Ticino: i frontalieri aumentano ancora

Ancora una volta i dati statistici confermano l’aumento del numero di frontalieri che lavorano in Ticino. Le cifre del terzo trimestre del 2022 ci permettono di fare delle considerazioni importanti.
La percentuale di persone che lavora nel settore secondario è scesa al 32%, circa una persona su tre. Vent’anni fa questo dato era del 55%, più di una persona su due. Se guardiamo all’interno del settore secondario vediamo un’importante riduzione sia nelle attività manifatturiere che passano da circa il 40% al 21%, sia in quello delle costruzioni dal 16% all’11%.
In conseguenza a questa riduzione, vediamo l’importante aumento del settore terziario che passa sempre in vent’anni dall’occupare il 44% dei frontalieri al 67%, due persone su tre. In questo caso è interessante notare come ci sia una certa stabilità per alcuni settori, ad esempio quello del commercio e della riparazione di autoveicoli che si attesta attorno al 15% degli occupati, quello dei servizi dell’alloggio e della ristorazione che rimane fermo a circa il 6% come pure quello delle attività sanitarie e sociali.
Altri settori invece mostrano dei cambiamenti rilevanti. Il settore delle attività professionali, scientifiche e tecniche (per intenderci attività legali e di contabilità, studi di ingegneria e di architettura) passano dal 3% di persone frontaliere occupate in questo settore nel 2002 a circa il 12% di oggi. In termini numerici parliamo di oltre 9’000 professionisti, aumentati in numero di ben 9 volte. Un discorso analogo può essere fatto per le attività amministrative e i servizi di supporto alle aziende come le attività di ricerca, selezione e fornitura del personale: in questo caso la percentuale è passata dal 2% al 10%. Parliamo oggi di oltre 7’700 persone occupate quando nel 2002 si contavano meno di 700 professionisti. L’aumento è stato di 11 volte.
Di per sé questi numeri non sono fonte di preoccupazione in assoluto. Se un’economia cresce e genera nuovi e buoni posti di lavoro non c’è nessun problema che siano occupati anche da persone non residenti. La situazione diventa problematica dal momento che si creano tensioni sul mercato del lavoro tra persone residenti e persone non residenti. Ed è innegabile che questo stia avvenendo da tempo in Ticino.
Lo vediamo se guardiamo alla pressione sui salari di tutta l’economia che non crescono come a livello nazionale. Lo vediamo osservando il divario enorme e in crescita tra salari dei residenti e dei frontalieri che è stato recentemente oggetto di una pubblicazione dell’ufficio cantonale di statistica (e non è così negli altri cantoni). Lo vediamo guardando ai nostri giovani che se ne vanno e a quelli che non tornano.
Bisogna avere il coraggio di parlare apertamente di queste tensioni. E per favore, non diciamo che il problema sta nel fatto che non formiamo sufficienti persone per occupare questi posti di lavoro. I dati parlano chiaro. Abbiamo ingegneri e architetti che vorrebbero eccome lavorare nel loro Cantone. Per non parlare del personale amministrativo nelle aziende. Insomma, i genitori dei ragazzi che mi contattano disperati perché i figli non trovano un lavoro, meritano altre risposte. Come meritano altre risposte i cinquantenni che perso il lavoro dopo trent’anni non riescono nemmeno a ottenere un colloquio. Non pensiamo di poter fare sempre finta che non ci siano problemi. I problemi ci sono, eccome. Bisogna risolverli.

Ticino: i frontalieri aumentano ancora

Come si inventano le teorie economiche?

Come nascono le teorie economiche? Si potrebbe pensare che gli economisti si siedano alla loro scrivania e comincino a pensare. Pensa, che ti pensa, che ti ripensa arriva qualche idea geniale. Un po’ come facevo io immaginando i filosofi quando li studiavo al liceo. Invece quello che fanno gli economisti o meglio che tentano di fare gli economisti è guardare la realtà che vivono e trovare delle teorie che la sappiano spiegare.

