Le banche centrali e il dilemma dell’inflazione

L’inflazione persiste. Purtroppo. I segnali che sono arrivati alle banche centrali nelle ultime settimane non sono bastati a rallentare gli incrementi dei tassi di interesse. Per il momento solo la Federal Reserve (FED) ha fermato la corsa decidendo di lasciarli tra il 5% e il 5.25%. Sottolineiamo “per il momento” perché la FED ha già precisato che altri aumenti sono all’orizzonte, causando la reazione negativa di Wall Street. Non nascondiamo che questo annuncio a noi pare inutilmente dannoso: il tasso di inflazione americano è sì ancora elevato, ma dà segnali di rallentamento. In effetti, in maggio i prezzi sono aumentati del 4% (4.9% in aprile). Si è ancora lontani dal famoso 2%, tasso che la teoria economica individua come limite per poter parlare di stabilità dei prezzi, ma forse ora bisognerebbe dare il tempo alla politica monetaria di espletare i suoi effetti e di valutare quelli che peseranno sull’economia reale.

Chi non poteva decidere diversamente invece è stata la Banca d’Inghilterra, che ha annunciato un aumento dei tassi di 50 punti portandoli al 5%. D’altronde il tasso di inflazione pubblicato poche ore prima non lasciava molte speranze: l’indice dei prezzi al consumo si è confermato ancora in maggio all’8.7% e, fatto ancora più grave, il tasso dell’inflazione core (lo zoccolo dell’inflazione che non calcola i prezzi variabili come quelli dei generi alimentari freschi e dell’energia) è addirittura aumentato dal 6.8% al 7.1%. Quindi niente da fare per la Banca d’Inghilterra che si è trovata le mani legate.

Chi a nostro avviso invece avrebbe potuto decidere più liberamente e diversamente è la Banca Nazionale svizzera (BNS). Il nostro tasso di inflazione è fortunatamente molto più basso di quello europeo: in maggio l’indice dei prezzi segnava +2.2% (in aprile il tasso era del 2.6%). Tuttavia la preoccupazione dovrebbe essere per cosa succederà al potere d’acquisto dei cittadini nei prossimi mesi. Gli aumenti degli affitti, la crescita dei tassi di interesse sulle ipoteche o ancora i prezzi energetici ci renderanno più poveri. A questo aggiungiamo un peggioramento delle previsioni di crescita, che avranno probabilmente effetto anche sui salari. Magari si poteva evitare un ulteriore aumento.

E chiudiamo con la Turchia, dove la situazione è ancor più drammatica. Dopo mesi di politiche economiche non convenzionali che hanno visto la riduzione dei tassi di interesse dal 19% all’8.5% in un contesto di inflazione crescente, la banca centrale ha ora operato un radicale cambiamento aumentando i tassi di 650 punti base al 15%. È un tasso enorme in apparenza. In apparenza perché se lo paragoniamo a quello dell’inflazione, ancora al 40%, si ridimensiona. Ma purtroppo non si ridimensiona la drammaticità del potere d’acquisto dei cittadini di questo Paese.

Tratto da L’Osservatore del 24.06.2023

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Previsioni economiche: nuvole all’orizzonte

In questa settimana sia la segreteria di Stato nell’economia (Seco) che il centro di ricerca congiunturale del politecnico federale di Zurigo (KOF) hanno presentato le previsioni per l’andamento economico della Svizzera per il 2023 e il 2024. Entrambi gli istituti evidenziano che la crescita del prodotto interno lordo (PIL) nel secondo trimestre e nella seconda parte di quest’anno dovrebbe essere inferiore rispetto a quanto avvenuto nel primo trimestre. Questo dipende dalla congiuntura mondiale che si trova in una fase di rallentamento. L’inflazione estremamente elevata nell’Unione Europea e anche negli Stati Uniti gioca ancora un ruolo importante nella riduzione del potere d’acquisto dei cittadini e quindi sulla domanda di consumi delle famiglie. Questo, unito all’incremento dei prezzi anche in Svizzera, che dovrebbe attestarsi a fine anno attorno al 2.3%, farà sì che la crescita del PIL sarà “solo” dell’1.5%.

Nonostante la riduzione del potere d’acquisto sarà ancora la domanda delle famiglie ad alimentare l’andamento positivo. Anche gli investimenti delle imprese dovrebbero mostrare un andamento positivo a differenza della spesa pubblica chiamata a forti riduzioni, soprattutto relazione al periodo Covid-19. I dati relativi agli investimenti in costruzione rimangono negativi, tuttavia si evidenzia una ripresa per quelli residenziali.

