L’Ufficio Federale di statistica ha aggiornato i dati sulla perdita di impieghi nel quarto trimestre del 2020. Anche noi abbiamo trattato l’argomento quindi è corretto ritornare sul tema e valutare se le considerazioni fatte in precedenza rimangono valide o meno. I dati comunicati inizialmente indicavano una perdita di 10’000 posti di lavoro a livello cantonale e di 23’000 a livello nazionale. Siamo molto contenti di scoprire che la cifra si è ridotta notevolmente: i posti persi rispetto a un anno fa a livello cantonale sono “solo” 4’200, quelli a livello nazionale “solo” 17 mila. Tuttavia rileviamo, purtroppo, che un quarto dei posti di lavoro spariti a livello nazionale sono in Ticino e di questo di certo non possiamo rallegrarcene. Guardando i nuovi dati si conferma inoltre la fragilità del mercato del lavoro ticinese rispetto alle donne: 2’200 posti di lavoro persi in Ticino sono i loro. Questa ennesima uscita dal mondo del lavoro riduce ancora di più la quota femminile aumentando ulteriormente la differenza con la media nazionale. Per spiegarci meglio oggi le donne in Ticino sono il 43.3% delle persone che lavorano, in Svizzera il 46.2%. Non che le cose per le donne a livello nazionale vadano tanto meglio. Nel settore terziario per esempio sono stati persi 7’700 posti di lavoro femminili mentre ne sono stati creati 4’200 maschili. Dinamica analoga a quanto successo nel cantone Ticino: qui dei 3’100 posti di lavoro persi nel terziario oltre 2’900 sono donne. Salta subito all’occhio quindi che dei 3’500 posti di lavoro persi nel terziario ben 3’100 sono in Ticino. E ancora una volta questo conferma che i settori maggiormente toccati dalla crisi del Covid-19 sono quelli che nel nostro Cantone ricoprono una grande importanza e occupano tante persone. Primo tra tutti il settore del turismo. Infine ricordiamo che questi dati devono essere presi molto sul serio, perché ancora abbiamo i benefici delle misure nazionali e cantonali messe in atto per sostenere le attività e le persone in difficoltà. Non sappiamo quali saranno le conseguenze quando termineranno le indennità di orario ridotto o i contributi alle aziende. Sulla carta le prospettive di crescita per l’economia nazionale sembrano buone, ma i “se” che le accompagnano troppi… Se non ci saranno nuove misure di contenimento… se non ci saranno ulteriori ritardi nei programmi di vaccinazione… se la diffusione delle varianti non ridurrà l’effetto dei vaccini… se non ci saranno massicci tagli di posti di lavoro e fallimenti aziendali… se… Tanti se e tanti dubbi. Con un’unica certezza finora. Il Ticino non viaggia ancora alla velocità svizzera, speriamo di non perdere anche questo treno… Link dei comunicati e dei dati citati: https://www.bfs.admin.ch/bfs/it/home/statistiche/industria-servizi.gnpdetail.2021-0060.html
La versione audio: Ticino: 4’200 i posti di lavoro persi sarebbero pochi?
Vi ricordate quando nel 2019 Coca Cola e le sue sorelle si sono improvvisamente “rimpicciolite”? Probabilmente la maggioranza dei consumatori non se ne è neppure accorta. Eppure da circa due anni paghiamo lo stesso prezzo per bere meno Coca Cola: in effetti, la sua bottiglia è stata ridotta di pochi centimetri, ma di ben 50 millilitri. Oggi in Svizzera troviamo esclusivamente bottigliette da 4,5 decilitri, mentre fino al 2019 erano di mezzo litro. Anche se l’azienda ha comunicato che si trattava semplicemente di una rivisitazione del formato, le associazioni dei consumatori non hanno pensato la stessa cosa. La tecnica di ridurre il contenuto mantenendo la confezione uguale è una strategia molto utilizzata dalle aziende negli ultimi anni. Il suo nome è shrinkflation e nasce dall’unione delle parole shrinkage che significa “contrazione” e inflation che indica “rincaro, inflazione”: si riduce la confezione e aumenta il prezzo. In Gran Bretagna qualche anno fa l’ufficio di statistica aveva stimato che in cinque anni ben 2’500 prodotti avevano subito la riduzione del contenuto; stessa sorte in Italia per oltre 7 mila prodotti. Di fatto i consumatori si sono trovati a fare colazione mangiando meno Kellogg’s Coco Pops, a lavarsi i denti con tubetti di dentifricio “dimagriti” di 25 millilitri, a mangiare Tobleroni con una montagna in meno, a soffiarsi il naso con 9 fazzoletti di carta anziché 10. Ma anche i gelati si sono rimpiccioliti, i detersivi per la lavatrice, il numero di biscotti nelle confezioni, le scatolette del tonno e persino la carta igienica che ha perso 20 strappi per rotolo. Se qualche volta le aziende confessano che la strategia dipende da aumenti dei costi o nuove tasse o ancora da materie prime più care, le giustificazioni più divertenti le leggiamo quando invocano le scelte salutiste. Cioè dovremmo credere che le aziende si preoccupano per noi e quindi fanno i gelati più piccoli così mangiamo meno zuccheri? Mmmh, anche alle persone in buona fede questa tesi non sembra convincente. E allora, come giustifichiamo dal punto di vista economico il fatto che le aziende preferiscono ridurre i contenuti anziché aumentare i prezzi? Lo facciamo grazie all’elasticità. L’elasticità consente di calcolare la sensibilità di un bene rispetto ad alcune variabili come il prezzo, il prezzo di un bene sostitutivo o il reddito. Nel nostro caso sappiamo che l’elasticità della domanda delle bevande gassate rispetto al prezzo è superiore a 1. Questo sta a indicare che i consumatori sono molto sensibili alle variazioni di prezzo per cui se per esempio il prezzo aumenta del 10%, i consumatori ridurranno gli acquisti di Coca Cola di più del 10%. Per questa ragione le aziende non vogliono far vedere che aumentano i prezzi: regalerebbero clienti alla concorrenza. Ecco quindi che il trucco della riduzione del prodotto è più nascosto. Certo, potremmo anche accorgerci di questi “maquillage”, ma per farlo bisogna calcolare il prezzo al chilogrammo o al litro e paragonare i prodotti. E come ben sappiamo anche il tempo ha il suo costo. Però ogni tanto qualcuno si ribella. E proprio in questi giorni, abbiamo letto che un grande distributore ha deciso di rimettere nei suoi scaffali le bottigliette da mezzo litro di Coca Cola. Unico neo: non saranno prodotte in Svizzera, ma all’estero. A questo punto a voi consumatori di scegliere se bere una Coca Cola da 450 millilitri “locale” oppure una da mezzo litro “straniera”.
