L’illusione del sostegno duraturo

La crisi legata al Covid-19 ci ha confermato che non sempre l’economia lasciata a se stessa riesce ad andare avanti, anzi. Eppure il dibattito tra più mercato o più stato ha origini molto lontane. È solo dopo la grande crisi del 29 e le due guerre mondiali che i governi e le banche centrali hanno deciso che sarebbero dovute diventare protagoniste anche nella vita economica dei paesi. In effetti, il loro intervento ha permesso di ridurre in maniera importante l’ampiezza delle brusche variazioni nel livello di benessere tra un periodo di euforia economica e uno di crisi. Ma soprattutto ha consentito di limitare le conseguenze negative di questi sbalzi nella vita delle persone. Chi perde il lavoro o è costretto a chiudere la propria attività va incontro a difficoltà molto grandi, non solo economiche ma anche sociali. Dalle cose concrete come pagare l’ipoteca e gli studi ai figli, alla perdita di competenza fino a vere e proprie malattie.
Ed è dal dopoguerra che si alternano, almeno nelle economie avanzate, governi più interventisti a governi più liberisti. Gli anni Cinquanta hanno visto trionfare le teorie keynesiane che preconizzavano l’intervento dello Stato e che hanno portato alla nascita dei sistemi di sicurezza sociale. Gli anni Ottanta, con in prima fila i presidenti Reagan e Thatcher, il liberismo. Situazione molto diversa quella vissuta nella crisi appena trascorsa che non ha lasciato grandi libertà di scelta.
Siamo consapevoli che gli interventi dello Stato e delle banche centrali sono stati provvidenziali. Ora però si deve aprire un altro dibattito sulle conseguenze di questi ingenti interventi e soprattutto sul proseguimento delle misure.
Negli Stati Uniti, per esempio, la FED ha iniziato a rallentare la manovra di acquisto di titoli. Questo comporterà molto probabilmente un innalzamento dei tassi di interesse. Nulla di troppo problematico se in contemporanea non stessimo vivendo un possibile importante aumento dei prezzi. La domanda in espansione, l’offerta che arranca, filiere di approvvigionamento strozzate ci fanno dubitare che l’inflazione sarà così momentanea come sostengono gli esperti. E il problema non tocca solo gli Stati Uniti.
Un caso da manuale sarà la situazione italiana. I dati appena pubblicati confermano per il 2020 una riduzione del prodotto interno lordo dell’8.9%, una chiusura dei conti pubblici estremamente negativa con un rapporto deficit rispetto al PIL di ben il 9.6%, fatto questo che ha portato al 155.6% il rapporto debito/PIL. A questo già ingente debito aggiungiamo i miliardi che sono in arrivo dall’Unione Europea, ma che non dimentichiamo, non saranno gratis.

Ora una domanda sorge spontanea: fino a quando e con quanta forza ancora i governi e le banche centrali potranno intervenire a sostegno dell’economia?

Tratto da L’Osservatore del 25.09.2021

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Il neoliberismo ha distrutto l'idea di società. Ora esiste l'individuo,  circondato da “altri”

Caffè e vaccini: a cosa servono i brevetti?

