Il debito pubblico è un bosco che non muore mai

Non abbiamo fatto ancora in tempo ad assaporare la ripresa economica, che già una nuova variante mette in discussione le misure di allentamento e di conseguenza la tenuta delle finanze pubbliche.
In questi mesi la maggior parte delle nazioni sviluppate ha messo in campo molte risorse per sostenere le aziende e cittadini. La politica fiscale fatta di riduzione delle imposte e delle tasse ha implicato minori entrate. Quella fatta di aiuti diretti, sussidi e contributi ha causato maggiori uscite. Presto fatto: gli Stati hanno chiuso i conti del 2020 in negativo. Tecnicamente quando le entrate di uno Stato in un anno sono inferiori alle sue uscite, parliamo di deficit o di disavanzo. Al contrario si parla di avanzo (anche se è raro che le Nazioni chiudano in “utile” anche perché vorrebbe dire che stanno tassando troppo i propri cittadini).
La Svizzera ha chiuso il 2020 con una perdita di 15.8 miliardi di franchi. Per avere un termine di paragone pensiamo che il valore di tutta la produzione annuale di beni e servizi, il famoso PIL, è di circa 720 miliardi.
Se sommiamo tutti i disavanzi e gli avanzi da quando uno Stato è nato otteniamo il suo debito pubblico. Quello svizzero a fine 2020 ammontava a circa 104 miliardi di franchi. È aumentato dall’anno prima di 7 miliardi.
A differenza di quanto succede per le aziende, però le nazioni possono sopravvivere nel tempo anche se continuano a registrare delle perdite. In effetti, il debito pubblico è un debito un po’ speciale. Innanzitutto la maggior parte del debito è un debito che cittadini hanno nei confronti di loro stessi. Mi spiego meglio. Quando lo Stato ha bisogno di risorse oltre a indebitarsi con le banche può chiedere prestiti attraverso le obbligazioni. I cittadini, le aziende, gli altri Stati possono comprare questi “pezzettini di carta” in cui lo Stato si impegna a restituire i soldi prestati dopo un certo numero di anni e a ringraziare pagando un tasso di interesse. Di solito la maggior parte delle obbligazioni sono comprate proprio da persone e aziende che vivono in quel paese. Quindi lo Stato che è l’insieme dei cittadini di indebita per soddisfare i loro bisogni facendosi prestare i soldi dai suoi stessi cittadini. Vedete, alla fine i cittadini sono debitori nei confronti di loro stessi. Anche se è vero che oggi le economie sono aperte e quindi anche i cittadini, le aziende e gli altri Stati possono comperare le obbligazioni, la maggior parte del debito rimane nelle mani interne. In Svizzera si stima che più dell’80% del debito è nelle mani di investitori svizzeri.
Un altro mito da sfatare è l’idea che “prima o poi il debito dovrà essere ripagato”. In realtà non è proprio così vero. Il debito pubblico è un po’ come se fosse un bosco che non muore mai e dove gli alberi vecchi vengono sostituiti da quelli nuovi. Quando le vecchie obbligazioni arrivano in scadenza, di solito sono rimpiazzate con nuove emissioni che vengono sottoscritte. Per cui il debito si rinnova.
Detto questo, anche se non esiste un limite al debito pubblico, la gestione delle finanze dello Stato deve essere assolutamente rigorosa e mirare all’obiettivo della parità di bilancio rispettando sempre i principi di una amministrazione equa, efficiente ed efficace.

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La disoccupazione scende, ma il lavoro rimane malato

La disoccupazione è scomparsa. O quantomeno è quello che potrebbe indicarci una lettura un po’ frettolosa dei dati appena pubblicati dalla Segreteria di Stato dell’economia (SECO). Il tasso di disoccupazione nel mese di giugno a livello nazionale è sceso al 2.8%. Esattamente uguale a quello cantonale.
Ma attenzione è ancora presto per dire che la crisi è passata. Se da una parte ci sono segnali incoraggianti, dall’altra non mancano fatti che ci invitano a una certa prudenza.