Versione audio: “Tesoro, mi si sono ristretti i prodotti”. Le confezioni si rimpiccioliscono i prezzi noPhoto by Karolina Grabowska on Pexels.com
L’ufficio federale di statistica comunica che ha sbagliato i dati relativi alla perdita di posti di lavoro nel Cantone Ticino. Se le correzioni saranno al miglioramento non possiamo che rallegrarcene. I dati parlavano di 10’000 posti di lavoro spariti nel IV trimestre del 2020. Anche nel nostro blog ce ne siamo occupati. Al momento non è dato sapere quale sia l’entità dell’errore, ma siamo abbastanza allibiti che possa capitare una leggerezza del genere. Detto questo, purtroppo temiamo che la correzione non basterà a correggere le fragilità del mercato del lavoro ticinese. Ma ora affrontiamo il tema del frontalierato, augurandoci che i dati ufficiali siano corretti… In un momento di crisi economica come questa, la crescita costante del numero di frontalieri in Ticino suscita discussioni. Se è vero che i dati del IV trimestre del 2020 indicano un aumento di 524 frontalieri, oggi guadiamo al medio periodo e ci interroghiamo su cosa sia successo rispetto a 18 anni fa ossia al 2002, anno di cui disponiamo dei dati disaggregati per settore. Nonostante tutti i limiti metodologici e i cambiamenti avvenuti nella maniera di conteggiare i frontalieri, possiamo sostenere senza dubbio che sono aumentati. Nel 2002 si contavano quasi 33 mila persone; oggi sono 70 mila. L’aumento più importante è stato nel settore terziario, dove la cifra è triplicata: ad oggi contiamo oltre 45 mila persone. Attenzione specifichiamo che il settore terziario è quello che rappresenta i servizi e che sono molto differenti tra di loro. È vero che ci sono i famosi lavori in banca, ma anche il commercio al dettaglio, la ristorazione, gli architetti e le avvocate rientrano in questa categoria. Data questa differenza è comunque possibile fare delle considerazioni generali sulla composizione di questa forza lavoro? O meglio, per farla breve, i lavori svolti dai frontalieri sono sempre gli stessi? Chiaramente ci sarà un’evoluzione strettamente collegata all’evoluzione stessa dei posti di lavoro offerti nel Cantone e di questo dobbiamo tenere conto. Oggi, 24 mila persone lavorano nell’industria; nel 2002 erano circa 18 mila. Ma queste 18 mila rappresentavano il 54% del totale dei frontalieri. Oggi sono scesi al 34%. Il settore del commercio e delle riparazioni di autoveicoli è il secondo più grande datore di lavoro con quasi 11’000 persone. Seppur segnalando un aumento di 6 mila persone, in questo caso le cose non sono cambiate tanto in termini relativi perché anche 18 anni fa il settore occupava il 15% delle persone. Stessa sorte per il settore della sanità (con un aumento di circa 2’400 persone, ma con una percentuale ferma al 6%) e per i servizi di alloggio e ristorazione (fermi al 5% del totale). Troviamo però anche delle differenze. Oggi il settore delle attività professionali, scientifiche e tecniche all’interno del quale ci sono le professioni per esempio degli studi di architettura e d’ingegneria o quelle legali e di contabilità, occupa quasi 8 mila frontalieri che rappresentano l’11% del totale. Erano solo 1’000 nel 2002 (3%). Anche il settore delle attività amministrative e di servizi di supporto alle aziende (tra cui le aziende che si occupano di attività di ricerca, selezione, fornitura di personale) ha mostrato un importante aumento di quasi 6 mila persone, occupandone oggi il 9% del totale (2% nel 2002). Per contro segnaliamo, nonostante l’aumento di 2’500 persone, la riduzione dell’importanza del settore delle costruzioni che passa dal 16% del 2002 all’11% di oggi. Questi dati vanno sicuramente contestualizzati rapportandoli all’evoluzione della struttura economica del Ticino e lo faremo. Tuttavia ci consentono spunti di riflessione decisamente interessanti sulle professioni sviluppate nel corso di quasi un ventennio e sul cambiamento del ruolo ricoperto dai frontalieri nella nostra economia.
