La radio, o dell’eterna giovinezza

Il 13 febbraio si celebra la giornata mondiale della radio. Proprio il 13 febbraio 1946 è stata trasmessa la prima trasmissione radio dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU). Anche se la ricorrenza è celebrata solo da una decina di anni, la radio nasce più di un secolo fa e ancora oggi non solo sopravvive, ma è viva e vegeta.
Per quello che riguarda le nostre latitudini, Radio Monte Ceneri compirà tra poco 90 anni. Sin dalla nascita il suo compito non fu facile: durante il periodo del fascismo rappresentò l’unica voce libera che trasmetteva in lingua italiana. Prima Radio Monte Ceneri, poi le reti radio della RSI affiancate da emittenti private hanno raccontato e raccontano quotidianamente la storia ospitando nel tempo grandissimi pensatori, personalità e tanta gente comune.
Ma la radio è anche il simbolo dello sviluppo economico e dello sviluppo tecnico fatto nell’ultimo secolo. Essa ha dovuto modificarsi, adattarsi e anche innovarsi, per rimanere il mezzo accessibile ovunque a tutti in qualunque momento e in ogni circostanza. Sin da subito questo strumento ha offerto anche alle fasce più deboli della società di essere informate e intrattenute.
Seppur con alti e bassi, bisogna riconoscere che la radio è stata finora sempre in grado di sopravvivere alle crisi del mercato pubblicitario e nonostante l’enorme concorrenza a cui è sottoposta, rimane una delle scelte privilegiate di comunicazione e marketing aziendale.
Non solo la radio è stata in grado di rispondere al progresso tecnologico, ma l’economicità di alcune nuove possibilità di diffusione ha consentito di moltiplicare le “radio”. Vero che anche nei decenni passati esistevano molte emittenti indipendenti locali, ma i costi tecnici e la limitatezza delle frequenze erano ostacoli spesso insormontabili.
Un altro fenomeno interessante e non da tutti previsto è stata la sopravvivenza della radio anche durante la crisi legata al Covid-19. Come ci si poteva immaginare i confinamenti, l’obbligo del telelavoro e la mobilità ridotta hanno avuto un impatto importante sugli ascolti nel drive time, ossia nel periodo in cui le persone si spostano per fare il tragitto casa-lavoro. La stessa cosa è avvenuta negli uffici. Quello che non ci si aspettava invece è l’aumento dell’ascolto a casa anche attraverso altri dispositivi come la televisione, lo smartphone, il computer. Eppure l’informazione alla radio ha giocato un ruolo importantissimo.
Da anni siamo confrontati con l’idea che la radio, un po’ come i libri, sarebbe finita in soffitta. Eppure eccola ancora qui in splendida forma. I nostri auguri che continui a modificarsi, adattarsi e innovarsi come tutti i prodotti che sopravvivono nel tempo.

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La parità è stata raggiunta dopo 50 anni dal diritto di voto?

Nel video pubblicato da Ticinotoday che trovate qui sotto mi esprimo sul tema della parità di genere a 50 anni dal diritto di voto e di eleggibilità per le donne in Svizzera. I giudizi su quando sia arrivato il diritto di voto si sono sprecati in queste settimane. Eppure sono certa che le donne che hanno lottato per consentirci di essere oggi qui libere non solo di votare ma di autodeterminarci hanno giudicato quel 7 febbraio del 1971 come il giorno giusto per festeggiare la loro grande vittoria. E con loro tanti uomini.
Ma non è finita. Nella vita in generale, e nel lavoro in particolare l’uguaglianza e le pari opportunità devono ancora realizzarsi pienamente. Ma prima bisogna capire che il nemico non è più lo stesso.
Dobbiamo concentrare i nostri sforzi per analizzare, studiare, capire quali sono i meccanismi distorsivi. I dati sono chiari.
Il tasso di attività femminile si riduce notevolmente se nel nucleo famigliare ci sono dei bambini, le donne occupano posizioni professionali di minore responsabilità, svolgono lavori più precari, con contratti temporanei e spesso a tempo parziale e per questo diventano le prime vittime in caso di crisi economica. Le donne scelgono tendenzialmente alcune professioni e studi che le portano a guadagnare meno.
No, la parità nel mondo del lavoro non è ancora stata raggiunta. Eppure oggi le giovani donne si formano più dei loro colleghi uomini, sono preparate e competenti quanto loro. Ma questo sembra non bastare.
Esistono dei meccanismi distorsivi che accompagnano le donne per tutta la vita professionale. Dall’assunzione, alla contrattazione del salario, dalle promozioni alle formazioni, il comportamento dei superiori e delle superiori sembra premiare gli uomini. Perché questo succede?
Una ragione sono gli stereotipi inconsci quindi involontari che tutti e tutte noi, uomini e donne, ci portiamo dietro dalla tenera età. Idee che influenzerebbero le nostre decisioni e ci porterebbero a fare delle scelte sbagliate. Per esempio, il fatto che riteniamo gli uomini coraggiosi, forti, determinati ci spingerebbe a sceglierli quando dobbiamo assumere una persona in una posizione di leadership. E questo anche se la candidata donna che abbiamo davanti è più brava. Lo stesso avviene nei salari o nelle promozioni. Ora se veramente questo problema esiste possiamo risolverlo abbastanza facilmente. In molti casi è stato fatto. Vediamone uno, quello delle orchestre. Immaginatevi di essere seduti in una sala per fare le audizioni e sul palco salgono i candidati e le candidate. Il vostro cervello sotto, sotto crede che le donne non siano portate per far parte di una orchestra e questo condiziona la vostra scelta. Quando ci si è accorti di questa distorsione il problema è stato risolto tenendo chiuso il sipario: la commissione non vedeva i candidati, ma li ascoltava. Questo pare aver aumentato del 50% la presenza di donne.
La sensibilizzazione, la conoscenza di questi di errori e l’introduzione di processi che li annullano consentirebbero in poco tempo di arrivare alle vere pari opportunità. A questo si aggiungano le leggi che permettono di accelerare questo processo, come l’introduzione di quote, e la riorganizzazione del lavoro. Mamme e papà vogliono contribuire alla crescita dei figli e quindi il lavoro a tempo parziale per tutti, le strutture di accoglienza e i congedi parentali devono diventare realtà.
Quando le donne saranno libere di scegliere che donne essere, senza nessun giudizio né da parte degli uomini e neppure delle donne vedremo finalmente la parità di genere.

