Ciao Marco

Non ci credo.
Ci conosciamo da una vita e da una vita ci perdiamo e ci ritroviamo. Ma questa volta no, non ci ritroveremo più. Come sarà possibile, non rivederla nella sua Lugano? Tutti lo sanno. Lugano e Marco Borradori sono una cosa sola. Un grande sindaco, un grande uomo politico, ma soprattutto una grande persona. In tutti questi anni non l’ho mai vista negare un saluto né rinunciare ad ascoltare le preoccupazioni delle persone.
È sempre stato un grande esempio di vicinanza ai cittadini. Anche sabato sera a Locarno, l’ultima volta che siamo stati insieme. Non si è risparmiato con nessuno. Perché era fatto così, lei Marco: aveva bisogno delle persone quanto le persone di lei. E anche io sento di aver ancora bisogno di lei. Ci conosciamo da una quindicina di anni e non perdevamo occasione di ridere del nostro primo incontro: io ero ancora dottoranda all’università e lei mi aveva scritto una email per complimentarsi per un articolo apparso su un quotidiano. Dopo qualche tempo ci incontrammo per bere un bicchiere di vino, lei rosso, io rigorosamente bianco. Non dimenticherò mai la sua espressione quando mi vide arrivare con un paio di imbarazzanti paraorecchie di peluche bianchi. Ricordo che strabuzzò gli occhi e mi disse che dovevo avere un gran livello di autostima per mettere “quei cosi”. E da quel momento, anche se le nostre frequentazioni non sono state quotidiane, non abbiamo più smesso di chiacchierare: della sua esperienza politica, della mia vita professionale e soprattutto dei nostri comuni difetti che tanto ci piace considerare pregi. Un messaggio ogni tanto, una chiamata qua e là (più le volte che parlavamo per interi minuti alle rispettive segreterie), qualche incontro fortuito nella sua amata Lugano, un bicchiere di vino e, quando le agende lo permettevano, una bella cena (con lei che arrivava sempre con almeno mezz’ora di ritardo…).
Non sa quanto mi piacerebbe ancora poterla aspettare, tenerle un po’ il muso per il ritardo per poi cedere alla sua cortesia e affabilità. Perché lei, caro amico, era anche questo. Serate a discutere dei progetti della sua Lugano, perché era un ascoltatore attento e cercava di capire meglio attraverso lo sguardo e le competenze degli altri come affrontare i problemi. Ma era anche sempre disponibile a risolvere quelli altrui.
Sabato sera ho impiegato 7-8 minuti a scegliere il gusto del gelato e lei ha pazientemente atteso mentre mi convincevo mangiando il suo. Di fronte a quel gelato avevamo iniziato a parlare di grandi progetti e sfide future che lei mi avrebbe aiutato a realizzare. Avevo ancora tanto da imparare del suo mondo. Ora invece se n’è andato. Ora Marco, te ne sei andato. È la prima volta che ci diamo del tu. Il “lei” divertiva i nostri interlocutori che non capivano come fosse possibile che dopo tanti anni ci dessimo ancora del lei. Ma era diventato un po’ il nostro gioco. Mi mancherà, Marco, non vederti più camminare nella tua Lugano.
Un ultimo forte abbraccio, Amalia

