“Che mondo sarebbe senza Nutella?” Storia di un’azienda famigliare di successo

I golosi di tutto il mondo sanno che oggi, 5 febbraio, è il “World Nutella Day”, già avete capito bene, la giornata mondiale della Nutella. Questa ricorrenza è stata creata nel 2007 da Sara Rosso, food blogger americana amante della più famosa crema spalmabile al mondo. In poco tempo ha raccolto sui social migliaia di persone che in occasione del 5 febbraio postano foto, ricette e messaggi d’amore per la Nutella.
E per noi, l’occasione è doppiamente ghiotta e ci consente di parlare di una storia di successo di un’azienda famigliare. Come leggiamo sul sito ufficiale, la “mamma” della Nutella nasce nel lontano 1946. Come tutti i grandi imprenditori, anche Pietro Ferrero ha saputo trasformare una situazione di difficoltà in una grandissima opportunità.
La famiglia Ferrero vive ad Alba, in Piemonte: Pietro ha un laboratorio dove sperimenta la sua creatività dolciaria e la moglie Piera una pasticceria. Finita la guerra il cacao è una materia difficile da reperire, ma Pietro non si scoraggia e si guarda attorno. Il suo territorio gli offre un altro frutto in grandissime quantità: le nocciole. Così dalla sperimentazione nasce il Giandujot, una pasta di nocciole che viene venduta in panetti da tagliare e spalmare sul pane. Il prodotto, buono e che costa poco, ottiene subito un importante successo, tanto da trasformare il laboratorio in fabbrica. L’industria Ferrero nasce ufficialmente il 14 maggio 1946 e la risorsa più grande di questa azienda è la famiglia. Mentre il fratello Giovanni si occupa di vendere il prodotto anche al di fuori del Piemonte grazie a una flotta di 12 camioncini, il figlio Michele inizia a lavorare per l’impresa. Nel 1949 Pietro muore, ma la famiglia è solida e riuscirà non solo a portare avanti l’azienda, ma addirittura ad accrescerne il successo. Pochi anni più tardi, il panetto di pasta dolce si trasforma in una “Squisita Supercrema” in barattolo più facile da spalmare. L’azienda continua a innovare e a crescere: i dipendenti raggiungono presto il migliaio e si iniziano ad aprire stabilimenti produttivi all’estero. La voglia di creare nuove golosità non si ferma: nascono presto i Mon Chéri, i cioccolatini con la ciliegia e il liquore. E anche in questo caso la novità non sta solo nel prodotto: Ferrero punta sulla vendita dei cioccolatini in forma singola. Scelta che si rivelerà vincente come vincenti saranno le strategie di promozione e di marketing. Ma Ferrero mostrerà anche un’attenzione particolare nei confronti dei collaboratori. Se fosse stato di moda negli anni Cinquanta avremmo parlato di Ferrero come di un’azienda socialmente responsabile: case costruite vicino agli stabilimenti produttivi, servizi di trasporto gratuiti e colonie estive per i figli dei dipendenti.
Questo clima positivo interno all’azienda troverà il massimo della sua espansione con il boom economico. Così anticipando quasi i cambiamenti della società e delle abitudini di consumo Ferrero lancia le merendine che saranno subito un grande successo. Ma è nel 1964 che nasce il vero simbolo dell’azienda: la Nutella. E nulla è lasciato al caso, a partire dal nome che deve mantenere la sua italianità, ma piacere anche all’estero. Ecco quindi unire a Nut che significa nocciola il finale “ella” che rende il nome dolce e piacevole. Ma il genio non si ferma qui. Ferrero va oltre e pensa alla fidelizzazione del cliente commercializzando il prodotto in tazze e bicchieri riutilizzabili. L’innovazione non si ferma più: Barrette Kinder, Pocket Coffee, Tic Tac, Estathé, l’Ovetto Kinder, tutto arriva nelle nostre case.
Certo non sono mancate in questi anni critiche come quelle legate all’uso dell’olio di palma o al lavoro minorile per la raccolta delle nocciole. Tuttavia, constatiamo che oggi il gruppo Ferrero ha oltre 36 mila dipendenti, 104 società, 31 stabilimenti produttivi e commercia i suoi prodotti in 170 Paesi al mondo. Il tutto generando un fatturato di oltre 11 miliardi di euro.
Questo è un esempio da manuale di una storia imprenditoriale famigliare di successo. Scelte azzeccate di promozione e marketing hanno portato Nutella nei cinema, nei teatri, nei libri e nelle canzoni. D’altronde, come direbbero mia mamma, mia sorella e la mia figlioccia armate di cucchiaio: “Che mondo sarebbe senza Nutella”?