È innegabile che a livello nazionale ma anche internazionale sia in atto una ripresa generale delle attività economiche. Le notizie di questi ultimi giorni confermano che la crescita dei paesi dell’Unione Europea sarà più sostenuta di quanto previsto. E lo stesso vale per la Svizzera. A questo aggiungiamo l’euforia che nasce dalla fine delle restrizioni, da una voglia ancora maggiore di vacanze e da un clima di festa trascinato anche dagli europei di calcio. Sì, le cose sul fronte dei consumi stanno andando bene.
Attenzione però, agli altri segnali. Innanzitutto dobbiamo considerare che l’effetto positivo degli aiuti della Confederazione e dei Cantoni alle aziende non si è ancora esaurito. Ancora negli ultimi mesi ci sono aziende che usufruiscono dell’orario ridotto e della liquidità dei crediti Covid. In questo senso anche se gli istituti di ricerca non prevedono ondate di fallimenti, dobbiamo piuttosto essere prudenti e pensare in termini regionali. Purtroppo in Ticino sono già stati annunciati licenziamenti e riduzioni di posti di lavoro da alcune grandi aziende nel settore della farmaceutica e della meccanica. Evidentemente di questi non c’è ancora traccia nei nostri dati sulla disoccupazione.
Come non c’è traccia degli altri fattori che ci indicano lo stato di salute del mercato del lavoro. Bassi salari, condizioni di lavoro precarie, assenza di possibilità di carriera rimangono purtroppo caratteristiche del cantone.
E il tasso di disoccupazione non ci dice tanto altro. Per esempio che nel Canton Ticino negli ultimi mesi sono spariti tanti posti di lavoro a tempo pieno, mentre ne sono stati creati a tempo parziale. Questo con tutti i limiti che consociamo.
E che dire dei giovani appena laureati o diplomati, a cui facciamo i nostri migliori auguri? Se tra qualche mese non avranno trovato un posto di lavoro in linea con le loro competenze, capacità e aspettative, di certo non li troveremo iscritti presso gli uffici regionali di collocamento, ma già sul treno verso Zurigo.

Come non vi fidereste del vostro medico se usasse solo il termometro per farvi una diagnosi, così il tasso di disoccupazione da solo non basta più. Questo e tanto altro deve essere analizzato se vogliamo guarire il mercato del lavoro ticinese che è ancora malato.

Sotto il mio contributo a Ticinonews – Teleticino, 08.07.2021

La versione audio: La disoccupazione scende, ma il lavoro rimane malato
Ticinonew, Teleticino, 08.07.2021

Forza Svizzera! E forza alle altre “Cenerentole” degli Europei!

Questa sera si disputeranno i quarti di finale che vedono coinvolte due nazioni da noi amate: la Svizzera e l’Italia. Per entrambe tiferemo a squarciagola.

Detto questo, segnaliamo che questi europei finora sono stati gli europei delle sorprese: le piccole Cenerentole del calcio stanno regalando grandi sogni. Eh sì, perché come avviene in generale nello sport, ci piace pensare che in campo tutti abbiamo le stesse opportunità di vincere e che il risultato non dipende da quanto siamo ricchi o potenti. Eppure anche nello sport come nella vita le differenze ci sono e le disuguaglianze pure. Vediamole.

Grazie alle statistiche pubblicate da Transfermarkt che è un sito che si occupa di informazioni calcistiche possiamo scoprire quale è il valore di mercato delle nazionali e capire perché le piccole Cenerentole ci fanno sognare. L’Inghilterra è la nazionale più preziosa: la somma del valore di mercato dei suoi giocatori è di ben 1.3 miliardi di euro (ca. 1.4 miliardi di franchi svizzeri). Il suo giocatore più caro è Harry Kane che vale 120 milioni di euro. Cioè se voi voleste comperarlo per la vostra squadra di calcio, dovreste sborsare questa cifra. Ma è la Francia che può vantare il giocatore più prezioso di questi Europei che è Kylian Mbappé che vale ben 160 milioni di euro. Sì, proprio quel Mbappé che ha sbagliato l’ultimo rigore decisivo con la Svizzera e che ha consentito alla nostra Cenerentola di passare il turno e qualificarsi per gli ottavi. Per onestà di cronaca dobbiamo dire che la “povera” Svizzera che vale “solo” 283 milioni di euro contro i francesi ha giocato la partita del secolo meritandosi questo risultato. E a proposito di questa partita epocale Forbes si è divertita a paragonare le due squadre. E così ci dice che il valore dell’intera formazione svizzera scesa in campo era l’equivalente di quello del solo campione francese o che il valore dei calciatori che hanno tirato i rigori per la Grande Nazione era di quasi 300 milioni di euro, 6 volte quello della Confederazione. Ma questa differenza economica non è bastata a far pendere l’ago della bilancia dalla parte del più ricco. Come non è bastata nel caso dell’incontro tra l’Olanda che vale 637 milioni di euro e la Repubblica Ceca che vale meno di un terzo (197 milioni).

E torniamo ai nostri quarti di finale. Se la partita tra Italia e Belgio rappresenta un incontro tra ricchi (764 milioni la prima e 670 la seconda), il contrario vale per la Svizzera che dovrà vedersela con la Spagna (283 milioni contro 915) e ancora di più con l’Ucraina tra le più povere del torneo (197 milioni) che si scontrerà con il miliardo e trecento milioni dell’Inghilterra.

Ma le partite non si giocano solo con i miliardi e questo torneo finora ci ha mostrato che sognare non costa nulla. Per cui speriamo che la mezzanotte non suoni ancora per le nostre belle Cenerentole e che possano andare avanti a gustarsi il ballo a palazzo reale.

