Ticino: le donne guadagnano un po’ di più, gli uomini… di meno

Tra il 2018 e il 2020 la differenza salariale tra uomini e donne in Ticino si è ridotta dal 17,3% al 13,9%. Finalmente una buona notizia? Sì e no. Analizzando i dati scopriamo due fattori, uno positivo e l’altro negativo. I salari femminili sono leggermente aumentati, bene. Peccato invece che i salari degli uomini siano rimasti stabili e in alcuni casi addirittura diminuiti. Purtroppo questo conferma ancora una volta che il Canton Ticino e il suo mercato del lavoro sono in seria difficoltà. Le economie sane sono contraddistinte da salari che aumentano e condizioni di lavoro che migliorano. In Ticino, al contrario, anche la parità di genere la facciamo verso il basso. Ma perché le donne continuano a guadagnare comunque meno degli uomini?
Le donne storicamente sono entrate nel mondo del lavoro tardi. Nella maggior parte dei paesi la grande occupazione femminile è iniziata durante le guerre: gli uomini erano al fronte a combattere, le donne dovevano lavorare soprattutto nelle fabbriche di materiale bellico. Rispetto alle altre nazioni in Svizzera questo fenomeno è stato più contenuto, ragione che in parte spiega il ritardo dell’entrata delle donne nel mondo professionale.
Per anni abbiamo letto che le donne guadagnano di meno a causa della minore formazione. Ora questa considerazione non tiene più: le donne studiano addirittura di più degli uomini. E allora, quali sono i fattori che possono spiegarci la differenza salariale?
Le ragazze scelgono lavori dove gli stipendi sono mediamente più bassi, come il settore del commercio e dell’amministrazione o i servizi di cura delle persone (cure infermieristiche, lavoro sociale,…). Anche le ragazze che vanno all’università scelgono soprattutto le scienze umane e sociali. Questo è il fenomeno della segregazione orizzontale.
Secondo. Ancora oggi in Ticino le donne che ricoprono ruoli di responsabilità sono poche; ancora meno quelle nelle direzioni o nei consigli di amministrazione. Questo significa salari più bassi. E questa è la segregazione verticale.
In aggiunta non dimentichiamo che le donne sono occupate maggiormente a tempo parziale, fatto che oltre ad avere dei benefici comporta anche minori possibilità di carriera.
E i guai non finiscono qui. Le donne sono sottoccupate, ossia vorrebbero lavorare ad una percentuale maggiore, ma non possono farlo. Le donne che devono fare più di un lavoro per vivere sono di più degli uomini. Il 16% delle donne guadagna meno di 3’400 CHF al mese. Sempre le donne hanno lavori più precari che sono i primi a sparire durante le crisi e quindi hanno tassi di disoccupazione più alti.
Detto questo e nonostante questo, guardo al futuro delle donne con grande ottimismo. Le nuove generazioni, quelle che sono entrate da poco nel mondo del lavoro e che ci entreranno nei prossimi anni, non vivono fortunatamente nessuna guerra aperta tra i sessi, anzi. L’idea di nuovi modelli familiari dove entrambi i partner lavorano a tempo parziale per realizzarsi anche nella famiglia o negli interessi personali prende sempre più spazio. Ma affinché questi cambiamenti possono avvenire dobbiamo garantire anche in Ticino salari giusti, sia per gli uomini che per le donne.

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Smart working suona meglio di lavoro a cottimo; vero?   

