Svizzera 2026: crescita sì, ma con prudenza

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Anche quest’anno sotto l’albero di Natale degli economisti sono arrivate puntuali le previsioni economiche della Segreteria di Stato dell’economia (SECO) e del KOF, il centro di ricerche congiunturali del Politecnico federale di Zurigo. Per l’anno prossimo i dati per la Svizzera non si discostano di molto nei due casi. Vediamo i principali della SECO.

Il prossimo anno dovrebbe essere caratterizzato da una certa stabilità economica, che ci porterà a una crescita del prodotto interno lordo (PIL) dell’1,1%. A sostenere questa crescita sarà soprattutto la domanda delle famiglie. I consumi privati rappresentano circa il 50% dell’intera produzione annuale e sono quindi una delle componenti principali della nostra economia.

Sul fronte dei consumi pubblici, invece, si dovrebbe registrare sì un aumento, ma contenuto rispetto a quello dell’anno in corso: +0,4% rispetto all’1,3% del 2025.

Buone notizie arrivano anche dagli investimenti, che quest’anno hanno mostrato una riduzione sia nel settore delle costruzioni sia in quello dei beni di equipaggiamento, cioè gli investimenti produttivi. Nel 2026 la tendenza dovrebbe modificarsi, segnando un aumento dell’1,6% nelle costruzioni e dello 0,7% nei beni di equipaggiamento. In questo caso l’indicatore legato agli investimenti produttivi ricopre un ruolo molto importante perché ci permette di comprendere il sentimento degli imprenditori: se i macchinari vengono sostituiti o se se ne acquistano di nuovi, è il segnale che ci si aspetta maggiori vendite e quindi una fase più positiva per l’economia.

Sul fronte del commercio estero è arrivata una buona notizia, anzi ottima: gli accordi sui dazi hanno consentito di ridurli, nel caso degli Stati Uniti, dal 39% al 15%. Questo elemento gioca un ruolo importante per quanto riguarda l’aumento delle esportazioni, stimate per l’anno prossimo all’1,6%. La Svizzera non è un paese con grandi materie prime e, di conseguenza, per esportare beni deve prima importare materie prime e semilavorati, ai quali aggiungere valore in vista dell’esportazione di prodotti finali. In questo contesto si conferma un aumento previsto delle importazioni dell’1,3%.

La somma di tutte le componenti della domanda aggregata, ossia consumi privati, investimenti, spesa pubblica ed esportazioni nette, compone il prodotto interno lordo che, come dicevamo, crescerà dell’1,1%.

La notizia di una crescita è certamente positiva, ma dobbiamo interrogarci sul fatto che sia sufficiente a mantenere un’occupazione stabile. Affinché non aumenti il tasso di disoccupazione, infatti, la vendita di beni e servizi deve crescere a un ritmo tale da compensare sia l’aumento della popolazione attiva sia l’aumento della produttività legato al progresso tecnologico. In questo caso i dati per l’anno prossimo non sono particolarmente confortanti: si prevede una crescita dell’occupazione di appena lo 0,2% e un aumento della disoccupazione dal 2,8% di quest’anno al 3,1%.

Chiudiamo questo viaggio nelle previsioni con un’ultima buona notizia: il livello dei prezzi per l’anno prossimo è stimato praticamente stabile (+0,2%). Questo significa che almeno sul fronte dell’inflazione la battaglia è stata vinta.

Naturalmente, come sappiamo, l’economia è influenzata da moltissimi fattori, spesso difficili da prevedere. Per questo, come sempre, al di là delle previsioni, i conti li faremo con la realtà. E speriamo che sia una bella realtà.

Prezzi più stabili, economia incerta: la cautela delle banche centrali

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Le principali banche centrali si muovono oggi in un contesto di disinflazione ormai avanzata, ma non ancora del tutto stabilizzata. L’inflazione ha rallentato e, in alcuni casi, ha raggiunto livelli coerenti con l’obiettivo del 2%. Resta però elevata l’incertezza macroeconomica, legata alla crescita, al commercio globale e all’evoluzione del mercato del lavoro. È questo quadro che spinge le autorità monetarie a muoversi con estrema cautela.

