Disoccupati? Sì, no, forse…

Di nuovo i dati sulla disoccupazione litigano. Pochi giorni fa è stato pubblicato il tasso di disoccupazione calcolato secondo il metodo dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) e ancora di nuovo questo indicatore “fa a pugni” con quello pubblicato mensilmente dalla Segreteria di Stato dell’economia (SECO). E questo non rappresenta un problema per gli analisti economici, quanto per le persone in cerca di impiego.

Lo sappiamo: il dato calcolato dalla SECO conta esclusivamente le persone iscritte presso gli uffici regionali di collocamento e le rapporta al numero di persone attive. In questo caso quindi, non c’è nessuna stima e nessun calcolo matematico che vada oltre alla somma degli iscritti. L’indicatore è “facile” e viene pubblicato ogni mese.

Al contrario, il tasso di disoccupazione calcolato secondo il metodo dell’ILO viene stimato a seguito di sondaggi telefonici; i risultati sono pubblicati ogni tre mesi.

In questo secondo caso il tasso di disoccupazione in Svizzera è stato stimato al 4.3%, in aumento rispetto al trimestre precedente di 0.4 punti percentuali e di 0.6 punti percentuali rispetto al primo trimestre dell’anno scorso. Constatiamo che a livello nazionale c’è un aumento delle persone in cerca di lavoro. I dati calcolati mediamente per lo stesso periodo secondo la Segreteria di Stato dell’economia mostravano invece un tasso di disoccupazione “solo” del 2.4%. Quindi il tasso di disoccupazione ILO risulta più alto di 1.8 volte. A questo punto starete pensando che “sì, c’è proprio una bella differenza tra questi due dati!” Eppure in Ticino la situazione è ancora peggiore.

Il tasso di disoccupazione calcolato dalla Segreteria di Stato per i primi tre mesi dell’anno era circa del 2.9%, ossia conteggiava circa 4’800 persone. Il tasso calcolato secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro invece è di ben il 7.2%, in aumento rispetto al trimestre precedente di 1 punto percentuale e di 0.6 punti percentuali rispetto al primo trimestre dell’anno scorso. Il tasso ILO è quindi 2,5 volte il tasso della SECO. In termini concreti parliamo di più di 12’700 persone alla ricerca di un posto di lavoro; di queste la maggioranza sparisce dal “radar” della SECO.

Ma perché nel caso del Canton Ticino questo dato diverge così tanto? Evidentemente c’è uno scollamento tra le persone che cercano lavoro e quelle che sono iscritte presso gli uffici regionali di collocamento. Vuoi perché non hanno maturato il diritto alle indennità, vuoi perché lo hanno esaurito o ancora perché sono scoraggiati, il fatto è che la disoccupazione in Ticino è un fenomeno più grave rispetto a quanto rilevato dalla Segreteria di Stato.

Conoscere questa differenza nei dati è di fondamentale importanza per poter mettere in atto politiche economiche efficaci e per poter dare risposta a tutte le persone che cercano un lavoro e che non lo trovano pur non essendo iscritte negli “albi ufficiali”.

Ancora una volta il mercato del lavoro in Ticino mostra la sua sofferenza: a noi individuarla e soprattutto cercare soluzioni per lenirla.

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L’importante differenza fra ricchezza e benessere