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Cassandra aveva ragione: la disoccupazione stabile non ci tragga in inganno

I dati della disoccupazione anche questo mese ci confermano la tendenza in atto in Svizzera e in Ticino. Come si poteva facilmente immaginare la situazione mostra un aumento piuttosto contenuto rispetto ai mesi scorsi. Nel mese di gennaio in Svizzera si contano quasi 170 mila disoccupati iscritti presso gli uffici regionali di collocamento; 6 mila in più rispetto al mese di dicembre e quasi 50 mila in più rispetto a un anno fa. È da mesi oramai che abbiamo circa 50 mila persone in più che hanno perso il posto di lavoro. Il Ticino non è differente. Quasi 7 mila persone, mille in più rispetto a un anno fa, sono oggi disoccupate. È chiaro che queste sono le prime vittime della crisi legata al Covid-19. Ma tante altre ce ne sono che sfuggono a questa statistica. Pensiamo per esempio a tutti i posti di lavoro svolti da persone che non hanno diritto alle indennità di lavoro: occupati da poco tempo, contratti precari, tempi parziali, lavoratori indipendenti, frontalieri… E purtroppo gli indicatori ci dicono che le cose non miglioreranno a breve.
Lungi da me fare la Cassandra. Magari comunque se qualcuno le avesse dato retta quando prediceva la distruzione di Troia, le cose sarebbero andate diversamente. Ma tornando ai tempi nostri appare evidente che gli effetti di questa crisi, paragonabili a quelli di un conflitto mondiale, non si esauriranno immediatamente, neppure con la fine della diffusione del virus. Non possiamo aspettarci che quando (e a questo punto aggiungiamo se…) ci saranno le riaperture tutto tornerà immediatamente come prima. Innanzitutto le perdite subite da molti settori necessiteranno di anni per essere compensate. In secondo luogo possiamo ragionevolmente aspettarci delle modifiche nelle abitudini di consumo dei cittadini. È molto probabile che le fasce più giovani riprenderanno ben presto le loro abitudini e quindi potrebbero addirittura consumare più di prima. Ma anche qui dobbiamo confrontarci nuovamente con possibili limiti imposti dalle autorità. Pensiamo per esempio al settore dei grandi eventi: potremo quest’estate assistere ai concerti di Vasco? E se sì in quante persone e con quali condizioni?
E passiamo al consumo degli anziani. È possibile che questa categoria, già piuttosto portata a risparmiare, diventi ancora più oculata nelle spese. Facciamo un esempio pratico: è molto probabile che le persone con più di 70 anni che avevano pensato all’inizio dell’anno scorso di cambiare l’automobile non lo hanno fatto e non lo faranno neppure nei prossimi mesi, anche se la pandemia dovesse interrompersi. Queste modifiche potrebbero trasformare la disoccupazione da domanda in disoccupazione strutturale (si veda l’economario).
È anche per queste ragioni che sarebbe opportuno che almeno questa volta il Consiglio Federale non si trovi impreparato e stabilisca già sin d’ora misure di sostegno all’economia. Sarà necessario prevedere il prolungamento delle facilitazioni per l’orario ridotto, nuove agevolazioni per i crediti e magari finalmente sussidi a fondo perso.
Il futuro dei giovani, dei padri di famiglia cinquantenni, delle imprenditrici e degli artigiani è nelle mani dello Stato. Stato in Svizzera che ha ottime disponibilità finanziarie.
D’altra parte se poi Cassandra questa volta si sbagliasse, ci troveremmo con un piano d’emergenza pronto e inutilizzato. Ma se Cassandra avesse ragione, almeno questa volta, ci troveremmo preparati. E sottolineo almeno questa volta.