Versione audio: Analisi del frontalierato in Ticino (se i dati sono giusti…)
Il 22 febbraio 2021 l’ufficio federale di statistica pubblica i dati aggiornati sulle disparità salariali tra i sessi. Senza grandi sorprese, nessuna buona notizia. Le donne percepiscono in media nel 2018 ancora il 19% in meno degli uomini. Il dato è addirittura peggiorato. Sia che si guardi in termini di settore, di età, di competenze richieste, di formazione, non c’è niente da fare: le donne guadagnano meno. Talmente meno che sono loro a rappresentare quasi il 61% delle persone che percepiscono un salario inferiore ai 4’000 franchi. Niente da fare invece sui salari alti dove solo 1 persona su 5 che guadagna più di 16’000 franchi al mese è donna. Il resto dei dati conferma quanto già purtroppo sappiamo: oltre il 45% di questa differenza, cioè 684 franchi al mese, non ha nessuna spiegazione attendibile: né formazione, né anni di servizio, né nessun’altra ragione se non quella di “essere donna”. A queste notizie aggiungiamo un dato appena pubblicato dalla società Russel Reynolds che conferma che 20 impese svizzere presenti nello Swiss Market Index (SMI) contano solo il 13% di membri di direzione donne. Altre 7 sono tra il 25% e il 30%, rispettose quindi della nuova normativa svizzera che chiede che le società quotate in borse con almeno 250 dipendenti abbiano una quota del 30% di donne nei consigli di amministrazione e del 20% nelle direzioni. Incredibile il caso di Swisscom, azienda con maggioranza di capitale nelle mani della Confederazione, che conta zero donne nella direzione. Come facilmente immaginabile in nessun caso c’è una donna presidente. Questi dati portano la Svizzera negli ultimi posti della graduatoria. Ma anche altri Paesi non fanno proprio bella figura quando si parla di parità di genere. E così leggiamo che da una ricerca britannica svolta dalla Fox & Partners emerge che le direttrici donne delle più grandi aziende di servizi finanziari guadagnano quasi il 70% in meno dei colleghi uomini. Questo è principalmente dovuto al fatto che la maggioranza delle donne ricopre ruoli non esecutivi e con meno responsabilità. Il Prof. Baranzini ed io affrontiamo il tema sottolineando che per azzerare tutte le differenze è necessario che uomini e donne lavorino insieme. Sotto l’intervista della Sig.ra Erica Lanzi pubblicata dal Corriere del Ticino. Aggiungo le mie considerazione fatte per Teleticino nel TG del 22.02.2021.
Le disparità salariali crescono Tra il 2014 e il 2018 in Svizzera sono aumentate le differenze nelle retribuzioni tra uomini e donne e con la pandemia il trend rischia di peggiorare Mauro Baranzini: «È un gap che penalizza tutta l’economia» – Amalia Mirante: «Bisogna imporre misure correttive sul mercato del lavoro» Da anni in Svizzera si discute di disparità salariale tra uomo e donna. Tuttavia la situazione, anziché migliorare, sta decisamente peggiorando. Stando agli ultimi dati pubblicati dall’Ufficio federale di statistica, non solo la forbice tra salari di uomini e donne si allarga, ma addirittura quasi la metà delle disuguaglianze sono ormai considerate inspiegabili. Le donne, evidenzia l’UST, nel 2018 rappresentavano il 60,9% delle persone che guadagnavano meno di 4.000 franchi al mese (per un posto equivalente a tempo pieno). Al contempo l’81,2% di coloro che hanno una busta paga superiore ai 16.000 franchi sono uomini. Inoltre nel 2018 le donne guadagnavano mediamente il 19% in meno rispetto ai loro colleghi uomini. Tale dato è in crescita: era del 18,3% nel 2016 e del 18,1% nel 2014. Come è stato evidenziato sabato in occasione dell’«Equal Pay Day», in pratica è come dire che le donne, rispetto agli uomini, fino al 20 di febbraio lavorano gratis. «Purtroppo non mi aspettavo dati diversi – spiega Amalia Mirante, docente di economia presso USI e SUPSI – e temo che potrebbero peggiorare notevolmente nella prossima statistica. Ci sono ancora tante distorsioni nel mercato del lavoro che necessitano di correttivi». Fattori chiari e meno chiari Una parte «spiegabile» delle disparità viene ricondotta vari fattori. Ad esempio gli anni di formazione, di servizio e la posizione gerarchica occupata in azienda. Più è elevata la funzione di quadro esercitata, più marcata è la differenza salariale tra uomini e donne. Anche il ramo economico gioca un ruolo: secondo l’UST raggiungevano l’8,1% nel settore alberghiero e della ristorazione, il 17,7% nel commercio al dettaglio, il 21,7% nell’industria metalmeccanica e addirittura il 33,4% nelle attività finanziarie e assicurative. «Però ci sono alcune riserve sulla quota spiegabile», spiega Mauro Baranzini, economista e già decano della Facoltà di scienze economiche dell’USI. «Ad esempio è noto che le donne chiedano molti meno aumenti degli uomini. E poi anche i fattori biologici sono molto discriminanti. Con essi ci si riferisce non solo all’avere bambini, ma anche al fatto che l’80% delle faccende che riguardano l’economia domestica viene svolto dalle donne». D’altra parte, continua Baranzini, «è assai preoccupante la crescita