Un nuovo lockdown è sostenibile?

Nel video pubblicato da Ticinotoday che trovate qui sotto mi esprimo sulla sostenibilità, non solo economica, di un possibile secondo confinamento generalizzato. Personalmente ritengo che non esistano attività economiche essenziali e attività non essenziali, sia per l’imprenditore che per il consumatore. Tutto ciò che l’individuo decide di fare è essenziale e ancora prima che essere un’attività economica, è un’attività umana. La società è fatta di tanti individui diversi e la ricchezza delle nostre economie e società sviluppate è proprio quella di rispettare questa diversità e non imporre nessun modello né di vita, né di consumo.
Detto questo, la pandemia che stiamo vivendo è senza dubbio un evento eccezionale. E necessita quindi di risposte eccezionali.
In questi giorni sono molte le sollecitazioni che riceviamo e che ci interrogano sulla sostenibilità economica per la Svizzera di una seconda chiusura generalizzata. Ma prima di interrogarsi sulla sostenibilità economica, il dibattitto dovrebbe preoccuparsi dell’efficacia delle misure proposte e delle conseguenze sugli individui. Nei momenti di tranquillità si vive nella valorizzazione e nel rispetto della diversità; nei momenti di incertezza, come quello odierno, possono invece alimentarsi tensioni e conflitti. Purtroppo è quello che sta succedendo in questa seconda ondata e le scelte politiche anziché gettare acqua sul fuoco, gettano benzina. Pensate alla situazione vissuta da chi il giorno dopo l’annuncio di un possibile prolungamento della chiusura delle attività legate al tempo libero, andando al lavoro o a scuola ha preso i mezzi pubblici stracolmi di persone che respirano una addosso all’altra. Orbene, anche i cittadini e le cittadine più rispettose delle istituzioni e delle regole in questo momento si sentono spaesate. A questo sconforto aggiungiamo quello dei proprietari delle attività che sono state chiuse e che non trovano rassicurazione da parte dello Stato.
Come detto da tutti, se secondo confinamento deve essere, che lo sia. Ma ora non tentenniamo più: il prezzo da pagare per questa crisi sanitaria sarà molto alto anche dal punto vista economico.
In tutto questo contesto, la Svizzera è una delle poche Nazioni che può permettersi senza paura di sostenere l’economia. La nostra economia è solida, le finanze pubbliche sono sane, i tassi di disoccupazione sono tra i più bassi al mondo e, c’è stabilità dei prezzi, quindi il contesto macroeconomico è sicuramente tra i più favorevoli al mondo.
Detto questo le politiche fiscali devono essere assolutamente mirate e indirizzate ai settori che ne hanno bisogno e all’interno di questi settori alle aziende maggiormente colpite. E andrei anche oltre. Gli aiuti dovrebbero essere pensati in funzione delle regioni: il contesto economico ticinese non è come quello di Zurigo. Le aziende ticinesi non sono come quelle zurighesi. Insistiamo, gli aiuti devono essere poco burocratici, rapidi ed efficaci. I ristoranti devono pagare adesso gli affitti, le palestre devono versare ora le rate dei macchinari comperati in leasing, le agenzie di viaggio stanno sopravvivendo da oramai un anno.
Certo, alcuni sostengono che così facendo teniamo in piedi le cosiddette aziende zombie, ossia le aziende che sarebbero fallite o fallirebbero nei prossimi mesi. Vero, ma la mia riflessione è questa: davvero nel pieno di una crisi economica mondiale possiamo permetterci il lusso di fare i puristi e i difensori dell’efficienza economica e del libero mercato? Io non credo. Credo al contrario che dovremmo essere più coraggiosi e infondere serenità ai cittadini e alle imprese.
Concludiamo con una riflessione: se le risorse per fare un secondo lockdown ci sono, quello che pare mancare ora è la convinzione dei cittadini sulla necessità di farlo.