Qualche giorno fa sono stata invitata a parlare di telelavoro a un evento organizzato tra gli altri da ATED ICT Ticino. Questa associazione diretta da Cristina Giotto è attiva da oltre 50 anni. Il suo scopo, oltre a fornire servizi ai suoi associati, è quello di “favorire l’impego delle nuove tecnologie dell’informazione e comunicazione”. E lo fa non solo nelle aziende, ma anche attraverso progetti specifici pensati per i giovani e per le donne. Tra le tante innovazioni, questa associazione è stata pioniera nel metaverso, mondo virtuale che sembra prendere sempre più piede e importanza.
Mentre di mondo reale abbiamo parlato affrontando il tema delle nuove organizzazioni del lavoro. Per farlo è necessario distinguere tre concetti: il lavoro a domicilio (in remoto), il telelavoro e lo smart working (lavoro agile).
In tutti e tre i casi si parla di lavoro subordinato a qualcuno; ciò che li differenzia è la flessibilità. Nel caso del lavoro domestico e del telelavoro ci sono obblighi in merito al luogo (solitamente la casa), ma anche agli orari; inoltre lo stipendio è pensato in funzione del tempo di lavoro. Le statistiche oggi indicano che il lavoro domestico si è trasformato in telelavoro: l’uso di computer, stampanti e altri prodotti tecnologici è sempre più frequente. Ciò che differenzia lo smart working sono la maggiore flessibilità in termini di tempi e luoghi, oltre all’idea di salario pensato in funzione degli obiettivi e non del tempo.
Eppure pensandoci questa idea non appare tanto nuova. Ve lo ricordate il lavoro a cottimo? Il pagamento avveniva quando si consegnava una certa quantità di oggetti prodotti. Poco importava quanto tempo si era impiegato per svolgerlo, né se si erano coinvolti i membri della famiglia. Detto questo, speriamo che il lavoro agile, nei fatti, non si rilevi un passo indietro anziché un’innovazione.
Il telelavoro e il lavoro agile sono concetti di cui si parla molto, ma quando sono veramente diffusi? A livello svizzero i dati mostrano che fino al 2019 il lavoro da casa era svolto poco e soprattutto dagli uomini. È nel 2020, con la pandemia e con il lockdown, che la percentuale di lavoratori e soprattutto lavoratrici aumentano. In effetti, da questo momento le donne in casa non solo devono occuparsi dei figli nel quotidiano, preoccuparsi della didattica a distanza, ma pure aggiungere il carico lavorativo. Insomma, quella che doveva essere una liberazione e un passo verso la parità di genere si sta rilevando invece l’ennesima gabbia per le carriere femminili.
Per questo, care donne, vi invitiamo a ritornare sui vostri posti di lavoro e riprendere il cammino portato avanti con sacrificio, prima che il nostro ruolo torni a essere confinato, nuovamente, nelle mura domestiche.

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I premi cassa malati aumenteranno. Capiamo perché

Nel 2019 i costi sanitari in Svizzera sono stati di 82.5 miliardi di franchi. Tutto abbastanza sotto controllo. Controllo che è stato perso invece nel 2021, anno in cui le spese sanitarie sono aumentate del 5%. Questo significa concretamente che i premi di cassa malati potrebbero aumentare il prossimo anno tra il 7 e il 9%. Pessima notizia per noi assicurati.
Cerchiamo di capire un po’ come funziona il nostro sistema sanitario. Due sono i principali modelli che si adottano nel caso della sanità. Il primo sistema è statale (quindi pubblico), è prevalentemente pagato con le imposte e i fornitori di prestazione (medici, ospedali,…) sono pubblici. Il secondo sistema è come quello adottato in Svizzera: un modello che unisce elementi del mercato con elementi del servizio pubblico. Si parla di sistema misto perché alla componente della concorrenza tra assicuratori (casse malati) e fornitori di servizi (medici) si aggiungono regole che tendono a rendere il mercato più sociale (obbligo di assicurazione per tutti, premi non in funzione del rischio individuale, sussidi per coloro che non sono in grado di pagare). Nel nostro sistema ci sono tre attori principali: i pazienti, i fornitori di prestazioni (medici, ospedali, farmacie) e gli assicuratori. Naturalmente esistono anche le aziende farmaceutiche, ma sono meno toccate e coinvolte dal sistema di gestione e pagamento. Infine sono i Cantoni che pagano ad avere la competenza in materia sanitaria (pensiamo per esempio alla pianificazione ospedaliera).
Detto questo, dove sta l’inghippo che fa aumentare di anno in anno i costi della salute e di conseguenza i premi? Ricordiamo che dal 1999 i premi della cassa malattia di base sono più che raddoppiati. Senza entrare nei dettagli tecnici possiamo suddividere gli aumenti in due categorie: una che potremmo definire quasi naturale, e una seconda invece difficilmente spiegabile e più riconducibile a un limite di questo nostro sistema.
Vediamo la prima. Dato che viviamo di più, costiamo di più. A questo aggiungiamo le nuove tecnologie che ci consentono di curare malattie che non curavamo fino a qualche anno fa, ma che hanno un costo. La somma di questi due elementi fa parte dell’aumento giustificato.
Discorso differente è il fatto che da un punto di vista economico nel nostro sistema manchino gli incentivi a contenere gli aumenti dei costi degli assicuratori e dei fornitori di cura e a ridurre la quantità di beni sanitari che consumiamo.
Ed è proprio questo secondo caso che cercano di risolvere le misure presentate dalla Confederazione. Oltre a introdurre l’obbligo di una prima consulenza da un medico di “fiducia”, il progetto prevede anche veri e propri tetti massimi all’aumento dei costi di tutte le prestazioni. Questi obiettivi di contenimento dei costi sono poi demandati ai Cantoni.
Purtroppo, pare che su questo nuovo pacchetto di misure la politica non trovi un accordo limitandosi a sbizzarrirsi in soluzioni fantasiose senza però avere la volontà di risolvere il problema alla base.
Ora però dobbiamo guardarci in faccia: o riduciamo i costi oppure aumentiamo i premi. Impensabile avere l’uovo e la gallina

