Certificato Covid: la “spinta gentile” verso il vaccino

No, se l’economia rallenterà nei prossimi mesi non sarà per colpa del Certificato Covid. Al contrario sarà anche merito del certificato Covid se non dovremo vivere una chiusura e un confinamento come accaduto l’anno scorso, quando a tutti noi pareva di essere in un film di fantascienza.
Naturalmente questo non significa che non ci saranno delle conseguenze per alcune attività. Ma generalmente le misure introdotte non sono così incisive da impedire anche ai settori più toccati di mettere in atto misure che consentano ai clienti di aver accesso al consumo. Legittimo, importantissimo, fondamentale per l’economia e per gli individui. Perché è questo di cui parliamo. Della libertà di scelta delle persone, della libertà di disporre del loro tempo e del loro denaro.
Le persone hanno bisogni diversi che possono essere classificati e gerarchizzati. Secondo la piramide di Maslow esiste una chiara gerarchia tra i bisogni. Dopo che l’individuo ha mangiato e bevuto, quindi dopo aver soddisfatto i bisogni cosiddetti fisiologici, cerca la sicurezza. Fisica, di occupazione, familiare, ma anche di salute. E in questo caso lo Stato gioca un ruolo importante. Soddisfatta questa necessità le persone sentono il bisogno di appartenere a gruppi: amicizia e affetti familiari sono fondamentali. A seguire questioni più personali come la stima di se stessi e l’auto-realizzazione. Le persone, quindi, necessitano di consumare tutti questi beni per essere felici.
Una seconda classificazione, fatta da Scitovsky e Kahneman, parla di tre tipologie di beni: i beni comfort, i beni creativi e i beni relazionali. I primi sono quelli che vanno ad eliminare un disagio, il freddo, la fame o la stanchezza. I beni creativi sono delle attività non strumentali, fini a se stessi che vanno a realizzare le motivazioni intrinseche degli individui. Pensiamo alla soddisfazione di ascoltare un concerto, visitare una mostra o leggere un libro. Infine i beni relazionali soddisfano il bisogno di socializzazione dell’individuo. Le persone, quindi, necessitano di consumare tutti questi beni per essere felici.
La richiesta del certificato Covid, va a toccare il consumo di beni diversi che soddisfano più bisogni dell’individuo. L’aperitivo al bar con gli amici, la lezione in palestra, la visita al museo: sono di più del semplice consumo di un bene. Per questo la limitazione all’accesso spaventa e solleva obiezioni. Perché gli individui sono esseri sociali e le relazioni umane sono fondamentali. Certo possiamo ordinare la cena da asporto oppure guardare la mostra on-line, ma non è lo stesso bene e non soddisfa lo stesso bisogno.
Probabilmente è per questo che con l’annuncio dell’obbligatorietà del certificato gli appuntamenti per la vaccinazione sono triplicati rispetto alla media degli ultimi giorni. Come successo qualche mese fa nei paesi che hanno adottato misure simili.
In economia potremmo definire questa scelta come uno stimolo, un incentivo, una “spinta gentile” . E proprio Richard Thaler, uno dei padri fondatori dell’economia comportamentale e premio Nobel nel 2017, ci insegna che per convincere gli individui anziché obbligarli, possiamo trovare degli incentivi che li stimolino (Nudge).

E forse, lo svantaggio di dover fare test rapidi o di dover rinunciare alle serate con gli amici, porterà gli individui che necessitavano di una spinta a vaccinarsi. Sempre nel rispetto del diritto alla libertà di cura.