I frontalieri aumentano ancora

I frontalieri in Svizzera e in Ticino aumentano. I dati appena pubblicati dall’ufficio federale di statistica non lasciano dubbi, pur ritenendo il fatto che gli stessi autori li definiscano provvisori.
In Ticino è stata superata anche la soglia dei 71 mila permessi di lavoro come frontaliere; precisamente alla fine del II trimestre del 2021, quindi di giungo, se ne registravano 71’586. La maggior parte di questi permessi, quasi 47 mila, era attribuita al settore terziario, quello dei servizi. Il nome non deve trarci in inganno: oltre alle avvocate, ai fiduciari o al personale medico, troviamo anche i commessi, le cameriere e i servizi logistici. Invece il settore secondario, oggi rappresenta solo 1/3 di questi lavoratori, in linea con i cambiamenti avvenuti nella struttura produttiva del nostro Cantone.
Guardando i dati vediamo la relazione stretta tra l’andamento economico generale e l’andamento dei permessi di lavoro: i settori che hanno mostrato una ripresa rispetto alla crisi legata alla pandemia, sono anche quelli caratterizzati da un aumento dei frontalieri. In particolare, il settore secondario, che è quello legato all’industria mostra una certa stabilità, sia paragonando i dati con i tre mesi precedenti del 2021 (gennaio-marzo) sia rispetto all’anno prima. L’unica eccezione in questo caso è il settore delle costruzioni, che mostra un aumento da mettere in relazione con la ripresa economica. Ad oggi lavorano in questo settore quasi 8 mila persone frontaliere.
Anche nel settore terziario, che mostra aumenti trimestrali del 2.5% e addirittura di oltre il 5% rispetto all’anno scorso (+2’300 persone), la relazione con l’andamento economico è evidente. I frontalieri aumentano in quasi tutti i settori, in particolare nei servizi legati alla ristorazione, nelle attività professionali, scientifiche e tecniche e in quelle di servizio alle aziende.
Il boom dei numeri di permessi è nella ristorazione dove si segnala un aumento sia su base trimestrale che annuale di oltre il 15%, arrivando a occupare 3’900 persone. In realtà, non sappiamo quanti di questi posti di lavoro rimarranno anche dopo il periodo estivo.
Discorso differente va fatto per le attività professionali, scientifiche e tecniche come gli studi di architettura, di ingegneria o contabilità che occupano oggi quasi 8’200 persone non residenti, oltre l’11% del totale. Se a queste aggiungiamo le attività amministrative e di supporto alle aziende come i servizi di selezione e ricerca del personale, arriviamo a quasi 15 mila posti di lavoro. Ora, nessun problema se i nostri apprendisti neo-diplomati e le nostre neo-laureate troveranno un posto di lavoro da qui a qualche mese. Discorso differente, se come purtroppo temo, passeranno mesi alla ricerca di un posto di lavoro per poi dover scappare oltre Gottardo.
Se questo accadrà ancora, chi di dovere dovrà smettere di fare orecchie da mercante e dovrà finalmente prendere in mano le redini di questo Cantone.

La versione audio: I frontalieri aumentano ancora

Care e cari apprendisti, grazie di cuore!

Le vacanze sono terminate. Quale modo migliore per ricominciare se non quello di parlare dei nostri e delle nostre apprendiste? Grazie al Corriere del Ticino per la pubblicazione il 22 luglio 2021 di questo articolo.

Auguri e congratulazioni a tutti i ragazzi e le ragazze che hanno finito il loro apprendistato. Alle famiglie che in questi anni li hanno sostenuti. E ai docenti e alle docenti che li hanno accompagnati in questo risultato.
Il sistema duale (in collaborazione tra imprese e scuola) è una grande ricchezza per la Svizzera. Per alcuni è il principale fattore del successo economico elvetico, sia per la formazione che per il mondo del lavoro. In effetti, con la formazione di base in azienda e nelle scuole professionali, i giovani ottengono contemporaneamente una formazione qualificata e un accesso rapido e diretto al mercato del lavoro. Non a caso i dati sulla disoccupazione giovanile nel nostro Paese sono molto incoraggianti.
Eppure, diamo poco spazio e poco riconoscimento a ragazze e ragazzi che hanno ultimato il percorso di apprendistato o si sono diplomati in una scuola professionale. A cominciare dall’attenzione mediatica. Potrei essermi distratta ma non mi sembra di aver letto i nomi dei meccanici, delle assistenti di studio medico, dei cuochi o delle parrucchiere pronte a entrare a pieno titolo nel mondo del lavoro. Mentre i giornali pubblicano i nomi di chi ha ottenuto la maturità liceale, e ne siamo felici. Ma la finalità della formazione è sempre la stessa: imparare. Dotarsi di una cassetta degli attrezzi da utilizzare nel mondo del lavoro. Sperimentare metodi che consentano di risolvere i problemi. Insomma, diventare adulti consapevoli e indipendenti che sappiano contribuire al mondo professionale. Che si scelga il liceo, la commercio o un apprendistato.
In Ticino, a differenza di quanto accade nel resto del Paese, sembriamo ricordarci dei nostri apprendisti solo quando bisogna fare la campagna di reclutamento per i posti di tirocinio. Perché? Perché non diamo il corretto valore e il giusto riconoscimento alle scuole professionali e alle formazioni che offrono? Probabilmente alla base di questa differenza rispetto a quanto succede oltre Gottardo non ci sono ragioni legate allo status sociale, o a un certo strisciante classismo. Piuttosto vi si riflette la paura per il futuro. Il mercato del lavoro ticinese è precario, incerto ed estremamente concorrenziale. Una concorrenza che si gioca sulle competenze, certo, ma ancora di più sui salari. E forse l’idea di consentire ai nostri figli di avere un titolo di studio “scolastico” più alto probabilmente ci rassicura. E quindi, sin dalla nascita cerchiamo di indurli a studiare. Ma anche la formazione professionale è studio, disciplina, fatica. Quindi facciamo le nostre congratulazioni a tutti i ragazzi e le ragazze che hanno finito il loro apprendistato. Con il loro lavoro hanno permesso alla Svizzera di mantenere un benessere tra i più elevati al mondo. E lo faranno ancora in futuro. Bravi, brave, e grazie!

