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Dietro le quinte per la preparazione di Tempi Moderni…

Quando si è chiamati a rilasciare un’intervista, giustamente, ci si prepara eccome. Oggi voglio farvi vedere i miei appunti per l’intervista di Tempi Moderni del 28.05.2021, che ringrazio. In più, vi allego il risultato finale…

Un giudizio sull’intervento dello Stato a seguito della crisi Covid-19

L’intervento iniziale, quello d’urgenza, è stato sicuramente ottimo sia nei tempi che nelle modalità.
I crediti garantiti dallo Stato hanno permesso alle aziende di non avere problemi di liquidità. Mentre l’ampliamento dell’indennità per l’orario ridotto e la semplificazione ha permesso di non dover licenziare i collaboratori e le collaboratrici.
Sono molto più critica per gli interventi successivi. Passata l’emergenza purtroppo il Consiglio federale non è stato in grado di fare una pianificazione degli aiuti e degli interventi come hanno fatto altri stati. Ad un certo punto sembrava si mettessero ogni giorno nuovi cerotti. Concretamente per alcuni settori si sarebbero potute prevedere misure migliori da attuare durante le chiusure obbligatorie. Pensiamo già solo alla formazione continua che poteva essere organizzata per le persone che non potevano lavorare o al finanziamento di interventi di manutenzione o investimenti per ristoranti, piscine o palestre.

Per quanto ancora potrà durare l’intervento dello Stato e in quali forme

Quello che ci deve interessare è la sopravvivenza delle nostre aziende che ci garantiscono di poter lavorare e vivere dignitosamente. Quello che deve preoccuparci sono i posti di lavoro per le persone che vivono in Ticino e per i loro figli. Quelli che hanno finito gli studi e quelli che si apprestano a iniziare degli apprendistati. Anche se alcuni indicatori come l’andamento delle esportazioni, i dati sui consumi sembrano mostrarci una situazione positiva a livello nazionale, secondo me, in alcune regioni gli effetti di questa crisi devono ancora manifestarsi appieno. E in questo caso penso al Cantone Ticino. Tante piccole e medie imprese non sanno se sopravvivranno. E non dimentichiamo che il nostro Cantone vive di piccole e medie imprese: sono i nostri posti di lavoro, sono i posti di lavoro dei nostri figli, sono i posti di apprendistato dei nostri giovani. È probabile che il Cantone dovrà sostenere maggiormente il nostro tessuto economico.

Un’opinione sull’idea di pacchetti di intervento milionari in Svizzera stile quelli degli Stati Uniti o dell’Unione Europea

Personalmente ritengo che i pacchetti previsti dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea non siano veramente una risposta di tipo congiunturale, nel senso che non sono una vera e propria risposta a
questa crisi economica. Sono piuttosto un cerotto a ritardi in alcuni settori anche decennali, pensiamo ad alcune infrastrutture come ad esempio alla rete ferroviaria negli Stati Uniti oppure alcune spese di aggiornamento degli insegnanti in Italia. Secondo me si è agito troppo in fretta. Assolutamente corretto pensare a un programma di investimenti tra pubblico e privato anche in Svizzera, ma queste cose non devono essere improvvisate. Ben vengano progetti di sostegno alla trasformazione delle aziende verso la digitalizzazione in maniera da tutelare i posti di lavoro, gli investimenti in infrastrutture e in ricerca tra pubblico e privato. Ma tutto fatto sempre bene e ricordandosi che le risorse andranno prese dai cittadini.

Un’opinione sui pacchetti di investimenti negli Stati Uniti, nell’Unione Europea e in Cina

Nel caso degli Stati Uniti l’impressione è che la manovra sia piuttosto di tipo elettorale che non veramente economica. Mi spiego. Il primo pacchetto di aiuti è stato di 1’900 miliardi di dollari e non si è nemmeno finito di spendere quelli che il Presidente Biden ha annunciato un ulteriore pacchetto di 2’200 miliardi. Gli interventi annunciati sembrano più che proiettati verso il futuro, un tentativo di sanare ritardi decennali in alcuni settori. E poi non dimentichiamo che queste manovre vanno finanziate. Dopo pochi giorni ha annunciato l’aumento delle imposte e lanciato l’idea che tutti gli Stati dovrebbero avere una aliquota minima di imposte. Insomma, gli Stati Uniti iniziano a perdere in competitività fiscale e vogliono che gli altri Stati peggiorino la loro.
Discorso diverso il programma economico lanciato dalla Cina che ambisce ora, giustamente, a migliorare il benessere dei suoi cittadini così da garantirsi una domanda interna elevata e a investire pesantemente dell’innovazione e nella tecnologia. Non a caso la Cina si appresta a breve a superare gli Stati Uniti e diventare la prima potenza mondiale.