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Ticino: economia a basso valore aggiunto, emigrazione giovanile, salari bassi

Siamo i più poveri della Svizzera. O, se preferite, siamo gli Svizzeri che guadagnano di meno. Forse non è una grande scoperta, penseranno alcuni. Infatti: è un fatto e le cause sono tante, complesse e non affrontabili facilmente. Per risolvere un problema la prima cosa da fare è riconoscerne l’esistenza. Purtroppo, ancora oggi in Ticino c’è chi ha paura di chiamare le cose con il loro nome: economia a basso valore aggiunto, emigrazione giovanile, salari bassi. Parlare di “economia diversificata”, di “poli tecnologici” e di “innovazione” è molto più soddisfacente e presentabile nei salotti buoni. Purtroppo, oggi la nostra realtà, non è questa. Se vogliamo davvero uno sviluppo virtuoso del cantone Ticino dobbiamo, in primis, riconoscerne i problemi, rinunciando alle narrazioni consolatorie ed edificanti, così da poterli affrontare e, magari, risolverli.
Sappiamo che le cause della situazione attuale sono tante. Ragioni storiche e geografiche ci hanno consentito per anni di sfruttare la manodopera di confine a prezzi più bassi. Ma con il passare del tempo questi “vantaggi” sono diventati il nostro principale limite. Il passaggio da un’economia basata sul settore primario (agricoltura) a un’economia finanziaria è avvenuto saltando quasi a piè pari la fase industriale. Questo non ci ha permesso di sviluppare e diffondere appieno una vera cultura imprenditoriale. Un altro tassello negativo è stato la perdita di posti di lavoro nelle ex regie federali, che chiedevano competenze elevate ma offrivano allo stesso tempo salari e condizioni di carriera di livello svizzero.
Per molti anni abbiamo trovato comodi colpevoli per il ritardo ticinese rispetto al resto della Svizzera: la mancanza di qualifiche avanzate, la scarsità di centri di eccellenza, l’assenza dal territorio di accademie e alte scuole. Erano scuse e comunque non tengono più: Università della Svizzera Italiana, SUPSI, Centro di Studi Bancari, Cardiocentro, Centro Svizzero di Calcolo, Istituto Oncologico della Svizzera Italiana, Istituto di Ricerca in Biomedicina… sono solo alcune delle eccellenze del nostro Paese. Anche grazie ad esse i nostri giovani sono ottimamente formati scolasticamente e professionalmente.
Infatti, le aziende, le banche, le assicurazioni del resto della Svizzera accolgono i nostri giovani a braccia aperte; offrono loro salari e condizioni di crescita professionale molto buone. Significa che stiamo fornendo a queste ragazze e ragazzi gli strumenti perché possano avere il futuro che meritano. Ma non basta. Bisogna smettere di nascondere la testa nella sabbia. I nostri problemi hanno nomi precisi: economia a basso valore aggiunto, emigrazione giovanile, salari bassi. E, soprattutto, dobbiamo impegnarci per avere (finalmente!) un piano di sviluppo economico serio, affinché i nostri giovani abbiano un futuro anche qui, nel loro Cantone, senza doversene andare. Perché questo, nel più classico dei circoli viziosi, è un altro, ancora più grave, tipo di impoverimento: un’intera generazione in fuga.