Tratto da Corriere del Ticino, 22.07.2021

La versione audio: Care e cari apprendisti, grazie di cuore!
In futuro anche gli apprendisti avranno il salario minimo – Uniteis e.V.

Buone vacanze!

Amiche, amici, dopo aver vissuto la finale di questi europei e aver passato insieme a voi ben 32 settimane anche per l’economia con Amalia – diciamo più per Amalia 😉 – è arrivato il momento delle vacanze. Quindi non preoccupatevi se per due settimane non leggerete i nostri articoli. Ci ricaricheremo e torneremo con tante notizie e tantissime novità il mese prossimo!
Nel frattempo, grazie, grazie e ancora grazie per la vostra costante lettura e per i vostri commenti e suggerimenti. Non sempre ho il tempo di affrontare tutti i temi che mi proponente, ma sappiate che non li dimentico: prima o poi arriverò!

Un caro abbraccio e buone vacanze a tutte e tutti, Amalia

Il debito pubblico è un bosco che non muore mai

Non abbiamo fatto ancora in tempo ad assaporare la ripresa economica, che già una nuova variante mette in discussione le misure di allentamento e di conseguenza la tenuta delle finanze pubbliche.
In questi mesi la maggior parte delle nazioni sviluppate ha messo in campo molte risorse per sostenere le aziende e cittadini. La politica fiscale fatta di riduzione delle imposte e delle tasse ha implicato minori entrate. Quella fatta di aiuti diretti, sussidi e contributi ha causato maggiori uscite. Presto fatto: gli Stati hanno chiuso i conti del 2020 in negativo. Tecnicamente quando le entrate di uno Stato in un anno sono inferiori alle sue uscite, parliamo di deficit o di disavanzo. Al contrario si parla di avanzo (anche se è raro che le Nazioni chiudano in “utile” anche perché vorrebbe dire che stanno tassando troppo i propri cittadini).
La Svizzera ha chiuso il 2020 con una perdita di 15.8 miliardi di franchi. Per avere un termine di paragone pensiamo che il valore di tutta la produzione annuale di beni e servizi, il famoso PIL, è di circa 720 miliardi.
Se sommiamo tutti i disavanzi e gli avanzi da quando uno Stato è nato otteniamo il suo debito pubblico. Quello svizzero a fine 2020 ammontava a circa 104 miliardi di franchi. È aumentato dall’anno prima di 7 miliardi.
A differenza di quanto succede per le aziende, però le nazioni possono sopravvivere nel tempo anche se continuano a registrare delle perdite. In effetti, il debito pubblico è un debito un po’ speciale. Innanzitutto la maggior parte del debito è un debito che cittadini hanno nei confronti di loro stessi. Mi spiego meglio. Quando lo Stato ha bisogno di risorse oltre a indebitarsi con le banche può chiedere prestiti attraverso le obbligazioni. I cittadini, le aziende, gli altri Stati possono comprare questi “pezzettini di carta” in cui lo Stato si impegna a restituire i soldi prestati dopo un certo numero di anni e a ringraziare pagando un tasso di interesse. Di solito la maggior parte delle obbligazioni sono comprate proprio da persone e aziende che vivono in quel paese. Quindi lo Stato che è l’insieme dei cittadini di indebita per soddisfare i loro bisogni facendosi prestare i soldi dai suoi stessi cittadini. Vedete, alla fine i cittadini sono debitori nei confronti di loro stessi. Anche se è vero che oggi le economie sono aperte e quindi anche i cittadini, le aziende e gli altri Stati possono comperare le obbligazioni, la maggior parte del debito rimane nelle mani interne. In Svizzera si stima che più dell’80% del debito è nelle mani di investitori svizzeri.
Un altro mito da sfatare è l’idea che “prima o poi il debito dovrà essere ripagato”. In realtà non è proprio così vero. Il debito pubblico è un po’ come se fosse un bosco che non muore mai e dove gli alberi vecchi vengono sostituiti da quelli nuovi. Quando le vecchie obbligazioni arrivano in scadenza, di solito sono rimpiazzate con nuove emissioni che vengono sottoscritte. Per cui il debito si rinnova.
Detto questo, anche se non esiste un limite al debito pubblico, la gestione delle finanze dello Stato deve essere assolutamente rigorosa e mirare all’obiettivo della parità di bilancio rispettando sempre i principi di una amministrazione equa, efficiente ed efficace.