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Fonte: Di Evelyn De Morgan – Flickr, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=658924

Draghi: la politica si inginocchia di fronte all’economia

Pensavo che non avrei mai detto che la caduta di un governo in Italia sarebbe stato un bene, eppure oggi devo ricredermi. Tutti noi sappiamo che la stabilità politica in primis e la stabilità economica a seguire sono fattori essenziali per la crescita di un paese. E proprio affinché questi due fattori si possano autoalimentare verso l’alto, ritengo che debbano essere autonomi l’uno dall’altro e gestiti da persone diverse. Così i governi per essere espressione della più grande delle organizzazioni che la democrazia devono essere dei governi eletti dai cittadini e dalle cittadine.
Poi però può succedere che un Paese che dalla sua nascita non riesce a trovare pace politicamente, si trovi nel bel mezzo di una crisi epocale. Nelle storie a lieto fine la crisi diventa lo stimolo per tirare fuori il meglio di se stessi e trasformare le difficoltà da freno a fattore di sviluppo. Non è andata così in Italia. Purtroppo, il miracolo non è stato indotto dall’interno. Il miracolo è piovuto sotto forma di miliardi di euro da Bruxelles. Il PIL italiano nel 2020 dovrebbe attestarsi attorno ai 1’650 miliardi di euro, mentre il debito pubblico dovrebbe aumentare a oltre 2’600 miliardi. Il rapporto debito/PIL salirà dal 135% del 2019 al 158% (per capirci questo significa che se volessimo ripagarlo dovremmo destinare tutta la produzione di 1 anno e 7 mesi). Quindi 220 miliardi di fondi aggiuntivi alla spesa pubblica rappresentano davvero una cifra enorme, il 13% del PIL.
Un appunto al governo Conte può essere mosso: purtroppo sin dall’inizio non ha mostrato la capacità di comprendere la grandezza di questa immissione di denaro pubblico, come non è stato in grado di riconoscere i propri limiti nella possibilità di gestire un evento tanto eccezionale. Il governo Conte con umiltà avrebbe dovuto rivolgersi a tecnici per indirizzare l’operato del Paese in un momento così importante. Nessun accademico, nessun imprenditore, nessun uomo o donna di economia avrebbe detto di no alla partecipazione del più grande investimento della storia italiana. Eppure, ed è questo forse l’unico rimprovero che muovo a questo governo, non c’è stata l’umiltà di comprendere che la politica in quel momento necessitava dell’aiuto di tecnici. Il governo è caduto, l’accordo per un Conte-Ter non c’è stato e Mattarella ancora una volta da grande uomo di Stato che è, ha individuato una figura tecnica, autorevole e che soprattutto infonde certezza. Non dobbiamo farci abbagliare dall’entusiasmo delle borse o dalla riduzione dello spread (che altro non è che la differenza tra il tasso di interesse che deve pagare la Germania sui suoi debiti rispetto a quello che paga l’Italia) perché non devono mai essere i mercati a scegliere i governi. Tuttavia, non possiamo non vedere che il mondo intero ha salutato l’arrivo di Draghi in maniera entusiasta.
Il curriculum di quest’uomo parla da sé, ma forse il gesto che più ha segnato la sua leadership è stato il momento in cui ha salvato l’euro e forse la stessa Unione Europea nel lontano 26 luglio del 2012. Quel giorno Draghi è entrato nella storia. Il presidente della Banca Centrale Europea ha dato un messaggio chiaro, diretto e credibile che ha bloccato la speculazione contro il debito delle nazioni. “La BCE è pronta a fare tutto quel che è necessario per preservare l’euro. E credetemi: sarà abbastanza”. “Whatever it takes” è stato il motto di un grande generale. E proprio di un grande generale pare ora aver bisogno l’Italia che contro ogni più rosea aspettativa darà la piena fiducia e il pieno appoggio a questo nuovo condottiero che speriamo porti l’Italia al successo utilizzando le sue capacità tecniche, ma ricordandosi sempre che la democrazia deve fare il suo corso.

