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L’illusione del sostegno duraturo

La crisi legata al Covid-19 ci ha confermato che non sempre l’economia lasciata a se stessa riesce ad andare avanti, anzi. Eppure il dibattito tra più mercato o più stato ha origini molto lontane. È solo dopo la grande crisi del 29 e le due guerre mondiali che i governi e le banche centrali hanno deciso che sarebbero dovute diventare protagoniste anche nella vita economica dei paesi. In effetti, il loro intervento ha permesso di ridurre in maniera importante l’ampiezza delle brusche variazioni nel livello di benessere tra un periodo di euforia economica e uno di crisi. Ma soprattutto ha consentito di limitare le conseguenze negative di questi sbalzi nella vita delle persone. Chi perde il lavoro o è costretto a chiudere la propria attività va incontro a difficoltà molto grandi, non solo economiche ma anche sociali. Dalle cose concrete come pagare l’ipoteca e gli studi ai figli, alla perdita di competenza fino a vere e proprie malattie.
Ed è dal dopoguerra che si alternano, almeno nelle economie avanzate, governi più interventisti a governi più liberisti. Gli anni Cinquanta hanno visto trionfare le teorie keynesiane che preconizzavano l’intervento dello Stato e che hanno portato alla nascita dei sistemi di sicurezza sociale. Gli anni Ottanta, con in prima fila i presidenti Reagan e Thatcher, il liberismo. Situazione molto diversa quella vissuta nella crisi appena trascorsa che non ha lasciato grandi libertà di scelta.
Siamo consapevoli che gli interventi dello Stato e delle banche centrali sono stati provvidenziali. Ora però si deve aprire un altro dibattito sulle conseguenze di questi ingenti interventi e soprattutto sul proseguimento delle misure.
Negli Stati Uniti, per esempio, la FED ha iniziato a rallentare la manovra di acquisto di titoli. Questo comporterà molto probabilmente un innalzamento dei tassi di interesse. Nulla di troppo problematico se in contemporanea non stessimo vivendo un possibile importante aumento dei prezzi. La domanda in espansione, l’offerta che arranca, filiere di approvvigionamento strozzate ci fanno dubitare che l’inflazione sarà così momentanea come sostengono gli esperti. E il problema non tocca solo gli Stati Uniti.
Un caso da manuale sarà la situazione italiana. I dati appena pubblicati confermano per il 2020 una riduzione del prodotto interno lordo dell’8.9%, una chiusura dei conti pubblici estremamente negativa con un rapporto deficit rispetto al PIL di ben il 9.6%, fatto questo che ha portato al 155.6% il rapporto debito/PIL. A questo già ingente debito aggiungiamo i miliardi che sono in arrivo dall’Unione Europea, ma che non dimentichiamo, non saranno gratis.

Ora una domanda sorge spontanea: fino a quando e con quanta forza ancora i governi e le banche centrali potranno intervenire a sostegno dell’economia?

Tratto da L’Osservatore del 25.09.2021

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Il neoliberismo ha distrutto l'idea di società. Ora esiste l'individuo,  circondato da “altri”

La profezia di Keynes: solo un sogno infranto?

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Oggi è il Primo Maggio. Oggi è la festa del lavoro. Mai come durante una crisi economica come quella che stiamo vivendo il tema del lavoro deve essere l’oggetto di ogni attenzione politica. Sì, perché quando l’incertezza di portare a tavola il pranzo per la famiglia diventa la realtà di molti bisogna agire. Non c’è nessuna altra priorità. Ringrazio L’Osservatore per l’editoriale del 1 maggio che mi ha consentito di trattare il tema della precarietà moderna e della tecnologia che deve tornare al servizio degli uomini e delle donne e non il contrario.