La ricchezza degli svizzeri è aumentata. O almeno è quello che sembrerebbe da una prima lettura dei dati appena pubblicati dalla Banca Nazionale svizzera relativi al 2023. Le attività finanziarie delle economie domestiche valevano ben 3’014 miliardi di franchi, ai quali dobbiamo aggiungere 2’659 miliardi di franchi del valore di mercato degli immobili. Rispetto all’anno scorso l’aumento è stato importante e rispettivamente del 2.3% e del 3.6%. Ma allora, perché non ci sentiamo tutti più benestanti? Perché ci sembra di fare sempre fatica ad arrivare alla fine del mese?
Innanzitutto dobbiamo differenziare il concetto del reddito da quello della ricchezza. Il reddito è ciò che effettivamente guadagniamo, quello che possiamo spendere immediatamente; per semplificare pensiamo allo stipendio o nel caso degli anziani alla rendita AVS. La ricchezza, invece, rappresenta ciò che abbiamo messo da parte e che magari abbiamo investito in attività che non possono essere per forza utilizzate subito. Pensiamo all’acquisto di obbligazioni della Confederazione o magari a una casa.
È per questo che molto probabilmente la maggioranza di noi non si è assolutamente accorta di essere diventata più ricca. In effetti, in alcuni casi si tratta addirittura di un arricchimento teorico. Pensiamo all’incremento del valore della nostra casa. Sulla carta siamo più ricchi perché i prezzi sul mercato sono aumentati, ma nella realtà a meno che non la vendiamo noi non guadagniamo niente. Anzi, paradossalmente potremmo trovarci a dover pagare più imposte sulla sostanza. O ancora, il valore delle prestazioni assicurative e di quelle pensionistiche rappresenta gli accantonamenti fatti per coprire le future richieste di risarcimento da parte degli assicurati, ma non per forza ci sarà un trasferimento uno a uno.
Ma c’è una seconda ragione, forse ancora più importante. Questo dato indica il patrimonio aggregato di tutte le persone residenti in Svizzera, mentre non dice nulla sulla sua distribuzione. Per cui troveremo nello stesso raggruppamento persone che possiedono ville enormi, pacchetti azionari e migliaia di obbligazioni di Stato, e altre che invece non hanno nulla. Per valutare la distribuzione della ricchezza dobbiamo utilizzare l’indice di Gini. Ma anche questo dato non ci dice ancora tutto. Per capire bene il benessere delle persone dovremmo valutare come è distribuita la ricchezza tra le classi più benestanti, ma soprattutto mettere questi dati in relazione al sistema fiscale (tasse di successione, tasse sul patrimonio,…) e ancora di più in relazione al sistema di sicurezza sociale. Se uno Stato offre ai suoi cittadini servizi di ottima qualità gratuiti e sistemi previdenziali sicuri, è davvero così importante risparmiare e accumulare patrimonio?

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Pubblicato da L’Osservatore – 4.05.2024

La crisi mondiale si fa sentire anche in Svizzera

I dati appena pubblicati sul commercio estero della Svizzera riferiscono di un primo trimestre di quest’anno non troppo entusiasmante. Le esportazioni hanno superato di poco i 64 miliardi di franchi mentre le importazioni si aggirano attorno ai 55,5 miliardi. Rispetto al trimestre precedente entrambi i flussi nominali, ossia i valori in franchi senza considerare l’effetto dell’inflazione, mostrano una riduzione, rispettivamente del -0.8% e del -1.9%. La situazione migliora un po’ se si va a guardare il dato in termini reali, quindi tenendo conto dell’effetto dei prezzi: in questo caso le esportazioni segnano + 0.6% e le importazioni una riduzione di “solo” -0.2%. La differenza tra esportazioni e importazioni, quindi il saldo della bilancia commerciale, chiude con una eccedenza di 8,6 miliardi di franchi.
Attenzione però, questo dato potrebbe indurci in errore. In effetti dobbiamo sempre ricordare che la Svizzera è un paese esportatore netto nonostante tre caratteristiche particolari. La prima è che la nostra nazione è piccola e questo significa che ha poca manodopera e anche poco territorio a disposizione per produrre. Nonostante ciò riusciamo a creare di più di quello che consumiamo e quindi a vendere all’estero. La seconda caratteristica è che la nostra nazione non dispone di una storia di industria pesante. Detto altrimenti non abbiamo un’industria automobilistica storica come la Germania e neppure cantieri navali come l’Italia. Infine, la terza caratteristica è che a differenza di altri paesi noi non abbiamo grandi risorse di materie prime. Questo implica che per poter produrre e vendere all’estero abbiamo bisogno di importare materie prime e prodotti semilavorati a cui aggiungeremo valore aggiunto con la nostra produzione. È proprio per questa ragione che quando le importazioni si riducono dobbiamo essere piuttosto cauti perché questo potrebbe significare che le nostre aziende esportatrici stanno vivendo un calo negli ordini e per questa ragione non comprano dall’estero. Ancora una volta comprendiamo quanto sia importante analizzare i dati economici aldilà dei semplici numeri.
In generale vediamo che la maggioranza dei settori economici ha visto le sue esportazioni ridursi. In particolare hanno sofferto il settore legato alla gioielleria, l’orologeria e gli strumenti di precisione. Anche il settore dei prodotti chimici e farmaceutici, punta di diamante delle nostre esportazioni, è rimasto pressoché stabile. Per quanto riguarda i mercati segnaliamo un certo rallentamento nelle vendite verso l’Asia (in particolare Singapore), un leggero aumento verso l’America del Nord e una certa stabilità verso l’Unione Europea. In questo caso, vediamo che purtroppo la maggioranza dei paesi (inclusi i nostri principali partner commerciali, Germania e Italia) mostra una riduzione degli acquisti, compensati in grande parte dall’aumento avvenuto con la Slovenia.
Naturalmente sappiamo che queste dinamiche dipendono fortemente dalla situazione internazionale, situazione internazionale che con l’allargarsi del conflitto Israelo-Palestinese non potrà far altro che peggiorare.

