Svizzera 2026: crescita sì, ma con prudenza

In evidenza

Anche quest’anno sotto l’albero di Natale degli economisti sono arrivate puntuali le previsioni economiche della Segreteria di Stato dell’economia (SECO) e del KOF, il centro di ricerche congiunturali del Politecnico federale di Zurigo. Per l’anno prossimo i dati per la Svizzera non si discostano di molto nei due casi. Vediamo i principali della SECO.

Il prossimo anno dovrebbe essere caratterizzato da una certa stabilità economica, che ci porterà a una crescita del prodotto interno lordo (PIL) dell’1,1%. A sostenere questa crescita sarà soprattutto la domanda delle famiglie. I consumi privati rappresentano circa il 50% dell’intera produzione annuale e sono quindi una delle componenti principali della nostra economia.

Sul fronte dei consumi pubblici, invece, si dovrebbe registrare sì un aumento, ma contenuto rispetto a quello dell’anno in corso: +0,4% rispetto all’1,3% del 2025.

Buone notizie arrivano anche dagli investimenti, che quest’anno hanno mostrato una riduzione sia nel settore delle costruzioni sia in quello dei beni di equipaggiamento, cioè gli investimenti produttivi. Nel 2026 la tendenza dovrebbe modificarsi, segnando un aumento dell’1,6% nelle costruzioni e dello 0,7% nei beni di equipaggiamento. In questo caso l’indicatore legato agli investimenti produttivi ricopre un ruolo molto importante perché ci permette di comprendere il sentimento degli imprenditori: se i macchinari vengono sostituiti o se se ne acquistano di nuovi, è il segnale che ci si aspetta maggiori vendite e quindi una fase più positiva per l’economia.

Sul fronte del commercio estero è arrivata una buona notizia, anzi ottima: gli accordi sui dazi hanno consentito di ridurli, nel caso degli Stati Uniti, dal 39% al 15%. Questo elemento gioca un ruolo importante per quanto riguarda l’aumento delle esportazioni, stimate per l’anno prossimo all’1,6%. La Svizzera non è un paese con grandi materie prime e, di conseguenza, per esportare beni deve prima importare materie prime e semilavorati, ai quali aggiungere valore in vista dell’esportazione di prodotti finali. In questo contesto si conferma un aumento previsto delle importazioni dell’1,3%.

La somma di tutte le componenti della domanda aggregata, ossia consumi privati, investimenti, spesa pubblica ed esportazioni nette, compone il prodotto interno lordo che, come dicevamo, crescerà dell’1,1%.

La notizia di una crescita è certamente positiva, ma dobbiamo interrogarci sul fatto che sia sufficiente a mantenere un’occupazione stabile. Affinché non aumenti il tasso di disoccupazione, infatti, la vendita di beni e servizi deve crescere a un ritmo tale da compensare sia l’aumento della popolazione attiva sia l’aumento della produttività legato al progresso tecnologico. In questo caso i dati per l’anno prossimo non sono particolarmente confortanti: si prevede una crescita dell’occupazione di appena lo 0,2% e un aumento della disoccupazione dal 2,8% di quest’anno al 3,1%.

Chiudiamo questo viaggio nelle previsioni con un’ultima buona notizia: il livello dei prezzi per l’anno prossimo è stimato praticamente stabile (+0,2%). Questo significa che almeno sul fronte dell’inflazione la battaglia è stata vinta.

Naturalmente, come sappiamo, l’economia è influenzata da moltissimi fattori, spesso difficili da prevedere. Per questo, come sempre, al di là delle previsioni, i conti li faremo con la realtà. E speriamo che sia una bella realtà.

Shutdown, governi che cadono… e il Ticino?

In evidenza

Gli Stati Uniti sono in pieno shutdown (blocco di tutte le attività pubbliche non essenziali) dall’inizio di ottobre 2025. Il Congresso non è riuscito a trovare un accordo sul bilancio e la conseguenza è stata immediata: uffici chiusi, migliaia di dipendenti pubblici sospesi, servizi ridotti al minimo. Non è la prima volta che succede. L’ultima nel 2018–2019. La paralisi durò 35 giorni, con rimborsi fiscali bloccati, aeroporti in tilt e cittadini che avevano perso fiducia nello Stato. Ogni volta la lezione è la stessa: quando le finanze pubbliche traballano, la politica si inceppa e l’economia reale paga subito il conto.