Le risorse economiche per sostenere un secondo lockdown ci sono. Quello che forse manca è la convinzione dei cittadini…
La versione audio del video: La sostenibilità di un secondo lockdown

La disoccupazione dopata

I dati della disoccupazione pubblicati dalla Segreteria di Stato dell’Economia (SECO) confermano la tendenza degli ultimi mesi. Nel mese di dicembre in Svizzera si contano oltre 163 mila persone disoccupate registrate negli uffici regionali di collocamento (3.5%), 10 mila in più del mese di novembre. In Ticino (3.8%), quasi 6’500 persone erano disoccupate, cresciute di oltre 300 unità. Su base annuale, rispetto al mese di dicembre dell’anno scorso, in Svizzera si registrano quasi 50’000 persone in più disoccupate e a livello ticinese oltre 800 in più.
Questi dati confermano che gli effetti sul mercato del lavoro della crisi del COVID-19 ancora non si vedono. Già in condizioni normali, c’è un certo ritardo temporale tra la riduzione della produzione di beni e servizi e i veri e propri licenziamenti. Questo capita principalmente perché le aziende necessitano di una stabilità e continuità nei collaboratori oltre al fatto che la ricerca e la formazione del personale rappresentano un costo. Per queste ragioni le imprese cercano di evitare al più possibile licenziamenti. In questo periodo particolare a queste riflessioni generiche si aggiunge l’effetto delle misure di sostegno messe in atto per contrastare la crisi, in particolare l’ampliamento delle indennità a orario ridotto. E in effetti, guardando a quanto accaduto sul fronte di questi aiuti, vediamo che nel mese di febbraio le persone che usufruivano dell’orario ridotto erano 5 mila, aumentate a 1 milione in marzo e a ben 1.3 milioni in aprile. Il numero è rientrato nei mesi successivi per poi aumentare nuovamente: in novembre ancora prima delle chiusure di alcuni settori, c’erano già annunciate 650 mila persone.
Accanto ai dati della disoccupazione altri indicatori mostrano campanelli di allarme. Nel caso del Cantone Ticino per esempio sappiamo che le nostre aziende hanno ricorso maggiormente ai crediti COVID-19 e hanno utilizzato mediamente molto di più l’orario ridotto. Oltre a ciò il mercato del lavoro del Cantone Ticino è più fragile: posti di lavoro precari, temporanei o a tempi parziale che magari non danno diritto alle indennità di disoccupazione e quindi spariscono nelle statistiche. Pensiamo alle donne, prime vittime in caso di crisi economica. I posti di lavoro precari, meno qualificati con salari più bassi spariscono per primi. Non a caso in Ticino tra luglio e settembre dell’anno scorso abbiamo perso 4’000 occupate.
In aggiunta, dobbiamo considerare la valvola di sfogo del frontalierato che rappresenta per noi oltre il 30% dell’occupazione. In questo casi spariscono gli addetti, ma non aumenta la disoccupazione.
Ma non finisce qui. Da alcune analisi abbiamo anche letto che la creazione di aziende è stata mediamente inferiore rispetto a quanto avvenuto a livello svizzero.
Per finire, ed è questo quello di cui dovremo preoccuparci, sono le prospettive economiche future: il settore industriale legato alle attività manifatturiere non avrebbe ordini a sufficienza; le transazioni immobiliari e le domande di costruzione non farebbero dormire sonni tranquilli al settore specifico; anche il settore bancario sta rivedendo al ribasso le sue prospettive. E che dire del commercio e del turismo? Evidentemente questi settori sono tra i primi a essere toccati dalle misure di contenimento e nel caso del turismo, addirittura già toccato.
Ecco perché si necessita di un piano d’azione economica programmato e non improvvisato.

A complemento le considerazioni fatte sul tema durante la puntata di Modem (Rete Uno – RSI) dell’08.01.2021

Intervento tratto da Modem – Rete Uno- 08.01.2021
La versione audio: La disoccupazione dopata
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La Svizzera può permettersi una seconda chiusura generalizzata?