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nudge spinta

Lavorare di meno, produrre di più e guadagnare uguale

Lavorare di meno, produrre di più e guadagnare uguale. Vi sembra impossibile, vero? E invece pare che questa equazione tenga.
Il tempo e la qualità del lavoro sono da sempre tematiche care agli economisti. Sin dalla rivoluzione industriale, quando Adam Smith, padre fondatore dell’economia politica, teorizza i vantaggi della divisione del lavoro attraverso l’esempio della fabbrica degli spilli. Prendiamo il caso di un operaio che deve fare tutte le 18 fasi del processo di produzione di uno spillo (tirare il filo di metallo, raddrizzarlo, tagliarlo, appuntarlo, affilarlo, preparare la capocchia, attaccarla, pulire gli spilli, impacchettarli …). Lui riuscirà a produrre circa 10 spilli al giorno. Se in questa fabbrica prendiamo 10 operai e a ognuno di loro facciamo fare solo 2 o 3 lavori, alla sera troveremo … 50 mila spilli! La produzione aumenta di 5 mila volte! Questo dipende da 3 ragioni. Primo, il lavoratore diventa sempre più bravo man mano che fa la stessa attività. Secondo, non si perde tempo per passare da una mansione all’altra. Infine, quanto più le attività da svolgere sono specifiche e ripetitive, tanto sarà più facile inventare macchinari che sostituiscono il lavoro umano. Quindi di progresso tecnologico e innovazione si parlava già nel 1700.
Nonostante questi vantaggi “economici”, Smith metteva in guardia dal pericolo enorme a cui andavano incontro gli operai limitando le loro capacità a semplici, continui e ripetitivi atti. Così facendo il rischio di intorpidire le menti e rendere il popolo ignorante era uno dei più grandi mali per i governi. Probabilmente è un po’ il pensiero che molti stanno facendo in questi ultimi anni.
Dopo di lui tantissimi altri economisti si sono occupati delle condizioni e del tempo di lavoro, come pure del rapporto tra lavoro e produzione. Il rendimento del lavoro si misura con la produttività che possiamo semplificare nel valore di quanto produce una persona in un’ora. Una volta si pensava che per aumentare la produttività e quindi la produzione di un’azienda, era necessario aumentare il numero ore lavorate. Da qualche anno, al contrario molti studi dimostrano che gli individui felici, sereni e riposati producono di più e meglio di quelli che lavorano più tempo.
In questa direzione vanno le decisioni di LinkedIn di qualche mese fa e quella di questa settimana di Nike di regalare una settimana aggiuntiva di vacanza ai propri collaboratori. La motivazione è molto semplice: farli riposare dalle fatiche legate alla crisi del Covid-19.
Ma non finisce qui. Alcune aziende in Svizzera, Giappone, Spagna, in alcuni casi anche con l’aiuto dello Stato, stanno sperimentando la settimana lavorativa di 4 giorni (circa 32 ore settimanali). In Svizzera, ricordiamo che varia tra le 42 e le 45 ore settimanali.
L’esperimento fatto in Islanda che ha ridotto da 40 a 35/36 le ore di lavoro per 2’500 lavoratori per 4 anni (dal 2015 al 2019) è stato estremamente positivo: la produttività è aumentata come pure il benessere dei lavoratori.
Insomma, per una volta riusciamo a prendere due piccioni con una fava!

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Fonte: superiorwallpapers.com

