Svizzera 2026: crescita sì, ma con prudenza

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Anche quest’anno sotto l’albero di Natale degli economisti sono arrivate puntuali le previsioni economiche della Segreteria di Stato dell’economia (SECO) e del KOF, il centro di ricerche congiunturali del Politecnico federale di Zurigo. Per l’anno prossimo i dati per la Svizzera non si discostano di molto nei due casi. Vediamo i principali della SECO.

Il prossimo anno dovrebbe essere caratterizzato da una certa stabilità economica, che ci porterà a una crescita del prodotto interno lordo (PIL) dell’1,1%. A sostenere questa crescita sarà soprattutto la domanda delle famiglie. I consumi privati rappresentano circa il 50% dell’intera produzione annuale e sono quindi una delle componenti principali della nostra economia.

Sul fronte dei consumi pubblici, invece, si dovrebbe registrare sì un aumento, ma contenuto rispetto a quello dell’anno in corso: +0,4% rispetto all’1,3% del 2025.

Buone notizie arrivano anche dagli investimenti, che quest’anno hanno mostrato una riduzione sia nel settore delle costruzioni sia in quello dei beni di equipaggiamento, cioè gli investimenti produttivi. Nel 2026 la tendenza dovrebbe modificarsi, segnando un aumento dell’1,6% nelle costruzioni e dello 0,7% nei beni di equipaggiamento. In questo caso l’indicatore legato agli investimenti produttivi ricopre un ruolo molto importante perché ci permette di comprendere il sentimento degli imprenditori: se i macchinari vengono sostituiti o se se ne acquistano di nuovi, è il segnale che ci si aspetta maggiori vendite e quindi una fase più positiva per l’economia.

Sul fronte del commercio estero è arrivata una buona notizia, anzi ottima: gli accordi sui dazi hanno consentito di ridurli, nel caso degli Stati Uniti, dal 39% al 15%. Questo elemento gioca un ruolo importante per quanto riguarda l’aumento delle esportazioni, stimate per l’anno prossimo all’1,6%. La Svizzera non è un paese con grandi materie prime e, di conseguenza, per esportare beni deve prima importare materie prime e semilavorati, ai quali aggiungere valore in vista dell’esportazione di prodotti finali. In questo contesto si conferma un aumento previsto delle importazioni dell’1,3%.

La somma di tutte le componenti della domanda aggregata, ossia consumi privati, investimenti, spesa pubblica ed esportazioni nette, compone il prodotto interno lordo che, come dicevamo, crescerà dell’1,1%.

La notizia di una crescita è certamente positiva, ma dobbiamo interrogarci sul fatto che sia sufficiente a mantenere un’occupazione stabile. Affinché non aumenti il tasso di disoccupazione, infatti, la vendita di beni e servizi deve crescere a un ritmo tale da compensare sia l’aumento della popolazione attiva sia l’aumento della produttività legato al progresso tecnologico. In questo caso i dati per l’anno prossimo non sono particolarmente confortanti: si prevede una crescita dell’occupazione di appena lo 0,2% e un aumento della disoccupazione dal 2,8% di quest’anno al 3,1%.

Chiudiamo questo viaggio nelle previsioni con un’ultima buona notizia: il livello dei prezzi per l’anno prossimo è stimato praticamente stabile (+0,2%). Questo significa che almeno sul fronte dell’inflazione la battaglia è stata vinta.

Naturalmente, come sappiamo, l’economia è influenzata da moltissimi fattori, spesso difficili da prevedere. Per questo, come sempre, al di là delle previsioni, i conti li faremo con la realtà. E speriamo che sia una bella realtà.

Prezzi più stabili, economia incerta: la cautela delle banche centrali

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Le principali banche centrali si muovono oggi in un contesto di disinflazione ormai avanzata, ma non ancora del tutto stabilizzata. L’inflazione ha rallentato e, in alcuni casi, ha raggiunto livelli coerenti con l’obiettivo del 2%. Resta però elevata l’incertezza macroeconomica, legata alla crescita, al commercio globale e all’evoluzione del mercato del lavoro. È questo quadro che spinge le autorità monetarie a muoversi con estrema cautela.

