In evidenza

Il traballante mercato del lavoro ticinese – II parte

Riprendiamo il tema del mercato del lavoro ticinese, come da articolo pubblicato il 10 settembre da tvsvizzera.it che ringrazio.

I dati statistici mostrano un Cantone sofferente su più fronti.
I salari in Ticino sono mediamente molto più bassi di quelli svizzeri, circa del 16-20%. Questo significa che in Ticino si guadagna un quinto in meno dei nostri cugini confederati. Da qualunque parte si guardino i dati, per settori, per ruoli occupati, per mansioni svolte, per età, per genere, i salari pagati dalla nostra economia, privata e pure pubblica, sono più bassi. E notevolmente più bassi sono anche i salari pagati ai frontalieri.
Ma i problemi del mercato del lavoro ticinese non li vediamo solamente nel livello dei salari, purtroppo. Le conseguenze sono tante altre. In Ticino, la percentuale delle persone che lavorano ma che non riescono a vivere del loro salario, i working poor, è tra le più alte a livello nazionale. Lo stesso accade quando guardiamo al numero di persone che deve fare più di un lavoro per vivere. O ancora, quasi paradossalmente, ci troviamo in vetta alle classifiche della sottoccupazione (persone che lavorano a tempo parziale ma vorrebbero lavorare di più). E sul tempo parziale si apre un ulteriore campo di analisi. Negli altri cantoni tendenzialmente i nuclei familiari fanno una scelta in cui entrambi i partner lavorano a tempo parziale perché i salari consentono di dedicarsi alla famiglia. Nel nostro caso purtroppo, invece, l’alto tasso di lavori a tempo parziale è sinonimo di grande precariato.
E che dire delle condizioni di lavoro femminili? Anche in questo caso purtroppo il nostro cantone appare negli ultimi posti della classifica nazionale: tassi di attività femminile tra i più bassi, differenze salariali tra uomini e donne maggiori, piccolissima presenza di donne nei quadri dirigenziali e nei posti di lavoro di responsabilità. Il quadro di certo non appare incoraggiante. Purtroppo non va meglio per i giovani che oggi possono ricevere formazioni eccellenti, sia in ambito scolastico che professionale. Anche a loro, il Paese non sembra dare risposte adeguate. I dati appena pubblicati confermano che sempre più ragazzi e ragazze abbandonano il cantone per trovare fortuna oltre Gottardo. E sicuramente le difficoltà di trovare posti di lavoro adeguati alle qualifiche e con stipendi dignitosi contribuiscono a questa emigrazione. Tanti altri sarebbero i dati che confermano un malessere del mercato del lavoro ticinese, a partire dai cinquantenni che vengono messi alla porta e non trovano più nulla dopo 30 anni di duro lavoro.
Come lo si guardi, questo quadro di indagine necessita di tutte le attenzioni della politica. È necessario intervenire affinché si possa invertire il senso di marcia. Affinché, come deve succedere in un paese sano, i giovani e le giovani non siano obbligate a lasciare la loro terra e i loro affetti. Per questo bisogna avere il coraggio di riconoscere e ammettere i problemi, ma anche le tensioni che oggi viviamo. Non si può più fingere che non ci sia rivalità e competizione tra manodopera locale e manodopera non residente. Lo scopo non è quello di attribuire colpe; lo scopo è quello di offrire opportunità anche alle persone residenti in questo Cantone.

Il Quotidiano, RSI, 17.09.2021
La versione audio: Il traballante mercato del lavoro ticinese – II parte
In evidenza

Il traballante mercato del lavoro ticinese – I parte

Il 10 settembre tvsvizzera.it, che ringrazio, ha pubblicato un mio articolo sul mercato del lavoro ticinese. Lo riprendo qui quest’oggi.

Il numero di frontalieri ha raggiunto cifre da record in Ticino. Oltre 70’000 persone attraversano ogni giorno il confine per lavorare nel Cantone sud-alpino. Se l’economia in parte approfitta della possibilità di fare capo a manodopera qualificata a basso costo, il mercato del lavoro soffre. E non solo a livello salariale.