La versione audio: Draghi: la politica si inginocchia di fronte all’economia
Fonte: ItaliaOggi

“Che mondo sarebbe senza Nutella?” Storia di un’azienda famigliare di successo

I golosi di tutto il mondo sanno che oggi, 5 febbraio, è il “World Nutella Day”, già avete capito bene, la giornata mondiale della Nutella. Questa ricorrenza è stata creata nel 2007 da Sara Rosso, food blogger americana amante della più famosa crema spalmabile al mondo. In poco tempo ha raccolto sui social migliaia di persone che in occasione del 5 febbraio postano foto, ricette e messaggi d’amore per la Nutella.
E per noi, l’occasione è doppiamente ghiotta e ci consente di parlare di una storia di successo di un’azienda famigliare. Come leggiamo sul sito ufficiale, la “mamma” della Nutella nasce nel lontano 1946. Come tutti i grandi imprenditori, anche Pietro Ferrero ha saputo trasformare una situazione di difficoltà in una grandissima opportunità.
La famiglia Ferrero vive ad Alba, in Piemonte: Pietro ha un laboratorio dove sperimenta la sua creatività dolciaria e la moglie Piera una pasticceria. Finita la guerra il cacao è una materia difficile da reperire, ma Pietro non si scoraggia e si guarda attorno. Il suo territorio gli offre un altro frutto in grandissime quantità: le nocciole. Così dalla sperimentazione nasce il Giandujot, una pasta di nocciole che viene venduta in panetti da tagliare e spalmare sul pane. Il prodotto, buono e che costa poco, ottiene subito un importante successo, tanto da trasformare il laboratorio in fabbrica. L’industria Ferrero nasce ufficialmente il 14 maggio 1946 e la risorsa più grande di questa azienda è la famiglia. Mentre il fratello Giovanni si occupa di vendere il prodotto anche al di fuori del Piemonte grazie a una flotta di 12 camioncini, il figlio Michele inizia a lavorare per l’impresa. Nel 1949 Pietro muore, ma la famiglia è solida e riuscirà non solo a portare avanti l’azienda, ma addirittura ad accrescerne il successo. Pochi anni più tardi, il panetto di pasta dolce si trasforma in una “Squisita Supercrema” in barattolo più facile da spalmare. L’azienda continua a innovare e a crescere: i dipendenti raggiungono presto il migliaio e si iniziano ad aprire stabilimenti produttivi all’estero. La voglia di creare nuove golosità non si ferma: nascono presto i Mon Chéri, i cioccolatini con la ciliegia e il liquore. E anche in questo caso la novità non sta solo nel prodotto: Ferrero punta sulla vendita dei cioccolatini in forma singola. Scelta che si rivelerà vincente come vincenti saranno le strategie di promozione e di marketing. Ma Ferrero mostrerà anche un’attenzione particolare nei confronti dei collaboratori. Se fosse stato di moda negli anni Cinquanta avremmo parlato di Ferrero come di un’azienda socialmente responsabile: case costruite vicino agli stabilimenti produttivi, servizi di trasporto gratuiti e colonie estive per i figli dei dipendenti.
Questo clima positivo interno all’azienda troverà il massimo della sua espansione con il boom economico. Così anticipando quasi i cambiamenti della società e delle abitudini di consumo Ferrero lancia le merendine che saranno subito un grande successo. Ma è nel 1964 che nasce il vero simbolo dell’azienda: la Nutella. E nulla è lasciato al caso, a partire dal nome che deve mantenere la sua italianità, ma piacere anche all’estero. Ecco quindi unire a Nut che significa nocciola il finale “ella” che rende il nome dolce e piacevole. Ma il genio non si ferma qui. Ferrero va oltre e pensa alla fidelizzazione del cliente commercializzando il prodotto in tazze e bicchieri riutilizzabili. L’innovazione non si ferma più: Barrette Kinder, Pocket Coffee, Tic Tac, Estathé, l’Ovetto Kinder, tutto arriva nelle nostre case.
Certo non sono mancate in questi anni critiche come quelle legate all’uso dell’olio di palma o al lavoro minorile per la raccolta delle nocciole. Tuttavia, constatiamo che oggi il gruppo Ferrero ha oltre 36 mila dipendenti, 104 società, 31 stabilimenti produttivi e commercia i suoi prodotti in 170 Paesi al mondo. Il tutto generando un fatturato di oltre 11 miliardi di euro.
Questo è un esempio da manuale di una storia imprenditoriale famigliare di successo. Scelte azzeccate di promozione e marketing hanno portato Nutella nei cinema, nei teatri, nei libri e nelle canzoni. D’altronde, come direbbero mia mamma, mia sorella e la mia figlioccia armate di cucchiaio: “Che mondo sarebbe senza Nutella”?