La teoria economica ci dice che la stabilità macroeconomica è una condizione necessaria per crescere. Un Paese non può accumulare debito all’infinito senza rischiare di compromettere la fiducia. Se il tasso di crescita dell’economia è inferiore al tasso d’interesse reale pagato sul debito, la traiettoria non è più sostenibile. A quel punto, non è più lo Stato a guidare la politica economica, ma sono i mercati a dettare le condizioni.

Il meccanismo è semplice: più alto è il debito, più crescono gli interessi che sono il costo per finanziarlo. Ma più risorse vanno agli interessi, meno ne restano per scuola, sanità, ricerca, infrastrutture. Invece di sostenere lo sviluppo, lo Stato si limita a rimborsare il passato. La stabilità macroeconomica non è quindi un lusso o una fissazione di alcuni economisti: è il prerequisito per mantenere competitività, attrarre investimenti e garantire ai cittadini servizi di qualità.

La Francia lo ha sperimentato di recente: deficit elevato, debito fuori controllo, governi caduti uno dopo l’altro perché incapaci di proporre una strategia credibile. Non basta annunciare correzioni, serve coerenza. Senza, il mercato reagisce: alza i tassi, riduce la fiducia e l’instabilità diventa permanente.

E se pensiamo che sia un problema solo dei grandi Stati, sbagliamo. Il Cantone Ticino non ha il dollaro come moneta di riserva né il peso politico della Francia. Se scegliesse la scorciatoia del debito facile, si ritroverebbe subito con margini ridotti: meno spazio per investire, meno possibilità di dare risposte concrete ai bisogni dei cittadini. E basta poco perché i costi aumentino.

La conclusione è netta: finanze pubbliche sane non sono moralismo, sono buon senso. Senza stabilità macroeconomica, la politica diventa ostaggio del debito e perde la libertà di scegliere.

Chi crede ancora che i debiti non si paghino può guardare lo spettacolo di Washington. Promesse, accuse incrociate, stipendi sospesi. Una sceneggiatura già vista, con un finale scontato: i debiti non spariscono. Non è magia, è contabilità. E il conto, alla fine, lo pagano sempre i cittadini.

Ascolta

Cassa malati: tutti alla cassa!

In evidenza

Quando si parla di politiche pubbliche non si parte dagli slogan, ma da un’analisi seria. Prima si capisce qual è il problema reale: serve davvero un nuovo programma o possiamo intervenire diversamente? Poi bisogna guardare ai fallimenti del mercato che vogliamo correggere: prezzi troppo alti, poca concorrenza, disuguaglianze. Da lì si aprono le alternative, perché non esiste mai una sola soluzione e ogni opzione ha pro e contro.

Il passo successivo è il disegno del programma: chi ha diritto, con quali criteri, con quali limiti. Sembra un dettaglio tecnico, ma è il cuore della questione. Subito dopo arriva la parte più scomoda: prevedere come reagiranno i cittadini e le imprese. Perché non restano fermi, cambiano comportamento, e spesso in modo imprevisto.

A quel punto si valutano due cose: l’efficienza – se il programma usa bene le risorse o crea sprechi – e la distribuzione, cioè chi ci guadagna e chi ci perde davvero. Qui si tocca il punto più delicato: i trade-off, i compromessi inevitabili fra equità ed efficienza.

Infine servono due condizioni di fondo: chiarezza sugli obiettivi – cosa vogliamo ottenere e perché – e consapevolezza che tutto passa dal processo politico. Senza consenso e senza fiducia, anche la misura più brillante sulla carta rischia di non funzionare.

In breve, fare una politica pubblica significa attraversare un percorso complesso, non scrivere uno slogan.

E veniamo alle iniziative sulle casse malati. L’intenzione è chiara: limitare il peso dei premi cassa malati ai cittadini. Ma se applichiamo i criteri di analisi appena visti, i conti non reggono. Trattiamo quella del 10%.