Negli Stati Uniti la Federal Reserve (Fed) ha tagliato i tassi di 25 punti base il 10 dicembre, portando il federal funds rate nell’intervallo 3,50–3,75%. Si tratta della terza riduzione consecutiva. I dati sull’inflazione offrono un sostegno a questa scelta: l’indice dei prezzi al consumo cresce a un ritmo annuo del 3% e l’inflazione core (quella che non tiene conto dei prezzi altamente volatili dei generi alimentari e dei prodotti energetici) rimane stabile sullo stesso livello. All’interno del comitato di politica monetaria, tuttavia, non manca chi invita alla prudenza. Alcuni membri hanno infatti votato contro l’abbassamento dei tassi, segnalando timori sulla tenuta complessiva del quadro macroeconomico.

Il presidente Powell ha ribadito la necessità di procedere con cautela. Le nuove previsioni per il 2026 vanno in questa direzione: la crescita attesa è pari all’1,8%, mentre il tasso di disoccupazione è previsto in aumento fino al 4,5%. Ne emerge uno scenario di rallentamento più marcato rispetto alle stime precedenti.

Nell’Eurozona la situazione appare ancora più delicata. L’inflazione annua si colloca al 2,2% a novembre, con una componente core al 2,4%. Si tratta di valori prossimi al target della Banca centrale europea (BCE), ma che non consentono ancora un cambio di passo. La crescita economica rimane debole, con una previsione di appena lo 0,8% nel 2026, mentre il settore dei servizi continua a esercitare pressioni sui prezzi e la dinamica salariale resta sotto stretta osservazione.

A pesare sulle scelte della BCE contribuiscono le tensioni geopolitiche e le incertezze sul commercio internazionale, in particolare sul fronte transatlantico.

La Svizzera, infine, rappresenta un caso a sé. A novembre l’inflazione è tornata esattamente a zero, confermando una situazione di piena stabilità dei prezzi. La Banca nazionale svizzera (BNS) ha quindi mantenuto il tasso guida allo 0% da dicembre, rivedendo al ribasso le proprie previsioni per il 2026, quando l’inflazione attesa è stimata intorno allo 0,2%. Il rafforzamento del franco e la debolezza economica restano i principali fattori di attenzione. Al momento non vi sono indicazioni di un ritorno a tassi negativi, anche se il tema del cambio forte continua a occupare un ruolo centrale.

Per la Svizzera e il Cantone Ticino questo quadro di stabilità dei prezzi offre vantaggi in termini di competitività per un’economia orientata all’esportazione. Allo stesso tempo, però, la debolezza della crescita impone cautela.

In definitiva, il messaggio che arriva dalle banche centrali è chiaro. La fase più acuta dell’inflazione sembra alle spalle, ma il ciclo economico resta incerto. Le prossime decisioni non saranno dettate dalla politica o dagli equilibri elettorali, bensì dall’evoluzione dei dati su lavoro, inflazione e commercio. Una navigazione a vista, ma con il timone ben saldo.

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Trump ha fatto la prima mossa. Ma non controlla tutto il tavolo