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Saremo più poveri

Da giorni tentavo di scrivere questo articolo. Ma ogni volta mi bloccavo. Il costo umano di questa maledetta guerra mi faceva apparire il mio contributo di economista cosa piccola e perfino frivola. Tuttavia, anche oltre l’ambito geografico direttamente toccato dai combattimenti questa guerra avrà conseguenze. E se non saranno drammatiche quanto quelle sul terreno in Ucraina, anche queste conseguenze peseranno sulla vita di molte persone.
In effetti, pure nei paesi non toccati direttamente dal conflitto le ripercussioni sui cittadini saranno sensibili. E ricadranno purtroppo sulle fasce più deboli. L’aumento consistente dei prezzi della benzina, del gas, dei generi alimentari e dei beni di prima necessità colpisce in maniera diversa i cittadini già ora. Come sempre, anche in questo caso, le famiglie che guadagnano meno, faticano di più.
Ma non finisce qui. I problemi legati all’aumento del prezzo dell’energia non li vediamo “solo” sul costo diretto del riscaldamento o della fattura di fine mese. Se guardiamo all’Italia, ad esempio, troviamo che le difficoltà si stanno espandendo a tutte le filiere produttive. Dobbiamo prevedere un aumento del prezzo del pane, della pasta e delle patate a causa delle difficoltà di ottenere le materie prime dai paesi in guerra, ma anche le altre produzioni locali sono toccate. Decine di aziende agricole rischiano la chiusura a causa dell’aumento del costo del gas e del petrolio: questo porterà a minori produzioni, ma anche a tanti licenziamenti. Lo stesso sta succedendo a industrie i cui margini di guadagno sono stati già messi a dura prova dalla crisi pandemica.
Nei prossimi mesi se non addirittura anni anche in Europa le persone diventeranno più povere. Diventeranno più povere non perché spenderanno di più per scelta, ma perché il loro potere d’acquisto si ridurrà a causa degli aumenti dei prezzi. Gli stati e la politica devono cominciare seriamente a occuparsi delle famiglie che faranno fatica ad arrivare alla fine del mese: pane, pasta, patate, come pure riscaldare la propria casa e fare il pieno per andare a lavorare non sono beni di lusso, nessuno può farne a meno. Inoltre, se vogliamo tutelare le aziende, dovremo avere il coraggio di sviluppare pacchetti di sostegno anche per loro. Non dimentichiamo che non può esserci indipendenza e autonomia economica senza il lavoro.
Concordiamo che l’obiettivo a medio termine deve essere l’indipendenza energetica. Ma l’errore fatto in passato da chi ha voluto il mercato a ogni costo anche nei settori strategici vitali per l’esistenza stessa degli stati (energia, telecomunicazioni, approvvigionamento idrico), non può essere risolto sulle spalle dei cittadini prendendo decisioni affrettate che aumenteranno ulteriormente i prezzi.

Tratto dal Corriere del Ticino, 16.03.2022

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L’economia rallenta di poco. Ma secondo noi…

La Segreteria di Stato per l’economia (SECO) ha appena pubblicato le previsioni per l’economia svizzera. Rispetto ai dati di dicembre, le aspettative sono leggermente peggiorate: per il 2022 si prevede una crescita del Prodotto Interno Lordo (PIL) del 2.8% anziché del 3%, mentre per il 2023 la previsione rimane la medesima, al 2%. Guardando nel dettaglio le quattro componenti della nostra economia, consumi delle famiglie, spesa pubblica, investimenti (in costruzioni e in beni strumentali per la produzione, come i macchinari) ed esportazioni, possiamo fare alcune considerazioni.
I consumi privati sembrano subire poco gli effetti diretti e indiretti della guerra in Ucraina, mostrando una crescita comunque buona del 3.6%. La riduzione della spesa pubblica stimata in precedenza con -1.5% si ridurrà sì, ma solo dello 0.7%: questo potrebbe indicare la necessità per le amministrazioni pubbliche di andare avanti a sostenere l’economia attraverso sussidi e contributi (in parte già confermati dalla Confederazione). Sul fronte degli investimenti si dovrebbe registrare una riduzione dello 0,5% delle costruzioni; probabilmente questo potrebbe essere dovuto più ai ritardi negli approvvigionamenti dei materiali, che non a causa di un vero e proprio rallentamento del settore. Al contrario, le aspettative degli imprenditori rimarrebbero positive (+3.4%) e questo li spingerebbe a rinnovare gli impianti produttivi oltre che a incrementare la capacità produttiva. Per quanto riguarda le esportazioni stupisce un po’ il miglioramento per quelle dei beni, aumentate dal 3.8% al 4.2%. Dal nostro punto di vista la situazione dei nostri paesi partner dal punto di vista commerciale potrebbe subire impatti diretti e indiretti maggiori rispetto a quanto valutato. Già oggi per esempio il tasso di inflazione che rende il potere di acquisto dei cittadini inferiore è a livelli storici negli Stati Uniti, ma anche in Germania, Gran Bretagna e Italia. Non dimentichiamo che la Svizzera è un paese esportatore netto e che deve oltre il 10% del suo benessere alla capacità di vendere di più di quanto compera. Secondo i dati della SECO invece le conseguenze sulla crescita dei nostri partner commerciali saranno abbastanza contenute. Meglio così se ci sbagliamo.
Altro punto su cui ci permettiamo di essere un po’ dubbiosi riguarda la previsione che stima un aumento dei prezzi al consumo solo dell’1.9%. Noi siamo un po’ più pessimisti. Questo scetticismo troverebbe in parte conferma anche nei dati appena pubblicati dell’indice dei prezzi alla produzione e all’importazione. Se è vero che la crescita su base mensile è solo dello 0.4%, il dato sale di +5,8% rispetto al mese di febbraio dell’anno scorso. Da parte nostra riteniamo che gli aumenti dei prezzi delle fonti energetiche, dei generi alimentari e delle materie prime in generale non sarà così transitorio e indolore come previsto dalla Segreteria di Stato dell’economia. Speriamo di sbagliarci. E speriamo che non sia in arrivo una nuova ondata di Covid che renderebbe superate tutte queste previsioni.