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Salari in Ticino: tutti giù per terra

In Ticino, per molti il sogno di una vita migliore si sta dissolvendo come neve al sole. Lo suggeriscono i dati sui salari pubblicati dall’ufficio federale di statistica. Queste cifre confermano una tendenza che denunciamo da tempo. La teoria economica, con le sue promesse di prosperità legata alla crescita, sembra beffarsi di noi, lasciandoci a mani vuote. Un lieve aumento dei salari rispetto al 2020? Una misera consolazione, quando si scopre che i redditi più alti hanno subito tagli drastici. Un vero e proprio schiaffo per chi ha sempre dato il massimo, tra questi i residenti svizzeri che sono i più colpiti da questa diminuzione.

Non siamo di fronte a una semplice battuta d’arresto, ma a quella che potrebbe diventare, se non si fa nulla, una vera e propria emergenza sociale: nemmeno i salari dei lavoratori più qualificati, come chi ha una formazione superiore, sono al sicuro. I settori che annunciano aumenti sono pochissimi, ad es. la ristorazione, la maggior parte invece lamenta diminuzioni importanti dei salari. In generale, vediamo i salari scendere nelle attività manifatturiere, nei servizi finanziari e assicurativi, nelle attività legali e in quelle legate alla contabilità, nelle professioni tecniche e scientifiche e in quelle della sanità e socialità.

E poi c’è la favola della riduzione del divario salariale tra uomini e donne. La beffa oltre al danno: in realtà, si tratta di un’uguaglianza al ribasso, dove tutti perdono, senza eccezioni. Il differenziale si rimpicciolisce non tanto perché le donne guadagnano di più, quanto perché gli uomini guadagnano di meno. Questa parità al ribasso non è quella che vogliamo.

Forse adesso che la crisi tocca anche i lavoratori più “fortunati” che dovrebbero essere i meglio rappresentati politicamente, i partiti storici finalmente si decideranno a fare qualcosa in difesa dei nostri salari.

Ma data la paralisi politica degli ultimi anni, ci vorrebbe un miracolo. Si potrebbe cominciare smettendo di negare la gravità della situazione con narrazioni di comodo. Il Ticino ha un problema di salari che adesso tocca anche i lavoratori meglio qualificati. La classe politica deve smetterla di guardare dall’altra parte. I nostri concittadini meritano di meglio.

