La Guerra è tornata in Europa

La reazione occidentale per ora ruota intorno all’idea di sanzioni economiche che alzino il costo della guerra per la Russia. Sappiamo, e lo abbiamo visto proprio con la fase di preparazione dell’invasione russa, che le sanzioni economiche non dissuadono uno Stato sovrano che ha deciso di attaccarne un altro.
Mi addolora l’insistenza di molti commentatori sulle conseguenze economiche della guerra. Anziché contare su leader politici e grandi strateghi, abbiamo l’impressione di avere a che fare con contabili (con il massimo rispetto per i contabili). La strategia messa in atto finora di minacciare e di attuare sanzioni economiche nei confronti della Russia non ha impedito l’aggressione.
E da quarantott’ore a questa parte la narrazione dei fatti sul terreno è punteggiata di dati economici e finanziari. Certo, le borse mondiali crollano: e ci mancherebbe, i conflitti armati sono quanto di più pericoloso e nocivo per gli individui. Qualche volta sembra che dimentichiamo che il sistema economico è stato creato al servizio degli uomini e delle donne e che non ha nessuna ragione di esistere senza di loro. L’incertezza lo abbiamo sempre detto è il peggior nemico dell’economia e non credo ci sia nulla di più instabile che un periodo in cui si vive una guerra.
E che dire delle stime che ogni paese sta facendo delle sue relazioni commerciali con la Russia? Davvero scopriamo solo ora la stretta interdipendenza globale tra le nazioni?
Leggiamo dell’aumento dei prezzi dei generi alimentari legati al grano e ai cereali, come pure di quelli legati ai prodotti energetici e in particolare al gas e al petrolio. Verissimo, probabilmente le famiglie dei ceti medi bassi vedranno ulteriormente ridursi il loro potere d’acquisto. Come stava già accadendo da mesi, ma ora abbiamo un nemico più facilmente identificabile.
Ci preoccupiamo dell’aumento del valore dei beni rifugio, come l’oro, e nel nostro caso, il franco svizzero. Sicuramente potrebbero esserci conseguenze per le nostre esportazioni, ma non saranno queste le difficoltà peggiori che vivremo se il conflitto va avanti.
Non credo che ci sia un solo esempio nella storia che dimostri l’efficacia delle sanzioni economiche al cospetto della brama di potere. Eppure, le grandi potenze mondiali in questo momento paiono avere solo questa freccia al loro arco. Forse perché le altre frecce utilizzabili implicherebbero un allargamento catastrofico del conflitto. Spero di sbagliarmi, ma ho forti dubbi che le sanzioni servano ad arginare Putin. Temo che mettere in ginocchio l’economia di un Paese e con essa i suoi cittadini non sia lo strumento che possa fermare questa guerra, anzi. Alimenteranno la narrazione vittimistica di Putin dando a posteriori una giustificazione di cui il leader russo non ha nemmeno bisogno.
Tratto da L’Osservatore del 26.02.2022

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Bitcoin: i furti virtuali, sono reali?

I furti virtuali, sono reali? A Lugano nello scorso mese di settembre sono stati rubati 12 milioni di franchi. No non è successo nel solito bancomat fatto esplodere, questa volta parliamo di 12 milioni di franchi in Bitcoin. Ricordiamo che questa criptovaluta, che è sicuramente la più famosa, è stata creata nel 2009 e da allora appassiona economisti, investitori, ma anche gente comune. A iniziare dalla sua stessa natura. Una moneta per essere considerata tale deve avere almeno tre caratteristiche: essere accettata generalmente come mezzo di pagamento, essere riconosciuta come unità di conto da uno Stato e rappresentare una riserva di valore (non oscillare né troppo né troppo in fretta). Anche se ad oggi El Salvador è stato il primo paese a riconoscere il Bitcoin come moneta ufficiale, questa moneta virtuale, come tutte le sue sorelle, al momento non può ritenersi una moneta. E quindi come mai ci si appella alle autorità per trovare i ladri di criptovalute?
La particolarità delle monete virtuali, o meglio della maggioranza di queste, e che il loro uso e il loro possesso sono assolutamente anonimi. Non a caso, molte autorità di vigilanza hanno cercato di introdurre dei limiti oltre i quali è necessario identificarsi per svolgere le transazioni. Peccato, che la maggior parte delle transazioni non avvengano su mercati finanziari controllati da queste autorità. E non a caso uno dei punti più oscuri nell’uso delle criptovalute è legato al riciclaggio e all’attività criminale. Pensiamo a quello che sta accadendo agli “investimenti“ milionari che vengono fatti attraverso acquisti di Non fungible token, (beni che esistono solo nei mondi virtuali) o addirittura in veri e propri, scusate il gioco di parola, mondi virtuali. Per farla breve potreste comprare alla vostra persona virtuale una casa virtuale in un mondo virtuale pagandola con le monete virtuali ma che avete comperato con milioni di franchi svizzeri reali.