Negli Stati Uniti la Federal Reserve (Fed) ha tagliato i tassi di 25 punti base il 10 dicembre, portando il federal funds rate nell’intervallo 3,50–3,75%. Si tratta della terza riduzione consecutiva. I dati sull’inflazione offrono un sostegno a questa scelta: l’indice dei prezzi al consumo cresce a un ritmo annuo del 3% e l’inflazione core (quella che non tiene conto dei prezzi altamente volatili dei generi alimentari e dei prodotti energetici) rimane stabile sullo stesso livello. All’interno del comitato di politica monetaria, tuttavia, non manca chi invita alla prudenza. Alcuni membri hanno infatti votato contro l’abbassamento dei tassi, segnalando timori sulla tenuta complessiva del quadro macroeconomico.

Il presidente Powell ha ribadito la necessità di procedere con cautela. Le nuove previsioni per il 2026 vanno in questa direzione: la crescita attesa è pari all’1,8%, mentre il tasso di disoccupazione è previsto in aumento fino al 4,5%. Ne emerge uno scenario di rallentamento più marcato rispetto alle stime precedenti.

Nell’Eurozona la situazione appare ancora più delicata. L’inflazione annua si colloca al 2,2% a novembre, con una componente core al 2,4%. Si tratta di valori prossimi al target della Banca centrale europea (BCE), ma che non consentono ancora un cambio di passo. La crescita economica rimane debole, con una previsione di appena lo 0,8% nel 2026, mentre il settore dei servizi continua a esercitare pressioni sui prezzi e la dinamica salariale resta sotto stretta osservazione.

A pesare sulle scelte della BCE contribuiscono le tensioni geopolitiche e le incertezze sul commercio internazionale, in particolare sul fronte transatlantico.

La Svizzera, infine, rappresenta un caso a sé. A novembre l’inflazione è tornata esattamente a zero, confermando una situazione di piena stabilità dei prezzi. La Banca nazionale svizzera (BNS) ha quindi mantenuto il tasso guida allo 0% da dicembre, rivedendo al ribasso le proprie previsioni per il 2026, quando l’inflazione attesa è stimata intorno allo 0,2%. Il rafforzamento del franco e la debolezza economica restano i principali fattori di attenzione. Al momento non vi sono indicazioni di un ritorno a tassi negativi, anche se il tema del cambio forte continua a occupare un ruolo centrale.

Per la Svizzera e il Cantone Ticino questo quadro di stabilità dei prezzi offre vantaggi in termini di competitività per un’economia orientata all’esportazione. Allo stesso tempo, però, la debolezza della crescita impone cautela.

In definitiva, il messaggio che arriva dalle banche centrali è chiaro. La fase più acuta dell’inflazione sembra alle spalle, ma il ciclo economico resta incerto. Le prossime decisioni non saranno dettate dalla politica o dagli equilibri elettorali, bensì dall’evoluzione dei dati su lavoro, inflazione e commercio. Una navigazione a vista, ma con il timone ben saldo.

Prezzi che salgono e prezzi che scendono…

L’inflazione rallenta anche in Svizzera. A confermarlo sono i dati del mese di gennaio appena pubblicati dall’ufficio federale di statistica. Rispetto al mese precedente i prezzi sono cresciuti dello 0.2% mentre rispetto al mese di gennaio dell’anno scorso l’aumento è stato dell’1.3%. A segnare i principali cambiamenti vediamo alcune voci che potrebbero incuriosirci. Ad esempio, notiamo una riduzione di ben il 7.8% del prezzo degli indumenti e delle calzature. Le signore che ci leggono avranno subito capito a che cosa è dovuta questa diminuzione… Ma naturalmente ai saldi di stagione! Come ogni volta anche in questo caso gli indicatori economici dimostrano quanto siano fortemente collegati alla realtà di tutti giorni.

Al contrario purtroppo non è tardato un aumento che era già stato annunciato, ossia quello dell’elettricità che nell’ultimo mese ha mostrato un aumento sia su base mensile che su base annuale di quasi il 18%. Altra voce che non poteva mancare era quella delle assicurazioni dei veicoli che vedono un aumento di quasi il 5%. Gli aumenti che toccano anche il settore della ristorazione.