E quale sarà l’impatto di questa crescita del PIL sul mercato del lavoro? A detta degli esperti la disoccupazione dovrebbe leggermente diminuire raggiungendo così i minimi storici. Nonostante questa notizia positiva segnaliamo che i salari reali purtroppo non vedranno un aumento poiché i loro incrementi non saranno ancora sufficienti a compensare l’inflazione. Detto questo come ogni volta non ci resta che tenere le dita incrociate e sperare che tutti i fattori che influenzano l’andamento economico a livello mondiale giochino a nostro favore.

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Gli Stati Uniti falliranno?

Tempi duri per il Presidente americano Joe Biden che si trova in questi giorni in Giappone dove si sta svolgendo il vertice del G7 dove si incontrano i Paesi economicamente più avanzati del mondo. Rimarrà poco questa volta, perché deve tornare a casa e fare in modo che l’America non fallisca. Avete letto bene, gli Stati Uniti d’America, il paese più potente al mondo, arrischiano il fallimento (o se preferite un termine più di moda il default).

Il debito pubblico è uno strumento importantissimo nelle mani dello Stato per fare le politiche economiche attive in risposta a un periodo congiunturale negativo. In questo caso lo Stato spende di più di quanto incassa e realizza un deficit. La somma di tutti i deficit rappresenta il suo debito pubblico.

Tendenzialmente i paesi non chiedono i prestiti alle banche, ma emettono le obbligazioni (promesse di pagamento) su cui gli Stati pagano i tassi di interesse. Una volta erano i cittadini e le aziende del paese stesso a prestare i soldi al loro governo; oggi in un mondo sempre più interconnesso anche gli altri Stati e le aziende estere comprano “debito pubblico”.

La maggioranza delle nazioni non si dà limiti al debito. Ma non per tutti è così. Ad esempio la Svizzera ha votato il freno all’indebitamento che prevede la possibilità di avere dei deficit nei momenti di bassa congiuntura che però devono essere compensati da eccedenze quando le cose vanno bene.

Gli Stati Uniti invece hanno il tetto massimo al debito. Questo strumento è stato introdotto nel 1917 e prevede che sia il Congresso a votare il limite massimo del debito. Da quando è stato introdotto, il tetto del debito è stato aumentato circa 80 volte portandolo ad oggi a 31’400 miliardi di dollari (28’500 miliardi CHF), equivalente al 120% del prodotto interno lordo americano.

Il 1 giugno si dovrebbe quindi arrivare al limite massimo e questo significa che non ci sono più soldi da spendere. Naturalmente la scelta di aumentarlo è esclusivamente politica. Diventa difficile attuarla quando Camera e Senato (che sono le due istituzioni americane) sono una nelle mani repubblicane e l’altra in quelle democratiche.

I repubblicani chiedono di ridurre notevolmente la spesa pubblica nei prossimi 10 anni, i democratici non hanno intenzione di farlo perché metterebbe a rischio la loro attività politica.

Non è la prima volta che assistiamo a questa prova di forza. E quindi dormiamo pure sonni tranquilli: né repubblicani né democratici vorranno far fallire gli Stati Uniti d’America.

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In Ticino abitanti sempre più poveri

L’anno scorso siamo diventati tutti, o quasi, più poveri. Nessuno di noi aveva dubbi che il nostro potere di acquisto si fosse ridotto. Ma ora lo ha confermato anche la statistica. Nel 2022 i salari nominali dell’intera economia svizzera sono aumentati dello 0.9% rispetto all’anno precedente. Questa notizia dovrebbe renderci felici, se non fosse che l’aumento deve essere paragonato con la sua “effettiva” capacità di acquistare beni e servizi. Ed è qui che entra in gioco il tasso di inflazione, che misura l’andamento generale dei prezzi. Nel 2022 l’indice dei prezzi al consumo è aumentato del 2.8%. Questo significa che il nostro carrello della spesa, che nel 2021 costava 100 CHF, nel 2022 costa 102.80. Pazienza, penserete voi, tanto abbiamo avuto un aumento dei salari. Sì e no. In effetti l’aumento dei salari ci ha consentito di guadagnare 100.90 CHF; capiamo subito che l’aumento di stipendio non è sufficiente a compensare la crescita dei prezzi.