Chi l’avrebbe mai detto che la forma della capsula di caffè non è un bene da tutelare come marchio? Sì, la nostra è una provocazione che si riferisce alla recentissima sentenza del tribunale federale che finalmente mette fine a una vertenza economico-giuridica che si trascina da molti anni. Il tribunale ha sancito che una forma, in questo caso di una capsula da caffè, non può essere registrata come marchio se deve per forza essere usata da un concorrente che produce un prodotto simile.
Questa sentenza ci consente di affrontare il tema dell’importanza dei brevetti per l’innovazione e lo sviluppo tecnologico. A differenza di quello che saremmo tentati di pensare la maggior parte della spesa in ricerca e sviluppo viene finanziata dal settore privato. Sono le aziende che spinte dalla necessità di scoprire nuovi prodotti, nuove organizzazioni, nuove tecnologie per garantirsi il successo economico e sopravvivere investono molte risorse nella ricerca. Evidentemente affinché ci sia questa spinta ad essere la prima a scoprire qualcosa, deve esserci una chiara tutela che le altre imprese non possano beneficiarne. In effetti, se gli altri possono copiare il mio prodotto e guadagnare, mentre io ho sostenuto i costi per scoprirlo, nessuno investirà un franco nella ricerca.
Naturalmente questo non significa che anche le università, le aziende e gli istituti pubblici e para-pubblici non facciano attività di ricerca, anzi. Ma è chiaro che lo scopo in questo caso non è quello di massimizzare i profitti o ridurre i costi, bensì collaborare nelle scoperte di interesse pubblico.
Le nazioni hanno la libertà di scegliere quanta tutela dare alle aziende. Ci sono nazioni come la Svizzera che proteggono molto le scoperte. Altre, come per esempio la Cina, hanno basato la loro forza sulla riproduzione di scoperte altrui su larga scala. Questo grazie alla grandissima disponibilità di manodopera a disposizione. Il modello copia e riproduci su larga scala è stato determinante per la loro crescita economica. Attenzione però che oggi la Cina ha fatto passi da gigante nello sviluppo tecnologico e nell’innovazione, tanto da diventare, probabilmente a breve, la prima potenza mondiale.
Tornando ai nostri brevetti, il tema è di estrema attualità. Il dibattito sul fatto che i vaccini non debbano essere tutelati riaccende un tema che non ha mai veramente trovato una quadratura del cerchio: fino a che punto le scoperte nel campo della medicina devono essere brevettabili?
La nostra risposta di pancia è scontata: i farmaci devono essere accessibili a tutti perché esiste un diritto alla salute. Purtroppo, bisogna fare i conti con la realtà: se non ci fosse un interesse e una garanzia della tutela dei guadagni futuri, nessuna azienda investirebbe milioni in spese di ricerca. Ricordiamoci anche che non tutti gli investimenti portano a risultati; molte volte finiscono nel nulla.
Quindi, non sta tanto all’economia quanto piuttosto ai governi fare in modo di garantire l’accessibilità ai farmaci a tutti, tutelando il diritto alla salute.

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Il traballante mercato del lavoro ticinese – II parte

Riprendiamo il tema del mercato del lavoro ticinese, come da articolo pubblicato il 10 settembre da tvsvizzera.it che ringrazio.

I dati statistici mostrano un Cantone sofferente su più fronti.
I salari in Ticino sono mediamente molto più bassi di quelli svizzeri, circa del 16-20%. Questo significa che in Ticino si guadagna un quinto in meno dei nostri cugini confederati. Da qualunque parte si guardino i dati, per settori, per ruoli occupati, per mansioni svolte, per età, per genere, i salari pagati dalla nostra economia, privata e pure pubblica, sono più bassi. E notevolmente più bassi sono anche i salari pagati ai frontalieri.
Ma i problemi del mercato del lavoro ticinese non li vediamo solamente nel livello dei salari, purtroppo. Le conseguenze sono tante altre. In Ticino, la percentuale delle persone che lavorano ma che non riescono a vivere del loro salario, i working poor, è tra le più alte a livello nazionale. Lo stesso accade quando guardiamo al numero di persone che deve fare più di un lavoro per vivere. O ancora, quasi paradossalmente, ci troviamo in vetta alle classifiche della sottoccupazione (persone che lavorano a tempo parziale ma vorrebbero lavorare di più). E sul tempo parziale si apre un ulteriore campo di analisi. Negli altri cantoni tendenzialmente i nuclei familiari fanno una scelta in cui entrambi i partner lavorano a tempo parziale perché i salari consentono di dedicarsi alla famiglia. Nel nostro caso purtroppo, invece, l’alto tasso di lavori a tempo parziale è sinonimo di grande precariato.
E che dire delle condizioni di lavoro femminili? Anche in questo caso purtroppo il nostro cantone appare negli ultimi posti della classifica nazionale: tassi di attività femminile tra i più bassi, differenze salariali tra uomini e donne maggiori, piccolissima presenza di donne nei quadri dirigenziali e nei posti di lavoro di responsabilità. Il quadro di certo non appare incoraggiante. Purtroppo non va meglio per i giovani che oggi possono ricevere formazioni eccellenti, sia in ambito scolastico che professionale. Anche a loro, il Paese non sembra dare risposte adeguate. I dati appena pubblicati confermano che sempre più ragazzi e ragazze abbandonano il cantone per trovare fortuna oltre Gottardo. E sicuramente le difficoltà di trovare posti di lavoro adeguati alle qualifiche e con stipendi dignitosi contribuiscono a questa emigrazione. Tanti altri sarebbero i dati che confermano un malessere del mercato del lavoro ticinese, a partire dai cinquantenni che vengono messi alla porta e non trovano più nulla dopo 30 anni di duro lavoro.
Come lo si guardi, questo quadro di indagine necessita di tutte le attenzioni della politica. È necessario intervenire affinché si possa invertire il senso di marcia. Affinché, come deve succedere in un paese sano, i giovani e le giovani non siano obbligate a lasciare la loro terra e i loro affetti. Per questo bisogna avere il coraggio di riconoscere e ammettere i problemi, ma anche le tensioni che oggi viviamo. Non si può più fingere che non ci sia rivalità e competizione tra manodopera locale e manodopera non residente. Lo scopo non è quello di attribuire colpe; lo scopo è quello di offrire opportunità anche alle persone residenti in questo Cantone.