Il mercato del lavoro del Cantone Ticino è molto differente rispetto a quello degli altri Cantoni svizzeri, inclusi quelli di frontiera. La ragione principale risiede nello sviluppo particolare che ha vissuto il tessuto economico di questo Cantone.

Primo, siamo passati da un’economia primaria a una fortemente finanziaria senza vivere una fase di vero e proprio sviluppo industriale. Probabilmente anche a questo è dovuta la mancanza odierna di una vera e propria cultura imprenditoriale e di centri decisionali sul territorio.

Il secondo fattore che spiega la situazione attuale è la possibilità storica derivante anche dalla posizione geografica di poter sfruttare un ampio bacino di manodopera qualificata a basso costo. Le aziende possono approfittare di due vantaggi competitivi: uno legato alla qualità, l’altro al prezzo. Entrambi comportano delle conseguenze importanti sullo sviluppo del tessuto economico di una regione. In Cantone Ticino la presenza di manodopera qualificata a basso costo ha spinto alla creazione di attività incentrate principalmente sul fattore lavoro e non sul capitale (macchinari). Se nel breve periodo ci sono sicuramente vantaggi, lo stesso non può dirsi per il lungo. Non a caso oggi la nostra economia è composta principalmente da posti di lavoro a valore aggiunto inferiore alla media nazionale. In questo senso siamo sovra-rappresentati nei settori industriali, del commercio, del turismo e della ristorazione. Proprio i settori che sono i primi a soffrire quando c’è una crisi economica; esattamente come accaduto con la crisi del Covid-19. I cantoni che invece si sono concentrati sulla ricerca, progresso tecnologico, innovazione e su un’avanzata organizzazione del lavoro, oggi si ritrovano con una produttività elevata e quindi con salari di gran lunga superiori ai nostri.  

Per contrastare questo ritardo è stato fatto molto nella formazione e nella ricerca creando negli ultimi trent’anni tantissimi centri di eccellenza. Dal Centro di Studi Bancari a Vezia, al Cardiocentro a Lugano; dall’Università della Svizzera italiana (USI), agli Istituti di Biomedicina (IRB) e Oncologico della Svizzera italiana (IOSI); dalla Scuola Universitaria Professionale della Svizzera italiana (SUPSI), al Nuovo Centro Svizzero di Calcolo. E tanto altro ancora è stato fatto e bolle in pentola. Questo ha portato a migliorare notevolmente la formazione dei giovani e quella continua nel nostro Cantone. Peccato che questo non sia stato accompagnato da un altrettanto sviluppo di attività economiche avanzate che avrebbero potuto dar linfa al tessuto produttivo cantonale. Così, oggi i dati statistici mostrano un Cantone sofferente su più fronti.

La versione audio: Il traballante mercato del lavoro ticinese – I parte
In evidenza

