L’anno che sta arrivando… tra un anno passerà

Prima di gettarci nel nuovo anno e nei nuovi avvenimenti economici che ci accompagneranno, facciamo una brevissima carrellata sugli ultimi fatti del 2020.
Negli ultimi giorni ci hanno comunicato che la Banca Nazionale Svizzera (BNS) nel III trimestre del 2020 ha comperato “solo” 11 miliardi di franchi in divise. Questa manovra serve a contenere l’apprezzamento del franco svizzero. Strategia, questa, che la BNS ha messo in atto già nei primi 6 mesi dell’anno, comperando ben 90 miliardi di franchi in divise. Per avere un termine di paragone, il record nell’acquisto, era nel 2015 e ammontava per l’intero anno a 86.1 miliardi di franchi. Quindi, record superato.
Sempre sul fronte nazionale, la borsa svizzera ha dichiarato attraverso il suo responsabile di voler rimanere indipendente dando anche ad intendere che la strategia di acquisizione di altre attività europee iniziata nel corso di quest’anno potrebbe proseguire. Questo in virtù del fatto che “più grande è la dimensione di una borsa, tanto più conta il suo parere” a livello decisionale. Speriamo anche in questo caso che non si faccia il passo più lungo della gamba.
Le prime analisi di chiusura dell’anno fatte da startups.ch dicono che in apparenza, un po’ paradossalmente, nel 2020 sono state create 46’842 nuove imprese, con una crescita del 5% rispetto all’anno prima. I settori più attivi imprenditorialmente risultano quelli legati al commercio online, al settore sanitario e informatico; in ragionevole calo le attività legate al turismo e al tempo libero. Tuttavia, la geografia delle “neo-nate” imprese (che non me ne si voglia vedremo quanto vivranno) è molto diversa: lo spirito imprenditoriale pare molto sviluppato nella Svizzera nordoccidentale, in quella centrale, in quella orientale e a Zurigo. Trend contrario in Romandia dove si segnala un calo del 4% e in Ticino dove il calo è stato addirittura del 16%. Facile, vedere subito una correlazione con le regioni che hanno vissuto in maniera più drammatica gli effetti del Covid-19. Nonostante questo entusiasmo finiamo dicendo che sempre secondo i dati di questa piattaforma il 2020 è stato caratterizzato da quasi 2’500 fallimenti, l’88% in più rispetto al 2019.
A questa notizia possiamo legare la valutazione fatta da JP Morgan che ritiene ci sarà un importante aumento di acquisizioni e fusioni nel 2021 in risposta alla crisi pandemica e alla necessità da una parte di aumentare gli introiti dall’altra di ridurre i costi.
Sul fronte internazionale segnaliamo la firma del presidente Trump al pacchetto di aiuti economici da 900 miliardi di dollari voluto per dare sostegno alle famiglie e alle imprese toccate dalla crisi del Covid-19. Il provvedimento, che si basa su un sistema di sicurezza sociale molto diverso dal nostro, concerne i sussidi ai disoccupati, gli aiuti contro gli sfratti e il pagamento degli affitti, i sussidi per le aziende, come anche per ristoranti, hotel, compagnie aree, oltre a fondi per la distribuzione del vaccino.
Altra notizia legata agli Stati Uniti è quella di escludere tre aziende di telecomunicazione cinesi da Wall Street, Borsa di New York. Questa decisione dipende dal decreto voluto da Trump che prescrive il divieto di investimenti americani in aziende vicine all’esercito cinese. Il paradosso sta nel fatto che nell’ultimo decennio proprio la Borsa americana abbia cercato in tutte le maniere di convincere aziende cinesi a quotarsi sul loro listino.
E infine, notizia di pochi minuti fa il Bitcoin (tema già discusso in questo blog) ha superato i 30 mila dollari di valore: un bell’inizio dell’anno per chi li ha comperati… Insomma, come sempre in economia, c’è chi guadagna e chi perde… speriamo che prima o poi sarà la maggioranza a vincere…

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Patrimoni miliardari immuni dal Covid-19

