Il Fondo Monetario vuole aumentare le tasse. Ma è davvero la soluzione?

Questa mattina sono stata interpellata da Radio 3i, che ringrazio, per commentare la notizia che il Fondo Monetario Internazionale (FMI) propone l’aumento delle tasse.
Il Fondo Monetario Internazionale è nato, insieme alla Banca Mondiale, nel 1944 durante la famosa conferenza di Bretton Woods. A questo incontro voluto per stabilizzare il sistema monetario internazionale ed evitare nuove svalutazioni competitive che avrebbero danneggiato l’economia mondiale parteciparono 44 Paesi (oggi conta 190 membri). Le soluzioni proposte furono due. Da una parte quella inglese dell’economista John Maynard Keynes (di cui abbiamo scritto in passato) e dall’altra quella statunitense con l’economista Harry Dexter White. Keynes proponeva la creazione di un sistema di pagamenti internazionale e di una nuova moneta, il Bancor. White invece suggeriva l’istituzione di un fondo di stabilizzazione finanziato dai paesi. La soluzione scelta fu molto vicina all’idea di White. Il FMI nacque quindi con l’idea di raccogliere fondi e prestarli ai paesi membri in difficoltà. Il tutto basato sull’idea di cambi fissi tra le monete nazionali che trovavano la loro base nel rapporto tra il dollaro e l’oro. Il sistema di cambi fissi finì nel 1973; da allora siamo in presenza di cambi flessibili.
Ma torniamo al suggerimento del FMI di aumentare la tassazione.
Tra le sue proposte c’è quella di ampliare la base imponibile, quindi tassando nuovi elementi, e quella consueta di tassare di più i redditi alti e i grossi patrimoni. Concretamente il FMI propone per esempio di introdurre la tassazione sulle case, sulle successioni, sulle aziende che hanno conseguito importanti utili come pure accenna a misure per impedire la “non tassazione”. In questo caso si riferisce a quelle aziende che possono “ottimizzare” la loro tassazione spostando gli utili da un paese all’altro.
Tutto ottimo sulla carta, ma attenzione. Quando si mette mano al sistema fiscale bisogna capire bene qual è l’obiettivo che si vuole raggiungere. Le misure di politica fiscale restrittiva sono molto differenti tra loro.
Farlo per sanare le finanze pubbliche è ben diverso che farlo per ridurre le disuguaglianze. Mi spiego meglio. Alcuni paesi, e sottolineo solo alcuni paesi, necessiteranno di riportare i conti pubblici in equilibrio. Per questo tipo di intervento nulla vieta l’introduzione tra qualche anno, ma solo tra qualche anno, di una sorta di contributo di solidarietà da prelevare ai cittadini e alle aziende più benestanti. Sarebbe corretto attendere qualche anno che la situazione economica si stabilizzi per non comprometterla.
Se invece, come pare dall’annuncio del Fondo Monetario Internazionale, si vuole agire sulla disuguaglianza allora la misura non mi trova per nulla concorde. Questo è solo un cerotto temporaneo. Il difetto sta nel manico dei nostri sistemi economici. Dobbiamo agire là, alla base, dove si generano le disuguaglianze. Questo può essere fatto solo attraverso la regolamentazione. Bisogna agire sui meccanismi che permettono di accumulare costantemente ingenti patrimoni o di ottenere retribuzioni sproporzionate. Pensiamo alle grosse aziende, alle banche, ai Paperon de’ Paperoni che grazie ai loro grandi patrimoni possono fare investimenti che li accrescono all’infinito. O pensiamo alle folli retribuzioni che ricevono i manager sotto forma di bonus. Oppure ancora pensiamo ai milioni di transazioni che avvengono ogni secondo sui mercati finanziari e che consentono rendimenti molto elevati data la quantità investita. E che dire dei paradisi fiscali che permettono alle aziende di spostare gli utili dove non sono tassati?
Ecco, sono questi i punti dolenti dei nostri sistemi economici. Le lacune che consentono disuguaglianze inaccettabili. Ma le soluzioni richiedono regolamentazioni coraggiose e non solo tasse più alte che andrebbero sì a riempire le casse statali, ma senza risolvere il problema.

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Fonte: https://bit.ly/3fTHeJm

Credit Suisse non ne imbrocca una. Da Wirecard ad Archeghos passando per Greensill Capital