La fine dell’Accordo Quadro
Finalmente questa questione è stata chiusa e risolta. I punti di discordia come l’applicazione automatica delle leggi europee, i rischi per il nostro mercato del lavoro, la tutela delle nostre banche cantonali e il diritto per i cittadini europei alle nostre prestazioni assistenziali erano troppo grandi. Ora sarà necessario sedersi al tavolo e farlo però ritenendo che tutte e due le parti hanno pari dignità. La Svizzera ha necessità di buoni rapporti con l’Unione Europea e l’Unione Europea ha bisogno di buoni rapporti con la Svizzera. Non dimentichiamo che l’Unione Europea “tiene” circa 800 mila posti di lavoro grazie ai buoni rapporti con la Svizzera, Si torni a discutere di accordi bilaterali, e magari anche tutelando maggiormente i cantoni di confine come il nostro. I problemi sul mercato del lavoro sono sotto gli occhi di tutti.

E questo il risultato finale…

Tratto da Tempi Moderni, LA 1 RSI, 28.05.2021

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Bandeaux e borsette. Gli accessori? Un capriccio già degli antichi

Ieri sera ho passato una splendida serata con delle amiche. A due di loro avevamo regalato due bandeaux, ma io non sapevo assolutamente cosa fossero. Così all’apertura dei pacchi ho scoperto che il bandeau è un pezzetto di stoffa. Mi sono permessa di dire a voce alta “ah, ma è un foulard!”. Non lo avessi mai fatto. Le mie amiche mi hanno fulminata con lo sguardo. E avevano ragione. Le sue dimensioni sono troppo piccole per servire a coprire dal freddo. Lungo tra i 50 e 120 centimetri, largo tra i 5 e gli 8, non può proprio essere una sciarpa. Ma qui è arrivata l’economista che è in me e dando un’occhiata ai prezzi medi dei marchi più noti, ho scoperto che il costo medio di quel pezzetto di stoffa è di circa 5’000 franchi al metro quadrato. Incuriosita sono andata avanti con la ricerca. Il bandeau è uno dei primi accessori usato da uomini e donne per ornare i capelli. Lo mettevano già gli assiri, i greci e i romani. Vedete, da sempre l’essere umano non consuma solo beni di prima necessità. Al contrario i beni catalogati come superflui rappresentano oggi una fetta importantissima dell’economia dei paesi industrializzati.
Ma torniamo ai “fazzoletti da collo”. Sfogliando nel web si apre un mondo. Decine e decine di articoli che parlano di questo accessorio, centinaia di fashion blogger che postano fotografie su come indossarlo e migliaia di modelli diversi tra materiali, dimensioni e fantasie. Un bel business. Scopriamo che è possibile usarlo come fascia per capelli (e pare che lo indossasse anche la regina Maria Antonietta), come foulard in sostituzione alla collana, legarlo intorno alla vita, al braccio o al polso. Ma pensate, può essere usato anche come decorazione per la borsetta, cioè l’accessorio dell’accessorio.
Se qualche uomo è arrivato fino a questo punto dell’articolo, sveliamo che anche loro utilizzano qualcosa di simile. Guardate gli sportivi e in particolare i tennisti. I primi a indossarlo alla fine degli anni ’70 furono John McEnroe e Björn Borg.
Ma torniamo ai giorni nostri. L’ennesima rinascita di questo accessorio la si deve a Louis Vuitton che nel 2015 ne ha fatto un vero e proprio cavallo di battaglia.
Proprio il settore della moda e degli accessori è stato uno dei settori maggiormente colpiti dalla crisi Covid-19, probabilmente secondo solo a quello ricreativo e del turismo. In Italia per esempio si stima che nel 2020 il fatturato si sia ridotto del 26% con una perdita di oltre 25 miliardi di euro. L’anno precedente il settore aveva generato un fatturato di 98 miliardi. Purtroppo i primi mesi del 2021 con gli importanti confinamenti e le chiusure non hanno mostrato segni incoraggianti. Ma un segnale incoraggiante c’è. Le intenzioni delle grandi multinazionali del settore di accelerare verso una moda sostenibile. Così leggiamo che si vogliono ridurre gli sprechi per preservare le risorse, sviluppare nuovi metodi di produzione, riciclare e riutilizzare i materiali. Ma non solo. I grandi marchi si sono accorti che un altro business sta prendendo piede e garantendo cifre d’affari interessanti: la vendita di abiti e accessori di seconda mano. In effetti abbiamo visto che proprio in gennaio di quest’anno la piattaforma californiana di rivendita di abbigliamento di seconda mano Poshmark è stata quotata con successo in borsa. Il suo fatturato è di oltre 190 milioni di dollari e vanta una crescita annuale di quasi il 30%. E iniziano ad aprire anche negozi fisici. Siamo certi che i grandi marchi non staranno a guardare. D’altra parte ben venga il riciclaggio anche dei vestiti e degli accessori!
PS. Quando ho aperto il mio regalo di compleanno sapevo benissimo che quel meraviglioso accessorio si chiamava “splendida borsa fucsia”! Grazie amiche 😉

la versione audio: Di bandeaux e borsette. Gli accessori? Un capriccio già degli antichi
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Il polo sportivo di Lugano si farà! Forse…