E in effetti, i salari reali hanno subito una riduzione dell’1.9%. Detta così sembra una riduzione piccola. E allora perché la nostra sensazione è di essere diventati molto più poveri?

Innanzitutto ricordiamo che l’indice dei prezzi al consumo misura l’andamento esclusivamente dei prezzi dei beni e dei servizi che sono consumati in maniera finale. Questo indicatore quindi non tiene conto ad esempio dell’andamento delle imposte o delle assicurazioni. E per fortuna che nel 2022 l’indice dei premi dell’assicurazione malattia aveva mostrato una riduzione dello 0.5%, fatto questo che ci aveva illusi e non ci aveva preparati alla stangata del 6.6% del 2023. L’indice dei prezzi al consumo non è un indicatore del costo della vita.

In aggiunta la statistica dice anche che non tutti i settori hanno registrato lo stesso andamento. Per esempio le persone che hanno lavorato per la chimica e la farmaceutica hanno visto aumentare il loro reddito in maniera reale dell’1.2%. Ma sono stati gli unici fortunati. L’industria delle materie plastiche ha visto ridurre i salari del 5%, quella dei prodotti elettronici e dell’orologeria del 3.4% e quello delle costruzioni del 2.4%.

Non è andata molto meglio al settore terziario, in cui nessuno ha registrato aumenti. Le perdite del potere d’acquisto variano dal 4.2% delle attività artistiche allo 0.1% delle assicurazioni.

Oltre a queste differenze, non possiamo dimenticare le differenze regionali. Sappiamo che in Ticino si guadagna tra il 16 e il 20% in meno del resto della Svizzera e non abbiamo ragioni di credere che in questa regione siano stati dati aumenti salariali migliori rispetto alle altre. Di conseguenza è abbastanza ragionevole supporre che, una volta di più, nel Cantone Ticino i suoi cittadini siano diventati ancora più poveri. E purtroppo temiamo che la prossima statistica confermerà questa realtà.

Pubblicato da L’Osservatore, 29.04.2023

C’è lavoro ma non ci sono lavoratori. Che fare?

Il mercato del lavoro svizzero sembra scosso da inedite convulsioni. Secondo alcune stime a fine 2022 si registravano ben 120’000 posti di lavoro non occupati (i disoccupati in tutto il Paese, a titolo di paragone, sono circa 100’000). Numeri a prima vista impressionanti, cresciuti sulla scia della ripresa post pandemica.

I datori di lavoro denunciano gravi difficoltà nel reclutamento: è di due giorni fa l’intervento dell’Unione svizzera degli imprenditori (Usi) con la proposta di alcune piste per rimediare alla carenza di professionisti.

La grande richiesta di particolari profili professionali sta spingendo molti lavoratori di altri Paesi, come sempre accade in queste occasioni, a trasferirsi entro nei confini della Confederazione. Un’immigrazione con ritmi spettacolari che ha aggiunto in solo anno, nel 2022, oltre 70’000 nuovi abitanti al nostro Paese.

I media elvetici d’Oltralpe si interrogano sulla sostenibilità di questa distonia. È possibile per un Paese offrire “troppo” lavoro? Ne parliamo con un’esperta in materia, Amalia Mirante, economista e docente SUPSI.

La prima semplice domanda che sorge, alla luce di questi 120’000 posti di lavoro vacanti, è come faccia a funzionare un’economia se mancano così tante “braccia”?

Facciamo una premessa. È abbastanza tipico quando ci sono anche dei cambiamenti tecnologici, che in realtà possono diventare quasi strutturali, che sia necessario un periodo affinché l’incrocio tra domanda e offerta di lavoro si aggiusti. I dati ci parlano in Svizzera di 5,4 milioni di posti di lavoro, quindi questi 120.000 posti vacanti rimangono ancora una fetta contenuta. Bisognerebbe guardare questa situazione avendo a mente un panorama più ampio. Stiamo passando attraverso i cambiamenti dettati dalla cosiddetta “rivoluzione industriale 4.0”, fatta di automatizzazione e digitalizzazione. Adesso, a parer mio, siamo nella coda di questa rivoluzione con l’entrata in scena dell’intelligenza artificiale. Questi grandi cambiamenti stanno modificando la stessa organizzazione del lavoro e gli stessi processi produttivi. Guardare solo le carenze odierne di posti di lavoro significa concentrarsi forse un po’ troppo sul breve termine, su quello che le aziende hanno bisogno in questo momento, ma il passaggio che stiamo vivendo è qualcosa di molto più grande.