“La Svizzera è una delle Nazioni che può affrontare con maggior tranquillità l’idea di una nuova chiusura generalizzata; la nostra economia è solida, le finanze pubbliche sono sane, abbiamo tassi di disoccupazione tra i più bassi al mondo e stabilità dei prezzi. Questo fa sì che ci siano tutte le condizioni quadro per affrontare questa situazione cercando di tranquillizzare i cittadini e le attività economiche. L’ampliamento e il prolungamento delle misure legate all’orario ridotto come pure l’elargizione dei crediti garantiti dallo Stato sono misure ottime come prima risposta. Oggi dobbiamo pensare, anzi avremmo già dovuto pensare a mettere in atto degli strumenti poco burocratici, rapidi, ben indirizzati e coraggiosi. Pensiamo ai casi di rigore, si parla di un risarcimento del 10% della cifra d’affari, mentre altri Paesi, ad esempio la Germania, arriva al 70-80%. O ancora pensiamo a misure di contributi cosiddetti a fondo perso (che se salvano posti di lavoro non sono mai a fondo perso) proporzionali al numero di addetti. A questo stadio dovremmo tuttavia essere già in una fase di una riflessione più ampia in cui questi aiuti sono tramutati in sostegno a cambiamenti strutturali di queste aziende per renderle effettivamente competitive e al passo con i tempi” Tratto da intervista per Radio 3i, 07.01.2021

Approfondiremo il tema nei prossimi giorni.

Estratto intervista Radio 3i – 07.01.2021
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L’anno che sta arrivando… tra un anno passerà

Prima di gettarci nel nuovo anno e nei nuovi avvenimenti economici che ci accompagneranno, facciamo una brevissima carrellata sugli ultimi fatti del 2020.
Negli ultimi giorni ci hanno comunicato che la Banca Nazionale Svizzera (BNS) nel III trimestre del 2020 ha comperato “solo” 11 miliardi di franchi in divise. Questa manovra serve a contenere l’apprezzamento del franco svizzero. Strategia, questa, che la BNS ha messo in atto già nei primi 6 mesi dell’anno, comperando ben 90 miliardi di franchi in divise. Per avere un termine di paragone, il record nell’acquisto, era nel 2015 e ammontava per l’intero anno a 86.1 miliardi di franchi. Quindi, record superato.
Sempre sul fronte nazionale, la borsa svizzera ha dichiarato attraverso il suo responsabile di voler rimanere indipendente dando anche ad intendere che la strategia di acquisizione di altre attività europee iniziata nel corso di quest’anno potrebbe proseguire. Questo in virtù del fatto che “più grande è la dimensione di una borsa, tanto più conta il suo parere” a livello decisionale. Speriamo anche in questo caso che non si faccia il passo più lungo della gamba.
Le prime analisi di chiusura dell’anno fatte da startups.ch dicono che in apparenza, un po’ paradossalmente, nel 2020 sono state create 46’842 nuove imprese, con una crescita del 5% rispetto all’anno prima. I settori più attivi imprenditorialmente risultano quelli legati al commercio online, al settore sanitario e informatico; in ragionevole calo le attività legate al turismo e al tempo libero. Tuttavia, la geografia delle “neo-nate” imprese (che non me ne si voglia vedremo quanto vivranno) è molto diversa: lo spirito imprenditoriale pare molto sviluppato nella Svizzera nordoccidentale, in quella centrale, in quella orientale e a Zurigo. Trend contrario in Romandia dove si segnala un calo del 4% e in Ticino dove il calo è stato addirittura del 16%. Facile, vedere subito una correlazione con le regioni che hanno vissuto in maniera più drammatica gli effetti del Covid-19. Nonostante questo entusiasmo finiamo dicendo che sempre secondo i dati di questa piattaforma il 2020 è stato caratterizzato da quasi 2’500 fallimenti, l’88% in più rispetto al 2019.
A questa notizia possiamo legare la valutazione fatta da JP Morgan che ritiene ci sarà un importante aumento di acquisizioni e fusioni nel 2021 in risposta alla crisi pandemica e alla necessità da una parte di aumentare gli introiti dall’altra di ridurre i costi.
Sul fronte internazionale segnaliamo la firma del presidente Trump al pacchetto di aiuti economici da 900 miliardi di dollari voluto per dare sostegno alle famiglie e alle imprese toccate dalla crisi del Covid-19. Il provvedimento, che si basa su un sistema di sicurezza sociale molto diverso dal nostro, concerne i sussidi ai disoccupati, gli aiuti contro gli sfratti e il pagamento degli affitti, i sussidi per le aziende, come anche per ristoranti, hotel, compagnie aree, oltre a fondi per la distribuzione del vaccino.
Altra notizia legata agli Stati Uniti è quella di escludere tre aziende di telecomunicazione cinesi da Wall Street, Borsa di New York. Questa decisione dipende dal decreto voluto da Trump che prescrive il divieto di investimenti americani in aziende vicine all’esercito cinese. Il paradosso sta nel fatto che nell’ultimo decennio proprio la Borsa americana abbia cercato in tutte le maniere di convincere aziende cinesi a quotarsi sul loro listino.
E infine, notizia di pochi minuti fa il Bitcoin (tema già discusso in questo blog) ha superato i 30 mila dollari di valore: un bell’inizio dell’anno per chi li ha comperati… Insomma, come sempre in economia, c’è chi guadagna e chi perde… speriamo che prima o poi sarà la maggioranza a vincere…