Il Bloomberg Billionaires Index fornisce una classifica aggiornata quotidianamente delle persone più ricche al mondo. Per ogni miliardario dà la composizione del suo patrimonio. Certo è lo stesso esercizio che facciamo anche noi quando compiliamo la dichiarazione delle imposte e dobbiamo stimare la nostra sostanza. Ma se andate a spulciare uno dei tanti profili dei miliardari vi renderete conto che c’è una bella differenza tra i nostri patrimoni e i loro. Partecipazioni in società quotate in borsa, sconti da applicare in funzione dei rischi legati ai Paesi in cui si detengono partecipazioni pubbliche, valutazioni degli hedge fund, stima della liquidità; insomma deve essere proprio difficile capire quanto si è ricchi quando si è veramente ricchi.
Una cosa però è certa. Anche il COVID-19 colpisce in maniera diversa le classi sociali. Mentre milioni di persone hanno perso il lavoro e stanno chiudendo le loro attività a causa della pandemia, possiamo tirare un sospiro di sollievo perché i 500 miliardari più ricchi della terra hanno visto il loro patrimonio aumentare anche quest’anno. E pensare che subito dopo il primo lockdown mondiale eravamo preoccupati per la loro sorte, dato che i loro patrimoni avevano mostrato perdite importanti.
La notizia bizzarra è che addirittura sono i miliardari cinesi (Wuhan vi ricorda qualcosa?) ad aver visto la loro ricchezza aumentare di più: in effetti, essa è cresciuta quasi del 54%. Saremmo tentati di pensare a uno strano scherzo del destino se non fosse che anche negli anni passati la Cina ha mostrato crescite impressionanti. Non dimentichiamo che proprio studi recenti affermano che la Cina diventerà la prima potenza mondiale scavalcando gli Stati Uniti in anticipo rispetto a quanto previsto.
Ma non preoccupiamoci troppo dei miliardari statunitensi: anche loro hanno visto aumentare la loro ricchezza di oltre il 25%, un po’ di più dei “cugini” inglesi. In Europa, dove la ricchezza è aumentata mediamente “solo” del 15%, c’è anche chi si è impoverito: i miliardari spagnoli (quasi del -12%) e quelli ciprioti (-8%).
Naturalmente la ricchezza dipende dalla performance dei diversi settori economici: i servizi, la sanità, le tecnologie hanno registrato guadagni superiori al 50%, le materie prime “solo” del 32% e i settori industriali del 26%.
Ma com’è possibile che ci siano delle disuguaglianze così grandi? E la storia ha sempre mostrato queste differenze?
Da una parte è vero che la teoria economica ci insegna che per raggiungere lo sviluppo è necessario passare attraverso una certa concentrazione della ricchezza produttiva. Averla nelle mani di poche famiglie consente di accumulare macchinari e mezzi per produrre. Oggi però la situazione che viviamo è ben diversa.
Le differenze e le disuguaglianze stanno diventando insostenibili. Oltre a creare tensioni importanti tra le classi sociali, esse non sono più ritenute necessarie allo sviluppo economico, anzi.
A onor del vero, dall’inizio del XX secolo l’intervento dello Stato, le imposte progressive, l’istruzione pubblica e la maggiore solidarietà hanno ridotto le disuguaglianze. Queste politiche hanno portato nel 1980 in Europa il 10% più ricco a possedere circa il 40-50% del patrimonio. Purtroppo questo trend positivo si è arrestato attorno agli anni Ottanta, con le politiche liberiste di deregolamentazione e globalizzazione di Ronald Reagan e Margaret Thatcher oltre a quelle della finanza internazionale.
Ora, questa nuova crisi dovrà essere l’occasione per ripensare anche alla validità delle nostre politiche fiscali e soprattutto ai meccanismi che consentono un’accumulazione eccessiva.

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Accordi: la Gran Bretagna vince, il Ticino perde