Tanto tuonò che piovve. E alla fine, i dazi annunciati dal Presidente Trump sono arrivati. Non più minaccia, ma provvedimento. E come prevedibile, l’impatto immediato è stato più politico-mediatico che economico (se escludiamo quello sui mercati azionari). In poche ore, si sono moltiplicate dichiarazioni confuse, talvolta contraddittorie, da parte di leader politici, ministri, esperti e commentatori. Un vero eccesso comunicativo.
Una delle poche eccezioni, la presidente Karin Keller-Sutter, che, in stile tipicamente svizzero, ha preferito il silenzio fino alla conferenza stampa di giovedì quando ha comunicato che la Svizzera non attuerà misure di ritorsione.
L’introduzione di dazi selettivi ha un impatto economico che va letto con attenzione. E non basta dire che “il protezionismo porta solo disastri”. È una posizione ideologica, non un’analisi.
Ricordiamolo: i dazi sono imposte sull’importazione. Fanno salire i prezzi dei beni esteri, riducono la concorrenza, spingono la produzione interna. Ma l’impatto è asimmetrico e settoriale. Alcuni settori beneficiano, altri soffrono. Qualcuno guadagna, qualcuno perde. Se proteggi l’acciaio, rischi di penalizzare l’industria dell’auto. Se aiuti il manifatturiero, alzi i prezzi al consumo.
Vero, i dazi di Trump non sono frutto di un’elaborazione tecnica condivisa o di un modello economico trasparente. Sono decisioni politiche, spesso annunciate via social prima ancora che siano definite nelle modalità applicative. Il calcolo dei costi e benefici? Ai nostri occhi, opaco. La selezione dei settori colpiti? Sembra elettorale, ma forse è più mirata di quanto appare. In apparenza, non siamo davanti a una politica industriale organica.
Eppure, non tutto è irrazionale. Alcune imprese, anche svizzere non escludono di rilocalizzare negli Stati Uniti. Questo perché, a differenza dei cittadini, le imprese non hanno identità territoriali. Hanno vincoli competitivi. E se il costo-opportunità cambia, cambiano anche loro.
Pensare che il libero mercato sia sempre la scelta migliore, in ogni condizione, è un dogma. La globalizzazione ha prodotto vantaggi enormi, ma anche squilibri che oggi nessuno può ignorare. Trump, nel suo modo disordinato, intercetta una parte di questo problema. Anche se lo fa con strumenti discutibili.
Quello che serve ora non è la condanna morale o l’applauso ideologico. Serve tempo.
Il pallino, in questo momento, è nelle mani di Trump. Ma sarebbe un errore pensare che il gioco sia solo suo. Le reazioni dei partner commerciali, le dinamiche delle filiere globali, le decisioni delle imprese e il comportamento dei consumatori contribuiranno a ridisegnare la partita. Trump può muovere per primo, ma non controlla tutto il tavolo. E i dazi, per quanto rumorosi, sono solo una delle pedine.

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Articolo pubblicato da L’Osservatore, 5.04.2025

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L’anno che sta arrivando, tra un anno passerà…

L’anno sta volgendo al termine e quindi non potevamo proprio evitare di parlare… dell’oroscopo! Ma naturalmente intendiamo quello economico, quindi delle previsioni per il prossimo anno. 

In realtà, purtroppo già i dati di avvicinamento alla fine dell’anno non sono di buon auspicio: abbiamo letto, per esempio, che le esportazioni svizzere nel mese di novembre sono rallentate fortemente. Abbiamo anche visto che molti istituti prevedono per quest’anno che le famiglie spenderanno meno nel periodo natalizio e questo vuol dire che ci sarà un aumento dei consumi, ma meno forte rispetto a quello dell’anno scorso. Anche sul fronte dei salari, gli aumenti prospettati per l’anno prossimo non per forza compenseranno l’aumento dei prezzi, anche se fortunatamente questo dovrebbe essere contenuto (+0.3%). 

Anche alla luce di questi fatti, la Segreteria di Stato dell’economia (SECO) ha rivisto al ribasso il tasso di crescita del prodotto interno lordo (PIL) sia per questo 2024 (dall’1.2% allo 0.9%) che per il prossimo anno (dall’1.6% all’1.5%). Tra i fattori di maggiore incertezza, il gruppo di esperti cita la situazione del commercio internazionale che potrebbe subire rallentamenti importanti a seguito dell’elezione di Donald Trump vista la sua politica piuttosto protezionista tesa a tutelare il mercato americano. Ma anche i conflitti in Medio Oriente e in Ucraina aumentano l’instabilità economica.

In Svizzera sarà ancora il consumo delle famiglie (+1.6%) a trainare la crescita del PIL, mentre la spesa pubblica crescerà sì dell’1.2%, ma meno di quest’anno (1.8%). Il settore delle costruzioni dovrebbe proseguire il suo trend positivo (+2.3%), mentre il rallentamento economico è confermato anche da una crescita piuttosto modesta degli investimenti in beni di equipaggiamento, quindi in macchinari e strumenti per la produzione (+1.0%). Sul fronte delle esportazioni alle possibili politiche protezioniste si aggiunge la modesta crescita dell’economia europea e in particolare di quella tedesca. A tal proposito, proprio poche ore fa la Volkswagen è riuscita a trovare un accordo con i sindacati per la riduzione di 35’000 posti di lavoro.

