La pandemia mette a nudo la fragile struttura del Ticino

Innegabile: le attività economiche soffrono e soffriranno nei prossimi mesi. Le aziende e gli artigiani del Cantone Ticino non saranno un’eccezione, anzi. Proprio in questi giorni sono stati pubblicati i dati del prodotto interno lordo (PIL) dei Cantoni per il 2018. Il calcolo basato sul valore aggiunto permette di capire quali settori contribuiscono maggiormente alla produzione di valore dei beni e dei servizi. Siamo così in grado di scoprire quali sono le vocazioni di ogni Cantone. Con tutti i limiti di cui bisogna tener conto dei dati cantonali è possibile evidenziare le differenze principali tra il Cantone Ticino e il Canton Zurigo. E capire come la crisi sta impattando sul nostro Cantone e quali saranno le conseguenze per il futuro.
La prima considerazione da fare è che Zurigo si conferma la locomotiva nazionale producendo oltre il 22% del PIL svizzero; il Cantone Ticino contribuisce con il 4%. La seconda considerazione riguarda le principali differenze nella creazione di valore da parte dei settori. Due dati spiccano su tutti: il settore industriale composto dalle attività estrattive, di produzione e dal settore delle costruzioni produce circa un quarto del PIL ticinese. Questa percentuale si riduce al 12% nel caso zurighese. Limitiamo a questo dato la considerazione senza entrare nei dettagli delle differenti aziende che costituiscono il tessuto industriale dei due Cantoni. Il secondo settore “particolare” è quello dei servizi finanziari e assicurativi che contribuisce al 20% del PIL di Zurigo e solo al 7% del Ticino.
Queste differenze rappresentano proprio il caso da manuale: due economie strutturalmente differenti, una basata su attività ad alto valore aggiunto (che consentono la distribuzione di salari alti) e una basata su attività cosiddette a basso valore aggiunto. La terza considerazione riguarda la produttività che è il valore della produzione per ogni ora di lavoro effettuata. Anche in questo caso, purtroppo, il Ticino è il fanalino di coda e lo è da molti anni.
Se a queste considerazioni si aggiunge che il nostro tessuto imprenditoriale è composto da micro e piccole imprese, che non abbiamo sul territorio centri decisionali e che abbiamo perso posti altamente qualificati delle ex- regie federali, si comprende quanto la nostra economia sia estremamente sensibile alla congiuntura nazionale e internazionale. Quasi paradossalmente, ciò che dovrebbe accadere in queste circostanze è che ai Cantoni più fragili si riservino maggiori risorse (soprattutto attraverso la perequazione inter-cantonale). Purtroppo non andrà così e ancora una volta il Cantone Ticino potrà contare solo sulle sue forze e sulla sua resilienza.
In attesa che qualcuno prenda per mano lo sviluppo di questo Cantone e lo faccia assomigliare un po’ di più ai cugini confederati.
Tratto da “L’Osservatore” – 23.01.2021

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C) Ticino.ch


Prodotto interno lordo pro capite: siamo ricchi e non ce ne accorgiamo

Magari non ve ne siete accorti, ma anche tra il 2017 e il 2018 il nostro benessere è aumentato notevolmente. Sì, proprio il benessere di noi ticinesi. Non mi credete? Guardate i dati appena pubblicati sull’andamento del prodotto interno lordo (PIL) cantonale. Nel 2018 il PIL cantonale ha superato la soglia dei 30 miliardi di franchi, crescendo di quasi il 4% E oltre il 4% è il contributo che noi diamo al PIL svizzero. A titolo di paragone Zurigo, la locomotiva nazionale, produce oltre il 22% dei beni e servizi.  

Ma forse questo non vi è sufficiente per capire quanto siamo benestanti in Ticino. Guardando alla classifica in termini di Prodotto interno lordo pro capite, con i nostri 87’612 franchi siamo il settimo Cantone più ricco. Addirittura il nostro reddito è superiore del 3.5% di quello medio nazionale. Eppure non vi siete mai accorti di essere tra i più ricchi al mondo? Andiamo a scoprire perché.

Innanzitutto precisiamo che non c’è nessun errore statistico né nessun complotto teso a mostrare una realtà differente. Il prodotto interno lordo pro capite cantonale è assolutamente calcolato nella maniera giusta. Si prende tutto il valore della produzione di beni e servizi fatta sul territorio in un anno e si divide per il numero degli abitanti di questo territorio. Per la maggior parte delle economie nazionali, questo indicatore è un buon indicatore. Certo, rimane il fatto che il dato presentato è un dato medio. I famosi polli di Trilussa ci ricordano bene che se tu mangi due polli e io non ne mangio nessuno, in media ne abbiamo mangiato uno a testa anche se il mio stomaco è vuoto.