Babbo Natale ha portato in dono la firma di due accordi molto importanti: il primo tra la Gran Bretagna e l’Unione Europea (di cui abbiamo parlato anche in questo blog) e il secondo tra la Svizzera e l’Italia.
Il primo accordo è stato siglato per chiarire alcuni dei punti relativi all’uscita della Gran Bretagna dal mercato unico europeo; il secondo ha visto trattative ancora più lunghe, 5 anni, e tratta dell’imposizione dei frontalieri che lavorano in Svizzera e vivono entro 20 chilometri dalla frontiera.
Se il primo riconosce come vincitrice dei negoziati la Gran Bretagna, il secondo non trova chiari vincitori, ma un sicuro perdente: il Cantone Ticino. Ma andiamo con ordine.
La Gran Bretagna ha ottenuto una riduzione del 25% del pesce pescato da pescherecci europei nelle sue acque; passati cinque anni e mezzo tornerà ad averne il pieno controllo. Se l’Unione Europea si dice soddisfatta per aver fissato un minimo di standard ambientale, sociale e in tema di diritti dei lavoratori che anche l’Inghilterra dovrà rispettare per sostenere le aziende con aiuti di Stato, in realtà potrà creare normative interne alle quali attenersi. Ma la vittoria più grande, anche se forse solo simbolica, riguarda il fatto che in caso di divergenze tra i due attori, non sarà la Corte di giustizia europea ad occuparsi di formulare un giudizio, ma un arbitrato indipendente. Quest’ultimo punto potrebbe essere interessante anche per la Svizzera e i suoi rapporti con l’Unione Europea (di cui ci occuperemo prossimamente). Dimenticavo, nessun dazio né quote per il commercio di merci, mentre sui servizi il lavoro di negoziato rimane tutta da fare.
Ora torniamo alla Svizzera, all’Italia, al Ticino e ai frontalieri. Questo accordo era ed è particolarmente sentito nel cantone Ticino perché si vive una realtà molto diversa rispetto al resto della Svizzera. Nel III trimestre del 2020 oltre 70 mila frontalieri varcavano il confine per lavorare in Ticino. Se calcoliamo la percentuale in termini di occupati e di posti di lavoro a tempo pieno, essa varia dal 30% al 36%; insomma, una fetta consistente del mercato del lavoro ticinese è rivolto a persone non residenti. Altra particolarità è quella del salario. Anche in questo caso, quello che succede in Ticino, non succede nel resto della Svizzera, dove la differenza tra salari degli svizzeri residenti e dei frontalieri è molto più bassa. Nel caso ticinese, la differenza del salario mensile lordo standardizzato* varia tra il 30% e il 35%, cioè significa che un frontaliere guadagna un terzo in meno di uno svizzero. Detto questo appare inutile spiegare perché a parità di qualifiche sia molto più conveniente assumere un frontaliere.
Orbene, l’attesa per la firma di questo accordo era molto grande. Si sperava che potesse in qualche modo compensare questa concorrenza che può diventare vero e proprio dumping salariale per l’intera economia cantonale. Purtroppo ciò non è avvenuto. Ed ecco un accordo fatto di tecnicismi e compromessi.
Primo: avremo due statuti. I frontalieri attuali e i frontalieri nuovi che saranno tali dopo l’entrata in vigore dell’accordo. Si stima che possa entrare in vigore nel 2023, ma lasciateci dubitare che il governo italiano tenga fino alla sottoscrizione da parte del parlamento.
Per i frontalieri attuali nessun grande cambiamento: pagheranno sempre le imposte alla fonte in Svizzera che, fino al 2033, ne riverserà all’Italia il 40% (oggi il 38.5%). Dopo la Svizzera terrà tutto il gettito.
Invece i nuovi frontalieri pagheranno una parte delle imposte in Svizzera (calcolata sull’80% del salario) e una parte calcolata dal fisco italiano. L’accordo prevede di evitare la doppia imposizione che nei fatti significa che il massimo pagato nei due paesi potrà essere quello previsto in Italia (semplicemente si sconta quanto pagato in Svizzera).
Ecco, questi sono i punti principali dell’accordo che ha necessitato oltre 5 anni per essere sottoscritto. Forse, abbiamo sbagliato noi ad avere aspettative troppo elevate sul miglioramento per il mercato del lavoro ticinese; va beh, armiamoci di carta e penna e prepariamo la prossima lettera per Babbo Natale…
*Metà della popolazione guadagna di più e metà meno; semplificando potremmo pensare al salario che divide la popolazione a metà.

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Anche le Borse si ammalano di Covid-19