Il Quotidiano, RSI, 17.09.2021
La versione audio: Il traballante mercato del lavoro ticinese – II parte

Il traballante mercato del lavoro ticinese – I parte

Il 10 settembre tvsvizzera.it, che ringrazio, ha pubblicato un mio articolo sul mercato del lavoro ticinese. Lo riprendo qui quest’oggi.

Il numero di frontalieri ha raggiunto cifre da record in Ticino. Oltre 70’000 persone attraversano ogni giorno il confine per lavorare nel Cantone sud-alpino. Se l’economia in parte approfitta della possibilità di fare capo a manodopera qualificata a basso costo, il mercato del lavoro soffre. E non solo a livello salariale.

Il mercato del lavoro del Cantone Ticino è molto differente rispetto a quello degli altri Cantoni svizzeri, inclusi quelli di frontiera. La ragione principale risiede nello sviluppo particolare che ha vissuto il tessuto economico di questo Cantone.

Primo, siamo passati da un’economia primaria a una fortemente finanziaria senza vivere una fase di vero e proprio sviluppo industriale. Probabilmente anche a questo è dovuta la mancanza odierna di una vera e propria cultura imprenditoriale e di centri decisionali sul territorio.

Il secondo fattore che spiega la situazione attuale è la possibilità storica derivante anche dalla posizione geografica di poter sfruttare un ampio bacino di manodopera qualificata a basso costo. Le aziende possono approfittare di due vantaggi competitivi: uno legato alla qualità, l’altro al prezzo. Entrambi comportano delle conseguenze importanti sullo sviluppo del tessuto economico di una regione. In Cantone Ticino la presenza di manodopera qualificata a basso costo ha spinto alla creazione di attività incentrate principalmente sul fattore lavoro e non sul capitale (macchinari). Se nel breve periodo ci sono sicuramente vantaggi, lo stesso non può dirsi per il lungo. Non a caso oggi la nostra economia è composta principalmente da posti di lavoro a valore aggiunto inferiore alla media nazionale. In questo senso siamo sovra-rappresentati nei settori industriali, del commercio, del turismo e della ristorazione. Proprio i settori che sono i primi a soffrire quando c’è una crisi economica; esattamente come accaduto con la crisi del Covid-19. I cantoni che invece si sono concentrati sulla ricerca, progresso tecnologico, innovazione e su un’avanzata organizzazione del lavoro, oggi si ritrovano con una produttività elevata e quindi con salari di gran lunga superiori ai nostri.  

Per contrastare questo ritardo è stato fatto molto nella formazione e nella ricerca creando negli ultimi trent’anni tantissimi centri di eccellenza. Dal Centro di Studi Bancari a Vezia, al Cardiocentro a Lugano; dall’Università della Svizzera italiana (USI), agli Istituti di Biomedicina (IRB) e Oncologico della Svizzera italiana (IOSI); dalla Scuola Universitaria Professionale della Svizzera italiana (SUPSI), al Nuovo Centro Svizzero di Calcolo. E tanto altro ancora è stato fatto e bolle in pentola. Questo ha portato a migliorare notevolmente la formazione dei giovani e quella continua nel nostro Cantone. Peccato che questo non sia stato accompagnato da un altrettanto sviluppo di attività economiche avanzate che avrebbero potuto dar linfa al tessuto produttivo cantonale. Così, oggi i dati statistici mostrano un Cantone sofferente su più fronti.