Pare proprio che Credit Suisse non ne imbrocchi una. E le vicende assomigliano a romanzi.
Germania, giugno 2020: la società Wirecard non ottiene l’approvazione dei suoi bilanci. Si scopre che gli 1.9 miliardi di euro depositati nelle Filippine non esistono. Wirecard è una società fiore all’occhiello tedesco. È attiva nel settore fintech e fornisce la tecnologia per i pagamenti online e l’emissione di carte di credito, come Paypal e Western Union. La storia di questa azienda è molto simile ad altre storie di frodi finanziarie. Wirecard nasce nel 1999 e per il primo decennio fa principalmente transazioni online per siti pornografici e giochi d’azzardo. Nel giro di pochi anni, grazie al suo nuovo amministratore delegato Markus Braun, Wirecard diventa un colosso: oltre 300 mila aziende come clienti, 6 mila dipendenti e sedi in 20 paesi del mondo. Un grande successo per un’azienda che compera società molto piccole con redditività bassa che dopo l’acquisto sorprendentemente nel giro di poco tempo raccolgono enormi quantità di denaro che portano ingenti profitti. Ma le autorità di vigilanza tedesche (BaFin) fanno orecchie da mercante. Non solo, qualche anno più tardi, scenderanno in campo a spada tratta contro le accuse di irregolarità contabili mosse dal Financial Times nei confronti di Wirecard. Ma i nodi vengono al pettine nel giugno del 2020 quando Wirecard non ottiene l’approvazione dei suoi bilanci. Il valore delle azioni crolla da 90 euro a pochi centesimi (oggi un’azione Wirecard vale 40 centesimi di euro). Ci vorrà un anno e mezzo perché Presidente e vice-presidente dell’autorità di vigilanza tedesca riconoscano l’errore e annuncino le loro dimissioni. Ma cosa c’entra in tutto questo Credit Suisse? Prima che lo scandalo scoppiasse Credit Suisse piazza ai suoi investitori istituzionali 1 miliardo di titoli Wirecard che ha comperato SoftBank Gruoup che è una società giapponese sua “amica”. Così facendo, Softbank ha regalato le sue perdite ai clienti di Credit Suisse.
Seconda storia. Marzo 2021. Credit Suisse investe 10 miliardi di dollari in 4 fondi gestiti da Greensill Capital, società di investimento specializzata nei prodotti “supplly chain finace”. Nome difficilissimo che ora spieghiamo. Questi prodotti si basano sul finanziamento della catena di approvvigionamento delle aziende. Vediamo come funzionano. L’azienda A vende della merce all’azienda B emettendo una fattura. L’azienda A non vuole aspettare il termine di pagamento e quindi “vende” la fattura alla Greensill Capital che in cambio le dà subito il 90-95% dell’importo. È vero che l’azienda A perde qualcosa, ma almeno non deve attendere per l’incasso. La Greensill Capital mette questa fattura in un fondo che è comperato da Credit Suisse. Queste fatture sono assicurate, quindi se l’azienda B non dovesse pagare nessun problema perché interviene l’assicurazione. A meno che… a meno che l’assicurazione, capita la mal parata, non si ritiri dal fondo. Ed è quanto capitato. Ecco perché è molto probabile che i debitori non pagheranno le fatture e i clienti di Credit Suisse perderanno tutto. Nel frattempo, naturalmente, Greensill Capital ha annunciato di essere insolvente.
E infine l’ultima tegola: il fallimento di Archeghos Capital Management. Anche qui la storia è abbastanza simile. Un piccolo family office (che è una società di gestione patrimoniale di famiglie ricche) partito con 900 milioni di dollari grazie all’intervento miracoloso di un finanziere cinese arriva a gestire 10 miliardi. E naturalmente ingolosita da rendimenti eccezionali Credit Suisse si è lanciata nell’affare. Peccato che qualche giorno fa sia arrivata la notizia del fallimento. E peccato che il finanziere responsabile del fondo fosse già stato condannato in passato per aver usato informazioni riservate per guadagnare in maniera illecita (insider trading) e per frode.
Le perdite per Credit Suisse saranno ingenti: il titolo ha già perso oltre il 10% del suo valore. Alla luce di questi tre casi, alcuni dubbi sorgono spontanei. Ma voi, affidereste i vostri risparmi a Wirecard, Greensill Capital e Archegos? Sicuramente no. E allora, come è possibile che professionisti del settore continuino a commettere gli stessi errori fatti nel 2008? Possibile che non si riesca a ripulire questo mondo della finanza?

P.S. Se ci fossero imprecisioni e semplificazioni eccessive sui prodotti o sui meccanismi non esitate a comunicarmele

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Fonte. Credit Suisse

Biden ha le mani bucate? Non ha ancora speso i 1’900 miliardi che già ne chiede altri 2’250