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Ticino: è davvero necessario un piano di investimenti pubblici?

Riporto oggi la seconda parte dell’intervista fatta dal Prof. Remigio Ratti all’On. Sergio Morisoli e alla sottoscritta. Le risposte sono state pubblicate dal Federalista con alla direzione Claudio Mésionat che ringrazio per l’ospitalità.

Domande: Quali scenari intravvedete concernenti l’evoluzione cantonale per il prossimo decennio? Su quali obiettivi e su quali priorità puntare? È inevitabile pensare alle risorse da mettere in atto; come valutate la situazione? A quali condizioni e quindi con quali margini di manovra? Pensare a un Recovery Plan ticinese, sarebbe realistico oppure sarebbe un piano di pura facciata?


I disavanzi a cui ci riferiamo oggi non sono preoccupanti perché frutto della crisi economica mondiale che stiamo vivendo. Le misure di sostegno congiunturali, anche se di grandi dimensioni (cosa che non è il caso per il nostro Cantone), non rappresenterebbero un problema. Il problema sta nel fatto che il disavanzo è un disavanzo strutturale. È il frutto delle scelte politiche fatte dal parlamento e dai cittadini negli ultimi anni. A queste si aggiungono, oramai come consuetudine, gli oneri della Confederazione. Date queste premesse credo proprio che sia il momento di occuparsi di un’analisi dettagliata delle spese dello Stato: non di certo per tagliare compiti che sono frutto di scelte della società, ma per riuscire finalmente a realizzare misure di efficienza nell’uso delle risorse. Più riusciamo a ottimizzare e a eliminare inefficienze, più avremo a disposizione risorse senza dover aumentare i carichi fiscali.
Detto questo, la possibilità di un Recovery Plan ticinese o meglio di un progetto di investimenti non è da escludere. Naturalmente per mettere in atto programmi che servano a risolvere i problemi del Cantone è necessario tempo, una visione a medio termine e una stretta collaborazione pubblico-privato. Ma attenzione anche qui dobbiamo intenderci. La collaborazione pubblico-privato spesso in Ticino è stata intesa come i costi al pubblico, i benefici al privato. Non è evidentemente questa la strada da seguire. Una vera collaborazione implica costi e benefici equamente suddivisi. Tanti sono i settori su cui si potrebbe puntare, tra questi quello clinico-ospedaliere, della farmaceutica, della meccanica ed elettronica, dell’intelligenza artificiale, e della sostenibilità energetica. Senza dimenticare tutto ciò che già esiste nel nostro Cantone e che potrebbe essere sostenuto nella messa in rete, nel perfezionamento professionale, nella transizione alla digitalizzazione o all’automazione. Il settore del turismo, quello delle costruzioni, il settore bancario o quello del commercio delle materie prime: senza dubbio i prossimi anni saranno anni di cambiamento.
L’obiettivo primario dell’azione politica deve essere quello di sostenere la transizione verso un tessuto economico solido e competitivo. L’obiettivo che mette d’accordo tutti i possibili conflitti come quello tra giovani e anziani, tra lavoratori indigeni e stranieri, tra apertura e chiusura verso l’Europa è quello di rendere il Cantone attrattivo in termini di posti di lavoro qualificati, stipendi e qualità di vita. Potrebbe apparire uno slogan, in realtà se prendessimo tutte le decisioni guidati da questo proposito probabilmente avremmo già fatto i cambiamenti che gli studi e i progetti politici del passato invocavano. Andiamo a rileggere il rapporto Kneuschaurek del 1964 che già allora metteva in guardia dall’errore di confondere lo sviluppo quantitativo dei settori economici con quello qualitativo. Quante volte ci sentiamo dire che abbiamo creato tantissimi posti di lavoro? Ma questo non è sufficiente. Se non c’è un aumento della produttività, se non sono posti di lavoro qualificati, se non sono destinati alle persone residenti, saranno posti di lavoro a salari bassi che nulla o poco contribuiscono allo sviluppo del Cantone. Sono passati quasi 60 anni dal rapporto commissionato al Prof. Kneuschaurek in cui si chiedeva di redigere uno studio sulla situazione economica del Cantone. Tanto è stato fatto da allora, ma ancora tanti sono i limiti della nostra economia che non abbiamo risolto. Questo studio e tutti quelli che sono stati condotti nel corso degli anni dovrebbero essere la base di partenza per un lavoro di analisi fatto da esperti in collaborazione con il Consiglio di Stato, o quanto meno con una sua rappresentanza. L’errore che credo si commetta oggi è quello di creare gremi in cui regna la concordanza e il consenso politico ancora prima della ricerca delle soluzioni. Questo porta ad avere soluzioni condivise, ma talmente frutto di compromessi e mediazioni che anche quando si trovano, risultano inefficaci. Il lavoro deve essere svolto in una prima fase in maniera indipendente. Solo in seguito deve essere messo in discussione e migliorato attraverso il confronto con la politica, le associazioni, i portatori di interessi e infine con i cittadini. Il risultato del confronto e della mediazione è sano se parte dalla ricerca di una soluzione che però non deve essere per forza una soluzione condivisa a priori da tutte le parti.