Già nel primo anno servirebbero circa 300 milioni. Gli iniziativisti sostengono che non tutti chiederanno l’aiuto e quindi il costo sarà minore. Ma un diritto non si calcola sulla speranza che qualcuno non lo eserciti. Lo Stato deve stimare i costi per il 100% dei cittadini. E non basta: i premi aumentano di anno in anno. Quello che oggi costa 300 milioni, nel 2027 potrebbe già diventare 330, poi 350, e così via. Non ci sono analisi di medio periodo, solo calcoli statici sul primo anno.

Anche sul fronte delle entrate i conti non tornano. Un aumento del 10% delle imposte porterebbe circa 150 milioni, ma ne mancano altri 150. Si prova allora a inserire i 40 milioni dell’aumento del valore di stima degli immobili: peccato che quei soldi sono già a bilancio per finanziare scuole, asili e ambiente e la metà appartiene ai Comuni. Cosa facciamo, glieli togliamo? Ultima idea: aumentare l’imposta sulla sostanza dal 2,5 al 3,5 per mille. Ma così si mettono in discussione accordi già votati con la riforma fisco-sociale, con il rischio che le aziende ritirino i contributi che oggi sostengono asili nido e rette delle famiglie.

C’è poi un effetto meno visibile, ma altrettanto importante: se tanto paga lo Stato, i cittadini non avranno più interesse a cercare una cassa meno cara e le casse malati non avranno più incentivo a offrire premi più bassi. Il risultato? Ancora meno concorrenza e una spesa sanitaria destinata a crescere ancora.

Facendo i conti, il deficit del Cantone salirebbe subito oltre il mezzo miliardo già al primo anno. Perché non dimentichiamolo: noi purtroppo non siamo Zugo e i nostri conti sono già oggi sotto di 100 milioni. Poi arriveranno anche i nuovi oneri federali: la riforma EFAS, che vale da sola 200–300 milioni, gli oneri della Confederazione e altre riforme come il valore locativo o la tassazione individuale, che possono pesare altri 150–200 milioni. Totale: quasi un miliardo di buco.

E quando i soldi non ci sono, le strade sono sempre le stesse: aumentare le imposte a tutti, oppure tagliare beni e servizi. E i tagli, come sempre, colpiranno i più fragili: scuole, anziani, sociale, cultura, ambiente. Nessuno resterà escluso.

Fare politiche pubbliche che rischiano di far deragliare le finanze dello Stato non è un gioco. È un esercizio serio, non uno slogan elettorale. Prima servono analisi solide, poi proposte credibili. E allora la domanda è inevitabile: dove sono queste analisi?

Alla fine la scelta è nostra. Ognuno voterà come crede ed è giusto così. Ma bisogna sapere la verità: il conto non sparisce. Non lo pagheremo più nella fattura della cassa malati, lo pagheremo con le imposte, con le rette degli asili, con i tagli ai servizi. Nessun miliardario verrà a salvarci. Alla fine, a pagare, saremo sempre noi cittadini.

Testo in parte pubblicato sui portali

Svizzera: l’economia va bene o va male?

I dati pubblicati dalla Segreteria di Stato dell’Economia (SECO) hanno confermato che l’economia svizzera nei primi tre mesi dell’anno è andata bene. La crescita del Prodotto Interno Lordo (PIL) dell’anno è stata dello +0.5% rispetto al trimestre precedente. Se guardiamo la variazione su base annuale, quindi rispetto a quanto successo nei mesi di gennaio-febbraio-marzo del 2022, la crescita è stata addirittura dello 0.9%.
Nel dettaglio i dati confermano che sono stati principalmente i consumi e gli investimenti in macchinari a portare a questi risultati. Analizzando nel dettaglio emerge che il settore che ha trainato la spesa delle famiglie è stato quello del turismo e della mobilità. In effetti, i settori dell’alloggio, della ristorazione e delle attività di intrattenimento hanno mostrato tassi di crescita incoraggianti. Il dato sul commercio (+2.1% su base trimestrale) non deve trarre in inganno: gli aumenti sono stati registrati principalmente nel commercio all’ingrosso e in quello delle automobili; il commercio al dettaglio è diminuito leggermente.

La spesa pubblica, come ampiamente previsto è rimasta stabile su base trimestrale ed è leggermente diminuita su base annua. Da tempo sappiamo del disimpegno rispetto alle politiche pubbliche che hanno caratterizzato il periodo della crisi Covid-19.