La versione audio: Il traballante mercato del lavoro ticinese – I parte

Certificato Covid: la “spinta gentile” verso il vaccino

No, se l’economia rallenterà nei prossimi mesi non sarà per colpa del Certificato Covid. Al contrario sarà anche merito del certificato Covid se non dovremo vivere una chiusura e un confinamento come accaduto l’anno scorso, quando a tutti noi pareva di essere in un film di fantascienza.
Naturalmente questo non significa che non ci saranno delle conseguenze per alcune attività. Ma generalmente le misure introdotte non sono così incisive da impedire anche ai settori più toccati di mettere in atto misure che consentano ai clienti di aver accesso al consumo. Legittimo, importantissimo, fondamentale per l’economia e per gli individui. Perché è questo di cui parliamo. Della libertà di scelta delle persone, della libertà di disporre del loro tempo e del loro denaro.
Le persone hanno bisogni diversi che possono essere classificati e gerarchizzati. Secondo la piramide di Maslow esiste una chiara gerarchia tra i bisogni. Dopo che l’individuo ha mangiato e bevuto, quindi dopo aver soddisfatto i bisogni cosiddetti fisiologici, cerca la sicurezza. Fisica, di occupazione, familiare, ma anche di salute. E in questo caso lo Stato gioca un ruolo importante. Soddisfatta questa necessità le persone sentono il bisogno di appartenere a gruppi: amicizia e affetti familiari sono fondamentali. A seguire questioni più personali come la stima di se stessi e l’auto-realizzazione. Le persone, quindi, necessitano di consumare tutti questi beni per essere felici.
Una seconda classificazione, fatta da Scitovsky e Kahneman, parla di tre tipologie di beni: i beni comfort, i beni creativi e i beni relazionali. I primi sono quelli che vanno ad eliminare un disagio, il freddo, la fame o la stanchezza. I beni creativi sono delle attività non strumentali, fini a se stessi che vanno a realizzare le motivazioni intrinseche degli individui. Pensiamo alla soddisfazione di ascoltare un concerto, visitare una mostra o leggere un libro. Infine i beni relazionali soddisfano il bisogno di socializzazione dell’individuo. Le persone, quindi, necessitano di consumare tutti questi beni per essere felici.
La richiesta del certificato Covid, va a toccare il consumo di beni diversi che soddisfano più bisogni dell’individuo. L’aperitivo al bar con gli amici, la lezione in palestra, la visita al museo: sono di più del semplice consumo di un bene. Per questo la limitazione all’accesso spaventa e solleva obiezioni. Perché gli individui sono esseri sociali e le relazioni umane sono fondamentali. Certo possiamo ordinare la cena da asporto oppure guardare la mostra on-line, ma non è lo stesso bene e non soddisfa lo stesso bisogno.
Probabilmente è per questo che con l’annuncio dell’obbligatorietà del certificato gli appuntamenti per la vaccinazione sono triplicati rispetto alla media degli ultimi giorni. Come successo qualche mese fa nei paesi che hanno adottato misure simili.
In economia potremmo definire questa scelta come uno stimolo, un incentivo, una “spinta gentile” . E proprio Richard Thaler, uno dei padri fondatori dell’economia comportamentale e premio Nobel nel 2017, ci insegna che per convincere gli individui anziché obbligarli, possiamo trovare degli incentivi che li stimolino (Nudge).

E forse, lo svantaggio di dover fare test rapidi o di dover rinunciare alle serate con gli amici, porterà gli individui che necessitavano di una spinta a vaccinarsi. Sempre nel rispetto del diritto alla libertà di cura.