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Patrimoni miliardari immuni dal Covid-19

Il Bloomberg Billionaires Index fornisce una classifica aggiornata quotidianamente delle persone più ricche al mondo. Per ogni miliardario dà la composizione del suo patrimonio. Certo è lo stesso esercizio che facciamo anche noi quando compiliamo la dichiarazione delle imposte e dobbiamo stimare la nostra sostanza. Ma se andate a spulciare uno dei tanti profili dei miliardari vi renderete conto che c’è una bella differenza tra i nostri patrimoni e i loro. Partecipazioni in società quotate in borsa, sconti da applicare in funzione dei rischi legati ai Paesi in cui si detengono partecipazioni pubbliche, valutazioni degli hedge fund, stima della liquidità; insomma deve essere proprio difficile capire quanto si è ricchi quando si è veramente ricchi.
Una cosa però è certa. Anche il COVID-19 colpisce in maniera diversa le classi sociali. Mentre milioni di persone hanno perso il lavoro e stanno chiudendo le loro attività a causa della pandemia, possiamo tirare un sospiro di sollievo perché i 500 miliardari più ricchi della terra hanno visto il loro patrimonio aumentare anche quest’anno. E pensare che subito dopo il primo lockdown mondiale eravamo preoccupati per la loro sorte, dato che i loro patrimoni avevano mostrato perdite importanti.
La notizia bizzarra è che addirittura sono i miliardari cinesi (Wuhan vi ricorda qualcosa?) ad aver visto la loro ricchezza aumentare di più: in effetti, essa è cresciuta quasi del 54%. Saremmo tentati di pensare a uno strano scherzo del destino se non fosse che anche negli anni passati la Cina ha mostrato crescite impressionanti. Non dimentichiamo che proprio studi recenti affermano che la Cina diventerà la prima potenza mondiale scavalcando gli Stati Uniti in anticipo rispetto a quanto previsto.
Ma non preoccupiamoci troppo dei miliardari statunitensi: anche loro hanno visto aumentare la loro ricchezza di oltre il 25%, un po’ di più dei “cugini” inglesi. In Europa, dove la ricchezza è aumentata mediamente “solo” del 15%, c’è anche chi si è impoverito: i miliardari spagnoli (quasi del -12%) e quelli ciprioti (-8%).
Naturalmente la ricchezza dipende dalla performance dei diversi settori economici: i servizi, la sanità, le tecnologie hanno registrato guadagni superiori al 50%, le materie prime “solo” del 32% e i settori industriali del 26%.
Ma com’è possibile che ci siano delle disuguaglianze così grandi? E la storia ha sempre mostrato queste differenze?
Da una parte è vero che la teoria economica ci insegna che per raggiungere lo sviluppo è necessario passare attraverso una certa concentrazione della ricchezza produttiva. Averla nelle mani di poche famiglie consente di accumulare macchinari e mezzi per produrre. Oggi però la situazione che viviamo è ben diversa.
Le differenze e le disuguaglianze stanno diventando insostenibili. Oltre a creare tensioni importanti tra le classi sociali, esse non sono più ritenute necessarie allo sviluppo economico, anzi.
A onor del vero, dall’inizio del XX secolo l’intervento dello Stato, le imposte progressive, l’istruzione pubblica e la maggiore solidarietà hanno ridotto le disuguaglianze. Queste politiche hanno portato nel 1980 in Europa il 10% più ricco a possedere circa il 40-50% del patrimonio. Purtroppo questo trend positivo si è arrestato attorno agli anni Ottanta, con le politiche liberiste di deregolamentazione e globalizzazione di Ronald Reagan e Margaret Thatcher oltre a quelle della finanza internazionale.
Ora, questa nuova crisi dovrà essere l’occasione per ripensare anche alla validità delle nostre politiche fiscali e soprattutto ai meccanismi che consentono un’accumulazione eccessiva.

