In Ticino abitanti sempre più poveri

L’anno scorso siamo diventati tutti, o quasi, più poveri. Nessuno di noi aveva dubbi che il nostro potere di acquisto si fosse ridotto. Ma ora lo ha confermato anche la statistica. Nel 2022 i salari nominali dell’intera economia svizzera sono aumentati dello 0.9% rispetto all’anno precedente. Questa notizia dovrebbe renderci felici, se non fosse che l’aumento deve essere paragonato con la sua “effettiva” capacità di acquistare beni e servizi. Ed è qui che entra in gioco il tasso di inflazione, che misura l’andamento generale dei prezzi. Nel 2022 l’indice dei prezzi al consumo è aumentato del 2.8%. Questo significa che il nostro carrello della spesa, che nel 2021 costava 100 CHF, nel 2022 costa 102.80. Pazienza, penserete voi, tanto abbiamo avuto un aumento dei salari. Sì e no. In effetti l’aumento dei salari ci ha consentito di guadagnare 100.90 CHF; capiamo subito che l’aumento di stipendio non è sufficiente a compensare la crescita dei prezzi.

E in effetti, i salari reali hanno subito una riduzione dell’1.9%. Detta così sembra una riduzione piccola. E allora perché la nostra sensazione è di essere diventati molto più poveri?

Innanzitutto ricordiamo che l’indice dei prezzi al consumo misura l’andamento esclusivamente dei prezzi dei beni e dei servizi che sono consumati in maniera finale. Questo indicatore quindi non tiene conto ad esempio dell’andamento delle imposte o delle assicurazioni. E per fortuna che nel 2022 l’indice dei premi dell’assicurazione malattia aveva mostrato una riduzione dello 0.5%, fatto questo che ci aveva illusi e non ci aveva preparati alla stangata del 6.6% del 2023. L’indice dei prezzi al consumo non è un indicatore del costo della vita.

In aggiunta la statistica dice anche che non tutti i settori hanno registrato lo stesso andamento. Per esempio le persone che hanno lavorato per la chimica e la farmaceutica hanno visto aumentare il loro reddito in maniera reale dell’1.2%. Ma sono stati gli unici fortunati. L’industria delle materie plastiche ha visto ridurre i salari del 5%, quella dei prodotti elettronici e dell’orologeria del 3.4% e quello delle costruzioni del 2.4%.

Non è andata molto meglio al settore terziario, in cui nessuno ha registrato aumenti. Le perdite del potere d’acquisto variano dal 4.2% delle attività artistiche allo 0.1% delle assicurazioni.

Oltre a queste differenze, non possiamo dimenticare le differenze regionali. Sappiamo che in Ticino si guadagna tra il 16 e il 20% in meno del resto della Svizzera e non abbiamo ragioni di credere che in questa regione siano stati dati aumenti salariali migliori rispetto alle altre. Di conseguenza è abbastanza ragionevole supporre che, una volta di più, nel Cantone Ticino i suoi cittadini siano diventati ancora più poveri. E purtroppo temiamo che la prossima statistica confermerà questa realtà.

Pubblicato da L’Osservatore, 29.04.2023

PMI: Sorpresa amara nell’uovo di Pasqua

Le piccole e medie imprese (PMI) hanno trovato una sorpresa spiacevole nell’uovo di Pasqua: il Consiglio Federale alza i tassi di interesse sui crediti COVID-19, a un livello compreso tra l’1.5% e il 2%. Le condizioni economiche sono mutate in questo periodo ma ciò non giustifica pienamente questa scelta, che potrebbe causare problemi aggiuntivi alle PMI, in particolare nel Cantone Ticino.

Il governo federale giustifica la scelta essenzialmente in tre modi. Primo: mantenere bassi i tassi di interesse causerebbe una distorsione del mercato, favorendo le aziende che si sono indebitate nel 2020 rispetto a quelle attuali. È un’argomentazione debole: i crediti COVID-19 sono stati erogati in un momento emergenziale globale per fornire liquidità alle aziende durante il lockdown. Ciò rende inappropriati i confronti con la situazione attuale. Sarebbe come dire che chi ha bloccato un’ipoteca ad un tasso fisso basso oggi debba pagare di più.
La seconda giustificazione è più stravagante e anche un po’ paternalista. A detta del Consiglio Federale mantenere bassi tassi di interesse incentiverebbe le aziende a prolungare il proprio indebitamento. Anche in questo caso forse il Consiglio Federale dimentica che proprio per evitare problemi aggiuntivi legati alla restituzione del credito, allora erano stati decisi tempi piuttosto comodi.