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Due settimane di guerra

Sono passate esattamente due settimane dalla sconsiderata aggressione della Russia ai danni dell’Ucraina. Le conseguenze in termini umanitari sono drammatiche e sotto gli occhi di tutti. Più difficile comprendere quali saranno quelle dal punto di vista economico. Persino per gli addetti ai lavori è difficile seguire e comprendere la portata delle sanzioni occidentali messe in atto contro la Russia. Russia che da qualche giorno a questa parte sta rispondendo cercando da una parte di tutelare l’economia nazionale e dall’altra di inferire qualche colpo ai nemici.
Il blocco delle transazioni della Banca centrale impedisce alla Russia di utilizzare le sue riserve in valuta straniera accumulate negli anni passati probabilmente proprio per sopperire a crisi del genere. Per farla semplice è come se la vostra banca vi bloccasse i vostri conti in euro o in dollari. Nel caso della Russia si parla di un valore di oltre 640 miliardi di dollari. Questo ha sicuramente causato un duro colpo alle finanze nazionali. L’esclusione dal sistema di comunicazioni bancarie Swift oltre ad aver paralizzato il settore bancario russo, sta causando enormi problemi a tutte le aziende interne, ma anche a quelle estere che intrattengono relazioni d’affari con questo paese. E mai avremmo immaginato nel mondo occidentale di vedere ville e imbarcazioni lussuose essere sequestrate senza che prima ci sia un processo o un grado di giudizio. Dobbiamo avere il coraggio di dirlo che questo fa un po’ a pugni con il nostro senso di proprietà privata e tutela della stessa. Il divieto di esportazione in Russia di tecnologie militari, microprocessori e macchinari per la raffinazione e la fornitura del petrolio ha dal canto suo lo scopo di mettere in seria difficoltà questi settori. La notizia poi di qualche giorno fa che gli Stati Uniti hanno bloccato le importazioni di gas e petrolio in realtà ha più un impatto mediatico che non effettivo: gli Stati Uniti importavano una piccola quantità di queste risorse e per di più si sono tutelati prima nei confronti di altri fornitori.
Oltre alle sanzioni ufficiali, quello che è impressionante è la condanna unanime dell’economia privata. Da quando è scoppiato il conflitto ogni giorno aziende multinazionali che hanno fatto della delocalizzazione e della globalizzazione la loro forza annunciano la chiusura dei loro stabilimenti in Russia o il divieto di vendita dei loro prodotti.
Dal canto suo la Russia sta cercando di contrastare il crollo del valore della sua moneta aumentando i tassi di interesse e vietando l’uso delle monete estere. In aggiunta cerca di causare qualche fastidio ai nemici vietando a sua volta l’esportazione di alcuni beni; nella realtà probabilmente questa misura non causa molti grattacapi.
Ma è un altro il quesito che si pongono in molti. Perché la Russia continua a vendere il gas e il petrolio all’Europa e perché l’Europa continua a comperare queste risorse dalla Russia? Non ci piacciono quasi mai le spiegazioni semplici, eppure spesso sono quello corrette. La Russia continua a vendere perché ha bisogno di soldi per la sua guerra e l’Europa continua a comperare perché ha bisogno di energia per i suoi cittadini e le sue aziende. Probabilmente questo scambio come capita sempre nel mercato andrà avanti ancora per un po’. Almeno fino a quando una delle tue parti, non troverà o un nuovo compratore (la Cina) o un nuovo fornitore. Questo secondo caso decisamente più difficile.