La versione audio: Il debito pubblico è un bosco che non muore mai

Cuba: la fame è la più grande “rivoluzionaria”

La fame è la più grande “rivoluzionaria”. Ancora una volta, purtroppo, ce ne stiamo accorgendo. Dalle informazioni che trapelano migliaia di cubani sono scesi in piazza in tutta l’isola per protestare contro il governo.

Perseguire il profitto e il benessere materiale ad ogni costo e a scapito di tutto, non è certamente sano e non è un modello di sviluppo da seguire per l’economia. Ma anche l’assenza di sviluppo economico è altrettanto pericolosa. Quando non abbiamo le risorse per mangiare, per vestirci e per curarci non abbiamo più nulla da perdere e la rabbia esplode. Questa parrebbe la situazione a Cuba.

La crisi del Coronavirus ha messo in ginocchio il Paese. Il turismo tra le fonti primarie di benessere e che garantiva mezzo milione di posti di lavoro è stata la prima vittima. Ma anche il percorso di sostegno alla piccola imprenditoria locale e le misure messe in atto per attirare l’afflusso di capitali stranieri hanno subito una battuta d’arresto. Certo, il settore dell’estrazione di idrocarburi mostra ottime prospettive, ma la dipendenza dalle importazioni petrolifere del Venezuela rimane ancora fortissima. E la situazione di crisi in cui versa anche questo Paese non è d’aiuto.

Come l’aiuto probabilmente non arriverà dagli Stati Uniti che sono accusati dal nuovo presidente cubano Miguel Diaz-Canel di essere i fomentatori delle manifestazioni di piazza. Si sa, i rapporti tra le due nazioni non sono di certo idilliaci. Dal 1960 circa dopo la rivoluzione castrista gli americani hanno fatto di tutto per contrastarli ed emarginarli. Cuba divenne indipendente, si avvicinò all’ex Unione Sovietica e scelse di essere una società comunista. Questo in piena guerra fredda. Le tensioni furono lunghe e continuano ancora oggi. Alle nazionalizzazioni di imprese americane ed espropri, gli Stati Uniti risposero con un embargo commerciale che vietava qualunque scambio di beni e servizi tra le due nazioni. Con le conseguenze che ben potete immaginare.

La fame di Cuba oggi fa tremare non solo un regime, ma anche un sistema alternativo, un ideale. In questi anni abbiamo, purtroppo, visto tante rivolte del “pane”. E tutte mosse da popoli disoccupati e affamati che privati di tutto hanno lottato per cambiare il loro destino e quello dei loro figli. Un destino di miseria e sofferenza che trova speranza nel far cadere governi spesso autoritari, corrotti e totalitari.

Nell’ultimo decennio ricordiamo la primavera araba che ha portato i capi di Stato in Tunisia, Egitto, Libia e Yemen, nel miglior caso a fuggire, nel peggiore, come toccò a Gheddafi, alla morte.

Ma la fame è stata la protagonista di tante proteste di piazza anche negli ultimi anni. In Sudan contro l’aumento del prezzo del pane, in Iran contro l’aumento del prezzo della benzina, in Colombia contro la riforma fiscale fatta sui poveri, in Iraq per chiedere lavoro ai giovani e la fine della corruzione, in Ecuador contro la fine dei sussidi sulla benzina, in Cile contro l’aumento dei biglietti della metropolitana, in Libano contro una tassa sulle chiamate di Whatsapp. E ancora Bolivia, Porto Rico, Venezuela, Haiti. La lista è lunghissima.