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Copertura dell'A2 nell'Alto Vedeggio, un progetto vivo
Immagine della copertura dell’A2 del Progetto Alto Vedeggio (PAV)

Covid-19: un’occasione per il Cantone che può ripensarsi

Qualche settimana fa ho risposto alle domande poste dal Prof. Remigio Ratti. Le mie risposte insieme a quelle dell’On. Sergio Morisoli sono state pubblicate dal Federalista con alla direzione Claudio Mésionat. Ve ne ripropongo alcuni estratti.

Questa pandemia è stato un evento eccezionale e deve essere trattato come tale. Dal punto di vista economico abbiamo assistito a una crisi “duplice” che ha toccato offerta e domanda in contemporanea. Abbiamo visto fermarsi la produzione e nello stesso momento impedire ai cittadini il consumo.
Passato il senso di smarrimento e incredulità verso quanto stava accadendo, abbiamo preso finalmente coscienza dei limiti della globalizzazione e della delocalizzazione. Abbiamo scoperto che la nostra dipendenza dalla Cina è molto più grande di quanto immaginassimo. Abbiamo dovuto fare i conti con i limiti di un’economia che ha pensato troppo presto di poter vivere solo di servizi e non più di industria. Tutto ad un tratto il mondo “avanzato” si è accorto che necessitava di beni reali che non sapeva più produrre: medicine, macchinari, respiratori, disinfettanti, tutto era al di fuori dei nostri confini. Ma questa presa di coscienza è servita anche per risvegliare l’imprenditorialità e l’innovazione che sembravano un po’ dormienti.
In contemporanea le aziende di servizi potevano sfruttare l’occasione di accelerare il percorso di digitalizzazione e di riorganizzazione del lavoro che già era in atto senza doversi scontrare con le resistenze che lo frenavano. Abituare i collaboratori e le collaboratrici a lavorare al proprio domicilio, insegnare ai clienti a svolgere le proprie attività bancarie, istruire gli anziani per fare la spesa online. Difficilmente senza questa crisi saremmo riusciti a cambiare così rapidamente le nostre abitudini. Dovremo capire se questi cambiamenti sono o meno definitivi e soprattutto come gestirne le conseguenze.
Anche in questa occasione, la Svizzera ha tutte le carte in regola per approfittare al meglio del momento di transizione. Se come più volte fatto in passato riuscirà a sfruttare la sua dimensione contenuta, la sua rapida capacità di adattamento, la flessibilità del suo mercato del lavoro ne uscirà ancora più rafforzata. Probabilmente potrebbe anche essere l’occasione per in parte rivedere la sua dipendenza dall’estero in alcuni settori o quanto meno non accentuarla come sembrava essere l’interesse di una parte politica del Paese. Non si tratta evidentemente di pensare a un’economia di sussistenza, ma certo è che un ripensamento sui settori strategici per il Paese va fatto.
Discorso diverso per quanto attiene al Cantone Ticino che potrebbe ripensarsi a partire da questa crisi. I segnali di rallentamenti e di difficoltà per alcuni settori erano presenti ben prima dello scoppio della pandemia, come pure erano note le debolezze del nostro tessuto economico a partire dalla sua composizione e finendo ai salari. Lo stesso vale per l’assenza di centri decisionali, per uno spirito imprenditoriale sano poco sostenuto al contrario di uno “malsano” accettato, per la mancanza di posti di lavoro qualificati dell’amministrazione federale o della cancellazione di quelli delle ex-regie.
Ma l’opportunità di prevedere una nuova visione del Cantone non dipende tanto da questa crisi, quanto piuttosto dalla volontà politica di riconoscere le difficoltà di questo Paese per risolverle in un’ottica di medio termine. Non riusciremo a modificare la nostra struttura economica in un paio di anni, come non saranno investimenti pubblici in infrastrutture a dare lavoro ai nostri giovani che sono costretti ad emigrare verso Nord. Il progetto politico, economico e sociale dovrà avere uno sguardo molto più lungo.