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La Guerra è tornata in Europa

La reazione occidentale per ora ruota intorno all’idea di sanzioni economiche che alzino il costo della guerra per la Russia. Sappiamo, e lo abbiamo visto proprio con la fase di preparazione dell’invasione russa, che le sanzioni economiche non dissuadono uno Stato sovrano che ha deciso di attaccarne un altro.
Mi addolora l’insistenza di molti commentatori sulle conseguenze economiche della guerra. Anziché contare su leader politici e grandi strateghi, abbiamo l’impressione di avere a che fare con contabili (con il massimo rispetto per i contabili). La strategia messa in atto finora di minacciare e di attuare sanzioni economiche nei confronti della Russia non ha impedito l’aggressione.
E da quarantott’ore a questa parte la narrazione dei fatti sul terreno è punteggiata di dati economici e finanziari. Certo, le borse mondiali crollano: e ci mancherebbe, i conflitti armati sono quanto di più pericoloso e nocivo per gli individui. Qualche volta sembra che dimentichiamo che il sistema economico è stato creato al servizio degli uomini e delle donne e che non ha nessuna ragione di esistere senza di loro. L’incertezza lo abbiamo sempre detto è il peggior nemico dell’economia e non credo ci sia nulla di più instabile che un periodo in cui si vive una guerra.
E che dire delle stime che ogni paese sta facendo delle sue relazioni commerciali con la Russia? Davvero scopriamo solo ora la stretta interdipendenza globale tra le nazioni?
Leggiamo dell’aumento dei prezzi dei generi alimentari legati al grano e ai cereali, come pure di quelli legati ai prodotti energetici e in particolare al gas e al petrolio. Verissimo, probabilmente le famiglie dei ceti medi bassi vedranno ulteriormente ridursi il loro potere d’acquisto. Come stava già accadendo da mesi, ma ora abbiamo un nemico più facilmente identificabile.
Ci preoccupiamo dell’aumento del valore dei beni rifugio, come l’oro, e nel nostro caso, il franco svizzero. Sicuramente potrebbero esserci conseguenze per le nostre esportazioni, ma non saranno queste le difficoltà peggiori che vivremo se il conflitto va avanti.
Non credo che ci sia un solo esempio nella storia che dimostri l’efficacia delle sanzioni economiche al cospetto della brama di potere. Eppure, le grandi potenze mondiali in questo momento paiono avere solo questa freccia al loro arco. Forse perché le altre frecce utilizzabili implicherebbero un allargamento catastrofico del conflitto. Spero di sbagliarmi, ma ho forti dubbi che le sanzioni servano ad arginare Putin. Temo che mettere in ginocchio l’economia di un Paese e con essa i suoi cittadini non sia lo strumento che possa fermare questa guerra, anzi. Alimenteranno la narrazione vittimistica di Putin dando a posteriori una giustificazione di cui il leader russo non ha nemmeno bisogno.
Tratto da L’Osservatore del 26.02.2022

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Bitcoin: i furti virtuali, sono reali?