E arriviamo alle esportazioni. Se i dati dei primi tre mesi dell’anno sono stati buoni, la doccia fredda è arrivata qualche giorno fa quando sono stati pubblicati quelli della bilancia commerciale nel mese di aprile. Ricordiamo che la bilancia commerciale registra le merci fisiche che passano la dogana in entrata e in uscita dalla Svizzera. Non dobbiamo allarmarci troppo però. Il dato è relativo a un solo mese e soprattutto la base di partenza dei mesi precedenti era estremamente elevata: in parole molto più semplice, nei mesi precedenti le esportazioni del settore farmaceutico e chimico avevano già raggiunto livelli record. Non a caso è proprio questo settore che ha determinato la parte maggiore della variazione negativa del 5.2% mensile in termini reali (al netto dell’andamento dei prezzi). Non ci stupisce d’altronde che uno dei paesi in cui abbiamo registrato la riduzione delle esportazioni maggiori sia la Germania, nazione tecnicamente in recessione (due trimestri di fila il PIL è diminuito).

Dopo questi dati incoraggianti ci saremmo aspettati delle buone prospettive future. E invece no. Economiesuisse (l’organizzazione mantello delle imprese) qualche giorno fa ha pubblicato le sue previsioni economiche: per quest’anno prospetta una crescita del PIL svizzero “solo“ dello 0.6%. Tra le cause l’inflazione, la crisi economica della Germania e la debole crescita dell’economia mondiale in generale.

Attendiamo tra qualche giorno le previsioni degli altri centri di ricerca, ma sappiamo già che alcuni elementi peseranno molto nelle tasche dei cittadini il prossimo autunno. Affitti in crescita, tassi di interesse in aumento e premi casse malati che esploderanno di certo non ci fanno dormire sonni tranquilli. Come e quanto potrà intervenire lo Stato lo scopriremo solo tra qualche mese.

La versione audio: Svizzera: l’economia va bene o va male?

Che tempo farà quest’anno? Ecco le previsioni economiche

Puntuali come il fiorire della magnolia, arrivano le previsioni della Segreteria di Stato dell’economia (SECO). L’entusiasmo di qualche mese fa sembra purtroppo essersi attenuato. Nonostante la crisi COVID non sia ricominciata e nonostante in Europa non si sia verificata la carenza di energia tanto prospettata e temuta, le cose non sembrano andare troppo bene e non sembra che andranno troppo bene nemmeno da qui alla fine dell’anno.
Il prodotto interno lordo (PIL) crescerà solo dell’1,1%. Certo, siamo contenti di non essere in una situazione negativa come quella prevista per il Regno Unito che vede addirittura una crescita negativa del -0,3%, ma sicuramente avremmo preferito un tasso di crescita più alto. Ricordiamo che il prodotto interno lordo deve crescere tecnicamente per poter compensare l’aumento della popolazione e l’aumento del progresso tecnologico. Questo significa che affinché tutte le persone siano occupate come nel periodo precedente, il PIL deve garantire lavoro per tutti.

Entrando nel dettaglio vediamo che ancora una volta saranno i consumi privati a garantire una certa stabilità: il tasso di crescita sarà dell’1,5%. Ricordiamo che i consumi delle famiglie rappresentano la fetta più importante (almeno la metà) dell’intera produzione nazionale.

La spesa pubblica, al contrario, proseguirà la sua riduzione già cominciata l’anno scorso. Nel 2023 dovrebbe scendere del -0,6% e addirittura del -1,8% nel 2024.

Il settore degli investimenti denota due andamenti contrapposti: da una parte gli investimenti in costruzione che vanno avanti a confermare il loro periodo negativo (-1.3%), dall’altra gli investimenti in beni di equipaggiamento che mostrano una crescita positiva dell’1,7%. Sicuramente non siamo felici che il settore delle costruzioni continui la sua discesa, ma sarebbe ancora più grave se a scendere fossero gli investimenti in macchinari: questo significherebbe che gli imprenditori sono pessimisti e che quindi l’intera economia potrebbe entrare in una fase recessiva.