Ora, potrei sbagliarmi, ma l’impressione è che i detentori di monete virtuali non vogliano che la loro identità e i loro patrimoni siano noti alle autorità, anche solo perché questo per esempio significherebbe concretamente pagare le imposte. È a questo punto che mi sorge qualche dubbio logico e anche etico. Come possono le autorità intervenire per tutelare il diritto sacrosanto alla proprietà privata quando riteniamo che questa non debba essere nota? Ad oggi la maggioranza del mondo delle criptovalute è un mondo assolutamente anonimo, criptato, opaco in cui non esistono basi legali che disciplinano queste attività. Quindi come tutelarle?

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Lavorare 4 giorni alla settimana?

Lavorare solo 4 giorni alla settimana? In Belgio sarà possibile. Il governo ha deciso che si potranno svolgere le 38 ore settimanali su 4 giorni. Così si manterrà lo stesso salario, ma si potrà avere un giorno libero in più. Le aziende non saranno obbligate ad accettare le richieste dei collaboratori, ma dovranno motivare per iscritto l’impossibilità di dargli seguito.

Una cosa è certa: il concetto di lavoro cambia nel tempo. È tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900 che grazie alle rivendicazioni sindacali si riesce a ottenere la giornata lavorativa di otto ore. Ma ancora la settimana prevede di lavorare sei giorni, anche negli Stati Uniti. Questo almeno fino a quando la Ford, nel 1926 stravolge le abitudini. Già nel 1914 Henry Ford raddoppia lo stipendio dei suoi operai, portandolo a cinque dollari al giorno. Non lo fa “solo” come ci piace raccontare un po’ romanticamente perché così anche gli operai avrebbero potuto acquistare le auto che producevano. Il problema più grande era che i suoi operai appena potevano si licenziavano. L’aumento dello stipendio avrebbe reso i collaboratori più felici e quindi sarebbero rimasti anche più fedeli all’azienda. E così capitò. Nel 1926 è sempre lo stesso Ford che introduce la settimana lavorativa di soli cinque giorni. L’idea di fondo era che collaboratori più felici, con più tempo libero a disposizione, avrebbero lavorato più volentieri aumentando anche la produttività e i profitti. Anche in questo caso non sbagliò. Vediamo perché.

La prima cosa da ritenere è che si passa dal quantificare il tempo di lavoro a valutarne la qualità. E oggi molti studi mostrerebbero che l’idea di aumento delle ore di lavoro non fa più rima con aumento della produttività. A livello aziendale, lavorare meno ore consentirebbe di ridurre lo stress, la stanchezza, gli errori e gli infortuni. La riduzione delle assenze unita all’aumento della felicità porterebbe a essere più produttivi. Ma anche a livello aggregato sembrerebbe che alla diminuzione delle ore di lavoro avvenuta negli ultimi 20 anni nei Paesi industrializzati non sia seguita una riduzione del prodotto interno lordo (qui non possiamo dimenticare il progresso tecnologico).

In molti paesi come Islanda, Giappone, Svezia gli esperimenti fatti sembrano confermare che il collaboratore più felice è più sano e più energico per cui anche più produttivo.
Non sappiamo se in Svizzera si andrà in questa direzione, certo è che è un po’ ci viene da sorridere quando leggiamo le rivendicazioni di chi al contrario vorrebbe 70 ore di lavoro settimanali, cancellando così secoli di evoluzione.

