โEssere donna รจ cosรฌ affascinante. ร unโavventura che richiede coraggio, una sfida che non annoia mai. Avrai molte cose da intraprendere se nascerai donna. Per cominciare, dovrai batterti per sostenere che, se Dio esistesse, potrebbe anche essere una vecchia dai capelli bianchi o una bella ragazza [โฆ] Infine, dovrai lottare per dimostrare che dentro il tuo corpo liscio e rotondo cโรจ unโintelligenza che urla per essere ascoltata.โ [1]
La prima volta che lessi questa citazione ero molto giovane e non immaginavo che, con il tempo, sarebbe diventata una delle frasi che piรน avrebbe segnato il mio percorso. Lettera a un bambino mai nato di Oriana Fallaci compie questโanno cinquantโanni e, in questo mezzo secolo, sono stati fatti enormi progressi in materia di paritร , almeno nei nostri paesi. Certo, la strada รจ ancora lunga, ma oggi il cammino non รจ piรน solitario: donne e uomini, insieme, stanno costruendo una societร nuova. E il cambiamento si riflette anche nel mondo del lavoro.
Gli ultimi dati dellโUfficio federale di statistica confermano quanto il panorama lavorativo sia mutato negli ultimi trentโanni. Nel 1991, il tasso di attivitร femminile tra i 15 e i 64 anni era del 68,2%; oggi รจ salito allโ80,8%, segno di una partecipazione sempre piรน ampia. Lโincremento piรน rilevante riguarda le donne tra i 55 e i 64 anni, il cui tasso di occupazione รจ passato dal 44% al 72%. Anche le altre fasce dโetร hanno registrato aumenti significativi, con lโunica eccezione delle piรน giovani (15-24 anni), dove il dato รจ calato, probabilmente perchรฉ si prolunga la formazione e si accede piรน tardi al mercato del lavoro. Parallelamente, il tasso di attivitร degli uomini รจ leggermente diminuito, avvicinando sempre piรน la presenza femminile e maschile nel mondo professionale.
Inoltre, pur persistendo differenze importanti, cresce il numero di uomini e donne che scelgono un impiego a tempo parziale, segno di unโattenzione condivisa verso un miglior equilibrio tra vita professionale e privata.
Un altro dato incoraggiante riguarda le posizioni dirigenziali: le donne tra i 25 e i 39 anni sono oggi le piรน rappresentate in questi ruoli. Sebbene la presenza femminile in tali posizioni sia ancora limitata al 37,4%, la tendenza dimostra che le nuove generazioni stanno conquistando sempre piรน spazio.
Osservando il quadro generale, emerge una volontร diffusa โ anche tra gli uomini โ di riequilibrare il rapporto tra carriera e vita privata. Crediamo proprio che questo possa essere un punto comune su cui continuare a lavorare.
Come detto, il traguardo della piena paritร non รจ ancora raggiunto, ma รจ fondamentale riconoscere i progressi compiuti. Solo valorizzando questi risultati potremo continuare ad avanzare, con determinazione, verso lโobiettivo finale.
Pubblicato da LโOsservatore, 08.03.2025
[1] O. Fallaci, Lettera a un bambino mai nato, Rizzoli, Milano 1975
Lโanno sta volgendo al termine e quindi non potevamo proprio evitare di parlareโฆ dellโoroscopo! Ma naturalmente intendiamo quello economico, quindi delle previsioni per il prossimo anno.
In realtร , purtroppo giร i dati di avvicinamento alla fine dellโanno non sono di buon auspicio: abbiamo letto, per esempio, che le esportazioni svizzere nel mese di novembre sono rallentate fortemente. Abbiamo anche visto che molti istituti prevedono per questโanno che le famiglie spenderanno meno nel periodo natalizio e questo vuol dire che ci sarร un aumento dei consumi, ma meno forte rispetto a quello dellโanno scorso. Anche sul fronte dei salari, gli aumenti prospettati per lโanno prossimo non per forza compenseranno lโaumento dei prezzi, anche se fortunatamente questo dovrebbe essere contenuto (+0.3%).