Sono fermamente convinta che il contesto nazionale per il Cantone Ticino rappresenti un punto di sicurezza e di vantaggio più che un limite. Sarebbe un bene per tutti noi avvicinarci di più al resto della Svizzera, non il contrario.
Detto questo, il problema è che non abbiamo abbastanza peso e non siamo sufficientemente ascoltati a livello federale o quanto meno non c’è abbastanza riconoscimento per il prezzo che paga il Cantone (non siamo gli unici) per le scelte che avvantaggiano il resto della Svizzera. Penso ad esempio agli accordi di libera circolazione e all’impatto che questi hanno sul mercato del lavoro ticinese. La Confederazione dovrebbe “risarcire” il cantone Ticino e gli altri cantoni di frontiera per gli svantaggi che traggono. Chiave di riparto modificata, posti di lavoro e sedi di autorità federali potrebbero rientrare in questa logica.

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Disoccupazione in calo? Forse…

I dati appena pubblicati dalla Segreteria di Stato dell’economia (SECO) mostrano l’andamento del mercato del lavoro nel mese di maggio. In generale notiamo che si registra una incoraggiante diminuzione rispetto sia al mese precedente che all’anno prima. A livello nazionale parliamo di un tasso di disoccupazione del 3.1% (era del 3.3% nel mese di aprile).
Ancora meglio sembra la situazione a livello cantonale, dove addirittura si registra un tasso più basso di quello svizzero. Il dato è del 3% (era del 3.2% in aprile e addirittura del 3.9% in maggio dell’anno scorso.)
Non possiamo che rallegrarci se il numero di persone iscritte presso gli uffici regionali di collocamento è al ribasso. Tuttavia dobbiamo precisare alcuni punti che potrebbero rendere quest’analisi meno ottimista. Innanzitutto rileviamo che ancora molte aziende a livello cantonale durante il mese di maggio usufruivano dell’indennità di orario ridotto anche perché molte attività erano ancora chiuse per volere della Confederazione. E sappiamo che proprio il settore della ristorazione e quello legato agli eventi rappresentano nel Canton Ticino un importantissimo datore di lavoro. In secondo luogo non dimentichiamo che molte persone usufruiscono ancora di contributi e aiuti messi in atto dal settore pubblico per rispondere a questa crisi. Infine non possiamo omettere che le aziende del Canton Ticino hanno usufruito in maniera proporzionale più grande dei crediti Covid-19 garantiti dallo Stato. Queste considerazioni ci fanno quindi leggere il dato sulla disoccupazione in maniera più prudenziale poiché potrebbe essere un po’ “dopato” da questi fatti.
Se poi aggiungiamo che di solito c’è un ritardo tra l’andamento dell’economia e le conseguenze sul lavoro, non possiamo proprio stare tranquilli. Ricordiamo pure che il dato calcolato secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) che considera tutte le persone in cerca di lavoro anche se non iscritte negli uffici di collocamento, mostra di solito un tasso di disoccupazione decisamente più elevato che arriva anche al 7%. A breve questi dati saranno disponibili.
Per completare la nostra analisi non possiamo omettere i dati che sono stati pubblicati qualche settimana fa in relazione ai posti di lavoro persi nel primo trimestre del 2021. In questo caso in Ticino abbiamo perso il 10% di tutti i posti di lavoro persi in un anno a livello nazionale. Parliamo di quasi 3000 impieghi. Analizzando i dati emerge una sofferenza importante nel settore terziario e per i posti di lavoro a tempo pieno. Un fenomeno particolare che dovrà essere monitorato è l’aumento del lavoro femminile a tempo parziale. Anche se in apparenza potrebbe sembrare una buona notizia in realtà dietro a questo dato potrebbe nascondersi un’ulteriore ottimizzazione dei costi e quindi una sostituzione di posti di lavoro dal tempo pieno al tempo parziale con le conseguenze che ben potete immaginare.
Detto questo se la situazione congiunturale sul mercato del lavoro si rivelasse positiva sarebbe sicuramente una buona notizia. Consentirebbe probabilmente di destinare tutte le risorse all’analisi dei problemi strutturali del nostro Cantone: la partenza dei giovani oltre Gottardo, le difficoltà di rientro sul mercato del lavoro delle persone con più di cinquant’anni, i salari che rimangono mediamente più bassi del 18-20% di quelli nazionali.
Decisamente il lavoro non manca… Speriamo che chi di dovere lo faccia.