Nonostante le difficoltà estere, le esportazioni e le importazioni sia di beni che di servizi sembrano mantenere tassi positivi.

Tutto questo si concretizzerà con una creazione positiva di posti di lavoro in equivalenti a tempo pieno, tale da garantire un tasso di disoccupazione che dovrebbe attestarsi al 2%. Sul fronte dei prezzi, invece, il 2023 dovrebbe chiudersi con un tasso di inflazione del 2,4%, in riduzione rispetto al 2,8% del 2022.

Riassumendo quindi da questo 2023 possiamo attenderci, nella migliore delle ipotesi, una certa stabilità. E vista l’aria che tira in altre nazioni, meglio non lamentarci.

IL PIL svizzero cresce

Il prodotto interno lordo (PIL) svizzero è cresciuto nel primo trimestre di quest’anno (gennaio-marzo) dello 0.5%. Il trimestre precedente era aumentato dello 0.2%. Ricordiamo che il prodotto interno lordo è un indicatore che dà un’immagine del benessere economico di una nazione. Sappiamo che ha molti limiti: non tiene conto delle attività che non passano sul mercato, è difficile paragonarlo per le differenti nazioni o ancora non considera le conseguenze negative sull’ambiente. Nonostante ciò rimane l’indicatore migliore per misurare l’attività economica di un paese. E possiamo guardare a questa attività economica da tre angolazioni differenti.
La prima maniera contabilizza le spese degli attori economici. Così sommiamo il valore dei consumi delle famiglie, quelli dello Stato, gli investimenti delle aziende e gli acquisti che il resto del mondo fa dei nostri beni e servizi (le esportazioni). L’aumento del PIL rispetto al trimestre precedente in questo caso è stato trainato principalmente delle esportazioni di beni (+1.4%) e dalla spesa dello Stato (+1.4%), che non dimentichiamo è ancora intervenuto per sostenere le persone e le aziende nell’ultima ondata pandemica. La spesa per consumi delle famiglie è rimasta stabile (+0.4%) mentre gli investimenti in beni di equipaggiamento (macchinari per esempio) e anche le costruzioni si sono ridotti rispettivamente del 3.1% e dello 0.7%.
La seconda maniera di calcolare il prodotto interno lordo contabilizza il valore aggiunto creato dalle aziende nella produzione di beni e servizi. In questo caso scopriamo che i settori trainanti sono stati quelli dell’industria manifatturiera (+1.7%) e il settore dell’arte, dell’intrattenimento e del divertimento (+9.8%). In crescita anche il settore finanziario e assicurativo (+0.9%) e quello sanitario (+0.7%). Le cose non vanno bene per il settore delle costruzioni (-0.4%) e dell’alloggio e ristorazione (-2.2%, probabilmente a causa dell’ultima ondata pandemica).
La terza maniera di calcolare il prodotto interno lordo è quella di sommare i redditi che sono distribuiti ai fattori produttivi (lavoro e macchinari) per la produzione. Questo metodo considera quindi i salari, i profitti, gli interessi, i dividendi,… Di questo metodo non disponiamo dei dati trimestrali.
Infine chiudiamo ricordando perché è importante che il PIL cresca. Affinché si mantenga inalterato il tasso di disoccupazione è necessario che i consumi aumentino al pari della produzione e quindi che le vendite crescano almeno dell’aumento della popolazione (nuovi lavoratori che cercano un lavoro) e del progresso tecnologico (grazie alle scoperte produco di più). Ecco perché speriamo sempre in segno più.

La versione audio: il PIL svizzero cresce

Covid-19: un’occasione per il Cantone che può ripensarsi

Qualche settimana fa ho risposto alle domande poste dal Prof. Remigio Ratti. Le mie risposte insieme a quelle dell’On. Sergio Morisoli sono state pubblicate dal Federalista con alla direzione Claudio Mésionat. Ve ne ripropongo alcuni estratti.