La versione audio: Certificato Covid: la “spinta gentile” verso il vaccino
nudge spinta

Lavorare di meno, produrre di più e guadagnare uguale

Lavorare di meno, produrre di più e guadagnare uguale. Vi sembra impossibile, vero? E invece pare che questa equazione tenga.
Il tempo e la qualità del lavoro sono da sempre tematiche care agli economisti. Sin dalla rivoluzione industriale, quando Adam Smith, padre fondatore dell’economia politica, teorizza i vantaggi della divisione del lavoro attraverso l’esempio della fabbrica degli spilli. Prendiamo il caso di un operaio che deve fare tutte le 18 fasi del processo di produzione di uno spillo (tirare il filo di metallo, raddrizzarlo, tagliarlo, appuntarlo, affilarlo, preparare la capocchia, attaccarla, pulire gli spilli, impacchettarli …). Lui riuscirà a produrre circa 10 spilli al giorno. Se in questa fabbrica prendiamo 10 operai e a ognuno di loro facciamo fare solo 2 o 3 lavori, alla sera troveremo … 50 mila spilli! La produzione aumenta di 5 mila volte! Questo dipende da 3 ragioni. Primo, il lavoratore diventa sempre più bravo man mano che fa la stessa attività. Secondo, non si perde tempo per passare da una mansione all’altra. Infine, quanto più le attività da svolgere sono specifiche e ripetitive, tanto sarà più facile inventare macchinari che sostituiscono il lavoro umano. Quindi di progresso tecnologico e innovazione si parlava già nel 1700.
Nonostante questi vantaggi “economici”, Smith metteva in guardia dal pericolo enorme a cui andavano incontro gli operai limitando le loro capacità a semplici, continui e ripetitivi atti. Così facendo il rischio di intorpidire le menti e rendere il popolo ignorante era uno dei più grandi mali per i governi. Probabilmente è un po’ il pensiero che molti stanno facendo in questi ultimi anni.
Dopo di lui tantissimi altri economisti si sono occupati delle condizioni e del tempo di lavoro, come pure del rapporto tra lavoro e produzione. Il rendimento del lavoro si misura con la produttività che possiamo semplificare nel valore di quanto produce una persona in un’ora. Una volta si pensava che per aumentare la produttività e quindi la produzione di un’azienda, era necessario aumentare il numero ore lavorate. Da qualche anno, al contrario molti studi dimostrano che gli individui felici, sereni e riposati producono di più e meglio di quelli che lavorano più tempo.
In questa direzione vanno le decisioni di LinkedIn di qualche mese fa e quella di questa settimana di Nike di regalare una settimana aggiuntiva di vacanza ai propri collaboratori. La motivazione è molto semplice: farli riposare dalle fatiche legate alla crisi del Covid-19.
Ma non finisce qui. Alcune aziende in Svizzera, Giappone, Spagna, in alcuni casi anche con l’aiuto dello Stato, stanno sperimentando la settimana lavorativa di 4 giorni (circa 32 ore settimanali). In Svizzera, ricordiamo che varia tra le 42 e le 45 ore settimanali.
L’esperimento fatto in Islanda che ha ridotto da 40 a 35/36 le ore di lavoro per 2’500 lavoratori per 4 anni (dal 2015 al 2019) è stato estremamente positivo: la produttività è aumentata come pure il benessere dei lavoratori.
Insomma, per una volta riusciamo a prendere due piccioni con una fava!

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Fonte: superiorwallpapers.com