Infine, il Consiglio Federale cita la necessità di coprire i costi di gestione delle banche. Questa motivazione appare alquanto inopportuna, almeno a livello di tempistiche, alla luce del recente mega intervento a favore di UBS nella vicenda del Credit Suisse.

Siamo consapevoli che l’inflazione ha determinato l’aumento dei tassi di interesse, ma perché il Consiglio Federale non ha posticipato di un anno questa decisione, soprattutto considerando gli incrementi dei costi che le aziende devono affrontare, come quelli energetici, degli affitti e dei tassi di interesse sui crediti ipotecari?

La situazione è ancora più difficile per le aziende nel Cantone Ticino. Nel 2020 sono stati attivati oltre 12.500 crediti Covid-19 (9.1% del totale nazionale) per un totale di 1,4 miliardi di franchi (8.1% del totale). E questo non perché in Ticino siamo meno bravi a fare azienda ma perché le condizioni strutturali e concorrenziali sono diverse rispetto al resto della Svizzera. E a suo tempo lo era stata anche l’incidenza del Covid.

In tutto questo cosa fa la politica? Tace, almeno per ora. Nessuno che ha sollevato quesiti, critiche o anche solo perplessità per questa decisione. Ciò fa sorgere il dubbio, giustificato, che delle piccole e medie imprese molti politici si preoccupino solo in periodo di campagna elettorale. Purtroppo, i problemi e le sfide che le PMI devono affrontare non vanno in pausa per quattro anni, attendendo che la politica torni a occuparsi di loro.

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L’inflazione rallenta

L’inflazione sta decisamente rallentando la sua corsa. I dati dei principali paesi europei confermano che il calo è dovuto principalmente alla riduzione dei prezzi energetici. E questa è sicuramente una buona notizia. In effetti abbiamo visto i prezzi al consumo in marzo confermarsi in Spagna al 3.3% (dal 6% del mese precedente), in Italia al 7.7% (da 9.2% precedente), in Francia al 5.6% (dal 6.3%), in Germania al 7.4% (dall’8.7%) e in generale nella zona Euro al 6.9% (dall’8.5%). Anche la Svizzera non ha fatto eccezione. Così qualche giorno fa l’ufficio federale di statistica ha comunicato che l’aumento annuale nel mese di marzo è stato del 2.9%, mentre su base mensile i prezzi sono cresciuti solo dello 0.2%. La riduzione anche in questo caso è causata principalmente dai prezzi dei prodotti petroliferi e di quelli energetici in generale

Ancora non possiamo gioire della fine dell’inflazione, anche se in alcuni casi, come in Italia, l’inflazione è scesa al suo livello più basso dal maggio dell’anno scorso. Quello che si nota è che se si registra una riduzione per i prezzi dei prodotti energetici, lo stesso non può dirsi per i prezzi legati ai beni di consumo di tutti i giorni. Per esempio in Italia il prezzo del carrello della spesa aumenta ancora in marzo del 12.7%; questo dato è superiore di ben cinque punti percentuale rispetto al tasso di inflazione.

Ma questa riduzione dei prezzi è davvero imputabile alle scelte delle banche centrali di aumentare i tassi di interesse? Sappiamo che la politica monetaria ha dei ritardi temporali nella spesa e nella produzione. Questo significa che i consumatori e i produttori modificheranno il loro comportamento con un certo ritardo rispetto alla decisione di aumentare i tassi di interesse. Ancora più in ritardo saranno gli effetti finali su produzione e occupazione. I ritardi teorici possono andare dai 6 mesi ai 24 mesi. Insomma, non abbiamo certezza che siano state le politiche monetarie a frenare la domanda di consumatori e imprese e quindi a contenere l’aumento dei prezzi. Al momento pare che siano state piuttosto le condizioni meteorologiche favorevoli a impattare sulla domanda di prodotti energetici, quindi sui loro prezzi e di riflesso sull’abbassamento dell’inflazione.
D’altra parte sembrerebbe che anche le possibili conseguenze negative sulla crescita economica di un aumento dei tassi di interesse per il momento siano contenute.
Quindi, finora le banche centrali sembrano aver fatto scelte positive. Speriamo vadano avanti in questa direzione.

