La profezia di Keynes: solo un sogno infranto?

Oggi è il Primo Maggio. Oggi è la festa del lavoro. Mai come durante una crisi economica come quella che stiamo vivendo il tema del lavoro deve essere l’oggetto di ogni attenzione politica. Sì, perché quando l’incertezza di portare a tavola il pranzo per la famiglia diventa la realtà di molti bisogna agire. Non c’è nessuna altra priorità. Ringrazio L’Osservatore per l’editoriale del 1 maggio che mi ha consentito di trattare il tema della precarietà moderna e della tecnologia che deve tornare al servizio degli uomini e delle donne e non il contrario.


Il lavoro è una parte essenziale della vita degli uomini e delle donne. Attraverso il salario consente di vivere dignitosamente soddisfacendo i propri bisogni. Ma c’è di più: contribuisce alla realizzazione degli individui. Mai come oggi però il mondo del lavoro appare in sofferenza. O forse ci sembra così perché non abbiamo vissuto le epoche precedenti. A volte il lavoro manca. Alcuni lavori sono durissimi fisicamente. Altri sono estremamente ripetitivi. Ma a tutto questo si aggiungono altre difficoltà.
L’economista John Maynard Keynes nel 1930 prevedeva una forte riduzione del tempo di lavoro grazie allo sviluppo tecnologico. Stimava che nel 2030 sarebbero bastate 15 ore di lavoro settimanali. Keynes preconizzava l’idea di un progresso tecnologico al servizio dell’essere umano. Personalmente, credo che possa essere ancora così. Questo nonostante alcuni segnali sconfortanti. Pensiamo alla Gig economy e alle professioni legate alla digitalizzazione. La messa in rete consente l’analisi immediata tra domanda e offerta. Di per sé non c’è nulla di male in una tecnologia che riduca i costi di transazione, gli attriti del mercato, che trovi più facilmente clienti e che ottimizzi il tempo. Anzi. Peccato che una parte delle imprese trasformi i vantaggi dei collaboratori in extra-profitti fatti sulle loro spalle. Così le condizioni dell’essere “imprenditori di se stessi” nascondono coperture assicurative e previdenziali inesistenti, rischio aziendale e costi fissi sulle proprie spalle, assenza di retribuzione quando manca il lavoro. Insomma, da dipendenti precari in imprenditori precari. Non proprio una grande evoluzione.
E che dire della tecnologia che diventa la nostra controllora? Sistemi informatici stabiliscono quanto produrre in quanto tempo, programmano i nostri tempi e ritmi di lavoro e controllano quanto rendiamo. Magari ora il mio computer sta contando quante lettere scrivo al minimo o il vostro telefonino quanto tempo impiegate a leggere l’articolo.
Certo la colpa non è degli algoritmi che ottimizzano. Trovare i fattorini in maniera efficiente grazie a parametri oggettivi come la distanza, il percorso da compiere o la velocità media è solo vantaggioso. Il problema non sta nella riduzione degli errori e nell’efficienza. Il problema sta negli individui che utilizzano gli algoritmi per rendere i collaboratori schiavi del tempo. Il problema è che noi consumatori premiamo con i nostri acquisiti queste aziende.
Ma la profezia di Keynes non è per forza è svanita. Nulla ci vieta di costruire una società nuova. Una società dove la tecnologia consenta agli individui di investire anche in altre attività. Una società dove il tempo diventa al servizio degli uomini e delle donne e non il contrario.
Tratto da L’Osservatore, 1 maggio 2021

La versione audio: La profezia di Keynes: solo un sogno infranto?

4 pensieri riguardo “La profezia di Keynes: solo un sogno infranto?

  1. Cara Amalia, interessanti riflessioni come sempre.
    Bisogna che ci si distanzi dal modello consumistico a favore di un modello che metta al centro la qualità di vita in senso ampio, dall’ambiente, al territorio, alle condizioni di lavoro, ai rapporti sociali.

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  2. Per un paio di miliardi di esseri umani il lavoro è, letteralmente, una maledizione biblica…
    Il lavoro come è concepito oggi è una novità vecchia di meno di tre secoli, con tutto quanto ne consegue. La produttività del lavoro si è moltiplicata di un fattore (100? di meno? di più?) grazie alla tecnologia. Ci si potrebbe aspettare che, per ottenere lo stesso numero di prodotti, il tempo di lavoro dovrebbe ridursi dello stesso fattore, almeno là dove è possibile (non si può ridurre di 100 volte il tempo di maturazione di un pomodoro). In sostanza, Keynes è stato pessimista. Tassare i robot e dare un salario a chi è stato sostituito? Non l’ha detto il vescovo che la realizzazione degli individui debba passare dal lavoro: si può immaginare un modo di vivere dove la realizzazione avviene diversamente. Utopia? Perché no, quante cose oggi date per scontate erano utopie.

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    1. Caro Giorgio, credo che in parte la realizzazione dell’individuo passi anche dal lavoro. Ma nulla vieta , anzi, che nel tempo si modifichino le fonti di finanziamento dei nostri sistemi. Non credo si possa giungere a una tassazione solo del capitale, ma credo che gli equilibri nel mondo del lavoro possano essere notevolmente migliorati. Una buona domenica, Amalia

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