Abbiamo visto in questi giorni che nemmeno le borse sono immuni dal virus e dalle sue varianti, anzi. Ieri, 21 dicembre, la maggioranza dei telegiornali apriva le sue notizie dicendo che le borse europee avevano “bruciato” oltre 200 miliardi euro. Certo che letta così una notizia un po’ di paura la fa. Ma che cosa significa veramente? Come funzionano le borse? E perché sono così sensibili alla notizia di una possibile variante del Covid-19? Proviamo a capirlo.
La borsa ha origini lontanissime; si dice che già in epoca romana avvenivano compravendite tra banchieri, mercanti e uomini d’affari nelle piazze. La forma più moderna sembra però risalire al Belgio del 16 secolo. Si narra che i banchieri e i commercianti fiamminghi si riunivano per fare affari nella piazza antistante e nel palazzo dei Van der Burse, famiglia di banchieri. Il vocabolo Borsa parrebbe nascere proprio dalle tre borse dello stemma di questa famiglia. Anche se per alcuni studiosi in realtà il cognome era la traduzione di “Della Borsa”, famiglia di ricchi mercanti veneziani.
La prima borsa moderna divenuta operativa dal 1531 nel mercato delle contrattazioni fu Anversa, seguita poi da quella di Londra, Amsterdam, Venezia,… Proprio ad Amsterdam si diffuse la compravendita di titoli che rappresentavano un credito o una merce che era in viaggio da un paese lontano. I compratori offrivano del denaro e in cambio ottenevano un documento cartaceo, la lettera, in cui vi era la promessa di trasferimento della merce o del denaro entro una certa data. Da qui, l’idea ancora moderna di acquistare titoli.
Con il tempo la borsa non solo serviva a fare compravendite di merci, ma sempre più ha iniziato a offrire alle imprese la possibilità di trovare capitali finanziari per realizzare i loro progetti. Pensate un po’: magari voi avete una bella idea imprenditoriale, ma non avete i finanziamenti. Ecco che il meccanismo della borsa vi consente di suddividere in tantissime parti la vostra azienda, vendere le azioni ad altre persone e con il ricavato realizzare i vostri progetti. È evidente che se la vostra azienda sembra avere buone possibilità di successo e quindi essere un investimento vantaggioso il suo valore aumenta e tanti vorranno comperarne un pezzettino aumentando il suo prezzo. Se invece c’è aria di crisi e c’è incertezza sui guadagni futuri dell’azienda o sulla sua sopravvivenza, le persone che hanno comperato le azioni cercheranno di venderle e questo causerà l’abbassamento del prezzo.
Ecco questo è proprio quello che è successo ieri e che è successo dall’inizio della pandemia. Date le misure di confinamento e le chiusure delle attività, ci si aspettava una riduzione importante delle cifre di affari delle aziende quotate in borsa. Così tutti i proprietari dei pezzettini di aziende hanno iniziato a vendere le loro azioni abbassandone il valore. Ma se tutti vendono si innesca una corsa al ribasso. Quindi che cosa comperare quando c’è questo tipo di crisi economica? I beni rifugio. Quindi tutti a comperare oro e metalli preziosi; ed ecco il loro prezzo salire. La notizia di ieri ha innescato lo stesso meccanismo: se fino a poche ore prima eravamo certi che il vaccino avrebbe consentito di tornare a una vita normale e consumare i beni prodotti dalle aziende, i cui utili sarebbero saliti, una nuova variante ha rigettato tutti nell’incertezza. Ecco la corsa alla vendita delle azioni e la perdita di valore delle aziende. Attenzione però, quei 200 miliardi di euro “bruciati” dalle borse sono solo in realtà la riduzione del valore delle azioni. E del valore delle azioni di chi le possiede.

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Cara Italia, così non va… L’Unione Europea e i suoi funzionari non dormono mai

L’Unione Europea e i suoi funzionari non dormono mai. Ed eccoli, rapidamente richiamare l’Italia al rispetto delle regole comunitarie. Ma facciamo un passo indietro per capire bene quello di cui stiamo parlando.
L’Italia lancia il Cashback di Stato (magari potevano trovare un nome in italiano…) per incentivare l’uso dei pagamenti digitali. Non che il governo attualmente in carica sia un sostenitore della tecnologia, ma sicuramente questa tracciabilità consente in parte di provare a porre un freno all’evasione. Per farla semplice se pagate in maniera tracciabile i vostri acquisti, quindi con carte di credito e debito e app di pagamento, potete ricevere un rimborso pari a 150 euro nel mese di dicembre e a 300 euro per l’anno prossimo. Inoltre il sistema consente di premiare i cittadini che faranno più transazioni con un rimborso aggiuntivo. Per non farsi mancare nulla, e forse personalmente questa terza parte la avrei evitata, l’Italia ha anche pensato di associare a questo progetto una lotteria nazionale per consumatori ed esercenti.
Orbene, la Banca centrale europea, non ha atteso molto a ricordare all’Italia che fa parte del mercato unico e che il loro tentativo di arginare il nero, rappresenta una violazione alla libera concorrenza, tanto cara all’Unione Europea. Insomma, oltre a consultarsi preventivamente con la Banca Centrale Europea all’Italia viene rimproverato il fatto di favorire un mezzo di pagamento a favore di un altro (il digitale a scapito del contante) e di non avere prova che questa misura serva a contrastare l’evasione fiscale.
Personalmente ritengo che l’Italia abbia cercato di ottenere i famosi due piccioni con una fava: incentivare una dichiarazione più veritiera delle cifre d’affari riducendo il nero e sostenere i consumatori. Ora, davvero una Nazione sta facendo del male ai suoi cittadini se li sostiene in un momento di difficoltà come quello che stiamo vivendo?
E soprattutto, è davvero necessario che la Svizzera entri sempre più in questo meccanismo di presunto libero mercato che allontana dai bisogni e dalla protezione dei propri cittadini? A voi, come sempre il giudizio…