Così i bullionisti che sono stati i primi rappresentanti di una corrente economica, individuavano nella quantità di oro la possibilità per una nazione di aumentare la sua ricchezza. Questa riflessione nasceva dal fatto che allora i territori si conquistavano con la guerra e la guerra la facevano i mercenari che dovevano essere pagati in monete di oro. Avete visto com’è facile?

Arrivano poi i mercantilistica che aprendo la loro finestra vedono la ripresa dei commerci internazionali, la scoperta di nuove terre, la rinascita dei mercati e individuano nel comportamento dei mercanti la maniera di far progredire una nazione. Esattamente come loro il guadagno crescerà se vendiamo più di quello che compriamo; così la politica economica diventerà una politica a sostegno delle esportazioni e molto protezionista verso le importazioni.

Ma il mondo cambia e aprendo la finestra il nostro Adam Smith vede l’arrivo della rivoluzione industriale. Non basta più solo vendere, bisogna anche produrre di più. E per produrre di più sarà necessario organizzare il lavoro in maniera diversa. Grazie alla divisione del lavoro aumenterà la produzione, ma visto che la produzione aumenterà sarà necessario liberalizzare il commercio affinché si possa vendere anche al di fuori delle proprie nazioni. Smith non mancherà di mettere in evidenza i rischi della suddivisione del lavoro, rischi che condurranno la classe operaia in condizioni sempre peggiori.

Proprio a partire da questo Karl Marx formulerà la sua tesi economica che si fonda sul comunismo, che è il superamento del modello capitalista che fa proprio dell’accumulazione di capitale e della proprietà privata i punti centrali. Agli occhi di Marx le condizioni drammatiche degli operai avrebbero potuto essere superate solo con la fine del capitalismo.

Lo scenario è di quelli da far venire i brividi: lotte, rivolte, rivoluzioni, battaglie, disperazione, povertà saranno i sacrifici da mettere in conto per arrivare al comunismo.

Ma qualcun altro apre la finestra in Europa non vuole vedere questo genere di scontri e così nasce la teoria marginalista che farà dell’analisi individuale (quindi non più delle classi) e dell’ armonia degli interessi i suoi punti centrale. Bastano due curve su un grafico, quella della domanda e quella dell’offerta, per raggiungere il punto di equilibrio in cui tutti sono d’accordo. A quel prezzo e a quella quantità si risolvono i conflitti.

Se apriamo la nostra finestra oggi vediamo un mondo diverso, e proprio per questo dobbiamo invitare gli economisti a creare nuove teorie, tesi e modelli per rendere la nostra economia migliore e ancora più al beneficio delle persone.

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La favola del Cantone Ticino…