Tutto questo clima di incertezza farà sì che l’economia elvetica non crescerà abbastanza per mantenere stabile il tasso di disoccupazione che aumenterà per l’anno prossimo al 2.7%. Vediamo quindi che pur non essendo in una situazione di crisi economica, la fase di crescita rimane piuttosto contenuta. E come sempre succede in questi casi, la preoccupazione degli economisti non sta tanto nella fissazione sulla crescita del PIL, quanto sulle conseguenze in termini di posti di lavoro e di salari versati. La nostra economia si fonda ancora principalmente per la maggioranza delle persone sul reddito da lavoro e se viene a mancare questo, vengono a mancare le condizioni per una vita dignitosa.

Detto ciò, il Natale è un periodo di speranza, per cui il nostro augurio è che in questo caso gli esperti della SECO prendano una bella cantonata e che il PIL torni a crescere in maniera soddisfacente. 

Tantissimi auguroni di buon Natale!

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L’economia nel nuovo anno fra ottimismo e prudenza

Come stanno le principali economie industrializzate? Ci sarà qualche bel regalo sotto l’albero di Natale o i pacchi resteranno vuoti?

I dati sull’inflazione, nonostante un leggero aumento a novembre, restano rassicuranti. Negli Stati Uniti l’indice dei prezzi al consumo su base annua è salito al 2.7%, nell’Eurozona al 2.3%, mentre in Svizzera si attesta allo 0.7%. Questi ultimi sono ben lontani dai picchi del 3.5% dell’agosto 2022 o del 3.4% di febbraio 2023.

L’ottimismo sui prezzi ha spinto la Banca Nazionale Svizzera (BNS) e la Banca Centrale Europea (BCE) a ridurre i tassi di interesse di riferimento. La BCE ha tagliato di 0.25 punti percentuali, portandoli tra il 3% e il 3.4%. La BNS ha invece sorpreso con una diminuzione di 0.5 punti, fissando il tasso allo 0.5%. Questa mossa potrebbe anche mirare a frenare la forza del franco svizzero, ancora troppo elevata per non penalizzare le esportazioni e il turismo. Alcuni analisti non escludono un ritorno ai tassi negativi entro la fine del prossimo anno, anche se è bene rimanere prudenti, considerata la volatilità del contesto economico globale. Anche la Federal Reserve, attesa alla sua prossima riunione, potrebbe seguire questa tendenza di ribasso.

Se i cittadini possono beneficiare dei tassi più bassi, i dati sulla crescita del Prodotto Interno Lordo (PIL) lasciano meno spazio alla soddisfazione. Negli Stati Uniti, il PIL del terzo trimestre ha registrato un solido +2.8%, confermando la ripresa dell’economia americana. L’Eurozona e la Svizzera, invece, arrancano: il PIL europeo è aumentato di appena lo 0.4%, mentre quello svizzero si ferma a un modesto +0.2%.

Per il 2025, le previsioni non sono molto migliori: l’Unione Europea dovrebbe crescere attorno all’1.1%, mentre la crescita Svizzera è attesa tra l’1.1% e l’1.5%. Il quadro resta fragile, influenzato da fattori come i conflitti in Ucraina e in Medio Oriente, i rincari energetici e le tensioni commerciali, che continuano a gravare sulle economie occidentali.

Sul fronte occupazionale, il terzo trimestre mostra una certa stabilità. L’occupazione europea è cresciuta dello 0.2% su base trimestrale, mentre in Svizzera l’aumento su base annua è stato dello 0.3%. Tuttavia, non mancano segnali di allarme: il tasso di disoccupazione è tornato a salire sia negli Stati Uniti sia in Svizzera nell’ultimo mese.

Tirando le somme, cosa possiamo augurarci per questo periodo natalizio? In uno scenario ideale, i consumatori potrebbero ritrovare fiducia, contribuendo a sostenere i consumi. Ma è evidente come l’incertezza economica e il costo della vita spingano molti a una maggiore prudenza. Auguriamoci che il 2025 porti una ventata di ottimismo e un ritorno a condizioni economiche più favorevoli. Del resto, il periodo delle festività dovrebbe essere un’occasione per guardare al futuro con un pizzico di speranza.