All’economia mancano profili sufficientemente qualificati?

In realtà una bella fetta di posti di lavoro vacanti è nel settore del commercio, nella manutenzione degli autoveicoli, nel settore alberghiero e della ristorazione, e una fetta “storica”, nella sanità. Non tutti i posti vacanti sono automaticamente da attribuire a categorie che richiedono grandi competenze, grandi capacità, grandi studi.

Non riqualificare, ma amplificare le competenze

Si parla molto di mismatch (discrepanza tra domanda di lavoratori e competenze della forza lavoro). L’ente statale non dovrebbe impegnare maggiori attenzioni e risorse alla riqualificazione dei lavoratori?

Effettivamente l’intervento pubblico concertato con le imprese dovrebbe abituarsi ad anticipare i tempi, pensare a quello che sarà tra 10-15 anni il mercato del lavoro. Più di tutto vanno valorizzate le competenze che già ci sono. Io non parlo volentieri di riqualifica professionale perché secondo me ci sono già tante competenze settoriali che vanno ampliate, aggiornate, rese magari complementari a quelle che già ci sono. Un esempio. Nei supermercati sono entrate in scena le casse automatiche, va bene. Ma anche la varietà dei prodotti sta crescendo enormemente; nella sezione delle farine vi sono 18 tipi di prodotti diversi con prezzi diversi: più che cassieri oggi necessitiamo di consulenti alla vendita a tutto tondo. Si tratta cioè di adattare le competenze già presenti nei professionisti di oggi a un contesto con sempre maggiore digitalizzazione e automazione, e abbiamo il tempo per farlo.

L’abitudine di procurarsi la forza lavoro dall’estero intanto mostra qualche limite. La concorrenza in Europa non manca, ed importare manodopera comincia a farsi difficile per alcune professioni.

Non siamo un’isola, anche gli altri Paesi iniziano riscontrare i medesimi fenomeni di carenza. Attingere alla migrazione genera anche tensioni. Di certo nel resto del Paese, nella Svizzera tedesca, la pressione generata è molto minore rispetto alla Svizzera italiana. Per esempio, in alcuni luoghi, il differenziale salariale è addirittura a favore dei frontalieri rispetto ai residenti.

Il ricorso alla manodopera estera rimane però un po’ nel DNA svizzero. Potremmo provare almeno a dare maggiore importanza e investire di più nell’ammodernamento e nel potenziamento della formazione professionale. Soprattutto in Ticino questo è un settore nel quale purtroppo negli ultimi anni non si è riusciti a investire abbastanza. Occorrerebbe far fronte alla richiesta che arriva dal mondo professionale di figure specializzate in ambito industriale. Bisogna valorizzare di più la Formazione professionale.

I desideri degli imprenditori e quelli dei lavoratori

Secondo gli imprenditori svizzeri bisognerebbe lavorare più ore, più a lungo, tutti.

Da una parte si denuncia la mancanza di personale qualificato in alcuni settori. In contemporanea si chiede che questo personale altamente qualificato vada a lavorare, se mi è permesso, secondo le condizioni di cinquant’anni fa. Si pensi all’idea della pensione a 70 anni. Giusto invece consentire alle persone di poter lavorare anche dopo l’età “legale” del pensionamento: questa tendenza deve essere aiutata e non penalizzata. Però da qui a farne un obbligo ce ne passa.

Le richieste degli imprenditori si scontrano con quello che appare essere il desiderio proprio della parte più qualificata e, dunque, più ricercata della forza lavoro: lavorare, se possibile, a tempo parziale. Intuitivamente la concorrenza ad accaparrarsi i lavoratori dovrebbe spingere verso un miglioramento delle condizioni che si offrono.

Questo lo hanno capito le grandi aziende, le quali hanno già cominciato a offrire tutta una serie di benefit. Stanno cominciando a cambiare le condizioni quadro dei loro posti di lavoro perché si sono rese conto che effettivamente le persone più qualificate, più competenti, che possono portare un beneficio alle aziende oggi non chiedono a volte il salario più alto, che in quelle posizioni lavorative non è tanto ciò che fa la differenza tra un’azienda e un’altra. Ciò che chiedono è per esempio la possibilità di avere dei congedi parentali, come offrono già alcune grandi banche o le grandi catene di distribuzione. Le stesse grandi imprese stanno introducendo anche per i padri la possibilità di lavorare a tempo parziale, anche in posizioni quadro. Oppure pagano l’abbonamento in palestra, o corsi formativi anche fuori dall’ambito professionale, eccetera… Questa non è una novità, poiché sovente nella storia sono stati addirittura gli imprenditori e gli industriali a migliorare le condizioni del lavoro. Certo per i piccoli e medi imprenditori il discorso è un po’ differente, però anche lì si fanno tentativi. Offrendo modelli come il lavoro a distanza e la settimana corta di quattro giorni.

