Accordo Stati Uniti Cina: buone notizie anche per noi

L’accordo appena siglato tra Stati Uniti e Cina sui dazi è una buona notizia. Non solo per loro, che da anni si contendono il primato globale a colpi di tariffe e ritorsioni, ma per tutti noi. È un segnale di distensione, e quando due potenze di quella taglia si parlano invece di farsi la guerra commerciale, l’aria si fa subito più respirabile. Anche per la Svizzera.

Non si tratta solo di dazi. Si tratta, prima di tutto, di ridurre l’incertezza. E l’incertezza è il peggior nemico dell’economia. Quando le persone hanno paura del futuro, consumano meno. E quando i consumi calano, le imprese producono meno, assumono meno e addirittura licenziano. In aggiunta le aziende prevedono che le cose peggioreranno e quindi investono meno. Questo rallenta l’intera economia. E rallenta ovunque.

Un accordo tra USA e Cina, quindi, ha un primo effetto immediato: riattiva la fiducia. E senza fiducia, l’economia non gira. Le aziende non pianificano, i consumatori non spendono, i governi rinviano. Ma se si ristabilisce un orizzonte stabile, allora si torna a investire, a produrre, a costruire. E la crescita riparte.

Per la Svizzera questo è particolarmente importante. Siamo un Paese esportatore. Ma non solo: i nostri prodotti fanno parte di filiere globali complesse. Pensiamo all’orologeria, alla farmaceutica, alla meccanica di precisione, all’elettronica. Importiamo materie prime e componenti da tutto il mondo, li trasformiamo qui, e poi li rivendiamo. Se le regole del gioco cambiano continuamente, o se due giganti economici si fanno la guerra, noi finiamo nel mezzo. Dobbiamo pagare di più per quello che importiamo e vendere ad un prezzo più alto quello che vendiamo: insomma, il peggiore dei mondi.

Un sistema aperto, stabile e prevedibile è la condizione minima per difendere il nostro modello economico. Più i grandi si parlano, più noi possiamo fare bene quello che sappiamo fare meglio: innovare, produrre qualità, vendere ad alto valore aggiunto.

E c’è un altro punto. Quando i mercati si chiudono, i prodotti in eccesso finiscono da qualche altra parte. Se la Cina non riesce a vendere negli Stati Uniti, quei beni cercheranno sbocchi altrove. Anche in Europa. Anche da noi. E questo significa concorrenza più aggressiva, prezzi più bassi e difficoltà per i nostri settori.

In sintesi: l’accordo tra Stati Uniti e Cina è una buona notizia perché riduce l’incertezza, protegge le catene globali di produzione e aiuta a evitare squilibri nei mercati. Non risolve tutto, ma è un passo nella direzione giusta. E per un’economia aperta come la nostra, è un passo che conta.

Sintesi dell’intervista rilasciata a Radio Ticino, 12.05.2025

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Apprendistato, basta chiacchiere!

Da anni si ripete che la formazione professionale è un pilastro del nostro sistema, che l’apprendistato è un’eccellenza svizzera, e giorno per giorno si dichiara di voler combattere la disoccupazione giovanile. Ma poi? Fatti?

 Nel 2022, il Ticino era in fondo alla classifica dei Cantoni che formano apprendisti: penultimo a livello svizzero. L’amministrazione cantonale ticinese, nel 2023, era al 4.3%, ben sotto il famoso 5% fissato come obiettivo… un obiettivo stabilito già nel 2017. Nel frattempo, le aziende che formano apprendisti continuano a diminuire, i nuovi contratti non crescono come previsto, e il progetto “Obiettivo 95%” (diploma secondario II per il 95% dei giovani) è inchiodato al 90.3%.

Eppure, le basi ci sarebbero. Il Cantone può formare in 41 professioni, ha 218 formatori attivi e ospita già quasi 200 apprendisti. Non servono grandi sforzi: basterebbe creare una trentina di nuovi posti nei prossimi due anni, come proposto nella mozione che sarà discussa il 20 maggio in Gran Consiglio. Il costo? Circa 350’000 franchi all’anno per dare un lavoro ai nostri figli. Su un bilancio da oltre 4,5 miliardi di franchi, è una spesa marginale ma un investimento strategico.