La versione audio: “Che mondo sarebbe senza Nutella?” Storia di un’azienda famigliare di successo

Gamestop: Game over? La speculazione finanziaria non è mai giusta

Azioni, obbligazioni, operazioni su opzioni, prodotti strutturati e ancora futures e forward, hedge fund, prodotti a leva… il mondo della finanza è complicato. E complicati sono gli strumenti finanziari se non si è del mestiere. Per questo noi ci limiteremo a cercare di capire cosa è accaduto al valore delle azioni dell’azienda Gamestop.
Dubito che i banchieri e i commercianti fiamminghi che si riunivano per fare affari nella piazza davanti il palazzo dei Van der Burse nel 16 secolo immaginavano che la speculazione finanziaria avrebbe raggiunto livelli così elevati. Ma torniamo ai giorni nostri.
GameStop è un’azienda statunitense che vende principalmente videogiochi su dvd. Come potete ben immaginare, dato lo sviluppo del settore digitale e del gioco online, l’azienda da qualche anno versa in condizioni difficili. Nell’aprile del 2020 le sue azioni sono arrivate a valere meno di 3 dollari. A fine anno tuttavia il prezzo era tornato attorno ai 18 dollari, prezzo che potremmo definire ragionevole dati i tentativi dell’azienda di reindirizzare la sua attività. È a questo punto che la faccenda si complica. Alcuni investitori istituzionali, per intenderci fondi che gestiscono miliardi di dollari, hanno visto la possibilità di guadagnare tanto dalle vendite allo scoperto. Questa operazione finanziaria è molto complicata e si fonda sulla scommessa che il prezzo delle azioni dell’azienda diminuirà. Insomma, un po’ come l’avvoltoio che attende la morte della preda. Ma vediamo di capire meglio con un esempio semplice. Il venditore allo scoperto si fa prestare da un intermediario 10 azioni che valgono 10 franchi l’una e le rivende immediatamente sul mercato incassando così 100 franchi. Il venditore allo scoperto dovrà restituire all’intermediario le 10 azioni più un tasso di interesse per il disturbo del prestito. Ma il nostro venditore sa che vendendo le azioni ne causerà la riduzione del prezzo, che effettivamente scende, per esempio, a 6 franchi. È qui che arriva l’avvoltoio che ricompera le 10 azioni spendendo solo 60 franchi e restituendole all’intermediario. Quindi il venditore avrà venduto le azioni per 100 franchi, le avrà ricomprate per 60 e avrà guadagnato 40 franchi con cui pagare gli interessi all’intermediario e fare pure un grande profitto. Ecco, pensate come questa azione fatta da fondi che hanno a disposizione miliardi di dollari possa causare in contemporanea crolli nel valore delle aziende e guadagni elevati per i fondi.
Torniamo alla nostra storia. Capiti gli intenti di “assaltare” Gamestop alcuni piccoli investitori hanno lanciato su un forum l’idea di comperare in massa le sue azioni. Questo acquisto imponente sommato a quello degli investitori allo scoperto che volevano limitare le loro perdite, ha fatto aumentare il prezzo dell’azione da 18 dollari a 460 dollari. Avete capito bene, 460 dollari. Evidentemente chi ha comperato per poco e ha venduto a un prezzo alto ha guadagnato e anche molto.
Ma che cosa differenzia questa speculazione da quella fatta dai venditori allo scoperto? È proprio vero che la speculazione fatta dai piccoli investitori è buona, mentre la speculazione fatta dai grandi è cattiva? In fin dei conti, la speculazione non è sempre speculazione? Beh, se il messaggio di questi Robin Hood della finanza è stato fatto per mettere finalmente regole che impediscono la manomissione dei mercati, ben venga. Se invece i piccoli ci prenderanno gusto e andranno avanti a comportarsi come i grandi, avremo solo dimostrato che l’occasione fa l’uomo ladro.

La versione audio: Gamestop: Game over? La speculazione finanziaria non è mai giusta
Fonte foto: Jakub Porzycki/NurPhoto via Getty Images

Previsioni economiche come l’oroscopo?