La versione audio: “Che mondo sarebbe senza Nutella?” Storia di un’azienda famigliare di successo

Gamestop: Game over? La speculazione finanziaria non è mai giusta

Azioni, obbligazioni, operazioni su opzioni, prodotti strutturati e ancora futures e forward, hedge fund, prodotti a leva… il mondo della finanza è complicato. E complicati sono gli strumenti finanziari se non si è del mestiere. Per questo noi ci limiteremo a cercare di capire cosa è accaduto al valore delle azioni dell’azienda Gamestop.
Dubito che i banchieri e i commercianti fiamminghi che si riunivano per fare affari nella piazza davanti il palazzo dei Van der Burse nel 16 secolo immaginavano che la speculazione finanziaria avrebbe raggiunto livelli così elevati. Ma torniamo ai giorni nostri.
GameStop è un’azienda statunitense che vende principalmente videogiochi su dvd. Come potete ben immaginare, dato lo sviluppo del settore digitale e del gioco online, l’azienda da qualche anno versa in condizioni difficili. Nell’aprile del 2020 le sue azioni sono arrivate a valere meno di 3 dollari. A fine anno tuttavia il prezzo era tornato attorno ai 18 dollari, prezzo che potremmo definire ragionevole dati i tentativi dell’azienda di reindirizzare la sua attività. È a questo punto che la faccenda si complica. Alcuni investitori istituzionali, per intenderci fondi che gestiscono miliardi di dollari, hanno visto la possibilità di guadagnare tanto dalle vendite allo scoperto. Questa operazione finanziaria è molto complicata e si fonda sulla scommessa che il prezzo delle azioni dell’azienda diminuirà. Insomma, un po’ come l’avvoltoio che attende la morte della preda. Ma vediamo di capire meglio con un esempio semplice. Il venditore allo scoperto si fa prestare da un intermediario 10 azioni che valgono 10 franchi l’una e le rivende immediatamente sul mercato incassando così 100 franchi. Il venditore allo scoperto dovrà restituire all’intermediario le 10 azioni più un tasso di interesse per il disturbo del prestito. Ma il nostro venditore sa che vendendo le azioni ne causerà la riduzione del prezzo, che effettivamente scende, per esempio, a 6 franchi. È qui che arriva l’avvoltoio che ricompera le 10 azioni spendendo solo 60 franchi e restituendole all’intermediario. Quindi il venditore avrà venduto le azioni per 100 franchi, le avrà ricomprate per 60 e avrà guadagnato 40 franchi con cui pagare gli interessi all’intermediario e fare pure un grande profitto. Ecco, pensate come questa azione fatta da fondi che hanno a disposizione miliardi di dollari possa causare in contemporanea crolli nel valore delle aziende e guadagni elevati per i fondi.
Torniamo alla nostra storia. Capiti gli intenti di “assaltare” Gamestop alcuni piccoli investitori hanno lanciato su un forum l’idea di comperare in massa le sue azioni. Questo acquisto imponente sommato a quello degli investitori allo scoperto che volevano limitare le loro perdite, ha fatto aumentare il prezzo dell’azione da 18 dollari a 460 dollari. Avete capito bene, 460 dollari. Evidentemente chi ha comperato per poco e ha venduto a un prezzo alto ha guadagnato e anche molto.
Ma che cosa differenzia questa speculazione da quella fatta dai venditori allo scoperto? È proprio vero che la speculazione fatta dai piccoli investitori è buona, mentre la speculazione fatta dai grandi è cattiva? In fin dei conti, la speculazione non è sempre speculazione? Beh, se il messaggio di questi Robin Hood della finanza è stato fatto per mettere finalmente regole che impediscono la manomissione dei mercati, ben venga. Se invece i piccoli ci prenderanno gusto e andranno avanti a comportarsi come i grandi, avremo solo dimostrato che l’occasione fa l’uomo ladro.

La versione audio: Gamestop: Game over? La speculazione finanziaria non è mai giusta
Fonte foto: Jakub Porzycki/NurPhoto via Getty Images

Previsioni economiche come l’oroscopo?

