Il franco si indebolisce: รจ una buona notizia? Dipende da dove guardiamo

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Il franco svizzero questa settimana ha perso un poโ€™ di valore, dopo mesi in cui si era fortemente apprezzato rispetto alle altre monete. Il 19 giugno, secondo la BNS, un euro valeva 0,9238 franchi e un dollaro 0,8059 franchi (contro i record nei mesi precedenti sull’euro a 0,9007 e sul dollaro a 0,7655). Ma cosa significa, in concreto, che una moneta si rafforza o si indebolisce?

Il valore di una moneta non รจ fisso e si misura sempre rispetto a unโ€™altra. Dire che il franco si rafforza significa che con un franco possiamo comprare piรน euro, piรน dollari o piรน sterline di prima. Dire che si indebolisce significa il contrario. Facciamo un esempio semplice. Se un euro passa da 95 a 90 centesimi, il franco si รจ rafforzato: con 90 centesimi, invece di 95, compriamo un euro. Se invece un euro passa da 90 a 95 centesimi, il franco si รจ indebolito: per comprare un euro dobbiamo spendere qualche centesimo in piรน.

Quella che in apparenza potrebbe sembrare una faccenda da mercati finanziari influenza in realtร  la nostra vita di tutti i giorni. Vediamo come.

Se il franco si rafforza, le imprese svizzere che acquistano allโ€™estero petrolio, gas, componenti, materie prime o prodotti finiti li pagano meno in franchi. Una parte di questo risparmio puรฒ arrivare ai consumatori sotto forma di prezzi piรน bassi o almeno di rincari meno pesanti. รˆ anche per questo che il franco forte aiuta la Svizzera a contenere lโ€™inflazione che ricordiamo in era allo 0,6% in maggio, ben lontana dai livelli osservati in molti altri Paesi.

Avere una moneta solida, quindi attenua gli effetti dei rincari internazionali. Se il petrolio aumenta in dollari ma il franco si rafforza rispetto al dollaro, una parte di quellโ€™aumento viene assorbita dal cambio. Naturalmente non accade in modo automatico nรฉ immediato. Un distributore di benzina, un supermercato o unโ€™impresa non modificano i prezzi ogni mattina seguendo il cambio. Perรฒ, nel tempo, un franco forte rende meno costoso importare e riduce la pressione sui prezzi.

Ma qui arriva il punto delicato: le stesse imprese che beneficiano di acquisti esteri meno cari possono trovarsi in difficoltร  quando vendono i loro prodotti fuori dalla Svizzera.

Pensiamo a unโ€™azienda ticinese che esporta in Italia o in Germania. Se vende un prodotto a 100 euro, il ricavo in franchi dipende dal cambio. Con un euro a 95 centesimi, quei 100 euro valgono 95 franchi. Se lโ€™euro scende a 90 centesimi, gli stessi 100 euro ne valgono solo 90. Lโ€™azienda incassa meno, anche se non ha venduto un prodotto in meno.

Naturalmente unโ€™impresa puรฒ cercare di reagire aumentando il prezzo in euro. Ma cosรฌ rischia di diventare meno competitiva rispetto a un concorrente italiano, tedesco o francese. Lโ€™alternativa รจ assorbire il colpo e guadagnare meno. In entrambi i casi, un franco troppo forte mette sotto pressione margini, investimenti e, alla lunga, anche posti di lavoro.

Lo stesso vale per il turismo. Per un visitatore europeo, un albergo, un ristorante o un impianto di risalita svizzero diventano piรน cari quando il franco si rafforza.

Ecco perchรฉ il franco forte non รจ nรฉ una benedizione nรฉ una disgrazia. Dipende da dove guardiamo.

Per chi acquista beni importati, viaggia allโ€™estero o fa la spesa oltreconfine puรฒ essere un vantaggio. Per chi esporta, lavora nel turismo o vende servizi a clienti stranieri puรฒ diventare rapidamente un problema.

