Puoi pagare? Puoi inquinare

Nel XVI secolo la Chiesa cattolica attuò una particolare raccolta fondi per finanziare la costruzione della Basilica di San Pietro. Pagando una certa somma di denaro era possibile ottenere, semplificando, il perdono dei peccati. Furono raccolti miliardi, al valore di oggi.
Dall’adulterio all’omicidio tutto aveva un prezzo. Lutero scandalizzato da questo “mercato”, decise che no, non tutto doveva avere un prezzo. E la Chiesa cattolica pagò il cosiddetto scandalo delle indulgenze con la scissione protestante.
Oggi non lo accetteremmo mai. O almeno questo è quello che ci piace pensare. In realtà, è cambiata solo la natura delle moderne indulgenze. Pensate alle multe inflitte alle banche o alle aziende che violano le regole della concorrenza o truffano i consumatori con pubblicità ingannevoli. E che dire delle amnistie per chi si autodenuncia per evasione fiscale? Tu paghi, la colpa è graziata.
Da anni vige il principio “chi inquina, paga”. Il principio è sano, nelle intenzioni, ma è stato pervertito nella pratica diventando “se paghi, puoi inquinare”. Vuoi generare tantissimi rifiuti? Basta avere i soldi per pagare la tassa sul sacco. Vuoi sprecare acqua potabile? Paghi la tassa sul consumo. Vuoi emettere CO2 nell’aria? Paga 12 centesimi in più per litro di benzina e continua come prima.
Chiedo perdono per il sarcasmo ma conosciamo i limiti di queste tasse. Nel caso della tassa sul CO2 è noto che monetizzare il “peccato” ambientale comporti un’ingiustizia e una mancanza di equità per i redditi più bassi, per le regioni rurali e chi non ha alternative all’uso dei veicoli privati. Senza contare che a meno che la tassa non sia estremamente elevata il consumatore non ne ridurrà il consumo.
Il principio che dovrebbe guidare l’ente pubblico è “non si inquina e basta”. Organizzazioni, persone e paesi coraggiosi lo praticano. E non mi riferisco agli Stati Uniti che dietro alla propaganda di un impegno maggiore in futuro hanno camuffato il fatto che non raggiungeranno l’obiettivo fissato in precedenza.
Vi sono, invece, paesi che introducono regole severe sui limiti di emissione, divieti di circolazione per i veicoli inquinanti, che sostengono seriamente lo sviluppo di tecnologie pulite. Vi sono organizzazioni non governative che hanno vinto la loro battaglia contro un’azienda petrolifera che dovrà ridurre notevolmente le sue emissioni. C’è il piccolo fondo di azionisti che riesce, dopo mesi di duro lavoro a far eleggere nel consiglio di amministrazione di una compagnia petrolifera due membri sensibili alle tematiche ambientali. Non traffico delle indulgenze ma opere di bene.
Il denaro non permette più di comperare il paradiso, ma per alcuni è diventato il lasciapassare per inquinare. Le intenzioni all’origine erano buone e lo erano anche per le indulgenze cattoliche. Ma la strada per l’inferno non è forse lastricata di buone intenzioni?
Tratto dal Corriere del Ticino, 04.06.2021

Puoi pagare? Puoi inquinare
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Il risparmio è importante. Svizzeri popolo di risparmiatori