Il lavoro è una parte essenziale della vita degli uomini e delle donne. Attraverso il salario consente di vivere dignitosamente soddisfacendo i propri bisogni. Ma c’è di più: contribuisce alla realizzazione degli individui. Mai come oggi però il mondo del lavoro appare in sofferenza. O forse ci sembra così perché non abbiamo vissuto le epoche precedenti. A volte il lavoro manca. Alcuni lavori sono durissimi fisicamente. Altri sono estremamente ripetitivi. Ma a tutto questo si aggiungono altre difficoltà.
L’economista John Maynard Keynes nel 1930 prevedeva una forte riduzione del tempo di lavoro grazie allo sviluppo tecnologico. Stimava che nel 2030 sarebbero bastate 15 ore di lavoro settimanali. Keynes preconizzava l’idea di un progresso tecnologico al servizio dell’essere umano. Personalmente, credo che possa essere ancora così. Questo nonostante alcuni segnali sconfortanti. Pensiamo alla Gig economy e alle professioni legate alla digitalizzazione. La messa in rete consente l’analisi immediata tra domanda e offerta. Di per sé non c’è nulla di male in una tecnologia che riduca i costi di transazione, gli attriti del mercato, che trovi più facilmente clienti e che ottimizzi il tempo. Anzi. Peccato che una parte delle imprese trasformi i vantaggi dei collaboratori in extra-profitti fatti sulle loro spalle. Così le condizioni dell’essere “imprenditori di se stessi” nascondono coperture assicurative e previdenziali inesistenti, rischio aziendale e costi fissi sulle proprie spalle, assenza di retribuzione quando manca il lavoro. Insomma, da dipendenti precari in imprenditori precari. Non proprio una grande evoluzione.
E che dire della tecnologia che diventa la nostra controllora? Sistemi informatici stabiliscono quanto produrre in quanto tempo, programmano i nostri tempi e ritmi di lavoro e controllano quanto rendiamo. Magari ora il mio computer sta contando quante lettere scrivo al minimo o il vostro telefonino quanto tempo impiegate a leggere l’articolo.
Certo la colpa non è degli algoritmi che ottimizzano. Trovare i fattorini in maniera efficiente grazie a parametri oggettivi come la distanza, il percorso da compiere o la velocità media è solo vantaggioso. Il problema non sta nella riduzione degli errori e nell’efficienza. Il problema sta negli individui che utilizzano gli algoritmi per rendere i collaboratori schiavi del tempo. Il problema è che noi consumatori premiamo con i nostri acquisiti queste aziende.
Ma la profezia di Keynes non è per forza è svanita. Nulla ci vieta di costruire una società nuova. Una società dove la tecnologia consenta agli individui di investire anche in altre attività. Una società dove il tempo diventa al servizio degli uomini e delle donne e non il contrario.
Tratto da L’Osservatore, 1 maggio 2021

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Finanze pubbliche fuori controllo. Colpa di Keynes?

