesi dovremmo attenderci un aumento dei prezzi che non sarà così piccolo e transitorio come annunciavano gli esperti.
Soluzioni? Beh, almeno il problema di Natale possiamo risolverlo. Niente regali comperati, ma doni fatti con il cuore e con le nostre mani…

La versione audio: “Novanta franchi per un pieno?” L’inflazione è arrivata

Il vaso di Pandora (papers) è stato aperto: non chiudiamo gli occhi!

Dopo i Panama papers del 2016, i Paradise papers del 2017 arrivano oggi i Pandora Papers. E non ci riferiamo al dolce natalizio che tutti noi mangeremo tra qualche mese.
Il nome ci porta nella mitologia greca. Zeus donò a Pandora, prima donna mortale, un vaso chiuso che non avrebbe mai dovuto aprire. Pandora non resistette a lungo alla curiosità e quando scoperchiò il vaso uscirono tutti i mali del mondo: malattie, dolori, sofferenza, cattiveria invasero la vita degli uomini.
Questa inchiesta giornalistica fa lo stesso: “scoperchia” migliaia di persone ricche che hanno sfruttato il sistema per non pagare le tasse. Non ci stupisce che tra queste ci siano veri e propri boss della camorra; un po’ di più ci rattrista la presenza di alte cariche politiche, sportivi e personaggi legati al mondo dello spettacolo. Ma vediamo un po’ qual è il segreto per risparmiare (semplifichiamo la questione per farci capire).
Supponiamo che io sia una ex-prima ministra britannica e che voglia comprare un edificio per uffici a Londra. Legittimo, ci mancherebbe. Si aprono due possibilità. Primo, faccio come tutti gli altri cittadini, compero lo stabile e pago le tasse previste. Secondo, mi rivolgo al mio consulente di fiducia: lui mi suggerisce di comperare una società offshore (extraterritoriale) che comprerà per me lo stabile. Ma perché dovrei fare questa doppia operazione? Semplice la società offshore è una società finta. È stata creata dalla filiale di una rinomata e famosissima società internazionale che però ha scelto come base della filiale un paradiso fiscale, magari che so, le Isole vergini britanniche. Orbene, in questo paradiso fiscale non è necessario conoscere l’identità dei proprietari delle società che sono autorizzate a fare affari all’estero pagando piccolissime imposte. Quindi, ricapitolando, così facendo, io ex-prima ministra britannica risparmio centinaia di migliaia di sterline di tasse (si stima ca. 400 mila franchi). Centinaia di migliaia di sterline di tasse che sottraggo al paese di cui sono stata prima ministra. Incredibile, vero? Sembra una storia inventata. Peccato che parrebbe essere quanto fatto da Tony Blair nel 2017. Ed è in buona compagnia. Il re Abdullah di Giordania, un ministro dell’economia olandese, un presidente del Montenegro, del Cile e uno della Repubblica Dominicana. Julio Iglesias, Shakira, Elton John, Claudia Schiffer… Insomma, non manca nessuno.
Il lavoro condotto da questi 600 giornalisti di 150 testate internazionali di 117 nazioni ha scoperchiato il vaso. Dal 1996 al 2020, 14 “rispettabilissime” società internazionali hanno aperto migliaia di uffici e filiali in paradisi fiscali che a loro volta hanno aperto migliaia di società anonime messe a disposizione di banche, consulenze e studi legali per i loro ricchi clienti che compravano castelli, yacht, terreni senza pagare un centesimo. Vere e proprie fabbriche di aziende fantasma create per eludere il fisco.
Ma non dimentichiamo una cosa. La giovane Pandora non ha dato al mondo degli umani solo il male; quando ha riaperto il vaso una secondo volta è uscita la speranza.
E anche noi speriamo che ora si smetta di chiudere gli occhi e che finalmente si facciano leggi chiare e che chi le viola, paghi il giusto. La speranza si alimenta con la giustizia.

La versione audio: Il vaso di Pandora (papers) è stato aperto: non chiudiamo gli occhi!
Fonte: https://fiabesogniemozioni.forumfree.it/?t=48211758

Caffè e vaccini: a cosa servono i brevetti?