Ve la ricordate la favoletta che ci hanno raccontato durante la crisi Covid? “Il Canton Ticino, grazie alla sua economia diversificata sta affrontando la situazione meglio degli altri”.
Peccato che i dati appena pubblicati dall’ufficio federale della statistica dicano il contrario. Nel 2020 il prodotto interno lordo svizzero (PIL) si è ridotto del 2.4%; quello del Canton Ticino del 5.2%, 2.2 volte di più. Peggio di noi fanno solo Giura (-8.5%), Neuchâtel (-6.5%) e Glarona (-5.3%).
Naturalmente non neghiamo la violenza e l’eccezionalità della pandemia, né che il piccolo Canton Ticino, con la sua produzione annuale di circa 30 miliardi di franchi di beni e servizi, potesse reggere il colpo senza conseguenze. D’altronde non serve neppure a nessuno andare avanti a negare le problematiche che affliggono il nostro Cantone. Prima fra tutte è la sua struttura economica che vede il settore industriale e quello dei servizi a basso valore aggiunto come dominanti. Questo ci porta a essere sempre negli ultimi posti delle graduatorie sull’attrattività e la competitività nazionale.
Il settore industriale, quello delle costruzioni, quello del commercio al dettaglio, ma anche il settore infermieristico, quello dell’amministrazione pubblica e dei servizi sociali sono attività fondamentali, ma non bastano. Non possiamo ignorare che un cantone al passo coi tempi e che voglia offrire posti di lavoro ai suoi giovani debba spingere anche verso altri settori. La struttura economica del Canton Zurigo, locomotiva svizzera, è decisamente differente: la quota di prodotto interno lordo generata dai servizi finanziari e da quelli assicurativi e dalle attività immobiliari, scientifiche e tecniche rappresenta una fetta importantissima. Non a caso sono questi i settori ad alto valore aggiunto e non a caso è Zurigo il Cantone con i salari più alti.
Non possiamo cambiare la struttura economica del nostro paese dall’oggi al domani, ma possiamo valorizzare quanto abbiamo sul territorio e accompagnare le nostre aziende verso una visione più di medio-lungo termine.
La statistica ancora non misura un fenomeno che preoccupa i sonni di molti e che potrebbe rendere definitivamente questo cantone un cantone dormitorio. Sempre più giovani, e non solo loro, accettano posti di lavoro oltre Gottardo. Qui trascorrono 3 giorni alla settimana per poi rientrare in Ticino e lavorare da casa per gli altri due. È un lusso che non possiamo permetterci. Questi giovani capaci, competenti e qualificati, devono contribuire allo sviluppo di questo Cantone.
Ora siamo a un bivio: possiamo andare avanti a raccontarci la favola che tutto va bene, che siamo un’economia performante, che la diversificazione è la nostra ricchezza, oppure possiamo cominciare a lavorare perché questa favola diventi realtà.

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La povertà in Ticino c’è, eccome

“La povertà è definita come un’insufficienza di risorse (materiali, culturali e sociali) che preclude alle persone il tenore di vita minimo considerato accettabile nel paese in cui vivono” (UST). Nelle poche righe dell’ufficio federale di statistica comprendiamo la multidimensionalità della povertà. E per questo siamo soliti calcolare tre indicatori.
Primo, la povertà in senso assoluto che indica le persone o i nuclei familiari che vivono al di sotto di una soglia monetaria definita come minimo vitale. Nel 2020 era fissata in 2’279 CHF per una persona sola e in 3’963 per una famiglia di due adulti e due bambini.
Secondo, per ritenere l’importanza che il tessuto sociale ha nella vita degli individui si misura anche il rischio di povertà che è un concetto relativo che si basa sull’idea che se la disuguaglianza è troppo grande rispetto al resto della società difficilmente si potrà condurre una vita integrata. Così si è poveri se si guadagna meno del 60% (o del 50%) del reddito mediano.
Infine da qualche anno si parla anche di deprivazione materiale che misura l’impossibilità di acquistare alcuni beni o di svolgere determinate attività, come andare in vacanza una settimana all’anno o comprare un’automobile o un computer o ancora non poter far fronte a una spesa imprevista di 2’500 CHF.
La povertà non tocca tutti alla stessa maniera. Ci sono alcune categorie di persone maggiormente toccate. Per esempio la povertà sembra riguardare maggiormente le persone con più di 65 anni, la popolazione straniera, le persone che hanno una formazione limitata alla scuola dell’obbligo, i disoccupati, i genitori soli con figli, gli inquilini e coloro che guadagnano meno di 33’350 CHF all’anno.
Ora se rapportiamo queste caratteristiche alla popolazione del Cantone Ticino vediamo subito la sovra rappresentanza di alcune categorie. E non a caso, scopriamo che il tasso di rischio di povertà nel nostro cantone e di quasi il 25% contro una media nazionale del 15%. In Ticino una persona su quattro guadagna meno del 60% del reddito mediano.
Certo sono tante le cause, ma forse la principale rimane la fragilità del nostro mercato del lavoro. Fragilità che sempre più conduce i nostri giovani ad armarsi di tanto coraggio e tanta voglia di fare per cercare fortuna oltre Gottardo; che sempre più spinge le persone a dover fare più di un lavoro alla volta; che sempre più porta gli individui a ricorrere agli aiuti dello Stato.
Le soluzioni sono di tipo strutturale e richiedono tempo. Ma non possiamo girarci dall’altra parte e far finta di niente. Per questo ringraziamo le associazioni benefiche che cercano di dare sollievo alle persone meno fortunate che vivono nel nostro Cantone. Tra queste, ringrazio il Soccorso d’inverno Ticino per il suo lavoro e per avermi permesso di portare queste riflessioni nella loro assemblea annuale.