Vacanze tra piadine e Merlot

Basta un giorno di pioggia per ricordarci quanto amiamo il sole e quanto il nostro turismo necessiti del bel tempo.
Anche se quest’anno abbiamo dovuto convivere con alcune limitazioni, in Svizzera nei primi sei mesi dell’anno sono stati registrati quasi 11.4 milioni di pernottamenti nel settore alberghiero. Non abbiamo ancora raggiunto i livelli pre-crisi (12 milioni di pernottamenti), ma siamo già in ripresa rispetto al 2020 (meno di 10 milioni). A questi dobbiamo aggiungere più di 3.8 milioni di pernottamenti nelle case di vacanze (non troppo distanti dal 2019), 2 milioni nei campeggi (quasi raddoppiati rispetto al 2019) e 800 mila negli alloggi collettivi (questi in evidente calo, date le normative). Certo è cambiata la composizione dei nostri turisti: una volta la parte del leone la facevano gli ospiti stranieri; oggi, la pandemia ha fatto riscoprire agli svizzeri il piacere di trascorrere le ferie in casa. E molti di loro sono stati proprio nel nostro cantone e da un ultimo sondaggio ci hanno attribuito la medaglia per la simpatia. Siamo ben contenti di questo riconoscimento, anche perché il settore turistico contribuisce in maniera importante al nostro Prodotto interno lordo (qualche anno fa il suo contributo è stato stimato al 10%).
Conosciamo i limiti strutturali e spesso anche dell’offerta turistica nel nostro Cantone, e a maggior ragione quindi siamo ben consapevoli dell’importanza di persone qualificate e competenti.
E proprio le persone rappresentano una delle maggiori ricchezze della Riviera Romagnola dove
ho trascorso qualche giorno di vacanza. Anche qui, oltre al sole, al buon cibo e al mare, ho potuto fare quattro chiacchiere con i commercianti locali. E anche qui, le dinamiche non sono diverse dal nostro cantone.
Piccoli artigiani locali si alternano a negozi di souvenir da vacanza, con una cosa che però li accomuna: l’accoglienza e la voglia di far sentire il turista uno di casa. E così vi potete ritrovare a mangiare una meravigliosa piadina chiedendo di farcirla con prosciutto crudo, squacquerone e pomodori secchi e questo accompagnato dal sorriso del cuoco che vi dice “abbinamento interessante…” O ancora un commerciante di origine africana vi spiega che dopo tutto gli affari sono andati abbastanza bene, ma che pesa sicuramente l’assenza dei turisti russi e inglesi: “a loro sì che piace la roba italiana, di solito si comprano di tutto, persino le valigie. Gli italiani ci sono, ma possono spendere meno”.
E che dire del signore in età avanzata che da 12 anni d’estate si è inventato la professione di ricamare i nomi sui tessuti? Quando gli porto il mio cappello fucsia ci mettiamo un po’a scegliere insieme il colore giusto del cotone. Poi prendendosi tutto il tempo necessario cerca nel suo telefono la fotografia che gli ha inviato una cliente a cui ha ricamato 13 cappelli per una festa tra amiche. Orgoglioso mi racconta che per farlo ha rotto ben quattro aghi, ma visto il risultato ne valeva proprio la pena.
Ed effettivamente ne vale proprio la pena. Vale la pena di spendere qualche minuto a raccontare ai turisti la vita vera, affinché possano portarsi a casa ben di più di un souvenir.
E ora, rieccomi di nuovo sulla via del ritorno. Per ricominciare ad ascoltare le storie degli artigiani, dei commercianti e degli operatori del settore turistico del nostro bel Cantone!

