Segnali di debolezza nel mercato del lavoro ticinese

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Il mercato del lavoro in Ticino inizia a mostrare segni di sofferenza anche nelle statistiche.
Le prime avvisaglie si potevano già intravedere nei dati pubblicati a fine agosto sugli impieghi creati nelle grandi regioni svizzere. A prima vista i dati sembravano positivi; i posti di lavoro creati sono aumentati nel secondo trimestre del 2025 di quasi 1’550 unità rispetto ai tre mesi precedenti. L’incremento è stato addirittura di quasi 2’400 posti di lavoro rispetto allo stesso periodo dell’anno prima. Ma una lettura più approfondita ci portava a essere molto più prudenti. In effetti, il dato relativo ai posti di lavoro a tempo pieno era esattamente opposto: c’è stata una riduzione di oltre 1’500 posti rispetto al trimestre precedente e addirittura di quasi 2’400 rispetto all’anno prima. A crescere, difatti, sono stati principalmente i posti di lavoro di uomini e donne a tempo parziale.
Di per sé questo non è per forza un dato negativo, ma lo diventa quando non c’è una scelta volontaria, ma piuttosto un’esigenza del mercato del lavoro. Nel nostro Cantone sappiamo che i salari sono molto più bassi che nel resto della Svizzera il che porta a dover ricorrere all’aiuto dello Stato o a dover svolgere più di un lavoro. In entrambi i casi, i dati statistici ci confermano la debolezza del Ticino.
A confermare questa tendenza di un mercato del lavoro in sofferenza sono arrivate questa settimana anche le cifre del numero di frontalieri e della disoccupazione.
Nel primo caso, si conferma una certa stabilità attorno alle 80’000 persone. Questa situazione può essere interpretata in due modi: da una parte il mercato ha raggiunto il suo livello di saturazione per la manodopera non residente, dall’altra parte la situazione economica fa sì che la crescita di impieghi sia veramente limitata.
Questa seconda ipotesi troverebbe conferma anche nei dati appena pubblicati dalla Segreteria di Stato dell’Economia (SECO) sulla disoccupazione. Ricordiamo che questa cifra conteggia esclusivamente le persone iscritte presso gli uffici regionali di collocamento (con tutti i limiti del caso). Nonostante ciò, in Ticino c’è stata una crescita rispetto al mese scorso del 4,1% (ora si contano 4’552 persone) e del 4,2% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Il tasso di disoccupazione si situa oggi al 2,7%.
La dinamica va nella direzione indicata anche dalle previsioni economiche: un rallentamento legato da un lato all’instabilità geopolitica, dall’altro al clima di incertezza che pesa sulle economie avanzate. Vedremo se i prossimi mesi confermeranno questa traiettoria o se avremo qualche segnale di inversione. Cosa che naturalmente ci auguriamo.

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«Così rovinate il Ticino e i ticinesi»

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Le aziende “recluta frontalieri” che pagano i dipendenti col minimo salariale sono in aumento.

BELLINZONA/ LUGANO – Camminano sul filo di lana. Rispettano la legge, pagando i dipendenti il salario minimo. Ma allo stesso tempo risultano dannose per il Ticino e per i ticinesi. Sono le “aziende recluta frontalieri”. Una vera piaga per la Svizzera italiana. Che si declina in varie forme. Strutture sanitarie, fabbriche, aziende di produzione. E tanto altro. «Tutti guardano e nessuno fa niente», sostiene Amalia Mirante, economista ed esponente del movimento Avanti Ticino&Lavoro, interpellata da tio.ch.

Aziende che rispettano il minimo salariale e che allo stesso tempo sono piene di frontalieri. Le domande dovrebbero sorgere spontaneamente.
«Grazie al cielo è stato istituito un minimo salariale, tra i 20 e i 20 franchi e 50 all’ora, a dipendenza del settore. In passato avevamo situazioni da 12-13 franchi all’ora. Ma non possiamo accontentarci. È evidente qual è il giochino fatto da chi gestisce queste aziende».

Spieghiamolo.
«Arruolano quasi solo frontalieri perché con quella paga in Italia si vive. I residenti invece sono penalizzati: non vengono assunti e se vengono assunti non vivono senza l’aiuto dello Stato. E i residenti a cui viene detto no, sono tanti: più di quelli che immaginiamo».