Riguardo al settore delle piccole-medie imprese si parla un po’, tra gli analisti d’Oltralpe, della persistenza di aziende cosiddette “zombie”, ovvero che sopravvivono un po’ sull’onda lunga degli aiuti dati negli ultimi anni dallo Stato, e che gonfiano così il mercato del lavoro.

Per le piccole e medie imprese credo che il colpo relativo alla crisi Covid sia stato duro e pesante. Adesso le stesse aziende devono confrontarsi con un insieme di costi cresciuti in maniera importante. Sicuramente ci sono state realtà tenute “in piedi” in maniera un po’ artificiale, ma non si poteva fare altrimenti. Oggi vediamo che il numero di aziende che dichiarano fallimento sta lentamente aumentando, quindi c’è indubbiamente uno strascico in questo senso .

Intervista da Il Federalista

L’indebitamento record delle famiglie: «Confermate le difficoltà finanziare dei ticinesi»

LUGANO – Ticinesi sempre più indebitati. Tra il 2019 e il 2022 è infatti esploso il numero di prestiti al consumo, a segnare una crescita che è la più alta in tutta la Svizzera: +400% (fonte MultiCredit). Dato che si inserisce in un quadro nazionale di corsa al prestito: +19% durante lo scorso anno, rispetto al 2019.Dunque sempre più famiglie e persone in Ticino chiedono di ritardare o dilazionare i pagamenti, che sia per un elettrodomestico nuovo piuttosto che per l’auto, per una vacanza o per l’istruzione dei figli. E nel periodo preso in esame 2019-2022, a livello nazionale è il 2020 ad aver fatto registrare il picco della necessità di fare debito (+31% di prestiti rispetto al 2019) mentre a livello cantonale è il 2022 l’anno nel quale il valore dell’importo medio per prestito ha raggiunto il suo massimo 31’457 Chf (+14% rispetto all’anno precedente).
Ci chiediamo se la crescita record dei prestiti al consumo possa essere motivato solo dalla crisi pandemica passata. E lo facciamo con Amalia Mirante, economista e docente universitaria.

«Una relazione con la pandemia può esserci – spiega neo eletta al Gran Consiglio – In effetti, non dimentichiamo che molte persone, seppur supportate dalle misure messe in atto dalla Confederazione, come le indennità per orario ridotto o i prestiti Covid, hanno visto il loro reddito ridursi. Questo è accaduto alle persone dipendenti, ai lavoratori indipendenti, ma anche agli imprenditori. In questo senso potrebbe esserci un legame con l’aumento del prestito al consumo, ma probabilmente le ragioni di fondo sono da ricercare altrove».

Dove?

«Il Cantone Ticino mostra da sempre tassi di povertà, difficoltà finanziarie, ritardi nei pagamenti, numero di esecuzioni e fallimenti, dati relativi alla deprivazione materiale, indicatore che mostra difficoltà finanziarie nel possedere beni di consumo durevoli, maggiori rispetto agli altri Cantoni. Certamente possiamo cercare dati socio-demografici come la formazione, l’età, la nazionalità, che ci spiegano questa situazione, ma la causa primaria è sempre da ricercare, purtroppo, nei bassi salari che sono versati in Ticino rispetto al resto della Confederazione».
Se a sud del Gottardo sempre più spesso si dilazionano o ritardano i pagamenti, va specificato che il credito medio richiesto dalle famiglie ticinesi nel triennio 2019-2022 (28’183 franchi) è di valore inferiore (-28%) rispetto alla cifra media richiesta all’interno della Confederazione (39.025 Chf), che ha nei cantoni di Zugo (68.632 franchi), Ginevra (56,572 Chf) e Basilea Città (55,115 Chf) gli importi più onerosi. Questo dato è spiegabile solo con un differente costo della vita o c’è dell’altro?