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Pubblicato da L’Osservatore – 14.12.2024

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Ticinesi? Sempre più poveri

I ticinesi sono sempre più poveri. I dati di Eurostat appena pubblicati non lasciano, purtroppo, alcun dubbio: il Canton Ticino è oggi una delle regioni europee a maggior rischio di povertà o esclusione sociale. Nella graduatoria, la nostra regione si trova in condizioni peggiori rispetto alla maggior parte delle aree di Grecia, Romania, Ungheria, Croazia, Polonia, Italia e Spagna.
A livello nazionale, la Svizzera si attesta intorno alla media dell’Unione Europea, con il 19.5% della popolazione a rischio povertà o esclusione sociale (contro una media UE del 21,4%). Parliamo di una persona su cinque.
Nei Paesi Bassi, Finlandia, Norvegia, Austria, Danimarca e Svezia, la situazione è migliore di quella nazionale svizzera e già questo dovrebbe farci riflettere. Ma il quadro diventa ancora più drammatico quando si osservano i dati regionali: in Ticino, nel 2023, oltre il 35% della popolazione vive a rischio povertà o esclusione sociale. Un dato spaventoso: più di una persona su tre non guadagna abbastanza per vivere al livello del resto della sua comunità di appartenenza. In questa classifica, il Ticino è tristemente posizionato al 225º posto su 243 regioni analizzate, in sostanza solo diciotto fanno peggio di noi in tutta Europa.
Naturalmente, confrontare regioni diverse tra loro senza riferirsi a grandezze assolute può avere dei limiti. Per esempio, l’Emilia-Romagna, la seconda regione italiana per benessere, ha “solo” il 7% di persone a rischio povertà, ma conta una popolazione di 4,5 milioni di persone contro le 350 mila del Ticino. O ancora, il livello assoluto di benessere può essere molto diverso tra le nazioni. E allora, se il confronto statistico tra regioni ci sembra avere dei limiti, analizziamo invece lo sviluppo della situazione ticinese nel tempo. Nel 2020, il rischio di povertà toccava meno di una persona su quattro (24.2%). In soli tre anni, siamo saliti al 35.1%. Una persona su tre. Purtroppo, come si vede, la situazione in Ticino è peggiorata drasticamente.
E se le cose non cambiano, la situazione è destinata a peggiorare. Sono decenni che ricordiamo che i salari ticinesi sono il 20% più bassi della media svizzera, con differenze che toccano persino il 35-40% rispetto a regioni come Zurigo. A questa mancanza di reddito si aggiunge la beffa: i costi di molte voci essenziali nel nostro Cantone sono più elevati che nel resto della Svizzera. I premi cassa malati, per esempio, possono arrivare a essere il doppio rispetto ad altri cantoni. Sì, il doppio, avete letto bene. Anche le imposte di circolazione, le tariffe dell’energia elettrica, le tasse sul registro fondiario, le imposte immobiliari, e persino la benzina possono costare di più. I dati non mentono.
I dati però sono aridi. Quando si parla con le persone, si tocca il lato umano di questa catastrofe sociale in via di compimento. Questa mattina, una gentile signora che faceva la spesa mi ha detto “Sa, signora Mirante, dobbiamo proprio fare tutti “economia” in questo momento. Per comprare un pezzo di formaggio ho confrontato il prezzo al chilo di tre marche diverse. Se le cose non cambiano, noi ticinesi siamo messi davvero male”.
Sì, cara signora lei ha ragione. Anzi, già ora noi ticinesi siamo messi molto male…

Articolo pubblicato dai portali Ticinonline, Ticinonews, Liberatv,…

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Previsioni economiche Svizzera: bene, ma non benissimo…