Se qualcuno reclama, non succede nulla.
«No. Appunto. Perché la legge è rispettata. Ma resta comunque un gioco al massacro. Una guerra tra poveri. I residenti che lavorano in queste aziende fanno fatica ad arrivare a fine mese e questo non è sintomo di un Paese che si sviluppa, anzi».

Chi vive qui, non ha quasi margini col salario minimo…
«Figuriamoci se riesce a risparmiare qualcosa: impossibile. Senza dimenticare che stipendi bassi equivale a pagare bassi contributi previdenziali che portano a ipotecare una vita difficile anche quando si arriverà alla pensione». 

Per forza di cose, questi residenti sono obbligati a ricorrere all’aiuto sociale. 
«La cosa grave è che già oggi tanti pensionati devono andarsene perché non ce la fanno più a vivere in questo Cantone. È una situazione su cui bisogna intervenire».

Perché nessuno si sta opponendo a questo trend?
«La politica dice che non si può fare niente. Non è vero. Certo, le direttive sul salario minimo sono dettate a livello federale. Ma ci sono i metodi per cambiare le cose, basta volerlo. Con le aziende si parla. Ed esistono anche altre possibilità».

Ad esempio?
«Si potrebbero incentivare diversamente le aziende virtuose. Perché il rischio è che anche quelle che fanno sforzi e sacrifici per dare salari maggiori e una qualità di vita ai loro collaboratori, quelle che non sfruttano il frontalierato per risparmiare sugli stipendi e guadagnare di più loro, presto o tardi saranno costrette a rivedere le loro posizioni per sopravvivere a questa concorrenza sleale».

Domanda schietta: alcuni politici hanno interessi personali nel mantenere questa situazione?
«Mi auguro proprio di no. Perché altrimenti si giustifichino nei confronti dei cittadini di questo Cantone».

D’accordo. Ma i Comuni per esempio? Non dicono nulla pur sapendo di avere sul loro territorio delle aziende fatte praticamente solo di frontalieri.
«Inutile nascondersi. Nelle casse dei Comuni arrivano indirettamente dei soldi che derivano dalle imposte alla fonte. Ci guadagnano anche i Comuni da questa storia».

Quanto dumping creano queste aziende?
«Il rischio è altissimo. Pensate se tutte le aziende facessero così. E non si tratta solo di salari, la questione è ancora più grave. Da una parte, se continuiamo a consentire la presenza di migliaia di posti di lavoro che non riescono a garantire salari svizzeri sul nostro territorio, vuol dire che continuiamo a sviluppare un modello ticinese di “Cina (di una volta) della Svizzera”». 

E dall’altra?
«Dall’altra si parla di aziende che potrebbero pagare salari ben più alti, ma non lo fanno. E in questo caso, che prospettive professionali diamo ai nostri giovani se noi per primi non riconosciamo il valore delle competenze e delle qualifiche? Il nostro Cantone rischia di diventare un Cantone fabbrica dove si arriva al mattino, si lavora e si vive altrove la notte. Quando addirittura non si scappa del tutto. Così si stanno rovinando il Ticino e i ticinesi».

Intervista di Patrick Mancini pubblicata su Ticinonline, 31.10.2025

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Ticino: sempre più frontalieri e sempre meno residenti

L’ufficio cantonale di statistica fa un ottimo lavoro che ci aiuta a comprendere la nostra economia. Nell’ultimo pubblicato qualche giorno fa si parla del mercato del lavoro in un’ottica di medio-lungo periodo.

Leggiamo “il numero di lavoratori residenti continua a calare, così come sono sempre meno i giovani e gli immigrati. Considerate queste dinamiche demografiche e i saldi migratori recenti, i posti di lavoro liberati e creati sul mercato del lavoro ticinese sono stati occupati principalmente da frontalieri.”

Queste frasi dovrebbero far scattare in tutti noi un campanello d’allarme. Per anni la politica ha negato che la libera circolazione delle persone nel nostro cantone abbia creato principalmente posti di lavoro per persone non residenti. Ora che i numeri lo confermano, tutto tace.