Anche alla luce di questi fatti, la Segreteria di Stato dellโeconomia (SECO) ha rivisto al ribasso il tasso di crescita del prodotto interno lordo (PIL) sia per questo 2024 (dallโ1.2% allo 0.9%) che per il prossimo anno (dallโ1.6% allโ1.5%). Tra i fattori di maggiore incertezza, il gruppo di esperti cita la situazione del commercio internazionale che potrebbe subire rallentamenti importanti a seguito dellโelezione di Donald Trump vista la sua politica piuttosto protezionista tesa a tutelare il mercato americano. Ma anche i conflitti in Medio Oriente e in Ucraina aumentano lโinstabilitร economica.
In Svizzera sarร ancora il consumo delle famiglie (+1.6%) a trainare la crescita del PIL, mentre la spesa pubblica crescerร sรฌ dellโ1.2%, ma meno di questโanno (1.8%). Il settore delle costruzioni dovrebbe proseguire il suo trend positivo (+2.3%), mentre il rallentamento economico รจ confermato anche da una crescita piuttosto modesta degli investimenti in beni di equipaggiamento, quindi in macchinari e strumenti per la produzione (+1.0%). Sul fronte delle esportazioni alle possibili politiche protezioniste si aggiunge la modesta crescita dellโeconomia europea e in particolare di quella tedesca. A tal proposito, proprio poche ore fa la Volkswagen รจ riuscita a trovare un accordo con i sindacati per la riduzione di 35โ000 posti di lavoro.
Tutto questo clima di incertezza farร sรฌ che lโeconomia elvetica non crescerร abbastanza per mantenere stabile il tasso di disoccupazione che aumenterร per lโanno prossimo al 2.7%. Vediamo quindi che pur non essendo in una situazione di crisi economica, la fase di crescita rimane piuttosto contenuta. E come sempre succede in questi casi, la preoccupazione degli economisti non sta tanto nella fissazione sulla crescita del PIL, quanto sulle conseguenze in termini di posti di lavoro e di salari versati. La nostra economia si fonda ancora principalmente per la maggioranza delle persone sul reddito da lavoro e se viene a mancare questo, vengono a mancare le condizioni per una vita dignitosa.
Detto ciรฒ, il Natale รจ un periodo di speranza, per cui il nostro augurio รจ che in questo caso gli esperti della SECO prendano una bella cantonata e che il PIL torni a crescere in maniera soddisfacente.
Nessuno ama parlare di disoccupazione, sottoccupazione e povertร , tanto meno chi governa il Paese. โLassรนโ si preferiscono narrazioni rasserenanti. Si racconta di un Cantone Ticino innovativo e allโavanguardia dove poli di eccellenza nascono come funghi. Una piccola Silicon Valley pronta a partire alla conquista del mondo. Sfortunatamente, la realtร รจ ben diversa. Proprio ieri mattina sono arrivati i dati della disoccupazione nel Cantone Ticino calcolata secondo il metodo dellโorganizzazione internazionale del lavoro (ILO). Questa stima poggia su basi statistiche: include le persone che non hanno un lavoro e lo stanno ancora cercando. Differisce dalla disoccupazione โufficialeโ della Segreteria di Stato dellโeconomia (SECO) che si limita a contare gli iscritti presso gli Uffici Regionali di Collocamento (URC). Non tutti i disoccupati sono iscritti, come sapete bene. Le nostre autoritร preferiscono la statistica SECO anche perchรฉ permette di raccontare una storia tranquillizzante: il canton Ticino avrebbe un tasso di disoccupazione bassissimo, 2.4%: โsoloโ 4โ000 disoccupati. Eppure, la nostra realtร , quella che vediamo attorno a noi, appare molto diversa: chiunque di noi conosce vicini che non trovano lavoro, hanno figli o figlie che faticano a inserirsi, lavoratori esperti licenziati che non riescono a ricollocarsi. Autoritร ed esperti dicono che si tratti di una percezione. Ma non lo รจ. I dati ILO confermano che quello che le persone sentono sulla loro pelle corrisponde alla realtร . Queste cifre ci dicono che in Ticino le persone disoccupate in cerca di un lavoro e disposte a lavorare sono oltre 13โ200. Il tasso di disoccupazione รจ al 7.3%, ben tre volte il dato della SECO. Per trovare un numero cosรฌ alto di persone disoccupate, dobbiamo tornare al periodo Covid. Solo chi รจ in mala fede puรฒ sorprendersene: basterebbe guardare ai dolorosi licenziamenti e ristrutturazioni in atto nelle aziende ticinesi. Non sono numeri: queste sono persone e intere famiglie in difficoltร la cui situazione non fa altro che aggravarsi di mese in mese con il peso degli aumenti: cassa malati, affitti ed energia, ecc. Queste persone meriterebbero di non essere considerate โuna percezioneโ. Fino a qualche anno fa si poteva contare sullโappoggio delle generazioni piรน anziane; ora anche questo inizia a scricchiolare: non riescono ad aiutare se stesse, figuriamoci figli e nipoti. E che dire delle nuove generazioni che seguono con impegno il consiglio dei governi e dei partiti di formarsi il piรน possibile e che poi, una volta arrivato il diploma, devono emigrare oltre Gottardo? Per parafrasare lo sfortunato slogan del periodo pandemico: non andrร tutto bene, tuttโaltro. Se si finge di non vedere il problema, se lo si ignora o addirittura lo si nega, le cose non potranno che peggiorare. Le soluzioni non sono facili, certo. Ma qua non le si sta nemmeno cercando. E se si insiste a dire che tutto va bene, sicuramente non le troveremo. ร un esercizio di negazione di massa la cui responsabilitร ricade pienamente su chi dovrebbe avere in mano le redini del cantone e sceglie, invece, di tenere la testa ostinatamente nascosta sotto la sabbia.
Mentre la Federal Reserve (Fed) decideva di ridurre i tassi di interesse di 50 punti base, portandoli in un intervallo tra il 4.75 e il 5%, in Svizzera venivano pubblicati dei dati non altrettanto rassicuranti. Nel mese di agosto, le esportazioni e le importazioni di merci in termini reali sono scese rispetto al mese precedente che giร registrava una riduzione di entrambe le voci. Per quanto riguarda le vendite allโestero, i settori principalmente toccati sono stati quello dei prodotti chimici e farmaceutici, quello dei metalli come pure i macchinari di precisione. Sul fronte delle importazioni si segnalano le riduzioni importanti di prodotti energetici, di strumenti di precisione e nel settore dellโelettronica. Al contrario, in questo caso si รจ registrato un aumento dei prodotti chimici e farmaceutici. Questโultimo andamento potremmo leggerlo con un poโ di ottimismo pensando che parte di queste importazioni sarร destinata alla produzione dei prossimi mesi e quindi a una possibile crescita del settore chimico farmaceutico. Nonostante questi dati, le previsioni per la fine dellโanno delle esportazioni restano positive. La Segreteria di Stato dellโeconomia (SECO) ha stimato per il 2024 una crescita dei beni del 5.1% e dei servizi del 2.3%. Lโandamento dei consumi privati rimane positivo (+1.5%) esattamente in linea con quello dei consumi dellโamministrazioni pubbliche. Anche il settore delle costruzioni, che lโanno scorso aveva segnato una riduzione del -2.7%, sembrerebbe confermare il suo momento positivo (+0.5%). Ciรฒ che preoccupa un poโ gli economisti sono gli investimenti in macchinari, la cui previsione si colloca al -2%. Questo, potrebbe significare che gli imprenditori pensano che la domanda non andrร troppo bene e che quindi non sarร necessario aumentare la produzione e di conseguenza gli investimenti. Ma noi sappiamo che le cose possono cambiare e quindi speriamo in bene. In totale, la previsione dellโaumento del prodotto interno lordo (PIL) sarร per il 2024 dellโ1.2%. Questa crescita, seppur positiva, rimane una crescita abbastanza contenuta e, in effetti, il tasso di disoccupazione medio per questโanno dovrebbe salire dal 2% al 2.4%. Una buona notizia perรฒ cโรจ: lโindice dei prezzi del consumo, ossia lโinflazione, dovrebbe finalmente tornare a livelli stabili. Il tasso previsto per questโanno sarร dellโ1.2%. Notizie ancora piรน buone riguardano lโanno prossimo, anno in cui lโaumento dei prezzi dovrebbe limitarsi allo 0.7%. Questo, insieme allโandamento positivo dei consumi privati, della spesa dello Stato, degli investimenti in costruzioni e della ripresa di quelli in beni di equipaggiamento, come pure della crescita delle esportazioni, dovrebbero portare il prodotto interno lordo a crescere nel 2025 dellโ1.6%. Anche per lโanno prossimo, quindi non sarร prevista una crescita esorbitante, ma probabilmente dobbiamo anche abituarci che รจ finita lโepoca di tassi di crescita superiori al 2%. Questo, non significa per forza che le cose andranno male. Se questo tasso sarร sufficiente a garantire di compensare lโaumento della popolazione e lโimpatto del progresso tecnologico, le persone potranno andare avanti ad avere un lavoro e di conseguenza un reddito. Per cui ancora una volta, leggiamo la realtร oltre i dati.