Ma a queste obiezioni tecniche, nel caso del Ticino dobbiamo aggiungere quelle territoriali. Il PIL pro capite mette in relazione il luogo di lavoro dove le persone producono con il luogo di residenza dove le persone vivono. Questo non crea particolari problemi quando i flussi di persone tra due territori sono minimi oppure equilibrati. Ma questo non è ciò che avviene nel Cantone Ticino dove sappiamo esserci un ricorso importante alla manodopera frontaliera. In effetti, se i frontalieri in Svizzera sono circa il 4% della popolazione residente (340 mila su 8,6 milioni) in Ticino questa percentuale sale al 20% (70 mila su 350 mila abitanti).  Per capire quanto importante è il contributo dato alla produzione di queste 70 mila persone pensiamo che le persone occupate residenti in Ticino sono circa 160 mila. Questo significa che 1 prodotto su 3 è fabbricato da frontalieri. Per cui il contributo dato alla produzione ticinese è enorme. E qui nasce il problema. Quando calcoliamo il dato pro capite, si divide solo per il numero dei residenti e si trascurano i frontalieri.

Se senza nessuna presunzione di scientificità cerchiamo di correggere l’effetto “doping” aggiungendo il numero di frontalieri o togliendo il valore della loro produzione ecco che purtroppo ritorniamo in graduatoria tra gli ultimi posti.

Come spesso accade anche in questo caso è importante quindi andare oltre all’indicatore e riportarlo alla realtà dei fatti.

*Sotto trovate un mio contributo a Tempi Moderni di qualche anno fa sul tema (Tempi Moderni, RSI, 18.05.2017)

Tratto da Tempi Moderni – RSI- 18.05.2017
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PIL che sale, PIL che scende

La Segreteria di Stato dell’Economia (SECO) ha annunciato che il prodotto interno lordo (PIL) svizzero del terzo trimestre 2020 è aumentato del 7.2% rispetto al trimestre precedente. Questo dato in condizioni normali ci apparirebbe una cifra sensazionale. Invece, dobbiamo sempre ricordarci di capire quali indicatori guardiamo e rispetto a quale realtà stiamo facendo la nostra analisi: il periodo storico, la collocazione geografica, la struttura economica, come quella giuridica e sociale non possono mai essere dimenticate. In questo caso, la crescita eccezionale del 7.2% deve essere contestualizzata rispetto alla crisi economica mondiale legata alla diffusione del COVID-19.
Tutti abbiamo vissuto una situazione eccezionale, caratterizzata dalla chiusura delle attività economiche e addirittura in alcuni casi dal confinamento. Questo ha portato le persone a non poter più lavorare, consumare, viaggiare e a limitare fortemente le loro attività. Il fenomeno ha toccato l’intero globo. Questa interruzione forzata delle attività si è manifestata con il crollo del PIL svizzero del 7.1% nel secondo trimestre (già nel primo si segnava -1.8%). Per dire che le cose non sono andate bene.
Situazione ancora più grave e significativa se guardiamo ai dati e li paragoniamo agli stessi periodi degli anni precedenti: qui abbiamo un -7.9% del secondo trimestre e -1.6% del terzo.
Questi dati ci consentono anche di capire come stanno andando i settori dell’economia. Quelli che hanno sofferto maggiormente, come la ristorazione, l’intrattenimento e l’industria manifatturiera per fortuna hanno tirato un sospiro di sollievo negli ultimi mesi. Si sono riprese anche le attività legate alla sanità (pensiamo a tutti gli interventi che sono stati posticipati negli ospedali), al commercio e alle costruzioni. Purtroppo, però, questa boccata di ossigeno è durata poco. Gli effetti della seconda ondata si stanno già trasformando in licenziamenti.
Perché è quindi importante che il PIL aumenti? Perché dietro alla produzione di beni e servizi c’è il lavoro e dietro al lavoro ci sono i salari che consentono alle persone di vivere. Quindi se i consumi delle famiglie, gli investimenti delle aziende in macchinari ed edifici, la spesa delle amministrazioni pubbliche e quello che il resto del mondo compra da noi non si mantiene su buoni livelli, la conseguenza è che non dovremo più produrre. E se non dovremo più produrre, vedremo i licenziamenti crescere. Esattamente quello che purtroppo stiamo vivendo ora. Speriamo che questa crisi giunga presto al termine.

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