Già i dati annuali pubblicati qualche mese fa confermavano questa tendenza. Tra il 2012 e il 2022 c’è stato un saldo positivo di quasi 27’000 occupati in più. Ma attenzione, il dato non deve trarre in inganno. In Ticino rispetto a 10 anni fa si sono registrati 3’000 occupati svizzeri in meno. E allora, chi sono questi 30’000 occupati in più nel cantone? Circa 7’500 persone hanno un permesso di domicilio; altre 21’500 sono frontaliere. Questo ha portato la quota degli occupati svizzeri e domiciliati a ridursi di ben 5 punti percentuali. Al contrario, i frontalieri sono passati da quasi il 26% a circa il 32% degli occupati.

I dati del primo trimestre del 2023 hanno confermato esattamente la stessa tendenza. In aggiunta, i ricercatori dell’ufficio cantonale di statistica evidenziano un’altra problematica: l’aumento delle persone inattive riduce il tasso di attività nel Canton Ticino di quasi 2 punti percentuali in un decennio (dal 58.7% del 2013 al 56.9% dal 2023 ). Questo significa che ci stiamo allontanando ancora di più rispetto al resto della Svizzera. Le dinamiche demografiche sono note: nascono sempre meno bambini e, fortunatamente, viviamo più a lungo. Ma a questo dobbiamo aggiungere che i nostri giovani non trovando opportunità professionali in linea con le loro qualifiche e competenze si trovano a dover emigrare oltre Gottardo oppure a non rientrare una volta finiti gli studi.

Una domanda sorge spontanea: com’è possibile che sono stati creati migliaia di posti di lavoro e contemporaneamente i nostri giovani emigrano?

Per molto tempo è stato detto che i posti di lavoro occupati dai frontalieri erano quelli che rifiutavano i residenti. Eppure i settori in cui si registrano gli aumenti più importanti di frontalieri sono l’informazione e la comunicazione (occupati raddoppiati), le attività professionali, scientifiche e tecniche (da 3’900 persone a 9’500) e le attività amministrative e nei servizi di supporto alle aziende (da 4’000 persone a 7’500).

Ora vi starete dicendo che i vostri figli e le vostre nipoti si sono formati proprio in quei campi lì; e allora perché non trovano un posto di lavoro?

La discriminante rimane sempre la stessa: il salario. Fintantoché le aziende e lo Stato non riconosceranno che questo è un problema, il Ticino è destinato a essere da una parte terra di accoglienza per persone che lavorano ma non risiedono e dall’altra, terra di emigrazione per i figli dei residenti.

La versione audio: Ticino: sempre più frontalieri e sempre meno residenti

Frontalieri: perché il problema è peggio di quanto pensate

Tra ottobre e dicembre 2022 c’erano quasi 78’000 frontalieri in Ticino: una crescita di oltre 3’000 unità rispetto a un anno fa. La differenza con la situazione di dieci anni fa è impressionante: nel 2012 c’erano 21’000 frontalieri in meno!
In un cantone che si spopola e invecchia un posto di lavoro su tre, il 33%, va a persone che non vivono qui.
Ma le cifre ci dicono altro: e sono fatti ancora più preoccupanti.
Dieci anni fa il 43% dei frontalieri lavorava nel settore secondario (l’industria e l’edilizia, per intenderci). Ora questa fetta è scesa al 32%. Visto che ancora oggi quasi un quarto del nostro PIL, oltre 7 miliardi di franchi, continua a dipendere da questo settore, evidentemente questa diminuzione non può essere spiegata con il fatto che oggi siamo più Silicon Valley che Valle della Ruhr.
Se la quota di frontalieri scende nell’industria e nell’edilizia, è perché aumenta nel settore terziario, quello dei servizi. Infatti qui si passa dal 56% al 67%.
I cambiamenti maggiori riguardano le professioni legate alla attività legali e contabili, quelle degli studi di ingegneria e architettura, le attività di consulenza alle aziende, le attività di design specializzate, ecc. In queste professioni qualificate c’è stato un aumento dei frontalieri di due volte e mezzo, da 3’600 persone alle oltre 9’300.
Se non fosse una cosa grave per chi vive qui, ci verrebbe da sorridere guardando all’incremento dei frontalieri nelle attività di ricerca, selezione e fornitura di personale per le aziende (sic!), passati in 10 anni da 2’700 persone a 4’100.
Le conclusioni? Sono principalmente tre.
La prima: è falso che i frontalieri facciano “i lavori che i ticinesi non vogliono fare”. I ticinesi quei lavori li farebbero eccome. Semplicemente, non POSSONO, perché le paghe sono lombarde e non svizzere. Sono, cioè, stipendi per assumere frontalieri e non residenti.
Secondo: la formazione di per sé non è sufficiente per permettere ai lavoratori residenti di “vincere” la competizione con i frontalieri. I frontalieri non sono meno qualificati. Sono però meno costosi. Addirittura in parecchi casi i frontalieri selezionano frontalieri anche in ambiti pubblici, di ricerca o formativi. I nostri giovani qualificati e iper-qualificati emigrano a nord mentre i frontalieri, con qualifiche analoghe, arrivano da noi. La formazione è importante, ma, confrontata con la pressione al ribasso sui salari, non è sufficiente.
Infine, mentre destra e sinistra litigavano e fingevano di occuparsi del problema, in maniera poco sorprendente il problema si è aggravato. La politica sta deludendo attese e speranze dei lavoratori residenti.