Prendo spunto dalla mia partecipazione alla trasmissione radiofonica Uno Oggi su Rete 1 RSI del 01.06.2021 per parlare di un tema che di solito rimane un po’ nell’ombra: il risparmio. In effetti, tendenzialmente proprio per il suo ruolo di motore della crescita parliamo piuttosto del consumo. Ma anche il risparmio ha la sua importanza, eccome! A livello macroeconomico il risparmio è la base per poter acquistare i macchinari e gli impianti produttivi su cui si fondano i nostri sistemi capitalisti. Sfatiamo un altro mito: il capitalismo si basa sì sull’accumulazione di capitale, ma il capitale in economia politica non è quello finanziario, bensì quello fisico che serva alla produzione.
E ora diamo uno sguardo al risparmio in Svizzera. Gli svizzeri sono un popolo di risparmiatori. Insieme ai giapponesi e gli italiani, che però negli ultimi anni hanno perso diverse posizioni, siamo tra i primi della classe. Americani e Britannici risparmiano pochissimo, addirittura a un dato momento gli americani avevano un saggio di risparmio negativo del -2% di risparmio personale, compensato dalle aziende. Gli svizzeri risparmiano in media il 12% in modo libero e altrettanto in modo forzato (con questo si intende il risparmio obbligatorio del I e del II pilastro). In totale fa il 25% del Prodotto interno Lordo, che è un dato notevole e ci assicura liquidità per l’ente pubblico e per gli investimenti di lungo periodo. Certo, non è sempre stato così: nel 1920 gli svizzeri risparmiavano il 2% del loro reddito. Negli anni Trenta e primi anni Quaranta eravamo al -1,5% circa. È dal 1950 in avanti che il risparmio è salito al 12% degli ultimi 20 anni.
Non tutti quanti però riescono a risparmiare, alcuni risparmiano di più, altri di meno. Tra i risparmiatori mettiamo coloro che guadagnano più di 10’000 franchi al mese, i cittadini dei cantoni ad alto reddito come Zurigo, Zugo, Ginevra, i cinquantenni, chi abita in casa propria. Il Canton Ticino è in basso nella scala, come i Romandi. Questo dipende dal fatto che i nostri salari sono del 18% più bassi della media svizzera.
Le ragioni per cui risparmiare sono molte. Per comperare beni durevoli come l’automobile, per le emergenze durante la vita e la discontinuità nel reddito come per esempio la disoccupazione, per il pensionamento, per lasciare eredità ai figli e nipoti, ma potrebbe anche esserci un’avversione al consumismo (questa più forte tra gli anziani).
E poi ci possono essere casi eccezionali come la pandemia vissuta l’anno scorso. Da una parte il risparmio è aumentato a causa dell’incertezza, ma è soprattutto aumentato a causa dell’impossibilità di spendere. Confinamenti, chiusure di negozi, ristoranti, palestre, divieti di viaggiare. Insomma, risparmio quasi “obbligatorio”. Ora che le misure sono state allentate potremo tornare a spendere quanto risparmiato, ma bisognerà fare attenzione all’inflazione. Se noi spendiamo tanto e lo Stato fa lo stesso è possibile un aumento eccessivo dei prezzi.

La sintesi della mia intervista a Uno Oggi – Rete 1 – RSI, 01.06.2021

Quanto “vale” fare la mamma e il papà?

Franca, una lettrice del nostro blog che ringrazio, ha chiesto di trattare il valore economico del lavoro non remunerato. I lavori domestici, i lavori di accudimento dei bambini e di cura di persone bisognose e il volontariato sono tutte attività molto importanti nelle nostre società e che hanno un grande valore. Questo valore però non rientra nel calcolo del Prodotto Interno Lordo. Non perché non lo si voglia includere, semplicemente perché questo indicatore comprende tutti i beni e i servizi che passano attraverso uno scambio di mercato, quindi che hanno un prezzo.
Ciò che però non bisogna pensare è che non avere un prezzo significhi non avere un valore, anzi. La natura di queste attività si esprime nella gratuità che fonda la relazione tra gli individui che si scambiano questi beni; beni e non merci. Il papà che prepara il pranzo per i figli, la mamma che fa le faccende domestiche, il vicino che si offre per tagliare l’erba del nostro giardino, la studentessa che allena la squadra di pallavolo o il nipote che fa la spesa ai nonni sono attività senza prezzo ma con grande valore. Attenzione però. Se li retribuite, questi beni relazionali smettono di esistere e diventano merci acquistabili sul mercato. E allora sì che li mettiamo nel Prodotto Interno Lordo. Ma pensiamoci bene: se pagaste il pranzo che vi cucinano i vostri genitori, avrebbe lo stesso sapore?
Detto questo proprio perché queste attività possono anche essere comperate, è importante calcolarne il valore economico. L’ultimo dato in Svizzera risale al 2016. Le ore di lavoro retribuite (7.9 miliardi) sono meno di quelle di lavoro non retribuito: ben 9.2 miliardi di ore, ossia 1’320 ore per persona. È come se ognuno di noi avesse svolto attività gratuite per 55 giorni. Il 77% del tempo è stato dedicato ai lavori domestici, il 16% all’accudimento e alla cura e il 7% al volontariato.
Il valore monetario del lavoro non retribuito è stato di ben 408 miliardi di franchi (basta applicare i prezzi delle attività simili). Se paragonato al PIL di allora, 688 miliardi, ne capiamo l’importanza.
Ma questi dati ci dicono anche come cambia la società. Già allora preparare i pasti, pulire e fare il bucato erano compiti principalmente femminili. Più equilibrate erano le attività legate alla cura dei bambini. E oggi, è cambiato qualcosa? I dati appena pubblicati dicono che il tempo impiegato dagli uomini per i lavori domestici e famigliari (19.1 ore a settimana), seppur inferiore a quello delle donne (28.7 ore), è in aumento costante dal 2010.
Le differenze però aumentano nel caso in cui ci siano figli con meno di 15 anni. Anche se il lavoro domestico dei padri è aumentato di 5.2 ore settimanali negli ultimi dieci anni e quello delle madri di “solo” di 1.2 ore, è la composizione che cambia. Le mamme lavorano per quasi 70 ore a settimana; di queste il 75% sono lavori domestici e famigliari e solo il 23% lavoro professionale. Al contrario i papà lavorano un pochino meno, circa 68 ore, ma di queste il 52% sono retribuite e solo il 46% è dedicato ai lavori domestici.
Qualcosa però sta cambiando: in 10 anni il tempo dedicato all’attività professione delle donne è aumentato di quasi 3 ore, mentre quello degli uomini è diminuito di più di 4 ore. Certo sono piccoli passi, ma prendiamo atto. Piano, piano qualcosa si muove.

