Scontro sui cambi tra Stati Uniti e Svizzera

L’economia ha sempre bisogno di situazioni equilibrate. Questo capita anche nel caso della moneta. Una moneta può essere debole o forte. Questa definizione dipende dal valore che la moneta ha in rapporto al cambio con le monete degli altri Paesi. Una moneta forte di solito è considerata anche un bene rifugio affidabile e stabile: questo significa che le persone, le aziende o le altre nazioni per essere sicure di mantenere il valore dei loro possedimenti li convertono in queste monete. Il problema si pone quando la domanda di questa moneta diventa troppo grande e quindi il suo prezzo cresce ancora di più, apprezzando ulteriormente la moneta. È un po’ come quello che succede in un’asta: se tutti vogliono un quadro, il prezzo continua a salire e vincerà chi è disposto a pagarlo di più.
Di solito la forza di una moneta dipende da molti fattori, tra i quali una situazione economica e politica stabile, bassa disoccupazione, inflazione sotto controllo, grande competitività internazionale.
Di primo acchito sembrerebbe che avere una moneta forte sia solo un vantaggio. Ma non è sempre così. Una moneta molto forte può mettere in difficoltà le aziende che vendono i loro prodotti principalmente all’estero.
Per questa ragione le banche centrali cercano di mantenere il valore della propria moneta entro certi limiti e lo fanno con molti strumenti: noi semplifichiamo immaginando che la Banca Nazionale Svizzera (BNS) utilizzi franchi svizzeri per comperare altre monete così da aumentare il loro valore.
Ora, pare che il Dipartimento americano del tesoro abbia messo la Svizzera nei paesi che manipolano i cambi per trarre vantaggio nella politica commerciale. Secondo le regole degli Stati Uniti questo avviene quando un Paese interviene con un ammontare superiore al 2% del suo Prodotto Interno Lordo (PIL), ha un surplus commerciale di più di 20 miliardi di dollari con gli Stati Uniti e un rapporto tra il surplus delle partite correnti e il PIL maggiore al 2%. La Svizzera “viola” tutte queste tre condizioni. Per esempio nei primi 6 mesi dell’anno ha speso circa 90 miliardi di franchi per contrastare l’apprezzamento del franco, l’equivalente di oltre il 12% del nostro prodotto interno lordo.
Per il momento questa decisione non ha conseguenze dirette, ma gli Stati Uniti potrebbero decidere di applicare sanzioni e dazi nei confronti dei prodotti svizzeri. Dal canto suo la Svizzera spiegherà che gli interventi sono stati fatti per garantire la stabilità economica e non per avere vantaggi commerciali, anche perché, vedremo nei prossimi articoli, le bilance dei rapporti con l’estero sono un punto forte dell’economia elvetica.

La versione audio: Scontro sui cambi tra Stati Uniti e Svizzera

La tua casa per un bulbo di tulipano?

Qualche giorno fa il Bitcoin (che ricordiamo è una moneta virtuale creata “a computer”) ha raggiunto il suo valore storico massimo di circa 20’000 dollari. Nulla di straordinario, se non guardiamo alla sua crescita da marzo quando valeva 5’000 dollari. Insomma, un rendimento del 300% in pochi mesi. Per chi ha investito nel momento giusto, decisamente un affare.
Questa criptovaluta è stata creata nel 2009 e da oltre un decennio appassiona gli economisti, ma anche gli investitori e gli ingegneri.
All’inizio si credeva che potesse diventare una moneta, ma di fatto non lo è. La moneta per essere considerata tale deve avere almeno tre caratteristiche: essere accettata generalmente come mezzo di pagamento, essere riconosciuta come unità di conto da uno Stato e rappresentare una riserva di valore, ossia non oscillare troppo e troppo in fretta. Quindi, no il Bitcoin non è una moneta.
Questa criptovaluta ha inoltre un’altra particolarità: tranne in casi speciali, il suo uso è assolutamente anonimo e quindi essa è ritenuta una via per il riciclaggio. Proprio in questi giorni l’Autorità federale di vigilanza sui mercati finanziari (FINMA) ha deciso che sarà necessario identificarsi per svolgere transazioni a partire da 1’000 franchi.
Detto questo, alcuni cantoni e anche alcuni Comuni in Svizzera, hanno provato a utilizzare i Bitcoin come mezzi di pagamento, ma riscontrando poco interesse nella popolazione.
Ora però gli esperti valutano un’altra possibilità per le criptovalute: diventare piano, piano una forma di investimento come l’oro.
A me però piace ricordare come finì la corsa ai tulipani nella metà del ‘600. I tulipani arrivati dalla Turchia, avevano subito conquistato il cuore degli olandesi. In pochi anni il loro valore raggiunse cifre astronomiche. Un bulbo poteva costare fino a 20 volte il salario di un anno. C’era chi vendeva terreni, case e altri beni per comperare bulbi di tulipano che addirittura dovevano ancora nascere.
I tulipani finirono perfino per essere quotati in Borsa. Ma a un certo punto anche questa bolla scoppiò: un focolaio di peste mandò deserta un’asta di bulbi facendo cambiare improvvisamente l’opinione degli investitori. E quando si tirarono le somme, qualcuno aveva fatto guadagni enormi, ma molti, la maggior parte, avevano perso tutto.
Bizzarro, vero, pensare di vendere la propria casa per dei bulbi di tulipani? Eppure qualche volta azzardiamo investimenti in alcuni prodotti finanziari o in criptovalute che si differenziano di poco dai nostri tulipani…

La versione audio: La tua casa per un bulbo di tulipano?