La versione audio: La povertà in Ticino c’è, eccome

Che cosa sta facendo la Banca Nazionale? Semplicemente il suo lavoro…

La Banca Nazionale Svizzera (BNS) nelle ultime settimane ha attirato la nostra attenzione. Già in giugno aveva stupito tutti aumentando il tasso di interesse di riferimento dello 0.5%. La manovra era apparsa inaspettata perché la Banca Centrale Europea (BCE), “faro guida” della politica monetaria svizzera, qualche giorno prima aveva annunciato un aumento più contenuto (0.25%). La cosa è apparsa quindi particolarmente coraggiosa. Come coraggiosa, e da alcuni criticata, è stata la decisione successiva presa verso la fine di settembre di aumentare ulteriormente i tassi di interesse di 0.75 punti portandoli da un tasso negativo dello 0.25% a uno positivo dello 0.5%. Questa manovra ha chiuso la lunga parentesi degli interessi negativi che erano stati introdotti tra la fine del 2014 e l’inizio del 2015. Questo era avvenuto in concomitanza con l’abolizione del tasso minimo di cambio tra franco ed euro che era stato introdotto dalla stessa Banca Nazionale per cercare di contrastare la forza del franco svizzero.
A stupire nuovamente, una settimana dopo, la scoperta di un cambio di rotta della banca anche nell’acquisto di valute: fino a qualche giorno prima, la politica economica messa in atto è stata quella di acquistare quantità massicce di monete straniere per contrastare la forza del franco. Dai dati pubblicati nel secondo trimestre del 2022 è emerso invece che l’istituto ha venduto valute per circa 5 milioni di franchi. Certo, sono state quantità minime, ma che indicano un chiaro cambiamento di rotta: in effetti, nel semestre precedente gli acquisti erano stati di 5.7 miliardi e addirittura di 12.6 miliardi nell’ultimo trimestre del 2021 (ricordiamo che qualche anno fa gli Stati Uniti erano addirittura arrivati ad aprire un’inchiesta nei nostri confronti perché ci accusavano di manipolare il cambio per favorire le esportazioni).
E ieri, un’altra scoperta. Le riserve monetarie (quelle di divise) si riducono di circa 52 miliardi rispetto al mese precedente attestandosi a 807 miliardi di franchi. Il valore dell’insieme delle riserve è oggi stimato in “soli” 819 miliardi di franchi, diminuito dagli 873 di agosto. Questa diminuzione potrebbe essere imputabile alla variazione dei cambi delle altre monete.
Insomma, dopo aver annunciato questa estate una perdita record di oltre 95 miliardi di franchi, anche la classe politica inizia a mettersi l’anima in pace. Peccato che si sia dovuti arrivare a questo punto per riportare il campanile al centro del villaggio. Eppure l’indipendenza della BNS dalla politica come pure i suoi compiti sono molto chiari. Essa, e come lei tutte le banche centrali del mondo, deve garantire la stabilità dei prezzi e quella del sistema dei pagamenti. Per farlo, necessita di fare degli importanti utili, che le servono a compensare le importanti perdite di altri momenti. Insomma, non c’è spazio per altro. Per questo basta a fantasiosi impieghi degli utili della Banca Nazionale.