della quota “inspiegabile” degli ultimi anni». Secondo i dati UST, la proporzione era al 42,4% nel 2014 ed è arrivata al 45,4% nel 2018, che corrisponde in media a 684 franchi al mese nel 2018 (contro i 657 franchi del 2016). Oltre a variare a seconda del ramo economico, è molto più elevata per le piccole imprese ma diminuisce a seconda del grado gerarchico. Effetto pandemia I dati UST arrivano solo fino al 2018 e con la pandemia non c’è da aspettarsi alcun miglioramento per le donne. Anzi. «Le lavoratrici sono state le grandi vittime della crisi economica», spiega Mirante. «Guadagnano meno, hanno lavori più precari, spesso concentrati nei settori più colpiti dalla pandemia. Alla perdita dei posti di lavoro si aggiunge il fatto che in vari Paesi sono state principalmente le donne a seguire i figli nella didattica a distanza o ad accudire gli anziani. Il che le ha allontanante ancora di più dal mercato del lavoro. Quindi sono state colpite due volte». E questo in tutto il mondo. «In India ad esempio – prosegue Baranzini – hanno perso il lavoro quasi solo le lavoratrici. Negli USA su cinque posti persi quattro erano occupati da donne, tra l’altro spesso alla testa di una famiglia monoparentale. E anche alle nostre latitudini, in Ticino nel 2019 e nel 2020 le donne hanno perso molti più posti di lavoro rispetto agli uomini». Dal 1981 nella Costituzione federale si legge: «Uomo e donna hanno diritto a un salario uguale per un lavoro di uguale valore». Eppure il problema peggiora, dove sta l’inghippo? «Forse – spiega Baranzini – perché il mercato del lavoro è diventato sempre di più una giungla che premia solo la produttività. Questo va contro la tanto agognata uguaglianza. Le donne sono penalizzate dalle questioni biologiche, storiche e culturali. Sono ancora tanti i datori di lavoro convinti che il salario femminile sia solo un supplemento al bilancio familiare. Non aiuta neanche il fatto che i quadri dirigenti, più anziani, prendono decisioni che subiscono i giovani. Da un punto di vista economico il problema danneggia tutta la società, la crescita sarebbe maggiore se ci fossero pari opportunità». Cosa fare? I sindacati ieri hanno condannato a gran voce il problema, esigendo misure per invertire la rotta. L’Unione sindacale svizzera sottolinea come la revisione della legge sulla parità dei sessi, entrata in vigore la scorsa estate, sia arrivata troppo tardi. «Essa deve pertanto venire attuata in modo più proattivo e sistematico». Come? «Oggi le donne sono più formate degli uomini», spiega Mirante. «Solo che i meccanismi di selezione, assunzione e promozione sono gestiti ancora prevalentemente da figure maschili influenzate da un certo vissuto. E allora ci vogliono dei correttivi sul mercato del lavoro. Ad esempio le quote rosa, introdotte dai Paesi nordici vent’anni fa. Oppure i congedi parentali, grazie ai quali si elimina la concorrenza biologica tra uomo e donna quando si diventa genitori. Si potrebbe inoltre pensare ad una società a tempo parziale per tutti, uomini e donne. Sono misure che vanno imposte, perché se si lascia la scelta non si eliminano queste forme di concorrenza tra uomini e donne che portano alle disparità. E dovessimo attendere l’evolversi naturale della situazione potremmo dover aspettare altri 50 anni almeno, prima che il tema delle disparità non sia più tale». Fonte: Articolo Erica Lanzi- Corriere del Ticino -23.02.2021
Quest’oggi gli economisti sono in visibilio! Dati sul prodotto interno lordo, statistica dei frontalieri, barometro dell’impiego e qualche giorno fa, dati sulla disoccupazione ILO (di cui ci siamo occupati in passato). Potremmo scrivere centinaia di parole su ognuno di questi temi, ma quello che cercheremo di fare, è mettere insieme una chiave di lettura su come è andata l’economia nell’ultimo periodo del 2020 e di come questa abbia impattato sui posti di lavoro. Come ci aspettavamo in seguito alle nuove misure di contenimento l’eccellente crescita del Prodotto interno lordo del III trimestre (+7.6%) si è arrestata nel 4° trimestre, segnando solo uno 0.3%. Questo ultimo dato ci consente di fare una stima annuale del PIL che diminuirà del -2.9%. Se come titolano tutte le testate è la decrescita più grande dalla crisi petrolifera, non disperiamo: i paesi attorno a noi hanno sofferto anche di più. Il PIL tedesco scenderà del 5%, quello italiano dell’8%, quello del Regno Unito del 10%. Unico risultato positivo su cui torneremo tra qualche settimana quello dell’Irlanda che chiude con +3.2%. Senza grandi sorprese ancora una volta i settori che sono crollati sono quelli dell’industria alberghiera (-20.8%), del settore dell’intrattenimento (-7.7%) e del settore dei trasporti e delle comunicazioni (-0.5%). Se poi si guarda ai dati rispetto a un anno fa, è un’ecatombe dal -40% del settore alberghiero al -14% di quello dell’intrattenimento. E il mercato del lavoro non è indenne. A livello nazionale nel 4° trimestre abbiamo perso 23’000 posti di lavoro rispetto all’anno scorso (-0.4%). Il calo percentuale dell’industria è stato maggiore