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Previsioni a tinte fosche per l’economia elvetica

L’inflazione rallenta. I prezzi al consumo sia negli Stati Uniti che nelle principali nazioni europee stanno riducendo fortemente la loro corsa. Lo stesso accade anche per i prezzi alla produzione, che lo ricordiamo sono i prezzi dei beni nel momento in cui i prodotti escono dalla “fabbrica”.

Nel dettaglio possiamo segnalare la riduzione dei prezzi al consumo su base mensile nel mese di novembre in Spagna, Francia, Italia, Germania e nella Eurozona in generale. Anche gli aumenti su base annuale sono stati piuttosto contenuti e in alcuni casi persino inferiori ai due punti percentuali ritenuti quale soglia per parlare di stabilità dei prezzi. È questo il caso per esempio dell’Italia. Giova ricordare, tuttavia, che parte di questo effetto positivo è da ricondurre al fatto che proprio nei mesi di ottobre-dicembre dell’anno scorso avevamo vissuto l’impennata dei costi dei prezzi energetici (che nel frattempo fortunatamente si sono ridotti). Per questa ragione dobbiamo attendere ancora qualche mese prima di poter cantare vittoria nella lotta all’inflazione.

Anche il dato svizzero ci ha sorpresi positivamente: l’inflazione nel mese di novembre ha registrato un aumento annuo di “solo” l’1.4%; rispetto al mese precedente addirittura si registra una riduzione dello 0.2%. Ma le notizie buone finiscono qui. I dati appena pubblicati sull’andamento del terzo trimestre (luglio-settembre) del prodotto interno lordo (PIL) mostrano una crescita piuttosto contenuta (+0.3%), dopo che il trimestre precedente si era chiuso addirittura con una crescita negativa del -0.1%. Le voci che più preoccupano sono quelle che influenzeranno anche l’andamento dei prossimi mesi. In particolare, i consumi delle famiglie, gli investimenti in beni strumentali delle aziende oltre alle previsioni non troppo favorevoli delle esportazioni. È evidente che la situazione Svizzera è fortemente influenzata da quella internazionale. Il PIL dei nostri principali partner ha mostrato o una minima crescita, come nel caso dell’Italia (+0.1%) o addirittura una riduzione come nel caso della Francia e della Germania (-0.1%).

Non siamo ancora in grado di dire se questo rallentamento economico è la conseguenza delle politiche monetarie restrittive attuate per contrastare l’inflazione. Quello che è certo è che i conflitti ancora aperti in Ucraina e in Medio Oriente, uniti alle incertezze geopolitiche ed economiche, non sono di buon auspicio per il prossimo futuro. Non a caso le previsioni che gli istituti di ricerca stanno elaborando in queste settimane confermano per l’anno prossimo un tasso di crescita del PIL svizzero piuttosto contenuto che dovrebbe, purtroppo, causare anche degli effetti negativi, seppur fortunatamente contenuti, sul mercato del lavoro.

Speriamo che il Natale ci porti in dono prospettive migliori.

Articolo pubblicato da L’Osservatore, 9.12.2023

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La crisi mondiale si manifesta nelle nostre esportazioni

Come abbiamo più volte anticipato il rallentamento economico mondiale avrebbe presto tardi mostrato i suoi effetti anche sulla nostra economia. E così è stato nel mese di ottobre. Il commercio estero svizzero ha fortemente rallentato la sua corsa rispetto ai precedenti due mesi dove aveva segnato dati record. Leggendo un po’ superficialmente la notizia che dice che la bilancia commerciale chiude con una eccedenza di 3.4 miliardi di franchi saremmo tentati di pensare che le cose vanno bene. Ma purtroppo non è così. Ricordiamo che la bilancia commerciale rappresenta la differenza tra le esportazioni e le importazioni di una nazione. Nel nostro caso rimane ancora positiva perché purtroppo entrambe le componenti hanno mostrato una riduzione rispetto ai mesi precedenti.