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“Tesoro mi si sono allargati i ragazzi”. La Coca Cola cresce e torna al mezzo litro

In questi mesi si è parlato molto dell’inflazione che si vede. In alcuni Paesi l’aumento generalizzato dei prezzi ha raggiungo persino variazioni del 10% rispetto all’anno scorso. Fortunatamente i dati degli ultimi mesi confermano se non un ritorno ai prezzi precedenti, quanto meno un rallentamento degli aumenti. Oggi però noi prendiamo spunto da una notizia di attualità per tornare su un tema particolare. La Shrinkflation. La Shrinkflation è un’inflazione nascosta e che decidono i produttori: riducendo gli imballaggi o la quantità di prodotti venduti, senza ridurne il costo per l’acquirente, di fatto causano un aumento dei prezzi.
Questo succede perché di solito i produttori conoscono il concetto dell’elasticità che misura la sensibilità della quantità di un bene acquistato rispetto alla variazione di un’altra variabile che può essere il prezzo, il reddito, il prezzo di un bene che si consuma insieme ad un altro,… in parole povere si è in grado di capire se le persone ridurranno l’acquisto del bene al variare del suo prezzo. Saremmo tutti tentati di dire che è chiaro che all’aumentare del prezzo la quantità diminuisce, ma non è così per tutti i beni. Per esempio se il prezzo dei farmaci di cui abbiamo bisogno per sopravvivere, come può essere l’insulina, aumenta, noi non riduciamo il consumo. Ma lo stesso succede con i generi alimentari di prima necessità o con la benzina. Al contrario, esistono beni che sono molto più sensibili al prezzo, per esempio le bevande gassate. È per questa ragione che di solito si riduce il contenuto, ma non si aumenta visibilmente il prezzo.
Nel nostro articolo del 10 marzo del 2021 intitolato “Tesoro mi si sono ristretti i prodotti. Le confezioni si rimpiccioliscono, i prezzi no” parlavamo del caso di Coca Cola. Allora in Svizzera era stata introdotta da circa due anni una bottiglietta di questa bevanda zuccherata rimpicciolita rispetto alla grandezza standard, ma con lo stesso prezzo di quella precedente. Abbiamo quindi comperato una bottiglietta di Coca Cola da 450 millilitri, pagandola come quella di 500 millilitri. Sicuramente è stata una buona cosa per la nostra salute, data la grande quantità di zuccheri presenti in questa bevanda, non per il nostro portafoglio.
Ora leggiamo che Coca Cola Svizzera ha deciso di fare un passo indietro e tornare al formato da mezzo litro. Non sappiamo ancora se ne aumenterà il prezzo, ma possiamo intuire che alcune ragioni abbiano spinto l’azienda a fare un passo indietro. Sicuramente la piccola dimensione del mercato svizzero ha giocato un ruolo, come anche il fatto che negli stessi supermercati si poteva trovare per lo stesso prezzo la Coca Cola “svizzera” da 450 millilitri accanto alla Coca Cola “tedesca” da 500 millilitri. Probabilmente anche il rapporto con i fornitori può aver avuto un peso. Essi producevano un prodotto specifico, la bottiglietta da 450 millilitri, solo per un cliente e quindi potevano avere una forza contrattuale maggiore.
Insomma, non sappiamo per quali ragioni vere Coca Cola abbia fatto un passo indietro. Speriamo solo che con la scusa dell’aumento generalizzato dei prezzi, non sia l’occasione per vederne raddoppiare anche il suo.