Che cosa hanno in comune le previsioni economiche e l’oroscopo? Diciamo che le seconde sono sicuramente più lette. Scherzi a parte, alzi la mano chi di noi non è andato a sbriciare che cosa prevedono le stelle per quest’anno. La mia riflessione prende spunto da una discussione avuta con alcuni amici che si interrogavano sulla scientificità degli oroscopi. Da parte mia, da buona economista non convenzionale, mi sono interrogata sulla scientificità dell’economia. In realtà il dibattito sull’essere o meno una scienza è vecchio quanto l’economia stessa. Galbraith che è stato grande economista controcorrente diceva che “l’unica funzione delle previsioni economiche è di far sembrare rispettabile l’astrologia”. Una provocazione certo, ma che ha importanti fondamenta.
Guardiamo a quanto accaduto quest’anno. Gli economisti proprio non ci hanno preso. Certo era impossibile prevedere la comparsa di un virus che avrebbe bloccato il mondo intero, limitato la libertà individuale e fermato tutte le attività economiche. E di questo teniamo conto. Ma anche dopo marzo del 2020, le previsioni degli esperti si sono cautelativamente tutelate dietro una parola ricorrente: l’incertezza.
In effetti, se torniamo indietro e prendiamo le previsioni di fine 2019 ci rendiamo conto di quanto la realtà si sia allontanata dall’ “oroscopo economico”. In Svizzera per esempio siamo passati da una crescita stimata in dicembre 2019, dell’1.7% a una decrescita stimata nel corso del 2020 prima dell’1.5%, poi del 6.7%, passando al 3.8% e ora si parla di un 3.3%. E mentre i dati del 2020 andavano consolidandosi e quindi le previsioni si trasformavano in dati effettivi, non si poteva dire che il valzer delle cifre per l’anno 2021 si stava attenuando. Che dire della seconda ondata? Era prevista da tutto il mondo, ma no i nostri economisti probabilmente non l’hanno considerata. Così al 15 dicembre 2020 la segreteria di Stato dell’economia prevede una crescita del PIL per il 2021 di solo il 3%, crescita che era stimata in aprile al 5.2%.
Come detto il rapporto tra scientificità ed economia è antico. Spesso purtroppo l’economia dimentica che la finalità di una scienza non è solo quella della previsione, ma altrettanto valore hanno la descrizione e la spiegazione. Privilegiarne una a svantaggio delle altre due, rende la ricerca scientifica incompleta e destinata al fallimento.
Così l’economia ogni tanto dimentica che alla base dei suoi modelli c’è l’essere umano e soprattutto che l’essere umano non è l’homo economicus che tanto serve nei modelli. Certo qualche individuo è sempre razionale, egoista e persegue solo il suo interesse personale, ma non tutti siamo fatti così.
Oggi l’economia comportamentale sta cercando di correggere il tiro eppure le teorie economiche da sempre sono piene di concetti e meccanismi che sfuggono alla scienza. Pensiamo ad esempio alla famosa mano invisibile di Smith: questa idea (a onor del vero assolutamente strumentalizzata rispetto a quanto scritto dall’autore) è stata per secoli la giustificazione all’equilibrio di mercato. Il meccanismo che proponeva Smith è che l’utilità porta alcuni uomini, ma solo alcuni, a creare, innovare, diventare imprenditori e quindi a produrre più del loro bisogno. E qui interviene una mano invisibile che assicura l’utilità per un grande numero e la ridistribuzione di questo surplus.
O ancora, pensate all’animal spirits di Keynes. Gli spiriti animali erano definite come emozioni istintive che guidavano il comportamento umano, soprattutto quello degli imprenditori. Quella voglia degli imprenditori di fare, nonostante i dati oggettivi scientifici spingerebbero al non fare. Insomma razionale contro irrazionale.
Pensatori del passato? Beh, mica tanto. Pensate al ruolo che giocano oggi le aspettative. Prendiamo il valore delle azioni: se ci aspettiamo che gli affari per un’azienda andranno male, saremo portati a vendere le nostre azioni, causando di fatto noi stessi il peggioramento della situazione di questa azienda. O ancora a quanto le aspettative siano importanti per conseguire gli obiettivi fissati dalle politiche economiche. Quando la Banca Nazionale Svizzera ha annunciato che avrebbe fissato una soglia minimo al tasso di cambio con il franco svizzero, sperava che solo l’annuncio avrebbe portato alla modifica del comportamento degli agenti economici interrompendo la speculazione. O un ultimo esempio proprio di qualche giorno fa: la presidentessa della Banca Centrale Europea Christine Lagarde è apparsa piuttosto scettica sulla ripresa economica a breve termine. La reazione dei mercati è stata negativa. Quindi la solo ipotesi che le cose potrebbero andare male ha fatto sì che le cose quel giorno andassero male.
Certo, il discorso rigoroso e scientifico non va fatto in questa maniera; quello che si vuole fare qui è solo rendere attenti del fatto che spesso le previsioni economiche sono da considerare come quelle astrologiche. Quindi a voi di crederci o meno. (Sintesi del video sotto)

La versione audio: Previsioni economiche come l’oroscopo?
Pubblicato da Ticinotoday