Chi l’avrebbe mai detto che la forma della capsula di caffè non è un bene da tutelare come marchio? Sì, la nostra è una provocazione che si riferisce alla recentissima sentenza del tribunale federale che finalmente mette fine a una vertenza economico-giuridica che si trascina da molti anni. Il tribunale ha sancito che una forma, in questo caso di una capsula da caffè, non può essere registrata come marchio se deve per forza essere usata da un concorrente che produce un prodotto simile.
Questa sentenza ci consente di affrontare il tema dell’importanza dei brevetti per l’innovazione e lo sviluppo tecnologico. A differenza di quello che saremmo tentati di pensare la maggior parte della spesa in ricerca e sviluppo viene finanziata dal settore privato. Sono le aziende che spinte dalla necessità di scoprire nuovi prodotti, nuove organizzazioni, nuove tecnologie per garantirsi il successo economico e sopravvivere investono molte risorse nella ricerca. Evidentemente affinché ci sia questa spinta ad essere la prima a scoprire qualcosa, deve esserci una chiara tutela che le altre imprese non possano beneficiarne. In effetti, se gli altri possono copiare il mio prodotto e guadagnare, mentre io ho sostenuto i costi per scoprirlo, nessuno investirà un franco nella ricerca.
Naturalmente questo non significa che anche le università, le aziende e gli istituti pubblici e para-pubblici non facciano attività di ricerca, anzi. Ma è chiaro che lo scopo in questo caso non è quello di massimizzare i profitti o ridurre i costi, bensì collaborare nelle scoperte di interesse pubblico.
Le nazioni hanno la libertà di scegliere quanta tutela dare alle aziende. Ci sono nazioni come la Svizzera che proteggono molto le scoperte. Altre, come per esempio la Cina, hanno basato la loro forza sulla riproduzione di scoperte altrui su larga scala. Questo grazie alla grandissima disponibilità di manodopera a disposizione. Il modello copia e riproduci su larga scala è stato determinante per la loro crescita economica. Attenzione però che oggi la Cina ha fatto passi da gigante nello sviluppo tecnologico e nell’innovazione, tanto da diventare, probabilmente a breve, la prima potenza mondiale.
Tornando ai nostri brevetti, il tema è di estrema attualità. Il dibattito sul fatto che i vaccini non debbano essere tutelati riaccende un tema che non ha mai veramente trovato una quadratura del cerchio: fino a che punto le scoperte nel campo della medicina devono essere brevettabili?
La nostra risposta di pancia è scontata: i farmaci devono essere accessibili a tutti perché esiste un diritto alla salute. Purtroppo, bisogna fare i conti con la realtà: se non ci fosse un interesse e una garanzia della tutela dei guadagni futuri, nessuna azienda investirebbe milioni in spese di ricerca. Ricordiamoci anche che non tutti gli investimenti portano a risultati; molte volte finiscono nel nulla.
Quindi, non sta tanto all’economia quanto piuttosto ai governi fare in modo di garantire l’accessibilità ai farmaci a tutti, tutelando il diritto alla salute.

La versione audio: Caffè e vaccini: a cosa servono i brevetti?
Photo by Kevin Menajang on Pexels.com

Il traballante mercato del lavoro ticinese – II parte

Riprendiamo il tema del mercato del lavoro ticinese, come da articolo pubblicato il 10 settembre da tvsvizzera.it che ringrazio.