Ma perché scendere in piazza, manifestare, rischiare la vita per una tassa sulle chiamate di Whatsapp? Noi non lo faremmo mai. Vero. Noi abbiamo il benessere economico e possiamo permetterci di pagarla. Per queste persone, una tassa sulle chiamate, un aumento del prezzo della metropolitana o la fine dei sussidi sulla benzina, significa fare un ulteriore passo nella miseria e nella povertà.

La versione audio: Cuba: la fame è la più grande “rivoluzionaria”
Fonte: ANSA

La disoccupazione scende, ma il lavoro rimane malato

La disoccupazione è scomparsa. O quantomeno è quello che potrebbe indicarci una lettura un po’ frettolosa dei dati appena pubblicati dalla Segreteria di Stato dell’economia (SECO). Il tasso di disoccupazione nel mese di giugno a livello nazionale è sceso al 2.8%. Esattamente uguale a quello cantonale.
Ma attenzione è ancora presto per dire che la crisi è passata. Se da una parte ci sono segnali incoraggianti, dall’altra non mancano fatti che ci invitano a una certa prudenza.

È innegabile che a livello nazionale ma anche internazionale sia in atto una ripresa generale delle attività economiche. Le notizie di questi ultimi giorni confermano che la crescita dei paesi dell’Unione Europea sarà più sostenuta di quanto previsto. E lo stesso vale per la Svizzera. A questo aggiungiamo l’euforia che nasce dalla fine delle restrizioni, da una voglia ancora maggiore di vacanze e da un clima di festa trascinato anche dagli europei di calcio. Sì, le cose sul fronte dei consumi stanno andando bene.
Attenzione però, agli altri segnali. Innanzitutto dobbiamo considerare che l’effetto positivo degli aiuti della Confederazione e dei Cantoni alle aziende non si è ancora esaurito. Ancora negli ultimi mesi ci sono aziende che usufruiscono dell’orario ridotto e della liquidità dei crediti Covid. In questo senso anche se gli istituti di ricerca non prevedono ondate di fallimenti, dobbiamo piuttosto essere prudenti e pensare in termini regionali. Purtroppo in Ticino sono già stati annunciati licenziamenti e riduzioni di posti di lavoro da alcune grandi aziende nel settore della farmaceutica e della meccanica. Evidentemente di questi non c’è ancora traccia nei nostri dati sulla disoccupazione.
Come non c’è traccia degli altri fattori che ci indicano lo stato di salute del mercato del lavoro. Bassi salari, condizioni di lavoro precarie, assenza di possibilità di carriera rimangono purtroppo caratteristiche del cantone.
E il tasso di disoccupazione non ci dice tanto altro. Per esempio che nel Canton Ticino negli ultimi mesi sono spariti tanti posti di lavoro a tempo pieno, mentre ne sono stati creati a tempo parziale. Questo con tutti i limiti che consociamo.
E che dire dei giovani appena laureati o diplomati, a cui facciamo i nostri migliori auguri? Se tra qualche mese non avranno trovato un posto di lavoro in linea con le loro competenze, capacità e aspettative, di certo non li troveremo iscritti presso gli uffici regionali di collocamento, ma già sul treno verso Zurigo.

Come non vi fidereste del vostro medico se usasse solo il termometro per farvi una diagnosi, così il tasso di disoccupazione da solo non basta più. Questo e tanto altro deve essere analizzato se vogliamo guarire il mercato del lavoro ticinese che è ancora malato.

Sotto il mio contributo a Ticinonews – Teleticino, 08.07.2021

La versione audio: La disoccupazione scende, ma il lavoro rimane malato
Ticinonew, Teleticino, 08.07.2021

Ticino, terra di conflitti?