In Svizzera i ticinesi diventano sempre più poveri

L’analisi fatta di recente dalla Banca Cler insieme all’istituto BAK Economics mostra l’andamento dei redditi e dei patrimoni tra il 2007 e il 2017 (https://bit.ly/2YoQ73o). Quest’analisi permette di evidenziare il percorso di crescita differente che sta facendo il Cantone Ticino rispetto alla Svizzera. Il divario tra i ticinesi e i cugini d’oltralpe continua ad aumentare e quindi diventiamo relativamente più poveri.
Vediamo qualche dato.
Primo dato: il reddito medio svizzero (è il reddito che otteniamo se sommiamo tutti i redditi della società e li dividiamo ipoteticamente su tutti gli abitanti) è oggi di quasi 69 mila franchi, quello zurighese di quasi 79 mila e quello ticinese desolatamente di poco più di 61 mila. Ma al di là del valore assoluto è l’evoluzione che ci preoccupa ancora di più: il reddito medio svizzero è aumentato dell’8.6%, quello di Zurigo di oltre il 10% e quello ticinese solo del 5.2%. Quindi le differenze anziché ridursi come ci aspetteremmo, aumentano.
Secondo dato: il reddito mediano svizzero (è il reddito che divide a metà la popolazione, metà guadagna di più, metà guadagna di meno) è oggi di quasi 53 mila franchi, quello zurighese di quasi 59 mila e quello ticinese di quasi 45 mila. Anche in questo caso è l’evoluzione a preoccupare: se in Svizzera è aumentato di oltre il 7%, quello di Zurigo del 9.6%, mentre quello ticinese è rimasto stabile, segnando addirittura in alcuni anni una riduzione. Il valore ticinese tra l’altro occupa la penultima posizione; peggio di noi solo il Vallese con 41 mila franchi.
Terzo dato: la distribuzione del reddito. Se si guarda all’indice di Gini (che è un indicatore per la misura della concentrazione) scopriamo che il Ticino è tra i cantoni più diseguali, ossia con il reddito peggio distribuito. Solo Zugo e Svitto sono ancora meno egualitari. In aggiunta anche in questo caso l’evoluzione ticinese è negativa, nel senso che a differenza di quello che succede mediamente a livello svizzero, la distribuzione del reddito si è concentrata ancora in un numero minore di mani.
Infine i dati sulla distribuzione del reddito consentono di scoprire per esempio che in Ticino la quota di reddito detenuta dalle persone più povere nel tempo è diventata ancora più piccola e lo stesso è capitato al ceto medio.
Insomma, le cose anziché migliorare peggiorano e il divario con il resto della Svizzera diventa giorno dopo giorno sempre più grande. Certo, sappiamo che decenni di sviluppo economico non si cambiano in cinque minuti, ma è arrivato ora il momento di chinarsi seriamente sulla problematica. Abbiamo fatto passi da giganti nella formazione, nella creazione di centri di eccellenza, abbiamo aziende e attività innovative e anche il resto del tessuto produttivo può essere facilmente supportato verso un aumento della competitività.
Affinché però si possa iniziare a progettare uno sviluppo di medio periodo è necessario innanzitutto accettare la realtà e vedere i problemi che ci circondano. Quindi apriamo gli occhi.

La versione audio: In Svizzera i ticinesi diventano sempre più poveri

La pandemia mette a nudo la fragile struttura del Ticino

Innegabile: le attività economiche soffrono e soffriranno nei prossimi mesi. Le aziende e gli artigiani del Cantone Ticino non saranno un’eccezione, anzi. Proprio in questi giorni sono stati pubblicati i dati del prodotto interno lordo (PIL) dei Cantoni per il 2018. Il calcolo basato sul valore aggiunto permette di capire quali settori contribuiscono maggiormente alla produzione di valore dei beni e dei servizi. Siamo così in grado di scoprire quali sono le vocazioni di ogni Cantone. Con tutti i limiti di cui bisogna tener conto dei dati cantonali è possibile evidenziare le differenze principali tra il Cantone Ticino e il Canton Zurigo. E capire come la crisi sta impattando sul nostro Cantone e quali saranno le conseguenze per il futuro.
La prima considerazione da fare è che Zurigo si conferma la locomotiva nazionale producendo oltre il 22% del PIL svizzero; il Cantone Ticino contribuisce con il 4%. La seconda considerazione riguarda le principali differenze nella creazione di valore da parte dei settori. Due dati spiccano su tutti: il settore industriale composto dalle attività estrattive, di produzione e dal settore delle costruzioni produce circa un quarto del PIL ticinese. Questa percentuale si riduce al 12% nel caso zurighese. Limitiamo a questo dato la considerazione senza entrare nei dettagli delle differenti aziende che costituiscono il tessuto industriale dei due Cantoni. Il secondo settore “particolare” è quello dei servizi finanziari e assicurativi che contribuisce al 20% del PIL di Zurigo e solo al 7% del Ticino.
Queste differenze rappresentano proprio il caso da manuale: due economie strutturalmente differenti, una basata su attività ad alto valore aggiunto (che consentono la distribuzione di salari alti) e una basata su attività cosiddette a basso valore aggiunto. La terza considerazione riguarda la produttività che è il valore della produzione per ogni ora di lavoro effettuata. Anche in questo caso, purtroppo, il Ticino è il fanalino di coda e lo è da molti anni.
Se a queste considerazioni si aggiunge che il nostro tessuto imprenditoriale è composto da micro e piccole imprese, che non abbiamo sul territorio centri decisionali e che abbiamo perso posti altamente qualificati delle ex- regie federali, si comprende quanto la nostra economia sia estremamente sensibile alla congiuntura nazionale e internazionale. Quasi paradossalmente, ciò che dovrebbe accadere in queste circostanze è che ai Cantoni più fragili si riservino maggiori risorse (soprattutto attraverso la perequazione inter-cantonale). Purtroppo non andrà così e ancora una volta il Cantone Ticino potrà contare solo sulle sue forze e sulla sua resilienza.
In attesa che qualcuno prenda per mano lo sviluppo di questo Cantone e lo faccia assomigliare un po’ di più ai cugini confederati.
Tratto da “L’Osservatore” – 23.01.2021