«In realtà il costo della vita non è così alto da giustificare differenze così rilevanti. Quello che possiamo supporre è che ci sia una differenza sostanziale nel tipo di beni e servizi per i quali si accede al prestito al consumo. Potremmo supporre che in Ticino il prestito sia utilizzato per beni che potremmo definire di uso più comune rispetto ad altri Cantoni o comunque di minor costo. In aggiunta, non dimentichiamo che l’importo del credito dipende dalle possibilità finanziarie, che come detto poc’anzi, sono inferiori in Ticino».

Va però sottolineato che la cifra media richiesta a credito, nel nostro Cantone dal 2019 è andata sempre aumentando negli anni e ha raggiunto il suo picco nel 2021 (31’457Chf, +14% sull’anno precedente) dopo gli step intermedi del 2019 (24’559 Chf; +8%) e 2020 (27’543 Chf; +12%). Come spiegarsi questa continua crescita?

«La ragione che ritengo possa giustificare la crescita degli importi, a mio modo di vedere, è da ricercare sempre nei salari più bassi. L’aumento del costo della vita in Ticino è sempre più importante. E a fronte di questi aumenti, gli stipendi stagnano. Questo implica che si diventa sempre più poveri. Pensiamo a quanto incidono per esempio gli aumenti dei premi cassa malati o in questo momento gli aumenti degli affitti e delle spese legate all’energia».

Intervista tratta da Tio del 13.04.2023

Fonte: Tio

L’inflazione rallenta

L’inflazione sta decisamente rallentando la sua corsa. I dati dei principali paesi europei confermano che il calo è dovuto principalmente alla riduzione dei prezzi energetici. E questa è sicuramente una buona notizia. In effetti abbiamo visto i prezzi al consumo in marzo confermarsi in Spagna al 3.3% (dal 6% del mese precedente), in Italia al 7.7% (da 9.2% precedente), in Francia al 5.6% (dal 6.3%), in Germania al 7.4% (dall’8.7%) e in generale nella zona Euro al 6.9% (dall’8.5%). Anche la Svizzera non ha fatto eccezione. Così qualche giorno fa l’ufficio federale di statistica ha comunicato che l’aumento annuale nel mese di marzo è stato del 2.9%, mentre su base mensile i prezzi sono cresciuti solo dello 0.2%. La riduzione anche in questo caso è causata principalmente dai prezzi dei prodotti petroliferi e di quelli energetici in generale

Ancora non possiamo gioire della fine dell’inflazione, anche se in alcuni casi, come in Italia, l’inflazione è scesa al suo livello più basso dal maggio dell’anno scorso. Quello che si nota è che se si registra una riduzione per i prezzi dei prodotti energetici, lo stesso non può dirsi per i prezzi legati ai beni di consumo di tutti i giorni. Per esempio in Italia il prezzo del carrello della spesa aumenta ancora in marzo del 12.7%; questo dato è superiore di ben cinque punti percentuale rispetto al tasso di inflazione.

Ma questa riduzione dei prezzi è davvero imputabile alle scelte delle banche centrali di aumentare i tassi di interesse? Sappiamo che la politica monetaria ha dei ritardi temporali nella spesa e nella produzione. Questo significa che i consumatori e i produttori modificheranno il loro comportamento con un certo ritardo rispetto alla decisione di aumentare i tassi di interesse. Ancora più in ritardo saranno gli effetti finali su produzione e occupazione. I ritardi teorici possono andare dai 6 mesi ai 24 mesi. Insomma, non abbiamo certezza che siano state le politiche monetarie a frenare la domanda di consumatori e imprese e quindi a contenere l’aumento dei prezzi. Al momento pare che siano state piuttosto le condizioni meteorologiche favorevoli a impattare sulla domanda di prodotti energetici, quindi sui loro prezzi e di riflesso sull’abbassamento dell’inflazione.
D’altra parte sembrerebbe che anche le possibili conseguenze negative sulla crescita economica di un aumento dei tassi di interesse per il momento siano contenute.
Quindi, finora le banche centrali sembrano aver fatto scelte positive. Speriamo vadano avanti in questa direzione.

La versione audio: L’inflazione rallenta

8 marzo: perché?

È appena passato l’8 marzo, giornata internazionale della donna. Ancora oggi si discute molto se questa giornata debba essere celebrata oppure se proprio in nome della parità dovrebbe essere abolita. Personalmente ritengo sia molto importante dedicare alla parità di genere una giornata che consenta concretamente di attirare l’attenzione su quello che ancora oggi c’è da fare.