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Piadina romagnola

Metti due giovani, tanta voglia di fare e l’obiettivo di un’economia migliore

Sono stata contattata da due giovani imprenditori sociali, Mirco e Luca De Savelli, che hanno creato da qualche tempo Circular Lugano. Il loro progetto vuole contribuire allo sviluppo di un’economia circolare. È il Prof. Kenneth E. Boulding a far nascere questa visione dell’economia attorno agli anni Settanta. L’autore usa la metafora del cowboy e della navicella spaziale per spiegarci che la “nuova” economia deve cambiare paradigma. Non si può più estrarre materie per produrre un bene, consumarlo e buttarlo via come se fosse un rifiuto. Questo è il comportamento del cowboy che pensa di avere a disposizione praterie sconfinate in cui le risorse sono illimitate. Ma non è più così. E allora dobbiamo comportarci come se fossimo in una navicella spaziale: poco spazio e poche risorse che una volta utilizzate non devono diventare rifiuti, ma trovare una seconda vita. Se ci pensate bene, in realtà, è quello che fa la natura: anche ciò che in apparenza sembrerebbe uno scarto, diventa materia prima per una nuova vita. E Mirco e Luca, fanno proprio questo: danno una seconda, terza, quarta vita agli oggetti che altrimenti marcirebbero nelle cantine o peggio ancora finirebbero in discarica.
È un po’ come se fosse una biblioteca degli oggetti. Il beneficio è doppio: da una parte si riutilizzano beni che diventerebbero rifiuti, dall’altra si limitano gli acquisti inutili e quindi lo spreco di risorse. Le persone possono prendere a prestito un oggetto pagando un noleggio giornaliero. Questo permette di usare qualcosa senza per forza comperarlo. Per esempio, se dovessi andare in vacanza e mi servisse per qualche giorno un baule da tetto per auto avrei due opzioni: comperarlo, utilizzarlo una volta e metterlo in soffitta per i prossimi 10 anni oppure noleggiarlo, pagare 4 franchi al giorno e riportarlo. Gli oggetti sono veramente diversi; vanno dalle telecamerine moderne per filmare in movimento al pallone da Beach volley, dalle racchette da squash ai forni per pizza. Ma il più originale secondo me è il carretto per gelati.
Come ogni altra impresa, anche quelle sociali per sopravvivere devono essere autosufficienti dal punto di vista economico. Così Mirco e Luca, consapevoli che ampliare il numero di sedi e professionalizzare ulteriormente la loro attività comporta dei costi, hanno lanciato una raccolta fondi (il famoso crowdfunding) attraverso la piattaforma progettiamo.ch. Questo strumento è promosso dai 4 Enti Regionali di Sviluppo del Cantone Ticino che garantiscono dei progetti e dell’uso degli eventuali fondi raccolti. E anche la raccolta fondi attraverso le piccole donazioni è un’idea di economia sana. Ancora una volta impariamo dalla natura: tante piccole gocce fanno un oceano.
Segnaliamo che altre “oggettoteche” stanno prendendo vita nel nostro Cantone e tante sono le attività che ci portano verso un’economia sana. Il mio appello è di fare insieme tutti un piccolo sforzo per sostenere questi grandi giovani.
Così a Mirco e Luca, e a tutti i giovani e le giovani che si avventurano nel mondo imprenditoriale, il mio massimo sostegno e i miei auguri di cuore.

Il link del progetto: https://circular-lugano.myturn.com/library/

Il link per il sostegno: https://progettiamo.ch/it/progetti/2404

La versione audio: Metti due giovani, tanta voglia di fare e l’obiettivo di un’economia migliore
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Ciao Marco

Non ci credo.
Ci conosciamo da una vita e da una vita ci perdiamo e ci ritroviamo. Ma questa volta no, non ci ritroveremo più. Come sarà possibile, non rivederla nella sua Lugano? Tutti lo sanno. Lugano e Marco Borradori sono una cosa sola. Un grande sindaco, un grande uomo politico, ma soprattutto una grande persona. In tutti questi anni non l’ho mai vista negare un saluto né rinunciare ad ascoltare le preoccupazioni delle persone.
È sempre stato un grande esempio di vicinanza ai cittadini. Anche sabato sera a Locarno, l’ultima volta che siamo stati insieme. Non si è risparmiato con nessuno. Perché era fatto così, lei Marco: aveva bisogno delle persone quanto le persone di lei. E anche io sento di aver ancora bisogno di lei. Ci conosciamo da una quindicina di anni e non perdevamo occasione di ridere del nostro primo incontro: io ero ancora dottoranda all’università e lei mi aveva scritto una email per complimentarsi per un articolo apparso su un quotidiano. Dopo qualche tempo ci incontrammo per bere un bicchiere di vino, lei rosso, io rigorosamente bianco. Non dimenticherò mai la sua espressione quando mi vide arrivare con un paio di imbarazzanti paraorecchie di peluche bianchi. Ricordo che strabuzzò gli occhi e mi disse che dovevo avere un gran livello di autostima per mettere “quei cosi”. E da quel momento, anche se le nostre frequentazioni non sono state quotidiane, non abbiamo più smesso di chiacchierare: della sua esperienza politica, della mia vita professionale e soprattutto dei nostri comuni difetti che tanto ci piace considerare pregi. Un messaggio ogni tanto, una chiamata qua e là (più le volte che parlavamo per interi minuti alle rispettive segreterie), qualche incontro fortuito nella sua amata Lugano, un bicchiere di vino e, quando le agende lo permettevano, una bella cena (con lei che arrivava sempre con almeno mezz’ora di ritardo…).
Non sa quanto mi piacerebbe ancora poterla aspettare, tenerle un po’ il muso per il ritardo per poi cedere alla sua cortesia e affabilità. Perché lei, caro amico, era anche questo. Serate a discutere dei progetti della sua Lugano, perché era un ascoltatore attento e cercava di capire meglio attraverso lo sguardo e le competenze degli altri come affrontare i problemi. Ma era anche sempre disponibile a risolvere quelli altrui.
Sabato sera ho impiegato 7-8 minuti a scegliere il gusto del gelato e lei ha pazientemente atteso mentre mi convincevo mangiando il suo. Di fronte a quel gelato avevamo iniziato a parlare di grandi progetti e sfide future che lei mi avrebbe aiutato a realizzare. Avevo ancora tanto da imparare del suo mondo. Ora invece se n’è andato. Ora Marco, te ne sei andato. È la prima volta che ci diamo del tu. Il “lei” divertiva i nostri interlocutori che non capivano come fosse possibile che dopo tanti anni ci dessimo ancora del lei. Ma era diventato un po’ il nostro gioco. Mi mancherà, Marco, non vederti più camminare nella tua Lugano.
Un ultimo forte abbraccio, Amalia