Ogni giovane formato è un potenziale lavoratore qualificato in meno da cercare all’estero. Ogni posto di apprendistato in più è un passo contro la disoccupazione, un argine alla fuga di cervelli, un’occasione di crescita per un’impresa o per un ente pubblico. E, aggiungo, un atto di coerenza: se governo e parlamento chiedono ai privati di formare, il minimo che si possa pretendere è che diano l’esempio. Ne va della credibilità della politica.

C’è poi un punto che non possiamo più ignorare: l’equilibrio di genere nelle professioni. Le ragazze continuano a orientarsi verso settori “tradizionali”, spesso con meno prospettive. Promuovere attivamente la loro presenza nelle professioni tecniche non è solo giusto, è necessario. E non basta mettere l’asterisco nei bandi: servono politiche mirate, incentivi, visibilità.

L’apprendistato fatto bene è un ascensore sociale. Ma bisogna alimentarlo, farlo funzionare, crederci davvero. Continuare con la politica dei piccoli passi simbolici, mentre il sistema scricchiola, non è più accettabile. Se vogliamo una forza lavoro preparata, integrata, radicata, dobbiamo iniziare dal principio: offrire più opportunità ai nostri giovani. Non a parole. Nei fatti.

E magari, la prossima volta che i partiti si riempiranno la bocca di “giovani”, “formazione” e “opportunità” in campagna elettorale, ricordiamoci chi ha davvero fatto qualcosa… e chi ha fatto solo chiacchiere.

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Pubblicato da Tio e Ticinonews

Trump ha fatto la prima mossa. Ma non controlla tutto il tavolo

Tanto tuonò che piovve. E alla fine, i dazi annunciati dal Presidente Trump sono arrivati. Non più minaccia, ma provvedimento. E come prevedibile, l’impatto immediato è stato più politico-mediatico che economico (se escludiamo quello sui mercati azionari). In poche ore, si sono moltiplicate dichiarazioni confuse, talvolta contraddittorie, da parte di leader politici, ministri, esperti e commentatori. Un vero eccesso comunicativo.
Una delle poche eccezioni, la presidente Karin Keller-Sutter, che, in stile tipicamente svizzero, ha preferito il silenzio fino alla conferenza stampa di giovedì quando ha comunicato che la Svizzera non attuerà misure di ritorsione.
L’introduzione di dazi selettivi ha un impatto economico che va letto con attenzione. E non basta dire che “il protezionismo porta solo disastri”. È una posizione ideologica, non un’analisi.
Ricordiamolo: i dazi sono imposte sull’importazione. Fanno salire i prezzi dei beni esteri, riducono la concorrenza, spingono la produzione interna. Ma l’impatto è asimmetrico e settoriale. Alcuni settori beneficiano, altri soffrono. Qualcuno guadagna, qualcuno perde. Se proteggi l’acciaio, rischi di penalizzare l’industria dell’auto. Se aiuti il manifatturiero, alzi i prezzi al consumo.
Vero, i dazi di Trump non sono frutto di un’elaborazione tecnica condivisa o di un modello economico trasparente. Sono decisioni politiche, spesso annunciate via social prima ancora che siano definite nelle modalità applicative. Il calcolo dei costi e benefici? Ai nostri occhi, opaco. La selezione dei settori colpiti? Sembra elettorale, ma forse è più mirata di quanto appare. In apparenza, non siamo davanti a una politica industriale organica.
Eppure, non tutto è irrazionale. Alcune imprese, anche svizzere non escludono di rilocalizzare negli Stati Uniti. Questo perché, a differenza dei cittadini, le imprese non hanno identità territoriali. Hanno vincoli competitivi. E se il costo-opportunità cambia, cambiano anche loro.
Pensare che il libero mercato sia sempre la scelta migliore, in ogni condizione, è un dogma. La globalizzazione ha prodotto vantaggi enormi, ma anche squilibri che oggi nessuno può ignorare. Trump, nel suo modo disordinato, intercetta una parte di questo problema. Anche se lo fa con strumenti discutibili.
Quello che serve ora non è la condanna morale o l’applauso ideologico. Serve tempo.
Il pallino, in questo momento, è nelle mani di Trump. Ma sarebbe un errore pensare che il gioco sia solo suo. Le reazioni dei partner commerciali, le dinamiche delle filiere globali, le decisioni delle imprese e il comportamento dei consumatori contribuiranno a ridisegnare la partita. Trump può muovere per primo, ma non controlla tutto il tavolo. E i dazi, per quanto rumorosi, sono solo una delle pedine.