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Anche le Borse si ammalano di Covid-19

Abbiamo visto in questi giorni che nemmeno le borse sono immuni dal virus e dalle sue varianti, anzi. Ieri, 21 dicembre, la maggioranza dei telegiornali apriva le sue notizie dicendo che le borse europee avevano “bruciato” oltre 200 miliardi euro. Certo che letta così una notizia un po’ di paura la fa. Ma che cosa significa veramente? Come funzionano le borse? E perché sono così sensibili alla notizia di una possibile variante del Covid-19? Proviamo a capirlo.
La borsa ha origini lontanissime; si dice che già in epoca romana avvenivano compravendite tra banchieri, mercanti e uomini d’affari nelle piazze. La forma più moderna sembra però risalire al Belgio del 16 secolo. Si narra che i banchieri e i commercianti fiamminghi si riunivano per fare affari nella piazza antistante e nel palazzo dei Van der Burse, famiglia di banchieri. Il vocabolo Borsa parrebbe nascere proprio dalle tre borse dello stemma di questa famiglia. Anche se per alcuni studiosi in realtà il cognome era la traduzione di “Della Borsa”, famiglia di ricchi mercanti veneziani.
La prima borsa moderna divenuta operativa dal 1531 nel mercato delle contrattazioni fu Anversa, seguita poi da quella di Londra, Amsterdam, Venezia,… Proprio ad Amsterdam si diffuse la compravendita di titoli che rappresentavano un credito o una merce che era in viaggio da un paese lontano. I compratori offrivano del denaro e in cambio ottenevano un documento cartaceo, la lettera, in cui vi era la promessa di trasferimento della merce o del denaro entro una certa data. Da qui, l’idea ancora moderna di acquistare titoli.
Con il tempo la borsa non solo serviva a fare compravendite di merci, ma sempre più ha iniziato a offrire alle imprese la possibilità di trovare capitali finanziari per realizzare i loro progetti. Pensate un po’: magari voi avete una bella idea imprenditoriale, ma non avete i finanziamenti. Ecco che il meccanismo della borsa vi consente di suddividere in tantissime parti la vostra azienda, vendere le azioni ad altre persone e con il ricavato realizzare i vostri progetti. È evidente che se la vostra azienda sembra avere buone possibilità di successo e quindi essere un investimento vantaggioso il suo valore aumenta e tanti vorranno comperarne un pezzettino aumentando il suo prezzo. Se invece c’è aria di crisi e c’è incertezza sui guadagni futuri dell’azienda o sulla sua sopravvivenza, le persone che hanno comperato le azioni cercheranno di venderle e questo causerà l’abbassamento del prezzo.
Ecco questo è proprio quello che è successo ieri e che è successo dall’inizio della pandemia. Date le misure di confinamento e le chiusure delle attività, ci si aspettava una riduzione importante delle cifre di affari delle aziende quotate in borsa. Così tutti i proprietari dei pezzettini di aziende hanno iniziato a vendere le loro azioni abbassandone il valore. Ma se tutti vendono si innesca una corsa al ribasso. Quindi che cosa comperare quando c’è questo tipo di crisi economica? I beni rifugio. Quindi tutti a comperare oro e metalli preziosi; ed ecco il loro prezzo salire. La notizia di ieri ha innescato lo stesso meccanismo: se fino a poche ore prima eravamo certi che il vaccino avrebbe consentito di tornare a una vita normale e consumare i beni prodotti dalle aziende, i cui utili sarebbero saliti, una nuova variante ha rigettato tutti nell’incertezza. Ecco la corsa alla vendita delle azioni e la perdita di valore delle aziende. Attenzione però, quei 200 miliardi di euro “bruciati” dalle borse sono solo in realtà la riduzione del valore delle azioni. E del valore delle azioni di chi le possiede.

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Conti pubblici malati (e non solo dal Covid-19)

Le finanze pubbliche sono messe sotto pressione e lo saranno anche nei prossimi anni a causa della pandemia. La responsabilità dei conti in rosso, tuttavia, non è solo del Covid-19; e di questo prima o poi bisognerà parlare. Aiutare le aziende e le famiglie in questo momento, ossia fare una politica fiscale espansiva, è la medicina migliore per la crisi economica. E guai a parlare di aumento delle imposte. Questo non significa però che non sarà necessario, prima o poi, mettere ordine nei conti pubblici, anzi. Di questo ho scritto sul Corriere del Ticino, che ringrazio per la pubblicazione.