Che cosa hanno in comune le previsioni economiche e l’oroscopo? Diciamo che le seconde sono sicuramente più lette. Scherzi a parte, alzi la mano chi di noi non è andato a sbriciare che cosa prevedono le stelle per quest’anno. La mia riflessione prende spunto da una discussione avuta con alcuni amici che si interrogavano sulla scientificità degli oroscopi. Da parte mia, da buona economista non convenzionale, mi sono interrogata sulla scientificità dell’economia. In realtà il dibattito sull’essere o meno una scienza è vecchio quanto l’economia stessa. Galbraith che è stato grande economista controcorrente diceva che “l’unica funzione delle previsioni economiche è di far sembrare rispettabile l’astrologia”. Una provocazione certo, ma che ha importanti fondamenta.
Guardiamo a quanto accaduto quest’anno. Gli economisti proprio non ci hanno preso. Certo era impossibile prevedere la comparsa di un virus che avrebbe bloccato il mondo intero, limitato la libertà individuale e fermato tutte le attività economiche. E di questo teniamo conto. Ma anche dopo marzo del 2020, le previsioni degli esperti si sono cautelativamente tutelate dietro una parola ricorrente: l’incertezza.
In effetti, se torniamo indietro e prendiamo le previsioni di fine 2019 ci rendiamo conto di quanto la realtà si sia allontanata dall’ “oroscopo economico”. In Svizzera per esempio siamo passati da una crescita stimata in dicembre 2019, dell’1.7% a una decrescita stimata nel corso del 2020 prima dell’1.5%, poi del 6.7%, passando al 3.8% e ora si parla di un 3.3%. E mentre i dati del 2020 andavano consolidandosi e quindi le previsioni si trasformavano in dati effettivi, non si poteva dire che il valzer delle cifre per l’anno 2021 si stava attenuando. Che dire della seconda ondata? Era prevista da tutto il mondo, ma no i nostri economisti probabilmente non l’hanno considerata. Così al 15 dicembre 2020 la segreteria di Stato dell’economia prevede una crescita del PIL per il 2021 di solo il 3%, crescita che era stimata in aprile al 5.2%.
Come detto il rapporto tra scientificità ed economia è antico. Spesso purtroppo l’economia dimentica che la finalità di una scienza non è solo quella della previsione, ma altrettanto valore hanno la descrizione e la spiegazione. Privilegiarne una a svantaggio delle altre due, rende la ricerca scientifica incompleta e destinata al fallimento.
Così l’economia ogni tanto dimentica che alla base dei suoi modelli c’è l’essere umano e soprattutto che l’essere umano non è l’homo economicus che tanto serve nei modelli. Certo qualche individuo è sempre razionale, egoista e persegue solo il suo interesse personale, ma non tutti siamo fatti così.
Oggi l’economia comportamentale sta cercando di correggere il tiro eppure le teorie economiche da sempre sono piene di concetti e meccanismi che sfuggono alla scienza. Pensiamo ad esempio alla famosa mano invisibile di Smith: questa idea (a onor del vero assolutamente strumentalizzata rispetto a quanto scritto dall’autore) è stata per secoli la giustificazione all’equilibrio di mercato. Il meccanismo che proponeva Smith è che l’utilità porta alcuni uomini, ma solo alcuni, a creare, innovare, diventare imprenditori e quindi a produrre più del loro bisogno. E qui interviene una mano invisibile che assicura l’utilità per un grande numero e la ridistribuzione di questo surplus.
O ancora, pensate all’animal spirits di Keynes. Gli spiriti animali erano definite come emozioni istintive che guidavano il comportamento umano, soprattutto quello degli imprenditori. Quella voglia degli imprenditori di fare, nonostante i dati oggettivi scientifici spingerebbero al non fare. Insomma razionale contro irrazionale.
Pensatori del passato? Beh, mica tanto. Pensate al ruolo che giocano oggi le aspettative. Prendiamo il valore delle azioni: se ci aspettiamo che gli affari per un’azienda andranno male, saremo portati a vendere le nostre azioni, causando di fatto noi stessi il peggioramento della situazione di questa azienda. O ancora a quanto le aspettative siano importanti per conseguire gli obiettivi fissati dalle politiche economiche. Quando la Banca Nazionale Svizzera ha annunciato che avrebbe fissato una soglia minimo al tasso di cambio con il franco svizzero, sperava che solo l’annuncio avrebbe portato alla modifica del comportamento degli agenti economici interrompendo la speculazione. O un ultimo esempio proprio di qualche giorno fa: la presidentessa della Banca Centrale Europea Christine Lagarde è apparsa piuttosto scettica sulla ripresa economica a breve termine. La reazione dei mercati è stata negativa. Quindi la solo ipotesi che le cose potrebbero andare male ha fatto sì che le cose quel giorno andassero male.
Certo, il discorso rigoroso e scientifico non va fatto in questa maniera; quello che si vuole fare qui è solo rendere attenti del fatto che spesso le previsioni economiche sono da considerare come quelle astrologiche. Quindi a voi di crederci o meno. (Sintesi del video sotto)

La versione audio: Previsioni economiche come l’oroscopo?
Pubblicato da Ticinotoday