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Il Natale degli Invisibili

Il periodo di Natale è molto bello e rilassante per chi ha una famiglia vicino e può passarlo con persone care. E per chi non ha preoccupazioni economiche eccessive.
Molti invece vivono male queste feste perché hanno perso qualcuno e mai come a Natale la mancanza si fa sentire.
Altri ancora, e sono tanti, sono confrontati con difficoltà economiche che diventano particolarmente dolorose in questi giorni sfavillanti di luci, con l’abbondanza ostentata nelle vetrine.
Secondo l’Ufficio federale di statistica, oltre 770 mila persone vivono in povertà nel nostro paese. E oltre a loro ci sono quasi altrettante persone che vivono con il minimo indispensabile. Sono quasi un milione e mezzo di persone per cui il Natale è un problema nel problema. E anche in Ticino la situazione è molto difficile. Nel 2020 oltre 50 mila persone erano povere e altrettante a rischio di povertà.
Ancora di recente i media hanno parlato dell’aumento delle mense dei poveri nel nostro cantone. Perché quando si parla di povertà si parla anche “semplicemente” del fatto di riuscire a mettere qualcosa sotto i denti.
Una parte della popolazione pensa di mettersi a dieta subito dopo le feste. Un’altra parte penserà a come mangiare qualcosa questa sera.
Le disuguaglianze ci sono nel nostro paese, eccome. Sono spesso nascoste ai nostri occhi e diventa tabù anche solo il fatto di parlarne.
Sicuramente il modello economico svizzero è un modello di successo ma molte persone sono lasciate indietro, non ce la fanno, vivono ai margini e non sono nemmeno presenti nel dibattito pubblico. Sono a tutti gli effetti invisibili.
Molte altre persone, pur non essendo povere secondo la definizione ufficiale, hanno difficoltà notevoli a far quadrare i conti. Per loro, una spesa inattesa può essere un problema enorme. Vivono, queste persone, in una situazione continua di incertezza: la congiuntura attuale rischia di farne cadere molti sotto la temuta soglia della povertà “ufficiale”.
Sono cittadine e cittadini come noi, che non seguono i dibattiti politici perché hanno smesso di aspettarsi qualsiasi cosa. La politica non si occupa di loro perché spesso non votano da anni, quando ne hanno il diritto. Eppure esistono e diventano più numerosi in periodi di crisi economica e aumenti dei prezzi.
Non facciamoci ingannare dai dati appena pubblicati. Se nel 2021 le persone che hanno chiesto gli aiuti sociali non sono aumentate è solo perché erano in vigore ancore le misure speciali di sostegno a causa della pandemia. Ora che queste misure sono finite vediamo che i fallimenti delle aziende aumentano e con essi i licenziamenti e la povertà.
A Natale qualcuno si sente in obbligo di porgere un pensiero caritatevole. Altri fanno un vero e grande lavoro di assistenza e vicinanza. Ma per il resto dell’anno, di questo iceberg non si vede nemmeno la punta.
E sappiamo quanto siano pericolosi gli iceberg, non solo per le navi ma anche per una società che si racconta come opulenta e soddisfatta ma nasconde sotto la superficie ciò che non corrisponde a questa narrazione.
Occuparsi di questa parte della società è essenziale per chi prende decisioni. Così come cercare di affrontare i meccanismi che producono la povertà, specialmente oggi, alla vigilia di un’epoca economicamente difficile e politicamente instabile.

Versione audio: Il Natale degli Invisibili

La Befana si porterà via anche l’inflazione?

L’inflazione ha raggiunto davvero il suo picco? Probabilmente è ancora presto per rispondere, anche se siamo ben contenti di vedere che in molte nazioni europee i prezzi iniziano a rallentare, se non addirittura in alcuni casi a scendere. Così è capitato per esempio in Spagna dove il dato di novembre mostra una riduzione di -0.1% rispetto al mese precedente (+ 6.8% su base annua, ma in riduzione rispetto al 7.3% di ottobre). Lo stesso è successo in Germania dove la riduzione è stata di -0.5% mensile (+10% annuale) e a livello medio nella zona Euro dove i prezzi al consumo dovrebbero essere scesi di -0.1% attestandoti a + 10% su base annua (nel mese di ottobre il dato era del 10.6%). Purtroppo i prezzi appaiono ancora in aumento in Francia (+0.4%) e in Italia (+0.5%).

Le buone notizie arrivano anche dai prezzi alla produzione, che lo ricordiamo sono i prezzi dei prodotti nel momento in cui escono dalle fabbriche, quindi senza i costi di trasporto o di logistica. Sempre nell’Eurozona si segnala un contenimento su base annua al +30.8% (il mese precedente il dato era del 41.9%), in riduzione del -2.9% su base mensile. Questa tendenza è confermata anche in Francia e in Italia. Certo non si può ancora dire che il peggio sia passato, ma ai nostri occhi appaiono alquanto particolari le dichiarazioni molto pessimiste della presidente della Banca Centrale Europea (BCE) Christine Lagarde che dice di non vedere segnali di rallentamento. È anche vero che la BCE è stata tra gli ultimi a riconoscere l’esistenza del fenomeno inflattivo e a prendere misure di politica economica…
Per quanto ci concerne da parte nostra segnaliamo nelle ultime settimane la stessa tendenza al ribasso anche nelle materie prime e nelle fonti energetiche. Manteniamo una certa cautela poiché sappiamo che questa decelerazione potrebbe anche essere, purtroppo, il segnale di un’anticipazione del rallentamento economico che tutte le nazioni più avanzate attendono per l’anno prossimo.