Chiudiamo la sintesi dell’intervista fatta a me e all’On. Morisoli dal Prof. Remigio Ratti e pubblicata dal Federalista, con alla Direzione Claudio Mésoniat.
In Ticino, più che altrove si parla spesso di conflitti inconciliabili. Così i discorsi tra l’apertura verso Sud oppure verso Nord, la presenza di manodopera locale e frontaliera, il rapporto tra città e periferie sembrano difficoltà insormontabili. Ma non è così.
“E infine, come rispondere, ricercando le convergenze, ai principali trade-off? Apertura e chiusura verso l’Europa, giovani e anziani, occupazione e disparità salariali, …
Il cantone Ticino ha la fortuna di stare tra Milano e Zurigo. Questa collocazione deve essere sfruttata al massimo, ma non per divenire esclusivamente il dormitorio di giovani che vivono in Ticino e lavorano fuori. In questo senso è necessario sviluppare sinergie con i due poli. Pensiamo a quanto avremmo potuto fare con il settore della moda e con il Nord Italia e che purtroppo non abbiamo fatto.
Il conflitto tra città e periferie è probabilmente vecchio quanto la nascita stessa delle città. La storia pare consacrare vincitrice a turni l’una o l’altra. Pensiamo alla recente crisi e al fatto che le parti più rurali del cantone siano divenute quelle più “ricercate” dai cittadini per vivere. In questo senso i cambiamenti sull’organizzazione del lavoro possono giocare un ruolo fondamentale e per questo bisogna occuparsene per tempo.
Non esiste nessun conflitto a priori tra infrastrutture e ambiente, anzi. Certo è che se i nostri modelli di investimenti si basano su un’idea di infrastrutture pensate per la società di cinquant’anni fa, allora sì abbiamo un problema.
Nella realtà, alcuni paesi stanno dimostrando coraggio e lungimiranza nella progettazione di nuove opere che non solo sono sostenibili, ma che addirittura diventano le fondamenta di una società in questo senso al passo con i tempi.
L’invecchiamento della popolazione è una problematica che tocca tutti i paesi avanzati. La riduzione della natalità è un fenomeno negativo a differenza della riduzione della mortalità. Eppure spesso li sentiamo contrapporre. L’allungamento della vita non dovrebbe essere mai ritenuto un problema e sicuramente non può essere considerato una causa della riduzione del numero di figli. Per invertire il trend vanno date speranze: migliorare le condizioni quadro, la conciliabilità tra famiglia e lavoro se non addirittura un ripensamento sull’idea stessa di tempo di lavoro.
Il patto generazionale tra giovani e anziani deve essere ri-consolidato. L’esperienza drammatica della pandemia ha mostrato una solidarietà tra generazioni su cui probabilmente pochi avrebbero scommesso. Ora la sfida è quella di rinsaldare il rapporto che da sempre ha contraddistinto le nostre società. La generazione degli anziani non è solo un costo, anzi. Alle giovani generazioni ha lasciato in eredità un sistema di formazione praticamente gratuito, un patrimonio intergenerazionale che poche nazioni possono vantare e uno stato sociale sano. Ai giovani può essere richiesto in cambio il pagamento dei contributi pensionistici e di compensare maggiori costi per la salute. Credo che lo scambio sia assolutamente equo.
Non deve esistere assolutamente nessun compromesso tra occupazione e tolleranza nella disparità salariale. Posti di lavoro mal retribuiti e con condizioni non in linea con la Svizzera non devono essere ritenuti una fonte di crescita e sviluppo per il Cantone. Per decenni la vicinanza con l’Italia ha consentito di attingere a manodopera qualificata e a basso costo. Quello che in apparenza sembrava un vantaggio competitivo si è rivelato un grosso limite al passaggio da un’economia intensiva di manodopera a una di capitale. Quando non si può competere sul prezzo del lavoro bisogna innovare e sviluppare prodotti di qualità.
E infine, il tema dell’immigrazione e dell’emigrazione. È forse uno dei temi più delicati e, nel caso del Canton Ticino, forse uno dei più difficili da gestire in questo particolare momento storico. Siamo confrontati da una parte con un’Italia in sofferenza e quindi con persone alla ricerca di un lavoro e dall’altra con giovani ticinesi che quel lavoro in Ticino non lo trovano. È difficile capire e spiegare perché un giovane ticinese qualificato, formato e competente varchi il Gottardo e veda riconoscere competenze che oggi il nostro territorio sembra ignorare.

La versione audio: Ticino, terra di conflitti?

Forza Svizzera! E forza alle altre “Cenerentole” degli Europei!