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Conti pubblici malati (e non solo dal Covid-19)

Le finanze pubbliche sono messe sotto pressione e lo saranno anche nei prossimi anni a causa della pandemia. La responsabilità dei conti in rosso, tuttavia, non è solo del Covid-19; e di questo prima o poi bisognerà parlare. Aiutare le aziende e le famiglie in questo momento, ossia fare una politica fiscale espansiva, è la medicina migliore per la crisi economica. E guai a parlare di aumento delle imposte. Questo non significa però che non sarà necessario, prima o poi, mettere ordine nei conti pubblici, anzi. Di questo ho scritto sul Corriere del Ticino, che ringrazio per la pubblicazione.

I disavanzi del Cantone
Il Cantone ha aggiornato i dati delle finanze pubbliche. I conti di quest’anno chiuderanno con una perdita di quasi 250 milioni di franchi. Lo Stato spenderà molto di più di quello che incasserà. L’andamento negativo dipende principalmente dal fatto che le persone e le aziende guadagneranno molto meno e questo le porterà a pagare proporzionalmente ancor meno imposte; imposte che rappresentano la fetta più importante delle entrate dello Stato. Ecco perché di solito si auspica che l’economia sia solida e in crescita: non solo per il sistema economico, bensì ancora di più per i nostri sistemi sociali. Perché con imposte dirette progressive una crescita del 2% assicura un aumento del 3% e più al fisco. Il lato delle entrate però è quello che dovrebbe preoccupare di meno: una volta passata la crisi, il sistema dovrebbe ricominciare a funzionare e le entrate a crescere. Anche se in questo caso l’impatto è stato molto forte, parleremmo di un “normale” ciclo economico.
Affinché però le cose vadano in questa direzione, l’economia adesso e per i prossimi mesi necessita di un deciso e diretto sostegno finanziario. La maggior parte delle attività economiche ha visto i ricavi scendere drasticamente, mentre i costi fissi come l’affitto, l’elettricità, i leasing dei macchinari, i prestiti sono lì da pagare. Date le misure adottate a causa della seconda ondata e il paventato avvento di una terza, le cose non sono destinate certo a migliorare.
Ora saremmo tentati di credere che le maggiori spese che appaiono nei conti del nostro Cantone siano legate proprio a questo tipo di risposta alla crisi del Covid-19. Purtroppo non sembra essere il caso. Gli aumenti della spesa registrati e previsti per quest’anno riguardano esclusivamente la gestione immediata delle conseguenze sulla salute della pandemia: costi maggiorati per i ricoveri, materiale sanitario, misure atte a garantire il distanziamento. Insomma, nelle spese sostenute quest’anno non c’è traccia, o quasi, di interventi a supporto delle attività economiche. Eppure i conti chiuderanno in negativo.
Purtroppo la stessa riflessione può essere fatta guardando alla previsione dei conti dell’anno prossimo. Anche in questo caso, il deficit previsto dipenderà principalmente da oneri e misure che sono il frutto di decisioni cantonali e nazionali, ma che nulla, o poco, hanno a che vedere con l’aiuto diretto all’economia e alla salvaguardia dei posti di lavoro di questo Cantone.
È questa la vera ragione per cui i deficit di quest’anno e dell’anno prossimo sono un problema di cui è necessario occuparsi. Se i deficit vengono fatti per rilanciare l’economia e il circuito virtuoso del mondo del lavoro, nessun problema, anzi. È proprio questo lo strumento della spesa pubblica e la medicina da somministrare all’economia. Il problema sorge quando le spese “ordinarie” non sono più coperte dalle entrate. Dimentichiamoci, tuttavia, in questo momento di crisi economica di chiedere aumenti delle imposte. Quando tutto sarà passato potremo anche pensare a contributi eccezionali per dare una svolta a questo Cantone. Non ora. Non commettiamo l’errore di aggravare ulteriormente la situazione economica delle persone e delle aziende. La tempesta si trasformerebbe in un uragano.
E concludo con un auspicio per gli addetti ai lavori: non nascondiamoci dietro alla crisi del Covid-19, le finanze pubbliche necessiteranno presto di essere curate e analizzate voce per voce, una per una. Senza dimenticare che siamo una Confederazione e che anche altri dovrebbero prenderci maggiormente in considerazione.
Tratto da “Corriere del Ticino” – 14.12.2020