Ma quello che ci appare ancora più interessante dei dati del singolo mese, è la nuova composizione dell’indice dei prezzi al consumo. Sappiamo che in Svizzera la revisione totale del carrello della spesa del consumatore medio avviene ogni 10 anni. Detto questo dei piccoli correttivi vengono fatti di anno in anno. Come sempre non ci sono modifiche sostanziali da un anno all’altro, anche perché sappiamo che c’è una certa stabilità nei consumi delle famiglie e anche un certo ritardo nell’adeguarli anche a variazioni importanti di reddito. Perché muti radicalmente il carrello della spesa devono avvenire dei fatti di portata epocale come per esempio una guerra o di recente la pandemia. Fortunatamente l’anno scorso è stato un anno relativamente tranquillo per cui non ci sono state importanti modifiche. La spesa relativa all’abitazione e all’energia rimane quella più importante e assorbe circa il 25% del budget, seguono la salute con il 15% (ricordiamo che qui non rientra il premio dell’assicurazione malattia) e i trasporti con circa l’11.5%. Questa voce ha registrato una piccola variazione al ribasso di mezzo punto percentuale. Chi invece ha guadagnato importanza nella nostra spesa mensile è la voce legata ai ristoranti e al settore alberghiero che è salita dal 9.3% al 10% del nostro budget mensile. Percentuale questa che è anche quella che destiniamo all’acquisto dei generi alimentari e che rimane stabile. Per il resto non ci sono altri grandi cambiamenti.

Detto questo sappiamo che l’indice dei prezzi al consumo non è l’unico indicatore che ci dà informazioni sull’andamento dei prezzi, anzi. Forse ancora più importante è l’indice dei prezzi alla produzione e all’importazione che anticipa ciò che capiterà al prezzo dei beni quando arriveranno allo scaffale. In questo caso segnaliamo che l’indice dei prezzi alla produzione è rimasto pressoché stabile sia su base mensile che su base annuale mentre l’indice dei prezzi all’importazione si è ridotto in maniera importante segnando -1.6% su base mensile e ben -6.5% su base annuale. Questa importante differenza è riconducibile alla riduzione notevole del prezzo dei prodotti petroliferi e del gas che ricordiamo l’anno scorso di questi periodi raggiungevano livelli storicamente elevatissimi.

Cosa ci attendiamo quindi per il futuro? Teniamo le dita incrociate e speriamo che la corsa dell’inflazione sia effettivamente terminata.

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L’inflazione sta passando, ma le cose non vanno benissimo

Le cose sul fronte dei prezzi sembrano andare bene. E questo nonostante il leggero aumento generalizzato dell’inflazione durante il mese di dicembre. Nell’Eurozona i prezzi sono aumentati del 2.9% rispetto a un anno prima quando a loro volta avevano registrato un incremento di ben il 9.2%. Vediamo subito come la corsa dell’inflazione si sia effettivamente ridotta. Scopriamo anche che rispetto ai mesi precedenti di novembre e ottobre quando i prezzi avevano mostrato una decrescita (rispettivamente di -0.5% e -0.2%), Natale ha portato con sé un leggero aumento (+0.2%). Niente di allarmante anche se purtroppo dobbiamo constatare che ancora una volta è stata la voce del cibo, bevande alcoliche e tabacchi a mostrare l’incremento più grande (+6.1%). In generale le nazioni europee hanno mostrato questo andamento, con l’Italia che ha chiuso l’anno con un’inflazione media di +5.7%. Questo dato appare decisamente più elevato di quello svizzero che ha segnato un rincaro annuo medio del 2.1%, in discesa rispetto al +2.8% del 2022, ma molto più alto dello 0.6% del 2021. Sappiamo che in questo caso la composizione dell’indice dei prezzi al consumo e il franco forte spiegano queste importanti differenze tra la Svizzera e le nazioni europee.