La versione audio: Frontalieri: perché il problema è peggio di quanto pensate

Aumentano i frontalieri, partono i residenti

La statistica svizzera questa settimana ci dà molte indicazioni su quanto sta accadendo sul mercato del lavoro in Svizzera e in Ticino.
Gli impieghi in Ticino nel III trimestre (luglio-settembre) sono aumentati sia rispetto ai tre mesi precedenti, sia rispetto a un anno fa. Oggi si contano quasi 243 mila posti di lavoro totali; di questi 137 mila sono occupati da uomini e 106 mila da donne. I posti di lavoro a tempo pieno sono la maggioranza e occupati prevalentemente da uomini (158 mila posti, di cui 109 maschili e 49 femminili). Al contrario degli 85 mila posti a tempo parziale, ben 58 mila sono occupati da donne e 28 mila da uomini. I posti di lavoro in equivalenti a tempo pieno sono oggi circa 199 mila (122 maschili e 77 femminili). Ma è guardando ai settori che scopriamo dinamiche differenti: i posti di lavoro nel settore secondario sono rimasti quasi stabili rispetto a un anno fa; l’aumento è stato registrato soprattutto nel terziario (circa 8 mila posti in più su base annuale, 150 su base trimestrale).
Guardando a questi dati saremmo quindi tentati di parlare di ottime notizie. Ma come sempre c’è un ma…
I dati pubblicati la settimana scorsa dalla Rilevazione sulle forze di lavoro in Svizzera (RIFOS) confermano purtroppo dinamiche già evidenziate tempo fa. Primo: in Ticino ci sono 5’700 svizzeri in meno che lavorano a tempo pieno rispetto a un anno fa (una riduzione di oltre il 7%). Di questi 3’800 sono uomini e 1’800 donne. Guardando in totale (tempo pieno e tempo parziale) la situazione non migliora di molto: il saldo negativo è di 500 uomini in meno e ben 2’500 donne svizzere. Al contrario, c’è stato un importante aumento di occupati stranieri: in totale ci sono 3’100 persone in più (con un aumento di 5’600 persone che hanno un impiego a tempo pieno), 2’900 donne e 200 uomini. Le spiegazioni di questi dati possono essere molteplici: tanti svizzeri dell’era dei baby boomer escono dal mondo del lavoro e vanno in pensione, ci sono meno nascite e quindi meno giovani che cominciano a lavorare e in aggiunta i tempi di formazione sono più lunghi.
Detto questo, non possiamo prescindere da un’analisi del frontalierato, soprattutto nel Cantone Ticino. Grazie al lavoro appena pubblicato dall’Ufficio di statistica cantonale possiamo comprendere molte dinamiche. Per inciso, cogliamo l’occasione per elogiare le analisi svolte da questo ufficio e l’eccellente lavoro fatto dai suoi ricercatori e ricercatrici che ci consente di comprendere la nostra realtà. In questo caso, il recente studio mette in evidenza che “nel tempo, aumentano le persone che da residenti diventano frontaliere, mentre diminuiscono quelle che da frontaliere diventano residenti”. Ed è forse proprio questo il punto che tralasciamo troppo spesso nelle azioni di politica economica di questo Cantone. Il problema non sta di certo nel fatto che si ricorra a manodopera estera per rispondere alle mancanze di personale (è sottinteso fintantoché questa scelta non dipende esclusivamente da un salario più basso ed esercita una concorrenza “sleale” che porta i residenti a dover cercare lavoro altrove). Il problema sta nel fatto che una politica di sviluppo cantonale dovrebbe avere come obiettivo che queste persone si insedino nel nostro Cantone e diventino parte attiva della nostra comunità. Certo, le soluzioni non sono facili, ma almeno parlarne apertamente consentirebbe di lavorare tutti nella stessa direzione.