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Previsioni economiche (e oroscopo)

Previsioni economiche? Galbraith diceva che “l’unica funzione delle previsioni economiche è di far sembrare rispettabile l’astrologia”. Magari avremo occasione di parlare in un prossimo articolo di questo grande economista controcorrente e arguto, ma ora dedichiamoci all’oroscopo, ops, alle previsioni economiche appena presentate.
Il KOF, che è il centro di ricerca del politecnico federale di Zurigo, prevede che il Prodotto interno lordo (PIL) di quest’anno si ridurrà del 3.5%. Le cose non sono andate proprio bene: per trovare un anno così catastrofico dobbiamo tornare indietro al 1975, in piena crisi petrolifera.
Anche se i danni sono stati minori rispetto alle altre Nazioni, non possiamo essere troppo felici: oggi le nostre economie sono strettamente legate e il nostro benessere dipende molto dalle esportazioni che facciamo negli altri Paesi. Quindi se soffrono loro, soffriamo anche noi: ecco perché si stima che quest’anno le esportazioni si ridurranno del 5.6% e le importazioni ben del 9.3%. Attenzione a non commettere un errore comune ossia di pensare che se i beni e servizi che comperiamo dagli altri Paesi diminuiscono, il valore delle nostre esportazioni nette, che è la differenza tra quello che vendiamo e quello che comperiamo, aumenta. Non per forza. La Svizzera non ha grandi quantità di materie prime per cui per produrre e vendere beni all’estero deve prima comperarle insieme ai semilavorati e poi vendere i prodotti finali. Insomma, quando importiamo meno, produciamo meno e vendiamo meno.
Anche i consumi delle famiglie svizzere si sono ridotti di quasi il 5%. Le chiusure di molte attività, i confinamenti e l’incertezza sul futuro hanno pesato molto sulla domanda di beni e servizi.
Di riflesso, pure gli investimenti registreranno un calo importante. Quasi il 4% in meno. Se le costruzioni sembrano tenere abbastanza, più preoccupante quanto accade ai macchinari e alle attrezzature che si riducono di oltre il 5%. Questo indicatore è molto importante: è un po’ come se fosse il termometro dell’economia. Se gli imprenditori ritengono che le cose andranno bene e dovranno produrre molti beni, compreranno nuovi macchinari e attrezzature e questi investimenti aumenteranno; al contrario, se ritengono che le vendite diminuiranno, non sostituiranno neppure i macchinari che si rompono e gli investimenti scenderanno.
Ed ecco che questi fattori porteranno il Prodotto interno lordo del 2020 a ridursi del 3.5%, nonostante lo Stato aumenti le sue spese del 2%.
Se i prezzi non mostreranno particolari spostamenti, lo stesso non può dirsi per gli effetti sul mercato del lavoro. Già quest’anno si stima che il tasso di disoccupazione aumenterà al 3.1% per arrivare al 3.3% l’anno prossimo (era di 1 punto percentuale minore nel 2019). Questo avverrà sempre che gli effetti della pandemia saranno contenuti e limitati e quindi sempre che si avverino le previsioni di crescita stimate in un aumento del PIL del 3.2%. Il 2021 quindi sarà caratterizzato per il KOF da un aumento dei consumi privati, un’importante crescita degli investimenti e delle esportazioni.
Ora non ci resta che sperare che anche le congiunzioni astrali siano favorevoli…

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Le tasse sul CO2 servono?

Tutti sono d’accordo che il cambiamento climatico necessita di soluzioni immediate. Ma non tutti sono d’accordo su quali siano queste soluzioni e sulla loro efficacia. Nei giorni scorsi, a ridosso del quinto anniversario dalla sottoscrizione dell’Accordo di Parigi, mi sono dedicata a un’analisi del tema, soprattutto in relazione all’efficacia delle tasse sul CO2. L’Osservatore ha pubblicato una mia riflessione nella sua edizione del 12 dicembre 2020, mentre il portale Ticinotoday ha ospitato una mia considerazione video sul tema. Ve le ripropongo qui sotto ringraziando le testate per le pubblicazioni.