La versione audio: Lavorare 4 giorni alla settimana?
Le professioni che rendono più felici. Ecco quali sono

Se smettiamo di parlare di aumento dei prezzi, davvero scendono?

Davvero basta smettere di parlare dell’aumento dei prezzi perché smettano di crescere? In economia le aspettative giocano un ruolo importantissimo. Molte teorie ritengono che se le persone credono che avverrà qualche cosa, si comporteranno in maniera tale, da far veramente accadere quanto previsto. Questo succede per esempio quando si ha paura che mancheranno alcuni generi alimentari. Vi ricordate durante il primo confinamento che cosa è capitato alla farina? Tutti noi avevamo paura che presto tardi non l’avremmo più trovata sugli scaffali. Di conseguenza la maggioranza di noi ne ha comperati 15-20 chili. Se lo fa solo una famiglia non succede nulla ma se invece lo facciamo tutti quanti, effettivamente sugli scaffali non ci sarà più farina. Non perché ci siano problemi di approvvigionamento, ma perché abbiamo modificato in maniera inaspettata la domanda e quindi non abbiamo dato tempo normale alla produzione.
Lo stesso si pensa che capiti con l’inflazione. Il meccanismo che spesso viene citato è quello della spirale salari-prezzi. La teoria dice che se i dipendenti si aspettano un aumento dei prezzi, chiederanno un aumento dei salari. Se l’aumento dei salari viene concesso, le aziende per mantenere intatto il profitto, aumenteranno i prezzi. Vedete? L’aspettativa che i prezzi sarebbero aumentati, si avvera: non per problemi economici, ma a causa del comportamento dei collaboratori.
Nel caso di questa inflazione, riteniamo però, e lo riteniamo da un po’ di tempo, che le cause siano ben diverse e reali. I dati appena pubblicati sull’aumento dei prezzi in gennaio negli Stati Uniti parlano di una crescita del 7,5% rispetto all’anno precedente. È dal febbraio del 1982, che non si verificava un tasso di inflazione così alto. Ancora una volta si registra un aumento dei prezzi delle auto usate di oltre il 40%, degli alimentari del 7% e dei prezzi dell’energia del 27%.
Lo diciamo da tempo. I ritardi negli approvvigionamenti cominciati con il primo lockdown non sono stati superati. La mancanza di materie prime non si risolverà nel breve termine. L’aumento dei costi di trasporto dei beni che compriamo dal resto del mondo è una realtà da mesi. Senza dimenticare gli incrementi vertiginosi dei prezzi legati al petrolio e all’energia in generale. La transizione verso l’energia pulita non potrà essere fatta dall’oggi al domani e soprattutto non potrà essere fatta senza tener conto dei costi che ricadranno sugli individui e sulle aziende. Questo non significa che non bisogna farlo, anzi. È importante mettere in preventivo aiuti mirati e sussidi per questo cambiamento.

Le versione audio: Se smettiamo di parlare di aumento dei prezzi, davvero scendono?
Expectations vs Reality Road Signs