I disavanzi del Cantone
Il Cantone ha aggiornato i dati delle finanze pubbliche. I conti di quest’anno chiuderanno con una perdita di quasi 250 milioni di franchi. Lo Stato spenderà molto di più di quello che incasserà. L’andamento negativo dipende principalmente dal fatto che le persone e le aziende guadagneranno molto meno e questo le porterà a pagare proporzionalmente ancor meno imposte; imposte che rappresentano la fetta più importante delle entrate dello Stato. Ecco perché di solito si auspica che l’economia sia solida e in crescita: non solo per il sistema economico, bensì ancora di più per i nostri sistemi sociali. Perché con imposte dirette progressive una crescita del 2% assicura un aumento del 3% e più al fisco. Il lato delle entrate però è quello che dovrebbe preoccupare di meno: una volta passata la crisi, il sistema dovrebbe ricominciare a funzionare e le entrate a crescere. Anche se in questo caso l’impatto è stato molto forte, parleremmo di un “normale” ciclo economico.
Affinché però le cose vadano in questa direzione, l’economia adesso e per i prossimi mesi necessita di un deciso e diretto sostegno finanziario. La maggior parte delle attività economiche ha visto i ricavi scendere drasticamente, mentre i costi fissi come l’affitto, l’elettricità, i leasing dei macchinari, i prestiti sono lì da pagare. Date le misure adottate a causa della seconda ondata e il paventato avvento di una terza, le cose non sono destinate certo a migliorare.
Ora saremmo tentati di credere che le maggiori spese che appaiono nei conti del nostro Cantone siano legate proprio a questo tipo di risposta alla crisi del Covid-19. Purtroppo non sembra essere il caso. Gli aumenti della spesa registrati e previsti per quest’anno riguardano esclusivamente la gestione immediata delle conseguenze sulla salute della pandemia: costi maggiorati per i ricoveri, materiale sanitario, misure atte a garantire il distanziamento. Insomma, nelle spese sostenute quest’anno non c’è traccia, o quasi, di interventi a supporto delle attività economiche. Eppure i conti chiuderanno in negativo.
Purtroppo la stessa riflessione può essere fatta guardando alla previsione dei conti dell’anno prossimo. Anche in questo caso, il deficit previsto dipenderà principalmente da oneri e misure che sono il frutto di decisioni cantonali e nazionali, ma che nulla, o poco, hanno a che vedere con l’aiuto diretto all’economia e alla salvaguardia dei posti di lavoro di questo Cantone.
È questa la vera ragione per cui i deficit di quest’anno e dell’anno prossimo sono un problema di cui è necessario occuparsi. Se i deficit vengono fatti per rilanciare l’economia e il circuito virtuoso del mondo del lavoro, nessun problema, anzi. È proprio questo lo strumento della spesa pubblica e la medicina da somministrare all’economia. Il problema sorge quando le spese “ordinarie” non sono più coperte dalle entrate. Dimentichiamoci, tuttavia, in questo momento di crisi economica di chiedere aumenti delle imposte. Quando tutto sarà passato potremo anche pensare a contributi eccezionali per dare una svolta a questo Cantone. Non ora. Non commettiamo l’errore di aggravare ulteriormente la situazione economica delle persone e delle aziende. La tempesta si trasformerebbe in un uragano.
E concludo con un auspicio per gli addetti ai lavori: non nascondiamoci dietro alla crisi del Covid-19, le finanze pubbliche necessiteranno presto di essere curate e analizzate voce per voce, una per una. Senza dimenticare che siamo una Confederazione e che anche altri dovrebbero prenderci maggiormente in considerazione.
Tratto da “Corriere del Ticino” – 14.12.2020

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Previsioni economiche (e oroscopo)