Un “Green Deal” senza la Svizzera
Quando il 12 dicembre 2015, è stato sottoscritto l’Accordo di Parigi, gli obiettivi fissati dai Paesi sembravano molto ambiziosi. È con la nascita dei movimenti per il clima che sono diventati realmente realizzabili. Sono riusciti a portare all’attenzione pubblica un tema che da decenni occupava e preoccupava scienziati e tecnici.
Qualcosa è cambiato anche nell’economia. Da sempre gli economisti spiegano che il prezzo di un bene deve considerare tutti i costi, anche quelli che ricadono sulla società, come per esempio i danni ambientali. Eppure erano poche le imprese che si preoccupavano di queste esternalità negative. Oggi qualcosa è cambiato. I consumatori sono più sensibilizzati e si interessano all’impatto ambientale dei beni acquistati. Come succede (quasi) sempre in economia, la domanda influenza l’offerta. Ecco quindi le aziende rispondere di conseguenza. Obiettivi di produzione a zero emissioni nette, agricoltura rigenerativa, riforestazione, uso di energia da fonti rinnovabili, compensazione delle emissioni di gas a effetto serra; dalle compagnie aeree, ai marchi di moda, dall’high-tech al settore alimentare, non c’è multinazionale che non annunci quotidianamente questi obiettivi. Magari non sono mosse da grandi ideali, ma il risultato non cambia: se vogliono sopravvivere devono anticipare i tempi.
Anche la politica non è stata a guardare. La maggior parte delle Nazioni ha abbandonato le vecchie tasse punitive sul consumo in favore di strumenti normativi. Si sa che, per esempio, il consumo di benzina non solo non si riduce con l’aumento delle tasse, ma colpisce anche le persone più deboli. In aggiunta potrebbe pure avere effetti contrari sulla motivazione delle persone sensibili all’ambiente. La strada scelta oggi è sicuramente più coraggiosa: obbligare con le leggi i produttori ad adeguarsi. Norvegia, Olanda e India avevano già aperto la strada qualche anno fa annunciando entro un decennio il divieto della vendita di auto a benzina o diesel. Ora sempre più Nazioni seguono e di conseguenza le compagnie petrolifere si riconvertono investendo nelle energie rinnovabili.
Ma non è solo il privato a fare queste scelte. Diverse Nazioni hanno lanciato piani di investimenti pubblici sostenibili. L’unione Europea ha previsto l’apertura di un bando di gara, l’European Green Deal, di 1 miliardo di euro per progetti di ricerca e innovazione che affrontino la crisi climatica e proteggano la biodiversità.
Purtroppo in tutto questo la Svizzera è in ritardo: nessuna grande spesa di investimento pubblico, nessuna regolamentazione coraggiosa, ma solo una “vecchia” tassa punitiva sul CO2. Per fortuna che il nostro mercato è troppo piccolo per influenzare la produzione e anche noi godremo dei vantaggi delle scelte politiche fatte dagli altri Stati.
Tratto da L’Osservatore del 12 dicembre 2020

La versione audio: Un “Green Deal” senza la Svizzera
Pubblicato da Ticinotoday il 14.12.2020