Visti i dati sui prezzi, si giustifica la decisione della Banca centrale europea (BCE) di qualche giorno fa di mantenere i tre tassi di interesse di riferimento inalterati (dal 4% al 4.75%). Qualche analista molto ottimista si aspettava una riduzione che tuttavia non dovrebbe avvenire a breve date le dichiarazioni fatte dalla Presidente Christine Lagarde. In effetti, lei stessa ha voluto mettere l’accento sul fatto che i tassi rimarranno tali “per tutta la durata necessaria”. E  non sembra che il famoso 2% di limite soglia per dichiarare la stabilità dei prezzi sarà raggiunto a breve.

Discorso diverso invece potrebbe farlo la Federal Reserve (FED) che si riunirà per decidere il 30-31 gennaio. In questo caso, forse anche a causa del clima che diventa sempre più sensibile alle elezioni presidenziali, potremmo aspettarci delle sorprese. La Banca d’Inghilterra invece nella sua riunione del 3 febbraio, tranne dati favorevolmente positivi dell’ultima ora, dovrebbe mantenere i tassi stabili. E noi? E noi non ci preoccuperemo fino al 21 marzo quando è prevista la riunione della Banca Nazionale Svizzera.

E allora tutto bene? Beh, non proprio. La Germania proprio in questi giorni ha confermato che il suo prodotto interno lordo (PIL) nel 2023 si è ridotto dello -0.3%, manifestando difficoltà generali nell’industria manifatturiera ma anche in quella chimica. In aggiunta gli scioperi e le proteste non sembrano dare pace a questa nazione che non ha ancora ripreso la sua crescita dalla fine della pandemia. Ma nemmeno il resto d’Europa può stare tanto tranquillo perché le proteste del mondo agricolo, confrontato con nuove regole e limitazioni per ridurre l’impatto sul clima delle loro attività, si stanno diffondendo in molte nazioni. L’agricoltura non è contraria alla transizione ecologica, ma chiede aiuto, sostegno e soprattutto fondi per realizzarla. Richieste che al momento paiono cadere nel vuoto a Bruxelles.

L’inflazione rallenta: tutto passato? Non ancora

I dati dei prezzi del mese di luglio non fanno ancora l’unanimità anche se fanno tirare un sospiro di sollievo a diverse Nazioni. Ma prima di guardarli chiariamo alcuni termini di cui si parla spesso. Quando parliamo di inflazione su base annua ci riferiamo alla variazione dei prezzi in un mese rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Così se l’indice dei prezzi al consumo (che è l’indicatore che misura l’inflazione) in Svizzera in luglio mostrava una variazione del 3.4% su base annua, significa che i prezzi in luglio 2022 sono aumentati del 3.4% rispetto al luglio 2021. Il dato mensile invece si riferisce alla variazione dei prezzi rispetto al mese precedente. I prezzi in luglio su base mensile sono aumentati dello 0%, che significa che i prezzi sono rimasti uguali a quelli del mese di giugno. In giugno invece i prezzi erano aumentati dello 0.5% su base mensile (quindi erano aumentati dello 0.5% rispetto a maggio) e del 3.4% su base annuale. Questo tipo di analisi ci consente non solo di guardare le variazioni dei prezzi, ma anche di capire se c’è una accelerazione nel fenomeno o al contrario un rallentamento. Guardando a ciò che è accaduto tra maggio, giugno e luglio vediamo che nel primo mese l’inflazione era aumentata dello 0.5%, mentre nell’ultimo mese dello 0%. In questo caso parliamo di rallentamento.
Rallentamento che fortunatamente hanno vissuto gli Stati Uniti perché i prezzi in luglio sono sì aumentati su base annuale all’8.5% (riducendosi però dal 9.1%), ma solamente dello 0% su base mensile (il dato precedente era dell’1.3%). Questo rallentamento potrebbe attenuare gli aumenti dei tassi di interesse della Banca Centrale per il mese di settembre: fino a qualche settimana fa si parlava di un aumento di 0.75 punti percentuali, oggi si parla di un aumento previsto di 0.5 punti percentuali. Notizie altrettanto positive arrivano dai dati sui prezzi alla produzione negli Stati Uniti, che ricordiamo rappresentano i prezzi dei prodotti usciti dalla fabbrica (senza i costi di trasporto, immagazzinaggio, logistica…). In questo caso su base mensile si registra addirittura una riduzione dello 0.5%, imputabile alla riduzione dei prezzi energetici.
La riduzione dei prezzi dell’energia è il fattore ha consentito anche all’Italia e alla Germania di mantenere tassi di inflazione, anche se elevati, stabili (rispettivamente su base annuale del 7.9% e del 7.5%).
Ma altre buone notizie giungono sul fronte dei prezzi. L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) nel suo rapporto di luglio parla di una riduzione rilevante su base mensile dei prezzi dei prodotti alimentari, in particolare dei cereali (-11.5%), degli olii vegetali (-19.2%) e, seppur in misura minore dei prodotti lattiero-caseari (-2.5%) e della carne (-0.5%).
Nell’interesse delle popolazioni più povere del nostro pianeta, non possiamo che augurarci che la discesa dei prezzi dei generi alimentari prosegua così spedita anche per le prossime settimane.