rispetto a quello dei servizi. Le donne sono ancora le vittime principali con 14 mila posti di lavoro persi. Se calcoliamo i posti di lavoro in equivalenti a tempo pieno oggi in Svizzera ne contiamo poco meno di 4 milioni. E in termini di settori si conferma la riduzione nella ristorazione (-15.2%), nelle attività manifatturiere (-1.2%), nelle costruzioni (-1.6%) e nei servizi alle imprese (tra questi segnaliamo 10’000 posti di lavoro in meno nelle attività di ricerca, selezione e fornitura di personale). Al contrario in crescita i posti di lavoro nella sanità e nel commercio al dettaglio. Se a livello nazionale le cose comunque sembrano tenere, discorso diverso ciò che sta accadendo in Ticino, dove abbiamo perso oltre 10 mila posti di lavoro, 6’300 di donne e 3’800 di uomini. Si contano quasi 6 mila posti a tempo pieno in meno e 4’200 a tempo parziale. Una tragedia. L’industria ha cancellato 1’000 posti e il settore terziario oltre 9 mila. È come se fossimo tornati indietro di 7 anni: era dal I trimestre del 2013 che non avevamo un numero così basso di posti di lavoro in equivalenti a tempo pieno: 181’153 allora, 181’745 oggi. Sarà difficile riprendersi da questa crisi. Ci vorrà grande tenacia e perseveranza. Tenacia e perseveranza che dovranno avere le persone che già oggi sono disoccupate. In Svizzera secondo i dati calcolati con il metodo dell’Organizzazione Internazionale del lavoro (ILO) 246 mila persone erano disoccupate a fine dicembre, 54 mila in più di un anno rispetto a un anno prima (tasso al 4.9% rispetto al 3.9%). In Ticino i disoccupati erano 12 mila, 1’500 persone in più rispetto a un anno fa. Il tasso è salito al 6.8%. Nulla ci fa sperare che le cose andranno meglio. Ma in tutto questo una statistica cozza con le altre: quella dei frontalieri. Ancora una volta, l’unico mercato del lavoro che non appare in sofferenza è quello dei non residenti. In Svizzera l’aumento è stato di 4’816 persone, in Ticino si sono superate le 70 mila, con un aumento di oltre 500 persone in un anno. Il settore secondario che conta 24 mila occupati frontalieri, il 34%, mostra un leggero calo (-0.5%) in linea con l’andamento generale, eccezion fatta per le costruzioni che hanno assunto 191 persone in più rispetto a un anno fa. Simmetrica, ma al contrario la situazione nel settore dei servizi che in generale mostra aumenti in tutti i settori (+628 persone), ad eccezione di quello del commercio e delle riparazioni di autoveicoli (-187 persone). Gli aumenti più importanti in termini assoluti sono avvenuti nel settore delle attività legali e della contabilità (124), negli studi di ingegneria e architettura (97), nella sanità (132), nelle attività informatiche (154). Anche nel settore in crisi dei servizi di alloggio e ristorazione c’è stato un aumento di 124. Di particolare rilievo la riduzione di 148 persone nel settore delle attività di ricerca, selezione, fornitura di personale, esattamente in linea con il trend della cancellazione dei posti di lavoro a livello nazionale. Nota dolente anche in questo caso per le donne: gli unici ad aver trovato lavoro, sono uomini. Certo se riusciamo a comprendere esigenze nel settore sanitario, più difficile spiegare gli aumenti negli altri settori. Purtroppo questi dati non attenueranno le tensioni già presenti, tra chi non trova lavoro, chi deve andarsene in un altro cantone e chi senza nessuna colpa arriva da un’altra nazione. Che dire in conclusione? Difficile aspettarsi buone cose nei prossimi mesi date le importanti chiusure avute fino ad oggi e data l’incertezza che regna per i prossimi mesi. Forse è ora che l’ente pubblico si rassegni a dover mettere mano pesantemente al portafoglio…
Piove sul bagnato. O forse si conferma semplicemente una regola che da sempre conosciamo in macroeconomia. C’è una sorta di circolo virtuoso che fa sì che grossi patrimoni abbiano la possibilità di generare redditi più grandi che a loro volta alimentano il patrimonio. Insomma per farla breve, i ricchi grazie al fatto di essere ricchi risparmiano di più e possono fare investimenti più redditizi, guadagnare di più e diventare ancora più ricchi. Questa è una delle ragioni che spiega perché la ricchezza è concentrata nelle mani di pochi. Elon Musk ha capito bene questo meccanismo e sta cercando di far lievitare il suo già cospicuo patrimonio. Per chi non lo conoscesse, Musk è un giovane imprenditore che annovera tra le sue tante attività quelle di Paypal (il sistema di pagamenti e di trasferimento digitale di denaro), Space X (azienda con l’obiettivo di effettuare trasporti interplanetari), Tesla (che si occupa di auto elettriche e sistemi di stoccaggio energetico) e più recente Neuralink che vorrebbe collegare il cervello umano all’intelligenza artificiale. Di certo le idee innovative non gli mancano. Se è vero che Musk in questi anni è balzato agli onori della cronaca in diverse occasioni, oggi lo ritroviamo protagonista in ambiti magari meno innovativi, ma altrettanto redditizi. Qualche settimana fa Tesla ha deciso di comperare 1,5 miliardi di dollari