Formazione professionale: una scelta, non un ripiego

Abbiamo sentito parlare tanto di istruzione in queste ultime settimane in Ticino. Abbiamo sentito politici, sindacalisti, associazioni di genitori. Peccato non aver sentito chi la scuola la fa, dalla mattina alla sera, anno dopo anno, allievo dopo allievo. E peccato non aver sfruttato quest’occasione per elogiare il nostro sistema duale. La collaborazione tra imprese e scuole è forse il principale fattore di successo della Svizzera
E invece in queste settimane abbiamo sentito parlare di giovani privati della possibilità di eccellere a causa dei livelli nelle scuole medie; di giovani indirizzati verso scelte di serie B, riferendosi al mondo professionale. Ma spesso queste narrazioni d’impatto, più che narrarci la realtà sono rappresentazioni ideologiche che vedono solo negli studi universitari una forma di successo.
La realtà è un’altra. Ogni anno 1’400-1’500 ragazzi e ragazze che finiscono la quarta media in Ticino scelgono di seguire una formazione professionale di base attraverso una scuola a tempo pieno oppure in parallelo al lavoro in azienda (apprendistato). E di loro si occupano oltre 1’400 docenti e centinaia di aziende attive in tutti i settori economici. Un mondo intero.
Un mondo che ora dovremmo iniziare a valorizzare con maggior convinzione; un mondo a cui dare il giusto merito e riconoscimento. I ragazzi e le ragazze che decidono di entrare nel mondo del lavoro o di scegliere le scuole professionali meritano il nostro sostegno e appoggio. Eppure verso di loro, soprattutto in Ticino, abbiamo un atteggiamento critico. Il resto della Svizzera sembra al contrario sostenere, accompagnare e incoraggiare i suoi giovani “professionisti” anche dopo la fine della formazione. Il mercato del lavoro li cerca, li vuole e li premia. Come deve essere: dietro alla loro formazione c’è studio, fatica e disciplina esattamente come i loro compagni e compagne che hanno scelto formazioni di cultura generale.
Questo purtroppo non sembra accadere in Ticino. Probabilmente la causa principale è la fragilità del mercato del lavoro ticinese. E allora perché non concentrare le nostre risorse e i nostri sforzi in questa direzione? Stipendi bassi, maggiore precarietà, minori opportunità potrebbero spingere i genitori a ricercare nella formazione accademica più certezza per i loro figli.
Ma la certezza, al contrario, dobbiamo dargliela noi offrendo la migliore formazione possibile e le più ampie competenze ottenibili.
Forse dovremmo smettere di interrogarci “su livelli sì, livelli no” e iniziare a parlare di livelli “come”: con quali obiettivi? I risultati sono all’altezza degli obiettivi prefissati? Le risorse sono sufficienti per questi obiettivi?
Se ci avviciniamo a problemi come questi lasciando da parte lo spirito da tifoseria, forse faremo un favore a tutti, soprattutto alla scuola.
Tratto da L’Osservatore del 29.01.2022

La versione audio: Formazione professionale: una scelta, non un ripiego
Fonte: Scuola Universitaria Federale per la Formazione Professionale (SUFFP)

Record di esportazioni svizzere!

La bilancia commerciale Svizzera nel 2021 è andata alla grande! Ce lo comunica l’ufficio federale della dogana e della sicurezza dei confini (UDSC), nuovo nome della “vecchia” amministrazione federale delle dogane (AFD).

I dati del 2021 dicono che le esportazioni, quindi i beni che abbiamo venduto all’estero, hanno raggiunto quasi i 260 miliardi di franchi: un record assoluto. La loro crescita rispetto all’anno prima è del 15,2%.

Sull’altro lato della bilancia dobbiamo mettere le importazioni, ossia i beni che abbiamo comprato dall’estero. Nel 2021 abbiamo speso circa 201 miliardi. Facendo la differenza tra esportazioni e importazioni troviamo la bilancia commerciale. La Svizzera è un paese esportatore netto, quindi vende al resto del mondo più beni di quanti ne comperi. Anche nel 2021 si è confermata questa tendenza con ben 58,7 miliardi di franchi di eccedenza.

So che potrei dirvi una cosa che vi farà sobbalzare sulla sedia ma a differenza di quello che saremmo tentati di pensare non sono il cioccolato, il latte e il formaggio i prodotti che esportiamo maggiormente e che ci consentono di fare questi importanti guadagni.

Metà dei guadagni è stata generata dai settori dei prodotti chimici e farmaceutici che hanno trascinato le vendite (130 miliardi di franchi). Al secondo posto con 31 miliardi troviamo i macchinari e i prodotti elettronici seguiti da ben 22 miliardi di franchi di orologi. L’orologeria merita tutta la nostra attenzione perché ha ottenuto il miglior risultato di sempre. Mai nella storia erano stati venduti così tanti orologi svizzeri. La maggioranza sono andati negli Stati Uniti. Tra le esportazioni non possiamo dimenticare anche i 17 miliardi di strumenti di precisione.