Ticino: i frontalieri aumentano ancora

Ancora una volta i dati statistici confermano l’aumento del numero di frontalieri che lavorano in Ticino. Le cifre del terzo trimestre del 2022 ci permettono di fare delle considerazioni importanti.
La percentuale di persone che lavora nel settore secondario è scesa al 32%, circa una persona su tre. Vent’anni fa questo dato era del 55%, più di una persona su due. Se guardiamo all’interno del settore secondario vediamo un’importante riduzione sia nelle attività manifatturiere che passano da circa il 40% al 21%, sia in quello delle costruzioni dal 16% all’11%.
In conseguenza a questa riduzione, vediamo l’importante aumento del settore terziario che passa sempre in vent’anni dall’occupare il 44% dei frontalieri al 67%, due persone su tre. In questo caso è interessante notare come ci sia una certa stabilità per alcuni settori, ad esempio quello del commercio e della riparazione di autoveicoli che si attesta attorno al 15% degli occupati, quello dei servizi dell’alloggio e della ristorazione che rimane fermo a circa il 6% come pure quello delle attività sanitarie e sociali.
Altri settori invece mostrano dei cambiamenti rilevanti. Il settore delle attività professionali, scientifiche e tecniche (per intenderci attività legali e di contabilità, studi di ingegneria e di architettura) passano dal 3% di persone frontaliere occupate in questo settore nel 2002 a circa il 12% di oggi. In termini numerici parliamo di oltre 9’000 professionisti, aumentati in numero di ben 9 volte. Un discorso analogo può essere fatto per le attività amministrative e i servizi di supporto alle aziende come le attività di ricerca, selezione e fornitura del personale: in questo caso la percentuale è passata dal 2% al 10%. Parliamo oggi di oltre 7’700 persone occupate quando nel 2002 si contavano meno di 700 professionisti. L’aumento è stato di 11 volte.
Di per sé questi numeri non sono fonte di preoccupazione in assoluto. Se un’economia cresce e genera nuovi e buoni posti di lavoro non c’è nessun problema che siano occupati anche da persone non residenti. La situazione diventa problematica dal momento che si creano tensioni sul mercato del lavoro tra persone residenti e persone non residenti. Ed è innegabile che questo stia avvenendo da tempo in Ticino.
Lo vediamo se guardiamo alla pressione sui salari di tutta l’economia che non crescono come a livello nazionale. Lo vediamo osservando il divario enorme e in crescita tra salari dei residenti e dei frontalieri che è stato recentemente oggetto di una pubblicazione dell’ufficio cantonale di statistica (e non è così negli altri cantoni). Lo vediamo guardando ai nostri giovani che se ne vanno e a quelli che non tornano.
Bisogna avere il coraggio di parlare apertamente di queste tensioni. E per favore, non diciamo che il problema sta nel fatto che non formiamo sufficienti persone per occupare questi posti di lavoro. I dati parlano chiaro. Abbiamo ingegneri e architetti che vorrebbero eccome lavorare nel loro Cantone. Per non parlare del personale amministrativo nelle aziende. Insomma, i genitori dei ragazzi che mi contattano disperati perché i figli non trovano un lavoro, meritano altre risposte. Come meritano altre risposte i cinquantenni che perso il lavoro dopo trent’anni non riescono nemmeno a ottenere un colloquio. Non pensiamo di poter fare sempre finta che non ci siano problemi. I problemi ci sono, eccome. Bisogna risolverli.