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Articolo pubblicato da L’Osservatore, 5.04.2025

Svizzera? Bene, ma non benissimo

Bene, ma non benissimo. Questa potrebbe essere la sintesi delle previsioni economiche appena pubblicate dalla Segreteria di Stato dell’economia (SECO) per quest’anno e il prossimo. Rispetto a tre mesi fa, le aspettative sono leggermente peggiorate. Il prodotto interno lordo (PIL) crescerà nel 2025 dell’1,4% (prima si parlava dell’1,5%), mentre per l’anno prossimo il tasso salirà di poco, all’1,6%.
Nonostante l’incertezza che aleggia sui mercati e i due grandi conflitti ancora in corso, i consumi privati dovrebbero comunque crescere anche nel 2025. Lo stesso vale per la spesa pubblica: ci sarà un aumento dell’1,7%, un po’ meno di quello di quest’anno (1,9%).
Un altro segnale positivo arriva dagli investimenti nelle costruzioni. Dopo anni decisamente difficili, il settore è cresciuto del 2,4% l’anno scorso. Quest’anno si prevede un leggero rallentamento, ma si rimarrà su un buon +2,3%.
E ora veniamo alle note un po’ più dolenti. Gli investimenti in macchinari aumenteranno dello 0,8%, ma arrivano da un 2024 in rosso: -2,6%. Questo ci dice che le prospettive degli imprenditori per il 2025 erano piuttosto negative. Ora, almeno, si intravede un piccolo miglioramento.
Un discorso simile vale per le esportazioni di beni: nel 2024 la crescita è stata quasi nulla (+0,1%). Per il 2025, però, le stime sono decisamente più rosee: +3,1%. Speriamo bene. Anche le esportazioni di servizi andranno su (+2,5%), così come le importazioni: +2,8% per i beni e +3,5% per i servizi.
Tutto bello? Non proprio. Perché poi arriva la domanda chiave: tutto questo cosa significa per il mercato del lavoro? Beh, la creazione di nuovi posti rallenta: solo +0,8% quest’anno, contro l’1,3% dell’anno scorso. E questo si riflette sul tasso di disoccupazione, previsto in aumento: dal 2,4% del 2024 al 2,8%. Non una grande notizia.
Un piccolo lato positivo c’è: i prezzi al consumo dovrebbero rimanere abbastanza stabili, con un’inflazione prevista allo 0,3%. In pratica, il nostro potere d’acquisto – almeno in teoria – dovrebbe restare più o meno intatto.
E quindi, che si fa? Intanto si spera che i nostri partner commerciali, cioè le altre economie avanzate, crescano un po’ di più. Ma l’incertezza legata alla crisi commerciale e ai dazi imposti dal presidente Trump non va proprio in quella direzione.
Ci consola solo una cosa: che Trump, spesso, cambia idea piuttosto in fretta…

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Conti risparmio meno redditizi: «Preoccupazione, anche per l’economia»

Tassi in discesa, parla l’economista Amalia Mirante che avverte: «Attenzione perché risparmio non è solo speculazione»

LUGANO – Soldi in banca sempre meno redditizi, dopo la discesa dei tassi di interesse registrata a gennaio sui conti risparmio. A evidenziarlo, ieri, un’analisi condotta e pubblicata da Moneyland.ch i cui esperti hanno consigliato ai clienti delle banche di «confrontare» le condizioni dei conti e di «considerare alternative».