Mentre la Federal Reserve (Fed) decideva di ridurre i tassi di interesse di 50 punti base, portandoli in un intervallo tra il 4.75 e il 5%, in Svizzera venivano pubblicati dei dati non altrettanto rassicuranti.
Nel mese di agosto, le esportazioni e le importazioni di merci in termini reali sono scese rispetto al mese precedente che già registrava una riduzione di entrambe le voci. Per quanto riguarda le vendite all’estero, i settori principalmente toccati sono stati quello dei prodotti chimici e farmaceutici, quello dei metalli come pure i macchinari di precisione. Sul fronte delle importazioni si segnalano le riduzioni importanti di prodotti energetici, di strumenti di precisione e nel settore dell’elettronica. Al contrario, in questo caso si è registrato un aumento dei prodotti chimici e farmaceutici. Quest’ultimo andamento potremmo leggerlo con un po’ di ottimismo pensando che parte di queste importazioni sarà destinata alla produzione dei prossimi mesi e quindi a una possibile crescita del settore chimico farmaceutico.
Nonostante questi dati, le previsioni per la fine dell’anno delle esportazioni restano positive. La Segreteria di Stato dell’economia (SECO) ha stimato per il 2024 una crescita dei beni del 5.1% e dei servizi del 2.3%. L’andamento dei consumi privati rimane positivo (+1.5%) esattamente in linea con quello dei consumi dell’amministrazioni pubbliche. Anche il settore delle costruzioni, che l’anno scorso aveva segnato una riduzione del -2.7%, sembrerebbe confermare il suo momento positivo (+0.5%). Ciò che preoccupa un po’ gli economisti sono gli investimenti in macchinari, la cui previsione si colloca al -2%. Questo, potrebbe significare che gli imprenditori pensano che la domanda non andrà troppo bene e che quindi non sarà necessario aumentare la produzione e di conseguenza gli investimenti. Ma noi sappiamo che le cose possono cambiare e quindi speriamo in bene. In totale, la previsione dell’aumento del prodotto interno lordo (PIL) sarà per il 2024 dell’1.2%.
Questa crescita, seppur positiva, rimane una crescita abbastanza contenuta e, in effetti, il tasso di disoccupazione medio per quest’anno dovrebbe salire dal 2% al 2.4%. Una buona notizia però c’è: l’indice dei prezzi del consumo, ossia l’inflazione, dovrebbe finalmente tornare a livelli stabili. Il tasso previsto per quest’anno sarà dell’1.2%.
Notizie ancora più buone riguardano l’anno prossimo, anno in cui l’aumento dei prezzi dovrebbe limitarsi allo 0.7%. Questo, insieme all’andamento positivo dei consumi privati, della spesa dello Stato, degli investimenti in costruzioni e della ripresa di quelli in beni di equipaggiamento, come pure della crescita delle esportazioni, dovrebbero portare il prodotto interno lordo a crescere nel 2025 dell’1.6%.
Anche per l’anno prossimo, quindi non sarà prevista una crescita esorbitante, ma probabilmente dobbiamo anche abituarci che è finita l’epoca di tassi di crescita superiori al 2%. Questo, non significa per forza che le cose andranno male. Se questo tasso sarà sufficiente a garantire di compensare l’aumento della popolazione e l’impatto del progresso tecnologico, le persone potranno andare avanti ad avere un lavoro e di conseguenza un reddito. Per cui ancora una volta, leggiamo la realtà oltre i dati.

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Il tempo libero costa tanto

I prezzi per le attività del tempo libero sono aumentati. Se ne è parlato molto in questi giorni perché Comparis il portale che ha fatto dei confronti online dei prezzi di diversi beni e servizi la sua forza, ha comunicato di aver calcolato un nuovo indice.
La metodologia di questo indicatore non è stata pubblicata, tuttavia a prima vista sembra che siano stati “semplicemente” aggregati dati già noti e calcolati dall’Ufficio Federale di statistica per creare una nuova categoria chiamandola appunto indice dei prezzi del tempo libero. L’indice dei prezzi al consumo (IPC) è l’indicatore che viene utilizzato per calcolare l’andamento dei prezzi. Nel caso svizzero è composto da 12 gruppi di beni e servizi, tra cui i prodotti alimentari e le bevande analcooliche, gli indumenti e calzature, l’abitazione ed energia, i trasporti, … L’indice dei prezzi del tempo libero sembra essere stato creato a partire dall’unione di differenti beni o gruppi creando quindi un nuovo “carrello della spesa”. Parrebbe il caso per esempio dell’unione dei prezzi dei ristoranti e degli alberghi alla grande categoria del tempo libero e della cultura.
Fatto questo esercizio si è giunti alla conclusione che l’aumento dei prezzi delle attività legate al tempo libero è stato maggiore rispetto all’inflazione in generale.
Considerazione corretta che ad ogni modo deve essere specificata meglio e vediamo perché. Questo grande gruppo denominato tempo libero al suo interno contiene un’enormità di beni e servizi molto differenti fra di loro: troviamo per esempio gli abbonamenti televisivi, i voli aerei, i giochi elettronici, i prodotti per il giardinaggio, i computer, i libri, i biglietti per visitare i musei, … Comprendiamo immediatamente che è ben diverso parlare di un aumento del prezzo del 10% dei libri rispetto all’aumento del prezzo del 10% di un biglietto aereo. Questo per dire che anche nel caso del tempo libero abbiamo dei beni che definiremmo un po’ più di stretta necessità di altri.
In aggiunta, proprio perché i beni sono molto diversi tra di loro, ogni volta che parliamo di aumenti dei prezzi dovremmo capire perché questo è avvenuto. Per esempio, nel caso dei voli aerei il prezzo del biglietto dipende da moltissimi fattori, tra i quali il prezzo del carburante, le tasse ambientali, i costi del personale che a loro volta possono essere aumentati in seguito all’inflazione, e magari anche dall’offerta di viaggi. In questo senso per esempio sappiamo che a seguito della pandemia ci sono stati dei ritardi molto grandi nella produzione di nuovi aeromobili, anche a causa della mancanza di materie prime. Questo significa che l’offerta di voli è rimasta pressoché stabile, mentre la domanda è aumentata. Come capiamo subito, tutti questi elementi concorrono a far aumentare i prezzi.
Ma anche il tasso di cambio fra le valute può avere un impatto: pensiamo ad esempio al caso in cui il franco svizzero aumenti il suo valore e quindi per i turisti diventa più costoso trascorrere le vacanze nel nostro paese.
Insomma, il prezzo dei beni dipende da molteplici fattori e non sempre il tentativo di sintetizzare un indicatore può semplificarci le analisi; anzi, qualche volta potrebbe anche indurci a errori grossolani.