Prima di addentrarci nell’analisi dei settori che più hanno sofferto in questo ultimo mese e di quelli che invece hanno gioito di un aumento delle vendite all’estero, ricordiamo che la Svizzera è un paese esportatore Netto, quindi vende all’estero non solo più di quello che compra dall’estero, ma cosa ancora più importante produce di più di quello che consuma. Ciò implica che grazie a questa produzione aggiuntiva riusciamo a tenere migliaia di posti di lavoro in Svizzera che altrimenti andrebbero all’estero. Stimiamo in maniera un po’ approssimativa, basandoci sul fatto che ben il 10-12% del nostro prodotto interno lordo (PIL) dipende dalle esportazioni nette, di riuscire a garantire in Svizzera 400-450.000 posti di lavoro.

È proprio questa la ragione che spesso conduce i nostri partner internazionali a guardarci con un certo dispetto.

Ma torniamo alle nostre esportazioni. Sappiamo che il settore principale  è quello della chimica e della farmaceutica e non a caso è proprio questo che ha sofferto maggiormente passando da circa 13.5 miliardi di franchi di esportazioni nel mese di settembre agli 11 miliardi del mese di ottobre. In termini nominali si tratta di una riduzione di quasi l’11% che scende al 7% quando togliamo l’effetto dei prezzi (quindi quando guardiamo al dato reale). Curiosando tra le sue componenti che vanno dai prodotti farmaceutici a quelli immunologici, dai medicamenti ai principi attivi vediamo che nessuna componente ha mostrato una crescita.

Ma anche negli altri settori le cose non sono andate bene, anche se hanno tenuto. Tra questi segnaliamo i macchinari e l’elettronica, l’orologeria e anche gli strumenti di precisione (che in questo caso hanno mostrato un tasso di crescita di oltre il 4%).

Ma perché le esportazioni rallentano? Come più volte detto la Svizzera è un’economia globale e quindi è fortemente legata a quanto succede nel resto del mondo. E anche in questo caso la realtà ce lo dimostra. Le esportazioni svizzere sono diminuite in tutti e tre i principali mercati. Verso l’America del Nord si registra il  -14.1%, verso l’Asia il -6.9% verso l’Europa il -5.3%. E proprio all’interno dell’Europa segnaliamo nuovamente la grande difficoltà che sta affrontando la Germania, nostro principale partner commerciale. Proprio oggi è stata confermata la crescita negativa dello -0.1% del prodotto interno lordo (PIL) tedesco del terzo trimestre. Non parliamo ancora di recessione, ma i dati conseguiti nei primi nove mesi dell’anno (primo trimestre 0.0%, secondo trimestre +0.1% e ora -0.1%) non fanno altro che confermare le difficoltà incontrate dalla ex locomotiva d’Europa. Noi, da parte nostra possiamo solo augurarci che torni presto a trainare la crescita europea.

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L’inflazione in Italia è finita! O forse no?

Molti di noi mercoledì mattina aprendo i giornali hanno strabuzzato gli occhi leggendo la notizia che l’inflazione in Italia nel mese di ottobre è stata dell’1.8%. Un dato eccezionale! Praticamente saremmo stati tentati di dire che finalmente l’obiettivo della stabilità dei prezzi era stato raggiunto. Ricordiamo che le banche centrali si pongono come obiettivo per la stabilità dei prezzi un’oscillazione proprio tra zero e 2 punti percentuali. Ed è proprio in nome di questa oscillazione che da mesi la Federal Reserve (Fed), la Banca centrale europea (BCE) ma anche la stessa Banca nazionale svizzera (BNS) stanno praticando una politica monetaria restrittiva, ossia stanno aumentando i tassi di interesse di riferimento. Lo scopo è quello di ridurre la domanda dei consumatori e anche gli investimenti delle imprese per frenare l’euforia della domanda e consentire all’offerta di adeguarsi.