Questa sera si disputeranno i quarti di finale che vedono coinvolte due nazioni da noi amate: la Svizzera e l’Italia. Per entrambe tiferemo a squarciagola.

Detto questo, segnaliamo che questi europei finora sono stati gli europei delle sorprese: le piccole Cenerentole del calcio stanno regalando grandi sogni. Eh sì, perché come avviene in generale nello sport, ci piace pensare che in campo tutti abbiamo le stesse opportunità di vincere e che il risultato non dipende da quanto siamo ricchi o potenti. Eppure anche nello sport come nella vita le differenze ci sono e le disuguaglianze pure. Vediamole.

Grazie alle statistiche pubblicate da Transfermarkt che è un sito che si occupa di informazioni calcistiche possiamo scoprire quale è il valore di mercato delle nazionali e capire perché le piccole Cenerentole ci fanno sognare. L’Inghilterra è la nazionale più preziosa: la somma del valore di mercato dei suoi giocatori è di ben 1.3 miliardi di euro (ca. 1.4 miliardi di franchi svizzeri). Il suo giocatore più caro è Harry Kane che vale 120 milioni di euro. Cioè se voi voleste comperarlo per la vostra squadra di calcio, dovreste sborsare questa cifra. Ma è la Francia che può vantare il giocatore più prezioso di questi Europei che è Kylian Mbappé che vale ben 160 milioni di euro. Sì, proprio quel Mbappé che ha sbagliato l’ultimo rigore decisivo con la Svizzera e che ha consentito alla nostra Cenerentola di passare il turno e qualificarsi per gli ottavi. Per onestà di cronaca dobbiamo dire che la “povera” Svizzera che vale “solo” 283 milioni di euro contro i francesi ha giocato la partita del secolo meritandosi questo risultato. E a proposito di questa partita epocale Forbes si è divertita a paragonare le due squadre. E così ci dice che il valore dell’intera formazione svizzera scesa in campo era l’equivalente di quello del solo campione francese o che il valore dei calciatori che hanno tirato i rigori per la Grande Nazione era di quasi 300 milioni di euro, 6 volte quello della Confederazione. Ma questa differenza economica non è bastata a far pendere l’ago della bilancia dalla parte del più ricco. Come non è bastata nel caso dell’incontro tra l’Olanda che vale 637 milioni di euro e la Repubblica Ceca che vale meno di un terzo (197 milioni).

E torniamo ai nostri quarti di finale. Se la partita tra Italia e Belgio rappresenta un incontro tra ricchi (764 milioni la prima e 670 la seconda), il contrario vale per la Svizzera che dovrà vedersela con la Spagna (283 milioni contro 915) e ancora di più con l’Ucraina tra le più povere del torneo (197 milioni) che si scontrerà con il miliardo e trecento milioni dell’Inghilterra.

Ma le partite non si giocano solo con i miliardi e questo torneo finora ci ha mostrato che sognare non costa nulla. Per cui speriamo che la mezzanotte non suoni ancora per le nostre belle Cenerentole e che possano andare avanti a gustarsi il ballo a palazzo reale.

La versione audio: Forza Svizzera! E forza alle altre “Cenerentole” degli Europei!

Ticino: è davvero necessario un piano di investimenti pubblici?

Riporto oggi la seconda parte dell’intervista fatta dal Prof. Remigio Ratti all’On. Sergio Morisoli e alla sottoscritta. Le risposte sono state pubblicate dal Federalista con alla direzione Claudio Mésionat che ringrazio per l’ospitalità.

Domande: Quali scenari intravvedete concernenti l’evoluzione cantonale per il prossimo decennio? Su quali obiettivi e su quali priorità puntare? È inevitabile pensare alle risorse da mettere in atto; come valutate la situazione? A quali condizioni e quindi con quali margini di manovra? Pensare a un Recovery Plan ticinese, sarebbe realistico oppure sarebbe un piano di pura facciata?