La prossima sfida per le donne: il riconoscimento professionale

Cinquant’anni. Il riconoscimento a pieno titolo dei diritti politici delle donne è avvenuto cinquant’anni fa quando gli uomini svizzeri hanno concesso il diritto di voto e di eleggibilità alle donne. Certo le donne non sono state mica fermi a guardare, anzi. Hanno dovuto guadagnarselo con le unghie e con i denti. Come d’altronde cercano di guadagnarsi il pieno riconoscimento nel mondo del lavoro.
Spesso nel mettere in evidenza il fatto che siamo ancora distanti da una parità di genere effettiva, non si dà il giusto spazio all’evidenza di quanto sia cambiato il mondo in mezzo secolo. E con esso, il ruolo nella società e nell’economia delle donne. Diciamolo: tanto è stato fatto.
Se guardiamo i dati sulla formazione rimaniamo colpiti dai passi da giganti che le donne hanno fatto in pochi anni. Certo la società ha consentito loro di fare alcune scelte che prima venivano negate, ma nel contempo riconosciamo che i risultati ottenuti sono il frutto esclusivo dei loro sacrifici, dei loro sforzi e delle loro capacità. Nel 1970 il 60% delle donne interrompeva gli studi dopo la scuola dell’obbligo; la percentuale era “solo” del 35% nel caso degli uomini. Sempre in quegli anni solamente il 4% delle donne aveva una formazione terziaria. Oggi la percentuale è del 30%. Addirittura se guardiamo alle fasce più giovani della popolazione scopriamo che sale al 43%; quasi una donna su due. Possiamo dire che le capacità in ambito formativo sono riconosciute.
Affermazione purtroppo che non possiamo ancora fare nel mondo del lavoro, dove il cammino pare ancora lungo. Le ragioni culturali giocano un ruolo in questo ritardo, innegabile. Ma probabilmente oggi i limiti più grandi al pieno riconoscimento femminile vanno cercati nelle distorsioni di cui è vittima il mercato del lavoro e di cui sono “vittime” le donne e gli uomini che fanno le loro scelte. Mi riferisco in particolare al tema degli stereotipi inconsci. I casi di studio e le analisi oggi non mancano e confermerebbero che quando facciamo una scelta, uomini o donne portiamo con noi dei pensieri pregressi che ci influenzano. L’uomo è forte, sicuro, deciso. Esattamente il profilo che ricerchiamo per una posizione dirigenziale. La donna? Affidabile, organizzata, conciliante. Il profilo ideale per attività amministrative. Non lo facciamo di proposito, ma questa immagine influenza le nostre decisioni.
Anche se ci vorrà probabilmente ancora qualche generazione per “ammodernare” i nostri pregiudizi inconsci, una buona notizia c’è. Questi errori possono essere attenuati, riconoscendoli e attuando dei correttivi nei processi di selezione, sostegno e carriera professionale.
Cinquant’anni fa le donne hanno ottenuto il riconoscimento politico; è ora che uomini e donne insieme lavorino per ottenere anche quello professionale.
Tratto da L’Osservatore – 12.06.2021

In aggiunta trovate un video dei miei interventi come ospite a Filo Diretto, LA 1- RSI del 10.06.2021. Grazie mille a Davide Riva per l’intervista

La versione audio: La prossima sfida per le donne: il riconoscimento professionale
L'Italia ha la quota più bassa d'Europa di donne che lavorano – Il Patto  Sociale

Ticino: 4’200 i posti di lavoro persi sarebbero pochi?

L’Ufficio Federale di statistica ha aggiornato i dati sulla perdita di impieghi nel quarto trimestre del 2020. Anche noi abbiamo trattato l’argomento quindi è corretto ritornare sul tema e valutare se le considerazioni fatte in precedenza rimangono valide o meno.
I dati comunicati inizialmente indicavano una perdita di 10’000 posti di lavoro a livello cantonale e di 23’000 a livello nazionale.
Siamo molto contenti di scoprire che la cifra si è ridotta notevolmente: i posti persi rispetto a un anno fa a livello cantonale sono “solo” 4’200, quelli a livello nazionale “solo” 17 mila.
Tuttavia rileviamo, purtroppo, che un quarto dei posti di lavoro spariti a livello nazionale sono in Ticino e di questo di certo non possiamo rallegrarcene.
Guardando i nuovi dati si conferma inoltre la fragilità del mercato del lavoro ticinese rispetto alle donne: 2’200 posti di lavoro persi in Ticino sono i loro. Questa ennesima uscita dal mondo del lavoro riduce ancora di più la quota femminile aumentando ulteriormente la differenza con la media nazionale. Per spiegarci meglio oggi le donne in Ticino sono il 43.3% delle persone che lavorano, in Svizzera il 46.2%.
Non che le cose per le donne a livello nazionale vadano tanto meglio. Nel settore terziario per esempio sono stati persi 7’700 posti di lavoro femminili mentre ne sono stati creati 4’200 maschili. Dinamica analoga a quanto successo nel cantone Ticino: qui dei 3’100 posti di lavoro persi nel terziario oltre 2’900 sono donne.
Salta subito all’occhio quindi che dei 3’500 posti di lavoro persi nel terziario ben 3’100 sono in Ticino. E ancora una volta questo conferma che i settori maggiormente toccati dalla crisi del Covid-19 sono quelli che nel nostro Cantone ricoprono una grande importanza e occupano tante persone. Primo tra tutti il settore del turismo.
Infine ricordiamo che questi dati devono essere presi molto sul serio, perché ancora abbiamo i benefici delle misure nazionali e cantonali messe in atto per sostenere le attività e le persone in difficoltà. Non sappiamo quali saranno le conseguenze quando termineranno le indennità di orario ridotto o i contributi alle aziende.
Sulla carta le prospettive di crescita per l’economia nazionale sembrano buone, ma i “se” che le accompagnano troppi… Se non ci saranno nuove misure di contenimento… se non ci saranno ulteriori ritardi nei programmi di vaccinazione… se la diffusione delle varianti non ridurrà l’effetto dei vaccini… se non ci saranno massicci tagli di posti di lavoro e fallimenti aziendali… se…
Tanti se e tanti dubbi. Con un’unica certezza finora. Il Ticino non viaggia ancora alla velocità svizzera, speriamo di non perdere anche questo treno…
Link dei comunicati e dei dati citati:
https://www.bfs.admin.ch/bfs/it/home/statistiche/industria-servizi.gnpdetail.2021-0060.html

