In questi giorni migliaia di bimbi, ragazze e ragazzi ticinesi sono tornati sui banchi di scuola. Ci pensiamo poco, ma la formazione è uno dei principali fattori di competitività di un Paese e rappresenta probabilmente una delle risorse più preziose di cui disponiamo.
In economia si parla di capitale umano per indicare l’insieme di conoscenze, competenze e capacità che ognuno accumula e che contribuiscono alla produttività, all’innovazione e alla crescita economica. Per un Paese come la Svizzera, con poche materie prime, salari elevati e la necessità di competere soprattutto sulla qualità, sulla conoscenza e sulla capacità di adattarsi, investire nella formazione significa investire direttamente nella propria forza economica.
E mentre discutiamo di intelligenza artificiale, digitalizzazione e nuove professioni, rischiamo di dimenticare una cosa fondamentale: prima delle competenze avanzate vengono le competenze di base. Saper leggere un testo, comprenderlo, scrivere in modo chiaro, fare di conto, ragionare, distinguere un’informazione corretta da una falsa non sono capacità vecchie, ma condizioni indispensabili per muoversi in un mondo sempre più tecnologico. La storia economica mostra quanto sia enorme il beneficio prodotto dall’estensione dell’alfabetizzazione in società nelle quali queste competenze erano patrimonio di pochi: quando leggere, scrivere e far di conto diventano capacità diffuse, favoriscono la produttività, l’utilizzo di nuove tecnologie e l’adattamento a lavori più complessi. Poi intervengono rendimenti marginali decrescenti, ma questo non significa che in un Paese avanzato le competenze di base possano essere date per acquisite.
È interessante, da questo punto di vista, osservare quanto sta accadendo in alcuni Paesi scandinavi, che dopo essere stati tra i più rapidi a introdurre computer e tablet nelle scuole stanno oggi rivalutando l’uso dei libri, della carta e della scrittura a mano. Questo ci ricorda che uno strumento deve essere usato quando migliora l’apprendimento, non semplicemente perché è nuovo.
Lo stesso principio vale per uno dei punti di forza del sistema svizzero, l’apprendistato. La formazione duale ha mantenuto per decenni un rapporto stretto tra scuola e mondo del lavoro, ma oggi proprio il lavoro cambia con una rapidità che obbliga a ripensare contenuti, competenze e percorsi. Difendere l’apprendistato significa adattarlo a mestieri che cambiano e tecnologie che si sostituiscono.
Non sappiamo quale mestiere farà tra vent’anni un bambino che questa settimana è entrato in classe. È possibile che quel mestiere oggi non esista ancora. Possiamo però insegnargli bene a leggere, scrivere, contare, ragionare e soprattutto a imparare. In un’economia che cambia così rapidamente, è uno degli investimenti più solidi che possiamo fare.
L’Osservatore, 05.09.2026