La versione audio: Disoccupazione in calo? Forse

Puoi pagare? Puoi inquinare

Nel XVI secolo la Chiesa cattolica attuò una particolare raccolta fondi per finanziare la costruzione della Basilica di San Pietro. Pagando una certa somma di denaro era possibile ottenere, semplificando, il perdono dei peccati. Furono raccolti miliardi, al valore di oggi.
Dall’adulterio all’omicidio tutto aveva un prezzo. Lutero scandalizzato da questo “mercato”, decise che no, non tutto doveva avere un prezzo. E la Chiesa cattolica pagò il cosiddetto scandalo delle indulgenze con la scissione protestante.
Oggi non lo accetteremmo mai. O almeno questo è quello che ci piace pensare. In realtà, è cambiata solo la natura delle moderne indulgenze. Pensate alle multe inflitte alle banche o alle aziende che violano le regole della concorrenza o truffano i consumatori con pubblicità ingannevoli. E che dire delle amnistie per chi si autodenuncia per evasione fiscale? Tu paghi, la colpa è graziata.
Da anni vige il principio “chi inquina, paga”. Il principio è sano, nelle intenzioni, ma è stato pervertito nella pratica diventando “se paghi, puoi inquinare”. Vuoi generare tantissimi rifiuti? Basta avere i soldi per pagare la tassa sul sacco. Vuoi sprecare acqua potabile? Paghi la tassa sul consumo. Vuoi emettere CO2 nell’aria? Paga 12 centesimi in più per litro di benzina e continua come prima.
Chiedo perdono per il sarcasmo ma conosciamo i limiti di queste tasse. Nel caso della tassa sul CO2 è noto che monetizzare il “peccato” ambientale comporti un’ingiustizia e una mancanza di equità per i redditi più bassi, per le regioni rurali e chi non ha alternative all’uso dei veicoli privati. Senza contare che a meno che la tassa non sia estremamente elevata il consumatore non ne ridurrà il consumo.
Il principio che dovrebbe guidare l’ente pubblico è “non si inquina e basta”. Organizzazioni, persone e paesi coraggiosi lo praticano. E non mi riferisco agli Stati Uniti che dietro alla propaganda di un impegno maggiore in futuro hanno camuffato il fatto che non raggiungeranno l’obiettivo fissato in precedenza.
Vi sono, invece, paesi che introducono regole severe sui limiti di emissione, divieti di circolazione per i veicoli inquinanti, che sostengono seriamente lo sviluppo di tecnologie pulite. Vi sono organizzazioni non governative che hanno vinto la loro battaglia contro un’azienda petrolifera che dovrà ridurre notevolmente le sue emissioni. C’è il piccolo fondo di azionisti che riesce, dopo mesi di duro lavoro a far eleggere nel consiglio di amministrazione di una compagnia petrolifera due membri sensibili alle tematiche ambientali. Non traffico delle indulgenze ma opere di bene.
Il denaro non permette più di comperare il paradiso, ma per alcuni è diventato il lasciapassare per inquinare. Le intenzioni all’origine erano buone e lo erano anche per le indulgenze cattoliche. Ma la strada per l’inferno non è forse lastricata di buone intenzioni?
Tratto dal Corriere del Ticino, 04.06.2021

Puoi pagare? Puoi inquinare
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Quanto “vale” fare la mamma e il papà?

Franca, una lettrice del nostro blog che ringrazio, ha chiesto di trattare il valore economico del lavoro non remunerato. I lavori domestici, i lavori di accudimento dei bambini e di cura di persone bisognose e il volontariato sono tutte attività molto importanti nelle nostre società e che hanno un grande valore. Questo valore però non rientra nel calcolo del Prodotto Interno Lordo. Non perché non lo si voglia includere, semplicemente perché questo indicatore comprende tutti i beni e i servizi che passano attraverso uno scambio di mercato, quindi che hanno un prezzo.
Ciò che però non bisogna pensare è che non avere un prezzo significhi non avere un valore, anzi. La natura di queste attività si esprime nella gratuità che fonda la relazione tra gli individui che si scambiano questi beni; beni e non merci. Il papà che prepara il pranzo per i figli, la mamma che fa le faccende domestiche, il vicino che si offre per tagliare l’erba del nostro giardino, la studentessa che allena la squadra di pallavolo o il nipote che fa la spesa ai nonni sono attività senza prezzo ma con grande valore. Attenzione però. Se li retribuite, questi beni relazionali smettono di esistere e diventano merci acquistabili sul mercato. E allora sì che li mettiamo nel Prodotto Interno Lordo. Ma pensiamoci bene: se pagaste il pranzo che vi cucinano i vostri genitori, avrebbe lo stesso sapore?
Detto questo proprio perché queste attività possono anche essere comperate, è importante calcolarne il valore economico. L’ultimo dato in Svizzera risale al 2016. Le ore di lavoro retribuite (7.9 miliardi) sono meno di quelle di lavoro non retribuito: ben 9.2 miliardi di ore, ossia 1’320 ore per persona. È come se ognuno di noi avesse svolto attività gratuite per 55 giorni. Il 77% del tempo è stato dedicato ai lavori domestici, il 16% all’accudimento e alla cura e il 7% al volontariato.
Il valore monetario del lavoro non retribuito è stato di ben 408 miliardi di franchi (basta applicare i prezzi delle attività simili). Se paragonato al PIL di allora, 688 miliardi, ne capiamo l’importanza.
Ma questi dati ci dicono anche come cambia la società. Già allora preparare i pasti, pulire e fare il bucato erano compiti principalmente femminili. Più equilibrate erano le attività legate alla cura dei bambini. E oggi, è cambiato qualcosa? I dati appena pubblicati dicono che il tempo impiegato dagli uomini per i lavori domestici e famigliari (19.1 ore a settimana), seppur inferiore a quello delle donne (28.7 ore), è in aumento costante dal 2010.
Le differenze però aumentano nel caso in cui ci siano figli con meno di 15 anni. Anche se il lavoro domestico dei padri è aumentato di 5.2 ore settimanali negli ultimi dieci anni e quello delle madri di “solo” di 1.2 ore, è la composizione che cambia. Le mamme lavorano per quasi 70 ore a settimana; di queste il 75% sono lavori domestici e famigliari e solo il 23% lavoro professionale. Al contrario i papà lavorano un pochino meno, circa 68 ore, ma di queste il 52% sono retribuite e solo il 46% è dedicato ai lavori domestici.
Qualcosa però sta cambiando: in 10 anni il tempo dedicato all’attività professione delle donne è aumentato di quasi 3 ore, mentre quello degli uomini è diminuito di più di 4 ore. Certo sono piccoli passi, ma prendiamo atto. Piano, piano qualcosa si muove.