I frontalieri aumentano ancora

I frontalieri in Svizzera e in Ticino aumentano. I dati appena pubblicati dall’ufficio federale di statistica non lasciano dubbi, pur ritenendo il fatto che gli stessi autori li definiscano provvisori.
In Ticino è stata superata anche la soglia dei 71 mila permessi di lavoro come frontaliere; precisamente alla fine del II trimestre del 2021, quindi di giungo, se ne registravano 71’586. La maggior parte di questi permessi, quasi 47 mila, era attribuita al settore terziario, quello dei servizi. Il nome non deve trarci in inganno: oltre alle avvocate, ai fiduciari o al personale medico, troviamo anche i commessi, le cameriere e i servizi logistici. Invece il settore secondario, oggi rappresenta solo 1/3 di questi lavoratori, in linea con i cambiamenti avvenuti nella struttura produttiva del nostro Cantone.
Guardando i dati vediamo la relazione stretta tra l’andamento economico generale e l’andamento dei permessi di lavoro: i settori che hanno mostrato una ripresa rispetto alla crisi legata alla pandemia, sono anche quelli caratterizzati da un aumento dei frontalieri. In particolare, il settore secondario, che è quello legato all’industria mostra una certa stabilità, sia paragonando i dati con i tre mesi precedenti del 2021 (gennaio-marzo) sia rispetto all’anno prima. L’unica eccezione in questo caso è il settore delle costruzioni, che mostra un aumento da mettere in relazione con la ripresa economica. Ad oggi lavorano in questo settore quasi 8 mila persone frontaliere.
Anche nel settore terziario, che mostra aumenti trimestrali del 2.5% e addirittura di oltre il 5% rispetto all’anno scorso (+2’300 persone), la relazione con l’andamento economico è evidente. I frontalieri aumentano in quasi tutti i settori, in particolare nei servizi legati alla ristorazione, nelle attività professionali, scientifiche e tecniche e in quelle di servizio alle aziende.
Il boom dei numeri di permessi è nella ristorazione dove si segnala un aumento sia su base trimestrale che annuale di oltre il 15%, arrivando a occupare 3’900 persone. In realtà, non sappiamo quanti di questi posti di lavoro rimarranno anche dopo il periodo estivo.
Discorso differente va fatto per le attività professionali, scientifiche e tecniche come gli studi di architettura, di ingegneria o contabilità che occupano oggi quasi 8’200 persone non residenti, oltre l’11% del totale. Se a queste aggiungiamo le attività amministrative e di supporto alle aziende come i servizi di selezione e ricerca del personale, arriviamo a quasi 15 mila posti di lavoro. Ora, nessun problema se i nostri apprendisti neo-diplomati e le nostre neo-laureate troveranno un posto di lavoro da qui a qualche mese. Discorso differente, se come purtroppo temo, passeranno mesi alla ricerca di un posto di lavoro per poi dover scappare oltre Gottardo.
Se questo accadrà ancora, chi di dovere dovrà smettere di fare orecchie da mercante e dovrà finalmente prendere in mano le redini di questo Cantone.