La versione audio: Quanto “vale” fare la mamma e il papà?

La bolla immobiliare in Svizzera

Quando si parla di mercato immobiliare il pensiero vola subito all’idea di bolla immobiliare. Ma cos’è la bolla immobiliare? È un fenomeno che si verifica quando avviene una brusca riduzione dei prezzi dopo un precedente notevole aumento dei prezzi, di solito causato da una crescita repentina della domanda non accompagnata dall’offerta. Questa riduzione dei prezzi non si limita ad avere un impatto solo sul settore immobiliare, ma tocca l’economia in generale. La crisi del 2008 dei sub-prime è stato un caso da manuale: da un singolo settore si è innescata una crisi mondiale generalizzata.
In questo ambito proprio qualche settimana fa UBS nel suo monitoraggio trimestrale sosteneva che in Svizzera il rischio di una bolla immobiliare c’è ancora e deve essere monitorato. Il prezzo degli immobili di proprietà anche nel primo trimestre del 2021 a livello nazionale è aumentato rispetto all’anno scorso del 4.4%. Era da otto anni che non si registrava una crescita così grande. Al contrario gli affitti confermano la loro tendenza al ribasso, mostrando un -2.5% rispetto all’anno scorso. Questo contrasto è un primo segnale di una situazione che deve essere tenuta sotto controllo.
Ma torniamo all’indicatore di UBS. È composto da 6 sotto-indicatori che consentono di monitorare le particolarità del mercato immobiliare: alcuni tra questi sono preoccupanti, altri meno. Tra i primi troviamo il rapporto tra i prezzi d’acquisto degli immobili e gli affitti annuali. Se questo rapporto è elevato significa che c’è una dipendenza forte verso il tasso di interesse. E questo rappresenta un rischio. È sufficiente un aumento anche piccolo del tasso di interesse per far saltare il sistema. Le persone non sono più in grado di pagare gli interessi sul debito ipotecario, sono costrette a vendere la loro casa, ma visto che tocca tanti, l’offerta di case aumenta e il prezzo si riduce. Quindi anche se si riesce a vendere la casa, lo si farà a un prezzo molto più basso di quanto pagata in precedenza, per cui nel migliore dei casi si perderanno delle risorse, nel peggiore si decreterà il fallimento delle persone.
Il secondo sotto-indicatore mostra il rapporto tra i prezzi degli affitti rispetto ai redditi dei nuclei famigliari. In questo caso cerchiamo di capire se c’è una relazione tra l’andamento della possibilità a pagare e l’andamento dei prezzi. Se i prezzi aumentano tanto e i salari rimangono stabili, deduciamo che stiamo costruendo degli immobili che nessuno può permettersi. Per cui questo genera un aumento di immobili che sono vuoti, i famosi sfitti. Un altro indicatore che mostra un andamento preoccupante è l’andamento dei prezzi degli immobili rispetto all’andamento dell’indice dei prezzi al consumo, che come abbiamo già scritto in passato misura l’inflazione. Se i prezzi degli immobili aumentano di più rispetto ai costi di costruzione e all’inflazione in generale siamo in presenza di una anomalia. Gli altri tre indicatori, il rapporto tra costruzioni e prodotto interno lordo, il volume ipotecario rapportato al reddito disponibile e la domanda di crediti mostrano dati non preoccupanti.
Ma il rischio di bolla immobiliare è differenziato anche in funzione delle regioni. E purtroppo il Cantone Ticino mostra dati che vanno monitorati. Per cui occhi aperti soprattutto se dovessero aumentare i tassi di interesse come parrebbe avvenire a breve.