Questa pandemia è stato un evento eccezionale e deve essere trattato come tale. Dal punto di vista economico abbiamo assistito a una crisi “duplice” che ha toccato offerta e domanda in contemporanea. Abbiamo visto fermarsi la produzione e nello stesso momento impedire ai cittadini il consumo.
Passato il senso di smarrimento e incredulità verso quanto stava accadendo, abbiamo preso finalmente coscienza dei limiti della globalizzazione e della delocalizzazione. Abbiamo scoperto che la nostra dipendenza dalla Cina è molto più grande di quanto immaginassimo. Abbiamo dovuto fare i conti con i limiti di un’economia che ha pensato troppo presto di poter vivere solo di servizi e non più di industria. Tutto ad un tratto il mondo “avanzato” si è accorto che necessitava di beni reali che non sapeva più produrre: medicine, macchinari, respiratori, disinfettanti, tutto era al di fuori dei nostri confini. Ma questa presa di coscienza è servita anche per risvegliare l’imprenditorialità e l’innovazione che sembravano un po’ dormienti.
In contemporanea le aziende di servizi potevano sfruttare l’occasione di accelerare il percorso di digitalizzazione e di riorganizzazione del lavoro che già era in atto senza doversi scontrare con le resistenze che lo frenavano. Abituare i collaboratori e le collaboratrici a lavorare al proprio domicilio, insegnare ai clienti a svolgere le proprie attività bancarie, istruire gli anziani per fare la spesa online. Difficilmente senza questa crisi saremmo riusciti a cambiare così rapidamente le nostre abitudini. Dovremo capire se questi cambiamenti sono o meno definitivi e soprattutto come gestirne le conseguenze.
Anche in questa occasione, la Svizzera ha tutte le carte in regola per approfittare al meglio del momento di transizione. Se come più volte fatto in passato riuscirà a sfruttare la sua dimensione contenuta, la sua rapida capacità di adattamento, la flessibilità del suo mercato del lavoro ne uscirà ancora più rafforzata. Probabilmente potrebbe anche essere l’occasione per in parte rivedere la sua dipendenza dall’estero in alcuni settori o quanto meno non accentuarla come sembrava essere l’interesse di una parte politica del Paese. Non si tratta evidentemente di pensare a un’economia di sussistenza, ma certo è che un ripensamento sui settori strategici per il Paese va fatto.
Discorso diverso per quanto attiene al Cantone Ticino che potrebbe ripensarsi a partire da questa crisi. I segnali di rallentamenti e di difficoltà per alcuni settori erano presenti ben prima dello scoppio della pandemia, come pure erano note le debolezze del nostro tessuto economico a partire dalla sua composizione e finendo ai salari. Lo stesso vale per l’assenza di centri decisionali, per uno spirito imprenditoriale sano poco sostenuto al contrario di uno “malsano” accettato, per la mancanza di posti di lavoro qualificati dell’amministrazione federale o della cancellazione di quelli delle ex-regie.
Ma l’opportunità di prevedere una nuova visione del Cantone non dipende tanto da questa crisi, quanto piuttosto dalla volontà politica di riconoscere le difficoltà di questo Paese per risolverle in un’ottica di medio termine. Non riusciremo a modificare la nostra struttura economica in un paio di anni, come non saranno investimenti pubblici in infrastrutture a dare lavoro ai nostri giovani che sono costretti ad emigrare verso Nord. Il progetto politico, economico e sociale dovrà avere uno sguardo molto più lungo.

Sono fermamente convinta che il contesto nazionale per il Cantone Ticino rappresenti un punto di sicurezza e di vantaggio più che un limite. Sarebbe un bene per tutti noi avvicinarci di più al resto della Svizzera, non il contrario.
Detto questo, il problema è che non abbiamo abbastanza peso e non siamo sufficientemente ascoltati a livello federale o quanto meno non c’è abbastanza riconoscimento per il prezzo che paga il Cantone (non siamo gli unici) per le scelte che avvantaggiano il resto della Svizzera. Penso ad esempio agli accordi di libera circolazione e all’impatto che questi hanno sul mercato del lavoro ticinese. La Confederazione dovrebbe “risarcire” il cantone Ticino e gli altri cantoni di frontiera per gli svantaggi che traggono. Chiave di riparto modificata, posti di lavoro e sedi di autorità federali potrebbero rientrare in questa logica.

La versione audio: Covid-19: un’occasione per il Cantone che può ripensarsi

Finanze pubbliche fuori controllo. Colpa di Keynes?