La versione audio: Quanto “vale” fare la mamma e il papà?

La bolla immobiliare in Svizzera

Quando si parla di mercato immobiliare il pensiero vola subito all’idea di bolla immobiliare. Ma cos’è la bolla immobiliare? È un fenomeno che si verifica quando avviene una brusca riduzione dei prezzi dopo un precedente notevole aumento dei prezzi, di solito causato da una crescita repentina della domanda non accompagnata dall’offerta. Questa riduzione dei prezzi non si limita ad avere un impatto solo sul settore immobiliare, ma tocca l’economia in generale. La crisi del 2008 dei sub-prime è stato un caso da manuale: da un singolo settore si è innescata una crisi mondiale generalizzata.
In questo ambito proprio qualche settimana fa UBS nel suo monitoraggio trimestrale sosteneva che in Svizzera il rischio di una bolla immobiliare c’è ancora e deve essere monitorato. Il prezzo degli immobili di proprietà anche nel primo trimestre del 2021 a livello nazionale è aumentato rispetto all’anno scorso del 4.4%. Era da otto anni che non si registrava una crescita così grande. Al contrario gli affitti confermano la loro tendenza al ribasso, mostrando un -2.5% rispetto all’anno scorso. Questo contrasto è un primo segnale di una situazione che deve essere tenuta sotto controllo.
Ma torniamo all’indicatore di UBS. È composto da 6 sotto-indicatori che consentono di monitorare le particolarità del mercato immobiliare: alcuni tra questi sono preoccupanti, altri meno. Tra i primi troviamo il rapporto tra i prezzi d’acquisto degli immobili e gli affitti annuali. Se questo rapporto è elevato significa che c’è una dipendenza forte verso il tasso di interesse. E questo rappresenta un rischio. È sufficiente un aumento anche piccolo del tasso di interesse per far saltare il sistema. Le persone non sono più in grado di pagare gli interessi sul debito ipotecario, sono costrette a vendere la loro casa, ma visto che tocca tanti, l’offerta di case aumenta e il prezzo si riduce. Quindi anche se si riesce a vendere la casa, lo si farà a un prezzo molto più basso di quanto pagata in precedenza, per cui nel migliore dei casi si perderanno delle risorse, nel peggiore si decreterà il fallimento delle persone.
Il secondo sotto-indicatore mostra il rapporto tra i prezzi degli affitti rispetto ai redditi dei nuclei famigliari. In questo caso cerchiamo di capire se c’è una relazione tra l’andamento della possibilità a pagare e l’andamento dei prezzi. Se i prezzi aumentano tanto e i salari rimangono stabili, deduciamo che stiamo costruendo degli immobili che nessuno può permettersi. Per cui questo genera un aumento di immobili che sono vuoti, i famosi sfitti. Un altro indicatore che mostra un andamento preoccupante è l’andamento dei prezzi degli immobili rispetto all’andamento dell’indice dei prezzi al consumo, che come abbiamo già scritto in passato misura l’inflazione. Se i prezzi degli immobili aumentano di più rispetto ai costi di costruzione e all’inflazione in generale siamo in presenza di una anomalia. Gli altri tre indicatori, il rapporto tra costruzioni e prodotto interno lordo, il volume ipotecario rapportato al reddito disponibile e la domanda di crediti mostrano dati non preoccupanti.
Ma il rischio di bolla immobiliare è differenziato anche in funzione delle regioni. E purtroppo il Cantone Ticino mostra dati che vanno monitorati. Per cui occhi aperti soprattutto se dovessero aumentare i tassi di interesse come parrebbe avvenire a breve.