Aggiungo un video di spiegazioni girato qualche anno fa sul tema

La bolla immobiliare spiegata facile
La versione audio: La bolla immobiliare in Svizzera
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L’Accordo Quadro: questo mistero

Mi permetto di ringraziare il giornalista Patrick Mancini e Ticinonline/20 Minuti per l’articolo sull’Accordo Quadro che può aiutare a comprendere alcuni punti critici della trattativa tra Unione Europea e Svizzera. Sotto trovate l’articolo come apparso sul portale e il servizio che strappa anche qualche sorriso.


L’accordo quadro per molti continua a essere un oggetto misterioso
Tra Svizzera e UE si gioca un match importante. Tanti non sanno di che si tratta. Il video di Tio/20Minuti.
E per chiarirci le idee abbiamo interpellato l’economista Amalia Mirante, che spiega in sintesi estrema tutto ciò che bisogna sapere sul tema del momento.
di Patrick Mancini
BELLINZONA/LUGANO – È un tema caldissimo. E se ne sentirà parlare ancora a lungo. La realtà oggettiva, però, ci indica che la maggior parte della gente comune non sa esattamente cosa sia il famoso accordo quadro tra Svizzera e Unione Europea (UE). E non sa nemmeno perché è tanto importante o quali inghippi ci siano in gioco. Lo dimostra il video realizzato da Tio/20Minuti a Bellinzona. E per aiutarci a capire meglio cosa c’è in ballo abbiamo chiesto aiuto all’economista Amalia Mirante. Semplice, sintetica e professionale.
Una questione che sembra lontana – Il video è divertente. Perché in fondo fa capire quanto certe dinamiche siano lontane, almeno in apparenza, dalla vita quotidiana di ogni singola persona. Per strada incontriamo tanta simpatia. Nominare l’accordo quadro scatena le reazioni più disparate. C’è chi sostiene di non averlo mai sentito nominare e chi resta in silenzio davanti al microfono. Poi spunta anche qualcuno che ha le idee in chiaro.
Oltre gli accordi bilaterali – Mirante cerca di mettere il campanile al centro del villaggio. «L’accordo quadro è un insieme di tanti accordi. Concretamente dovrebbe consentire di superare la staticità degli accordi bilaterali che abbiamo stipulato in passato con l’UE. In sintesi non ci sarebbe più bisogno ogni volta di rinnovare ogni singolo accordo bilaterale».
I primi problemi – Belle intenzioni. Ma poi iniziano i problemi. Secondo l’UE la libera circolazione non riguarderebbe più solo i lavoratori. Bensì tutti i cittadini. «Inoltre le norme e le regole scelte dall’UE poi varrebbero automaticamente anche per la Svizzera. Verrebbe bypassato il nostro DNA legato alla democrazia semi diretta. Siamo abituati a votare su qualunque cosa. Se l’UE e la Svizzera non sono d’accordo su una legge, chi decide? La Svizzera non accetta che sia l’UE a decidere su determinati aspetti fondamentali».
Mercato del lavoro meno protetto – Mirante aggiunge: «Un altro punto in discussione riguarda la protezione del mercato del lavoro. L’UE ritiene che tutte quelle regole che proteggono i lavoratori residenti debbano essere abolite». Una pretesa piuttosto pesante. L’impasse attuale è dovuta anche a questo. «C’è poi la questione degli aiuti di Stato. Lo Stato non potrebbe più aiutare le aziende. Dovremmo abolire le banche cantonali, ad esempio».
La cittadinanza europea – Il tema più dibattuto resta un altro. «Quello della cittadinanza europea. Significa che tutti i cittadini europei (lavoratori) avrebbero poi diritto al nostro sistema di prestazioni assistenziali».
Interessi per entrambe le parti – Impensabile per il Consiglio federale. Così come è impensabile che i rapporti tra i due partner si interrompano. «Non è nell’interesse di nessuna delle due parti». Le trattative fino a questo momento sono state tra i big della politica. Questo spiega, parzialmente, il motivo per cui molti cittadini comuni ignorano ancora cosa sia l’accordo quadro. «La popolazione non è stata coinvolta direttamente. Anche perché non si sa neanche se il popolo dovrà esprimersi o meno in materia».
Tanti nodi da sciogliere – Una cosa è certa: i nodi da sciogliere sono parecchi. E secondo gli specialisti non è detto che si arrivi alla fatidica firma. Anzi. L’accordo quadro potrebbe anche saltare definitivamente. In quel caso si proseguirebbe verosimilmente con la via dei bilaterali.
Fonte: Ticinonline/20 minuti – 14.05.2021