Ci chiediamo cosa ci sia dietro alla breve durata del rialzo della remunerazione dei conti, oltre alla riduzione del tasso guida da parte della Banca nazionale svizzera (BNS) e alle singole scelte delle banche.

«La spiegazione è, a mio avviso, molto più semplice di quanto si possa pensare», spiega Amalia Mirante, economista e docente universitaria. «Anche le banche, per rimanere sostenibili, devono chiudere i conti in equilibrio. Non possono, infatti, offrire ai risparmiatori interessi superiori a quelli che incassano da chi prende denaro in prestito. Se una banca applica un tasso dell’1% sulle ipoteche, non potrà riconoscere ai risparmiatori un tasso maggiore. Anzi, oltre agli interessi, deve coprire numerosi altri costi, come il personale, la gestione degli immobili e le spese operative. Infine, è importante ricordare che i conti di risparmio offrono un rischio pressoché nullo, almeno per depositi inferiori ai 100 mila franchi».

Amalia Mirante, oggi in media per un conto di un adulto si riceve al momento lo 0,35%, a fronte dello 0,50% di fine 2024 e dello 0,80% di fine 2023. È un calo che ci deve preoccupare?
«In effetti, può essere una fonte di preoccupazione anche per l’economia. Si stima che un tasso di interesse sano a livello macroeconomico dovrebbe aggirarsi tra il 2 e il 3%, non solo per remunerare il capitale in maniera corretta, ma anche per garantire che le politiche monetarie abbiano successo».

Il direttore di Moneyland.ch ha ipotizzato che «gli interessi sui risparmi scenderanno ulteriormente nel corso di quest’anno», dobbiamo cambiare qualcosa nel nostro approccio al risparmio a basso rischio?
«Non penso. Le ragioni che ci portano a risparmiare non sono solo di natura “speculativa”, anzi. Mi riferisco alla necessità di accumulare dei risparmi per acquisti di beni durevoli (automobili), al motivo precauzionale che ci spinge a tutelarci da possibili emergenze finanziarie e al desiderio di trasmettere capitale ai nostri figli: sono solo alcune delle ragioni che spiegano la nostra volontà di risparmiare».

A chi vuole lasciare il suo denaro su un conto risparmio, gli esperti consigliano di confrontare le offerte tra i vari istituti.
«Fare i confronti tra diversi istituti è una buona idea, tuttavia, oltre al rendimento sul conto risparmio, è sempre importante tenere conto del rapporto di fiducia che si ha con la propria banca. Proprio questa, insieme ai possibili costi e alla possibilità di avere servizi quasi personalizzati, parrebbe essere una delle ragioni che tratterebbe gli svizzeri dal cambiare banca».

Per avere rendimenti superiori dobbiamo per forza accettare rischi maggiori e pensare a un portafoglio azionario diversificato?
«Sono una economista “vecchio stile” che ritiene che la fonte primaria di guadagno per la maggior parte delle persone sia il lavoro. Non esistono guadagni facili: per far rendere il proprio patrimonio “solo” grazie al trascorrere del tempo, meglio affidarsi agli esperti del settore, ricordando tuttavia, che più aumenta il rendimento più aumentano i rischi. La domanda che mi faccio come piccola risparmiatrice è se vale davvero la pena di correre il rischio di perdere i risparmi fatti con sacrificio per un piccolo incremento di redditività».

Intervista di Paolo Contangelo, pubblicata su Ticinonline e 20minuti che ringraziamo

L’economia nel nuovo anno fra ottimismo e prudenza

Come stanno le principali economie industrializzate? Ci sarà qualche bel regalo sotto l’albero di Natale o i pacchi resteranno vuoti?