Biden non ha ancora speso un centesimo dei 1’900 miliardi di dollari votati per il piano anti-Covid, eppure vuole già spenderne altri 2’250 miliardi.
Il primo piano era già stato lanciato nell’era Trump. Prevede che ogni persona che guadagna meno di 75 mila dollari (70 mila franchi) e in coppia meno di 150 mila dollari (140 mila franchi) riceverà un assegno da 1’400 dollari che potrà spendere liberamente (1’300 franchi). In aggiunta i disoccupati riceveranno fino a settembre 1’200 dollari (1’100 franchi) mensili di sussidi federali straordinari. E infine, i crediti di imposta per figli minorenni saranno convertiti in assegni di cui le famiglie potranno disporre.
Questa politica da 800 miliardi è un esempio di politica fiscale tipico da manuale. La prima misura è indirizzata a tutte le persone con redditi medio-bassi; la seconda sostiene in maniera mirata la categoria delle persone disoccupate, mentre la terza aiuta le famiglie povere.
Anche in questo caso, come sempre, l’obiettivo di una politica fiscale è doppio. Primo: lo Stato sostiene alcuni cittadini in difficoltà dando loro un reddito che non hanno. Lo Stato sarà molto contento se questi lo spenderanno interamente e in beni prodotti negli Stati Uniti. Ma perché uno Stato dovrebbe incentivare il consumo?
Il consumo rappresenta il 50-55% del nostro Prodotto Interno Lordo; per farla semplice è la benzina principale del nostro benessere economico. Se le persone consumano dei beni, sarà necessario che qualcuno li produca. Affinché questo avvenga le aziende dovranno assumere nuovi collaboratori. In questo caso il vantaggio è triplo. Primo: se le persone trovano un posto di lavoro non avranno più bisogno dei sussidi dello Stato e la spesa pubblica diminuisce. Secondo: i cittadini avranno un reddito su cui pagheranno le imposte e le entrate dello Stato aumenteranno. Terzo: i cittadini potranno comperare dei beni. Così aumenteranno ulteriormente la domanda, la produzione dovrà crescere e il nostro circuito economico guarirà dalla crisi in cui si trova. Quindi lo Stato non solo renderà felici direttamente i cittadini che riceveranno il denaro, ma grazie al loro consumo, renderà felici anche quelli che troveranno un posto di lavoro.
E non finisce qui. Se i cittadini usano tutto il reddito per comperare beni prodotti localmente permettono al moltiplicatore di esercitare il suo effetto. Questo meccanismo, non si offenda nessuno dato tra l’altro il periodo pasquale, è un po’ la moltiplicazione dei pani e dei pesci. Infatti il moltiplicatore spiega che l’impatto sulla crescita della produzione è maggiore della spesa che è stata fatta. Concretamente se io ho regalato 1’400 dollari a una persona e so che il moltiplicatore è di 1.5 alla fine del circuito economico il mio prodotto interno lordo sarà aumentato di 2’100 dollari. Ha speso 1’400 dollari se ne generano 2’100. Vi sembra un miracolo? No, niente di così grande. Il meccanismo che sta dietro e che è spiegato nell’economario con un esempio semplice è molto banale. Se io ho un reddito aggiuntivo e lo spendo, qualcun altro lo incasserà; a sua volta questo qualcun altro potrà spenderlo e qualcun altro lo riceverà e così di seguito. Quindi si genererà una sorta di redditi a cascata.
Ecco perché la politica fiscale, oltre ad aiutare i cittadini in difficoltà, sostiene anche la ripartenza dell’economia. Quanto però saranno sufficienti questi aiuti ce lo dirà solo il tempo.
Intanto però il presidente Biden ha già annunciato di voler spendere altri 2’250 miliardi di dollari e di voler aumentare le tasse. Sicuramente queste proposte alimenteranno il dibattito nei prossimi mesi. E come si dice in questi casi, affaire à suivre… e noi lo eseguiremo in un prossimo articolo.

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© Mandel Ngan/AFP via Getty Images

Il polo sportivo di Lugano si farà! Forse…

Il Polo Sportivo di Lugano si farà; forse. Il consiglio Comunale nella seduta del 29 marzo ha deciso di approvare questo progetto. Da mesi la città di Lugano dibatte e si batte su due importanti infrastrutture. L’aeroporto di Agno e appunto il Polo Sportivo. Lugano è la città più importante del Cantone, oltre a essere l’ottava città più popolata in Svizzera. Un quarto di tutte le aziende e di tutti gli impieghi del Cantone si trova in questa città. Città che contribuisce in maniera sostanziale alla perequazione intercomunale, ossia al fondo con cui i comuni più “ricchi” danno risorse ai comuni più “poveri”. Insomma, quando Lugano ha il raffreddore, il Cantone deve misurarsi la febbre. Proprio per mantenere questa sua forza, come tutte le grandi città, anche Lugano dovrà ripensarsi nei prossimi anni. Questo il mio pensiero pubblicato qualche settimana fa dal Caffè (14.03.2021)