Fonte: https://www.tio.ch/ticino/attualita/1510179/ue-accordo-quadro-svizzera-video


Lo spettro dell’inflazione si aggira negli Stati Uniti

Lo spettro dell’inflazione si aggira negli Stati Uniti. E anche l’Europa trema. I dati appena pubblicati di aprile hanno spaventato un po’ tutti. Rispetto a un anno fa, i prezzi al consumo sono aumentati del 4.2%, ben oltre le aspettative degli analisti che già erano piuttosto elevate (3.6%). Era da 26 anni che non si registrava un dato così alto.
Anche se gli analisti e gli economisti parlano di aumenti dei prezzi solo transitori, non sembrano pensarla così i mercati finanziari che mostrano un certo nervosismo e una grande volatilità. Subito dopo la notizia dell’aumento dell’inflazione, c’era stata una corsa alla vendita soprattutto dei titoli tecnologici. Notizie dell’ultima ora invece confermano una ripresa di Wall Street. Grazie probabilmente alle dichiarazioni del presidente della Federal Reserve che ha ribadito che il programma di titoli a sostegno della ripresa economica rimane attuale. Quindi nessun passo indietro: si va avanti a sostenere il debito pubblico.
Le cause dell’aumento dell’inflazione possono essere molte e noi nel nostro vocabolario di economia ne spieghiamo dettagliatamente alcune (l’inflazione da domanda, quella da costi e quella da monopoli). In questo specifico caso, la ragione sarebbe la ripresa economica. Grazie alle campagne di vaccinazione e alla fine dei lockdown in quasi tutto il mondo, la domanda di beni e servizi è aumentata. Dato che la produzione ha bisogno di tempo per essere realizzata, si verifica un aumento del prezzo. Un po’ come succede nelle aste. Se tutti vogliamo comperare “I Girasoli” di Van Gogh, il prezzo del quadro aumenterà perché la domanda è tanta e l’offerta è rappresentata da solo 1 quadro.
Gli analisti sono tuttavia preoccupati da alcuni dati in particolare: se era abbastanza prevedibile un aumento dei prezzi delle materie prime legate ai prodotti energetici, meno lo era quello degli alimentari, dei semiconduttori e di altri materiali utili per l’edilizia. Non solo si registrano prezzi raddoppiati, ma anche forniture dimezzate. Le ragioni possono essere tante e variate. Si va dall’ondata di gelo in Texas che avrebbe ridotto del 90% l’approvvigionamento di polopropilene, al fatto che molti container per i trasporti navali si trovino dislocati in regioni discoste a causa dell’emergenza COVID.
Insomma, regna il disordine che si manifesta anche nei prezzi alla produzione. Notizia di poche ore fa è che anch’essi sono saliti più delle aspettative registrando un aumento del 4.1% su base annua.
Almeno sul fronte dell’occupazione parrebbero giungere buone notizie: negli Stati Uniti le richieste di sussidio alla disoccupazione sono diminuite nell’ultima settimana di 34 mila unità segnando il miglior dato dal marzo scorso, inizio della pandemia (parliamo comunque di oltre 473 mila persone).
Insomma, anche passata l’emergenza pandemia non possiamo dormire sonni tranquilli. L’economia influenzerà la nostra quotidianità anche nei prossimi mesi. Per questo è importante saper leggere i segnali che ci manda.