La versione audio: I frontalieri aumentano ancora

Care e cari apprendisti, grazie di cuore!

Le vacanze sono terminate. Quale modo migliore per ricominciare se non quello di parlare dei nostri e delle nostre apprendiste? Grazie al Corriere del Ticino per la pubblicazione il 22 luglio 2021 di questo articolo.

Auguri e congratulazioni a tutti i ragazzi e le ragazze che hanno finito il loro apprendistato. Alle famiglie che in questi anni li hanno sostenuti. E ai docenti e alle docenti che li hanno accompagnati in questo risultato.
Il sistema duale (in collaborazione tra imprese e scuola) è una grande ricchezza per la Svizzera. Per alcuni è il principale fattore del successo economico elvetico, sia per la formazione che per il mondo del lavoro. In effetti, con la formazione di base in azienda e nelle scuole professionali, i giovani ottengono contemporaneamente una formazione qualificata e un accesso rapido e diretto al mercato del lavoro. Non a caso i dati sulla disoccupazione giovanile nel nostro Paese sono molto incoraggianti.
Eppure, diamo poco spazio e poco riconoscimento a ragazze e ragazzi che hanno ultimato il percorso di apprendistato o si sono diplomati in una scuola professionale. A cominciare dall’attenzione mediatica. Potrei essermi distratta ma non mi sembra di aver letto i nomi dei meccanici, delle assistenti di studio medico, dei cuochi o delle parrucchiere pronte a entrare a pieno titolo nel mondo del lavoro. Mentre i giornali pubblicano i nomi di chi ha ottenuto la maturità liceale, e ne siamo felici. Ma la finalità della formazione è sempre la stessa: imparare. Dotarsi di una cassetta degli attrezzi da utilizzare nel mondo del lavoro. Sperimentare metodi che consentano di risolvere i problemi. Insomma, diventare adulti consapevoli e indipendenti che sappiano contribuire al mondo professionale. Che si scelga il liceo, la commercio o un apprendistato.
In Ticino, a differenza di quanto accade nel resto del Paese, sembriamo ricordarci dei nostri apprendisti solo quando bisogna fare la campagna di reclutamento per i posti di tirocinio. Perché? Perché non diamo il corretto valore e il giusto riconoscimento alle scuole professionali e alle formazioni che offrono? Probabilmente alla base di questa differenza rispetto a quanto succede oltre Gottardo non ci sono ragioni legate allo status sociale, o a un certo strisciante classismo. Piuttosto vi si riflette la paura per il futuro. Il mercato del lavoro ticinese è precario, incerto ed estremamente concorrenziale. Una concorrenza che si gioca sulle competenze, certo, ma ancora di più sui salari. E forse l’idea di consentire ai nostri figli di avere un titolo di studio “scolastico” più alto probabilmente ci rassicura. E quindi, sin dalla nascita cerchiamo di indurli a studiare. Ma anche la formazione professionale è studio, disciplina, fatica. Quindi facciamo le nostre congratulazioni a tutti i ragazzi e le ragazze che hanno finito il loro apprendistato. Con il loro lavoro hanno permesso alla Svizzera di mantenere un benessere tra i più elevati al mondo. E lo faranno ancora in futuro. Bravi, brave, e grazie!

Tratto da Corriere del Ticino, 22.07.2021

La versione audio: Care e cari apprendisti, grazie di cuore!
In futuro anche gli apprendisti avranno il salario minimo – Uniteis e.V.

Buone vacanze!