Il Polo Sportivo di Lugano si farà; forse. Il consiglio Comunale nella seduta del 29 marzo ha deciso di approvare questo progetto. Da mesi la città di Lugano dibatte e si batte su due importanti infrastrutture. L’aeroporto di Agno e appunto il Polo Sportivo. Lugano è la città più importante del Cantone, oltre a essere l’ottava città più popolata in Svizzera. Un quarto di tutte le aziende e di tutti gli impieghi del Cantone si trova in questa città. Città che contribuisce in maniera sostanziale alla perequazione intercomunale, ossia al fondo con cui i comuni più “ricchi” danno risorse ai comuni più “poveri”. Insomma, quando Lugano ha il raffreddore, il Cantone deve misurarsi la febbre. Proprio per mantenere questa sua forza, come tutte le grandi città, anche Lugano dovrà ripensarsi nei prossimi anni. Questo il mio pensiero pubblicato qualche settimana fa dal Caffè (14.03.2021)

Il passo più difficile è dimenticare il glorioso passato
La maggioranza dei fattori con cui bisogna fare i conti sfugge al controllo.
Due differenti dinamiche hanno caratterizzato il nostro Cantone negli ultimi anni. Da una parte le città considerate fino a qualche tempo fa le “sorelline minori” hanno potuto innovare, sperimentare, costruirsi un’identità più specifica che le fa apparire oggi dinamiche e con il vento in poppa. Dall’altra parte Lugano, la locomotiva del Cantone, che faceva i conti con dei cambiamenti strutturali che ne avrebbero intaccato in parte la sua stessa identità.
Pensiamo all’impatto che hanno avuto il ridimensionamento della piazza finanziaria e delle attività collegate, la riduzione dei posti di lavoro, la diminuzione delle entrate fiscali o ancora la fine di un certo turismo “di lusso”. Questi elementi accompagnati dalla necessità di gestire problematiche tipiche delle città più grandi e multietniche hanno fatto sì che il contesto si modificasse rapidamente richiedendo attenzioni particolari.
Ora però siamo a un punto di svolta. La Nuova Lugano ha tutte le carte per programmare il suo sviluppo futuro. Il compito non è semplice, soprattutto quando richiede la capacità di estraniarsi dal presente in cui si vive e si decide, per proiettarsi nei dieci-quindici anni successivi. L’orizzonte temporale per le grandi manovre purtroppo non è mai il breve termine. Così Lugano dovrà scegliere su quali settori e ambiti scommettere. Poi dovrà avere il coraggio di costruire le condizioni quadro favorevoli e soprattutto di investire.
Di certo la città non parte da zero. Potrà sfruttare la sua posizione tra due metropoli come Zurigo e Milano; il suo essere città universitaria che si svilupperà ulteriormente grazie alla facoltà di scienze biomediche; le competenze della piazza finanziaria e del settore del commercio delle materie prime; la rinascita di un turismo di qualità. Senza dimenticare tutto ciò che si sta sviluppando nell’agglomerato luganese: dall’intelligenza artificiale, alla farmaceutica, dalle scienze infermieristiche, alla tecnologia.
Le possibilità non mancano. Tuttavia, come per ogni cambiamento, probabilmente il passo più difficile è mettere da parte il glorioso tempo che fu.
Tratto da il Caffè, 14.03.2021

La versione audio: Il polo sportivo di Lugano si farà! Forse…

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Che cosa hanno in comune Keynes e la Covid-19? L’incertezza