Il passo più difficile è dimenticare il glorioso passato
La maggioranza dei fattori con cui bisogna fare i conti sfugge al controllo.
Due differenti dinamiche hanno caratterizzato il nostro Cantone negli ultimi anni. Da una parte le città considerate fino a qualche tempo fa le “sorelline minori” hanno potuto innovare, sperimentare, costruirsi un’identità più specifica che le fa apparire oggi dinamiche e con il vento in poppa. Dall’altra parte Lugano, la locomotiva del Cantone, che faceva i conti con dei cambiamenti strutturali che ne avrebbero intaccato in parte la sua stessa identità.
Pensiamo all’impatto che hanno avuto il ridimensionamento della piazza finanziaria e delle attività collegate, la riduzione dei posti di lavoro, la diminuzione delle entrate fiscali o ancora la fine di un certo turismo “di lusso”. Questi elementi accompagnati dalla necessità di gestire problematiche tipiche delle città più grandi e multietniche hanno fatto sì che il contesto si modificasse rapidamente richiedendo attenzioni particolari.
Ora però siamo a un punto di svolta. La Nuova Lugano ha tutte le carte per programmare il suo sviluppo futuro. Il compito non è semplice, soprattutto quando richiede la capacità di estraniarsi dal presente in cui si vive e si decide, per proiettarsi nei dieci-quindici anni successivi. L’orizzonte temporale per le grandi manovre purtroppo non è mai il breve termine. Così Lugano dovrà scegliere su quali settori e ambiti scommettere. Poi dovrà avere il coraggio di costruire le condizioni quadro favorevoli e soprattutto di investire.
Di certo la città non parte da zero. Potrà sfruttare la sua posizione tra due metropoli come Zurigo e Milano; il suo essere città universitaria che si svilupperà ulteriormente grazie alla facoltà di scienze biomediche; le competenze della piazza finanziaria e del settore del commercio delle materie prime; la rinascita di un turismo di qualità. Senza dimenticare tutto ciò che si sta sviluppando nell’agglomerato luganese: dall’intelligenza artificiale, alla farmaceutica, dalle scienze infermieristiche, alla tecnologia.
Le possibilità non mancano. Tuttavia, come per ogni cambiamento, probabilmente il passo più difficile è mettere da parte il glorioso tempo che fu.
Tratto da il Caffè, 14.03.2021

La versione audio: Il polo sportivo di Lugano si farà! Forse…

L’economia svizzera? Bene, ma non benissimo…

L’economia svizzera ritroverà pieno splendore a partire dal III trimestre del 2021. Almeno questo è quanto sostiene il KOF, che è l’istituto di ricerca del politecnico federale di Zurigo. Anche se in realtà lo stesso istituto propone tre scenari diversi a causa della grande incertezza in cui viviamo. Il primo, negativo, prevede che l’economia internazionale risenta ancora della crisi pandemica portando a un aumento del Prodotto Interno Lordo (PIL) svizzero di soli 2.4%. Per contro lo scenario positivo prevede una crescita del PIL del 3.1% grazie a una campagna delle vaccinazioni spedita e a effetti che consentano di interrompere tutte le misure di confinamento. Infine, lo scenario di base che prevede una crescita per quest’anno del 3%.
Secondo queste previsioni l’economia mondiale, dopo il calo brusco del 5% dell’anno scorso, dovrebbe risollevarsi crescendo del 4.7%. Come possiamo immaginare la ripresa non sarà la stessa in tutti i paesi, così vediamo stimare un aumento del PIL dell’Unione Europea di “solo” il 4% rispetto al 5.5% degli Stati Uniti e a ben il 9.2% della Cina.
Da parte sua il prezzo del petrolio che ricordiamo è il fattore produttivo fondamentale per le nostre economie avanzate, tornerà ai livelli pre-crisi (attorco circa ai 62.5 dollari al barile). Senza grandi sorprese i tassi di interesse della zona dell’Euro dovrebbero rimanere negativi. In questa analisi c’è però un dato che ci potrebbe preoccupare: la crescita piuttosto bassa della Germania, stimata solo del 3.2%. Questa Nazione è il nostro principale partner commerciale, sia in termini di risorse e prodotti che acquistiamo da loro, sia in termini di prodotti e servizi che le vendiamo.
Andiamo a vedere i nostri dati nazionali. Il consumo delle famiglie che crescerà del 3% sarà determinante. Ricordiamo che questa componente rappresenta in Svizzera oltre il 50% di tutto il prodotto nazionale. Per questo il suo andamento è costantemente monitorato e non può che rallegrarci quando aumenta. In effetti, questo fattore è quello che dà il più grande contributo alla crescita nazionale. Potreste obiettare che non è così perché il consumo pubblico, quindi la spesa pubblica, crescerà quest’anno di ben il 3.7%. Attenzione perché dobbiamo ricordarci che questa crescita deve essere rapportata alla proporzione che la spesa pubblica rappresenta dell’economia nazionale e che è “solo” dell’11%. Val la pena anche di notare che l’aumento considerevole della spesa pubblica è proprio lo strumento di politica fiscale espansiva che gli Stati mettono in atto per aiutare l’economia nel momento di difficoltà.
Gli investimenti, anche se meno rispetto a quanto ci saremmo aspettati, cresceranno. Le costruzioni dello 0.5%, i macchinari del 2%. Anche le relazioni con l’estero mostrano una buona dinamica. Le esportazioni di beni e servizi dovrebbero aumentare del 6.5% e le importazioni del 5.2%. Ricordiamo che la Svizzera è un Paese esportatore netto, quindi vende all’estero più di quello che compera. Questo fatto è molto importante perché permette di mantenere posti di lavoro in Svizzera. Se dobbiamo produrre di più di quello che consumiamo, allora avremo necessità di generare posti di lavoro che altrimenti sarebbero all’estero. In aggiunta è bene segnalare le tre ragioni che rendono il caso svizzero eccezionale. Primo: siamo molto piccoli e quindi abbiamo risorse, territorio, personale,… ridotti. Secondo non abbiamo materie prime: se potete trivellare petrolio e venderlo sui mercati internazionali è facile essere esportatori. Nel nostro caso invece dobbiamo comperare dall’estero materie prime e prodotti, elaborarli e rivenderli. Infine, tranne poche realtà, non possiamo vantare una storia di grandi aziende nell’industria pesante: niente automobili, niente cantieri navali.
Ma alla fine perché siamo contenti se il prodotto interno lordo sale? La crescita del PIL ci consente di produrre di più e quindi di offrire posti di lavoro. In questo senso, le previsioni stimano un aumento della disoccupazione secondo l’ILO al 5.2% e al 3.3% per la SECO. Dati fortunatamente piuttosto contenuti che speriamo la realtà confermi.