La versione audio: Ticino: 4’200 i posti di lavoro persi sarebbero pochi?

Gli anni passano, le disparità salariali restano. Tutto il mondo è paese.

Il 22 febbraio 2021 l’ufficio federale di statistica pubblica i dati aggiornati sulle disparità salariali tra i sessi. Senza grandi sorprese, nessuna buona notizia. Le donne percepiscono in media nel 2018 ancora il 19% in meno degli uomini. Il dato è addirittura peggiorato. Sia che si guardi in termini di settore, di età, di competenze richieste, di formazione, non c’è niente da fare: le donne guadagnano meno. Talmente meno che sono loro a rappresentare quasi il 61% delle persone che percepiscono un salario inferiore ai 4’000 franchi. Niente da fare invece sui salari alti dove solo 1 persona su 5 che guadagna più di 16’000 franchi al mese è donna. Il resto dei dati conferma quanto già purtroppo sappiamo: oltre il 45% di questa differenza, cioè 684 franchi al mese, non ha nessuna spiegazione attendibile: né formazione, né anni di servizio, né nessun’altra ragione se non quella di “essere donna”. A queste notizie aggiungiamo un dato appena pubblicato dalla società Russel Reynolds che conferma che 20 impese svizzere presenti nello Swiss Market Index (SMI) contano solo il 13% di membri di direzione donne. Altre 7 sono tra il 25% e il 30%, rispettose quindi della nuova normativa svizzera che chiede che le società quotate in borse con almeno 250 dipendenti abbiano una quota del 30% di donne nei consigli di amministrazione e del 20% nelle direzioni. Incredibile il caso di Swisscom, azienda con maggioranza di capitale nelle mani della Confederazione, che conta zero donne nella direzione. Come facilmente immaginabile in nessun caso c’è una donna presidente. Questi dati portano la Svizzera negli ultimi posti della graduatoria. Ma anche altri Paesi non fanno proprio bella figura quando si parla di parità di genere. E così leggiamo che da una ricerca britannica svolta dalla Fox & Partners emerge che le direttrici donne delle più grandi aziende di servizi finanziari guadagnano quasi il 70% in meno dei colleghi uomini. Questo è principalmente dovuto al fatto che la maggioranza delle donne ricopre ruoli non esecutivi e con meno responsabilità. Il Prof. Baranzini ed io affrontiamo il tema sottolineando che per azzerare tutte le differenze è necessario che uomini e donne lavorino insieme. Sotto l’intervista della Sig.ra Erica Lanzi pubblicata dal Corriere del Ticino. Aggiungo le mie considerazione fatte per Teleticino nel TG del 22.02.2021.