Crisi economica uguale intervento dello Stato. Quella che oggi ci sembra un’equazione scontata è frutto invece di una lunga evoluzione storica, e anche teorica. Quando John Maynard Keynes nel 1936 pubblica la “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta” ha di fronte a sé economie industriali occidentali dilaniate dalla disoccupazione e dalla sottoutilizzazione dei macchinari.
La teoria marginalista, che andava per la maggiore in quel periodo, sosteneva due concetti fondamentali: l’importanza della produzione e il raggiungimento automatico dell’equilibrio economico in tutti i mercati. Keynes li stravolgerà entrambi.
Ma vediamo che cosa sostenevano. Primo: si dava un’attenzione esclusiva all’offerta. Se noi produciamo dei beni dovremo pagare dei lavoratori che a loro volta compreranno con i salari quanto prodotto. Concetto abbastanza semplice, ma che non ha retto al confronto con la realtà degli anni ’30. Così come non ha retto l’idea che la disoccupazione si sarebbe risolta da sola portando il sistema in equilibrio. Il meccanismo è abbastanza intuitivo: se le risorse degli imprenditori sono limitate, nessun problema. La disoccupazione in eccesso porterà a un abbassamento dei salari cosicché gli imprenditori potranno assumere i lavoratori in esubero. Anche in questo caso, problema risolto. Peccato che aprendo la finestra lo scenario che si aveva davanti era quello di un tasso di disoccupazione elevato persistente e di macchinari inutilizzati.
E qui arriva il genio di Keynes che rivoluzionerà il pensiero economico. Innanzitutto l’economista sostiene che i sistemi economici debbano essere analizzati attraverso le variabili aggregate, come la produzione nazionale, l’occupazione totale, il livello dei prezzi generale. In particolare poi l’attenzione deve essere messa sulla domanda aggregata, che altro non è che quello che consumano le famiglie, che investono le aziende, che spende lo Stato e che si esporta all’estero. Ma non è tanto questa la rivoluzione, quanto quella di invertire il pensiero: non vendiamo tutto quello che produciamo, ma, al contrario, produciamo solo quello che vendiamo. E se immaginiamo di vendere poco, allora produrremo poco e questo causerà licenziamenti. Quando si verifica una situazione di disoccupazione siamo in presenza di una domanda che non è abbastanza grande rispetto all’offerta che garantisce il pieno impiego.
Ma Keynes si spinge oltre. Dimostra che in presenza di questo genere di crisi economica e di questa specifica disoccupazione, solamente un agente può intervenire per aumentare la domanda e quindi la produzione e quindi l’occupazione: questo agente è lo Stato. In effetti, se ci pensiamo, non possiamo obbligare i consumatori a comperare più prodotti come non possiamo obbligare gli imprenditori ad aumentare gli investimenti e, men che meno, abbiamo un potere sulla domanda dell’estero. Insomma solamente lo Stato in maniera diretta attraverso la politica fiscale o indiretta attraverso la politica monetaria può far aumentare la domanda.
Ma la grande accettazione della teoria di Keynes passa anche attraverso un punto che spesso viene sottovalutato: l’intervento dello Stato deve essere limitato esclusivamente ai momenti di crisi. E anche in questi momenti deve essere concessa la massima libertà ai consumatori e agli imprenditori. Keynes è un sostenitore di un capitalismo “saggio” e di un intervento dello Stato mirato.
E allora com’è possibile che le teorie keynesiane abbiano portato a una spesa pubblica fuori controllo? Purtroppo come spesso accade, prendiamo solo quello che ci piace. E così nel corso dei decenni la classe politica ha preferito non applicare la parte della teoria di Keynes che prescrive che nei momenti di crescita economica lo Stato debba ridurre la sua spesa pubblica e addirittura aumentare le entrate fiscali. Ma come dargli torto? Ve lo immaginate il successo elettorale di un politico che con tono fiero dichiara “Cittadine, cittadini sono veramente felice dell’ottimo momento economico che stiamo vivendo. Per questo abbiamo deciso di ridurvi i sussidi e nel contempo di aumentarvi le tasse.”

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Il Fondo Monetario vuole aumentare le tasse. Ma è davvero la soluzione?