I disavanzi a cui ci riferiamo oggi non sono preoccupanti perché frutto della crisi economica mondiale che stiamo vivendo. Le misure di sostegno congiunturali, anche se di grandi dimensioni (cosa che non è il caso per il nostro Cantone), non rappresenterebbero un problema. Il problema sta nel fatto che il disavanzo è un disavanzo strutturale. È il frutto delle scelte politiche fatte dal parlamento e dai cittadini negli ultimi anni. A queste si aggiungono, oramai come consuetudine, gli oneri della Confederazione. Date queste premesse credo proprio che sia il momento di occuparsi di un’analisi dettagliata delle spese dello Stato: non di certo per tagliare compiti che sono frutto di scelte della società, ma per riuscire finalmente a realizzare misure di efficienza nell’uso delle risorse. Più riusciamo a ottimizzare e a eliminare inefficienze, più avremo a disposizione risorse senza dover aumentare i carichi fiscali.
Detto questo, la possibilità di un Recovery Plan ticinese o meglio di un progetto di investimenti non è da escludere. Naturalmente per mettere in atto programmi che servano a risolvere i problemi del Cantone è necessario tempo, una visione a medio termine e una stretta collaborazione pubblico-privato. Ma attenzione anche qui dobbiamo intenderci. La collaborazione pubblico-privato spesso in Ticino è stata intesa come i costi al pubblico, i benefici al privato. Non è evidentemente questa la strada da seguire. Una vera collaborazione implica costi e benefici equamente suddivisi. Tanti sono i settori su cui si potrebbe puntare, tra questi quello clinico-ospedaliere, della farmaceutica, della meccanica ed elettronica, dell’intelligenza artificiale, e della sostenibilità energetica. Senza dimenticare tutto ciò che già esiste nel nostro Cantone e che potrebbe essere sostenuto nella messa in rete, nel perfezionamento professionale, nella transizione alla digitalizzazione o all’automazione. Il settore del turismo, quello delle costruzioni, il settore bancario o quello del commercio delle materie prime: senza dubbio i prossimi anni saranno anni di cambiamento.
L’obiettivo primario dell’azione politica deve essere quello di sostenere la transizione verso un tessuto economico solido e competitivo. L’obiettivo che mette d’accordo tutti i possibili conflitti come quello tra giovani e anziani, tra lavoratori indigeni e stranieri, tra apertura e chiusura verso l’Europa è quello di rendere il Cantone attrattivo in termini di posti di lavoro qualificati, stipendi e qualità di vita. Potrebbe apparire uno slogan, in realtà se prendessimo tutte le decisioni guidati da questo proposito probabilmente avremmo già fatto i cambiamenti che gli studi e i progetti politici del passato invocavano. Andiamo a rileggere il rapporto Kneuschaurek del 1964 che già allora metteva in guardia dall’errore di confondere lo sviluppo quantitativo dei settori economici con quello qualitativo. Quante volte ci sentiamo dire che abbiamo creato tantissimi posti di lavoro? Ma questo non è sufficiente. Se non c’è un aumento della produttività, se non sono posti di lavoro qualificati, se non sono destinati alle persone residenti, saranno posti di lavoro a salari bassi che nulla o poco contribuiscono allo sviluppo del Cantone. Sono passati quasi 60 anni dal rapporto commissionato al Prof. Kneuschaurek in cui si chiedeva di redigere uno studio sulla situazione economica del Cantone. Tanto è stato fatto da allora, ma ancora tanti sono i limiti della nostra economia che non abbiamo risolto. Questo studio e tutti quelli che sono stati condotti nel corso degli anni dovrebbero essere la base di partenza per un lavoro di analisi fatto da esperti in collaborazione con il Consiglio di Stato, o quanto meno con una sua rappresentanza. L’errore che credo si commetta oggi è quello di creare gremi in cui regna la concordanza e il consenso politico ancora prima della ricerca delle soluzioni. Questo porta ad avere soluzioni condivise, ma talmente frutto di compromessi e mediazioni che anche quando si trovano, risultano inefficaci. Il lavoro deve essere svolto in una prima fase in maniera indipendente. Solo in seguito deve essere messo in discussione e migliorato attraverso il confronto con la politica, le associazioni, i portatori di interessi e infine con i cittadini. Il risultato del confronto e della mediazione è sano se parte dalla ricerca di una soluzione che però non deve essere per forza una soluzione condivisa a priori da tutte le parti.

La versione audio: Ticino: è davvero necessario un piano di investimenti pubblici?
Copertura dell'A2 nell'Alto Vedeggio, un progetto vivo
Immagine della copertura dell’A2 del Progetto Alto Vedeggio (PAV)