La versione audio: Che cosa sta facendo la Banca Nazionale? Semplicemente il suo lavoro…

AVS 21: un cerotto che fa male. Soprattutto alle donne

Abbiamo problemi gravi: si vive troppo a lungo, ci si forma troppo e moriamo troppo poco. So che potrebbe apparire strano, eppure i problemi dei nostri sistemi di previdenza professionale nascono proprio dal miglioramento delle condizioni di vita.
In queste settimane si è dibattuto molto sulla proposta di aumentare l’età di pensionamento delle donne da 64 anni a 65. La previdenza sociale e professionale è suddivisa in due sistemi: quello a ripartizione e quello a capitalizzazione.
Il primo, di cui fanno parte l’AVS (Assicurazione Vecchiaia e Superstiti) e l’AI (Assicurazione Invalidità), è un sistema gestito dallo Stato, le cui entrate dipendono dal 25-30% dagli introiti fiscali (es. tabacco, IVA,…), che si basa sull’idea di trasferimento (le persone che lavorano pagano per le persone che sono in pensione). Questo fa sì che non abbia un grande fondo di riserva, non sia soggetto al rischio di inflazione, ma sia in pericolo in caso di denatalità. Ma la caratteristica più importante è la fortissima componente di solidarietà che si manifesta in almeno quattro maniere: dai ricchi verso i poveri (esistendo delle rendite massime chi guadagna molto non riceverà tutto quanto versato, ma contribuirà alla rendita di chi guadagna poco), dai giovani verso gli anziani, dai sani verso gli invalidi e dai fortunati verso gli sfortunati (le vedove e gli orfani). Il secondo modello è quello dei sistemi a capitalizzazione (ad esempio il II pilastro); essi si basano sull’accumulazione di un patrimonio durante tutta la vita attiva, hanno una minima componente di solidarietà perché ognuno riceve quanto ha risparmiato ed è a rischio di inflazione.
La Svizzera, a differenza di altre nazioni, ha mantenuto l’equilibrio tra questi due sistemi e non a caso la previdenza risulta tra le migliori al mondo. Ora è innegabile che il calo della natalità, l’aumento della speranza di vita, l’allungamento del periodo di formazione (e quindi della diminuzione della durata di vita lavorativa), le difficoltà di fare investimenti redditizi e i bassi tassi di interesse degli ultimi anni, chiedono dei correttivi che devono andare nella direzione, coraggiosa, di una riforma generale. Niente piccoli cerotti ogni 6 mesi. Le strade non sono molte. Se non ci sarà un aumento generalizzato dei salari rimarrà la possibilità di agire sulle entrate, aumentando per esempio i contributi, quella di agire sulle uscite, riducendo le prestazioni, o cosa ben più difficile, agire sulla natalità e sull’immigrazione.
Se la modifica proposta non dovesse essere accettata la Svizzera non corre grandi rischi: i circa due miliardi all’anno di mancati introiti potranno essere trovati altrove. Discorso diverso invece per quanto riguarda i rischi che correranno le donne che saranno private di un intero anno di rendite.

Questo quanto scritto per L’Osservatore il 24.09.2022; nel frattempo il popolo ha votato e ha deciso di aumentare l’età pensionabile delle donne a 65 anni. E che ci piacciano o meno le decisioni democratiche vanno sempre rispettate.