in Bitcoin. Il prezzo è immediatamente schizzato alle stelle. Ma non solo. Tesla ha annunciato che potrebbe ben presto accettare il Bitcoin come forma di pagamento per le sue autovetture. Sarebbe la prima azienda in questo settore ad accettare e sdoganare le cripto valute. Fino a qualche ora fa pareva che questa operazione avesse già fruttato a Tesla 1 miliardo di guadagno. Insomma, vedete che piove sul bagnato? Ma il genio e la potenza di questo individuo non si sono fermati qui. E così è stato sufficiente che postasse sui suoi profili social delle immagini che si potevano ricollegare a un’altra criptovaluta (Dogecoin) per far aumentare vertiginosamente il suo valore. Dopo il caso Gamestop che ha messo in evidenza i grandi limiti della finanza bisognerebbe ora interrogarsi anche sulle criptovalute e sull’estrema facilità con cui è possibile influenzarne il valore. Per il momento verso l’alto, ma vedremo cosa accadrà in futuro. C’è chi di recente ha sostenuto che il valore di 1 Bitcoin potrebbe ben presto raggiungere il milione di dollari. Ma fino a che punto i nostri sistemi economici, quelli fatti di economia reale, potranno assorbire i contraccolpi che questi giochi d’azzardo causeranno al mondo intero? Quante aziende e quante migliaia di posti di lavoro perderemo a causa di questa speculazione sfrenata? Da sempre l’uomo combatte con quella sua parte che vorrebbe successo, fama, denaro senza nessuna fatica. E da sempre sappiamo che non esiste reddito senza lavoro. Eppure, ogni volta andiamo oltre. Non solo speculiamo, ma addirittura manipoliamo la speculazione a nostro vantaggio. Proprio mentre scriviamo il valore del Bitcoin si è ridotto di 10 mila dollari e Tesla ha perso oltre l’8% in borsa. Speriamo che le conseguenze dei capricci del multimiliardario non debbano essere pagate dai suoi collaboratori…
La versione audio: Piove sul bagnato: Elon Musk e i ricchi sempre più ricchiFonte: https://www.leganerd.com/
Oggi è l’Equal Pay Day. Non è tanto una giornata di festa,piuttosto è un momento di riflessione sul tema del divario tra il salario femminile e quello maschile. Dagli ultimi dati ufficiali in Svizzera le donne guadagnano il 14,4% in meno dei loro colleghi uomini, in soldoni quasi 1’000 franchi. Se riportiamo questa differenza in termini di giorni, è come se gli uomini cominciassero a guadagnare il 1 gennaio mentre le donne devono lavorare gratuitamente fino al 20 febbraio. Praticamente è come se cominciassimo a guadagnare il nostro stipendio solamente a partire da domani. Personalmente faccio parte di un’associazione femminile, le Business and Professional Women (BPW) che da sempre si occupa di rappresentare gli interessi delle donne attive professionalmente e di migliorare la partecipazione economica e politica delle stesse. Tra le tante attività che propone, l’associazione sensibilizza le persone sul tema della parità salariale anche durante l’Equal Pay Day. Purtroppo quest’anno a causa della pandemia non si è potuto andare nelle piazze e per le strade a parlare di questo tema, distribuendo tra l’altro le famose borse rosse Equal Pay Day. Detto questo, si è però coscienti che per riuscire finalmente ad arrivare alla parità non è sufficiente sensibilizzare la popolazione. Bisogna riuscire a individuare gli ostacoli che impediscono ancora oggi alle donne di guadagnare quanto gli uomini o di ottenere le stesse posizioni professionali. Per questo è necessario fare di più. BPW è un’associazione apartitica e aconfessionale che si impegna su fronti concreti che riguardano il mondo del lavoro. I suoi campi spaziano dalla promozione di reti professionali, ai partenariati nell’economia, nella società e nella politica. Uno dei programmi più importanti è quello rivolto alle giovani donne che vanno sostenute all’entrata nel mondo del lavoro. Questo deve essere fatto anche nelle questioni più pratiche che possono diventare un ostacolo. Come vestirsi per un colloquio di lavoro, quale livello di salario chiedere, come porsi in generale nei confronti del datore di lavoro, sono tutti quesiti che le donne si pongono. In collaborazione con Supsi e Usi, il BPW Club Ticino ha offerto e offre programmi di mentoring, quindi di accompagnamento da parte di una donna “più adulta” a una giovane donna. Lo scopo è quello di trasmettere alle mentee le conoscenze e le esperienze professionali. Un altro progetto concreto è stato sviluppato in collaborazione con SUPSI e Alma Impact AG, nell’ambito della campagna Women On boards. In aprile partirà un corso di formazione per membri di consigli di amministrazione. L’assenza di donne nei ruoli dirigenziali e nei consessi decisionali è purtroppo ancora oggi una realtà, ingiusta, ma pur sempre una realtà. Proprio come tale deve essere affrontata con strumenti pratici e concreti che consentano alle donne di affinare le loro competenze e di fare rete. Insomma, la parità oltre a essere un principio di giustizia è un obiettivo da raggiungere concretamente, con l’aiuto di uomini e donne. Per questo raggiungiamo la parità mantenendo le differenze.