Vacanze tra piadine e Merlot

Basta un giorno di pioggia per ricordarci quanto amiamo il sole e quanto il nostro turismo necessiti del bel tempo.
Anche se quest’anno abbiamo dovuto convivere con alcune limitazioni, in Svizzera nei primi sei mesi dell’anno sono stati registrati quasi 11.4 milioni di pernottamenti nel settore alberghiero. Non abbiamo ancora raggiunto i livelli pre-crisi (12 milioni di pernottamenti), ma siamo già in ripresa rispetto al 2020 (meno di 10 milioni). A questi dobbiamo aggiungere più di 3.8 milioni di pernottamenti nelle case di vacanze (non troppo distanti dal 2019), 2 milioni nei campeggi (quasi raddoppiati rispetto al 2019) e 800 mila negli alloggi collettivi (questi in evidente calo, date le normative). Certo è cambiata la composizione dei nostri turisti: una volta la parte del leone la facevano gli ospiti stranieri; oggi, la pandemia ha fatto riscoprire agli svizzeri il piacere di trascorrere le ferie in casa. E molti di loro sono stati proprio nel nostro cantone e da un ultimo sondaggio ci hanno attribuito la medaglia per la simpatia. Siamo ben contenti di questo riconoscimento, anche perché il settore turistico contribuisce in maniera importante al nostro Prodotto interno lordo (qualche anno fa il suo contributo è stato stimato al 10%).
Conosciamo i limiti strutturali e spesso anche dell’offerta turistica nel nostro Cantone, e a maggior ragione quindi siamo ben consapevoli dell’importanza di persone qualificate e competenti.
E proprio le persone rappresentano una delle maggiori ricchezze della Riviera Romagnola dove
ho trascorso qualche giorno di vacanza. Anche qui, oltre al sole, al buon cibo e al mare, ho potuto fare quattro chiacchiere con i commercianti locali. E anche qui, le dinamiche non sono diverse dal nostro cantone.
Piccoli artigiani locali si alternano a negozi di souvenir da vacanza, con una cosa che però li accomuna: l’accoglienza e la voglia di far sentire il turista uno di casa. E così vi potete ritrovare a mangiare una meravigliosa piadina chiedendo di farcirla con prosciutto crudo, squacquerone e pomodori secchi e questo accompagnato dal sorriso del cuoco che vi dice “abbinamento interessante…” O ancora un commerciante di origine africana vi spiega che dopo tutto gli affari sono andati abbastanza bene, ma che pesa sicuramente l’assenza dei turisti russi e inglesi: “a loro sì che piace la roba italiana, di solito si comprano di tutto, persino le valigie. Gli italiani ci sono, ma possono spendere meno”.
E che dire del signore in età avanzata che da 12 anni d’estate si è inventato la professione di ricamare i nomi sui tessuti? Quando gli porto il mio cappello fucsia ci mettiamo un po’a scegliere insieme il colore giusto del cotone. Poi prendendosi tutto il tempo necessario cerca nel suo telefono la fotografia che gli ha inviato una cliente a cui ha ricamato 13 cappelli per una festa tra amiche. Orgoglioso mi racconta che per farlo ha rotto ben quattro aghi, ma visto il risultato ne valeva proprio la pena.
Ed effettivamente ne vale proprio la pena. Vale la pena di spendere qualche minuto a raccontare ai turisti la vita vera, affinché possano portarsi a casa ben di più di un souvenir.
E ora, rieccomi di nuovo sulla via del ritorno. Per ricominciare ad ascoltare le storie degli artigiani, dei commercianti e degli operatori del settore turistico del nostro bel Cantone!