Ma dato che il nostro paese ha risorse limitate (basti pensare al territorio, alla manodopera e alle materie prime) abbiamo bisogno di importare tante materie prime e tanti prodotti semilavorati dai quali produrre i beni finali. E in effetti nelle importazioni troviamo ben 34 miliardi di prodotti chimici e farmaceutici, quasi 8 miliardi di macchinari e di elettronica e oltre 5 miliardi nel settore dell’orologeria.

Ma perché è così importante essere esportatori netti? Perché produrre di più di quello che si consuma consente di tenere dei posti di lavoro nella propria nazione che producono beni per i cittadini del resto del mondo che li comperano.

Sommando anche le altre relazioni commerciali con i paesi (servizi, redditi, capitali,…) si stima che grazie alle esportazioni manteniamo in Svizzera circa 400-500.000 posti di lavoro. Come vedete una bella cifra!

È per questa ragione quando i nostri vicini stanno male e le loro economie soffrono, siamo fortemente preoccupati anche noi. Se consumano meno, compreranno meno da noi, noi dovremo produrre meno e perderemo posti di lavoro. Quindi ben venga un augurio di “buona economia” a tutti!

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Swatch da ora in poi si copre di diamanti. La rivincita dell'orologio di  plastica

Le criticità dell’economia

Tantissimi auguri per il nuovo anno, cara economia! Sì, perché ne hai proprio bisogno. Il nuovo anno sarà duro per tutti e quindi un po’ di fortuna e di buon auspicio non guastano. Le ultime settimane dell’anno appena finito hanno mostrato tutte le criticità che ritroveremo anche nel prossimo.
A differenza di quanto si era prospettato, purtroppo il virus non si è arrestato, anzi una nuova variante si è fatta strada. Questo ha nuovamente causato problemi ai settori economici che già soffrivano, e non poco, a causa degli ultimi due anni di pandemia. Il settore del turismo, dei trasporti privati, degli eventi, della ristorazione, ma anche i piccoli commercianti, gli artigiani che aspettavano il periodo natalizio per poter dare una svolta alle loro attività, hanno purtroppo dovuto fare i conti con l’ennesima ondata. Emblematico quanto successo negli ultimi giorni nel settore dei trasporti aerei. Alle difficoltà legate alle restrizioni dei viaggi tra le nazioni che avevano causato molti annullamenti, si sono aggiunte quelle relative alle quarantene del personale di bordo e di terra. Questo ha portato alla cancellazione di migliaia di voli; fatto che pregiudicherà ulteriormente la già delicata situazione delle compagnie aeree e degli aeroporti. E le quarantene non si limitano a questo settore, anzi. Si arrischia ora di tenere a casa migliaia di collaboratori e collaboratrici paralizzando l’intero sistema economico.
Ma non finisce qui. Ai problemi legati alla pandemia si aggiungono quelli degli approvvigionamenti internazionali. Le catene di fornitura sono in difficoltà e lo sono oramai da mesi. Non c’è ragione di credere che la situazione si risolverà miracolosamente a breve. E che dire dell’aumento vertiginoso dei prezzi delle materie prime? I nostri imprenditori e le nostre aziende devono fare i conti anche con questo. Ritardi, aumenti dei prezzi, mancanza di materiale stanno mettendo sotto pressione tutti i nostri comparti produttivi.

Come se non bastasse, si aggiunge la penuria di energia che fa lievitare anche questi prezzi. E pare che non sarà una fase transitoria come alcuni sperano. La necessità di utilizzare sempre di più forme di energia pulita, ci sta purtroppo riportando verso l’energia nucleare. In maniera un po’ bizzarra è come se i giovani che scendono oggi nelle piazze a manifestare per il clima avessero fatto scacco matto ai giovani che scendevano in piazza vent’anni fa contro il nucleare.

E che dire dei precari equilibri geo-politici con Russia e Cina sempre sul piede di guerra? Di certo non ci fanno dormire sonni tranquilli.