I furti virtuali, sono reali? A Lugano nello scorso mese di settembre sono stati rubati 12 milioni di franchi. No non è successo nel solito bancomat fatto esplodere, questa volta parliamo di 12 milioni di franchi in Bitcoin. Ricordiamo che questa criptovaluta, che è sicuramente la più famosa, è stata creata nel 2009 e da allora appassiona economisti, investitori, ma anche gente comune. A iniziare dalla sua stessa natura. Una moneta per essere considerata tale deve avere almeno tre caratteristiche: essere accettata generalmente come mezzo di pagamento, essere riconosciuta come unità di conto da uno Stato e rappresentare una riserva di valore (non oscillare né troppo né troppo in fretta). Anche se ad oggi El Salvador è stato il primo paese a riconoscere il Bitcoin come moneta ufficiale, questa moneta virtuale, come tutte le sue sorelle, al momento non può ritenersi una moneta. E quindi come mai ci si appella alle autorità per trovare i ladri di criptovalute?
La particolarità delle monete virtuali, o meglio della maggioranza di queste, e che il loro uso e il loro possesso sono assolutamente anonimi. Non a caso, molte autorità di vigilanza hanno cercato di introdurre dei limiti oltre i quali è necessario identificarsi per svolgere le transazioni. Peccato, che la maggior parte delle transazioni non avvengano su mercati finanziari controllati da queste autorità. E non a caso uno dei punti più oscuri nell’uso delle criptovalute è legato al riciclaggio e all’attività criminale. Pensiamo a quello che sta accadendo agli “investimenti“ milionari che vengono fatti attraverso acquisti di Non fungible token, (beni che esistono solo nei mondi virtuali) o addirittura in veri e propri, scusate il gioco di parola, mondi virtuali. Per farla breve potreste comprare alla vostra persona virtuale una casa virtuale in un mondo virtuale pagandola con le monete virtuali ma che avete comperato con milioni di franchi svizzeri reali.

Ora, potrei sbagliarmi, ma l’impressione è che i detentori di monete virtuali non vogliano che la loro identità e i loro patrimoni siano noti alle autorità, anche solo perché questo per esempio significherebbe concretamente pagare le imposte. È a questo punto che mi sorge qualche dubbio logico e anche etico. Come possono le autorità intervenire per tutelare il diritto sacrosanto alla proprietà privata quando riteniamo che questa non debba essere nota? Ad oggi la maggioranza del mondo delle criptovalute è un mondo assolutamente anonimo, criptato, opaco in cui non esistono basi legali che disciplinano queste attività. Quindi come tutelarle?

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Lavorare 4 giorni alla settimana?

Lavorare solo 4 giorni alla settimana? In Belgio sarà possibile. Il governo ha deciso che si potranno svolgere le 38 ore settimanali su 4 giorni. Così si manterrà lo stesso salario, ma si potrà avere un giorno libero in più. Le aziende non saranno obbligate ad accettare le richieste dei collaboratori, ma dovranno motivare per iscritto l’impossibilità di dargli seguito.

Una cosa è certa: il concetto di lavoro cambia nel tempo. È tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900 che grazie alle rivendicazioni sindacali si riesce a ottenere la giornata lavorativa di otto ore. Ma ancora la settimana prevede di lavorare sei giorni, anche negli Stati Uniti. Questo almeno fino a quando la Ford, nel 1926 stravolge le abitudini. Già nel 1914 Henry Ford raddoppia lo stipendio dei suoi operai, portandolo a cinque dollari al giorno. Non lo fa “solo” come ci piace raccontare un po’ romanticamente perché così anche gli operai avrebbero potuto acquistare le auto che producevano. Il problema più grande era che i suoi operai appena potevano si licenziavano. L’aumento dello stipendio avrebbe reso i collaboratori più felici e quindi sarebbero rimasti anche più fedeli all’azienda. E così capitò. Nel 1926 è sempre lo stesso Ford che introduce la settimana lavorativa di soli cinque giorni. L’idea di fondo era che collaboratori più felici, con più tempo libero a disposizione, avrebbero lavorato più volentieri aumentando anche la produttività e i profitti. Anche in questo caso non sbagliò. Vediamo perché.

La prima cosa da ritenere è che si passa dal quantificare il tempo di lavoro a valutarne la qualità. E oggi molti studi mostrerebbero che l’idea di aumento delle ore di lavoro non fa più rima con aumento della produttività. A livello aziendale, lavorare meno ore consentirebbe di ridurre lo stress, la stanchezza, gli errori e gli infortuni. La riduzione delle assenze unita all’aumento della felicità porterebbe a essere più produttivi. Ma anche a livello aggregato sembrerebbe che alla diminuzione delle ore di lavoro avvenuta negli ultimi 20 anni nei Paesi industrializzati non sia seguita una riduzione del prodotto interno lordo (qui non possiamo dimenticare il progresso tecnologico).

In molti paesi come Islanda, Giappone, Svezia gli esperimenti fatti sembrano confermare che il collaboratore più felice è più sano e più energico per cui anche più produttivo.
Non sappiamo se in Svizzera si andrà in questa direzione, certo è che è un po’ ci viene da sorridere quando leggiamo le rivendicazioni di chi al contrario vorrebbe 70 ore di lavoro settimanali, cancellando così secoli di evoluzione.

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Le professioni che rendono più felici. Ecco quali sono