Aggiungo un video di spiegazioni girato qualche anno fa sul tema

La bolla immobiliare spiegata facile
La versione audio: La bolla immobiliare in Svizzera
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L’Accordo Quadro: questo mistero

Mi permetto di ringraziare il giornalista Patrick Mancini e Ticinonline/20 Minuti per l’articolo sull’Accordo Quadro che può aiutare a comprendere alcuni punti critici della trattativa tra Unione Europea e Svizzera. Sotto trovate l’articolo come apparso sul portale e il servizio che strappa anche qualche sorriso.


L’accordo quadro per molti continua a essere un oggetto misterioso
Tra Svizzera e UE si gioca un match importante. Tanti non sanno di che si tratta. Il video di Tio/20Minuti.
E per chiarirci le idee abbiamo interpellato l’economista Amalia Mirante, che spiega in sintesi estrema tutto ciò che bisogna sapere sul tema del momento.
di Patrick Mancini
BELLINZONA/LUGANO – È un tema caldissimo. E se ne sentirà parlare ancora a lungo. La realtà oggettiva, però, ci indica che la maggior parte della gente comune non sa esattamente cosa sia il famoso accordo quadro tra Svizzera e Unione Europea (UE). E non sa nemmeno perché è tanto importante o quali inghippi ci siano in gioco. Lo dimostra il video realizzato da Tio/20Minuti a Bellinzona. E per aiutarci a capire meglio cosa c’è in ballo abbiamo chiesto aiuto all’economista Amalia Mirante. Semplice, sintetica e professionale.
Una questione che sembra lontana – Il video è divertente. Perché in fondo fa capire quanto certe dinamiche siano lontane, almeno in apparenza, dalla vita quotidiana di ogni singola persona. Per strada incontriamo tanta simpatia. Nominare l’accordo quadro scatena le reazioni più disparate. C’è chi sostiene di non averlo mai sentito nominare e chi resta in silenzio davanti al microfono. Poi spunta anche qualcuno che ha le idee in chiaro.
Oltre gli accordi bilaterali – Mirante cerca di mettere il campanile al centro del villaggio. «L’accordo quadro è un insieme di tanti accordi. Concretamente dovrebbe consentire di superare la staticità degli accordi bilaterali che abbiamo stipulato in passato con l’UE. In sintesi non ci sarebbe più bisogno ogni volta di rinnovare ogni singolo accordo bilaterale».
I primi problemi – Belle intenzioni. Ma poi iniziano i problemi. Secondo l’UE la libera circolazione non riguarderebbe più solo i lavoratori. Bensì tutti i cittadini. «Inoltre le norme e le regole scelte dall’UE poi varrebbero automaticamente anche per la Svizzera. Verrebbe bypassato il nostro DNA legato alla democrazia semi diretta. Siamo abituati a votare su qualunque cosa. Se l’UE e la Svizzera non sono d’accordo su una legge, chi decide? La Svizzera non accetta che sia l’UE a decidere su determinati aspetti fondamentali».
Mercato del lavoro meno protetto – Mirante aggiunge: «Un altro punto in discussione riguarda la protezione del mercato del lavoro. L’UE ritiene che tutte quelle regole che proteggono i lavoratori residenti debbano essere abolite». Una pretesa piuttosto pesante. L’impasse attuale è dovuta anche a questo. «C’è poi la questione degli aiuti di Stato. Lo Stato non potrebbe più aiutare le aziende. Dovremmo abolire le banche cantonali, ad esempio».
La cittadinanza europea – Il tema più dibattuto resta un altro. «Quello della cittadinanza europea. Significa che tutti i cittadini europei (lavoratori) avrebbero poi diritto al nostro sistema di prestazioni assistenziali».
Interessi per entrambe le parti – Impensabile per il Consiglio federale. Così come è impensabile che i rapporti tra i due partner si interrompano. «Non è nell’interesse di nessuna delle due parti». Le trattative fino a questo momento sono state tra i big della politica. Questo spiega, parzialmente, il motivo per cui molti cittadini comuni ignorano ancora cosa sia l’accordo quadro. «La popolazione non è stata coinvolta direttamente. Anche perché non si sa neanche se il popolo dovrà esprimersi o meno in materia».
Tanti nodi da sciogliere – Una cosa è certa: i nodi da sciogliere sono parecchi. E secondo gli specialisti non è detto che si arrivi alla fatidica firma. Anzi. L’accordo quadro potrebbe anche saltare definitivamente. In quel caso si proseguirebbe verosimilmente con la via dei bilaterali.
Fonte: Ticinonline/20 minuti – 14.05.2021

Fonte: https://www.tio.ch/ticino/attualita/1510179/ue-accordo-quadro-svizzera-video