La versione audio: Lo spettro dell’inflazione si aggira negli Stati Uniti

Basta un poco di zucchero e la pillola va giù. Anche con i dazi

Lo zucchero svizzero è in pericolo. E noi dobbiamo proteggerlo. Questo in sintesi il messaggio del consiglio nazionale. All’inizio pensavo di scrivere un articolo prendendo spunto da questa notizia per parlarvi della storia del commercio internazionale. Pensavo di viaggiare tra mercantilisti, Colbert, nelle tesi di Ricardo sui vantaggi comparati, nel liberalismo e nella globalizzazione, senza evidentemente trascurare il padre fondatore dell’economia politica, Adam Smith. E invece, documentandomi sullo zucchero mi sono appassionata e ora vi racconto cosa ho scoperto.
In Svizzera produciamo zucchero e lo facciamo da quasi 110 anni con una sola azienda, la Zucchero Svizzero SA (ZUS). Il nome così eloquente probabilmente è il frutto dei tempi di allora. Siamo in presenza di un monopolio (nelle prossime settimane spiegheremo le forme di mercato). La ZUS ha due sedi di produzione, e 155-180 collaboratori di cui 10 apprendisti. La produzione dello zucchero avviene nel periodo chiamato campagna, tra fine settembre e fine dicembre. Le barbabietole vengono trasformate in zucchero cristallino e in succo denso che sarà sottoposto alla cristallizzazione in primavera. Lo zucchero sciolto viene poi immagazzinato in silos e infine imballato e venduto al dettaglio. Nel 2019 la ZUS ha trasformato 1.65 milioni di tonnellate di barbabietole da zucchero in 240 mila tonnellate di zucchero. Per intenderci sono 240 milioni di pacchi di zucchero da un chilo.
In Svizzera abbiamo 4’200 coltivatori di barbabietole da zucchero e seppur sfruttino meglio le economie di scala (coltivare un terreno più grande consente di abbassare il costo della produzione di una barbabietola perché si possono sfruttare maggiormente i macchinari e i processi), la produzione locale non basta. La Zucchero Svizzero SA importa barbabietole, sciroppo di zucchero e zucchero.
Nel 2017 l’Unione Europea ha abolito il sistema di quote che limitava la quantità di produzione di zucchero e questo data la sua continua ricerca del mercato libero. Così facendo è aumentata fortemente la produzione di zucchero e ne è diminuito il prezzo. L’impatto rispetto a quello svizzero è stato ancora maggiore a causa del tasso di cambio. Nel 2006 il prezzo di 100 kg era di 100 franchi, oggi siamo alla metà, 50 franchi. E allora voi potreste dire “meglio per noi consumatori”. Peccato che le cose non siano così semplici. A rischio c’è la produzione nazionale di zucchero, la salvaguardia della catena di valore (dalla barbabietola agli zuccherifici) e i posti di lavoro. E non dimentichiamo il rischio dei produttori di derrate alimentari che per utilizzare l’indicazione di provenienza “Swissness” devono poter utilizzare il 50% di zucchero svizzero.
Insomma, non si può far morire tutto questo. È quindi ragionevole introdurre un dazio minimo di 70 franchi per tonnellata di zucchero importato oltre a sussidi e contributi alle coltivazioni di barbabietole.
Ricordiamo sempre che prezzo basso non significa per forza affare. Quando poi paragoniamo prodotti provenienti da aree geografiche e politiche diverse non possiamo mai prescindere dalla prudenza. È evidente che i costi di produzione come pure i salari in Svizzera non possono essere, fortunatamente aggiungo io, competitivi con l’Unione Europea. Ma non per questo dobbiamo essere noi a ridurre il nostro tenore di vita.

La versione audio: Basta un poco di zucchero e la pillola va giù. Anche con i dazi
Fonte: https://www.ennaora.it/

La profezia di Keynes: solo un sogno infranto?

Oggi è il Primo Maggio. Oggi è la festa del lavoro. Mai come durante una crisi economica come quella che stiamo vivendo il tema del lavoro deve essere l’oggetto di ogni attenzione politica. Sì, perché quando l’incertezza di portare a tavola il pranzo per la famiglia diventa la realtà di molti bisogna agire. Non c’è nessuna altra priorità. Ringrazio L’Osservatore per l’editoriale del 1 maggio che mi ha consentito di trattare il tema della precarietà moderna e della tecnologia che deve tornare al servizio degli uomini e delle donne e non il contrario.