La versione audio: Vacanze tra piadine e Merlot
Piadina romagnola

Metti due giovani, tanta voglia di fare e l’obiettivo di un’economia migliore

Sono stata contattata da due giovani imprenditori sociali, Mirco e Luca De Savelli, che hanno creato da qualche tempo Circular Lugano. Il loro progetto vuole contribuire allo sviluppo di un’economia circolare. È il Prof. Kenneth E. Boulding a far nascere questa visione dell’economia attorno agli anni Settanta. L’autore usa la metafora del cowboy e della navicella spaziale per spiegarci che la “nuova” economia deve cambiare paradigma. Non si può più estrarre materie per produrre un bene, consumarlo e buttarlo via come se fosse un rifiuto. Questo è il comportamento del cowboy che pensa di avere a disposizione praterie sconfinate in cui le risorse sono illimitate. Ma non è più così. E allora dobbiamo comportarci come se fossimo in una navicella spaziale: poco spazio e poche risorse che una volta utilizzate non devono diventare rifiuti, ma trovare una seconda vita. Se ci pensate bene, in realtà, è quello che fa la natura: anche ciò che in apparenza sembrerebbe uno scarto, diventa materia prima per una nuova vita. E Mirco e Luca, fanno proprio questo: danno una seconda, terza, quarta vita agli oggetti che altrimenti marcirebbero nelle cantine o peggio ancora finirebbero in discarica.
È un po’ come se fosse una biblioteca degli oggetti. Il beneficio è doppio: da una parte si riutilizzano beni che diventerebbero rifiuti, dall’altra si limitano gli acquisti inutili e quindi lo spreco di risorse. Le persone possono prendere a prestito un oggetto pagando un noleggio giornaliero. Questo permette di usare qualcosa senza per forza comperarlo. Per esempio, se dovessi andare in vacanza e mi servisse per qualche giorno un baule da tetto per auto avrei due opzioni: comperarlo, utilizzarlo una volta e metterlo in soffitta per i prossimi 10 anni oppure noleggiarlo, pagare 4 franchi al giorno e riportarlo. Gli oggetti sono veramente diversi; vanno dalle telecamerine moderne per filmare in movimento al pallone da Beach volley, dalle racchette da squash ai forni per pizza. Ma il più originale secondo me è il carretto per gelati.
Come ogni altra impresa, anche quelle sociali per sopravvivere devono essere autosufficienti dal punto di vista economico. Così Mirco e Luca, consapevoli che ampliare il numero di sedi e professionalizzare ulteriormente la loro attività comporta dei costi, hanno lanciato una raccolta fondi (il famoso crowdfunding) attraverso la piattaforma progettiamo.ch. Questo strumento è promosso dai 4 Enti Regionali di Sviluppo del Cantone Ticino che garantiscono dei progetti e dell’uso degli eventuali fondi raccolti. E anche la raccolta fondi attraverso le piccole donazioni è un’idea di economia sana. Ancora una volta impariamo dalla natura: tante piccole gocce fanno un oceano.
Segnaliamo che altre “oggettoteche” stanno prendendo vita nel nostro Cantone e tante sono le attività che ci portano verso un’economia sana. Il mio appello è di fare insieme tutti un piccolo sforzo per sostenere questi grandi giovani.
Così a Mirco e Luca, e a tutti i giovani e le giovani che si avventurano nel mondo imprenditoriale, il mio massimo sostegno e i miei auguri di cuore.

Il link del progetto: https://circular-lugano.myturn.com/library/

Il link per il sostegno: https://progettiamo.ch/it/progetti/2404

La versione audio: Metti due giovani, tanta voglia di fare e l’obiettivo di un’economia migliore
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Ciao Marco

Non ci credo.
Ci conosciamo da una vita e da una vita ci perdiamo e ci ritroviamo. Ma questa volta no, non ci ritroveremo più. Come sarà possibile, non rivederla nella sua Lugano? Tutti lo sanno. Lugano e Marco Borradori sono una cosa sola. Un grande sindaco, un grande uomo politico, ma soprattutto una grande persona. In tutti questi anni non l’ho mai vista negare un saluto né rinunciare ad ascoltare le preoccupazioni delle persone.
È sempre stato un grande esempio di vicinanza ai cittadini. Anche sabato sera a Locarno, l’ultima volta che siamo stati insieme. Non si è risparmiato con nessuno. Perché era fatto così, lei Marco: aveva bisogno delle persone quanto le persone di lei. E anche io sento di aver ancora bisogno di lei. Ci conosciamo da una quindicina di anni e non perdevamo occasione di ridere del nostro primo incontro: io ero ancora dottoranda all’università e lei mi aveva scritto una email per complimentarsi per un articolo apparso su un quotidiano. Dopo qualche tempo ci incontrammo per bere un bicchiere di vino, lei rosso, io rigorosamente bianco. Non dimenticherò mai la sua espressione quando mi vide arrivare con un paio di imbarazzanti paraorecchie di peluche bianchi. Ricordo che strabuzzò gli occhi e mi disse che dovevo avere un gran livello di autostima per mettere “quei cosi”. E da quel momento, anche se le nostre frequentazioni non sono state quotidiane, non abbiamo più smesso di chiacchierare: della sua esperienza politica, della mia vita professionale e soprattutto dei nostri comuni difetti che tanto ci piace considerare pregi. Un messaggio ogni tanto, una chiamata qua e là (più le volte che parlavamo per interi minuti alle rispettive segreterie), qualche incontro fortuito nella sua amata Lugano, un bicchiere di vino e, quando le agende lo permettevano, una bella cena (con lei che arrivava sempre con almeno mezz’ora di ritardo…).
Non sa quanto mi piacerebbe ancora poterla aspettare, tenerle un po’ il muso per il ritardo per poi cedere alla sua cortesia e affabilità. Perché lei, caro amico, era anche questo. Serate a discutere dei progetti della sua Lugano, perché era un ascoltatore attento e cercava di capire meglio attraverso lo sguardo e le competenze degli altri come affrontare i problemi. Ma era anche sempre disponibile a risolvere quelli altrui.
Sabato sera ho impiegato 7-8 minuti a scegliere il gusto del gelato e lei ha pazientemente atteso mentre mi convincevo mangiando il suo. Di fronte a quel gelato avevamo iniziato a parlare di grandi progetti e sfide future che lei mi avrebbe aiutato a realizzare. Avevo ancora tanto da imparare del suo mondo. Ora invece se n’è andato. Ora Marco, te ne sei andato. È la prima volta che ci diamo del tu. Il “lei” divertiva i nostri interlocutori che non capivano come fosse possibile che dopo tanti anni ci dessimo ancora del lei. Ma era diventato un po’ il nostro gioco. Mi mancherà, Marco, non vederti più camminare nella tua Lugano.
Un ultimo forte abbraccio, Amalia