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La Banca Nazionale scommette contro il franco svizzero

Anche il rapporto annuale del 2020 della Banca Nazionale Svizzera (BNS) non può non parlare della crisi del Covid-19. Così dalle sue pagine scopriamo che per fare la sua politica monetaria espansiva ha usato principalmente tre strumenti: il contenimento dell’apprezzamento del franco svizzero, il mantenimento di bassi tassi di interesse e la garanzia di sufficienti crediti e liquidità al sistema. Ma vediamo in parole semplici che cosa ha fatto la Banca Nazionale.

Quando c’è una crisi economica che genera incertezza e instabilità gli agenti economici si comportano in maniera differente. Così per esempio anziché cercare investimenti che fanno guadagnare, cercano la garanzia di mettere al sicuro il proprio capitale. E così comperano i cosiddetti beni rifugio. Oro, oggetti di valore, monete, opere d’arte, auto d’epoca, immobili, vini pregiati vedono il loro mercato aumentare notevolmente. Lo stesso può capitare anche per le valute. E tra queste il franco svizzero, famoso per la sua stabilità. Così la Banca Nazionale si è trovata a dover affrontare il pericolo di un troppo grande apprezzamento del franco. Se la nostra moneta diventa forte, i beni e i servizi prodotti in Svizzera diventano troppo cari per l’estero e questo può causare grossi problemi alla nostra economia. Semplificando di molto le cose possiamo pensare che per contrastare questo fenomeno la BNS interviene sul mercato dei cambi acquistando valuta estera e quindi vendendo franchi svizzeri. La maggior parte degli investimenti è fatta da titoli di Stato, anche se la BNS non disdegna investimenti in azioni e obbligazioni di società.

Nel 2019, l’anno prima, la Banca Nazionale aveva comperato il corrispettivo di 13.2 miliardi di franchi; nel 2020 ha speso 110 miliardi. L’intervento è stato decisamente grande.

Dobbiamo comunque riconoscere la BNS ha fatto bene il suo lavoro generando un rendimento delle riserve monetarie dell’1.9%.

Un’altra manovra per scoraggiare il fatto di comperare franchi svizzeri e tenerli depositati in banca è quella dei tassi di interesse negativi. Concretamente significa che siete voi a dover pagare per tenere i soldi in banca.

Ma il mantenimento di un basso tasso di interesse è anche uno strumento che ha ridotto il costo per le aziende e gli enti pubblici che necessitano di finanziamenti.

Infine sempre sul fronte del credito e della liquidità la Banca nazionale ha concesso liquidità alle banche secondarie affinché potessero elargire i crediti COVID-19 garantiti dallo Stato.

Insomma un bel misto di strumenti per fare una politica monetaria espansiva.

Ma sfogliando il rapporto leggiamo tante altre curiosità. Per esempio scopriamo che a fine 2020 gli attivi della BNS ammontavano a 999 miliardi di franchi (accidenti, mancava solo 1 miliardo per la cifra tonda…) o ancora che è stato proposto un dividendo agli azionisti di 15 franchi. Già perché la Banca Nazionale svizzera è una società anonima detenuta sì per metà dai Cantoni e dalle banche cantonali, ma per l’atra metà appartiene ai privati. Dobbiamo precisare che però è una società anonima retta da una legge speciale (per esempio il dividendo è al massimo il 6% del capitale azionario oppure ci sono limitazioni al diritto di voto).

Altra curiosità è che mentre i pagamenti in contanti l’anno scorso si sono ridotti notevolmente, la domanda di banconote di grosso taglio, pensiamo ai 1’000 franchi, è cresciuta. Questo ci confermerebbe che sono ancora in tanti quelli che anziché puntare su grandi investimenti speculativi, scelgono il caro vecchio materasso. E come dargli torto in una situazione di instabilità e incertezza come quella attuale?