La versione audio: Equal Pay Day: raggiungiamo la parità mantenendo le differenze
Magari proprio adesso qualcuno sta seduto nella penombra del suo ristorante. Chiuso. Contempla il vuoto nel locale e il vuoto dentro di sé. Al chiuso in un posto dove ha investito risparmi, passione, sogni. Certo, ha ascoltato i motivi per cui le autorità ritengano che questo luogo debba rimanere chiuso. E li rispetta. Ma si chiede con angoscia quando finirà. Tenere chiuso il locale che gli dà da vivere, che gli ha riempito la vita di gioie e preoccupazioni: è davvero questa l’unica soluzione praticabile? Non si considera un egoista. Anzi, non vorrebbe essere condannato come tale solo perché il suo cuore è pieno di angoscia. La pandemia finirà, lasciandosi dietro una scia di dolore e lutti. E tra le vittime della pandemia ci saranno anche tante realtà imprenditoriali, non di lusso, non di alto livello, non di privilegio. Ma di lavoro, di fatica, di passione. Prima di crocifiggere ristoratori e proprietari di esercizi pubblici (o i loro rappresentanti) per il grido di dolore che hanno elevato, guardiamoci dentro: cerchiamo di non stilare classifiche nel dolore e nell’angoscia. Chi ha un lavoro solido, che non dipende dalle aperture e dalle chiusure imposte dall’autorità, difficilmente può capire cosa prova chi, invece, non sa se mai riaprirà. Oggi a queste persone che pagano un prezzo diretto per una scelta di pubblico beneficio, io esprimo la mia solidarietà. Solidarietà! Perché chi vuole vivere e lavorare non va trattato da egoista. Mai. Nemmeno se appartiene a categorie che alcuni trovano meno degne di altre: i ristoratori, i proprietari di palestre o di bar, quelli che organizzano eventi o vivono dell’indotto turistico. Non sono egoisti perché vogliono quello che vogliamo tutti. Lavorare. E vivere.
La versione audio: Voler lavorare non è egoismo
I dati pubblicati oggi ribadiscono la gravissima crisi con cui è confrontato il settore del turismo. Abbiamo ora conferma dell’entità del danno subito nel 2020. L’ufficio federale di statistica dice che era dagli anni ’50 che non si verificava un numero così basso di pernottamenti nel nostro Paese. Evidentemente la causa principale è da cercare nella crisi del Covid-19 e nei provvedimenti restrittivi messi in atto da tutti i paesi del mondo per evitare la diffusione. Così vediamo che le notti passate in Svizzera dagli stranieri si sono ridotte del 66%, una riduzione di 2/3. Anche le notti trascorse in vacanza degli svizzeri si sono ridotte, ma meno (parliamo dell’8.6%). In questo caso gli svizzeri hanno rinunciato ad andare all’estero, ma appena possibile si sono concessi una vacanza in patria. Tant’è vero che tra luglio e ottobre sono state registrate cifre mai viste prima. Però non tutte le regioni hanno visto crescere il turismo indigeno, anzi. La maggioranza degli svizzeri ha privilegiato zone di svago rispetto alle zone più urbane. E tra le mete preferite rientrava il Ticino. Se la flessione del turismo è stata più contenuta, non dobbiamo però trascurare che dei 327 stabilimenti aperti nel 2019 ne sono rimasti solo 281 nel 2020. Purtroppo le chiusure saranno ancora tante in questo 2021 in cui la soluzione alla crisi pandemica sembra allontanarsi giorno dopo giorno. Almeno questo è quanto ci comunicano le autorità con le loro decisioni.