I dati sull’inflazione, nonostante un leggero aumento a novembre, restano rassicuranti. Negli Stati Uniti l’indice dei prezzi al consumo su base annua è salito al 2.7%, nell’Eurozona al 2.3%, mentre in Svizzera si attesta allo 0.7%. Questi ultimi sono ben lontani dai picchi del 3.5% dell’agosto 2022 o del 3.4% di febbraio 2023.

L’ottimismo sui prezzi ha spinto la Banca Nazionale Svizzera (BNS) e la Banca Centrale Europea (BCE) a ridurre i tassi di interesse di riferimento. La BCE ha tagliato di 0.25 punti percentuali, portandoli tra il 3% e il 3.4%. La BNS ha invece sorpreso con una diminuzione di 0.5 punti, fissando il tasso allo 0.5%. Questa mossa potrebbe anche mirare a frenare la forza del franco svizzero, ancora troppo elevata per non penalizzare le esportazioni e il turismo. Alcuni analisti non escludono un ritorno ai tassi negativi entro la fine del prossimo anno, anche se è bene rimanere prudenti, considerata la volatilità del contesto economico globale. Anche la Federal Reserve, attesa alla sua prossima riunione, potrebbe seguire questa tendenza di ribasso.

Se i cittadini possono beneficiare dei tassi più bassi, i dati sulla crescita del Prodotto Interno Lordo (PIL) lasciano meno spazio alla soddisfazione. Negli Stati Uniti, il PIL del terzo trimestre ha registrato un solido +2.8%, confermando la ripresa dell’economia americana. L’Eurozona e la Svizzera, invece, arrancano: il PIL europeo è aumentato di appena lo 0.4%, mentre quello svizzero si ferma a un modesto +0.2%.

Per il 2025, le previsioni non sono molto migliori: l’Unione Europea dovrebbe crescere attorno all’1.1%, mentre la crescita Svizzera è attesa tra l’1.1% e l’1.5%. Il quadro resta fragile, influenzato da fattori come i conflitti in Ucraina e in Medio Oriente, i rincari energetici e le tensioni commerciali, che continuano a gravare sulle economie occidentali.

Sul fronte occupazionale, il terzo trimestre mostra una certa stabilità. L’occupazione europea è cresciuta dello 0.2% su base trimestrale, mentre in Svizzera l’aumento su base annua è stato dello 0.3%. Tuttavia, non mancano segnali di allarme: il tasso di disoccupazione è tornato a salire sia negli Stati Uniti sia in Svizzera nell’ultimo mese.

Tirando le somme, cosa possiamo augurarci per questo periodo natalizio? In uno scenario ideale, i consumatori potrebbero ritrovare fiducia, contribuendo a sostenere i consumi. Ma è evidente come l’incertezza economica e il costo della vita spingano molti a una maggiore prudenza. Auguriamoci che il 2025 porti una ventata di ottimismo e un ritorno a condizioni economiche più favorevoli. Del resto, il periodo delle festività dovrebbe essere un’occasione per guardare al futuro con un pizzico di speranza.

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Pubblicato da L’Osservatore – 14.12.2024

La disoccupazione cresce: non facciamo gli struzzi!