Scontro sui cambi tra Stati Uniti e Svizzera

L’economia ha sempre bisogno di situazioni equilibrate. Questo capita anche nel caso della moneta. Una moneta può essere debole o forte. Questa definizione dipende dal valore che la moneta ha in rapporto al cambio con le monete degli altri Paesi. Una moneta forte di solito è considerata anche un bene rifugio affidabile e stabile: questo significa che le persone, le aziende o le altre nazioni per essere sicure di mantenere il valore dei loro possedimenti li convertono in queste monete. Il problema si pone quando la domanda di questa moneta diventa troppo grande e quindi il suo prezzo cresce ancora di più, apprezzando ulteriormente la moneta. È un po’ come quello che succede in un’asta: se tutti vogliono un quadro, il prezzo continua a salire e vincerà chi è disposto a pagarlo di più.
Di solito la forza di una moneta dipende da molti fattori, tra i quali una situazione economica e politica stabile, bassa disoccupazione, inflazione sotto controllo, grande competitività internazionale.
Di primo acchito sembrerebbe che avere una moneta forte sia solo un vantaggio. Ma non è sempre così. Una moneta molto forte può mettere in difficoltà le aziende che vendono i loro prodotti principalmente all’estero.
Per questa ragione le banche centrali cercano di mantenere il valore della propria moneta entro certi limiti e lo fanno con molti strumenti: noi semplifichiamo immaginando che la Banca Nazionale Svizzera (BNS) utilizzi franchi svizzeri per comperare altre monete così da aumentare il loro valore.
Ora, pare che il Dipartimento americano del tesoro abbia messo la Svizzera nei paesi che manipolano i cambi per trarre vantaggio nella politica commerciale. Secondo le regole degli Stati Uniti questo avviene quando un Paese interviene con un ammontare superiore al 2% del suo Prodotto Interno Lordo (PIL), ha un surplus commerciale di più di 20 miliardi di dollari con gli Stati Uniti e un rapporto tra il surplus delle partite correnti e il PIL maggiore al 2%. La Svizzera “viola” tutte queste tre condizioni. Per esempio nei primi 6 mesi dell’anno ha speso circa 90 miliardi di franchi per contrastare l’apprezzamento del franco, l’equivalente di oltre il 12% del nostro prodotto interno lordo.
Per il momento questa decisione non ha conseguenze dirette, ma gli Stati Uniti potrebbero decidere di applicare sanzioni e dazi nei confronti dei prodotti svizzeri. Dal canto suo la Svizzera spiegherà che gli interventi sono stati fatti per garantire la stabilità economica e non per avere vantaggi commerciali, anche perché, vedremo nei prossimi articoli, le bilance dei rapporti con l’estero sono un punto forte dell’economia elvetica.

La versione audio: Scontro sui cambi tra Stati Uniti e Svizzera

La tua casa per un bulbo di tulipano?

Qualche giorno fa il Bitcoin (che ricordiamo è una moneta virtuale creata “a computer”) ha raggiunto il suo valore storico massimo di circa 20’000 dollari. Nulla di straordinario, se non guardiamo alla sua crescita da marzo quando valeva 5’000 dollari. Insomma, un rendimento del 300% in pochi mesi. Per chi ha investito nel momento giusto, decisamente un affare.
Questa criptovaluta è stata creata nel 2009 e da oltre un decennio appassiona gli economisti, ma anche gli investitori e gli ingegneri.
All’inizio si credeva che potesse diventare una moneta, ma di fatto non lo è. La moneta per essere considerata tale deve avere almeno tre caratteristiche: essere accettata generalmente come mezzo di pagamento, essere riconosciuta come unità di conto da uno Stato e rappresentare una riserva di valore, ossia non oscillare troppo e troppo in fretta. Quindi, no il Bitcoin non è una moneta.
Questa criptovaluta ha inoltre un’altra particolarità: tranne in casi speciali, il suo uso è assolutamente anonimo e quindi essa è ritenuta una via per il riciclaggio. Proprio in questi giorni l’Autorità federale di vigilanza sui mercati finanziari (FINMA) ha deciso che sarà necessario identificarsi per svolgere transazioni a partire da 1’000 franchi.
Detto questo, alcuni cantoni e anche alcuni Comuni in Svizzera, hanno provato a utilizzare i Bitcoin come mezzi di pagamento, ma riscontrando poco interesse nella popolazione.
Ora però gli esperti valutano un’altra possibilità per le criptovalute: diventare piano, piano una forma di investimento come l’oro.
A me però piace ricordare come finì la corsa ai tulipani nella metà del ‘600. I tulipani arrivati dalla Turchia, avevano subito conquistato il cuore degli olandesi. In pochi anni il loro valore raggiunse cifre astronomiche. Un bulbo poteva costare fino a 20 volte il salario di un anno. C’era chi vendeva terreni, case e altri beni per comperare bulbi di tulipano che addirittura dovevano ancora nascere.
I tulipani finirono perfino per essere quotati in Borsa. Ma a un certo punto anche questa bolla scoppiò: un focolaio di peste mandò deserta un’asta di bulbi facendo cambiare improvvisamente l’opinione degli investitori. E quando si tirarono le somme, qualcuno aveva fatto guadagni enormi, ma molti, la maggior parte, avevano perso tutto.
Bizzarro, vero, pensare di vendere la propria casa per dei bulbi di tulipani? Eppure qualche volta azzardiamo investimenti in alcuni prodotti finanziari o in criptovalute che si differenziano di poco dai nostri tulipani…

La versione audio: La tua casa per un bulbo di tulipano?