Amiche, amici, dopo aver vissuto la finale di questi europei e aver passato insieme a voi ben 32 settimane anche per l’economia con Amalia – diciamo più per Amalia 😉 – è arrivato il momento delle vacanze. Quindi non preoccupatevi se per due settimane non leggerete i nostri articoli. Ci ricaricheremo e torneremo con tante notizie e tantissime novità il mese prossimo!
Nel frattempo, grazie, grazie e ancora grazie per la vostra costante lettura e per i vostri commenti e suggerimenti. Non sempre ho il tempo di affrontare tutti i temi che mi proponente, ma sappiate che non li dimentico: prima o poi arriverò!

Un caro abbraccio e buone vacanze a tutte e tutti, Amalia

Il debito pubblico è un bosco che non muore mai

Non abbiamo fatto ancora in tempo ad assaporare la ripresa economica, che già una nuova variante mette in discussione le misure di allentamento e di conseguenza la tenuta delle finanze pubbliche.
In questi mesi la maggior parte delle nazioni sviluppate ha messo in campo molte risorse per sostenere le aziende e cittadini. La politica fiscale fatta di riduzione delle imposte e delle tasse ha implicato minori entrate. Quella fatta di aiuti diretti, sussidi e contributi ha causato maggiori uscite. Presto fatto: gli Stati hanno chiuso i conti del 2020 in negativo. Tecnicamente quando le entrate di uno Stato in un anno sono inferiori alle sue uscite, parliamo di deficit o di disavanzo. Al contrario si parla di avanzo (anche se è raro che le Nazioni chiudano in “utile” anche perché vorrebbe dire che stanno tassando troppo i propri cittadini).
La Svizzera ha chiuso il 2020 con una perdita di 15.8 miliardi di franchi. Per avere un termine di paragone pensiamo che il valore di tutta la produzione annuale di beni e servizi, il famoso PIL, è di circa 720 miliardi.
Se sommiamo tutti i disavanzi e gli avanzi da quando uno Stato è nato otteniamo il suo debito pubblico. Quello svizzero a fine 2020 ammontava a circa 104 miliardi di franchi. È aumentato dall’anno prima di 7 miliardi.
A differenza di quanto succede per le aziende, però le nazioni possono sopravvivere nel tempo anche se continuano a registrare delle perdite. In effetti, il debito pubblico è un debito un po’ speciale. Innanzitutto la maggior parte del debito è un debito che cittadini hanno nei confronti di loro stessi. Mi spiego meglio. Quando lo Stato ha bisogno di risorse oltre a indebitarsi con le banche può chiedere prestiti attraverso le obbligazioni. I cittadini, le aziende, gli altri Stati possono comprare questi “pezzettini di carta” in cui lo Stato si impegna a restituire i soldi prestati dopo un certo numero di anni e a ringraziare pagando un tasso di interesse. Di solito la maggior parte delle obbligazioni sono comprate proprio da persone e aziende che vivono in quel paese. Quindi lo Stato che è l’insieme dei cittadini di indebita per soddisfare i loro bisogni facendosi prestare i soldi dai suoi stessi cittadini. Vedete, alla fine i cittadini sono debitori nei confronti di loro stessi. Anche se è vero che oggi le economie sono aperte e quindi anche i cittadini, le aziende e gli altri Stati possono comperare le obbligazioni, la maggior parte del debito rimane nelle mani interne. In Svizzera si stima che più dell’80% del debito è nelle mani di investitori svizzeri.
Un altro mito da sfatare è l’idea che “prima o poi il debito dovrà essere ripagato”. In realtà non è proprio così vero. Il debito pubblico è un po’ come se fosse un bosco che non muore mai e dove gli alberi vecchi vengono sostituiti da quelli nuovi. Quando le vecchie obbligazioni arrivano in scadenza, di solito sono rimpiazzate con nuove emissioni che vengono sottoscritte. Per cui il debito si rinnova.
Detto questo, anche se non esiste un limite al debito pubblico, la gestione delle finanze dello Stato deve essere assolutamente rigorosa e mirare all’obiettivo della parità di bilancio rispettando sempre i principi di una amministrazione equa, efficiente ed efficace.