D’altronde anche Paperon de’ Paperoni tiene le sue monete al sicuro nel suo deposito…  

La versione audio: La Banca Nazionale scommette contro il franco svizzero

Che cosa hanno in comune Keynes e la Covid-19? L’incertezza

Questa mattina sono stata ospite della trasmissione Millevoci di Rete Uno (sotto il link). Abbiamo parlato di certezze in ambito economico, psicologico e artistico.
Da un punto di vista economico una delle più grandi rivoluzioni del pensiero è stata proprio quella di riconoscere l’esistenza dell’incertezza. Keynes ha portato un cambiamento epocale. Fino a quel momento la teoria dominante, definita neoclassica, riteneva che tutte le dinamiche economiche lasciate a loro stesse avrebbero condotto a un equilibrio. Questo significava che il mercato da solo avrebbe trovato la corretta allocazione dei fattori. L’equilibrio automatico valeva per il mercato dei beni, della moneta, dei servizi e anche per quello del lavoro. Il fattore che consentiva di giungere all’incrocio perfetto tra domanda e offerta era il prezzo. Keynes stravolge il pensiero sostenendo che nella realtà il contesto in cui gli agenti economici prendono decisioni è l’incertezza. Anche se sembra una banalità, questa considerazione ha un impatto devastante sulla teoria economica neoclassica mettendo in dubbio la natura stessa dell’economia. Per Keynes l’economia è una disciplina sociale e non una scienza esatta. E deve essere trattata così. Questo implica che non esistono leggi universali né soluzioni univoche, anzi.
Quali possono essere le implicazioni economiche di questa incertezza? I consumatori se non hanno fiducia non usano il reddito e consumano meno diminuendo la domanda aggregata. In risposta la produzione diminuisce. Le aziende smettono di investire. Così si presenta lo squilibrio tra domanda e offerta potenziale (che è quella che garantisce la piena occupazione delle persone e dei macchinari). Questo significa che siamo in presenza di disoccupazione. Keynes nella sua teoria mostra perché non esista nessun automatismo che riporti il sistema in equilibrio. Anche perché l’equilibrio sul mercato del lavoro dovrebbe passare dalla riduzione dei salari che consentirebbe di aumentare il numero di occupati. Al contrario, Keynes sostiene che in queste circostanze l’unica possibilità di aiutare l’economia a riprendersi e tornare a viaggiare sulle proprie gambe è l’intervento dello Stato. Cosa accomuna questa teoria con la realtà che stiamo vivendo ora?
Le previsioni economiche appena pubblicate dalla Segreteria di Stato dell’Economia (SECO) prevedono quest’anno un aumento del Prodotto Interno Lordo del 3% (PIL). Dai dati emergerebbe una crescita generalizzata dei consumi privati (+3.7%), della spesa pubblica (+4.2%), degli investimenti (soprattutto in macchinari, +4%) e delle esportazioni (da segnalare il +13.9% di quelle dei servizi). La conseguenza sarebbe la creazione di qualche impiego in più e un aumento contenuto della disoccupazione a un tasso del 3.3%.
Guardando questi dati capiamo subito che lo Stato sta rispondendo all’incertezza e alla crisi sostenendo l’economia, ossia facendo proprio quanto prescritto da Keynes. Probabilmente sarà necessario un sostegno ancora più grande, perché questi dati positivi si fondano su tanti “se”. Affinché le cose procedano in questa direzione non ci dovranno essere nuove chiusure a livello nazionale e internazionale, la campagna di vaccinazione non dovrà subire ulteriori ritardi e le varianti non dovranno creare nuovi focolai.
Insomma, esattamente come diceva Keynes, l’incertezza è il contesto in cui gli agenti economici devono prendere decisioni. E lo Stato ha tutte le possibilità di farlo bene.

La versione audio: Che cosa hanno in comune Keynes e la Covid-19? L’incertezza
Millevoci – Rete Uno – RSI – 18.03.2021
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Basta aumentare le tasse! La riforma dell’AVS non si fa aumentando l’IVA