La versione audio: La pandemia mette a nudo la fragile struttura del Ticino
C) Ticino.ch


Il Covid-19 aumenta le disuguaglianze

A differenza di quello che vorremmo credere, anche la pandemia non è egualitaria. No, non tocca tutti alla stessa maniera. Anzi, il COVID-19 sta aumentando le disuguaglianze economiche e sociali.
Qualche settimana fa avevamo trattato la notizia che il patrimonio delle persone più ricche al mondo era aumentato in maniera importante anche l’anno scorso.
Oxfam che è un’organizzazione no profit internazionale che si occupa di combattere la povertà e le disuguaglianze attraverso aiuti umanitari e progetti di sviluppo, ha confermato che le 1’000 persone più ricche al mondo hanno compensato le perdite causate dal Covid-19 in soli 9 mesi. Al contrario si stima che le persone più povere potrebbero impiegare 10 anni per riprendersi.
Ma le differenze non finiscono qui.
Abbiamo visto che le donne sono state le prime a risentire della crisi sul mercato del lavoro e a dover pagare il prezzo più alto in termini di posti di lavoro persi. Eppure qualcosa stava cambiando. Per esempio negli Stati Uniti per qualche mese a inizio del 2020 le donne hanno occupato più posti di lavoro degli uomini. Un fatto questo avvenuto solo due volte nella storia americana. Certo, i posti di lavoro erano più frequentemente a tempo parziale e con stipendi più bassi, ma comunque era un segnale importante. La crisi Covid-19 ha cancellato tutto in un baleno. Così per esempio abbiamo visto che nel mese di dicembre negli Stati Uniti le donne hanno perso 156 mila posti di lavoro, mentre gli uomini ne hanno guadagnati 16 mila. Anche in Ticino le dinamiche non sono state differenti: rispetto a un anno prima abbiamo visto sparire nel I trimestre 4’300 posti di lavoro femminili, nel II oltre 6’600 e nel terzo 4’000. Questo capita perché i primi impieghi a essere cancellati in caso di crisi sono quelli temporanei, che richiedono minori qualifiche e competenze e quindi i più precari. Per farla breve, quelli delle donne.
Ma il Covid-19 ha anche colpito duramente le minoranze etniche: i loro tassi di mortalità sono di gran lunga più alti. La responsabilità non sarebbe della genetica ma del fatto che queste persone fanno lavori più a rischio, vivono in alloggi più popolosi e in generale hanno stili vita più a rischio.
Per non parlare della disuguaglianza ancora più grande tra paesi in via di sviluppo e paesi sviluppati. Non solo le conseguenze della pandemia saranno molto più gravi per i primi, ma anche l’accesso alle cure sta mostrando grandi differenze.
Infine, le notizie di oggi ci confermano le differenze anche tra settori e tra dipendenti nei settori. Scopriamo che per esempio UBS ha avuto nel 2020 un utile netto di oltre 6.6 miliardi di dollari segnando una crescita del 54%. Sorte analoga è toccata a Novartis che ha chiuso con un utile di oltre 8 miliardi in crescita del 13%.
Questo ottimo risultato ha premiato con una pioggia di milioni la direzione e il consiglio di amministrazione. L’amministratore delegato ha ricevuto un aumento di 2 milioni di franchi. Sì, avete capito bene: 2 milioni di franchi. Vi sembrano troppi? Non se paragonati ai 12.7 milioni di franchi totali guadagnati nel 2020. Se però li paragoniamo allo stipendio mensile medio di un infermiere in Ticino, come fatto dalla giornalista Alessandra Ferrara, le cose cambiano. Ecco che con i suoi quasi 6’000 franchi al mese il nostro infermiere dovrà lavorare quasi 180 anni per guadagnare quanto l’amministratore delegato in un anno.
Attenzione non cadiamo nella tentazione di dire che da sempre chi ha responsabilità guadagna molto di più: fino agli anni 80 il rapporto nella stessa azienda tra chi guadagnava tanto e chi guadagnava meno era di 1 a 10 volte, 1 a 15 volte.
Oggi, purtroppo, le differenze stanno diventando insostenibili per la società, ma anche per l’economia.