Sappiamo che anche se sono stati fatti tanti passi in avanti, ancora la parità non può dirsi pienamente raggiunta. Certo, le donne sono formate, qualificate e competenti al pari degli uomini. Eppure ancora faticano a ottenere lo stesso riconoscimento dei loro colleghi. Quando guardiamo i salari, ma anche quando guardiamo alle posizioni professionali ricoperte dobbiamo scontrarci con una differenza importante che spesso non è giustificabile.

Naturalmente ben vengano tutte le misure possibili da attuare per superare questa ingiustizia. Tra queste rientrano le misure legali, i controlli, gli incentivi, le nuove misure per la conciliabilità tra lavoro e famiglia. Proprio in quest’ultimo caso ricordiamoci quanto questa misura non sia solo a sostegno della parità, ma quanto vada a sostegno della società tutta: i genitori che possono occuparsi dei figli sono sicuramente un arricchimento educativo.

Tra le misure che si studiano oggi a livello economico rientrano anche i correttivi ai bias in cui cadiamo in maniera inconsapevole, sia uomini che donne. Tra questi per esempio c’è la tendenza ad attribuire a un genere delle specifiche caratteristiche e quindi a privilegiarlo per determinati ruoli. Concretamente quello che succede è che se noi cerchiamo una persona che ricopra un ruolo dirigenziale, tenderemo ad associare agli uomini tratti caratteriali come la capacità di decidere, la fermezza, la sicurezza. Tutte doti queste associate a ruolo di leader. Alle donne invece attribuiremo caratteristiche come l’accoglienza, la sensibilità, la comprensione. Doti queste che non per forza risultano vincenti nella leadership.

A sostegno di questi studi citiamo sempre il caso delle orchestre: la percentuale di donne che riusciva ad accedere al palco era notevolmente inferiore a quella che si presentava alle audizioni. Dal momento che si è deciso di far svolgere le audizioni in maniera anonima e nascosti dal sipario, la quantità di donne scelte è aumentata notevolmente.

Questo per dire cosa? Che tutti noi possiamo essere vittime di stereotipi inconsci. Ciò che è importante oggi è riconoscere di poter cadere in tranelli e soprattutto attuare soluzioni affinché ciò non accada più.

La versione audio: 8 marzo: perché?

Frontalieri: perché il problema è peggio di quanto pensate

Tra ottobre e dicembre 2022 c’erano quasi 78’000 frontalieri in Ticino: una crescita di oltre 3’000 unità rispetto a un anno fa. La differenza con la situazione di dieci anni fa è impressionante: nel 2012 c’erano 21’000 frontalieri in meno!
In un cantone che si spopola e invecchia un posto di lavoro su tre, il 33%, va a persone che non vivono qui.
Ma le cifre ci dicono altro: e sono fatti ancora più preoccupanti.
Dieci anni fa il 43% dei frontalieri lavorava nel settore secondario (l’industria e l’edilizia, per intenderci). Ora questa fetta è scesa al 32%. Visto che ancora oggi quasi un quarto del nostro PIL, oltre 7 miliardi di franchi, continua a dipendere da questo settore, evidentemente questa diminuzione non può essere spiegata con il fatto che oggi siamo più Silicon Valley che Valle della Ruhr.
Se la quota di frontalieri scende nell’industria e nell’edilizia, è perché aumenta nel settore terziario, quello dei servizi. Infatti qui si passa dal 56% al 67%.
I cambiamenti maggiori riguardano le professioni legate alla attività legali e contabili, quelle degli studi di ingegneria e architettura, le attività di consulenza alle aziende, le attività di design specializzate, ecc. In queste professioni qualificate c’è stato un aumento dei frontalieri di due volte e mezzo, da 3’600 persone alle oltre 9’300.
Se non fosse una cosa grave per chi vive qui, ci verrebbe da sorridere guardando all’incremento dei frontalieri nelle attività di ricerca, selezione e fornitura di personale per le aziende (sic!), passati in 10 anni da 2’700 persone a 4’100.
Le conclusioni? Sono principalmente tre.
La prima: è falso che i frontalieri facciano “i lavori che i ticinesi non vogliono fare”. I ticinesi quei lavori li farebbero eccome. Semplicemente, non POSSONO, perché le paghe sono lombarde e non svizzere. Sono, cioè, stipendi per assumere frontalieri e non residenti.
Secondo: la formazione di per sé non è sufficiente per permettere ai lavoratori residenti di “vincere” la competizione con i frontalieri. I frontalieri non sono meno qualificati. Sono però meno costosi. Addirittura in parecchi casi i frontalieri selezionano frontalieri anche in ambiti pubblici, di ricerca o formativi. I nostri giovani qualificati e iper-qualificati emigrano a nord mentre i frontalieri, con qualifiche analoghe, arrivano da noi. La formazione è importante, ma, confrontata con la pressione al ribasso sui salari, non è sufficiente.
Infine, mentre destra e sinistra litigavano e fingevano di occuparsi del problema, in maniera poco sorprendente il problema si è aggravato. La politica sta deludendo attese e speranze dei lavoratori residenti.