Ticino: i frontalieri aumentano ancora

Il lavoro che soffre

Il mercato del lavoro in Ticino soffre. I dati pubblicati dall’Ufficio federale di statistica per il primo trimestre del 2022 sugli occupati e sugli addetti confermano tendenze già emerse nei mesi scorsi. Negli ultimi 10 anni gli occupati in Ticino sono aumentati di circa 20 mila persone. Un dato che sembra molto incoraggiante se non per il fatto che si è verificata una riduzione di 5 mila persone svizzere a fronte di un aumento di 20 mila frontalieri. Nessun problema se i due attori non entrano in concorrenza e conflitto.

Sappiamo che bisogna essere prudenti nel trarre le conclusioni, tuttavia possiamo mettere in evidenza alcuni elementi. Nel periodo gennaio-dicembre 2022 rispetto al trimestre precedente in Ticino abbiamo perso quasi 8.500 persone occupate residenti; il numero scende a 6.700 se includiamo anche i frontalieri. Questa differenza conferma nuovamente l’aumento di persone non residenti nel mercato del lavoro ticinese.

Non siamo ancora in grado di dire con certezza perché le persone occupate residenti nel cantone sono diminuite in misura così grande (l’11% dell’intero dato nazionale), ma possiamo supporre per esempio che ci sia stato un incremento dei pensionamenti anticipati oppure degli spostamenti verso altri cantoni o nazioni. Solo le analisi specifiche potranno confermare queste ipotesi.

Ancora più preoccupante è stata la variazione annuale rispetto a quanto successo mediamente in Svizzera. A livello nazionale c’è stata una crescita di occupati pari a quasi 50 mila residenti, mentre a livello cantonale anche in questo caso si registra una perdita (-2 mila persone). Analizzando i dati in dettaglio scopriamo altre tendenze. Nell’ultimo anno sono stati principalmente gli uomini a uscire dal mercato del lavoro, mentre le donne sono aumentate. Anche in termini di nazionalità si confermano i dati passati che vedono una riduzione degli svizzeri a vantaggio degli stranieri. Infine, appare rilevante anche il tempo di lavoro: le persone che lavorano a tempo pieno diminuiscono e quelle a tempo parziale aumentano.

Infine se paragoniamo questi dati con quelli degli addetti (posti di lavoro) sembriamo trovare una conferma: dato che il numero di posti di lavoro aumenta e le persone diminuiscono, allora sembrerebbe che le persone occupate svolgano più di un lavoro.

Al momento non siamo in grado di dire molto di più, anche se speriamo di sbagliarci nella nostra ipotesi. Non vorremmo proprio che nel nostro cantone sia in atto una sostituzione di persone residenti che lavorano a tempo pieno con salari medio-alti e che anticipano il pensionamento con persone non residenti che svolgono più attività a tempo parziale e con salari più bassi.

Speriamo proprio che i prossimi dati ci diranno che ci sbagliamo.

Tratto dal Corriere del Ticino, 04.06.2022

La versione audio: Il lavoro che soffre

L’emigrazione giovanile impoverisce il Ticino

Sentiamo dire che le esperienze all’estero fanno bene ai giovani. Certo, se non fosse che questi giovani sono oggi costretti ad andarsene, non lo scelgono. Questa cosa ha un nome semplice e chiaro: emigrazione.

Si narra che ci sono grandi difficoltà a trovare giovani competenti e che dovremmo lavorare tutti quanti per formare, in un futuro luminoso, ragazzi capaci con profili competitivi. Suona bene nei dibattiti ma è essenzialmente una fandonia. I nostri figli e le nostre figlie sono preparati in maniera eccellente. E infatti a Zurigo, a Lucerna e a Friburgo li assumono velocemente e a condizioni molto buone. Sono poco formati solo qui, a casa loro? A meno che il semplice atto di attraversare il Gottardo non abbia effetti miracolosi sulla loro competitività e preparazione, è probabile che sarebbero altrettanto degni di trovare lavoro in Ticino se non fossero troppo costosi. Questa cosa ha un nome semplice: “salari bassi”.

E che dire del fatto che dovremmo “essere ottimisti e aprirci al mondo”? Proviamo a dirlo alle centinaia di persone licenziate e rimpiazzate da chi costa meno; andiamo a raccontarlo alle famiglie che vedono partire i figli per andare oltre Gottardo. Non usiamo giri di parole quando possiamo chiamare le cose con il loro nome: “concorrenza della manodopera estera a basso costo”.