Il dato risultava ancora più eccezionale se paragonato a quello del mese di settembre che mostrava ancora un incremento dei prezzi del 5.3%. Un miracolo! Attenzione, attenzione… Prima di gridare al miracolo, quando si verificano scostamenti così importanti è giusto documentarsi e andare a capire le cause senza trarre conclusioni affrettate.

Presto fatto. Consultiamo il comunicato stampa dell’Istituto nazionale di statistica italiano (Istat) e scopriamo che in effetti anche su base mensile è stata registrata una diminuzione dello 0.1%. Bene. Ma non finisce qui e subito nella seconda frase il comunicato stampa spiega le ragioni di questa importante riduzione. L’indice dei prezzi al consumo del mese di ottobre su base annua (+1.8%) è stato giustamente confrontato con l’andamento dei prezzi del mese di ottobre del 2022. Naturalmente noi non possiamo ricordarcelo, ma è proprio in quel periodo che abbiamo assistito a un’impennata dei prezzi dei prodotti energetici. Era stato proprio un ottobre drammatico. E quindi ecco qui spiegato l’aumento contenuto: i prezzi energetici si sono ridotti rispetto all’anno prima del 17.7%.
Tuttavia non dobbiamo smorzare completamente l’entusiasmo poiché vediamo che tolto questo effetto un po’ dopante, in realtà si registra un rallentamento anche dell’inflazione di fondo (altrimenti detta inflazione core o zoccolo dell’inflazione, che è quella che non include il prezzo dei beni che variano molto come i generi alimentari freschi e gli stessi prodotti energetici). La stessa passa dal 4.6% di settembre al 4.2% di ottobre.

E che cosa succede ai prezzi in Svizzera? Anche qui abbiamo delle buone notizie. In maniera analoga a quanto è successo in Italia vediamo che i prodotti petroliferi sono scesi di ben il 6% rispetto all’anno scorso, consentendo di mantenere un indice dei prezzi al consumo nel mese di ottobre dell’1.7% (su base annua). La variazione rispetto al mese precedente è solo dello 0.1% in più. Dando un’occhiata nel dettaglio scopriamo anche alcune curiosità che ci fanno capire quanto questo indicatore rappresenti la realtà. Per esempio, vediamo che il prezzo dei cappotti e delle giacche da donna è aumentato (di ben il 12% rispetto al mese precedente), come pure quello dell’olio del riscaldamento (+3.8%) e delle giacche da uomo (+7.2%). Niente di stratosferico se pensiamo al fatto che ci avviamo verso l’inverno. Una lezione da trarre per l’anno prossimo? Comprate il giaccone al mese di settembre…

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Le nuove incertezze geopolitiche e il loro prezzo economico