Al momento però i dati del prodotto interno lordo (PIL) del terzo trimestre mostrano ancora in generale un tasso di crescita, seppur piccolo, positivo. Anche gli indicatori del mercato del lavoro sembrano ancora mostrare un buon andamento.
Pure la Svizzera non fa eccezione. Questa settimana i dati del prodotto interno lordo dell’ultimo trimestre hanno evidenziato una crescita dello 0.2%, con indicazioni abbastanza positive da quasi tutti i settori economici (si segnalano purtroppo gli andamenti negativi del settore delle costruzioni e di quello finanziario). Sul fronte dei prezzi, buone notizie: per il secondo mese di fila l’inflazione si ferma al 3%. Anche i dati sulla disoccupazione sono positivi.

Per le prossime settimane, quindi, non ci resta che incrociare le dita e pensare a trascorrere un buon Natale sperando che la Befana, insieme alle feste, si porti via anche l’inflazione…

La versione audio: La Befana si porterà via anche l’inflazione?

L’inflazione corre o sta rallentando?

L’inflazione continua a correre. Ma non per tutti alla stessa velocità. I dati appena pubblicati dalla Germania indicano che nel mese di ottobre i prezzi sono aumentati raggiungendo il livello storico del 10.4%; mai così alto dal 1951. Il mese scorso gli aumenti erano stati, sempre su base annuale, del 10%. E le cose non vanno bene nemmeno nel resto dell’Unione Europea, dove ormai il tasso di inflazione ha raggiunto mediamente quasi il 12%. Purtroppo quello che si registra nei paesi è oramai un aumento generalizzato e non più solo limitato al settore energetico. Anche fare la spesa, comprare frutta, verdura e pasta, sembra essere diventata un’attività di lusso. Questo può diventare un grandissimo problema per i cittadini che faticano ad arrivare alla fine del mese, e nel tempo stesso un grave problema per l’economia. La pura frena i consumi che frenano la produzione. Il vento di recessione soffia forte sull’Europa. A conferma i dati appena pubblicati della Gran Bretagna che mostrano un tasso di decrescita del prodotto interno lordo nell’ultimo trimestre -0.2%.

E le prospettive rimangono preoccupanti anche per le altre nazioni. Non a caso tutte le organizzazioni e le istituzioni internazionali vedono continuamente al ribasso le previsioni di crescita. Ma la crescita non è un concetto astratto o una fissazione degli economisti. La crescita, dettata da un aumento della domanda, al momento è l’unico fattore in grado di garantire occupazione e quindi posti di lavoro.

Ma il vento non sembra soffiare dappertutto alla stessa maniera. I dati appena pubblicati negli stati Uniti parlano di un aumento dei prezzi del 7.7%. Certo parliamo sempre di un rialzo importante, ma che mostra un calo rispetto al mese precedente quando l’inflazione segnava +8%.

È ancora presto per attribuire questo rallentamento alle politiche monetarie fortemente restrittive volute dalla Federal Reserve (Banca centrale degli Stati Uniti) che prima di tutte le altre banche centrali ha deciso importanti aumenti dei tassi di interesse per contrastare il fenomeno dell’inflazione. Certo è che al momento i dati sembrano dare ragione a quelle nazioni che per prime hanno avuto il coraggio di affrontare questa crisi. Esattamente come la Svizzera che nell’ultimo mese ha segnato una stabilità dei prezzi con un’inflazione ferma al 3%.

Speriamo che la corsa stia effettivamente arrivando al termine.