Nessuno ama parlare di disoccupazione, sottoccupazione e povertà, tanto meno chi governa il Paese.
“Lassù” si preferiscono narrazioni rasserenanti. Si racconta di un Cantone Ticino innovativo e all’avanguardia dove poli di eccellenza nascono come funghi. Una piccola Silicon Valley pronta a partire alla conquista del mondo.
Sfortunatamente, la realtà è ben diversa. Proprio ieri mattina sono arrivati i dati della disoccupazione nel Cantone Ticino calcolata secondo il metodo dell’organizzazione internazionale del lavoro (ILO).
Questa stima poggia su basi statistiche: include le persone che non hanno un lavoro e lo stanno ancora cercando. Differisce dalla disoccupazione “ufficiale” della Segreteria di Stato dell’economia (SECO) che si limita a contare gli iscritti presso gli Uffici Regionali di Collocamento (URC).
Non tutti i disoccupati sono iscritti, come sapete bene.
Le nostre autorità preferiscono la statistica SECO anche perché permette di raccontare una storia tranquillizzante: il canton Ticino avrebbe un tasso di disoccupazione bassissimo, 2.4%: “solo” 4’000 disoccupati.
Eppure, la nostra realtà, quella che vediamo attorno a noi, appare molto diversa: chiunque di noi conosce vicini che non trovano lavoro, hanno figli o figlie che faticano a inserirsi, lavoratori esperti licenziati che non riescono a ricollocarsi. Autorità ed esperti dicono che si tratti di una percezione. Ma non lo è.
I dati ILO confermano che quello che le persone sentono sulla loro pelle corrisponde alla realtà. Queste cifre ci dicono che in Ticino le persone disoccupate in cerca di un lavoro e disposte a lavorare sono oltre 13’200. Il tasso di disoccupazione è al 7.3%, ben tre volte il dato della SECO. Per trovare un numero così alto di persone disoccupate, dobbiamo tornare al periodo Covid. Solo chi è in mala fede può sorprendersene: basterebbe guardare ai dolorosi licenziamenti e ristrutturazioni in atto nelle aziende ticinesi.
Non sono numeri: queste sono persone e intere famiglie in difficoltà la cui situazione non fa altro che aggravarsi di mese in mese con il peso degli aumenti: cassa malati, affitti ed energia, ecc. Queste persone meriterebbero di non essere considerate “una percezione”.
Fino a qualche anno fa si poteva contare sull’appoggio delle generazioni più anziane; ora anche questo inizia a scricchiolare: non riescono ad aiutare se stesse, figuriamoci figli e nipoti. E che dire delle nuove generazioni che seguono con impegno il consiglio dei governi e dei partiti di formarsi il più possibile e che poi, una volta arrivato il diploma, devono emigrare oltre Gottardo?
Per parafrasare lo sfortunato slogan del periodo pandemico: non andrà tutto bene, tutt’altro. Se si finge di non vedere il problema, se lo si ignora o addirittura lo si nega, le cose non potranno che peggiorare. Le soluzioni non sono facili, certo. Ma qua non le si sta nemmeno cercando. E se si insiste a dire che tutto va bene, sicuramente non le troveremo. È un esercizio di negazione di massa la cui responsabilità ricade pienamente su chi dovrebbe avere in mano le redini del cantone e sceglie, invece, di tenere la testa ostinatamente nascosta sotto la sabbia.

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Finanziamento dei sistemi previdenziali: dalle urne un invito a trovare nuovi modelli

Ancora una volta la maggioranza dei cittadini ha detto no alla riforma del II pilastro. Lo aveva già fatto nel 2010 e nel 2017.
Per i contrari non è stato difficile far capire ai cittadini che questa riforma avrebbe comportato una riduzione del loro benessere in relazione ai contributi versati. Eppure, non sarebbe stata la prima volta che il popolo svizzero, per garantire stabilità al sistema, votava “contro i suoi interessi di breve periodo”. Pensiamo al rifiuto delle sei settimane di vacanze, agli aumenti dell’IVA o ancora all’innalzamento dell’età di pensionamento delle donne. E allora perché questa volta il popolo svizzero ha deciso di essere meno “svizzero”?
Nei prossimi mesi gli analisti diranno quali sono state le ragioni che hanno spinto i cittadini a votare no, ma una di queste ci sentiamo di anticiparla con una certa sicurezza. A differenza di buona parte dei media mainstream e degli analisti sorpresi dal voto, molti di noi hanno da subito ritenuto che l’errore commesso nel calcolo del finanziamento dell’AVS e dichiarato nel mese di agosto con modalità a dir poco rocambolesche, avrebbe giocato un ruolo determinante. In un sistema come quello svizzero, fortemente democratico, dove i cittadini sono sovente chiamati alle urne, la certezza dei dati e dei fatti deve essere sempre garantita. I cittadini sono liberi di votare anche tirando la monetina, ma quando si tratta di cifre e quindi di qualcosa che dovrebbe essere poco opinabile, deve esserci la certezza della solidità e della fiducia nelle nostre istituzioni. Questo è venuto a mancare.
Probabilmente il Consiglio Federale avrebbe dovuto rimandare la votazione attendendo dati “certi” sull’evoluzione dei conti delle assicurazioni sociali così da riguadagnare la fiducia dei cittadini. Ma così non è stato fatto e si è andati incontro a un esito abbastanza scontato.
E ora, come risolviamo i problemi dei nostri sistemi previdenziali? Con una stagione che si preannuncia di bassi tassi di interesse la situazione potrebbe ulteriormente aggravarsi. Per questo è necessario cambiare completamente paradigma e anziché proporre cerotti che non vanno a curare il sistema bisogna creare nuovi modelli assicurativi e previdenziali pensati per la società odierna. L’ennesimo aumento dei premi cassa malati mostra tutti i limiti degli strumenti del nostro stato sociale. Se vogliamo veramente preservarlo, è ora di avere lo stesso coraggio che hanno avuto i nostri predecessori nell’introdurre l’AVS, il II pilastro e la cassa malati obbligatoria. Strumenti ottimi, ma che purtroppo non risultano più utilizzabili in una società in cui nascono meno bambini, ci si forma di più e si vive più a lungo. Ci vuole coraggio a rimettere tutto in discussione e proporre modelli nuovi, ma questo è il momento giusto.