Questa mattina sono stata ospite della trasmissione Millevoci di Rete Uno (sotto il link). Abbiamo parlato di certezze in ambito economico, psicologico e artistico.
Da un punto di vista economico una delle più grandi rivoluzioni del pensiero è stata proprio quella di riconoscere l’esistenza dell’incertezza. Keynes ha portato un cambiamento epocale. Fino a quel momento la teoria dominante, definita neoclassica, riteneva che tutte le dinamiche economiche lasciate a loro stesse avrebbero condotto a un equilibrio. Questo significava che il mercato da solo avrebbe trovato la corretta allocazione dei fattori. L’equilibrio automatico valeva per il mercato dei beni, della moneta, dei servizi e anche per quello del lavoro. Il fattore che consentiva di giungere all’incrocio perfetto tra domanda e offerta era il prezzo. Keynes stravolge il pensiero sostenendo che nella realtà il contesto in cui gli agenti economici prendono decisioni è l’incertezza. Anche se sembra una banalità, questa considerazione ha un impatto devastante sulla teoria economica neoclassica mettendo in dubbio la natura stessa dell’economia. Per Keynes l’economia è una disciplina sociale e non una scienza esatta. E deve essere trattata così. Questo implica che non esistono leggi universali né soluzioni univoche, anzi.
Quali possono essere le implicazioni economiche di questa incertezza? I consumatori se non hanno fiducia non usano il reddito e consumano meno diminuendo la domanda aggregata. In risposta la produzione diminuisce. Le aziende smettono di investire. Così si presenta lo squilibrio tra domanda e offerta potenziale (che è quella che garantisce la piena occupazione delle persone e dei macchinari). Questo significa che siamo in presenza di disoccupazione. Keynes nella sua teoria mostra perché non esista nessun automatismo che riporti il sistema in equilibrio. Anche perché l’equilibrio sul mercato del lavoro dovrebbe passare dalla riduzione dei salari che consentirebbe di aumentare il numero di occupati. Al contrario, Keynes sostiene che in queste circostanze l’unica possibilità di aiutare l’economia a riprendersi e tornare a viaggiare sulle proprie gambe è l’intervento dello Stato. Cosa accomuna questa teoria con la realtà che stiamo vivendo ora?
Le previsioni economiche appena pubblicate dalla Segreteria di Stato dell’Economia (SECO) prevedono quest’anno un aumento del Prodotto Interno Lordo del 3% (PIL). Dai dati emergerebbe una crescita generalizzata dei consumi privati (+3.7%), della spesa pubblica (+4.2%), degli investimenti (soprattutto in macchinari, +4%) e delle esportazioni (da segnalare il +13.9% di quelle dei servizi). La conseguenza sarebbe la creazione di qualche impiego in più e un aumento contenuto della disoccupazione a un tasso del 3.3%.
Guardando questi dati capiamo subito che lo Stato sta rispondendo all’incertezza e alla crisi sostenendo l’economia, ossia facendo proprio quanto prescritto da Keynes. Probabilmente sarà necessario un sostegno ancora più grande, perché questi dati positivi si fondano su tanti “se”. Affinché le cose procedano in questa direzione non ci dovranno essere nuove chiusure a livello nazionale e internazionale, la campagna di vaccinazione non dovrà subire ulteriori ritardi e le varianti non dovranno creare nuovi focolai.
Insomma, esattamente come diceva Keynes, l’incertezza è il contesto in cui gli agenti economici devono prendere decisioni. E lo Stato ha tutte le possibilità di farlo bene.

La versione audio: Che cosa hanno in comune Keynes e la Covid-19? L’incertezza
Millevoci – Rete Uno – RSI – 18.03.2021
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“Tesoro, mi si sono ristretti i prodotti”. Le confezioni si rimpiccioliscono, i prezzi no.

Vi ricordate quando nel 2019 Coca Cola e le sue sorelle si sono improvvisamente “rimpicciolite”? Probabilmente la maggioranza dei consumatori non se ne è neppure accorta. Eppure da circa due anni paghiamo lo stesso prezzo per bere meno Coca Cola: in effetti, la sua bottiglia è stata ridotta di pochi centimetri, ma di ben 50 millilitri. Oggi in Svizzera troviamo esclusivamente bottigliette da 4,5 decilitri, mentre fino al 2019 erano di mezzo litro. Anche se l’azienda ha comunicato che si trattava semplicemente di una rivisitazione del formato, le associazioni dei consumatori non hanno pensato la stessa cosa.
La tecnica di ridurre il contenuto mantenendo la confezione uguale è una strategia molto utilizzata dalle aziende negli ultimi anni. Il suo nome è shrinkflation e nasce dall’unione delle parole shrinkage che significa “contrazione” e inflation che indica “rincaro, inflazione”: si riduce la confezione e aumenta il prezzo.
In Gran Bretagna qualche anno fa l’ufficio di statistica aveva stimato che in cinque anni ben 2’500 prodotti avevano subito la riduzione del contenuto; stessa sorte in Italia per oltre 7 mila prodotti. Di fatto i consumatori si sono trovati a fare colazione mangiando meno Kellogg’s Coco Pops, a lavarsi i denti con tubetti di dentifricio “dimagriti” di 25 millilitri, a mangiare Tobleroni con una montagna in meno, a soffiarsi il naso con 9 fazzoletti di carta anziché 10. Ma anche i gelati si sono rimpiccioliti, i detersivi per la lavatrice, il numero di biscotti nelle confezioni, le scatolette del tonno e persino la carta igienica che ha perso 20 strappi per rotolo.
Se qualche volta le aziende confessano che la strategia dipende da aumenti dei costi o nuove tasse o ancora da materie prime più care, le giustificazioni più divertenti le leggiamo quando invocano le scelte salutiste. Cioè dovremmo credere che le aziende si preoccupano per noi e quindi fanno i gelati più piccoli così mangiamo meno zuccheri? Mmmh, anche alle persone in buona fede questa tesi non sembra convincente.
E allora, come giustifichiamo dal punto di vista economico il fatto che le aziende preferiscono ridurre i contenuti anziché aumentare i prezzi? Lo facciamo grazie all’elasticità. L’elasticità consente di calcolare la sensibilità di un bene rispetto ad alcune variabili come il prezzo, il prezzo di un bene sostitutivo o il reddito. Nel nostro caso sappiamo che l’elasticità della domanda delle bevande gassate rispetto al prezzo è superiore a 1. Questo sta a indicare che i consumatori sono molto sensibili alle variazioni di prezzo per cui se per esempio il prezzo aumenta del 10%, i consumatori ridurranno gli acquisti di Coca Cola di più del 10%. Per questa ragione le aziende non vogliono far vedere che aumentano i prezzi: regalerebbero clienti alla concorrenza. Ecco quindi che il trucco della riduzione del prodotto è più nascosto.
Certo, potremmo anche accorgerci di questi “maquillage”, ma per farlo bisogna calcolare il prezzo al chilogrammo o al litro e paragonare i prodotti. E come ben sappiamo anche il tempo ha il suo costo.
Però ogni tanto qualcuno si ribella. E proprio in questi giorni, abbiamo letto che un grande distributore ha deciso di rimettere nei suoi scaffali le bottigliette da mezzo litro di Coca Cola. Unico neo: non saranno prodotte in Svizzera, ma all’estero.
A questo punto a voi consumatori di scegliere se bere una Coca Cola da 450 millilitri “locale” oppure una da mezzo litro “straniera”.