I dati statistici mostrano un Cantone sofferente su più fronti.
I salari in Ticino sono mediamente molto più bassi di quelli svizzeri, circa del 16-20%. Questo significa che in Ticino si guadagna un quinto in meno dei nostri cugini confederati. Da qualunque parte si guardino i dati, per settori, per ruoli occupati, per mansioni svolte, per età, per genere, i salari pagati dalla nostra economia, privata e pure pubblica, sono più bassi. E notevolmente più bassi sono anche i salari pagati ai frontalieri.
Ma i problemi del mercato del lavoro ticinese non li vediamo solamente nel livello dei salari, purtroppo. Le conseguenze sono tante altre. In Ticino, la percentuale delle persone che lavorano ma che non riescono a vivere del loro salario, i working poor, è tra le più alte a livello nazionale. Lo stesso accade quando guardiamo al numero di persone che deve fare più di un lavoro per vivere. O ancora, quasi paradossalmente, ci troviamo in vetta alle classifiche della sottoccupazione (persone che lavorano a tempo parziale ma vorrebbero lavorare di più). E sul tempo parziale si apre un ulteriore campo di analisi. Negli altri cantoni tendenzialmente i nuclei familiari fanno una scelta in cui entrambi i partner lavorano a tempo parziale perché i salari consentono di dedicarsi alla famiglia. Nel nostro caso purtroppo, invece, l’alto tasso di lavori a tempo parziale è sinonimo di grande precariato.
E che dire delle condizioni di lavoro femminili? Anche in questo caso purtroppo il nostro cantone appare negli ultimi posti della classifica nazionale: tassi di attività femminile tra i più bassi, differenze salariali tra uomini e donne maggiori, piccolissima presenza di donne nei quadri dirigenziali e nei posti di lavoro di responsabilità. Il quadro di certo non appare incoraggiante. Purtroppo non va meglio per i giovani che oggi possono ricevere formazioni eccellenti, sia in ambito scolastico che professionale. Anche a loro, il Paese non sembra dare risposte adeguate. I dati appena pubblicati confermano che sempre più ragazzi e ragazze abbandonano il cantone per trovare fortuna oltre Gottardo. E sicuramente le difficoltà di trovare posti di lavoro adeguati alle qualifiche e con stipendi dignitosi contribuiscono a questa emigrazione. Tanti altri sarebbero i dati che confermano un malessere del mercato del lavoro ticinese, a partire dai cinquantenni che vengono messi alla porta e non trovano più nulla dopo 30 anni di duro lavoro.
Come lo si guardi, questo quadro di indagine necessita di tutte le attenzioni della politica. È necessario intervenire affinché si possa invertire il senso di marcia. Affinché, come deve succedere in un paese sano, i giovani e le giovani non siano obbligate a lasciare la loro terra e i loro affetti. Per questo bisogna avere il coraggio di riconoscere e ammettere i problemi, ma anche le tensioni che oggi viviamo. Non si può più fingere che non ci sia rivalità e competizione tra manodopera locale e manodopera non residente. Lo scopo non è quello di attribuire colpe; lo scopo è quello di offrire opportunità anche alle persone residenti in questo Cantone.

Il Quotidiano, RSI, 17.09.2021
La versione audio: Il traballante mercato del lavoro ticinese – II parte