Basta aumentare le tasse perché non si vogliono affrontare i problemi. E soprattutto basta aumentare l’IVA solo perché è la decisione politica più semplice da prendere.
I sistemi previdenziali sono in crisi in tutto il mondo. Non è certo una scoperta di oggi che l’AVS e il II pilastro necessitano di essere curati. Ma la cura non può essere una minestra riscaldata. Ci vuole serietà e anche coraggio.
Sapete quale è il problema? Viviamo troppo a lungo, studiamo troppo e moriamo in pochi. Se a questo aggiungiamo che facciamo meno bambini, che mancano investimenti sicuri e redditizi e che ci sono tassi di interesse bassi mai visti prima, abbiamo elencato le ragioni per cui i nostri sistemi pensionistici sono in crisi. Ma la crisi dipende dal fatto che la loro struttura è stata pensata per una società di 70 anni fa. E quindi il problema del finanziamento dell’AVS e del II pilastro può essere risolto solo con una riforma globale. Purtroppo la nostra classe politica non pare avere coraggio e cerca di farci mangiare il minestrone una verdura alla volta anziché tutto insieme. Mi spiego meglio.
Nel 2017 il popolo svizzero ha bocciato la riforma 2020. Questa prevedeva l’aumento dell’età di pensionamento delle donne a 65 anni, l’aumento dell’IVA di 0.3 punti percentuali, la riduzione del tasso di conversione dal 6.8% al 6%, l’aumento dei contributi sociali dello 0.3% e l’aumento della partecipazione della Confederazione. Come vi dicevo prima un bel minestrone di misure. Il popolo ha detto no. E che cosa ha deciso di fare la nostra classe politica? Ha deciso di presentarci le verdure non più nel minestrone ma una alla volta. Non mi credete? Seguitemi.
Nel 2019 il popolo ha accettato la “Riforma fiscale e finanziamento dell’AVS” più famosa come RFFA accettando di aumentare i contributi sociali e di aumentare la partecipazione della Confederazione all’AVS. La riduzione del tasso di conversione è oggetto della riforma del II pilastro, mentre l’aumento dell’età di pensionamento delle donne e l’aumento dell’IVA è in discussione in Parlamento in questi giorni. Dell’aumento dell’età di pensionamento femminile l’opinione pubblica se ne sta già occupando.
Quello che veramente mi lascia perplessa è che nessuno abbia detto no all’aumento dell’IVA. Certo è facile da un punto di vista burocratico ritoccare al rialzo la percentuale dell’Imposta sul valore aggiunto. E forse è facile anche farla digerire ai cittadini se si dice che dopotutto in Italia è al 22% o in Germania al 19%. Ma attenzioni, signori, c’è una ragione ben precisa perché da noi l’IVA è solo al 7.7%.
La Svizzera a differenza delle altre nazioni europee ha deciso di incassare la fetta più importante delle sue entrate fiscali con la tassazione diretta della potenzialità delle persone e delle aziende. Anche se può apparire un po’ difficile da capire, questo sistema fiscale se ben modulato è la più grande garanzia di equità. Cosa che non avviene quando tassiamo attraverso le imposte indirette sul consumo, sulla spesa o sul possesso. Per farla semplice, quando compilerete tra qualche giorno la dichiarazione delle imposte, lo Stato vi tasserà in funzione delle vostre capacità. Quando invece andate a fare la spesa o a bere un caffè o a comperare un’automobile, pagate esattamente la stessa tassa di una persona milionaria. Insomma, se ci riflettiamo qualcosa non torna.
Ma non contenti i nostri politici qualche mese fa hanno pure pensato di prendere una parte della tassa sul CO2 (di cui abbiamo già parlato) e metterla nell’AVS. Ancora una volta saranno i meno benestanti a pagare la mancanza di coraggio della nostra classe politica che forse dovrebbe cercare soluzioni serie a problemi che così affrontati rimarranno sul tavolo per decenni.

La versione audio: Basta aumentare le tasse! La riforma dell’AVS non si fa aumentando l’IVA

Ticino: 4’200 i posti di lavoro persi sarebbero pochi?

L’Ufficio Federale di statistica ha aggiornato i dati sulla perdita di impieghi nel quarto trimestre del 2020. Anche noi abbiamo trattato l’argomento quindi è corretto ritornare sul tema e valutare se le considerazioni fatte in precedenza rimangono valide o meno.
I dati comunicati inizialmente indicavano una perdita di 10’000 posti di lavoro a livello cantonale e di 23’000 a livello nazionale.
Siamo molto contenti di scoprire che la cifra si è ridotta notevolmente: i posti persi rispetto a un anno fa a livello cantonale sono “solo” 4’200, quelli a livello nazionale “solo” 17 mila.
Tuttavia rileviamo, purtroppo, che un quarto dei posti di lavoro spariti a livello nazionale sono in Ticino e di questo di certo non possiamo rallegrarcene.
Guardando i nuovi dati si conferma inoltre la fragilità del mercato del lavoro ticinese rispetto alle donne: 2’200 posti di lavoro persi in Ticino sono i loro. Questa ennesima uscita dal mondo del lavoro riduce ancora di più la quota femminile aumentando ulteriormente la differenza con la media nazionale. Per spiegarci meglio oggi le donne in Ticino sono il 43.3% delle persone che lavorano, in Svizzera il 46.2%.
Non che le cose per le donne a livello nazionale vadano tanto meglio. Nel settore terziario per esempio sono stati persi 7’700 posti di lavoro femminili mentre ne sono stati creati 4’200 maschili. Dinamica analoga a quanto successo nel cantone Ticino: qui dei 3’100 posti di lavoro persi nel terziario oltre 2’900 sono donne.
Salta subito all’occhio quindi che dei 3’500 posti di lavoro persi nel terziario ben 3’100 sono in Ticino. E ancora una volta questo conferma che i settori maggiormente toccati dalla crisi del Covid-19 sono quelli che nel nostro Cantone ricoprono una grande importanza e occupano tante persone. Primo tra tutti il settore del turismo.
Infine ricordiamo che questi dati devono essere presi molto sul serio, perché ancora abbiamo i benefici delle misure nazionali e cantonali messe in atto per sostenere le attività e le persone in difficoltà. Non sappiamo quali saranno le conseguenze quando termineranno le indennità di orario ridotto o i contributi alle aziende.
Sulla carta le prospettive di crescita per l’economia nazionale sembrano buone, ma i “se” che le accompagnano troppi… Se non ci saranno nuove misure di contenimento… se non ci saranno ulteriori ritardi nei programmi di vaccinazione… se la diffusione delle varianti non ridurrà l’effetto dei vaccini… se non ci saranno massicci tagli di posti di lavoro e fallimenti aziendali… se…
Tanti se e tanti dubbi. Con un’unica certezza finora. Il Ticino non viaggia ancora alla velocità svizzera, speriamo di non perdere anche questo treno…
Link dei comunicati e dei dati citati:
https://www.bfs.admin.ch/bfs/it/home/statistiche/industria-servizi.gnpdetail.2021-0060.html

