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Debito pubblico fuori controllo?

Il tema delle finanze pubbliche in particolare del debito è tornato di estrema attualità. Dal quasi fallimento tecnico degli Stati Uniti al Canton Ticino il soggetto è lo stesso.
Il 19 gennaio il Dipartimento del Tesoro americano è dovuto intervenire con delle misure speciali per poter garantire la spesa pubblica. Questo è accaduto perché proprio quel giorno il paese ha raggiunto il tetto massimo di 31.400 miliardi di dollari (29.000 miliardi di franchi) che il Congresso aveva fissato. Spieghiamo che negli Stati Uniti il sistema è un po’ diverso rispetto al nostro. Il Congresso fissa annualmente un limite al debito pubblico, limite oltre il quale non è più possibile emettere le obbligazioni di Stato. Le obbligazioni di Stato sono semplicemente dei prestiti che lo Stato chiede a cittadini, banche, imprese che vogliono sottoscriverli offrendo in cambio un tasso di interesse. Ora, il 19 gennaio 2023 questo limite è stato raggiunto e questo significa l’impossibilità di chiedere ulteriori prestiti. La politica dovrà trovare un accordo per aumentare nuovamente il tetto senza dimenticare tuttavia misure o di contenimento della spesa o di aumento delle entrate.
Il caso del Canton Ticino è un po’ diverso: l’allarme è scattato non tanto perché si sia raggiunto un tetto massimo al debito, quanto piuttosto perché il preventivo per l’anno 2023 votato dal parlamento risulta oggi, dopo nemmeno un mese dall’inizio dell’anno, già non realistico. Il bilancio dello Stato è fatto come quello di qualunque famiglia. Ci sono delle entrate e ci sono delle uscite. Nel caso del Canton Ticino è stato commesso un grave errore: tra le entrate dello Stato sono stati contabilizzati quasi 140 milioni di franchi che avrebbe versato la Banca Nazionale (BNS). Ci permettiamo di definire questo errore come grossolano visto che l’andamento dei conti della BNS era già noto alla classe politica. In aggiunta la politica ci ha messo il suo zampino: oltre a queste entrate mancheranno anche una parte delle entrate dell’imposta di circolazione e peseranno sulle spese le deduzioni dei premi cassa malati aggiuntive. Per farla breve, il deficit (la differenza tra le entrate e le uscite dello Stato) potrebbe passare dagli 80 milioni di franchi stimati ai 240 milioni.
Lo abbiamo detto più volte: le finanze pubbliche devono essere gestite in maniera seria e giudiziosa. Esattamente come deve fare qualunque padre e madre di famiglia che mese dopo mese deve far quadrare i conti, anche la politica deve assumersi questa responsabilità. Diventa troppo facile aumentare le spese senza preoccuparsi di dove reperire i fondi, rifiutare a priori controlli esterni che mettano ordine alla spesa pubblica e voler ridurre le entrate per guadagnare consensi.
La gestione delle finanze pubbliche deve essere seria e giudiziosa perché questa è l’unica ricetta per garantire uno Stato forte e solidale.

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L’illusione del sostegno duraturo