La versione audio: Il Covid-19 aumenta le disuguaglianze

Prodotto interno lordo pro capite: siamo ricchi e non ce ne accorgiamo

Magari non ve ne siete accorti, ma anche tra il 2017 e il 2018 il nostro benessere è aumentato notevolmente. Sì, proprio il benessere di noi ticinesi. Non mi credete? Guardate i dati appena pubblicati sull’andamento del prodotto interno lordo (PIL) cantonale. Nel 2018 il PIL cantonale ha superato la soglia dei 30 miliardi di franchi, crescendo di quasi il 4% E oltre il 4% è il contributo che noi diamo al PIL svizzero. A titolo di paragone Zurigo, la locomotiva nazionale, produce oltre il 22% dei beni e servizi.  

Ma forse questo non vi è sufficiente per capire quanto siamo benestanti in Ticino. Guardando alla classifica in termini di Prodotto interno lordo pro capite, con i nostri 87’612 franchi siamo il settimo Cantone più ricco. Addirittura il nostro reddito è superiore del 3.5% di quello medio nazionale. Eppure non vi siete mai accorti di essere tra i più ricchi al mondo? Andiamo a scoprire perché.

Innanzitutto precisiamo che non c’è nessun errore statistico né nessun complotto teso a mostrare una realtà differente. Il prodotto interno lordo pro capite cantonale è assolutamente calcolato nella maniera giusta. Si prende tutto il valore della produzione di beni e servizi fatta sul territorio in un anno e si divide per il numero degli abitanti di questo territorio. Per la maggior parte delle economie nazionali, questo indicatore è un buon indicatore. Certo, rimane il fatto che il dato presentato è un dato medio. I famosi polli di Trilussa ci ricordano bene che se tu mangi due polli e io non ne mangio nessuno, in media ne abbiamo mangiato uno a testa anche se il mio stomaco è vuoto.

Ma a queste obiezioni tecniche, nel caso del Ticino dobbiamo aggiungere quelle territoriali. Il PIL pro capite mette in relazione il luogo di lavoro dove le persone producono con il luogo di residenza dove le persone vivono. Questo non crea particolari problemi quando i flussi di persone tra due territori sono minimi oppure equilibrati. Ma questo non è ciò che avviene nel Cantone Ticino dove sappiamo esserci un ricorso importante alla manodopera frontaliera. In effetti, se i frontalieri in Svizzera sono circa il 4% della popolazione residente (340 mila su 8,6 milioni) in Ticino questa percentuale sale al 20% (70 mila su 350 mila abitanti).  Per capire quanto importante è il contributo dato alla produzione di queste 70 mila persone pensiamo che le persone occupate residenti in Ticino sono circa 160 mila. Questo significa che 1 prodotto su 3 è fabbricato da frontalieri. Per cui il contributo dato alla produzione ticinese è enorme. E qui nasce il problema. Quando calcoliamo il dato pro capite, si divide solo per il numero dei residenti e si trascurano i frontalieri.

Se senza nessuna presunzione di scientificità cerchiamo di correggere l’effetto “doping” aggiungendo il numero di frontalieri o togliendo il valore della loro produzione ecco che purtroppo ritorniamo in graduatoria tra gli ultimi posti.

Come spesso accade anche in questo caso è importante quindi andare oltre all’indicatore e riportarlo alla realtà dei fatti.

*Sotto trovate un mio contributo a Tempi Moderni di qualche anno fa sul tema (Tempi Moderni, RSI, 18.05.2017)

Tratto da Tempi Moderni – RSI- 18.05.2017
La versione audio: Prodotto interno lordo pro capite: siamo ricchi e non ce ne accorgiamo