La versione audio: Frontalieri: perché il problema è peggio di quanto pensate

I disoccupati che non si vedono e non si contano

Lo sappiamo. Ogni volta che la Segreteria di Stato dell’Economia (SECO) pubblica i dati sulla disoccupazione il nostro stupore aumenta.

Non si tratta di distorsione della realtà oppure di percezione sbagliata da parte del pubblico, come qualche “esperto” vuole farci credere. Lo diciamo da parecchio tempo: la statistica ufficiale della SECO conteggia esclusivamente il numero di persone iscritte presso gli uffici regionali di collocamento. E questo non è un buon indicatore dello stato di salute del mercato del lavoro in Ticino. Perlomeno non è un indicatore sufficiente a trarre conclusioni tanto ottimistiche.

Naturalmente la SECO non ha nessuna intenzione di nascondere i fatti, né intende dipingere una realtà più rosea del vero. Questo indicatore, ossia il numero di persone iscritte agli URC, dà le informazioni che contiene e che gli sono richieste: cioè esso enumera esclusivamente le persone in cerca di lavoro che sono anche iscritte a un ufficio di collocamento. È un indicatore, quindi, reale ma parziale, anzi parzialissimo.

La domanda che dovrebbero farsi commentatori e analisti che spesso utilizzano questi indicatori a scatola chiusa è un’altra: sono davvero rappresentativi della situazione ticinese?

La risposta breve è no.

E non bisogna essere luminari o specialisti per dare questa risposta, basta vivere e conoscere il territorio. Ambienti di diversa estrazione amano diffondere narrazioni appaganti, gratificanti o anche soltanto analgesiche. Non solo siamo in presenza di una quasi completa occupazione. Addirittura, in Ticino, avremmo un mercato e un’economia che non trova i profili altamente qualificati che cerca. E, ahinoi, non li trova nonostante la fatica e l’impegno che mettiamo nella formazione giovanile (per non parlare della fatica e dell’impegno di quei giovani medesimi).

Ma questa è appunto una narrazione, non la realtà del Canton Ticino. I nostri giovani qualificati, capaci e competenti si armano di bagagli e di biglietto del treno per andare a lavorare oltre Gottardo dove sono visti per quello che sono: giovani in gamba, con le qualifiche necessarie e la necessaria competenza.

Qui da noi, i nostri cinquantenni che perdono il posto di lavoro e cercano un impiego che ne riconosca esperienza e capacità, trovano solo porte chiuse. La situazione sta diventando talmente invivibile in questo cantone che persino alla fine della vita professionale con quanto messo da parte negli anni e con quanto percepito dai sistemi previdenziali non si riesce più a vivere in questo territorio. Centinaia di persone prossime al pensionamento stanno pianificando la loro partenza.

Di fronte a questa situazione cosa fa la politica? Poco, o niente. Si narrano la storia di un cantone innovativo, competitivo, culla del progresso tecnologico e all’avanguardia in Svizzera se non addirittura in Europa. Peccato che tutti i giorni quando ci alziamo, la maggioranza di noi, fa i conti non con le storie ma con la realtà.

E la realtà è ben diversa. Ma attenzione questo non significa che tutto sia perduto, anzi. Abbiamo tutte le possibilità e le potenzialità per cambiare, dobbiamo solo volerlo. Ma dobbiamo avere la volontà, come prima cosa, di vedere la realtà e smetterla di credere alle favole. Non siamo nel paese del Bengodi, non siamo la Silicon Valley. Siamo un cantone periferico, meno competitivo di quanto potrebbe e dovrebbe essere e le cui classi dirigenti faticano a rendersene conto. Oppure, non vogliono farlo.

La versione audio: I disoccupati che non si vedono e non si contano