Dati tutti questi drammi e queste incertezze non ci resta che tenere le dita incrociate e fare tantissimi auguri per il nuovo anno alla nostra cara economia!
Tratto dal Corriere del Ticino del 12.01.2022

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Iniziativa per l'abbandono del nucleare - DATEC
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Russia, Cina e Kazakistan sono grandi “amiche”

L’aumento dei prezzi ha scatenato l’ennesima rivolta dei cittadini. Questa volta in Kazakistan.
Il Kazakistan è la nazione più grande dell’Asia Centrale: il suo territorio ha una superficie pari a quella dell’Europa Centrale. Conta circa 19 milioni di abitanti (la Svizzera circa 8.5 milioni). Oltre a confinare con diversi stati dell’ex Unione Sovietica di cui è stata una Repubblica fino al 1991, annovera tra i suoi vicini, la Russia e la Cina. E non a caso questi due “amici” sono intervenuti a sostegno del governo per reprimere la rivolta scoppiata a inizio gennaio, quando il popolo è sceso in piazza per protestare contro l’aumento vertiginoso del prezzo del gas, in particolare del Gpl (gas di petrolio liquefatto). Fino a quel momento il governo era intervenuto fissando un limite massimo al prezzo. Questo limite è stato tolto ufficialmente per consentire alle imprese produttrici private di fare profitti dato che è necessario ammodernare gli impianti e costruirne di nuovi. Ma il prezzo è raddoppiato in pochi giorni. Da qui la protesta di piazza. Ma come mai Cina e Russia sono intervenute così in fretta per sostenere questo Paese? Le ragioni sono molte; anche economiche.
L’economia del Kazakistan è abbastanza particolare. Pur non essendo un paese molto sviluppato, può contare su una ricchezza incredibile in termini di risorse naturali. Già, proprio quelle risorse di cui ha fame il mondo.
Questa nazione possiede innumerevoli giacimenti di idrocarburi, terreni ricchi di metalli (il 60% delle risorse minerarie dell’ex Unione Sovietica si trova in questa nazione), è il nono paese esportatore al mondo di petrolio e il decimo di carbone. Senza dimenticare che l’alleanza con la Russia è siglata anche dalla presenza sul suo territorio della base di lancio della stazione aerospaziale russa.
E non finisce qui. Il Kazakistan è il primo produttore al mondo di uranio; ne fornisce oltre il 40%. Questo metallo in forma arricchita serve per alimentare le centrali nucleari che oggi stanno diventando l’alternativa “pulita” all’uso del carbone e la risposta alla crisi climatica. Insieme alla Russia c’è un altro importante cliente di questa risorsa. La Cina, che necessita di molta energia e che ha iniziato la transizione energetica, conta sul suo territorio 54 impianti nucleari e 14 in progettazione. Insomma, l’uranio le serve.
In aggiunta negli ultimi anni il paese è diventato il secondo estrattore al mondo di Bitcoin, dietro solo agli Stati Uniti. Le aziende che prima avevano sede in Cina si sono trasferite in Kazaskistan dopo il divieto cinese di svolgere transazioni in criptovalute e l’introduzione di normative che ne limitavano fortemente la produzione. Peccato che i super computer che creano i Bitcoin divorano energia; anche per questo nel Paese ci sono stati aumenti dei prezzi, blackout e la necessità di rivolgersi alla Russia per compensare la forte domanda.
Insomma, questa nazione di cui conoscevamo poco fino a qualche giorno fa, in realtà ha una grande importanza strategica ed economica. E forse proprio per questo Russia e Cina sono sue grandi amiche.

La versione audio: Russia, Cina e Kazakistan sono grandi “amiche”

Buon Natale e serene festività !

I giorni di Natale sono giorni speciali. Per chi è fortunato Natale è il giorno in cui ci si ritrova, si sta insieme, si sta vicini in tenera intimità con le persone che ci sono care.
È il giorno che ricorda la nascita del Redentore, di quel Gesù venuto sulla Terra per noi, ultimo tra gli ultimi, senza casa, circondato da sconosciuti, vulnerabile e piccolo ma riscaldato dall’amore dei suoi nell’umiltà del Presepe. Per chi crede, come me, è la notte che riorienta la Storia.