Versione audio: “Tesoro, mi si sono ristretti i prodotti”. Le confezioni si rimpiccioliscono i prezzi no
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Draghi: la politica si inginocchia di fronte all’economia

Pensavo che non avrei mai detto che la caduta di un governo in Italia sarebbe stato un bene, eppure oggi devo ricredermi. Tutti noi sappiamo che la stabilità politica in primis e la stabilità economica a seguire sono fattori essenziali per la crescita di un paese. E proprio affinché questi due fattori si possano autoalimentare verso l’alto, ritengo che debbano essere autonomi l’uno dall’altro e gestiti da persone diverse. Così i governi per essere espressione della più grande delle organizzazioni che la democrazia devono essere dei governi eletti dai cittadini e dalle cittadine.
Poi però può succedere che un Paese che dalla sua nascita non riesce a trovare pace politicamente, si trovi nel bel mezzo di una crisi epocale. Nelle storie a lieto fine la crisi diventa lo stimolo per tirare fuori il meglio di se stessi e trasformare le difficoltà da freno a fattore di sviluppo. Non è andata così in Italia. Purtroppo, il miracolo non è stato indotto dall’interno. Il miracolo è piovuto sotto forma di miliardi di euro da Bruxelles. Il PIL italiano nel 2020 dovrebbe attestarsi attorno ai 1’650 miliardi di euro, mentre il debito pubblico dovrebbe aumentare a oltre 2’600 miliardi. Il rapporto debito/PIL salirà dal 135% del 2019 al 158% (per capirci questo significa che se volessimo ripagarlo dovremmo destinare tutta la produzione di 1 anno e 7 mesi). Quindi 220 miliardi di fondi aggiuntivi alla spesa pubblica rappresentano davvero una cifra enorme, il 13% del PIL.
Un appunto al governo Conte può essere mosso: purtroppo sin dall’inizio non ha mostrato la capacità di comprendere la grandezza di questa immissione di denaro pubblico, come non è stato in grado di riconoscere i propri limiti nella possibilità di gestire un evento tanto eccezionale. Il governo Conte con umiltà avrebbe dovuto rivolgersi a tecnici per indirizzare l’operato del Paese in un momento così importante. Nessun accademico, nessun imprenditore, nessun uomo o donna di economia avrebbe detto di no alla partecipazione del più grande investimento della storia italiana. Eppure, ed è questo forse l’unico rimprovero che muovo a questo governo, non c’è stata l’umiltà di comprendere che la politica in quel momento necessitava dell’aiuto di tecnici. Il governo è caduto, l’accordo per un Conte-Ter non c’è stato e Mattarella ancora una volta da grande uomo di Stato che è, ha individuato una figura tecnica, autorevole e che soprattutto infonde certezza. Non dobbiamo farci abbagliare dall’entusiasmo delle borse o dalla riduzione dello spread (che altro non è che la differenza tra il tasso di interesse che deve pagare la Germania sui suoi debiti rispetto a quello che paga l’Italia) perché non devono mai essere i mercati a scegliere i governi. Tuttavia, non possiamo non vedere che il mondo intero ha salutato l’arrivo di Draghi in maniera entusiasta.
Il curriculum di quest’uomo parla da sé, ma forse il gesto che più ha segnato la sua leadership è stato il momento in cui ha salvato l’euro e forse la stessa Unione Europea nel lontano 26 luglio del 2012. Quel giorno Draghi è entrato nella storia. Il presidente della Banca Centrale Europea ha dato un messaggio chiaro, diretto e credibile che ha bloccato la speculazione contro il debito delle nazioni. “La BCE è pronta a fare tutto quel che è necessario per preservare l’euro. E credetemi: sarà abbastanza”. “Whatever it takes” è stato il motto di un grande generale. E proprio di un grande generale pare ora aver bisogno l’Italia che contro ogni più rosea aspettativa darà la piena fiducia e il pieno appoggio a questo nuovo condottiero che speriamo porti l’Italia al successo utilizzando le sue capacità tecniche, ma ricordandosi sempre che la democrazia deve fare il suo corso.