Questa mattina sono stata interpellata da Radio 3i, che ringrazio, per commentare la notizia che il Fondo Monetario Internazionale (FMI) propone l’aumento delle tasse.
Il Fondo Monetario Internazionale è nato, insieme alla Banca Mondiale, nel 1944 durante la famosa conferenza di Bretton Woods. A questo incontro voluto per stabilizzare il sistema monetario internazionale ed evitare nuove svalutazioni competitive che avrebbero danneggiato l’economia mondiale parteciparono 44 Paesi (oggi conta 190 membri). Le soluzioni proposte furono due. Da una parte quella inglese dell’economista John Maynard Keynes (di cui abbiamo scritto in passato) e dall’altra quella statunitense con l’economista Harry Dexter White. Keynes proponeva la creazione di un sistema di pagamenti internazionale e di una nuova moneta, il Bancor. White invece suggeriva l’istituzione di un fondo di stabilizzazione finanziato dai paesi. La soluzione scelta fu molto vicina all’idea di White. Il FMI nacque quindi con l’idea di raccogliere fondi e prestarli ai paesi membri in difficoltà. Il tutto basato sull’idea di cambi fissi tra le monete nazionali che trovavano la loro base nel rapporto tra il dollaro e l’oro. Il sistema di cambi fissi finì nel 1973; da allora siamo in presenza di cambi flessibili.
Ma torniamo al suggerimento del FMI di aumentare la tassazione.
Tra le sue proposte c’è quella di ampliare la base imponibile, quindi tassando nuovi elementi, e quella consueta di tassare di più i redditi alti e i grossi patrimoni. Concretamente il FMI propone per esempio di introdurre la tassazione sulle case, sulle successioni, sulle aziende che hanno conseguito importanti utili come pure accenna a misure per impedire la “non tassazione”. In questo caso si riferisce a quelle aziende che possono “ottimizzare” la loro tassazione spostando gli utili da un paese all’altro.
Tutto ottimo sulla carta, ma attenzione. Quando si mette mano al sistema fiscale bisogna capire bene qual è l’obiettivo che si vuole raggiungere. Le misure di politica fiscale restrittiva sono molto differenti tra loro.
Farlo per sanare le finanze pubbliche è ben diverso che farlo per ridurre le disuguaglianze. Mi spiego meglio. Alcuni paesi, e sottolineo solo alcuni paesi, necessiteranno di riportare i conti pubblici in equilibrio. Per questo tipo di intervento nulla vieta l’introduzione tra qualche anno, ma solo tra qualche anno, di una sorta di contributo di solidarietà da prelevare ai cittadini e alle aziende più benestanti. Sarebbe corretto attendere qualche anno che la situazione economica si stabilizzi per non comprometterla.
Se invece, come pare dall’annuncio del Fondo Monetario Internazionale, si vuole agire sulla disuguaglianza allora la misura non mi trova per nulla concorde. Questo è solo un cerotto temporaneo. Il difetto sta nel manico dei nostri sistemi economici. Dobbiamo agire là, alla base, dove si generano le disuguaglianze. Questo può essere fatto solo attraverso la regolamentazione. Bisogna agire sui meccanismi che permettono di accumulare costantemente ingenti patrimoni o di ottenere retribuzioni sproporzionate. Pensiamo alle grosse aziende, alle banche, ai Paperon de’ Paperoni che grazie ai loro grandi patrimoni possono fare investimenti che li accrescono all’infinito. O pensiamo alle folli retribuzioni che ricevono i manager sotto forma di bonus. Oppure ancora pensiamo ai milioni di transazioni che avvengono ogni secondo sui mercati finanziari e che consentono rendimenti molto elevati data la quantità investita. E che dire dei paradisi fiscali che permettono alle aziende di spostare gli utili dove non sono tassati?
Ecco, sono questi i punti dolenti dei nostri sistemi economici. Le lacune che consentono disuguaglianze inaccettabili. Ma le soluzioni richiedono regolamentazioni coraggiose e non solo tasse più alte che andrebbero sì a riempire le casse statali, ma senza risolvere il problema.

La versione audio: Il Fondo Monetario vuole aumentare le tasse. Ma è davvero la soluzione?
Fonte: https://bit.ly/3fTHeJm
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Che cosa hanno in comune Keynes e la Covid-19? L’incertezza