Previsioni economiche? Galbraith diceva che “l’unica funzione delle previsioni economiche è di far sembrare rispettabile l’astrologia”. Magari avremo occasione di parlare in un prossimo articolo di questo grande economista controcorrente e arguto, ma ora dedichiamoci all’oroscopo, ops, alle previsioni economiche appena presentate.
Il KOF, che è il centro di ricerca del politecnico federale di Zurigo, prevede che il Prodotto interno lordo (PIL) di quest’anno si ridurrà del 3.5%. Le cose non sono andate proprio bene: per trovare un anno così catastrofico dobbiamo tornare indietro al 1975, in piena crisi petrolifera.
Anche se i danni sono stati minori rispetto alle altre Nazioni, non possiamo essere troppo felici: oggi le nostre economie sono strettamente legate e il nostro benessere dipende molto dalle esportazioni che facciamo negli altri Paesi. Quindi se soffrono loro, soffriamo anche noi: ecco perché si stima che quest’anno le esportazioni si ridurranno del 5.6% e le importazioni ben del 9.3%. Attenzione a non commettere un errore comune ossia di pensare che se i beni e servizi che comperiamo dagli altri Paesi diminuiscono, il valore delle nostre esportazioni nette, che è la differenza tra quello che vendiamo e quello che comperiamo, aumenta. Non per forza. La Svizzera non ha grandi quantità di materie prime per cui per produrre e vendere beni all’estero deve prima comperarle insieme ai semilavorati e poi vendere i prodotti finali. Insomma, quando importiamo meno, produciamo meno e vendiamo meno.
Anche i consumi delle famiglie svizzere si sono ridotti di quasi il 5%. Le chiusure di molte attività, i confinamenti e l’incertezza sul futuro hanno pesato molto sulla domanda di beni e servizi.
Di riflesso, pure gli investimenti registreranno un calo importante. Quasi il 4% in meno. Se le costruzioni sembrano tenere abbastanza, più preoccupante quanto accade ai macchinari e alle attrezzature che si riducono di oltre il 5%. Questo indicatore è molto importante: è un po’ come se fosse il termometro dell’economia. Se gli imprenditori ritengono che le cose andranno bene e dovranno produrre molti beni, compreranno nuovi macchinari e attrezzature e questi investimenti aumenteranno; al contrario, se ritengono che le vendite diminuiranno, non sostituiranno neppure i macchinari che si rompono e gli investimenti scenderanno.
Ed ecco che questi fattori porteranno il Prodotto interno lordo del 2020 a ridursi del 3.5%, nonostante lo Stato aumenti le sue spese del 2%.
Se i prezzi non mostreranno particolari spostamenti, lo stesso non può dirsi per gli effetti sul mercato del lavoro. Già quest’anno si stima che il tasso di disoccupazione aumenterà al 3.1% per arrivare al 3.3% l’anno prossimo (era di 1 punto percentuale minore nel 2019). Questo avverrà sempre che gli effetti della pandemia saranno contenuti e limitati e quindi sempre che si avverino le previsioni di crescita stimate in un aumento del PIL del 3.2%. Il 2021 quindi sarà caratterizzato per il KOF da un aumento dei consumi privati, un’importante crescita degli investimenti e delle esportazioni.
Ora non ci resta che sperare che anche le congiunzioni astrali siano favorevoli…

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Il lavoro ridotto scende e la disoccupazione sale