Vacanze tra piadine e Merlot

Basta un giorno di pioggia per ricordarci quanto amiamo il sole e quanto il nostro turismo necessiti del bel tempo.
Anche se quest’anno abbiamo dovuto convivere con alcune limitazioni, in Svizzera nei primi sei mesi dell’anno sono stati registrati quasi 11.4 milioni di pernottamenti nel settore alberghiero. Non abbiamo ancora raggiunto i livelli pre-crisi (12 milioni di pernottamenti), ma siamo già in ripresa rispetto al 2020 (meno di 10 milioni). A questi dobbiamo aggiungere più di 3.8 milioni di pernottamenti nelle case di vacanze (non troppo distanti dal 2019), 2 milioni nei campeggi (quasi raddoppiati rispetto al 2019) e 800 mila negli alloggi collettivi (questi in evidente calo, date le normative). Certo è cambiata la composizione dei nostri turisti: una volta la parte del leone la facevano gli ospiti stranieri; oggi, la pandemia ha fatto riscoprire agli svizzeri il piacere di trascorrere le ferie in casa. E molti di loro sono stati proprio nel nostro cantone e da un ultimo sondaggio ci hanno attribuito la medaglia per la simpatia. Siamo ben contenti di questo riconoscimento, anche perché il settore turistico contribuisce in maniera importante al nostro Prodotto interno lordo (qualche anno fa il suo contributo è stato stimato al 10%).
Conosciamo i limiti strutturali e spesso anche dell’offerta turistica nel nostro Cantone, e a maggior ragione quindi siamo ben consapevoli dell’importanza di persone qualificate e competenti.
E proprio le persone rappresentano una delle maggiori ricchezze della Riviera Romagnola dove
ho trascorso qualche giorno di vacanza. Anche qui, oltre al sole, al buon cibo e al mare, ho potuto fare quattro chiacchiere con i commercianti locali. E anche qui, le dinamiche non sono diverse dal nostro cantone.
Piccoli artigiani locali si alternano a negozi di souvenir da vacanza, con una cosa che però li accomuna: l’accoglienza e la voglia di far sentire il turista uno di casa. E così vi potete ritrovare a mangiare una meravigliosa piadina chiedendo di farcirla con prosciutto crudo, squacquerone e pomodori secchi e questo accompagnato dal sorriso del cuoco che vi dice “abbinamento interessante…” O ancora un commerciante di origine africana vi spiega che dopo tutto gli affari sono andati abbastanza bene, ma che pesa sicuramente l’assenza dei turisti russi e inglesi: “a loro sì che piace la roba italiana, di solito si comprano di tutto, persino le valigie. Gli italiani ci sono, ma possono spendere meno”.
E che dire del signore in età avanzata che da 12 anni d’estate si è inventato la professione di ricamare i nomi sui tessuti? Quando gli porto il mio cappello fucsia ci mettiamo un po’a scegliere insieme il colore giusto del cotone. Poi prendendosi tutto il tempo necessario cerca nel suo telefono la fotografia che gli ha inviato una cliente a cui ha ricamato 13 cappelli per una festa tra amiche. Orgoglioso mi racconta che per farlo ha rotto ben quattro aghi, ma visto il risultato ne valeva proprio la pena.
Ed effettivamente ne vale proprio la pena. Vale la pena di spendere qualche minuto a raccontare ai turisti la vita vera, affinché possano portarsi a casa ben di più di un souvenir.
E ora, rieccomi di nuovo sulla via del ritorno. Per ricominciare ad ascoltare le storie degli artigiani, dei commercianti e degli operatori del settore turistico del nostro bel Cantone!

La versione audio: Vacanze tra piadine e Merlot
Piadina romagnola

I frontalieri aumentano ancora

I frontalieri in Svizzera e in Ticino aumentano. I dati appena pubblicati dall’ufficio federale di statistica non lasciano dubbi, pur ritenendo il fatto che gli stessi autori li definiscano provvisori.
In Ticino è stata superata anche la soglia dei 71 mila permessi di lavoro come frontaliere; precisamente alla fine del II trimestre del 2021, quindi di giungo, se ne registravano 71’586. La maggior parte di questi permessi, quasi 47 mila, era attribuita al settore terziario, quello dei servizi. Il nome non deve trarci in inganno: oltre alle avvocate, ai fiduciari o al personale medico, troviamo anche i commessi, le cameriere e i servizi logistici. Invece il settore secondario, oggi rappresenta solo 1/3 di questi lavoratori, in linea con i cambiamenti avvenuti nella struttura produttiva del nostro Cantone.
Guardando i dati vediamo la relazione stretta tra l’andamento economico generale e l’andamento dei permessi di lavoro: i settori che hanno mostrato una ripresa rispetto alla crisi legata alla pandemia, sono anche quelli caratterizzati da un aumento dei frontalieri. In particolare, il settore secondario, che è quello legato all’industria mostra una certa stabilità, sia paragonando i dati con i tre mesi precedenti del 2021 (gennaio-marzo) sia rispetto all’anno prima. L’unica eccezione in questo caso è il settore delle costruzioni, che mostra un aumento da mettere in relazione con la ripresa economica. Ad oggi lavorano in questo settore quasi 8 mila persone frontaliere.
Anche nel settore terziario, che mostra aumenti trimestrali del 2.5% e addirittura di oltre il 5% rispetto all’anno scorso (+2’300 persone), la relazione con l’andamento economico è evidente. I frontalieri aumentano in quasi tutti i settori, in particolare nei servizi legati alla ristorazione, nelle attività professionali, scientifiche e tecniche e in quelle di servizio alle aziende.
Il boom dei numeri di permessi è nella ristorazione dove si segnala un aumento sia su base trimestrale che annuale di oltre il 15%, arrivando a occupare 3’900 persone. In realtà, non sappiamo quanti di questi posti di lavoro rimarranno anche dopo il periodo estivo.
Discorso differente va fatto per le attività professionali, scientifiche e tecniche come gli studi di architettura, di ingegneria o contabilità che occupano oggi quasi 8’200 persone non residenti, oltre l’11% del totale. Se a queste aggiungiamo le attività amministrative e di supporto alle aziende come i servizi di selezione e ricerca del personale, arriviamo a quasi 15 mila posti di lavoro. Ora, nessun problema se i nostri apprendisti neo-diplomati e le nostre neo-laureate troveranno un posto di lavoro da qui a qualche mese. Discorso differente, se come purtroppo temo, passeranno mesi alla ricerca di un posto di lavoro per poi dover scappare oltre Gottardo.
Se questo accadrà ancora, chi di dovere dovrà smettere di fare orecchie da mercante e dovrà finalmente prendere in mano le redini di questo Cantone.