La Posta si “risposta” e torna a portare la Posta

Gli impatti economici della crisi del Covid-19 iniziano oggi a essere un po’ più chiari. Quasi a prenderci in giro questa crisi pandemica ha rimescolato le carte in tavola. Proviamo a fare un gioco: immaginate di essere stati i membri dei consigli di amministrazione di aziende pubbliche o private prima del mese di marzo del 2020. Oggi probabilmente vi trovereste nella situazione paradossale di essere stati o troppo innovatori o poco innovatori. Spieghiamoci meglio. Pensate al caso della Posta svizzera. Nel 2020 a causa delle misure di confinamento e di consumi on-line mai visti prima la Posta ha consegnato quasi 183 milioni di pacchi, record assoluto negli oltre 170 anni di storia. Per capirci se consideriamo 220 giorni di lavoro si tratta di oltre 830 mila pacchi al giorno. Una crescita così ha obbligato l’azienda in poche settimane a rivedere completamente una strategia portata avanti da decenni e concentrata sulle attività ritenute, fino a un anno fa, più redditizie, come quelle finanziarie. E invece, inversione di rotta: impennata di assunzioni e milioni di franchi di investimenti nell’infrastruttura per la consegna pacchi.
Una riflessione simile può essere fatta per il commercio al dettaglio e le vendite on-line. Non neghiamo che fino allo scorso mese di marzo per molti grandi magazzini la tentazione di smantellare l’offerta legata alla vendita on-line è stata molto grande. Certo, negli ultimi anni il settore aveva registrato una crescita, ma era legata principalmente agli acquisti fatti all’estero e specializzati. Nessuno avrebbe immaginato che le vendite dei generi non alimentari sarebbero avvenute solo grazie ai canali di distribuzione via etere. E non tutti in Svizzera avevano avuto la perseveranza di investire in questo settore. Vi ricordate quanto tempo hanno impiegato alcuni commerci a offrire il catalogo dei prodotti on-line? Certo, per i piccoli artigiani e le piccole imprese poter investire risorse in questo campo in un momento di difficoltà non è stato semplice e non lo è nemmeno ora. E in questo caso lo Stato avrebbe potuto sicuramente aiutare di più.
Ma il problema concerne anche i beni e i servizi che per loro definizione sono consumati di persona. Pensate a come eravamo prima di un anno fa: tutti pronti a prendere un aereo con un bagaglio a mano per andare a vedere un concerto in una città europea e rientrare in 36 ore. Tutte le strategie di crescita delle aziende legate al turismo, agli spostamenti e agli eventi partivano dall’ipotesi inconfutabile della massima mobilità. Molte compagnie aeree per sopravvivere alla crescente concorrenza nel settore avevano creato sinergie con le agenzie di viaggio, con i complessi alberghieri e con gli organizzatori di eventi per ampliare i pacchetti vacanze. Tutto ad un tratto il nulla. E ancora oggi, per tutto il settore a livello mondiale regna un’incertezza che impedisce di trovare strategie aziendali efficaci e con un orizzonte di medio periodo. Alcuni hanno tentato la riconversione sul traffico delle merci, ma anche in questo caso, i dubbi rimangono tanti.
Al contrario i confinamenti e il ricorso al telelavoro sono stati estremamente positivi per le aziende legate ai prodotti informatici che negli ultimi anni mostravano un certo stallo; in questo caso la crisi è stato un toccasana.
Che dire quindi? In alcuni casi la crisi ha riportato le aziende indietro sui loro passi, in altri l’aver anticipato nuovi sentieri ha invece consentito di seguirli nell’immediato.
Come spesso accade in economia, non troviamo un’unica strada vincente, anche perché se no saremmo tutti imprenditori di successo.

La versione audio: La Posta si “risposta” e torna a fare la Posta
Photo by Johannes Plenio on Pexels.com

UBS: quando chiudere non significa per forza perdere

UBS questa settimana ha annunciato la chiusura di 44 filiali in Svizzera, di cui 3 nel Cantone Ticino. La prima preoccupazione è rivolta verso i collaboratori e le collaboratrici che potrebbero risentirne. In questo senso la banca ha rassicurato che non sono previste riduzioni di personale. E di questo non possiamo che rallegrarcene. La seconda questione che viene sollevata è quella della vicinanza dell’istituto ai suoi clienti. È innegabile che tutti noi vorremmo avere la maggior parte dei servizi che utilizziamo a portata di “passeggiata“. Anche questo trend però non ci stupisce: in effetti, la riduzione del numero di sportelli e del settore bancario in generale è una realtà che nel Cantone viviamo purtroppo oramai da qualche anno. Nel 2010 contavamo 72 banche, 263 sportelli e 7’046 addetti. A distanza di 8 anni il ridimensionamento è stato impressionante con 40 banche, 179 sportelli e 5’585 collaboratori.
Detto questo, dobbiamo constatare un fatto importante: la pandemia con i conseguenti lockdown ha accelerato dei processi che erano già in atto, anche in questo settore. Il ricorso ai servizi bancari non più di persona ma attraverso la rete era nei programmi delle grandi banche da diverso tempo. La sua realizzazione era però prevista solo tra qualche anno. Questo non perché le banche non volessero ridurre i loro costi sfruttando la digitalizzazione, bensì perché il processo di “educazione” al cliente avrebbe richiesto tempo e probabilmente non sarebbe stato esente da critiche e ostacoli. Invece ecco arrivare la crisi Covid-19 che obbliga forzatamente i clienti ad imparare a utilizzare la rete e a modificare le loro abitudini di consumo. In un certo senso la pandemia ha agevolato il lavoro delle banche in questo caso specifico ma anche di tanti altri servizi e commerci.
Ora bisogna però cambiare paradigma e accettare la grande sfida che automazione e digitalizzazione ci pongono in termini di salvaguardia dei posti di lavoro. La disoccupazione ha diverse cause (vedi economario). Quella tecnologica si verifica quando i posti di lavoro distrutti dalle nuove tecnologie non compensano quelli creati. A onor del vero bisogna riconoscere che finora in tutte le rivoluzioni vissute nella storia è sempre avvenuto il contrario: il benessere totale è aumentato. Ma attenzione non vuol dire che non ci siano stati perdenti! Le persone meno qualificate, quelle con compiti più ripetitivi, che occupano posti di lavoro più precari, da sempre possono essere sostituite dai macchinari. Ed è stato così. Paradossalmente non è nemmeno un male che i lavori più duri siano fatti dai macchinari. Ma, perché questo non danneggi il nostro tessuto economico e sociale è necessario intervenire. E abbiamo la possibilità di farlo. Lo Stato dovrebbe sostenere le aziende nel processo di riqualifica del personale. Sappiamo tutti che ben presto i commerci faranno capo alle casse automatiche, ma questo non significa che non sarà necessario avere degli ottimi consulenti alla vendita, anzi! Ecco dove lo Stato può dare il suo contributo: sostenendo le aziende nei costi e nella formazione del suo personale. Così si dà risposta al rischio della disoccupazione tecnologica.
Discorso diverso il cambiamento delle abitudini nei consumi che può trasformarsi in disoccupazione strutturale e questa purtroppo richiede misure molto più lunghe e più difficili da attuare. Quindi, concludendo non facciamoci spaventare dal progresso ma utilizziamolo a nostro vantaggio.