Intervista pubblicata da Il Federalista, 01.03.2024 e ripresa da Liberatv, che ringraziamo
Manodopera a basso costo, croce e delizia dellโeconomia ticinese? “Il fatto di ricorrere a manodopera a basso costo, spesso anche qualificata, รจ stato da sempre uno dei nostri vantaggi competitivi. Questo ha portato a sviluppare un tessuto di industrie (rispetto per esempio alla Svizzera interna, dove occorreva competere sulla qualitร e non tanto sul prezzo) che vengono definite โintensive di lavoroโ anzichรฉ โintensive di capitaleโ. ร cosรฌ mancata tutta quella fase di competizione basata sul progresso tecnologico, sull’innovazione. Quindi, il nostro tessuto economico era giร piuttosto fragile. Quello che poi รจ accaduto con gli accordi bilaterali รจ che non c’รจ stato piรน nemmeno un minimo di -se vogliamo- contenimento di un’economia che giร andava nella direzione sbagliata. Ecco perchรฉ quelli che erano dei vantaggi competitivi che venivano messi a frutto in modo ragionevole sono diventati, purtroppo, la regola del gioco. Per cui ci ritroviamo oggi con un tessuto produttivo che potrebbe essere sicuramente piรน sano”.
Si riferisce in particolare alle aziende venute da fuori Cantone? “Mi riferisco a quelle aziende che non sono in grado di versare dei salari per i residenti e che hanno esclusivamente manodopera non residente. Sebbene io non neghi che l’arrivo di alcune aziende che mettono a frutto giustamente i vantaggi competitivi che offre la Svizzera (con lโaggiunta del vantaggio competitivo geografico del Canton Ticino) abbia avuto aspetti positivi. Ma chiediamoci: รจ sano che siano qui se poi esercitano una pressione al ribasso su tutta l’economia?”.
Non solo sui salari bassi, a suo parere? “Fino a qualche anno fa la pressione si esercitava sui bassi salari, adesso ormai riguarda i salari medi e medio alti. Questo vuol dire che la concorrenza non รจ piรน limitata esclusivamente alle realtร delle professioni per cosรฌ dire โmeno qualificateโ, ma si sta portando anche su quelle piรน qualificate. E il fattore su cui si gioca rimane purtroppo ancora sempre il prezzo, quindi il salario. Sono convinta che i prossimi dati che usciranno lo confermeranno”.
Nella polemica in corso si rileva criticamente che lโafflusso di queste aziende sia in gran parte dovuto alle politiche economiche messe in atto in Ticino a partire dalla metร degli anni 90 e fino ai primi anni 2000, che puntavano su agevolazioni fiscali allo scopo di attirare le imprese, anche estere, sul nostro territorio. Condivide la critica? “Le politiche economiche che si possono adottare non sono molte. Quindi, puntare il dito su scelte fatte in passato secondo me serve a poco. Quello che rincresce รจ che non si sia riusciti, una volta entrati in contatto con determinate aziende, a costruire un vero โtessuto industrialeโ sul territorio. Prendiamo il settore della moda. Anzitutto non si tratta di aziende arrivate qui solo grazie alle agevolazioni cantonali, ma anche grazie al contesto internazionale che inquadrava comunque la Svizzera come un Paese dove risparmiare fiscalmente in maniera assolutamente legale: รจ questo che ha portato alcuni grandi marchi a trasferirsi da noi. Il problema sta nel fatto che l’immobilismo del Cantone ha fatto sรฌ che non si siano create delle condizioni e coltivate delle relazioni tali da mantenere queste aziende sul territorio anche una volta poi passati i periodi di agevolazioni fiscali che, secondo me, non sono tanto quelle cantonali bensรฌ quelle a livello nazionale”.