La versione audio: Ticino: 4’200 i posti di lavoro persi sarebbero pochi?

“Tesoro, mi si sono ristretti i prodotti”. Le confezioni si rimpiccioliscono, i prezzi no.

Vi ricordate quando nel 2019 Coca Cola e le sue sorelle si sono improvvisamente “rimpicciolite”? Probabilmente la maggioranza dei consumatori non se ne è neppure accorta. Eppure da circa due anni paghiamo lo stesso prezzo per bere meno Coca Cola: in effetti, la sua bottiglia è stata ridotta di pochi centimetri, ma di ben 50 millilitri. Oggi in Svizzera troviamo esclusivamente bottigliette da 4,5 decilitri, mentre fino al 2019 erano di mezzo litro. Anche se l’azienda ha comunicato che si trattava semplicemente di una rivisitazione del formato, le associazioni dei consumatori non hanno pensato la stessa cosa.
La tecnica di ridurre il contenuto mantenendo la confezione uguale è una strategia molto utilizzata dalle aziende negli ultimi anni. Il suo nome è shrinkflation e nasce dall’unione delle parole shrinkage che significa “contrazione” e inflation che indica “rincaro, inflazione”: si riduce la confezione e aumenta il prezzo.
In Gran Bretagna qualche anno fa l’ufficio di statistica aveva stimato che in cinque anni ben 2’500 prodotti avevano subito la riduzione del contenuto; stessa sorte in Italia per oltre 7 mila prodotti. Di fatto i consumatori si sono trovati a fare colazione mangiando meno Kellogg’s Coco Pops, a lavarsi i denti con tubetti di dentifricio “dimagriti” di 25 millilitri, a mangiare Tobleroni con una montagna in meno, a soffiarsi il naso con 9 fazzoletti di carta anziché 10. Ma anche i gelati si sono rimpiccioliti, i detersivi per la lavatrice, il numero di biscotti nelle confezioni, le scatolette del tonno e persino la carta igienica che ha perso 20 strappi per rotolo.
Se qualche volta le aziende confessano che la strategia dipende da aumenti dei costi o nuove tasse o ancora da materie prime più care, le giustificazioni più divertenti le leggiamo quando invocano le scelte salutiste. Cioè dovremmo credere che le aziende si preoccupano per noi e quindi fanno i gelati più piccoli così mangiamo meno zuccheri? Mmmh, anche alle persone in buona fede questa tesi non sembra convincente.
E allora, come giustifichiamo dal punto di vista economico il fatto che le aziende preferiscono ridurre i contenuti anziché aumentare i prezzi? Lo facciamo grazie all’elasticità. L’elasticità consente di calcolare la sensibilità di un bene rispetto ad alcune variabili come il prezzo, il prezzo di un bene sostitutivo o il reddito. Nel nostro caso sappiamo che l’elasticità della domanda delle bevande gassate rispetto al prezzo è superiore a 1. Questo sta a indicare che i consumatori sono molto sensibili alle variazioni di prezzo per cui se per esempio il prezzo aumenta del 10%, i consumatori ridurranno gli acquisti di Coca Cola di più del 10%. Per questa ragione le aziende non vogliono far vedere che aumentano i prezzi: regalerebbero clienti alla concorrenza. Ecco quindi che il trucco della riduzione del prodotto è più nascosto.
Certo, potremmo anche accorgerci di questi “maquillage”, ma per farlo bisogna calcolare il prezzo al chilogrammo o al litro e paragonare i prodotti. E come ben sappiamo anche il tempo ha il suo costo.
Però ogni tanto qualcuno si ribella. E proprio in questi giorni, abbiamo letto che un grande distributore ha deciso di rimettere nei suoi scaffali le bottigliette da mezzo litro di Coca Cola. Unico neo: non saranno prodotte in Svizzera, ma all’estero.
A questo punto a voi consumatori di scegliere se bere una Coca Cola da 450 millilitri “locale” oppure una da mezzo litro “straniera”.

Versione audio: “Tesoro, mi si sono ristretti i prodotti”. Le confezioni si rimpiccioliscono i prezzi no
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