La versione audio: AVS 21: un cerotto che fa male. Soprattutto alle donne

Previsioni economiche per la Svizzera: bene, ma non benissimo

L’economia svizzera tiene, ma si vedono all’orizzonte delle nubi nere. La Segreteria di Stato dell’economia (SECO) ha pubblicato le previsioni economiche per la fine di quest’anno e per il prossimo anno. Il tasso di crescita previsto per il Prodotto Interno Lordo (PIL) del 2022 è stato ridotto al 2%, in confronto al 2.6% di qualche mese fa. Peggio ancora sarà il PIL l’anno prossimo: la sua crescita è stimata solo all’1.1%.
Le cause di questo rallentamento sono da ricercare nell’andamento dell’economia internazionale: Stati Uniti, Unione Europea, Regno Unito e persino la Cina mostrano una certa frenata. Sicuramente su queste economie pesano i fattori che oramai la fanno da padrona negli ultimi mesi: aumenti dei prezzi, penuria di fonti energetiche e possibile nuova ondata di pandemia. Questi elementi oltre a causare importanti cali delle produzioni, sono fonte di grande incertezza. E l’incertezza è forse la più grande nemica dell’economia.
Dando un’occhiata alla situazione Svizzera si vede che i consumi privati ancora per quest’anno alimentano la crescita; discorso contrario invece quello sugli investimenti in costruzioni che chiuderanno con una riduzione del 2.2% rispetto all’anno scorso. Che il settore dell’edilizia fosse in difficoltà si intuiva da qualche mese. Certamente la politica monetaria restrittiva che sta spingendo verso l’aumento dei tassi di interesse non sarà di aiuto. Ma anche un altro settore preoccupa un po’ ed è quello delle esportazioni di beni, che proprio perché collegato agli acquisti da parte degli altri paesi, mostra una riduzione importante della sua crescita, passando dal 4.7% a solo l’1.3%. Dato questo che non sembra progredire troppo nemmeno l’anno prossimo.
Oltre a ciò nel 2023 si stima un rallentamento all’1.4% della crescita dei consumi e addirittura una riduzione della spesa pubblica di 2.5 punti percentuali. Evidentemente gli esperti stimano che lo Stato non andrà in soccorso alla politica monetaria restrittiva contrapponendovi una politica fiscale espansiva (aumento della spesa pubblica).
Guardando agli effetti sul mercato del lavoro fortunatamente l’aumento del tasso di disoccupazione appare ancora contenuto (2.3%), anche se la creazione di nuovi posti di lavoro risulta molto più bassa di quella conosciuta quest’anno. Sul fronte dei prezzi, se le aspettative sono peggiorate per il 2022 passando da un aumento del 2.5% al 3%, la SECO prevede una riduzione dell’inflazione per l’anno prossimo al 2.3%. Non vogliamo essere troppo pessimisti, ma allo stato attuale e con l’inverno alle porte un aumento dei prezzi così contenuto ci sembra una bella speranza, ma niente di più.

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Il Prodotto interno lordo è cresciuto, anche se la SECO ha sbagliato…