La versione audio: L’inflazione rallenta: tutto passato? Non ancora

Nubi di stagflazione sul fronte occidentale

L’inflazione c’è e si vede. Anche in Svizzera. I prezzi in aprile sono aumentati del 2.5% rispetto a un anno fa. I rincari più importanti riguardano i beni importati e nel dettaglio le fonti energetiche come il gas e il petrolio. Questo si riflette sulle spese di tutti i giorni, in particolare nei trasporti e nei costi legati all’abitazione. Certo se guardiamo agli altri Paesi, ancora non possiamo lamentarci. Proprio questa settimana i dati hanno confermato aumenti dei prezzi dell’8.3% negli Stati Uniti (mai così alti negli ultimi 40 anni), del 7.4% in Germania e ancora dell’8.3% in Spagna.
Purtroppo nemmeno le prospettive sono rosee. Se guardiamo all’indice dei prezzi alla produzione le cose non andranno tanto meglio nei prossimi mesi. Questo indicatore mostra l’evoluzione dei prezzi dei prodotti industriali appena usciti dalla fabbrica. Anche in questo caso gli aumenti sembrano inarrestabili. In Cina si parla di un rincaro nel mese di aprile rispetto all’anno prima dell’8% e negli Stati Uniti addirittura dell’11%. Persino la Svizzera non rimane indenne: +6.7%. Ma perché questo dato ci impensierisce? Per ottenere il prezzo dei beni che comperiamo, dobbiamo aggiungere al già elevato prezzo di produzione anche i costi di trasporto, logistica e quelli sostenuti direttamente dai commercianti per le loro attività. Tutto questo significa che i prezzi che troveremo sui nostri scaffali nei prossimi mesi dovranno per forza aumentare. E questo ha un impatto sul comportamento dei consumatori la cui fiducia crolla.
Naturalmente le autorità non stanno a guardare. Così nelle ultime settimane la banca centrale americana e anche quella inglese hanno deciso di aumentare i tassi di interesse. Questa strategia, chiamata tecnicamente politica monetaria restrittiva, può generare due effetti. Primo: rende più caro l’indebitamento scoraggiando gli investimenti delle imprese e i consumi a credito delle famiglie. Secondo: invoglia al risparmio. Questo dovrebbe ridurre la domanda allentando la pressione sui prezzi.
In realtà, purtroppo l’inflazione che stiamo vivendo ha origini e cause ben più lontane che non sono solo riconducibili a questa maledetta guerra. Ciò significa che le conseguenze negative di una politica monetaria restrittiva, ossia la riduzione della produzione e l’aumento della disoccupazione, potrebbero avvenire. In più la maggioranza degli Stati non ha più grandi margini di manovra nella spesa pubblica poiché è già intervenuta in maniera massiccia per rispondere alla crisi legata alla pandemia.
E pensare che fino a qualche mese fa quando si parlava di presenza contemporanea di inflazione e disoccupazione (stagflazione) l’unico esempio che potevamo fare era la crisi petrolifera degli anni 70…
Tratto da L’Osservatore del 14.05.2022

La versione audio: Nubi di stagflazione sul fronte occidentale

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Svizzera: i prezzi continuano a salire

I prezzi continuano ad aumentare. Anche in Svizzera. Nel mese di aprile l’indice dei prezzi al consumo, che rappresenta il costo del carrello della spesa del consumatore medio svizzero, è aumentato dello 0.4% rispetto al mese prima. La situazione sembra sotto controllo, ma per esserne certi dobbiamo guardare come si è modificato il prezzo rispetto all’anno scorso. Così scopriamo che l’aumento è stato di ben il 2.5%.