Crisi economica uguale intervento dello Stato. Quella che oggi ci sembra un’equazione scontata è frutto invece di una lunga evoluzione storica, e anche teorica. Quando John Maynard Keynes nel 1936 pubblica la “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta” ha di fronte a sé economie industriali occidentali dilaniate dalla disoccupazione e dalla sottoutilizzazione dei macchinari.
La teoria marginalista, che andava per la maggiore in quel periodo, sosteneva due concetti fondamentali: l’importanza della produzione e il raggiungimento automatico dell’equilibrio economico in tutti i mercati. Keynes li stravolgerà entrambi.
Ma vediamo che cosa sostenevano. Primo: si dava un’attenzione esclusiva all’offerta. Se noi produciamo dei beni dovremo pagare dei lavoratori che a loro volta compreranno con i salari quanto prodotto. Concetto abbastanza semplice, ma che non ha retto al confronto con la realtà degli anni ’30. Così come non ha retto l’idea che la disoccupazione si sarebbe risolta da sola portando il sistema in equilibrio. Il meccanismo è abbastanza intuitivo: se le risorse degli imprenditori sono limitate, nessun problema. La disoccupazione in eccesso porterà a un abbassamento dei salari cosicché gli imprenditori potranno assumere i lavoratori in esubero. Anche in questo caso, problema risolto. Peccato che aprendo la finestra lo scenario che si aveva davanti era quello di un tasso di disoccupazione elevato persistente e di macchinari inutilizzati.
E qui arriva il genio di Keynes che rivoluzionerà il pensiero economico. Innanzitutto l’economista sostiene che i sistemi economici debbano essere analizzati attraverso le variabili aggregate, come la produzione nazionale, l’occupazione totale, il livello dei prezzi generale. In particolare poi l’attenzione deve essere messa sulla domanda aggregata, che altro non è che quello che consumano le famiglie, che investono le aziende, che spende lo Stato e che si esporta all’estero. Ma non è tanto questa la rivoluzione, quanto quella di invertire il pensiero: non vendiamo tutto quello che produciamo, ma, al contrario, produciamo solo quello che vendiamo. E se immaginiamo di vendere poco, allora produrremo poco e questo causerà licenziamenti. Quando si verifica una situazione di disoccupazione siamo in presenza di una domanda che non è abbastanza grande rispetto all’offerta che garantisce il pieno impiego.
Ma Keynes si spinge oltre. Dimostra che in presenza di questo genere di crisi economica e di questa specifica disoccupazione, solamente un agente può intervenire per aumentare la domanda e quindi la produzione e quindi l’occupazione: questo agente è lo Stato. In effetti, se ci pensiamo, non possiamo obbligare i consumatori a comperare più prodotti come non possiamo obbligare gli imprenditori ad aumentare gli investimenti e, men che meno, abbiamo un potere sulla domanda dell’estero. Insomma solamente lo Stato in maniera diretta attraverso la politica fiscale o indiretta attraverso la politica monetaria può far aumentare la domanda.
Ma la grande accettazione della teoria di Keynes passa anche attraverso un punto che spesso viene sottovalutato: l’intervento dello Stato deve essere limitato esclusivamente ai momenti di crisi. E anche in questi momenti deve essere concessa la massima libertà ai consumatori e agli imprenditori. Keynes è un sostenitore di un capitalismo “saggio” e di un intervento dello Stato mirato.
E allora com’è possibile che le teorie keynesiane abbiano portato a una spesa pubblica fuori controllo? Purtroppo come spesso accade, prendiamo solo quello che ci piace. E così nel corso dei decenni la classe politica ha preferito non applicare la parte della teoria di Keynes che prescrive che nei momenti di crescita economica lo Stato debba ridurre la sua spesa pubblica e addirittura aumentare le entrate fiscali. Ma come dargli torto? Ve lo immaginate il successo elettorale di un politico che con tono fiero dichiara “Cittadine, cittadini sono veramente felice dell’ottimo momento economico che stiamo vivendo. Per questo abbiamo deciso di ridurvi i sussidi e nel contempo di aumentarvi le tasse.”

La versione audio: Finanze pubbliche fuori controllo. Colpa di Keynes?