รˆ qui che entra in gioco la Banca nazionale svizzera. Il suo compito principale resta la stabilitร  dei prezzi. Ma per mantenerla non guarda solo allโ€™inflazione e ai tassi di interesse, ma anche al cambio. Per questo, nella decisione di questa settimana la BNS ha ribadito di essere pronta a intervenire sul mercato dei cambi se il franco dovesse rafforzarsi in modo rapido ed eccessivo. รˆ il paradosso del franco svizzero. La sua credibilitร  รจ una forza che se eccessiva puรฒ diventare uno svantaggio.

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Guerra in Iran: petrolio, mercati e le prime conseguenze economiche

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A una settimana dallโ€™inizio della guerra in Iran, i mercati mostrano giร  le prime conseguenze economiche del conflitto. Come spesso accade in Medio Oriente, il primo canale di trasmissione รจ quello energetico.

Le ritorsioni contro petroliere e infrastrutture nei porti di Fujairah negli Emirati Arabi Uniti e di Duqm in Oman hanno riportato al centro dellโ€™attenzione e dello scontro lo Stretto di Hormuz. Questo passaggio tra Golfo Persico e Oceano Indiano รจ uno dei punti piรน sensibili del commercio mondiale di energia: da qui passa circa un quinto del petrolio globale. Quando un nodo cosรฌ cruciale diventa instabile, i mercati inseriscono nei prezzi quello che gli economisti chiamano โ€œpremio per il rischioโ€, cioรจ una sorta di assicurazione contro possibili interruzioni delle forniture.

Il mercato petrolifero lo riflette chiaramente. Il Brent, il principale prezzo di riferimento internazionale del greggio, ha superato i 90 dollari al barile (ca. 70 CHF) per la prima volta da marzo 2024, guadagnando il 25% in piรน rispetto a una settimana fa. In scenari piรน estremi, se lo Stretto di Hormuz dovesse essere chiuso o fortemente limitato, alcuni analisti ipotizzano prezzi anche oltre i 120 dollari (94 CHF).

Le tensioni non riguardano solo il petrolio. Anche il mercato del gas naturale liquefatto mostra fragilitร , soprattutto dopo alcune sospensioni produttive in Qatar e difficoltร  logistiche verso Asia ed Europa. Per lโ€™Europa, giร  segnata dalla crisi energetica seguita alla guerra in Ucraina, questo significa tornare a confrontarsi con costi energetici piรน elevati, con effetti sui margini delle imprese e sul potere dโ€™acquisto delle famiglie.

I mercati finanziari hanno reagito nel modo tipico delle fasi di incertezza geopolitica. Gli indici azionari hanno registrato correzioni moderate mentre gli investitori si sono orientati verso beni rifugio come oro, dollaro, yen e franco svizzero che si sono rafforzati.

Secondo alcune stime preliminari, un conflitto prolungato potrebbe ridurre la crescita globale del 2026 di circa 0,3-0,5 punti percentuali e aumentare lโ€™inflazione di alcuni decimi se i prezzi dellโ€™energia restassero elevati per diversi mesi. Non si parla per ora di stagflazione (aumento dei prezzi e crisi economica con grande disoccupazione), ma certamente di un contesto piรน fragile.

Per lโ€™Europa gli effetti sarebbero soprattutto indiretti: un petrolio stabile attorno agli 85 dollari (66 CHF) potrebbe aumentare lโ€™inflazione di alcuni decimi e rallentare leggermente la crescita. Se invece i prezzi salissero oltre i 110 dollari (86 CHF), lโ€™inflazione potrebbe tornare verso il 3%, costringendo la Banca Centrale Europea a rallentare il percorso di riduzione dei tassi. Ma sappiamo quanto le previsioni in questo momento lascino il tempo che trovano.

La Svizzera parte da una posizione relativamente solida. Lโ€™inflazione resta sotto lโ€™1% e il franco forte aiuta ad assorbire parte degli shock energetici. Anche qui perรฒ lโ€™impatto non sarebbe nullo: crescita leggermente piรน debole e qualche decimo di inflazione in piรน.

Molto dipenderร  dalla durata del conflitto. I mercati guardano soprattutto a tre indicatori: prezzo del petrolio, sicurezza delle rotte commerciali e decisioni delle banche centrali. รˆ lรฌ che si giocherร  la vera onda lunga economica di questa crisi.

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