Le cause della spinta migratoria che sta espellendo i nostri ragazzi e le nostre ragazze hanno nomi chiari: bassi salari, economia fragile, frontalierato. E permettetemi di aggiungere, mancanza di coraggio. Sì, perché ci vuole coraggio a chiamare le cose con il loro nome.

Capita poi di partecipare a conferenze, in cui si presentano le quattro o cinque eccellenze del Paese. Certo, queste realtà ci sono. Sono la punta di un iceberg di cui esiste… solo la punta. Sotto il pelo dell’acqua ormai non c’è quasi più nulla. La forza lavoro del Cantone che è formata, motivata, capace meriterebbe di trovare lavoro qui con stipendi dignitosi. Non c’è bisogno della mitica Silicon Valley: basterebbe proteggere meglio il nostro mercato del lavoro e i nostri salari.

Non è vero che non abbiamo la massa critica per garantire dei posti di lavoro dignitosi o che non ci sono aziende sane che vogliono dare un futuro a queste persone e questo Cantone. E non è neppure vero che non possiamo fare niente per un territorio che invecchia e si spopola. Potremmo fare molto se cominciassimo ad accettare di chiamare i problemi con il loro nome: bassi salari, economia fragile, frontalierato, ossia la triade alla base della nuova emigrazione ticinese.

Ammettiamolo e potremo andare avanti. Oppure possiamo raccontare le solite favolette consolatorie. E rassegnarci ad attendere le prossime cifre che diranno che, guarda un po’, ci sono più frontalieri e i nostri stipendi si sono abbassati ulteriormente.

Articolo tratto da L’Osservatore, 6.11.2021

La versione audio: L’emigrazione giovanile impoverisce il Ticino

Salari bassi: i frontalieri aumentano, i giovani emigrano

Volete leggere una notizia che non fa più notizia? Eccola qui. I frontalieri in Ticino aumentano. Alcuni di voi penseranno che è una buona cosa perché se il numero di permessi cresce vuol dire che crescono i posti di lavoro e quindi l’economia va bene. Sì e no.
È vero che quando parliamo di un’economia in crescita i posti di lavoro devono aumentare, ma teoricamente è sufficiente che aumentino in proporzione all’aumento demografico. Purtroppo nel caso del Cantone Ticino ci troviamo di fronte a una realtà scomoda di cui l’opinione pubblica inizia solo ora ad occuparsi: il Cantone non solo invecchia, ma si spopola anche. E le previsioni per i prossimi decenni non ci rallegrano. Certo, sono tante le cause di questo genere di problemi demografici, ma la principale rimane secondo noi una e ben identificabile: il lavoro.
Il mercato del lavoro in Ticino oramai soffre da almeno un decennio. Le scelte, o meglio le non scelte, di dare un chiaro indirizzo e una vocazione alla struttura economica cantonale, oggi mostrano tutti i loro limiti.
Avere un’economia diversificata può essere un vantaggio, nel senso che riesce ad attutire meglio l’andamento negativo di un settore. Tuttavia se questa strategia si basa sui bassi salari, i limiti per lo sviluppo e per il benessere dei suoi cittadini presto o tardi si manifesteranno.
In Ticino oggi abbiamo 74’200 permessi di lavoro per persone che non vivono in questo Cantone. Parliamo di quasi 1’000 persone in più rispetto al secondo trimestre di quest’anno, 2’800 in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso e quasi 9’000 in più rispetto a 5 anni fa.
A colpirci a prima vista è l’aumento nei numeri, anche se oggi è più importante analizzare i settori in cui lavorano queste persone.
Così scopriamo che la percentuale di persone occupate nel settore secondario, quello dell’industria e delle costruzioni, si riduce costantemente: oggi solo una persona su tre ci lavora. Questo significa che due persone su tre lavorano nel settore dei servizi. Tra questi spicca la crescita costante nelle attività professionali, scientifiche e tecniche come gli studi di architettura o quelli di contabilità, settori questi che occupano oltre 8’500 persone (11.5% del totale). Anche il settore delle attività amministrative e di supporto alle aziende come per esempio la ricerca e la selezione del personale occupa oggi oltre 7’200 persone frontaliere. Tutti questi settori in cui volendo potrebbero trovar occupazione anche i ragazzi e le ragazze formati residenti che però faticano a farsi assumere.
E quale è e rimane il fattore competitivo determinante? Il salario. Purtroppo sempre più la concorrenza è agguerrita e ciò che spinge i nostri giovani a lasciare il loro Cantone è proprio la mancanza di prospettive. Detto questo, non vogliamo un’economia chiusa e posti di lavoro riservati, vogliamo solo che non sia il salario più basso la ragione che esclude a priori giovani qualificati e residenti.