La versione audio: UBS: quando chiudere non significa per forza perdere

Secondo lockdown: i cerotti non bastano più

In un mio articolo pubblicato dal Corriere del Ticino il 13 gennaio 2021 (e che trovate qui) segnalavo la necessità immediata dello Stato di rispondere al grido di aiuto delle aziende. La preoccupazione dell’introduzione di ulteriori misure di contenimento, ha trovato conferma con le decisioni del Consiglio Federale che non solo ha protratto le chiusure di alcune attività legate al tempo libero, ma le ha addirittura estese ad altri commerci. Consiglio Federale che in questa seconda ondata ha mancato totalmente gli obiettivi dal punto di vista sanitario, sociale ed economico. Vero forse che poco poteva fare sull’incertezza sanitaria legata alla diffusione del virus, ma molto avrebbe dovuto fare contro l’incertezza economica. Se la risposta immediata con l’introduzione della garanzia dei crediti e dell’ampliamento dell’orario ridotto è stata ottima, qualcosa nel seguito è mancato. Come fatto da altri Paesi, bisognava impostare una chiara strategia di risposta alle difficoltà economiche. Strategia rigorosa, immediata, efficiente ed efficace. Compito difficile? No, compito che un governo deve assolutamente essere in grado di fare. Sin dal primo momento eravamo tutti coscienti che le conseguenze economiche di questa pandemia sarebbero state paragonabili a quelle di una guerra mondiale. Se è vero che oggi abbiamo fortunatamente uno stato sociale forte e presente, perché possa sopravvivere l’economia deve fare la sua parte. E questo significa che è necessario un programma di intervento che permetta a commerci, palestre, garage, saloni estetici, agenzie di viaggio, ristoranti di poter continuare le loro attività quando sarà possibile. Purtroppo i cerotti messi qua e là non sono una strategia economica. Se è vero che il governo con le nuove decisioni di chiusure è stato obbligato ad aumentare gli aiuti e velocizzarli, siamo ancora lontani da una riflessione a medio termine. Come scritto, un buon programma economico dovrebbe considerare tre misure: un piano di intervento d’urgenza, una fase di aiuti strutturali e infine l’elaborazione di un programma di investimenti pubblici di lungo respiro.
Il piano di intervento d’urgenza deve prevedere aiuti immediati alle aziende come contributi non rimborsabili, compensazioni per il calo del fatturato, sussidi una tantum. Le misure strutturali dovrebbero permettere di sfruttare i tempi di sottoccupazione delle aziende per fare quei cambiamenti che aumentano la loro competitività: rinnovo delle strutture e degli impianti, formazione e consulenza, progettazione del passaggio all’automazione e alla digitalizzazione. Infine, decise basi legali e stanziati i crediti per le prime due misure, dovrebbe iniziare la riflessione per un piano di investimenti con un mix pubblico-privato. I settori su cui puntare non mancano, da quello clinico-ospedaliere, alla farmaceutica, dalla meccanica all’elettronica, dall’intelligenza artificiale alla sostenibilità energetica.
Alcuni potrebbero definirlo un piano semplice e per nulla originale, vero. Un piano che però se attuato eliminerà dal terreno di gioco l’incertezza che è il nemico peggiore dell’economia. Un piano che se attuato consentirà alla Svizzera di mantenere la sua forte competitività economica e commerciale superando anche questa crisi. Se vogliamo un futuro solido e sostenibile non possiamo più permetterci cerotti qua e là.

La versione audio: Secondo lockdown: i cerotti non bastano più
Photo by Kaique Rocha on Pexels.com