La statistica ha sbagliato. Sì avete letto bene, la statistica ha sbagliato. Forse vi ricorderete che già nel mese di marzo del 2021 l’Ufficio federale di statistica aveva comunicato di aver commesso un errore piuttosto importante in relazione al numero di posti di lavoro persi nel Canton Ticino. Questa settimana è la Segreteria di Stato dell’economia (SECO) che dice che a causa di un problema tecnico sono stati pubblicati dei dati sbagliati in merito al valore aggiunto creato dal settore arte, intrattenimento e attività ricreative. Questo errore ha avuto un impatto anche sui dati relativi alla crescita del prodotto interno lordo (PIL) sia nel quarto trimestre del 2021 che nel primo trimestre del 2022.
Non entriamo qui nei tecnicismi e vogliamo rassicurare tutti. Le cose sono andate bene, anche se un po’ meno bene di quanto la SECO aveva annunciato in precedenza.
Ma vediamo nel dettaglio che cosa dicono questi dati che si riferiscono al secondo trimestre del 2022, quindi al periodo che va da aprile a giugno. Con l’interruzione delle misure di protezione contro il Covid evidentemente il settore del turismo ha registrato un importante aumento. Sia l’industria alberghiera e della ristorazione sia il settore dell’arte, dell’intrattenimento e delle attività ricreative hanno mostrato una crescita importante rispetto all’anno precedente. Anche se i dati sono stati positivi, purtroppo però non si è ancora raggiunto il livello di attività pre-crisi. Si parla nel caso del settore alberghiero e della ristorazione di un valore aggiunto inferiore di circa il 10% rispetto alla situazione pre-covid e addirittura del 13% per il settore dell’intrattenimento.
Per quanto concerne la spesa fare i paragoni rispetto al trimestre dell’anno precedente non ci dice granché poiché eravamo ancora in un periodo di emergenza sanitaria. Vediamo invece che i consumi privati quindi quelli delle famiglie sono aumentati rispetto ai tre mesi precedenti (+1.4%). Anche gli investimenti in beni di equipaggiamento (per esempio i macchinari) hanno mostrato una crescita del 2.6%; questo significa che gli imprenditori si aspettavano dati positivi per i mesi a seguire. Cosa che oggi, con la maledetta guerra ancora in corso e la forte pressione sui prezzi energetici, non possiamo più sostenere. Altro dato da monitorare con particolare attenzione è stato il calo delle esportazioni di beni che avevamo già messo in evidenza in altri articoli. Stabile è risultata la spesa delle amministrazioni pubbliche, mentre in leggera riduzione sono stati gli investimenti in costruzioni il linea con il trend negativo dell’edilizia.
Tutto questo ha portato il prodotto interno lordo del secondo trimestre del 2022 a crescere dello 0,3% rispetto ai tre mesi precedenti. Attendiamo ora le previsioni per i prossimi mesi, anche se i segnali che abbiamo in termini di inflazione, aumento dei tassi di interesse, riduzione del potere d’acquisto, Incertezza sul fronte energetico e quindi produttivo, non ci lasciano dormire sonni tranquilli.

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Al via i campionati di … professioni!

In questi giorni a Berna si stanno svolgendo i campionati delle professioni SwissSkills. Per quattro giorni, dal 7 all’11 settembre, saranno presentate al pubblico più di 150 professioni. La cosa bella e particolare è che saranno i nostri giovani a presentarcele. Oltre a questo fantastico giro attraverso una moltitudine di lavori di cui spesso ignoriamo l’esistenza, avremo anche i campionati svizzeri per 85 professioni. Sì, avete capito bene: oltre 1’150 apprendisti e giovani che hanno da poco finito la loro formazione faranno a gara per ottenere il titolo di campione svizzero. E la gara non finisce qui: ci sarà la possibilità per i vincitori e le vincitrici di classificarsi per partecipare agli EuroSkills previsti nel 2023 a Danzica o ai WordSkills previsti nel 2024 a Lione. Insomma, proprio un bel palcoscenico per mostrare le proprie capacità e competenze.
Le competizioni abbracciano veramente tutti i settori della nostra economia: dall’agricoltore alla carpentiera, dalla costruttrice stradale al decoratore tessile, dall’estetista al parrucchiere. E tantissime altre. Curiosando sul sito internet avrete la possibilità di scoprire l’esistenza di alcune professioni che magari si conoscono poco. Per esempio potreste decidere di diventare mediamatico o interactive media designer o ancora fumista o argentiera. E che dire dei fabbricanti di casse d’organo e dei mugnai? E della professionista del cavallo o del tecnologo del latte? Insomma con questo evento si apre un nuovo sguardo sulle professioni e sui mestieri.
Se avete occasione recatevi a Berna in questi 4 giorni: è come se la città diventasse una gigantesca città dei mestieri con tanti e tante giovani volenterose, entusiasti e pieni di vita. Tra questi non mancano anche i nostri ragazzi e le nostre ragazze ticinesi. Sono 40 e gareggeranno in 25 professioni. Siamo certi che al di là delle medaglie ciò che porteranno a casa sarà un’esperienza in cui vedranno valorizzate le loro competenze e le loro capacità.
E proprio in questo senso bisognerà fare il lavoro più grande nel nostro Cantone. La formazione professionale è e deve essere riconosciuta nella sua piena dignità. Scegliere di imparare un mestiere non è un ripiego o una scelta di serie B, anzi. È un percorso che valorizza competenze e capacità specifiche. Nulla da invidiare a chi sceglie un percorso di tipo scolastico; nessuna competizione, solo saperi e talenti differenti.
È in questo contesto che possiamo collocare il lavoro di Fill-up, servizio nato con lo scopo di offrire sostegno, accompagnamento e supporto alle aziende formatrici. Ma il lavoro di Sara Rossini e del suo team non finisce qui, anzi. In questi mesi abbiamo visto un bella azione a difesa e valorizzazione dell’apprendistato oltre che di promozione delle diverse professioni esistenti. Tutto questo senza dimenticare il ruolo di sensibilizzazione che Fill-up svolge presso le famiglie.
Insomma, non dimentichiamo che la formazione duale è il fiore all’occhiello della Svizzera e anche in Ticino possiamo ottenerne enormi benefici.