Questa mattina sono stata ospite della trasmissione Millevoci di Rete Uno (sotto il link). Abbiamo parlato di certezze in ambito economico, psicologico e artistico.
Da un punto di vista economico una delle più grandi rivoluzioni del pensiero è stata proprio quella di riconoscere l’esistenza dell’incertezza. Keynes ha portato un cambiamento epocale. Fino a quel momento la teoria dominante, definita neoclassica, riteneva che tutte le dinamiche economiche lasciate a loro stesse avrebbero condotto a un equilibrio. Questo significava che il mercato da solo avrebbe trovato la corretta allocazione dei fattori. L’equilibrio automatico valeva per il mercato dei beni, della moneta, dei servizi e anche per quello del lavoro. Il fattore che consentiva di giungere all’incrocio perfetto tra domanda e offerta era il prezzo. Keynes stravolge il pensiero sostenendo che nella realtà il contesto in cui gli agenti economici prendono decisioni è l’incertezza. Anche se sembra una banalità, questa considerazione ha un impatto devastante sulla teoria economica neoclassica mettendo in dubbio la natura stessa dell’economia. Per Keynes l’economia è una disciplina sociale e non una scienza esatta. E deve essere trattata così. Questo implica che non esistono leggi universali né soluzioni univoche, anzi.
Quali possono essere le implicazioni economiche di questa incertezza? I consumatori se non hanno fiducia non usano il reddito e consumano meno diminuendo la domanda aggregata. In risposta la produzione diminuisce. Le aziende smettono di investire. Così si presenta lo squilibrio tra domanda e offerta potenziale (che è quella che garantisce la piena occupazione delle persone e dei macchinari). Questo significa che siamo in presenza di disoccupazione. Keynes nella sua teoria mostra perché non esista nessun automatismo che riporti il sistema in equilibrio. Anche perché l’equilibrio sul mercato del lavoro dovrebbe passare dalla riduzione dei salari che consentirebbe di aumentare il numero di occupati. Al contrario, Keynes sostiene che in queste circostanze l’unica possibilità di aiutare l’economia a riprendersi e tornare a viaggiare sulle proprie gambe è l’intervento dello Stato. Cosa accomuna questa teoria con la realtà che stiamo vivendo ora?
Le previsioni economiche appena pubblicate dalla Segreteria di Stato dell’Economia (SECO) prevedono quest’anno un aumento del Prodotto Interno Lordo del 3% (PIL). Dai dati emergerebbe una crescita generalizzata dei consumi privati (+3.7%), della spesa pubblica (+4.2%), degli investimenti (soprattutto in macchinari, +4%) e delle esportazioni (da segnalare il +13.9% di quelle dei servizi). La conseguenza sarebbe la creazione di qualche impiego in più e un aumento contenuto della disoccupazione a un tasso del 3.3%.
Guardando questi dati capiamo subito che lo Stato sta rispondendo all’incertezza e alla crisi sostenendo l’economia, ossia facendo proprio quanto prescritto da Keynes. Probabilmente sarà necessario un sostegno ancora più grande, perché questi dati positivi si fondano su tanti “se”. Affinché le cose procedano in questa direzione non ci dovranno essere nuove chiusure a livello nazionale e internazionale, la campagna di vaccinazione non dovrà subire ulteriori ritardi e le varianti non dovranno creare nuovi focolai.
Insomma, esattamente come diceva Keynes, l’incertezza è il contesto in cui gli agenti economici devono prendere decisioni. E lo Stato ha tutte le possibilità di farlo bene.

La versione audio: Che cosa hanno in comune Keynes e la Covid-19? L’incertezza
Millevoci – Rete Uno – RSI – 18.03.2021
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Previsioni economiche come l’oroscopo?