In Svizzera i ticinesi diventano sempre più poveri

L’analisi fatta di recente dalla Banca Cler insieme all’istituto BAK Economics mostra l’andamento dei redditi e dei patrimoni tra il 2007 e il 2017 (https://bit.ly/2YoQ73o). Quest’analisi permette di evidenziare il percorso di crescita differente che sta facendo il Cantone Ticino rispetto alla Svizzera. Il divario tra i ticinesi e i cugini d’oltralpe continua ad aumentare e quindi diventiamo relativamente più poveri.
Vediamo qualche dato.
Primo dato: il reddito medio svizzero (è il reddito che otteniamo se sommiamo tutti i redditi della società e li dividiamo ipoteticamente su tutti gli abitanti) è oggi di quasi 69 mila franchi, quello zurighese di quasi 79 mila e quello ticinese desolatamente di poco più di 61 mila. Ma al di là del valore assoluto è l’evoluzione che ci preoccupa ancora di più: il reddito medio svizzero è aumentato dell’8.6%, quello di Zurigo di oltre il 10% e quello ticinese solo del 5.2%. Quindi le differenze anziché ridursi come ci aspetteremmo, aumentano.
Secondo dato: il reddito mediano svizzero (è il reddito che divide a metà la popolazione, metà guadagna di più, metà guadagna di meno) è oggi di quasi 53 mila franchi, quello zurighese di quasi 59 mila e quello ticinese di quasi 45 mila. Anche in questo caso è l’evoluzione a preoccupare: se in Svizzera è aumentato di oltre il 7%, quello di Zurigo del 9.6%, mentre quello ticinese è rimasto stabile, segnando addirittura in alcuni anni una riduzione. Il valore ticinese tra l’altro occupa la penultima posizione; peggio di noi solo il Vallese con 41 mila franchi.
Terzo dato: la distribuzione del reddito. Se si guarda all’indice di Gini (che è un indicatore per la misura della concentrazione) scopriamo che il Ticino è tra i cantoni più diseguali, ossia con il reddito peggio distribuito. Solo Zugo e Svitto sono ancora meno egualitari. In aggiunta anche in questo caso l’evoluzione ticinese è negativa, nel senso che a differenza di quello che succede mediamente a livello svizzero, la distribuzione del reddito si è concentrata ancora in un numero minore di mani.
Infine i dati sulla distribuzione del reddito consentono di scoprire per esempio che in Ticino la quota di reddito detenuta dalle persone più povere nel tempo è diventata ancora più piccola e lo stesso è capitato al ceto medio.
Insomma, le cose anziché migliorare peggiorano e il divario con il resto della Svizzera diventa giorno dopo giorno sempre più grande. Certo, sappiamo che decenni di sviluppo economico non si cambiano in cinque minuti, ma è arrivato ora il momento di chinarsi seriamente sulla problematica. Abbiamo fatto passi da giganti nella formazione, nella creazione di centri di eccellenza, abbiamo aziende e attività innovative e anche il resto del tessuto produttivo può essere facilmente supportato verso un aumento della competitività.
Affinché però si possa iniziare a progettare uno sviluppo di medio periodo è necessario innanzitutto accettare la realtà e vedere i problemi che ci circondano. Quindi apriamo gli occhi.

La versione audio: In Svizzera i ticinesi diventano sempre più poveri

La pandemia mette a nudo la fragile struttura del Ticino

Innegabile: le attività economiche soffrono e soffriranno nei prossimi mesi. Le aziende e gli artigiani del Cantone Ticino non saranno un’eccezione, anzi. Proprio in questi giorni sono stati pubblicati i dati del prodotto interno lordo (PIL) dei Cantoni per il 2018. Il calcolo basato sul valore aggiunto permette di capire quali settori contribuiscono maggiormente alla produzione di valore dei beni e dei servizi. Siamo così in grado di scoprire quali sono le vocazioni di ogni Cantone. Con tutti i limiti di cui bisogna tener conto dei dati cantonali è possibile evidenziare le differenze principali tra il Cantone Ticino e il Canton Zurigo. E capire come la crisi sta impattando sul nostro Cantone e quali saranno le conseguenze per il futuro.
La prima considerazione da fare è che Zurigo si conferma la locomotiva nazionale producendo oltre il 22% del PIL svizzero; il Cantone Ticino contribuisce con il 4%. La seconda considerazione riguarda le principali differenze nella creazione di valore da parte dei settori. Due dati spiccano su tutti: il settore industriale composto dalle attività estrattive, di produzione e dal settore delle costruzioni produce circa un quarto del PIL ticinese. Questa percentuale si riduce al 12% nel caso zurighese. Limitiamo a questo dato la considerazione senza entrare nei dettagli delle differenti aziende che costituiscono il tessuto industriale dei due Cantoni. Il secondo settore “particolare” è quello dei servizi finanziari e assicurativi che contribuisce al 20% del PIL di Zurigo e solo al 7% del Ticino.
Queste differenze rappresentano proprio il caso da manuale: due economie strutturalmente differenti, una basata su attività ad alto valore aggiunto (che consentono la distribuzione di salari alti) e una basata su attività cosiddette a basso valore aggiunto. La terza considerazione riguarda la produttività che è il valore della produzione per ogni ora di lavoro effettuata. Anche in questo caso, purtroppo, il Ticino è il fanalino di coda e lo è da molti anni.
Se a queste considerazioni si aggiunge che il nostro tessuto imprenditoriale è composto da micro e piccole imprese, che non abbiamo sul territorio centri decisionali e che abbiamo perso posti altamente qualificati delle ex- regie federali, si comprende quanto la nostra economia sia estremamente sensibile alla congiuntura nazionale e internazionale. Quasi paradossalmente, ciò che dovrebbe accadere in queste circostanze è che ai Cantoni più fragili si riservino maggiori risorse (soprattutto attraverso la perequazione inter-cantonale). Purtroppo non andrà così e ancora una volta il Cantone Ticino potrà contare solo sulle sue forze e sulla sua resilienza.
In attesa che qualcuno prenda per mano lo sviluppo di questo Cantone e lo faccia assomigliare un po’ di più ai cugini confederati.
Tratto da “L’Osservatore” – 23.01.2021