Le disparità salariali crescono
Tra il 2014 e il 2018 in Svizzera sono aumentate le differenze nelle retribuzioni tra uomini e donne e con la pandemia il trend rischia di peggiorare Mauro Baranzini: «È un gap che penalizza tutta l’economia» – Amalia Mirante: «Bisogna imporre misure correttive sul mercato del lavoro»
Da anni in Svizzera si discute di disparità salariale tra uomo e donna. Tuttavia la situazione, anziché migliorare, sta decisamente peggiorando. Stando agli ultimi dati pubblicati dall’Ufficio federale di statistica, non solo la forbice tra salari di uomini e donne si allarga, ma addirittura quasi la metà delle disuguaglianze sono ormai considerate inspiegabili. Le donne, evidenzia l’UST, nel 2018 rappresentavano il 60,9% delle persone che guadagnavano meno di 4.000 franchi al mese (per un posto equivalente a tempo pieno). Al contempo l’81,2% di coloro che hanno una busta paga superiore ai 16.000 franchi sono uomini. Inoltre nel 2018 le donne guadagnavano mediamente il 19% in meno rispetto ai loro colleghi uomini. Tale dato è in crescita: era del 18,3% nel 2016 e del 18,1% nel 2014. Come è stato evidenziato sabato in occasione dell’«Equal Pay Day», in pratica è come dire che le donne, rispetto agli uomini, fino al 20 di febbraio lavorano gratis. «Purtroppo non mi aspettavo dati diversi – spiega Amalia Mirante, docente di economia presso USI e SUPSI – e temo che potrebbero peggiorare notevolmente nella prossima statistica. Ci sono ancora tante distorsioni nel mercato del lavoro che necessitano di correttivi».
Fattori chiari e meno chiari
Una parte «spiegabile» delle disparità viene ricondotta vari fattori. Ad esempio gli anni di formazione, di servizio e la posizione gerarchica occupata in azienda. Più è elevata la funzione di quadro esercitata, più marcata è la differenza salariale tra uomini e donne. Anche il ramo economico gioca un ruolo: secondo l’UST raggiungevano l’8,1% nel settore alberghiero e della ristorazione, il 17,7% nel commercio al dettaglio, il 21,7% nell’industria metalmeccanica e addirittura il 33,4% nelle attività finanziarie e assicurative. «Però ci sono alcune riserve sulla quota spiegabile», spiega Mauro Baranzini, economista e già decano della Facoltà di scienze economiche dell’USI. «Ad esempio è noto che le donne chiedano molti meno aumenti degli uomini. E poi anche i fattori biologici sono molto discriminanti. Con essi ci si riferisce non solo all’avere bambini, ma anche al fatto che l’80% delle faccende che riguardano l’economia domestica viene svolto dalle donne». D’altra parte, continua Baranzini, «è assai preoccupante la crescita della quota “inspiegabile” degli ultimi anni». Secondo i dati UST, la proporzione era al 42,4% nel 2014 ed è arrivata al 45,4% nel 2018, che corrisponde in media a 684 franchi al mese nel 2018 (contro i 657 franchi del 2016). Oltre a variare a seconda del ramo economico, è molto più elevata per le piccole imprese ma diminuisce a seconda del grado gerarchico.
Effetto pandemia
I dati UST arrivano solo fino al 2018 e con la pandemia non c’è da aspettarsi alcun miglioramento per le donne. Anzi. «Le lavoratrici sono state le grandi vittime della crisi economica», spiega Mirante. «Guadagnano meno, hanno lavori più precari, spesso concentrati nei settori più colpiti dalla pandemia. Alla perdita dei posti di lavoro si aggiunge il fatto che in vari Paesi sono state principalmente le donne a seguire i figli nella didattica a distanza o ad accudire gli anziani. Il che le ha allontanante ancora di più dal mercato del lavoro. Quindi sono state colpite due volte». E questo in tutto il mondo. «In India ad esempio – prosegue Baranzini – hanno perso il lavoro quasi solo le lavoratrici. Negli USA su cinque posti persi quattro erano occupati da donne, tra l’altro spesso alla testa di una famiglia monoparentale. E anche alle nostre latitudini, in Ticino nel 2019 e nel 2020 le donne hanno perso molti più posti di lavoro rispetto agli uomini».
Dal 1981 nella Costituzione federale si legge: «Uomo e donna hanno diritto a un salario uguale per un lavoro di uguale valore». Eppure il problema peggiora, dove sta l’inghippo? «Forse – spiega Baranzini – perché il mercato del lavoro è diventato sempre di più una giungla che premia solo la produttività. Questo va contro la tanto agognata uguaglianza. Le donne sono penalizzate dalle questioni biologiche, storiche e culturali. Sono ancora tanti i datori di lavoro convinti che il salario femminile sia solo un supplemento al bilancio familiare. Non aiuta neanche il fatto che i quadri dirigenti, più anziani, prendono decisioni che subiscono i giovani. Da un punto di vista economico il problema danneggia tutta la società, la crescita sarebbe maggiore se ci fossero pari opportunità».
Cosa fare?
I sindacati ieri hanno condannato a gran voce il problema, esigendo misure per invertire la rotta. L’Unione sindacale svizzera sottolinea come la revisione della legge sulla parità dei sessi, entrata in vigore la scorsa estate, sia arrivata troppo tardi. «Essa deve pertanto venire attuata in modo più proattivo e sistematico».
Come? «Oggi le donne sono più formate degli uomini», spiega Mirante. «Solo che i meccanismi di selezione, assunzione e promozione sono gestiti ancora prevalentemente da figure maschili influenzate da un certo vissuto. E allora ci vogliono dei correttivi sul mercato del lavoro. Ad esempio le quote rosa, introdotte dai Paesi nordici vent’anni fa. Oppure i congedi parentali, grazie ai quali si elimina la concorrenza biologica tra uomo e donna quando si diventa genitori. Si potrebbe inoltre pensare ad una società a tempo parziale per tutti, uomini e donne. Sono misure che vanno imposte, perché se si lascia la scelta non si eliminano queste forme di concorrenza tra uomini e donne che portano alle disparità. E dovessimo attendere l’evolversi naturale della situazione potremmo dover aspettare altri 50 anni almeno, prima che il tema delle disparità non sia più tale».
Fonte: Articolo Erica Lanzi- Corriere del Ticino -23.02.2021