PS. Avrò il privilegio di essere qui anche in veste di vice presidente della Scuola Universitaria Federale per la Formazione Professionale (SUFFP)

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Gli Stati Uniti sono in recessione. Senza se e senza ma

Gli Stati Uniti sono in recessione. Anche i dati rivisti del secondo trimestre lo confermano. In effetti, si stima una riduzione del Prodotto Interno Lordo (PIL) dello 0.6% rispetto al trimestre precedente che già aveva segnato una diminuzione dell’1.6%. Ed eccola qui la recessione. Tecnicamente quando il PIL cresce negativamente per due trimestri di fila si entra nella fase di recessione.
Bizzarro ciò che è accaduto nei commenti di questa notizia. La maggioranza dei titoli anziché mettere l’accento su una recessione confermata, parlava di “crescita negativa migliore delle aspettative” o di “recessione tecnica e non ancora economica”. Notizie sicuramente corrette: per esempio nella prima stima si credeva in una riduzione del PIL dello 0.9%, mentre gli stessi analisti la prevedevano in -0.8%. Vero anche che la recessione è di tipo tecnico. Perché come abbiamo detto, per definirla tale dobbiamo misurarla in maniera oggettiva: e l’indicatore è l’andamento del PIL.
Già un mese fa ci avevano colpiti molto i commenti del Presidente Joe Biden che di fatto negava che gli Stati Uniti fossero in recessione visto che gli altri dati mostravano segnali incoraggianti. Non vogliamo mancare di rispetto al Presidente, ma o si è in recessione oppure non lo si è. E per quanto non possa piacere la cosa, gli Stati Uniti mostrando due trimestri di fila di crescita negativa del PIL sono in recessione.

Tutti noi ci auguriamo che nei prossimi mesi le cose migliorino e i rischi che oggi riteniamo molto pericolosi si attenuino. Abbiamo già detto che alcuni prezzi, come quelli delle materie prime, dei generi alimentari e anche del petrolio danno buone indicazioni, ma è presto per cantare vittoria. L’inflazione e la perdita di potere d’acquisto dei consumatori non sono svaniti, anzi. I tassi di interesse continuano ad aumentare. In Europa la paura della mancanza di energia rimane alta, sia tra i consumatori che tra i produttori. La maledetta guerra non è ancora finita. E il COVID potrebbe tornare a mettere in dubbio tante delle libertà ri-acquisite.
E che dire della situazione in Cina? La fabbrica del mondo sembra rallentare la sua corsa. E questo ha un impatto su tutti i Paesi e mercati. Le previsioni di crescita sono state riviste al ribasso e ora si parla di un tasso al massimo del 3%. La disoccupazione giovanile ha toccato il livello record del 20% e in controtendenza a quanto fanno gli altri Paesi industrializzati pochi giorni fa la Cina ha ridotto il tasso di interesse cercando di alimentare la domanda. Per non parlare dei rischi collegati al mercato immobiliare.
Insomma, quindi, va bene non essere allarmisti, ma questo non significa negare i dati.

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