La versione audio: Draghi: la politica si inginocchia di fronte all’economia
Fonte: ItaliaOggi
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Un nuovo lockdown è sostenibile?

Nel video pubblicato da Ticinotoday che trovate qui sotto mi esprimo sulla sostenibilità, non solo economica, di un possibile secondo confinamento generalizzato. Personalmente ritengo che non esistano attività economiche essenziali e attività non essenziali, sia per l’imprenditore che per il consumatore. Tutto ciò che l’individuo decide di fare è essenziale e ancora prima che essere un’attività economica, è un’attività umana. La società è fatta di tanti individui diversi e la ricchezza delle nostre economie e società sviluppate è proprio quella di rispettare questa diversità e non imporre nessun modello né di vita, né di consumo.
Detto questo, la pandemia che stiamo vivendo è senza dubbio un evento eccezionale. E necessita quindi di risposte eccezionali.
In questi giorni sono molte le sollecitazioni che riceviamo e che ci interrogano sulla sostenibilità economica per la Svizzera di una seconda chiusura generalizzata. Ma prima di interrogarsi sulla sostenibilità economica, il dibattitto dovrebbe preoccuparsi dell’efficacia delle misure proposte e delle conseguenze sugli individui. Nei momenti di tranquillità si vive nella valorizzazione e nel rispetto della diversità; nei momenti di incertezza, come quello odierno, possono invece alimentarsi tensioni e conflitti. Purtroppo è quello che sta succedendo in questa seconda ondata e le scelte politiche anziché gettare acqua sul fuoco, gettano benzina. Pensate alla situazione vissuta da chi il giorno dopo l’annuncio di un possibile prolungamento della chiusura delle attività legate al tempo libero, andando al lavoro o a scuola ha preso i mezzi pubblici stracolmi di persone che respirano una addosso all’altra. Orbene, anche i cittadini e le cittadine più rispettose delle istituzioni e delle regole in questo momento si sentono spaesate. A questo sconforto aggiungiamo quello dei proprietari delle attività che sono state chiuse e che non trovano rassicurazione da parte dello Stato.
Come detto da tutti, se secondo confinamento deve essere, che lo sia. Ma ora non tentenniamo più: il prezzo da pagare per questa crisi sanitaria sarà molto alto anche dal punto vista economico.
In tutto questo contesto, la Svizzera è una delle poche Nazioni che può permettersi senza paura di sostenere l’economia. La nostra economia è solida, le finanze pubbliche sono sane, i tassi di disoccupazione sono tra i più bassi al mondo e, c’è stabilità dei prezzi, quindi il contesto macroeconomico è sicuramente tra i più favorevoli al mondo.
Detto questo le politiche fiscali devono essere assolutamente mirate e indirizzate ai settori che ne hanno bisogno e all’interno di questi settori alle aziende maggiormente colpite. E andrei anche oltre. Gli aiuti dovrebbero essere pensati in funzione delle regioni: il contesto economico ticinese non è come quello di Zurigo. Le aziende ticinesi non sono come quelle zurighesi. Insistiamo, gli aiuti devono essere poco burocratici, rapidi ed efficaci. I ristoranti devono pagare adesso gli affitti, le palestre devono versare ora le rate dei macchinari comperati in leasing, le agenzie di viaggio stanno sopravvivendo da oramai un anno.
Certo, alcuni sostengono che così facendo teniamo in piedi le cosiddette aziende zombie, ossia le aziende che sarebbero fallite o fallirebbero nei prossimi mesi. Vero, ma la mia riflessione è questa: davvero nel pieno di una crisi economica mondiale possiamo permetterci il lusso di fare i puristi e i difensori dell’efficienza economica e del libero mercato? Io non credo. Credo al contrario che dovremmo essere più coraggiosi e infondere serenità ai cittadini e alle imprese.
Concludiamo con una riflessione: se le risorse per fare un secondo lockdown ci sono, quello che pare mancare ora è la convinzione dei cittadini sulla necessità di farlo.