Che cosa hanno in comune le previsioni economiche e l’oroscopo? Diciamo che le seconde sono sicuramente più lette. Scherzi a parte, alzi la mano chi di noi non è andato a sbriciare che cosa prevedono le stelle per quest’anno. La mia riflessione prende spunto da una discussione avuta con alcuni amici che si interrogavano sulla scientificità degli oroscopi. Da parte mia, da buona economista non convenzionale, mi sono interrogata sulla scientificità dell’economia. In realtà il dibattito sull’essere o meno una scienza è vecchio quanto l’economia stessa. Galbraith che è stato grande economista controcorrente diceva che “l’unica funzione delle previsioni economiche è di far sembrare rispettabile l’astrologia”. Una provocazione certo, ma che ha importanti fondamenta.
Guardiamo a quanto accaduto quest’anno. Gli economisti proprio non ci hanno preso. Certo era impossibile prevedere la comparsa di un virus che avrebbe bloccato il mondo intero, limitato la libertà individuale e fermato tutte le attività economiche. E di questo teniamo conto. Ma anche dopo marzo del 2020, le previsioni degli esperti si sono cautelativamente tutelate dietro una parola ricorrente: l’incertezza.
In effetti, se torniamo indietro e prendiamo le previsioni di fine 2019 ci rendiamo conto di quanto la realtà si sia allontanata dall’ “oroscopo economico”. In Svizzera per esempio siamo passati da una crescita stimata in dicembre 2019, dell’1.7% a una decrescita stimata nel corso del 2020 prima dell’1.5%, poi del 6.7%, passando al 3.8% e ora si parla di un 3.3%. E mentre i dati del 2020 andavano consolidandosi e quindi le previsioni si trasformavano in dati effettivi, non si poteva dire che il valzer delle cifre per l’anno 2021 si stava attenuando. Che dire della seconda ondata? Era prevista da tutto il mondo, ma no i nostri economisti probabilmente non l’hanno considerata. Così al 15 dicembre 2020 la segreteria di Stato dell’economia prevede una crescita del PIL per il 2021 di solo il 3%, crescita che era stimata in aprile al 5.2%.
Come detto il rapporto tra scientificità ed economia è antico. Spesso purtroppo l’economia dimentica che la finalità di una scienza non è solo quella della previsione, ma altrettanto valore hanno la descrizione e la spiegazione. Privilegiarne una a svantaggio delle altre due, rende la ricerca scientifica incompleta e destinata al fallimento.
Così l’economia ogni tanto dimentica che alla base dei suoi modelli c’è l’essere umano e soprattutto che l’essere umano non è l’homo economicus che tanto serve nei modelli. Certo qualche individuo è sempre razionale, egoista e persegue solo il suo interesse personale, ma non tutti siamo fatti così.
Oggi l’economia comportamentale sta cercando di correggere il tiro eppure le teorie economiche da sempre sono piene di concetti e meccanismi che sfuggono alla scienza. Pensiamo ad esempio alla famosa mano invisibile di Smith: questa idea (a onor del vero assolutamente strumentalizzata rispetto a quanto scritto dall’autore) è stata per secoli la giustificazione all’equilibrio di mercato. Il meccanismo che proponeva Smith è che l’utilità porta alcuni uomini, ma solo alcuni, a creare, innovare, diventare imprenditori e quindi a produrre più del loro bisogno. E qui interviene una mano invisibile che assicura l’utilità per un grande numero e la ridistribuzione di questo surplus.
O ancora, pensate all’animal spirits di Keynes. Gli spiriti animali erano definite come emozioni istintive che guidavano il comportamento umano, soprattutto quello degli imprenditori. Quella voglia degli imprenditori di fare, nonostante i dati oggettivi scientifici spingerebbero al non fare. Insomma razionale contro irrazionale.
Pensatori del passato? Beh, mica tanto. Pensate al ruolo che giocano oggi le aspettative. Prendiamo il valore delle azioni: se ci aspettiamo che gli affari per un’azienda andranno male, saremo portati a vendere le nostre azioni, causando di fatto noi stessi il peggioramento della situazione di questa azienda. O ancora a quanto le aspettative siano importanti per conseguire gli obiettivi fissati dalle politiche economiche. Quando la Banca Nazionale Svizzera ha annunciato che avrebbe fissato una soglia minimo al tasso di cambio con il franco svizzero, sperava che solo l’annuncio avrebbe portato alla modifica del comportamento degli agenti economici interrompendo la speculazione. O un ultimo esempio proprio di qualche giorno fa: la presidentessa della Banca Centrale Europea Christine Lagarde è apparsa piuttosto scettica sulla ripresa economica a breve termine. La reazione dei mercati è stata negativa. Quindi la solo ipotesi che le cose potrebbero andare male ha fatto sì che le cose quel giorno andassero male.
Certo, il discorso rigoroso e scientifico non va fatto in questa maniera; quello che si vuole fare qui è solo rendere attenti del fatto che spesso le previsioni economiche sono da considerare come quelle astrologiche. Quindi a voi di crederci o meno. (Sintesi del video sotto)

La versione audio: Previsioni economiche come l’oroscopo?
Pubblicato da Ticinotoday

Il debito pubblico fa paura?

La crisi sanitaria del COVID-19 sta causando una gravissima crisi economica. Gli Stati limitano i danni aiutando le aziende e le persone. Ma questo ha un costo: deficit e debito pubblico aumenteranno. Dobbiamo avere paura del debito pubblico? Fino a che punto le politiche fiscali e quelle monetarie possono impedire licenziamenti, povertà e aumento delle disuguaglianze? E se è vero che il debito pubblico non dovrà per forza essere pagato, perché ce ne preoccupiamo così tanto? Dieci minuti per avere queste e tante altre risposte.