Fonte: TG Teleticino – 22.02.2021

Equal Pay Day: raggiungiamo la parità mantenendo le differenze

Oggi è l’Equal Pay Day. Non è tanto una giornata di festa,piuttosto è un momento di riflessione sul tema del divario tra il salario femminile e quello maschile. Dagli ultimi dati ufficiali in Svizzera le donne guadagnano il 14,4% in meno dei loro colleghi uomini, in soldoni quasi 1’000 franchi. Se riportiamo questa differenza in termini di giorni, è come se gli uomini cominciassero a guadagnare il 1 gennaio mentre le donne devono lavorare gratuitamente fino al 20 febbraio. Praticamente è come se cominciassimo a guadagnare il nostro stipendio solamente a partire da domani.
Personalmente faccio parte di un’associazione femminile, le Business and Professional Women (BPW) che da sempre si occupa di rappresentare gli interessi delle donne attive professionalmente e di migliorare la partecipazione economica e politica delle stesse. Tra le tante attività che propone, l’associazione sensibilizza le persone sul tema della parità salariale anche durante l’Equal Pay Day. Purtroppo quest’anno a causa della pandemia non si è potuto andare nelle piazze e per le strade a parlare di questo tema, distribuendo tra l’altro le famose borse rosse Equal Pay Day.
Detto questo, si è però coscienti che per riuscire finalmente ad arrivare alla parità non è sufficiente sensibilizzare la popolazione. Bisogna riuscire a individuare gli ostacoli che impediscono ancora oggi alle donne di guadagnare quanto gli uomini o di ottenere le stesse posizioni professionali. Per questo è necessario fare di più.
BPW è un’associazione apartitica e aconfessionale che si impegna su fronti concreti che riguardano il mondo del lavoro. I suoi campi spaziano dalla promozione di reti professionali, ai partenariati nell’economia, nella società e nella politica. Uno dei programmi più importanti è quello rivolto alle giovani donne che vanno sostenute all’entrata nel mondo del lavoro. Questo deve essere fatto anche nelle questioni più pratiche che possono diventare un ostacolo. Come vestirsi per un colloquio di lavoro, quale livello di salario chiedere, come porsi in generale nei confronti del datore di lavoro, sono tutti quesiti che le donne si pongono.
In collaborazione con Supsi e Usi, il BPW Club Ticino ha offerto e offre programmi di mentoring, quindi di accompagnamento da parte di una donna “più adulta” a una giovane donna. Lo scopo è quello di trasmettere alle mentee le conoscenze e le esperienze professionali.
Un altro progetto concreto è stato sviluppato in collaborazione con SUPSI e Alma Impact AG, nell’ambito della campagna Women On boards. In aprile partirà un corso di formazione per membri di consigli di amministrazione. L’assenza di donne nei ruoli dirigenziali e nei consessi decisionali è purtroppo ancora oggi una realtà, ingiusta, ma pur sempre una realtà. Proprio come tale deve essere affrontata con strumenti pratici e concreti che consentano alle donne di affinare le loro competenze e di fare rete.
Insomma, la parità oltre a essere un principio di giustizia è un obiettivo da raggiungere concretamente, con l’aiuto di uomini e donne. Per questo raggiungiamo la parità mantenendo le differenze.