I numeri confermano le nostre paure. I dati sulla disoccupazione pubblicati dalla Segreteria di Stato dell’economia (SECO) testimoniano il periodo difficile che stiamo vivendo. In Svizzera oltre 153 mila persone sono in cerca di un lavoro. Se la crescita rispetto al mese precedente è abbastanza ridotta, non possiamo dire lo stesso rispetto a un anno fa: oggi contiamo quasi 50 mila persone disoccupate in più, 50 mila persone che hanno perso il loro posto di lavoro. Che siano giovani o ultracinquantenni, la musica non cambia: l’aumento è di oltre il 40%. La disoccupazione tocca maggiormente i settori più colpiti dalla crisi legata al Covid-19 come l’alloggio e la ristorazione, l’industria manifatturiera e le attività di intrattenimento. Purtroppo però vediamo che i licenziamenti iniziano a diffondersi anche negli altri settori, sintomo questo di una economia sofferente.
Ma un altro dato ci deve preoccupare e soprattutto deve mettere in guardia lo Stato: l’orario ridotto. Le aziende possono chiedere per un certo periodo di non far lavorare i propri collaboratori senza però licenziarli. In cambio i collaboratori ricevono l’80% del salario. Nel mese di settembre oltre 200 mila persone che lavoravano in 14 mila aziende erano in orario ridotto, l’equivalente di quasi 12 milioni di ore di lavoro perse. Numeri questi che sembrano non dirci nulla (il grafico sotto qualcosina di più): eppure un anno fa le persone in orario ridotto erano 2 mila (in 111 aziende) e le ore di lavoro perse solo 100 mila. Perché questo dato deve preoccuparci? Perché purtroppo la seconda ondata non è stata ben gestita e nulla ci garantisce che queste persone, una volta esaurito il diritto all’orario ridotto, non saranno licenziate.
E che succede in Ticino? I disoccupati sono oltre 6 mila persone. L’aumento rispetto all’anno scorso è più contenuto di quello nazionale, ma non dobbiamo farci ingannare da queste cifre. Nel nostro Cantone abbiamo delle particolarità che possono posticipare e in parte nascondere il problema della disoccupazione. Le aziende del nostro Cantone sono ricorse maggiormente all’orario ridotto, hanno chiesto in proporzione più prestiti garantiti e hanno valvole di sfogo, come i posti di lavoro per frontalieri e temporanei (che non danno diritto alle indennità di disoccupazione), che non rientrano nelle statistiche.
Quello che dobbiamo augurarci è che l’economia grazie a un intervento dello Stato mirato ed efficace possa superare al meglio questa seconda ondata così da mantenere i posti di lavoro e consentire alle persone di vivere dignitosamente con il proprio salario.

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Acque agitate per l’Unione Europea… e non solo nel Regno Unito

L’Unione Europea sta vivendo delle ore molto agitate, sia sul fronte esterno che su quello interno.
La trattativa con la Gran Bretagna per siglare l’accordo definitivo di separazione potrebbe saltare da un momento all’altro. Dopo essersi messi d’accordo sulla maggior parte de temi, rimane il disaccordo su tre punti: la pesca, gli aiuti di Stato e la risoluzione delle dispute.
Per quello che riguarda la pesca, gli accordi in vigore prevedono il libero accesso alle acque. Negli scorsi anni i pescherecci europei si sono portati via circa il 60% del pesce pescato, lasciando alle aziende britanniche il restante 40%. Ora Johnson, primo ministro inglese, vorrebbe introdurre una quota dell’80% a vantaggio dei suoi pescherecci. La seconda controversia riguarda la possibilità di sostenere liberamente le aziende del proprio paese con gli aiuti statali: anche in questo caso le direttive europee per garantire la concorrenza tra le aziende mettono dei limiti importanti. Infine, l’ultimo punto riguarda l’istituzione che dovrà decidere nel caso in cui ci fosse una violazione dei patti tra le due parti. Evidentemente il Regno Unito non accetta che sia la Corte di giustizia europea ad esprimersi in questi casi. Difficile che le due parti trovino un accordo che consenta entro il 31 dicembre di seguire una via condivisa.
Ma i problemi dell’Unione Europea non finiscono qui: anche tra membri interni c’è maretta. L’Unione Europea vorrebbe mettere a disposizione dei Paesi membri 750 miliardi di euro per sostenerli nella crisi causata dal Covid-19; il programma si chiama Recovery Fund. Per la prima volta nella storia l’UE emetterebbe un debito pubblico comunitario. L’accesso a questi fondi, oltre che da criteri tecnici, è vincolato da una clausola che obbliga i Paesi al rispetto dello Stato di diritto. Ungheria e Polonia si sono opposte subito perché ritengono violata la sovranità nazionale. Nessun problema, direte voi, se non fosse che questo fondo potrà partire solo con il consenso di tutti i Paesi. Pare quindi che la presidenza di turno tedesca abbia dato un ultimatum alle due nazioni “ribelli”: nel caso in cui non sostenessero questo programma, gli altri 25 paesi ne metterebbero in atto un altro, con conseguenze finanziarie pesanti anche per loro.
Nelle prossime 24 ore dovremo conoscere l’esito di questi due tavoli di lavoro.
Certo è che, in questo momento, l’Unione Europea non naviga in acque tranquille.

La versione audio: Acque agitate per l’Unione Europea… e non solo nel Regno Unito
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