Il panorama economico globale è una fonte costante di sorprese. Da oltre un anno ci occupiamo del problema dell’inflazione e ora che i dati delle principali economie sembrano rassicurarci, dobbiamo fare i conti con nuove incertezze e nuove preoccupazioni.
Il conflitto tra Russia e Ucraina è ancora aperto e purtroppo non sembra dare segnali di essere vicino a una conclusione. Se è vero che fino a qualche giorno fa potevamo sostenere che le principali nazioni nel frattempo avevano risolto i problemi di approvvigionamento energetico dovuti alla decisione di embargo di gas e petrolio dalla Russia e si stavano avvicinando a un inverno abbastanza tranquillo, ora la nostra opinione è decisamente cambiata. Al dramma ucraino se ne aggiunge ora un altro nel Medio Oriente. Naturalmente la nostra attenzione primaria rimane quella delle vite umane.
Tuttavia, sarebbe imprudente ignorare le ripercussioni di questa situazione sugli equilibri geopolitici ed economici futuri. E ancora una volta, purtroppo, il mondo sembra dividersi tra due blocchi che tanto ricordano quelli della guerra fredda.
A differenza di allora, però, oggi le economie sono ancora più collegate e connesse: qualunque piccola incertezza o instabilità si propaga a macchia d’olio. Questo porta, se possibile, ad aumentare ancora di più i dubbi su quello che sarà il futuro. Se da una parte abbiamo visto dati incoraggianti dei prezzi sia negli Stati Uniti che in Europa, dall’altra la paura di una stagnazione economica rimane nell’aria. E anche su questo dovrà fare importanti riflessioni la Federal Reserve (che ricordiamo è la Banca Centrale degli Stati Uniti) tra un paio di settimane quando sarà chiamata a decidere sull’aumento o meno dei tassi di interesse.
A questo si aggiungono le notizie negative che giungono dalla Cina. È notizia proprio di pochi giorni fa che anche Country Garden, uno dei più importanti costruttori e venditori cinesi di case, non è riuscito a pagare gli interessi su un debito estero. Questo possibile fallimento segue quello di qualche mese fa di Evergrande. Ma non finisce qui. Al rischio di bolla immobiliare oggi si aggiunge un debito pubblico molto elevato, una disoccupazione giovanile preoccupante e un rischio sempre più credibile di deflazione. Sì perché anche la riduzione dei prezzi, quando è causata da una mancanza di domanda, diventa un problema economico molto importante. E una sorte simile sembra viverla anche la Germania, fino a qualche mese fa considerata la locomotiva di Europa.
Insomma, anche se al momento i dati dell’economia svizzera non sembrano destare particolare preoccupazione, non possiamo fingere di essere un’isola felice in questo mondo che, anche da un punto di vista economico, non sembra andare proprio nella direzione giusta.

Pubblicato da L’Osservatore, 21 ottobre 2023

Svizzera: il PIL stagna, la disoccupazione sale

Qualche giorno fa la segreteria di Stato dell’economia (SECO) ha pubblicato i dati dell’andamento del prodotto interno lordo (PIL) nel secondo trimestre del 2023 (aprile-giugno). Purtroppo le cose non sono andate bene come nel primo trimestre. In effetti, siamo passati da un tasso di crescita del +0.9% a un tasso attuale invariato (+0.0%). Questo significa che di fatto il prodotto interno lordo ossia il valore dei beni e dei servizi prodotti all’interno della Svizzera in tre mesi è rimasto stabile. Il leggero aumento dei consumi delle famiglie (+0.4%) e di quello dello Stato (+0.1%) è stato compensato negativamente da una forte riduzione degli investimenti in beni di equipaggiamento (-3.7%), da quelli nelle costruzioni (-0.8%) e dalle esportazioni di beni (-1.2%). Non dimentichiamo che il settore delle costruzioni ha mostrato segni di rallentamento già a partire dal 2022. E proprio in quest’ottica vediamo che anche altri settori hanno sofferto nell’ultimo trimestre. Primo tra tutti segnaliamo l’industria manifatturiera che ha subito una diminuzione di quasi il 3%. Questo dato risente sicuramente dell’andamento dell’industria chimico-farmaceutica che dopo la grande crescita eccezionale registrata negli ultimi anni ha mostrato una certa stagnazione a partire dal 2022. A pesare anche l’industria metalmeccanica che ha risentito particolarmente del contesto internazionale. Chi invece sorride è il settore dell’alloggio e della ristorazione che segna un aumento di ben il 5.2% rispetto al trimestre precedente. Anche il commercio, il settore della sanità e quello dell’intrattenimento registrano dati abbastanza positivi.
Naturalmente questi risultati non sono un fulmine a ciel sereno, anzi. I dati relativi all’andamento macroeconomico dei principali paesi nostri partner commerciali e la riduzione delle esportazioni, in aggiunta ai dati del rallentamento degli ordinativi nell’industria, avevano già fatto presagire un risultato del genere.
Quello che ora si chiedono gli esperti e però cosa accadrà nei prossimi mesi. Proprio oggi in Svizzera è stato pubblicato il dato della disoccupazione che mostra un leggero aumento (dall’1.9% al 2%). Certo l’aumento è minimo e probabilmente dipende dalla stagionalità, quindi non dobbiamo temere troppo. Tuttavia non possiamo nemmeno ignorare i segnali che ci arrivano dalla situazione internazionale. Prendiamo ad esempio gli indicatori degli ordini industriali di Stati Uniti e Germania. Il mondo è fortemente connesso quindi se questi paesi rallentano la loro produzione vuol dire che la domanda in generale è rallentata e quindi anche le ordinazioni alle nostre aziende ne risentiranno. Non da meno non dimentichiamo l’impatto che gli aumenti dei costi potranno avere sulla frenata della domanda dei consumi delle famiglie anche in Svizzera. I premi cassa malati, l’energia, gli affitti faranno sì che le classi medie-basse saranno obbligate a ridurre i loro consumi. E ricordiamo, i consumi rappresentano la metà del nostro prodotto interno lordo. Se i consumi scendono, la produzione diminuisce, questo significa licenziamenti, meno entrate per lo Stato e più spese, che comportano a loro volta una riduzione dei consumi. Insomma, speriamo proprio che questi segnali non siano anticipatori di quanto accadrà nei prossimi mesi.