Le risorse economiche per sostenere un secondo lockdown ci sono. Quello che forse manca è la convinzione dei cittadini…
La versione audio del video: La sostenibilità di un secondo lockdown

La disoccupazione dopata

I dati della disoccupazione pubblicati dalla Segreteria di Stato dell’Economia (SECO) confermano la tendenza degli ultimi mesi. Nel mese di dicembre in Svizzera si contano oltre 163 mila persone disoccupate registrate negli uffici regionali di collocamento (3.5%), 10 mila in più del mese di novembre. In Ticino (3.8%), quasi 6’500 persone erano disoccupate, cresciute di oltre 300 unità. Su base annuale, rispetto al mese di dicembre dell’anno scorso, in Svizzera si registrano quasi 50’000 persone in più disoccupate e a livello ticinese oltre 800 in più.
Questi dati confermano che gli effetti sul mercato del lavoro della crisi del COVID-19 ancora non si vedono. Già in condizioni normali, c’è un certo ritardo temporale tra la riduzione della produzione di beni e servizi e i veri e propri licenziamenti. Questo capita principalmente perché le aziende necessitano di una stabilità e continuità nei collaboratori oltre al fatto che la ricerca e la formazione del personale rappresentano un costo. Per queste ragioni le imprese cercano di evitare al più possibile licenziamenti. In questo periodo particolare a queste riflessioni generiche si aggiunge l’effetto delle misure di sostegno messe in atto per contrastare la crisi, in particolare l’ampliamento delle indennità a orario ridotto. E in effetti, guardando a quanto accaduto sul fronte di questi aiuti, vediamo che nel mese di febbraio le persone che usufruivano dell’orario ridotto erano 5 mila, aumentate a 1 milione in marzo e a ben 1.3 milioni in aprile. Il numero è rientrato nei mesi successivi per poi aumentare nuovamente: in novembre ancora prima delle chiusure di alcuni settori, c’erano già annunciate 650 mila persone.
Accanto ai dati della disoccupazione altri indicatori mostrano campanelli di allarme. Nel caso del Cantone Ticino per esempio sappiamo che le nostre aziende hanno ricorso maggiormente ai crediti COVID-19 e hanno utilizzato mediamente molto di più l’orario ridotto. Oltre a ciò il mercato del lavoro del Cantone Ticino è più fragile: posti di lavoro precari, temporanei o a tempi parziale che magari non danno diritto alle indennità di disoccupazione e quindi spariscono nelle statistiche. Pensiamo alle donne, prime vittime in caso di crisi economica. I posti di lavoro precari, meno qualificati con salari più bassi spariscono per primi. Non a caso in Ticino tra luglio e settembre dell’anno scorso abbiamo perso 4’000 occupate.
In aggiunta, dobbiamo considerare la valvola di sfogo del frontalierato che rappresenta per noi oltre il 30% dell’occupazione. In questo casi spariscono gli addetti, ma non aumenta la disoccupazione.
Ma non finisce qui. Da alcune analisi abbiamo anche letto che la creazione di aziende è stata mediamente inferiore rispetto a quanto avvenuto a livello svizzero.
Per finire, ed è questo quello di cui dovremo preoccuparci, sono le prospettive economiche future: il settore industriale legato alle attività manifatturiere non avrebbe ordini a sufficienza; le transazioni immobiliari e le domande di costruzione non farebbero dormire sonni tranquilli al settore specifico; anche il settore bancario sta rivedendo al ribasso le sue prospettive. E che dire del commercio e del turismo? Evidentemente questi settori sono tra i primi a essere toccati dalle misure di contenimento e nel caso del turismo, addirittura già toccato.
Ecco perché si necessita di un piano d’azione economica programmato e non improvvisato.

A complemento le considerazioni fatte sul tema durante la puntata di Modem (Rete Uno – RSI) dell’08.01.2021

Intervento tratto da Modem – Rete Uno- 08.01.2021
La versione audio: La disoccupazione dopata
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La Svizzera può permettersi una seconda chiusura generalizzata?

“La Svizzera è una delle Nazioni che può affrontare con maggior tranquillità l’idea di una nuova chiusura generalizzata; la nostra economia è solida, le finanze pubbliche sono sane, abbiamo tassi di disoccupazione tra i più bassi al mondo e stabilità dei prezzi. Questo fa sì che ci siano tutte le condizioni quadro per affrontare questa situazione cercando di tranquillizzare i cittadini e le attività economiche. L’ampliamento e il prolungamento delle misure legate all’orario ridotto come pure l’elargizione dei crediti garantiti dallo Stato sono misure ottime come prima risposta. Oggi dobbiamo pensare, anzi avremmo già dovuto pensare a mettere in atto degli strumenti poco burocratici, rapidi, ben indirizzati e coraggiosi. Pensiamo ai casi di rigore, si parla di un risarcimento del 10% della cifra d’affari, mentre altri Paesi, ad esempio la Germania, arriva al 70-80%. O ancora pensiamo a misure di contributi cosiddetti a fondo perso (che se salvano posti di lavoro non sono mai a fondo perso) proporzionali al numero di addetti. A questo stadio dovremmo tuttavia essere già in una fase di una riflessione più ampia in cui questi aiuti sono tramutati in sostegno a cambiamenti strutturali di queste aziende per renderle effettivamente competitive e al passo con i tempi” Tratto da intervista per Radio 3i, 07.01.2021

Approfondiremo il tema nei prossimi giorni.