La versione audio: Crollano i pernottamenti in Svizzera
Il Consiglio Federale ha tenuto questo pomeriggio la sua conferenza stampa. Questo momento era molto atteso, ma ha lasciato l’amaro in bocca a molti. Purtroppo il Consiglio Federale appare spesso in ritardo e in rincorsa rispetto ai problemi. Vediamo perché. Oggi per la prima volta dopo un anno dallo scoppio della pandemia parla di utilizzare una serie di indicatori come tasso di positività al di sotto del 5%, meno del 25% dei posti in cure occupati da pazienti Covid-19, … per decidere sulle future riaperture. L’Italia, è dal mese di novembre che ha creato questo indicatore. E che dire del fatto che solo ora si accorge che dovrà spendere di più e chiede 14.3 miliardi di franchi aggiuntivi a quanto approvato dal parlamento nel Preventivo del 2021? Anche qui, diciamocelo: le cifre ipotizzate erano evidentemente insufficienti. Ma tant’è, guardiamo nel dettaglio le richieste. Si chiede di aumentare di 6.3 miliardi di franchi la somma per i casi di rigore. Era chiaro che 2.5 miliardi non sarebbero bastati a dare risposta a una crisi del genere. Ricordiamo che cosa sono i casi di rigore. Se avete creato un’azienda prima del 1° marzo 2020, avete o subito una perdita di almeno il 40% del fatturato oppure lo Stato vi ha imposto la chiusura della vostra azienda, avete diritto a un contributo a fondo perso di al massimo il 20% della cifra d’affari. Le condizioni cambiano molto di frequente e quindi sembra che si navighi a vista, rimanendo sempre però un passo indietro. Pensate alla richiesta fatta da molti cantoni di abbassare la soglia del 40% di perdita e soprattutto di abolire come criterio di selezione l’iscrizione dell’azienda a prima del 1° marzo 2020 come pure il limite di 50 mila franchi di cifra d’affari. Ma tutto tace. A questa cifra si aggiungono poi altri 6 miliardi per la copertura delle indennità di lavoro ridotto. Se saranno approvati i prolungamenti delle misure e gli ampliamenti, cosa a questo punto praticamente obbligata, già ora si dovrebbe aumentare il credito. Lo stesso vale per l’aumento di 1 miliardo di franchi per le indennità di perdita di guadagno, previste tra gli altri per gli indipendenti che hanno subito una riduzione di almeno il 40% della cifra d’affari. E non diciamo nulla del miliardo previsto solo ora per il pagamento dei test Covid-19… E proprio oggi, tra una notizia e l’altra, è stato presentato un primo bilancio 2020 che chiuderebbe in disavanzo di quasi 16 miliardi di franchi (a titolo di paragone nei due anni passati abbiamo chiuso i conti in attivo di 3 miliardi). Dell’entità di questo risultato parleremo in un’altra occasione; ciò che vogliamo sottolineare oggi è che di quei famosi aiuti di 72 miliardi di cui tanto si è parlato, i dati confermano ciò che abbiamo sempre sostenuto. Per le misure legate al Covid-19 (e non entriamo qui nei dettagli, ma lo faremo) sono stati spesi “solo” 15 miliardi; 17 sono in garanzia ai crediti concessi. Insomma, tutto questo per dire che i margini di manovra per aiutare le aziende e i cittadini ci sono e vanno pensati per tempo.
La versione audio: Consiglio Federale e riaperture: molto rumore per nulla
Ripropongo un articolo pubblicato dal Corriere del Ticino il 12.02.2021 che tratta del tema delle disparità tra il Cantone Ticino e il resto della Svizzera. Questa disparità anziché andare riducendosi nel corso degli anni è andata aumentando. “Una recente analisi fatta dalla Banca Cler insieme all’istituto BAK Economics mostra l’andamento dei redditi e dei patrimoni tra il 2007 e il 2017 per la Svizzera e i suoi Cantoni. Il documento è molto completo e interessante e conferma ancora una volta le difficoltà strutturali dell’economia del Cantone Ticino. Anche se alcune voci sono in crescita, purtroppo questa è di gran lunga più bassa di quella del resto della Svizzera. Ciò ci porta inevitabilmente a vedere il divario tra noi e i cugini confederati aumentare. È come se diventassimo sempre più poveri rispetto al resto degli svizzeri. I dati sono chiari. Sia che analizziamo i redditi medi, i redditi mediani, i redditi più bassi o quelli più alti o ancora sia che analizziamo le diseguaglianze le cose non cambiano: il Ticino viaggia a una velocità ridotta rispetto al resto della Svizzera. Non stupiamoci quindi che i nostri giovani una volta finiti gli studi facciano le valigie ed emigrino oltre Gottardo. Come non dobbiamo stupirci che una volta andati all’università non tornino più indietro e mettano su famiglia altrove. Ma questo significa che il nostro Cantone invecchia e muore. A costo di apparire controcorrente, ritengo che la risposta al problema della denatalità e dell’invecchiamento della popolazione non sta nella ricerca di idee geniali dell’ultima ora per attrarre persone nuove o nell’invenzione di fantasiose politiche famigliari. La risposta deve essere una sola: supportare le aziende del nostro Paese affinché possano iniziare un processo di cambiamento epocale. Dobbiamo smettere di vestire i panni della Cenerentola della Svizzera. E in questo lo Stato deve essere presente. Vanno bene gli aiuti in questo momento di difficoltà, ma la nostra società deve essere fondata su un’economia solida e florida e non su un’economia di sostegno di breve periodo o peggio ancora assistenzialista. Questo significa che gli aiuti devono diventare forme di sostegno alla transizione, al cambiamento, di messa in rete delle attività, di riqualifica e formazione, di partnership pubblico-privato nei settori innovativi. Dobbiamo superare quelli che una volta sono stati i nostri vantaggi competitivi come la vicinanza territoriale all’Italia e la possibilità di attingere a manodopera qualificata a costo più basso. Questo ci ha portati a sviluppare un’economia intensiva di lavoro sacrificando l’innovazione. Ora dobbiamo lavorare per avere un’economia che consenta finalmente ai nostri e alle nostre giovani di trovare lavori qualificati con stipendi dignitosi che tengano conto delle loro competenze. Dobbiamo permettere ai nostri figli e alle nostre figlie di poter vivere del proprio lavoro nel proprio Cantone. Lo Stato c’è e deve esserci sempre per sostenere i suoi cittadini e le sue cittadine, ma non deve diventare l’alternativa a un’economia sana.” Tratto da “Corriere del Ticino” – 12.02.2021
La versione audio: Il Ticino cresce, ma troppo poco