Eni, il grande gruppo energetico italiano nato come ente pubblico e oggi società quotata in Borsa ma ancora controllata di fatto dallo Stato italiano, dal 28 settembre applicherà un tetto massimo al prezzo dei carburanti venduti dalla sua rete Enilive: 1,99 euro al litro per la benzina e 2,19 per il diesel (1,88 e 2,07 CHF). Si stima che sia circa 17 centesimi di euro sotto il prezzo attuale (0,16 CHF). La misura è prevista per trenta giorni, ma potrà essere prorogata fino alla fine dell’anno. Essendo un tetto massimo, questo significa che, se il mercato consentirà dei prezzi più bassi, si applicheranno quelli.
L’azienda può fare questa scelta e rinunciare a importanti margini di profitto per diverse ragioni. Tra queste, il fatto che si tratta di un gruppo integrato che è presente lungo quasi tutta la filiera energetica e che quindi può compensare un’eventuale perdita grazie agli altri segmenti produttivi. Eni, in effetti, si occupa di produzione, approvvigionamento, raffinazione, biocarburanti, logistica e vendita; tra l’altro, può contare su una rete di oltre 5.000 stazioni in Europa. In secondo luogo, la misura è legata anche alla riduzione delle accise (tasse) decisa dallo Stato italiano; ciò significa una riduzione dei costi per Eni che in parte compensa i mancati introiti. Inoltre, la misura è limitata nel tempo e quindi consente di valutarne l’impatto passo dopo passo.
Probabilmente, però, il punto più rilevante è che Eni ha dimensioni e capacità finanziarie tali da potersi permettere una scelta commerciale di questo tipo. Nel 2025 il gruppo ha registrato circa 82 miliardi di euro di ricavi (77,5 miliardi CHF), oltre 8 miliardi di guadagno dalla gestione ordinaria (7,5 miliardi CHF) e circa 5 miliardi di utile al netto di eventi straordinari (4,7 miliardi CHF).
Infine, non dimentichiamo il vantaggio reputazionale che porta benefici anche commerciali: in un momento di forti rincari e di difficoltà per le famiglie e per l’industria, tenere il prezzo sotto la soglia psicologica dei 2 euro (1,99 euro) può attirare clienti, aumentare i volumi e rafforzare il marchio. Il “contributo di solidarietà al Paese” può trasformarsi in un’ottima pubblicità, anche perché Eni controlla “solo” il 20% del carburante venduto in Italia.
La misura non è una novità assoluta: in Francia TotalEnergies applica da anni tetti volontari ai carburanti; Belgio e Lussemburgo prevedono prezzi massimi regolati, Slovenia e Croazia sono intervenute sui prezzi o sui margini dei distributori. Durante la crisi energetica anche Spagna e Portogallo hanno introdotto un tetto al prezzo del gas utilizzato per produrre elettricità.
Ed è qui che la questione diventa interessante anche per noi. In Svizzera siamo abituati a considerare il prezzo dei carburanti e dell’energia come il risultato quasi intoccabile del mercato, al netto delle imposte. Ma è davvero l’unico modo possibile? Quando i rincari sono molto rapidi e incidono pesantemente sui bilanci delle famiglie e delle imprese, ha senso almeno discutere di strumenti temporanei sui margini, sui prezzi massimi o sulla fiscalità?
Non si tratta di copiare automaticamente l’Italia, la Francia o il Belgio. Si tratta di osservare che altrove questa discussione esiste già e di chiedersi perché da noi quasi non esista. Anche in settori nei quali beni essenziali vengono venduti da aziende interamente pubbliche, talvolta in condizioni di monopolio o quasi monopolio. Se altrove si può discutere di limiti ai prezzi e ai margini, non si vede perché in Svizzera e in Ticino il tema debba essere considerato un tabù.