La crisi legata al Covid-19 ci ha confermato che non sempre l’economia lasciata a se stessa riesce ad andare avanti, anzi. Eppure il dibattito tra più mercato o più stato ha origini molto lontane. È solo dopo la grande crisi del 29 e le due guerre mondiali che i governi e le banche centrali hanno deciso che sarebbero dovute diventare protagoniste anche nella vita economica dei paesi. In effetti, il loro intervento ha permesso di ridurre in maniera importante l’ampiezza delle brusche variazioni nel livello di benessere tra un periodo di euforia economica e uno di crisi. Ma soprattutto ha consentito di limitare le conseguenze negative di questi sbalzi nella vita delle persone. Chi perde il lavoro o è costretto a chiudere la propria attività va incontro a difficoltà molto grandi, non solo economiche ma anche sociali. Dalle cose concrete come pagare l’ipoteca e gli studi ai figli, alla perdita di competenza fino a vere e proprie malattie.
Ed è dal dopoguerra che si alternano, almeno nelle economie avanzate, governi più interventisti a governi più liberisti. Gli anni Cinquanta hanno visto trionfare le teorie keynesiane che preconizzavano l’intervento dello Stato e che hanno portato alla nascita dei sistemi di sicurezza sociale. Gli anni Ottanta, con in prima fila i presidenti Reagan e Thatcher, il liberismo. Situazione molto diversa quella vissuta nella crisi appena trascorsa che non ha lasciato grandi libertà di scelta.
Siamo consapevoli che gli interventi dello Stato e delle banche centrali sono stati provvidenziali. Ora però si deve aprire un altro dibattito sulle conseguenze di questi ingenti interventi e soprattutto sul proseguimento delle misure.
Negli Stati Uniti, per esempio, la FED ha iniziato a rallentare la manovra di acquisto di titoli. Questo comporterà molto probabilmente un innalzamento dei tassi di interesse. Nulla di troppo problematico se in contemporanea non stessimo vivendo un possibile importante aumento dei prezzi. La domanda in espansione, l’offerta che arranca, filiere di approvvigionamento strozzate ci fanno dubitare che l’inflazione sarà così momentanea come sostengono gli esperti. E il problema non tocca solo gli Stati Uniti.
Un caso da manuale sarà la situazione italiana. I dati appena pubblicati confermano per il 2020 una riduzione del prodotto interno lordo dell’8.9%, una chiusura dei conti pubblici estremamente negativa con un rapporto deficit rispetto al PIL di ben il 9.6%, fatto questo che ha portato al 155.6% il rapporto debito/PIL. A questo già ingente debito aggiungiamo i miliardi che sono in arrivo dall’Unione Europea, ma che non dimentichiamo, non saranno gratis.

Ora una domanda sorge spontanea: fino a quando e con quanta forza ancora i governi e le banche centrali potranno intervenire a sostegno dell’economia?

Tratto da L’Osservatore del 25.09.2021

La versione audio: L’illusione del sostegno duraturo
Il neoliberismo ha distrutto l'idea di società. Ora esiste l'individuo,  circondato da “altri”

La Svizzera può permettersi una seconda chiusura generalizzata?

“La Svizzera è una delle Nazioni che può affrontare con maggior tranquillità l’idea di una nuova chiusura generalizzata; la nostra economia è solida, le finanze pubbliche sono sane, abbiamo tassi di disoccupazione tra i più bassi al mondo e stabilità dei prezzi. Questo fa sì che ci siano tutte le condizioni quadro per affrontare questa situazione cercando di tranquillizzare i cittadini e le attività economiche. L’ampliamento e il prolungamento delle misure legate all’orario ridotto come pure l’elargizione dei crediti garantiti dallo Stato sono misure ottime come prima risposta. Oggi dobbiamo pensare, anzi avremmo già dovuto pensare a mettere in atto degli strumenti poco burocratici, rapidi, ben indirizzati e coraggiosi. Pensiamo ai casi di rigore, si parla di un risarcimento del 10% della cifra d’affari, mentre altri Paesi, ad esempio la Germania, arriva al 70-80%. O ancora pensiamo a misure di contributi cosiddetti a fondo perso (che se salvano posti di lavoro non sono mai a fondo perso) proporzionali al numero di addetti. A questo stadio dovremmo tuttavia essere già in una fase di una riflessione più ampia in cui questi aiuti sono tramutati in sostegno a cambiamenti strutturali di queste aziende per renderle effettivamente competitive e al passo con i tempi” Tratto da intervista per Radio 3i, 07.01.2021

Approfondiremo il tema nei prossimi giorni.

Estratto intervista Radio 3i – 07.01.2021
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