I frontalieri aumentano ancora

I frontalieri in Svizzera e in Ticino aumentano. I dati appena pubblicati dall’ufficio federale di statistica non lasciano dubbi, pur ritenendo il fatto che gli stessi autori li definiscano provvisori.
In Ticino è stata superata anche la soglia dei 71 mila permessi di lavoro come frontaliere; precisamente alla fine del II trimestre del 2021, quindi di giungo, se ne registravano 71’586. La maggior parte di questi permessi, quasi 47 mila, era attribuita al settore terziario, quello dei servizi. Il nome non deve trarci in inganno: oltre alle avvocate, ai fiduciari o al personale medico, troviamo anche i commessi, le cameriere e i servizi logistici. Invece il settore secondario, oggi rappresenta solo 1/3 di questi lavoratori, in linea con i cambiamenti avvenuti nella struttura produttiva del nostro Cantone.
Guardando i dati vediamo la relazione stretta tra l’andamento economico generale e l’andamento dei permessi di lavoro: i settori che hanno mostrato una ripresa rispetto alla crisi legata alla pandemia, sono anche quelli caratterizzati da un aumento dei frontalieri. In particolare, il settore secondario, che è quello legato all’industria mostra una certa stabilità, sia paragonando i dati con i tre mesi precedenti del 2021 (gennaio-marzo) sia rispetto all’anno prima. L’unica eccezione in questo caso è il settore delle costruzioni, che mostra un aumento da mettere in relazione con la ripresa economica. Ad oggi lavorano in questo settore quasi 8 mila persone frontaliere.
Anche nel settore terziario, che mostra aumenti trimestrali del 2.5% e addirittura di oltre il 5% rispetto all’anno scorso (+2’300 persone), la relazione con l’andamento economico è evidente. I frontalieri aumentano in quasi tutti i settori, in particolare nei servizi legati alla ristorazione, nelle attività professionali, scientifiche e tecniche e in quelle di servizio alle aziende.
Il boom dei numeri di permessi è nella ristorazione dove si segnala un aumento sia su base trimestrale che annuale di oltre il 15%, arrivando a occupare 3’900 persone. In realtà, non sappiamo quanti di questi posti di lavoro rimarranno anche dopo il periodo estivo.
Discorso differente va fatto per le attività professionali, scientifiche e tecniche come gli studi di architettura, di ingegneria o contabilità che occupano oggi quasi 8’200 persone non residenti, oltre l’11% del totale. Se a queste aggiungiamo le attività amministrative e di supporto alle aziende come i servizi di selezione e ricerca del personale, arriviamo a quasi 15 mila posti di lavoro. Ora, nessun problema se i nostri apprendisti neo-diplomati e le nostre neo-laureate troveranno un posto di lavoro da qui a qualche mese. Discorso differente, se come purtroppo temo, passeranno mesi alla ricerca di un posto di lavoro per poi dover scappare oltre Gottardo.
Se questo accadrà ancora, chi di dovere dovrà smettere di fare orecchie da mercante e dovrà finalmente prendere in mano le redini di questo Cantone.

La versione audio: I frontalieri aumentano ancora