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L’inflazione in Italia è finita! O forse no?

Molti di noi mercoledì mattina aprendo i giornali hanno strabuzzato gli occhi leggendo la notizia che l’inflazione in Italia nel mese di ottobre è stata dell’1.8%. Un dato eccezionale! Praticamente saremmo stati tentati di dire che finalmente l’obiettivo della stabilità dei prezzi era stato raggiunto. Ricordiamo che le banche centrali si pongono come obiettivo per la stabilità dei prezzi un’oscillazione proprio tra zero e 2 punti percentuali. Ed è proprio in nome di questa oscillazione che da mesi la Federal Reserve (Fed), la Banca centrale europea (BCE) ma anche la stessa Banca nazionale svizzera (BNS) stanno praticando una politica monetaria restrittiva, ossia stanno aumentando i tassi di interesse di riferimento. Lo scopo è quello di ridurre la domanda dei consumatori e anche gli investimenti delle imprese per frenare l’euforia della domanda e consentire all’offerta di adeguarsi.

Il dato risultava ancora più eccezionale se paragonato a quello del mese di settembre che mostrava ancora un incremento dei prezzi del 5.3%. Un miracolo! Attenzione, attenzione… Prima di gridare al miracolo, quando si verificano scostamenti così importanti è giusto documentarsi e andare a capire le cause senza trarre conclusioni affrettate.

Presto fatto. Consultiamo il comunicato stampa dell’Istituto nazionale di statistica italiano (Istat) e scopriamo che in effetti anche su base mensile è stata registrata una diminuzione dello 0.1%. Bene. Ma non finisce qui e subito nella seconda frase il comunicato stampa spiega le ragioni di questa importante riduzione. L’indice dei prezzi al consumo del mese di ottobre su base annua (+1.8%) è stato giustamente confrontato con l’andamento dei prezzi del mese di ottobre del 2022. Naturalmente noi non possiamo ricordarcelo, ma è proprio in quel periodo che abbiamo assistito a un’impennata dei prezzi dei prodotti energetici. Era stato proprio un ottobre drammatico. E quindi ecco qui spiegato l’aumento contenuto: i prezzi energetici si sono ridotti rispetto all’anno prima del 17.7%.
Tuttavia non dobbiamo smorzare completamente l’entusiasmo poiché vediamo che tolto questo effetto un po’ dopante, in realtà si registra un rallentamento anche dell’inflazione di fondo (altrimenti detta inflazione core o zoccolo dell’inflazione, che è quella che non include il prezzo dei beni che variano molto come i generi alimentari freschi e gli stessi prodotti energetici). La stessa passa dal 4.6% di settembre al 4.2% di ottobre.