La versione audio: La pandemia mette a nudo la fragile struttura del Ticino
C) Ticino.ch


Il Covid-19 aumenta le disuguaglianze

A differenza di quello che vorremmo credere, anche la pandemia non è egualitaria. No, non tocca tutti alla stessa maniera. Anzi, il COVID-19 sta aumentando le disuguaglianze economiche e sociali.
Qualche settimana fa avevamo trattato la notizia che il patrimonio delle persone più ricche al mondo era aumentato in maniera importante anche l’anno scorso.
Oxfam che è un’organizzazione no profit internazionale che si occupa di combattere la povertà e le disuguaglianze attraverso aiuti umanitari e progetti di sviluppo, ha confermato che le 1’000 persone più ricche al mondo hanno compensato le perdite causate dal Covid-19 in soli 9 mesi. Al contrario si stima che le persone più povere potrebbero impiegare 10 anni per riprendersi.
Ma le differenze non finiscono qui.
Abbiamo visto che le donne sono state le prime a risentire della crisi sul mercato del lavoro e a dover pagare il prezzo più alto in termini di posti di lavoro persi. Eppure qualcosa stava cambiando. Per esempio negli Stati Uniti per qualche mese a inizio del 2020 le donne hanno occupato più posti di lavoro degli uomini. Un fatto questo avvenuto solo due volte nella storia americana. Certo, i posti di lavoro erano più frequentemente a tempo parziale e con stipendi più bassi, ma comunque era un segnale importante. La crisi Covid-19 ha cancellato tutto in un baleno. Così per esempio abbiamo visto che nel mese di dicembre negli Stati Uniti le donne hanno perso 156 mila posti di lavoro, mentre gli uomini ne hanno guadagnati 16 mila. Anche in Ticino le dinamiche non sono state differenti: rispetto a un anno prima abbiamo visto sparire nel I trimestre 4’300 posti di lavoro femminili, nel II oltre 6’600 e nel terzo 4’000. Questo capita perché i primi impieghi a essere cancellati in caso di crisi sono quelli temporanei, che richiedono minori qualifiche e competenze e quindi i più precari. Per farla breve, quelli delle donne.
Ma il Covid-19 ha anche colpito duramente le minoranze etniche: i loro tassi di mortalità sono di gran lunga più alti. La responsabilità non sarebbe della genetica ma del fatto che queste persone fanno lavori più a rischio, vivono in alloggi più popolosi e in generale hanno stili vita più a rischio.
Per non parlare della disuguaglianza ancora più grande tra paesi in via di sviluppo e paesi sviluppati. Non solo le conseguenze della pandemia saranno molto più gravi per i primi, ma anche l’accesso alle cure sta mostrando grandi differenze.
Infine, le notizie di oggi ci confermano le differenze anche tra settori e tra dipendenti nei settori. Scopriamo che per esempio UBS ha avuto nel 2020 un utile netto di oltre 6.6 miliardi di dollari segnando una crescita del 54%. Sorte analoga è toccata a Novartis che ha chiuso con un utile di oltre 8 miliardi in crescita del 13%.
Questo ottimo risultato ha premiato con una pioggia di milioni la direzione e il consiglio di amministrazione. L’amministratore delegato ha ricevuto un aumento di 2 milioni di franchi. Sì, avete capito bene: 2 milioni di franchi. Vi sembrano troppi? Non se paragonati ai 12.7 milioni di franchi totali guadagnati nel 2020. Se però li paragoniamo allo stipendio mensile medio di un infermiere in Ticino, come fatto dalla giornalista Alessandra Ferrara, le cose cambiano. Ecco che con i suoi quasi 6’000 franchi al mese il nostro infermiere dovrà lavorare quasi 180 anni per guadagnare quanto l’amministratore delegato in un anno.
Attenzione non cadiamo nella tentazione di dire che da sempre chi ha responsabilità guadagna molto di più: fino agli anni 80 il rapporto nella stessa azienda tra chi guadagnava tanto e chi guadagnava meno era di 1 a 10 volte, 1 a 15 volte.
Oggi, purtroppo, le differenze stanno diventando insostenibili per la società, ma anche per l’economia.

La versione audio: Il Covid-19 aumenta le disuguaglianze