Biden ha le mani bucate? Non ha ancora speso i 1’900 miliardi che già ne chiede altri 2’250

Biden non ha ancora speso un centesimo dei 1’900 miliardi di dollari votati per il piano anti-Covid, eppure vuole già spenderne altri 2’250 miliardi.
Il primo piano era già stato lanciato nell’era Trump. Prevede che ogni persona che guadagna meno di 75 mila dollari (70 mila franchi) e in coppia meno di 150 mila dollari (140 mila franchi) riceverà un assegno da 1’400 dollari che potrà spendere liberamente (1’300 franchi). In aggiunta i disoccupati riceveranno fino a settembre 1’200 dollari (1’100 franchi) mensili di sussidi federali straordinari. E infine, i crediti di imposta per figli minorenni saranno convertiti in assegni di cui le famiglie potranno disporre.
Questa politica da 800 miliardi è un esempio di politica fiscale tipico da manuale. La prima misura è indirizzata a tutte le persone con redditi medio-bassi; la seconda sostiene in maniera mirata la categoria delle persone disoccupate, mentre la terza aiuta le famiglie povere.
Anche in questo caso, come sempre, l’obiettivo di una politica fiscale è doppio. Primo: lo Stato sostiene alcuni cittadini in difficoltà dando loro un reddito che non hanno. Lo Stato sarà molto contento se questi lo spenderanno interamente e in beni prodotti negli Stati Uniti. Ma perché uno Stato dovrebbe incentivare il consumo?
Il consumo rappresenta il 50-55% del nostro Prodotto Interno Lordo; per farla semplice è la benzina principale del nostro benessere economico. Se le persone consumano dei beni, sarà necessario che qualcuno li produca. Affinché questo avvenga le aziende dovranno assumere nuovi collaboratori. In questo caso il vantaggio è triplo. Primo: se le persone trovano un posto di lavoro non avranno più bisogno dei sussidi dello Stato e la spesa pubblica diminuisce. Secondo: i cittadini avranno un reddito su cui pagheranno le imposte e le entrate dello Stato aumenteranno. Terzo: i cittadini potranno comperare dei beni. Così aumenteranno ulteriormente la domanda, la produzione dovrà crescere e il nostro circuito economico guarirà dalla crisi in cui si trova. Quindi lo Stato non solo renderà felici direttamente i cittadini che riceveranno il denaro, ma grazie al loro consumo, renderà felici anche quelli che troveranno un posto di lavoro.
E non finisce qui. Se i cittadini usano tutto il reddito per comperare beni prodotti localmente permettono al moltiplicatore di esercitare il suo effetto. Questo meccanismo, non si offenda nessuno dato tra l’altro il periodo pasquale, è un po’ la moltiplicazione dei pani e dei pesci. Infatti il moltiplicatore spiega che l’impatto sulla crescita della produzione è maggiore della spesa che è stata fatta. Concretamente se io ho regalato 1’400 dollari a una persona e so che il moltiplicatore è di 1.5 alla fine del circuito economico il mio prodotto interno lordo sarà aumentato di 2’100 dollari. Ha speso 1’400 dollari se ne generano 2’100. Vi sembra un miracolo? No, niente di così grande. Il meccanismo che sta dietro e che è spiegato nell’economario con un esempio semplice è molto banale. Se io ho un reddito aggiuntivo e lo spendo, qualcun altro lo incasserà; a sua volta questo qualcun altro potrà spenderlo e qualcun altro lo riceverà e così di seguito. Quindi si genererà una sorta di redditi a cascata.
Ecco perché la politica fiscale, oltre ad aiutare i cittadini in difficoltà, sostiene anche la ripartenza dell’economia. Quanto però saranno sufficienti questi aiuti ce lo dirà solo il tempo.
Intanto però il presidente Biden ha già annunciato di voler spendere altri 2’250 miliardi di dollari e di voler aumentare le tasse. Sicuramente queste proposte alimenteranno il dibattito nei prossimi mesi. E come si dice in questi casi, affaire à suivre… e noi lo eseguiremo in un prossimo articolo.

La versione audio: Biden ha le mani bucate? Non ha ancora speso i 1’900 miliardi che già ne chiede altri 2’250
© Mandel Ngan/AFP via Getty Images