La versione audio: I frontalieri aumentano ancora

Il debito pubblico è un bosco che non muore mai

Non abbiamo fatto ancora in tempo ad assaporare la ripresa economica, che già una nuova variante mette in discussione le misure di allentamento e di conseguenza la tenuta delle finanze pubbliche.
In questi mesi la maggior parte delle nazioni sviluppate ha messo in campo molte risorse per sostenere le aziende e cittadini. La politica fiscale fatta di riduzione delle imposte e delle tasse ha implicato minori entrate. Quella fatta di aiuti diretti, sussidi e contributi ha causato maggiori uscite. Presto fatto: gli Stati hanno chiuso i conti del 2020 in negativo. Tecnicamente quando le entrate di uno Stato in un anno sono inferiori alle sue uscite, parliamo di deficit o di disavanzo. Al contrario si parla di avanzo (anche se è raro che le Nazioni chiudano in “utile” anche perché vorrebbe dire che stanno tassando troppo i propri cittadini).
La Svizzera ha chiuso il 2020 con una perdita di 15.8 miliardi di franchi. Per avere un termine di paragone pensiamo che il valore di tutta la produzione annuale di beni e servizi, il famoso PIL, è di circa 720 miliardi.
Se sommiamo tutti i disavanzi e gli avanzi da quando uno Stato è nato otteniamo il suo debito pubblico. Quello svizzero a fine 2020 ammontava a circa 104 miliardi di franchi. È aumentato dall’anno prima di 7 miliardi.
A differenza di quanto succede per le aziende, però le nazioni possono sopravvivere nel tempo anche se continuano a registrare delle perdite. In effetti, il debito pubblico è un debito un po’ speciale. Innanzitutto la maggior parte del debito è un debito che cittadini hanno nei confronti di loro stessi. Mi spiego meglio. Quando lo Stato ha bisogno di risorse oltre a indebitarsi con le banche può chiedere prestiti attraverso le obbligazioni. I cittadini, le aziende, gli altri Stati possono comprare questi “pezzettini di carta” in cui lo Stato si impegna a restituire i soldi prestati dopo un certo numero di anni e a ringraziare pagando un tasso di interesse. Di solito la maggior parte delle obbligazioni sono comprate proprio da persone e aziende che vivono in quel paese. Quindi lo Stato che è l’insieme dei cittadini di indebita per soddisfare i loro bisogni facendosi prestare i soldi dai suoi stessi cittadini. Vedete, alla fine i cittadini sono debitori nei confronti di loro stessi. Anche se è vero che oggi le economie sono aperte e quindi anche i cittadini, le aziende e gli altri Stati possono comperare le obbligazioni, la maggior parte del debito rimane nelle mani interne. In Svizzera si stima che più dell’80% del debito è nelle mani di investitori svizzeri.
Un altro mito da sfatare è l’idea che “prima o poi il debito dovrà essere ripagato”. In realtà non è proprio così vero. Il debito pubblico è un po’ come se fosse un bosco che non muore mai e dove gli alberi vecchi vengono sostituiti da quelli nuovi. Quando le vecchie obbligazioni arrivano in scadenza, di solito sono rimpiazzate con nuove emissioni che vengono sottoscritte. Per cui il debito si rinnova.
Detto questo, anche se non esiste un limite al debito pubblico, la gestione delle finanze dello Stato deve essere assolutamente rigorosa e mirare all’obiettivo della parità di bilancio rispettando sempre i principi di una amministrazione equa, efficiente ed efficace.