La versione audio: Equal Pay Day: raggiungiamo la parità mantenendo le differenze

La parità è stata raggiunta dopo 50 anni dal diritto di voto?

Nel video pubblicato da Ticinotoday che trovate qui sotto mi esprimo sul tema della parità di genere a 50 anni dal diritto di voto e di eleggibilità per le donne in Svizzera. I giudizi su quando sia arrivato il diritto di voto si sono sprecati in queste settimane. Eppure sono certa che le donne che hanno lottato per consentirci di essere oggi qui libere non solo di votare ma di autodeterminarci hanno giudicato quel 7 febbraio del 1971 come il giorno giusto per festeggiare la loro grande vittoria. E con loro tanti uomini.
Ma non è finita. Nella vita in generale, e nel lavoro in particolare l’uguaglianza e le pari opportunità devono ancora realizzarsi pienamente. Ma prima bisogna capire che il nemico non è più lo stesso.
Dobbiamo concentrare i nostri sforzi per analizzare, studiare, capire quali sono i meccanismi distorsivi. I dati sono chiari.
Il tasso di attività femminile si riduce notevolmente se nel nucleo famigliare ci sono dei bambini, le donne occupano posizioni professionali di minore responsabilità, svolgono lavori più precari, con contratti temporanei e spesso a tempo parziale e per questo diventano le prime vittime in caso di crisi economica. Le donne scelgono tendenzialmente alcune professioni e studi che le portano a guadagnare meno.
No, la parità nel mondo del lavoro non è ancora stata raggiunta. Eppure oggi le giovani donne si formano più dei loro colleghi uomini, sono preparate e competenti quanto loro. Ma questo sembra non bastare.
Esistono dei meccanismi distorsivi che accompagnano le donne per tutta la vita professionale. Dall’assunzione, alla contrattazione del salario, dalle promozioni alle formazioni, il comportamento dei superiori e delle superiori sembra premiare gli uomini. Perché questo succede?
Una ragione sono gli stereotipi inconsci quindi involontari che tutti e tutte noi, uomini e donne, ci portiamo dietro dalla tenera età. Idee che influenzerebbero le nostre decisioni e ci porterebbero a fare delle scelte sbagliate. Per esempio, il fatto che riteniamo gli uomini coraggiosi, forti, determinati ci spingerebbe a sceglierli quando dobbiamo assumere una persona in una posizione di leadership. E questo anche se la candidata donna che abbiamo davanti è più brava. Lo stesso avviene nei salari o nelle promozioni. Ora se veramente questo problema esiste possiamo risolverlo abbastanza facilmente. In molti casi è stato fatto. Vediamone uno, quello delle orchestre. Immaginatevi di essere seduti in una sala per fare le audizioni e sul palco salgono i candidati e le candidate. Il vostro cervello sotto, sotto crede che le donne non siano portate per far parte di una orchestra e questo condiziona la vostra scelta. Quando ci si è accorti di questa distorsione il problema è stato risolto tenendo chiuso il sipario: la commissione non vedeva i candidati, ma li ascoltava. Questo pare aver aumentato del 50% la presenza di donne.
La sensibilizzazione, la conoscenza di questi di errori e l’introduzione di processi che li annullano consentirebbero in poco tempo di arrivare alle vere pari opportunità. A questo si aggiungano le leggi che permettono di accelerare questo processo, come l’introduzione di quote, e la riorganizzazione del lavoro. Mamme e papà vogliono contribuire alla crescita dei figli e quindi il lavoro a tempo parziale per tutti, le strutture di accoglienza e i congedi parentali devono diventare realtà.
Quando le donne saranno libere di scegliere che donne essere, senza nessun giudizio né da parte degli uomini e neppure delle donne vedremo finalmente la parità di genere.