Il lavoro è una parte essenziale della vita degli uomini e delle donne. Attraverso il salario consente di vivere dignitosamente soddisfacendo i propri bisogni. Ma c’è di più: contribuisce alla realizzazione degli individui. Mai come oggi però il mondo del lavoro appare in sofferenza. O forse ci sembra così perché non abbiamo vissuto le epoche precedenti. A volte il lavoro manca. Alcuni lavori sono durissimi fisicamente. Altri sono estremamente ripetitivi. Ma a tutto questo si aggiungono altre difficoltà.
L’economista John Maynard Keynes nel 1930 prevedeva una forte riduzione del tempo di lavoro grazie allo sviluppo tecnologico. Stimava che nel 2030 sarebbero bastate 15 ore di lavoro settimanali. Keynes preconizzava l’idea di un progresso tecnologico al servizio dell’essere umano. Personalmente, credo che possa essere ancora così. Questo nonostante alcuni segnali sconfortanti. Pensiamo alla Gig economy e alle professioni legate alla digitalizzazione. La messa in rete consente l’analisi immediata tra domanda e offerta. Di per sé non c’è nulla di male in una tecnologia che riduca i costi di transazione, gli attriti del mercato, che trovi più facilmente clienti e che ottimizzi il tempo. Anzi. Peccato che una parte delle imprese trasformi i vantaggi dei collaboratori in extra-profitti fatti sulle loro spalle. Così le condizioni dell’essere “imprenditori di se stessi” nascondono coperture assicurative e previdenziali inesistenti, rischio aziendale e costi fissi sulle proprie spalle, assenza di retribuzione quando manca il lavoro. Insomma, da dipendenti precari in imprenditori precari. Non proprio una grande evoluzione.
E che dire della tecnologia che diventa la nostra controllora? Sistemi informatici stabiliscono quanto produrre in quanto tempo, programmano i nostri tempi e ritmi di lavoro e controllano quanto rendiamo. Magari ora il mio computer sta contando quante lettere scrivo al minimo o il vostro telefonino quanto tempo impiegate a leggere l’articolo.
Certo la colpa non è degli algoritmi che ottimizzano. Trovare i fattorini in maniera efficiente grazie a parametri oggettivi come la distanza, il percorso da compiere o la velocità media è solo vantaggioso. Il problema non sta nella riduzione degli errori e nell’efficienza. Il problema sta negli individui che utilizzano gli algoritmi per rendere i collaboratori schiavi del tempo. Il problema è che noi consumatori premiamo con i nostri acquisiti queste aziende.
Ma la profezia di Keynes non è per forza è svanita. Nulla ci vieta di costruire una società nuova. Una società dove la tecnologia consenta agli individui di investire anche in altre attività. Una società dove il tempo diventa al servizio degli uomini e delle donne e non il contrario.
Tratto da L’Osservatore, 1 maggio 2021

La versione audio: La profezia di Keynes: solo un sogno infranto?

L’accordo e i suoi nodi

Il tema dell’accordo quadro è di estrema attualità. Gli strascichi dell’ultimo incontro tra la presidente della commissione europea e il presidente della Confederazione si faranno sentire per qualche mese. Riprendo un articolo pubblicato dal Corriere del Ticino, che ringrazio, il 28.04.2021.


L’accordo quadro è morto? E se non lo fosse, perché prolungarne la lenta, interminabile agonia?
Dopo l’ennesimo incontro tra le parti i quesiti aperti sono molti. Alla base della proposta di accordo c’era la volontà di avvicinare le regole istituzionali europee e quelle svizzere. Ma le cose sono andate male da subito. Il primo grande dissidio ha riguardato la cosiddetta ripresa automatica del diritto europeo. Nonostante le rassicurazioni (centralità del parlamento, possibilità di referendum, ecc.) la perdita di autonomia e di sovranità per il nostro paese sarebbe stata significativa. Nel nostro DNA di nazione è iscritta l’idea e la pratica della democrazia semi diretta: i cittadini svizzeri non sono disposti a rinunciarci.
E c’è il resto. Pensiamo al lavoro. Secondo la UE la Svizzera dovrebbe rinunciare a tutte le misure di accompagnamento e protezione del mercato del lavoro interno se sono discriminatorie nei confronti dei lavoratori comunitari. E a decidere se sono discriminatorie sono naturalmente gli stessi europei.
Un secondo, e altrettanto aspro, terreno di scontro riguarda la proibizione degli aiuti di Stato alle aziende, se questi distorcono la concorrenza. Concretamente questa misura implicherebbe, per esempio, dover rinunciare alle banche cantonali. In questo caso l’Unione Europea ha asserito di voler prendere in considerazione questa nostra “tradizione”, tramite cavilli e postille varie. Non proprio rassicurante.
Infine, vi è la questione della cittadinanza europea con il previsto ampliamento del diritto alle prestazioni sociali per i cittadini europei. In questo come nei casi precedenti, l’Unione Europea ha lasciato intendere che la questione potrebbe essere risolta aumentando l’importo del famoso miliardo di coesione pagato dalla Svizzera all’Europa, salito nel frattempo a 1.3 miliardi. A voi ogni giudizio.
Ma se su tutti questi punti non c’è una visione condivisa, per quale ragione dovremmo proseguire su questa strada? Certo, nessuno se ne può andare sbattendo la porta. Sappiamo che la UE è importante, ma anche noi abbiamo qualche freccia al nostro arco. L’Unione Europea è il nostro principale partner commerciale, vero. Ma non dimentichiamo che la Svizzera compera più di quello che vende. Nel 2018 i nostri “acquisti” in Europa permettevano di mantenere circa 500-700 mila posti di lavoro. Possiamo sommare a questo, l’effetto degli oltre 300 mila lavoratori frontalieri. Insomma per l’Unione Europea avere buoni rapporti con la Svizzera è importante, quanto per noi averne con lei. Ricordiamocene: e quando ci siederemo al tavolo la prossima volta lasciamo fuori dalla porta una certa ingiustificata sudditanza psicologica e politica che sta risultando, in ultima analisi, dannosa per i nostri interessi nazionali.