Previsioni economiche per la Svizzera: bene, ma non benissimo

L’economia svizzera tiene, ma si vedono all’orizzonte delle nubi nere. La Segreteria di Stato dell’economia (SECO) ha pubblicato le previsioni economiche per la fine di quest’anno e per il prossimo anno. Il tasso di crescita previsto per il Prodotto Interno Lordo (PIL) del 2022 è stato ridotto al 2%, in confronto al 2.6% di qualche mese fa. Peggio ancora sarà il PIL l’anno prossimo: la sua crescita è stimata solo all’1.1%.
Le cause di questo rallentamento sono da ricercare nell’andamento dell’economia internazionale: Stati Uniti, Unione Europea, Regno Unito e persino la Cina mostrano una certa frenata. Sicuramente su queste economie pesano i fattori che oramai la fanno da padrona negli ultimi mesi: aumenti dei prezzi, penuria di fonti energetiche e possibile nuova ondata di pandemia. Questi elementi oltre a causare importanti cali delle produzioni, sono fonte di grande incertezza. E l’incertezza è forse la più grande nemica dell’economia.
Dando un’occhiata alla situazione Svizzera si vede che i consumi privati ancora per quest’anno alimentano la crescita; discorso contrario invece quello sugli investimenti in costruzioni che chiuderanno con una riduzione del 2.2% rispetto all’anno scorso. Che il settore dell’edilizia fosse in difficoltà si intuiva da qualche mese. Certamente la politica monetaria restrittiva che sta spingendo verso l’aumento dei tassi di interesse non sarà di aiuto. Ma anche un altro settore preoccupa un po’ ed è quello delle esportazioni di beni, che proprio perché collegato agli acquisti da parte degli altri paesi, mostra una riduzione importante della sua crescita, passando dal 4.7% a solo l’1.3%. Dato questo che non sembra progredire troppo nemmeno l’anno prossimo.
Oltre a ciò nel 2023 si stima un rallentamento all’1.4% della crescita dei consumi e addirittura una riduzione della spesa pubblica di 2.5 punti percentuali. Evidentemente gli esperti stimano che lo Stato non andrà in soccorso alla politica monetaria restrittiva contrapponendovi una politica fiscale espansiva (aumento della spesa pubblica).
Guardando agli effetti sul mercato del lavoro fortunatamente l’aumento del tasso di disoccupazione appare ancora contenuto (2.3%), anche se la creazione di nuovi posti di lavoro risulta molto più bassa di quella conosciuta quest’anno. Sul fronte dei prezzi, se le aspettative sono peggiorate per il 2022 passando da un aumento del 2.5% al 3%, la SECO prevede una riduzione dell’inflazione per l’anno prossimo al 2.3%. Non vogliamo essere troppo pessimisti, ma allo stato attuale e con l’inverno alle porte un aumento dei prezzi così contenuto ci sembra una bella speranza, ma niente di più.

La versione audio: Previsioni economiche per la Svizzera: bene, ma non benissimo

Il Prodotto interno lordo è cresciuto, anche se la SECO ha sbagliato…

La statistica ha sbagliato. Sì avete letto bene, la statistica ha sbagliato. Forse vi ricorderete che già nel mese di marzo del 2021 l’Ufficio federale di statistica aveva comunicato di aver commesso un errore piuttosto importante in relazione al numero di posti di lavoro persi nel Canton Ticino. Questa settimana è la Segreteria di Stato dell’economia (SECO) che dice che a causa di un problema tecnico sono stati pubblicati dei dati sbagliati in merito al valore aggiunto creato dal settore arte, intrattenimento e attività ricreative. Questo errore ha avuto un impatto anche sui dati relativi alla crescita del prodotto interno lordo (PIL) sia nel quarto trimestre del 2021 che nel primo trimestre del 2022.
Non entriamo qui nei tecnicismi e vogliamo rassicurare tutti. Le cose sono andate bene, anche se un po’ meno bene di quanto la SECO aveva annunciato in precedenza.
Ma vediamo nel dettaglio che cosa dicono questi dati che si riferiscono al secondo trimestre del 2022, quindi al periodo che va da aprile a giugno. Con l’interruzione delle misure di protezione contro il Covid evidentemente il settore del turismo ha registrato un importante aumento. Sia l’industria alberghiera e della ristorazione sia il settore dell’arte, dell’intrattenimento e delle attività ricreative hanno mostrato una crescita importante rispetto all’anno precedente. Anche se i dati sono stati positivi, purtroppo però non si è ancora raggiunto il livello di attività pre-crisi. Si parla nel caso del settore alberghiero e della ristorazione di un valore aggiunto inferiore di circa il 10% rispetto alla situazione pre-covid e addirittura del 13% per il settore dell’intrattenimento.
Per quanto concerne la spesa fare i paragoni rispetto al trimestre dell’anno precedente non ci dice granché poiché eravamo ancora in un periodo di emergenza sanitaria. Vediamo invece che i consumi privati quindi quelli delle famiglie sono aumentati rispetto ai tre mesi precedenti (+1.4%). Anche gli investimenti in beni di equipaggiamento (per esempio i macchinari) hanno mostrato una crescita del 2.6%; questo significa che gli imprenditori si aspettavano dati positivi per i mesi a seguire. Cosa che oggi, con la maledetta guerra ancora in corso e la forte pressione sui prezzi energetici, non possiamo più sostenere. Altro dato da monitorare con particolare attenzione è stato il calo delle esportazioni di beni che avevamo già messo in evidenza in altri articoli. Stabile è risultata la spesa delle amministrazioni pubbliche, mentre in leggera riduzione sono stati gli investimenti in costruzioni il linea con il trend negativo dell’edilizia.
Tutto questo ha portato il prodotto interno lordo del secondo trimestre del 2022 a crescere dello 0,3% rispetto ai tre mesi precedenti. Attendiamo ora le previsioni per i prossimi mesi, anche se i segnali che abbiamo in termini di inflazione, aumento dei tassi di interesse, riduzione del potere d’acquisto, Incertezza sul fronte energetico e quindi produttivo, non ci lasciano dormire sonni tranquilli.