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Pubblicato da L’Osservatore, 28.09.2024

Previsioni economiche Svizzera: bene, ma non benissimo…

Mentre la Federal Reserve (Fed) decideva di ridurre i tassi di interesse di 50 punti base, portandoli in un intervallo tra il 4.75 e il 5%, in Svizzera venivano pubblicati dei dati non altrettanto rassicuranti.
Nel mese di agosto, le esportazioni e le importazioni di merci in termini reali sono scese rispetto al mese precedente che già registrava una riduzione di entrambe le voci. Per quanto riguarda le vendite all’estero, i settori principalmente toccati sono stati quello dei prodotti chimici e farmaceutici, quello dei metalli come pure i macchinari di precisione. Sul fronte delle importazioni si segnalano le riduzioni importanti di prodotti energetici, di strumenti di precisione e nel settore dell’elettronica. Al contrario, in questo caso si è registrato un aumento dei prodotti chimici e farmaceutici. Quest’ultimo andamento potremmo leggerlo con un po’ di ottimismo pensando che parte di queste importazioni sarà destinata alla produzione dei prossimi mesi e quindi a una possibile crescita del settore chimico farmaceutico.
Nonostante questi dati, le previsioni per la fine dell’anno delle esportazioni restano positive. La Segreteria di Stato dell’economia (SECO) ha stimato per il 2024 una crescita dei beni del 5.1% e dei servizi del 2.3%. L’andamento dei consumi privati rimane positivo (+1.5%) esattamente in linea con quello dei consumi dell’amministrazioni pubbliche. Anche il settore delle costruzioni, che l’anno scorso aveva segnato una riduzione del -2.7%, sembrerebbe confermare il suo momento positivo (+0.5%). Ciò che preoccupa un po’ gli economisti sono gli investimenti in macchinari, la cui previsione si colloca al -2%. Questo, potrebbe significare che gli imprenditori pensano che la domanda non andrà troppo bene e che quindi non sarà necessario aumentare la produzione e di conseguenza gli investimenti. Ma noi sappiamo che le cose possono cambiare e quindi speriamo in bene. In totale, la previsione dell’aumento del prodotto interno lordo (PIL) sarà per il 2024 dell’1.2%.
Questa crescita, seppur positiva, rimane una crescita abbastanza contenuta e, in effetti, il tasso di disoccupazione medio per quest’anno dovrebbe salire dal 2% al 2.4%. Una buona notizia però c’è: l’indice dei prezzi del consumo, ossia l’inflazione, dovrebbe finalmente tornare a livelli stabili. Il tasso previsto per quest’anno sarà dell’1.2%.
Notizie ancora più buone riguardano l’anno prossimo, anno in cui l’aumento dei prezzi dovrebbe limitarsi allo 0.7%. Questo, insieme all’andamento positivo dei consumi privati, della spesa dello Stato, degli investimenti in costruzioni e della ripresa di quelli in beni di equipaggiamento, come pure della crescita delle esportazioni, dovrebbero portare il prodotto interno lordo a crescere nel 2025 dell’1.6%.
Anche per l’anno prossimo, quindi non sarà prevista una crescita esorbitante, ma probabilmente dobbiamo anche abituarci che è finita l’epoca di tassi di crescita superiori al 2%. Questo, non significa per forza che le cose andranno male. Se questo tasso sarà sufficiente a garantire di compensare l’aumento della popolazione e l’impatto del progresso tecnologico, le persone potranno andare avanti ad avere un lavoro e di conseguenza un reddito. Per cui ancora una volta, leggiamo la realtà oltre i dati.