La versione audio: L’accordo e i suoi nodi
Fonte European Commission

La crisi è finita? Non lo sappiamo ancora, ma almeno le esportazioni crescono

Le esportazioni svizzere crescono e tornano ai livelli precedenti allo scoppio della pandemia. Tiriamo tutti un bel sospiro di sollievo. Però guardare a questo indicatore non basta. Proprio per la nostra struttura economica e per le nostre risorse limitate, dobbiamo sempre tenere d’occhio anche le importazioni. E per fortuna anche le importazioni trimestrali sono aumentate (anche se non ancora ai livelli pre-crisi).
Spulciando un po’i dati trimestrali appena pubblicati vediamo che i settori trainanti si confermano quelli dei prodotti chimici e farmaceutici, dei macchinari e dell’elettronica, dei metalli e dell’orologeria. In termini di Paesi, la crescita è stata particolarmente rimarcata verso l’America del Nord. Segnaliamo comunque anche il buon risultato verso l’Europa (in particolare Francia e Spagna) e verso l’Asia che diventa sempre più un partner interessante.
Le esportazioni rappresentano per tutte le economie un fattore molto importante, ma lo sono ancora di più per la Svizzera. Il benessere generato dalla vendita di beni e servizi corrisponde a circa il 12% del nostro prodotto interno lordo. In termini concreti, il fatto che produciamo di più di quello che consumiamo e che soprattutto vendiamo questa eccedenza all’estero ci consente di mantenere in patria circa mezzo milione di posti di lavoro. E questo riusciamo a farlo nonostante una moneta storicamente forte e addirittura considerata un bene rifugio. Questo significa che anche se quello che produciamo costa di più per i nostri compratori all’estero, la qualità, la precisione, i servizi dopo vendita, come pure l’affidabilità, ci consentono di riuscire a superare quello che in apparenza sembrerebbe uno svantaggio. Inoltre, non dobbiamo nemmeno dimenticare che la nostra moneta forte ci consente dei vantaggi: il costo delle materie prime e dei semilavorati che comperiamo dall’ estero, è più basso; questo ci consente di contenere i costi, di non dover aumentare i salari, di mantenere i prezzi sotto controllo, di operare con tassi di interesse bassi. Tutti fattori questi che permettono di mantenere la stabilità macroeconomica, che è uno tra gli elementi competitivi più importanti.
Ma la Svizzera è un caso eccezionale anche per altre ragioni. Primo: siamo una nazione piccola, dalle risorse piuttosto limitate sia in termini di manodopera che in termini di territorio. Eppure le nostre bilance commerciali e dei servizi sono largamente in attivo. La seconda ragione è che non abbiamo materie prime e quindi dobbiamo dare il nostro contributo alla creazione e alla trasformazione di beni e servizi. Mi spiego meglio. Se siete tra i paesi fortunati che possono estrarre petrolio, dato che è uno dei beni più richiesti al mondo, risulterà piuttosto facile essere esportatori netti. Meno facile quando dovete comprare materie prime o prodotti semilavorati dall’estero riutilizzarli, trasformarli e rivendere prodotti finiti al di fuori dei vostri confini nazionali. Infine anche la storia economica ha un peso importante per una nazione. In questo caso a differenza della Francia, della Germania o dell’Italia la Svizzera non può contare su una storia decennale di industrie pesanti. Né automobili, né cantieri navali.
Fatte queste considerazioni, quindi massima attenzione e occhio di riguardo ai partner commerciali. Quando le altre nazioni, che sono i nostri clienti, mostrano un andamento economico favorevole, anche noi tiriamo un sospiro di sollievo. Per cui ben vengano le prospettive positive per l’Unione Europea, per gli Stati Uniti e anche per i paesi asiatici. Insomma è proprio uno di quei casi dove tutti risultano vincenti e traggono benessere dal benessere altrui.

La versione audio: La crisi è finita? Non lo sappiamo ancora, ma almeno le esportazioni crescono
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