La versione audio: Il debito pubblico è un bosco che non muore mai

La disoccupazione scende, ma il lavoro rimane malato

La disoccupazione è scomparsa. O quantomeno è quello che potrebbe indicarci una lettura un po’ frettolosa dei dati appena pubblicati dalla Segreteria di Stato dell’economia (SECO). Il tasso di disoccupazione nel mese di giugno a livello nazionale è sceso al 2.8%. Esattamente uguale a quello cantonale.
Ma attenzione è ancora presto per dire che la crisi è passata. Se da una parte ci sono segnali incoraggianti, dall’altra non mancano fatti che ci invitano a una certa prudenza.

È innegabile che a livello nazionale ma anche internazionale sia in atto una ripresa generale delle attività economiche. Le notizie di questi ultimi giorni confermano che la crescita dei paesi dell’Unione Europea sarà più sostenuta di quanto previsto. E lo stesso vale per la Svizzera. A questo aggiungiamo l’euforia che nasce dalla fine delle restrizioni, da una voglia ancora maggiore di vacanze e da un clima di festa trascinato anche dagli europei di calcio. Sì, le cose sul fronte dei consumi stanno andando bene.
Attenzione però, agli altri segnali. Innanzitutto dobbiamo considerare che l’effetto positivo degli aiuti della Confederazione e dei Cantoni alle aziende non si è ancora esaurito. Ancora negli ultimi mesi ci sono aziende che usufruiscono dell’orario ridotto e della liquidità dei crediti Covid. In questo senso anche se gli istituti di ricerca non prevedono ondate di fallimenti, dobbiamo piuttosto essere prudenti e pensare in termini regionali. Purtroppo in Ticino sono già stati annunciati licenziamenti e riduzioni di posti di lavoro da alcune grandi aziende nel settore della farmaceutica e della meccanica. Evidentemente di questi non c’è ancora traccia nei nostri dati sulla disoccupazione.
Come non c’è traccia degli altri fattori che ci indicano lo stato di salute del mercato del lavoro. Bassi salari, condizioni di lavoro precarie, assenza di possibilità di carriera rimangono purtroppo caratteristiche del cantone.
E il tasso di disoccupazione non ci dice tanto altro. Per esempio che nel Canton Ticino negli ultimi mesi sono spariti tanti posti di lavoro a tempo pieno, mentre ne sono stati creati a tempo parziale. Questo con tutti i limiti che consociamo.
E che dire dei giovani appena laureati o diplomati, a cui facciamo i nostri migliori auguri? Se tra qualche mese non avranno trovato un posto di lavoro in linea con le loro competenze, capacità e aspettative, di certo non li troveremo iscritti presso gli uffici regionali di collocamento, ma già sul treno verso Zurigo.

Come non vi fidereste del vostro medico se usasse solo il termometro per farvi una diagnosi, così il tasso di disoccupazione da solo non basta più. Questo e tanto altro deve essere analizzato se vogliamo guarire il mercato del lavoro ticinese che è ancora malato.

Sotto il mio contributo a Ticinonews – Teleticino, 08.07.2021

La versione audio: La disoccupazione scende, ma il lavoro rimane malato
Ticinonew, Teleticino, 08.07.2021