La versione audio: Il Prodotto interno lordo è cresciuto, anche se la SECO ha sbagliato…

L’inflazione rallenta: tutto passato? Non ancora

I dati dei prezzi del mese di luglio non fanno ancora l’unanimità anche se fanno tirare un sospiro di sollievo a diverse Nazioni. Ma prima di guardarli chiariamo alcuni termini di cui si parla spesso. Quando parliamo di inflazione su base annua ci riferiamo alla variazione dei prezzi in un mese rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Così se l’indice dei prezzi al consumo (che è l’indicatore che misura l’inflazione) in Svizzera in luglio mostrava una variazione del 3.4% su base annua, significa che i prezzi in luglio 2022 sono aumentati del 3.4% rispetto al luglio 2021. Il dato mensile invece si riferisce alla variazione dei prezzi rispetto al mese precedente. I prezzi in luglio su base mensile sono aumentati dello 0%, che significa che i prezzi sono rimasti uguali a quelli del mese di giugno. In giugno invece i prezzi erano aumentati dello 0.5% su base mensile (quindi erano aumentati dello 0.5% rispetto a maggio) e del 3.4% su base annuale. Questo tipo di analisi ci consente non solo di guardare le variazioni dei prezzi, ma anche di capire se c’è una accelerazione nel fenomeno o al contrario un rallentamento. Guardando a ciò che è accaduto tra maggio, giugno e luglio vediamo che nel primo mese l’inflazione era aumentata dello 0.5%, mentre nell’ultimo mese dello 0%. In questo caso parliamo di rallentamento.
Rallentamento che fortunatamente hanno vissuto gli Stati Uniti perché i prezzi in luglio sono sì aumentati su base annuale all’8.5% (riducendosi però dal 9.1%), ma solamente dello 0% su base mensile (il dato precedente era dell’1.3%). Questo rallentamento potrebbe attenuare gli aumenti dei tassi di interesse della Banca Centrale per il mese di settembre: fino a qualche settimana fa si parlava di un aumento di 0.75 punti percentuali, oggi si parla di un aumento previsto di 0.5 punti percentuali. Notizie altrettanto positive arrivano dai dati sui prezzi alla produzione negli Stati Uniti, che ricordiamo rappresentano i prezzi dei prodotti usciti dalla fabbrica (senza i costi di trasporto, immagazzinaggio, logistica…). In questo caso su base mensile si registra addirittura una riduzione dello 0.5%, imputabile alla riduzione dei prezzi energetici.
La riduzione dei prezzi dell’energia è il fattore ha consentito anche all’Italia e alla Germania di mantenere tassi di inflazione, anche se elevati, stabili (rispettivamente su base annuale del 7.9% e del 7.5%).
Ma altre buone notizie giungono sul fronte dei prezzi. L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) nel suo rapporto di luglio parla di una riduzione rilevante su base mensile dei prezzi dei prodotti alimentari, in particolare dei cereali (-11.5%), degli olii vegetali (-19.2%) e, seppur in misura minore dei prodotti lattiero-caseari (-2.5%) e della carne (-0.5%).
Nell’interesse delle popolazioni più povere del nostro pianeta, non possiamo che augurarci che la discesa dei prezzi dei generi alimentari prosegua così spedita anche per le prossime settimane.

La versione audio: L’inflazione rallenta: tutto passato? Non ancora