La versione audio: Svizzera: il PIL stagna, la disoccupazione sale

UBS e Credit Suisse: ogni posto di lavoro conta

UBS, la più grande banca svizzera, ha annunciato i risultati molto attesi del secondo trimestre di quest’anno. I conti si sono chiusi con un utile di oltre 25 miliardi di franchi. Durante la conferenza stampa è emerso che il marchio di Credit Suisse continuerà ad esistere fino al 2025, quando tutti i clienti saranno integrati nel sistema di UBS. Inoltre, entrambe le banche hanno rassicurato che manterranno gli impegni di sponsorizzazione verso associazioni sociali, culturali e sportive almeno fino al 2025.

La borsa ha positivamente reagito a questi risultati, portando ad un aumento del 6% del valore delle azioni di UBS, che sono arrivate a 23 franchi, un livello che non si registrava da anni.

Ma facciamo un passo indietro. Il 19 marzo 2023, dopo un pressante “invito” del governo, UBS ha annunciato l’acquisizione di Credit Suisse, una banca che si trovava sull’orlo del fallimento a causa di strategie errate e operazioni discutibili negli anni passati. Pochi giorni dopo, UBS ha richiamato Sergio Ermotti al comando, suscitando grande sollievo tra gli svizzeri. Sotto la guida di Ermotti, l’11 agosto, UBS ha annunciato di rinunciare a tutti gli aiuti e le garanzie statali.

Questa notizia è stata sicuramente positiva per i cittadini svizzeri, ma è stata anche una sconfessione per quei politici che per mesi hanno messo in discussione l’intervento del governo, l’urgenza di una soluzione e le capacità stesse di UBS nell’affrontare questa acquisizione. La politica spesso si nutre di polemiche sterili, ma speriamo che gli stessi attori si impegnino invece nel risolvere problemi reali.

Purtroppo, durante la conferenza stampa, è arrivata anche l’altra notizia attesa: in Svizzera verranno persi circa 3’000 posti di lavoro su un totale di 38’000 offerti attualmente dalle due banche. È rassicurante leggere le prese di posizione dei sindacati di categoria che hanno valutato le condizioni del piano sociale come molto buone. Nonostante ciò, non possiamo fare a meno di pensare e di esprimere massima solidarietà a queste 3’000 persone e alle loro famiglie, che, come accade sempre quando si perde il lavoro, si troveranno ad affrontare periodi molto difficili.

Auguriamo a tutte loro di poter trovare al più presto una nuova occupazione, perché, a differenza di quanto alcuni vorrebbero farci credere, il lavoro rimane fondamentale nella vita di ognuno di noi.

La versione audio: UBS e Credit Suisse: ogni posto di lavoro conta