Anche chi invece non crede oggi magari si prende un po’ di tempo per pensare alle cose che contano: gli affetti, l’amicizia, la famiglia, la vicinanza. Oggi è anche il tempo per pensare, di nuovo e sempre, a chi non c’è più, la cui assenza oggi è particolarmente dolorosa. Ogni Natale porta con sé un po’ di malinconia, se si è perso qualcuno.

Questo è anche un Natale di separazione, per molti che anche da noi sono in quarantena o in ospedale e che vivono un Natale difficile senza il conforto fisico della vicinanza delle persone care. Natale è tante cose, ed è tutto quello che ci mettiamo noi. Per me è malinconia, incontro, serenità e attesa. Ed è il pensiero di chi si sacrifica per gli altri, per portare al sicuro la famiglia, per portare a casa il pane, per servire gli altri, per fingere magari una serenità che non si sente davvero.

È Natale, un Natale strano in tempi difficili ma vi auguro in ogni caso che sia un Natale sereno, il più possibile.
Buon Natale e serene festività!

Amalia

Tutti ambientalisti in economia oggi…

Tempi duri per i neoclassici. Chi sono i neoclassici? Sono i rappresentanti della teoria economica dominante. Sono gli studiosi che ritengono che l’economia sia paragonabile a una scienza esatta. Sono coloro che credono che sia possibile descrivere tutti i comportamenti umani e prevedere le conseguenze delle politiche economiche attraverso formulazioni matematiche e modelli complessi.
Avete presente quegli studiosi che nel 2010 hanno consigliato un programma durissimo di misure di tagli alla spesa, la famosa austerità, per la Grecia? Quelli che stimavano che tanto gli effetti sul prodotto interno lordo e quindi sull’economia greca sarebbero stati minimi? Peccato che sia andata diversamente. Nella realtà le conseguenze per questo Paese sono state drammatiche. Questa nazione ha visto il suo prodotto interno lordo crollare del 25% in pochi anni. Una tragedia. Un paese ancora oggi distrutto dalla cecità di chi era convinto di avere tra le mani il modello perfetto.
Ma non c’è nulla di perfetto o facilmente prevedibile nell’economia. Il sistema economico è stato creato dagli individui per soddisfare i loro bisogni. E proprio perché fatto dagli individui per gli individui è difficilmente prevedibile. Eppure da quasi un secolo insegniamo nelle nostre università modelli complessi che dovrebbero darci risposte semplici a problematiche difficili. Il fascino per la previsione, l’ordine, l’equilibrio ha colpito la maggioranza degli studiosi dell’Accademia. Lo spazio per visioni differenti è sempre venuto meno. Intere scuole di pensiero sono state etichettate come eterodosse e messe ai margini dalle pubblicazioni scientifiche, dalle promozioni accademiche, e quindi destinate a morire.
E oggi paradossalmente il destino sembra accanirsi ancora contro il pensiero “alternativo”. Oggi che siamo in grado di dimostrare che gli individui non sono né egoisti né amorali né perfettamente razionali e non per forza perseguono la massimizzazione del profitto, chi sono i nuovi studiosi di questi campi? I neoclassici pentiti.
E che dire dei temi ambientali, che sono diventati l’interesse proprio di coloro che hanno sempre condannato l’interferenza dell’etica, della giustizia e che professavano la massimizzazione del profitto a ogni costo?
Nessuna condanna per chi fa un passo indietro e riconosce che forse qualcosa ha sbagliato. Ci mancherebbe. Peccato che questo non accade. Nessun passo indietro, nessuna umiltà nel conoscere nuove visioni e imparare nuove teorie, ma solo la presunzione di essere ancora una volta i migliori.
Forse sarebbe giunto il momento di ascoltare anche chi da sempre ha visto nell’economia una disciplina sociale che necessita del continuo e costante scambio con la filosofia, la politica, il diritto, la sociologia e tutte le altre discipline che si occupano di individui.

La versione audio: Tutti ambientalisti in economia oggi…
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