Estratto intervista Radio 3i – 07.01.2021
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Prezzi che salgono e prezzi che scendono…

Le “malattie” del sistema economico sono principalmente due: la disoccupazione e l’inflazione. Della disoccupazione sentiamo parlare spesso soprattutto in situazioni come quella che viviamo oggi, dell’inflazione meno. Ma le autorità, giustamente, tengono sempre sotto controllo anche l’andamento dei prezzi; sì, perché l’inflazione è un aumento generalizzato dei prezzi.
Così una volta al mese, in Svizzera, si pubblica il dato dell’indice dei prezzi al consumo (IPC) che ci dice se i prezzi dei beni e servizi consumati sono scesi o aumentati. Attenzione non dobbiamo confondere l’IPC con l’indice del costo della vita: in effetti, il nostro carrello della spesa contiene solo i beni e servizi consumati in maniera finale. Questo significa, che sono esclusi tanti beni e servizi che pesano sul nostro borsellino: per esempio nell’IPC non calcoliamo i costi dei premi cassa malati e di tutte le assicurazioni, come neppure l’andamento delle imposte e delle tasse.
In Svizzera i prezzi di dicembre sono diminuiti dello 0.1% rispetto a novembre e dello 0.8% rispetto al mese al mese di dicembre dell’anno scorso. Visto che siamo arrivati alla fine dell’anno possiamo anche tirare le somme e scoprire che nel 2020 i prezzi sono scesi mediamente dello 0.7% rispetto al 2019. Ma questa è una buona o una cattiva notizia? In realtà, potremmo dire né l’una né l’altra. Quando le variazioni sono tra 0 e 2 punti percentuali si parla di stabilità dei prezzi. Ciò dipende soprattutto dal fatto che ci sono alcune imprecisioni nei nostri calcoli. Per esempio non possiamo cambiare immediatamente il carrello della spesa. Se i consumatori sostituiscono i prodotti diventati più cari con quelli meno cari oppure se cambiano i punti vendita per esempio ordinando online, ci vorrà del tempo per fare queste modifiche nel nostro indice dei prezzi al consumo. In aggiunta i beni sono inclusi nel paniere soltanto dopo molti anni che appaiono sul mercato, perché devono diventare oggetti di uso comune. Ma questo significa che ci entreranno con un prezzo più basso che quindi diminuirà di meno. Infine, un altro limite è che non si tiene conto del miglioramento della qualità dei beni. Tutto questo ci porta a sovrastimare l’indice e quindi a ritenere che una variazione tra 0 e 2 punti percentuali significhi stabilità.
Torniamo ai nostri dati per scoprire cose interessanti. Rispetto al dicembre del 2015, quindi di 5 anni fa, i prezzi dei beni importati sono leggermente diminuiti mentre quelli indigeni (locali) sono leggermente aumentati. Stessa analisi per i prezzi dei servizi pubblici, diminuiti, al contrario dei servizi privati. Anche se di poco vediamo poi che i prezzi sono aumentati nel gruppo degli indumenti e calzature, dell’insegnamento, dell’abitazione ed energia, dei ristoranti ed alberghi. Al contrario i prezzi sono scesi, di poco, per la sanità (attenzione ricordiamo che non ci sono i costi dei premi cassa malati, ma solo delle prestazioni effettivamente consumate), per i mobili e gli articoli per la casa e per i trasporti.
Se poi vogliamo scendere ancora di più nelle analisi e guardare per esempio cosa è successo rispetto al mese di dicembre dell’anno scorso scopriamo cose interessanti collegate proprio all’andamento economico o a quello stagionale. Per esempio il prezzo dell’olio del riscaldamento è sceso di oltre il 22%, quello del diesel quasi del 12% e quello della benzina del 10%. Queste riduzioni sono da mettere in relazione con la diminuzione della domanda di prodotti petroliferi causata dalla crisi del COVID-19 che ha notevolmente frenato l’industria. Non stupisce per la stessa ragione il calo dei prezzi dei viaggi internazionali.
E così, potreste anche andare a curiosare sulle variazioni dei prezzi rispetto al mese di novembre e scoprire per esempio che quello dei cavoli è sceso di oltre il 20%, quello degli agrumi di quasi il 10% e la frutta esotica dell’8%. E da qui, navigare nel web e scoprire che anche dietro a ciò che portiamo in tavola c’è un mercato fatto di domanda e di offerta che ne determina il prezzo… I cavoli si raccolgono in inverno? Forse c’è stata una produzione abbondante di agrumi? E ancora, magari vogliamo meno frutta esotica e privilegiamo quella locale? Insomma, dietro ai numeri si trova sempre una quotidianità affascinante…

La versione audio: Prezzi che salgono, prezzi che scendono…
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