Il rincaro maggiore si registra per i prodotti importati: +6.6%. Per fortuna che il nostro carrello della spesa è principalmente fatto di prodotti svizzeri il cui prezzo è aumentato di “solo” l’1.2% ( i beni dall’estero rappresentano in effetti il 25%).

I principali responsabili degli aumenti sono il petrolio, il gas e le fonti energetiche in generale. Il prezzo dell’energia e del carburante è aumentato in un anno di oltre il 23%; quello dei prodotti petroliferi addirittura di quasi il 40%. Ed ecco spiegati gli aumenti del 10% dei prezzi dei trasporti, del 5.1% del mobilio e degli articoli per la casa, del 4.1% dei costi dell’abitazione e dell’energia. E pensate che le cose in Svizzera vanno ancora bene.

L’inflazione nel resto del mondo ha raggiunto livelli storici impressionanti. Aumenti dell’8.5% negli Stati Uniti, del 7% in Gran Bretagna, del 7.4% in Germania, del 9.8% in Spagna e del 6.2% in Italia. E le conseguenze non tardano ad arrivare. I principali istituti di ricerche economiche internazionali hanno ridotto notevolmente le aspettative di crescita dell’economia mondiale e delle singole nazioni.

La Banca Centrale degli Stati Uniti, la Fed (Federal Reserve Bank), sta cercando di correre ai ripari aumentando i tassi di interesse. Proprio questa settimana li ha incrementati dello 0.5%. Non c’era un aumento così grande dal 2000; in passato gli aumenti non erano mai stati superiori a più di un quarto di punto. 0.25% che è stato l’aumento deciso poche ore dopo dalla Banca Centrale d’Inghilterra BoE (Bank of England) che ha quindi portato il tasso di riferimento all’1%.

Ma perché quando i prezzi aumentano le banche centrali fanno aumentare i tassi di interesse? Il meccanismo è molto complesso, ma noi lo semplifichiamo affinché sia comprensibile. Se aumentiamo i tassi di interesse, le aziende riducono i loro investimenti e i consumatori comperano meno. Questa riduzione della domanda dovrebbe attenuare l’aumento dei prezzi. Tutto bene fino a qui se non fosse che ci sono anche delle conseguenze negative. La riduzione della domanda causa una riduzione della produzione che potrebbe a sua volta causare licenziamenti. In tempi normali si può ricorrere a un sostegno dello Stato, ma non è il caso in questo momento.

Così, in effetti, purtroppo, molti economisti sono preoccupati perché potrebbe verificarsi la presenza contemporanea di inflazione e stagnazione economica con disoccupazione, la famosa e temuta stagflazione. Insomma, il peggiore dei mondi. Attenzione però a dare tutta la colpa alla guerra che è scoppiata in febbraio. Già nel mese di settembre dell’anno scorso i prezzi hanno iniziato a crescere in maniera anomala. Purtroppo la maggioranza degli esperti ha preferito ignorarlo o parlare di fenomeno temporaneo.