E che cosa succede ai prezzi in Svizzera? Anche qui abbiamo delle buone notizie. In maniera analoga a quanto è successo in Italia vediamo che i prodotti petroliferi sono scesi di ben il 6% rispetto all’anno scorso, consentendo di mantenere un indice dei prezzi al consumo nel mese di ottobre dell’1.7% (su base annua). La variazione rispetto al mese precedente è solo dello 0.1% in più. Dando un’occhiata nel dettaglio scopriamo anche alcune curiosità che ci fanno capire quanto questo indicatore rappresenti la realtà. Per esempio, vediamo che il prezzo dei cappotti e delle giacche da donna è aumentato (di ben il 12% rispetto al mese precedente), come pure quello dell’olio del riscaldamento (+3.8%) e delle giacche da uomo (+7.2%). Niente di stratosferico se pensiamo al fatto che ci avviamo verso l’inverno. Una lezione da trarre per l’anno prossimo? Comprate il giaccone al mese di settembre…

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“Tesoro mi si sono allargati i ragazzi”. La Coca Cola cresce e torna al mezzo litro

In questi mesi si è parlato molto dell’inflazione che si vede. In alcuni Paesi l’aumento generalizzato dei prezzi ha raggiungo persino variazioni del 10% rispetto all’anno scorso. Fortunatamente i dati degli ultimi mesi confermano se non un ritorno ai prezzi precedenti, quanto meno un rallentamento degli aumenti. Oggi però noi prendiamo spunto da una notizia di attualità per tornare su un tema particolare. La Shrinkflation. La Shrinkflation è un’inflazione nascosta e che decidono i produttori: riducendo gli imballaggi o la quantità di prodotti venduti, senza ridurne il costo per l’acquirente, di fatto causano un aumento dei prezzi.
Questo succede perché di solito i produttori conoscono il concetto dell’elasticità che misura la sensibilità della quantità di un bene acquistato rispetto alla variazione di un’altra variabile che può essere il prezzo, il reddito, il prezzo di un bene che si consuma insieme ad un altro,… in parole povere si è in grado di capire se le persone ridurranno l’acquisto del bene al variare del suo prezzo. Saremmo tutti tentati di dire che è chiaro che all’aumentare del prezzo la quantità diminuisce, ma non è così per tutti i beni. Per esempio se il prezzo dei farmaci di cui abbiamo bisogno per sopravvivere, come può essere l’insulina, aumenta, noi non riduciamo il consumo. Ma lo stesso succede con i generi alimentari di prima necessità o con la benzina. Al contrario, esistono beni che sono molto più sensibili al prezzo, per esempio le bevande gassate. È per questa ragione che di solito si riduce il contenuto, ma non si aumenta visibilmente il prezzo.
Nel nostro articolo del 10 marzo del 2021 intitolato “Tesoro mi si sono ristretti i prodotti. Le confezioni si rimpiccioliscono, i prezzi no” parlavamo del caso di Coca Cola. Allora in Svizzera era stata introdotta da circa due anni una bottiglietta di questa bevanda zuccherata rimpicciolita rispetto alla grandezza standard, ma con lo stesso prezzo di quella precedente. Abbiamo quindi comperato una bottiglietta di Coca Cola da 450 millilitri, pagandola come quella di 500 millilitri. Sicuramente è stata una buona cosa per la nostra salute, data la grande quantità di zuccheri presenti in questa bevanda, non per il nostro portafoglio.
Ora leggiamo che Coca Cola Svizzera ha deciso di fare un passo indietro e tornare al formato da mezzo litro. Non sappiamo ancora se ne aumenterà il prezzo, ma possiamo intuire che alcune ragioni abbiano spinto l’azienda a fare un passo indietro. Sicuramente la piccola dimensione del mercato svizzero ha giocato un ruolo, come anche il fatto che negli stessi supermercati si poteva trovare per lo stesso prezzo la Coca Cola “svizzera” da 450 millilitri accanto alla Coca Cola “tedesca” da 500 millilitri. Probabilmente anche il rapporto con i fornitori può aver avuto un peso. Essi producevano un prodotto specifico, la bottiglietta da 450 millilitri, solo per un cliente e quindi potevano avere una forza contrattuale maggiore.
Insomma, non sappiamo per quali ragioni vere Coca Cola abbia fatto un passo indietro. Speriamo solo che con la scusa dell’aumento generalizzato dei prezzi, non sia l’occasione per vederne raddoppiare anche il suo.

La versione audio: “Tesoro mi si sono allargati i ragazzi”. La Coca Cola cresce e torna al mezzo litro