La versione audio: La parità è stata raggiunta dopo 50 anni dal diritto di voto?

Il Covid-19 aumenta le disuguaglianze

A differenza di quello che vorremmo credere, anche la pandemia non è egualitaria. No, non tocca tutti alla stessa maniera. Anzi, il COVID-19 sta aumentando le disuguaglianze economiche e sociali.
Qualche settimana fa avevamo trattato la notizia che il patrimonio delle persone più ricche al mondo era aumentato in maniera importante anche l’anno scorso.
Oxfam che è un’organizzazione no profit internazionale che si occupa di combattere la povertà e le disuguaglianze attraverso aiuti umanitari e progetti di sviluppo, ha confermato che le 1’000 persone più ricche al mondo hanno compensato le perdite causate dal Covid-19 in soli 9 mesi. Al contrario si stima che le persone più povere potrebbero impiegare 10 anni per riprendersi.
Ma le differenze non finiscono qui.
Abbiamo visto che le donne sono state le prime a risentire della crisi sul mercato del lavoro e a dover pagare il prezzo più alto in termini di posti di lavoro persi. Eppure qualcosa stava cambiando. Per esempio negli Stati Uniti per qualche mese a inizio del 2020 le donne hanno occupato più posti di lavoro degli uomini. Un fatto questo avvenuto solo due volte nella storia americana. Certo, i posti di lavoro erano più frequentemente a tempo parziale e con stipendi più bassi, ma comunque era un segnale importante. La crisi Covid-19 ha cancellato tutto in un baleno. Così per esempio abbiamo visto che nel mese di dicembre negli Stati Uniti le donne hanno perso 156 mila posti di lavoro, mentre gli uomini ne hanno guadagnati 16 mila. Anche in Ticino le dinamiche non sono state differenti: rispetto a un anno prima abbiamo visto sparire nel I trimestre 4’300 posti di lavoro femminili, nel II oltre 6’600 e nel terzo 4’000. Questo capita perché i primi impieghi a essere cancellati in caso di crisi sono quelli temporanei, che richiedono minori qualifiche e competenze e quindi i più precari. Per farla breve, quelli delle donne.
Ma il Covid-19 ha anche colpito duramente le minoranze etniche: i loro tassi di mortalità sono di gran lunga più alti. La responsabilità non sarebbe della genetica ma del fatto che queste persone fanno lavori più a rischio, vivono in alloggi più popolosi e in generale hanno stili vita più a rischio.
Per non parlare della disuguaglianza ancora più grande tra paesi in via di sviluppo e paesi sviluppati. Non solo le conseguenze della pandemia saranno molto più gravi per i primi, ma anche l’accesso alle cure sta mostrando grandi differenze.
Infine, le notizie di oggi ci confermano le differenze anche tra settori e tra dipendenti nei settori. Scopriamo che per esempio UBS ha avuto nel 2020 un utile netto di oltre 6.6 miliardi di dollari segnando una crescita del 54%. Sorte analoga è toccata a Novartis che ha chiuso con un utile di oltre 8 miliardi in crescita del 13%.
Questo ottimo risultato ha premiato con una pioggia di milioni la direzione e il consiglio di amministrazione. L’amministratore delegato ha ricevuto un aumento di 2 milioni di franchi. Sì, avete capito bene: 2 milioni di franchi. Vi sembrano troppi? Non se paragonati ai 12.7 milioni di franchi totali guadagnati nel 2020. Se però li paragoniamo allo stipendio mensile medio di un infermiere in Ticino, come fatto dalla giornalista Alessandra Ferrara, le cose cambiano. Ecco che con i suoi quasi 6’000 franchi al mese il nostro infermiere dovrà lavorare quasi 180 anni per guadagnare quanto l’amministratore delegato in un anno.
Attenzione non cadiamo nella tentazione di dire che da sempre chi ha responsabilità guadagna molto di più: fino agli anni 80 il rapporto nella stessa azienda tra chi guadagnava tanto e chi guadagnava meno era di 1 a 10 volte, 1 a 15 volte.
Oggi, purtroppo, le differenze stanno diventando insostenibili per la società, ma anche per l’economia.

La versione audio: Il Covid-19 aumenta le disuguaglianze