La versione audio: Svizzera i prezzi continuano a salire

Prezzi che salgono e prezzi che scendono…

Le “malattie” del sistema economico sono principalmente due: la disoccupazione e l’inflazione. Della disoccupazione sentiamo parlare spesso soprattutto in situazioni come quella che viviamo oggi, dell’inflazione meno. Ma le autorità, giustamente, tengono sempre sotto controllo anche l’andamento dei prezzi; sì, perché l’inflazione è un aumento generalizzato dei prezzi.
Così una volta al mese, in Svizzera, si pubblica il dato dell’indice dei prezzi al consumo (IPC) che ci dice se i prezzi dei beni e servizi consumati sono scesi o aumentati. Attenzione non dobbiamo confondere l’IPC con l’indice del costo della vita: in effetti, il nostro carrello della spesa contiene solo i beni e servizi consumati in maniera finale. Questo significa, che sono esclusi tanti beni e servizi che pesano sul nostro borsellino: per esempio nell’IPC non calcoliamo i costi dei premi cassa malati e di tutte le assicurazioni, come neppure l’andamento delle imposte e delle tasse.
In Svizzera i prezzi di dicembre sono diminuiti dello 0.1% rispetto a novembre e dello 0.8% rispetto al mese al mese di dicembre dell’anno scorso. Visto che siamo arrivati alla fine dell’anno possiamo anche tirare le somme e scoprire che nel 2020 i prezzi sono scesi mediamente dello 0.7% rispetto al 2019. Ma questa è una buona o una cattiva notizia? In realtà, potremmo dire né l’una né l’altra. Quando le variazioni sono tra 0 e 2 punti percentuali si parla di stabilità dei prezzi. Ciò dipende soprattutto dal fatto che ci sono alcune imprecisioni nei nostri calcoli. Per esempio non possiamo cambiare immediatamente il carrello della spesa. Se i consumatori sostituiscono i prodotti diventati più cari con quelli meno cari oppure se cambiano i punti vendita per esempio ordinando online, ci vorrà del tempo per fare queste modifiche nel nostro indice dei prezzi al consumo. In aggiunta i beni sono inclusi nel paniere soltanto dopo molti anni che appaiono sul mercato, perché devono diventare oggetti di uso comune. Ma questo significa che ci entreranno con un prezzo più basso che quindi diminuirà di meno. Infine, un altro limite è che non si tiene conto del miglioramento della qualità dei beni. Tutto questo ci porta a sovrastimare l’indice e quindi a ritenere che una variazione tra 0 e 2 punti percentuali significhi stabilità.
Torniamo ai nostri dati per scoprire cose interessanti. Rispetto al dicembre del 2015, quindi di 5 anni fa, i prezzi dei beni importati sono leggermente diminuiti mentre quelli indigeni (locali) sono leggermente aumentati. Stessa analisi per i prezzi dei servizi pubblici, diminuiti, al contrario dei servizi privati. Anche se di poco vediamo poi che i prezzi sono aumentati nel gruppo degli indumenti e calzature, dell’insegnamento, dell’abitazione ed energia, dei ristoranti ed alberghi. Al contrario i prezzi sono scesi, di poco, per la sanità (attenzione ricordiamo che non ci sono i costi dei premi cassa malati, ma solo delle prestazioni effettivamente consumate), per i mobili e gli articoli per la casa e per i trasporti.
Se poi vogliamo scendere ancora di più nelle analisi e guardare per esempio cosa è successo rispetto al mese di dicembre dell’anno scorso scopriamo cose interessanti collegate proprio all’andamento economico o a quello stagionale. Per esempio il prezzo dell’olio del riscaldamento è sceso di oltre il 22%, quello del diesel quasi del 12% e quello della benzina del 10%. Queste riduzioni sono da mettere in relazione con la diminuzione della domanda di prodotti petroliferi causata dalla crisi del COVID-19 che ha notevolmente frenato l’industria. Non stupisce per la stessa ragione il calo dei prezzi dei viaggi internazionali.
E così, potreste anche andare a curiosare sulle variazioni dei prezzi rispetto al mese di novembre e scoprire per esempio che quello dei cavoli è sceso di oltre il 20%, quello degli agrumi di quasi il 10% e la frutta esotica dell’8%. E da qui, navigare nel web e scoprire che anche dietro a ciò che portiamo in tavola c’è un mercato fatto di domanda e di offerta che ne determina il prezzo… I cavoli si raccolgono in inverno? Forse c’è stata una produzione abbondante di agrumi? E ancora, magari vogliamo meno frutta esotica e privilegiamo quella locale? Insomma, dietro ai numeri si trova sempre una quotidianità affascinante…

La versione audio: Prezzi che salgono, prezzi che scendono…
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