Estratto intervista Cronache della Svizzera italiana, Rete Uno, 4.11.2021

La versione audio: Salari bassi: i frontalieri aumentano, i giovani emigrano

Il traballante mercato del lavoro ticinese – II parte

Riprendiamo il tema del mercato del lavoro ticinese, come da articolo pubblicato il 10 settembre da tvsvizzera.it che ringrazio.

I dati statistici mostrano un Cantone sofferente su più fronti.
I salari in Ticino sono mediamente molto più bassi di quelli svizzeri, circa del 16-20%. Questo significa che in Ticino si guadagna un quinto in meno dei nostri cugini confederati. Da qualunque parte si guardino i dati, per settori, per ruoli occupati, per mansioni svolte, per età, per genere, i salari pagati dalla nostra economia, privata e pure pubblica, sono più bassi. E notevolmente più bassi sono anche i salari pagati ai frontalieri.
Ma i problemi del mercato del lavoro ticinese non li vediamo solamente nel livello dei salari, purtroppo. Le conseguenze sono tante altre. In Ticino, la percentuale delle persone che lavorano ma che non riescono a vivere del loro salario, i working poor, è tra le più alte a livello nazionale. Lo stesso accade quando guardiamo al numero di persone che deve fare più di un lavoro per vivere. O ancora, quasi paradossalmente, ci troviamo in vetta alle classifiche della sottoccupazione (persone che lavorano a tempo parziale ma vorrebbero lavorare di più). E sul tempo parziale si apre un ulteriore campo di analisi. Negli altri cantoni tendenzialmente i nuclei familiari fanno una scelta in cui entrambi i partner lavorano a tempo parziale perché i salari consentono di dedicarsi alla famiglia. Nel nostro caso purtroppo, invece, l’alto tasso di lavori a tempo parziale è sinonimo di grande precariato.
E che dire delle condizioni di lavoro femminili? Anche in questo caso purtroppo il nostro cantone appare negli ultimi posti della classifica nazionale: tassi di attività femminile tra i più bassi, differenze salariali tra uomini e donne maggiori, piccolissima presenza di donne nei quadri dirigenziali e nei posti di lavoro di responsabilità. Il quadro di certo non appare incoraggiante. Purtroppo non va meglio per i giovani che oggi possono ricevere formazioni eccellenti, sia in ambito scolastico che professionale. Anche a loro, il Paese non sembra dare risposte adeguate. I dati appena pubblicati confermano che sempre più ragazzi e ragazze abbandonano il cantone per trovare fortuna oltre Gottardo. E sicuramente le difficoltà di trovare posti di lavoro adeguati alle qualifiche e con stipendi dignitosi contribuiscono a questa emigrazione. Tanti altri sarebbero i dati che confermano un malessere del mercato del lavoro ticinese, a partire dai cinquantenni che vengono messi alla porta e non trovano più nulla dopo 30 anni di duro lavoro.
Come lo si guardi, questo quadro di indagine necessita di tutte le attenzioni della politica. È necessario intervenire affinché si possa invertire il senso di marcia. Affinché, come deve succedere in un paese sano, i giovani e le giovani non siano obbligate a lasciare la loro terra e i loro affetti. Per questo bisogna avere il coraggio di riconoscere e ammettere i problemi, ma anche le tensioni che oggi viviamo. Non si può più fingere che non ci sia rivalità e competizione tra manodopera locale e manodopera non residente. Lo scopo non è quello di attribuire colpe; lo scopo è quello di offrire opportunità anche alle persone residenti in questo Cantone.

Il Quotidiano, RSI, 17.09.2021
La versione audio: Il traballante mercato del lavoro ticinese – II parte