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La Banca Centrale Europea abbassa i tassi

“Tanto tuonò che … piovve” La Banca centrale europea (BCE) ha finalmente deciso di abbassare i tassi di interesse di riferimento di 0.25 punti percentuale. Ad oggi i tassi oscillano tra il 3.75% e il 4.5%. La notizia era talmente attesa che i mercati di fatto non hanno avuto nessuna reazione. Ancora una volta vediamo quanto siano importanti le aspettative in economia. Se l’annuncio fosse arrivato in maniera inattesa o se al contrario la Banca centrale europea non avesse abbassato i tassi di interesse, il mercato avrebbe avuto reazioni molto diverse. Invece, in questo caso la notizia era stata stra-annunciata. Non siamo in grado di dirlo con certezza, ma è molto probabile che questi mesi di continue anticipazioni e conferme che si sarebbe andati in questa direzione, siano proprio serviti a fare in modo che le reazioni fossero piuttosto contenute e controllate.

Questo in effetti accade quando le strategie di politica economica delle banche centrali sono ritenute valide e il comportamento preannunciato attendibile. In questo caso quindi gli agenti si comportano di conseguenza fidandosi delle istituzioni monetarie.

Così è stato anche nel caso del tasso di interesse di riferimento in Europa, l’Euribor a un mese. In concreto, questo tasso che è quello utilizzato come riferimento per i prestiti a tasso variabile, è passato dal 3.85% del 6 maggio al 3.68% del 5 giugno. La comunicazione della BCE è avvenuta il giorno dopo. In questo caso il mercato ha di fatto modificato il suo andamento in funzione di quello che sarebbe successo in seguito.

Sono celebri i casi in economia in cui si cerca attraverso le aspettative di modificare il comportamento degli agenti economici. Pensiamo al 6 settembre 2011 quando la Banca nazionale svizzera (BNS) in maniera del tutto inaspettata dichiarava che avrebbe mantenuto una soglia minima del tasso di cambio di 1.20 franchi per un euro. In quel momento la speculazione era molto grande e con questa comunicazione la BNS sperava di spingere gli investitori a rallentare la loro rincorsa al franco svizzero. A onor del vero, in questo caso l’effetto sperato fu piuttosto contenuto, non tanto per mancanza di credibilità dell’operato della Banca Nazionale, quanto piuttosto perché le forze in campo (quantità di moneta in euro e quantità di moneta in franchi svizzeri) erano molto spropositate. Ma questo non significa che le dichiarazioni di politica economica, non abbiano influenzato il comportamento degli agenti, anzi.

In conclusione, le decisioni della BCE e di altre istituzioni monetarie mostrano chiaramente quanto sia cruciale la gestione delle aspettative economiche. La fiducia nelle strategie annunciate e la loro credibilità giocano un ruolo determinante nel modo in cui i mercati reagiscono. Questo dimostra l’importanza di una comunicazione chiara e anticipata per garantire stabilità e prevedibilità nei mercati finanziari.