La versione audio: Il debito pubblico è un bosco che non muore mai

Cuba: la fame è la più grande “rivoluzionaria”

La fame è la più grande “rivoluzionaria”. Ancora una volta, purtroppo, ce ne stiamo accorgendo. Dalle informazioni che trapelano migliaia di cubani sono scesi in piazza in tutta l’isola per protestare contro il governo.

Perseguire il profitto e il benessere materiale ad ogni costo e a scapito di tutto, non è certamente sano e non è un modello di sviluppo da seguire per l’economia. Ma anche l’assenza di sviluppo economico è altrettanto pericolosa. Quando non abbiamo le risorse per mangiare, per vestirci e per curarci non abbiamo più nulla da perdere e la rabbia esplode. Questa parrebbe la situazione a Cuba.

La crisi del Coronavirus ha messo in ginocchio il Paese. Il turismo tra le fonti primarie di benessere e che garantiva mezzo milione di posti di lavoro è stata la prima vittima. Ma anche il percorso di sostegno alla piccola imprenditoria locale e le misure messe in atto per attirare l’afflusso di capitali stranieri hanno subito una battuta d’arresto. Certo, il settore dell’estrazione di idrocarburi mostra ottime prospettive, ma la dipendenza dalle importazioni petrolifere del Venezuela rimane ancora fortissima. E la situazione di crisi in cui versa anche questo Paese non è d’aiuto.

Come l’aiuto probabilmente non arriverà dagli Stati Uniti che sono accusati dal nuovo presidente cubano Miguel Diaz-Canel di essere i fomentatori delle manifestazioni di piazza. Si sa, i rapporti tra le due nazioni non sono di certo idilliaci. Dal 1960 circa dopo la rivoluzione castrista gli americani hanno fatto di tutto per contrastarli ed emarginarli. Cuba divenne indipendente, si avvicinò all’ex Unione Sovietica e scelse di essere una società comunista. Questo in piena guerra fredda. Le tensioni furono lunghe e continuano ancora oggi. Alle nazionalizzazioni di imprese americane ed espropri, gli Stati Uniti risposero con un embargo commerciale che vietava qualunque scambio di beni e servizi tra le due nazioni. Con le conseguenze che ben potete immaginare.

La fame di Cuba oggi fa tremare non solo un regime, ma anche un sistema alternativo, un ideale. In questi anni abbiamo, purtroppo, visto tante rivolte del “pane”. E tutte mosse da popoli disoccupati e affamati che privati di tutto hanno lottato per cambiare il loro destino e quello dei loro figli. Un destino di miseria e sofferenza che trova speranza nel far cadere governi spesso autoritari, corrotti e totalitari.

Nell’ultimo decennio ricordiamo la primavera araba che ha portato i capi di Stato in Tunisia, Egitto, Libia e Yemen, nel miglior caso a fuggire, nel peggiore, come toccò a Gheddafi, alla morte.

Ma la fame è stata la protagonista di tante proteste di piazza anche negli ultimi anni. In Sudan contro l’aumento del prezzo del pane, in Iran contro l’aumento del prezzo della benzina, in Colombia contro la riforma fiscale fatta sui poveri, in Iraq per chiedere lavoro ai giovani e la fine della corruzione, in Ecuador contro la fine dei sussidi sulla benzina, in Cile contro l’aumento dei biglietti della metropolitana, in Libano contro una tassa sulle chiamate di Whatsapp. E ancora Bolivia, Porto Rico, Venezuela, Haiti. La lista è lunghissima.

Ma perché scendere in piazza, manifestare, rischiare la vita per una tassa sulle chiamate di Whatsapp? Noi non lo faremmo mai. Vero. Noi abbiamo il benessere economico e possiamo permetterci di pagarla. Per queste persone, una tassa sulle chiamate, un aumento del prezzo della metropolitana o la fine dei sussidi sulla benzina, significa fare un ulteriore passo nella miseria e nella povertà.

La versione audio: Cuba: la fame è la più grande “rivoluzionaria”
Fonte: ANSA