Nel Cantone, quelle politiche furono promosse da Marina Masoni, nellโambito del cosiddetto pacchetto delle โ101 misureโ. Alcuni dati statistici mostrano, tra il 1996 e il 2008, un costante miglioramento dei parametri economici cantonali, la cui crescita si รจ progressivamente attenuata in seguito. “L’economia รจ fatta di talmente tanti fattori che individuare -togliendo tutto il contesto internazionale- quali siano stati i fattori che hanno portato a quei risultati รจ davvero molto difficile. Pur non condividendo molte di quelle 101 proposte, da un punto di vista economico, di una politica economica, devo riconoscere che purtroppo quello รจ stato l’ultimo periodo politico in cui ci sia stata quantomeno una strategia di sviluppo. Quantomeno c’era un’idea di che cosa si voleva fare, di che tipo di economia volevamo avere. Adesso รจ il vuoto, adesso in quel campo non c’รจ nulla”.
Accidenti, si tratta di incompetenza, di interessi o di cosโaltro? “Non incompetenza, neppure interessi, che รจ normale che vi siano, comโรจ legittimo che una parte della classe politica veda nel libero mercato portato all’estremo la soluzione a tutti i mali. Comโรจ chiaro che riflettere su quello che sarร il Canton Ticino fra 10 anni probabilmente elettoralmente non paga. Col massimo rispettoโฆ perรฒ รจ chiaro che la politica di sviluppo economico e di sostegno all’economia, o lo stesso tema del lavoro, non siano una prioritร di questo Governo, come non mi sembra lo sia stato dei Governi passati. Se non c’รจ la prioritร del lavoro, tutto quello che riguarda l’economia viene meno”.
Lei dice spesso, l’ha detto piรน volte anche a noi del Federalista, che sarebbe ora, per uscire da questo circolo, di alzare i salari. Sarebbe ora che in Ticino ci fossero finalmente dei salari svizzeri. Ma quante aziende attive sul nostro territorio hanno veramente la possibilitร di alzare i salari. E quali dovrebbero chiudere (cancellando posti di lavoro) se si volesse andare in quella direzione? “Occorre essere anche un poโ coraggiosi. Essere coraggiosi vuol dire riconoscere che probabilmente ci sono delle aziende nel territorio – non abbiamo niente contro queste aziende – che di fatto, da un punto di vista -paradossalmente- dell’economia di mercato, non hanno ragione di stare qui. Cioรจ se un’azienda non fa utili tali da permetterle di pagare degli stipendi che consentano ai suoi dipendenti di risiedere nel Cantone, evidentemente non farร neppure dei grandi profitti: in termini di imposte lascerร poco o niente, generando perรฒ conseguenze negative, a cominciare dalla pressione sui salari, passando per il traffico ecc. Ecco, bisogna mettere sulla bilancia queste cose e avere il coraggio di dire che queste aziende non devono stare nel Canton Ticino. Insomma, se si versano salari italiani รจ buono e giusto che si operi in Italia”.
Ma come tutto ciรฒ incide sul fatto che sempre piรน persone in Ticino chiedono aiuti sociali? Lo Stato sostiene i redditi bassi perchรฉ questo tipo di economia non riesce a pagare i propri collaboratori che risiedono in loco? “La domanda รจ: vogliamo un Cantone-fabbrica? Quello che sta accadendo รจ che i giovani, quelli che finiscono di studiare qui, se ne vanno. I giovani che hanno studiato all’estero non rientrano. E questo significa che le famiglie le fanno fuori Cantone difficilmente rientreranno in Ticino. Siamo in una situazione nella quale un cinquantenne che perde un posto di lavoro non riesce a trovarlo e tanti iniziano a lavorare, ad esempio, due o tre giorni in Svizzera interna, mentre negli altri due fanno home office. In Ticino abbiamo gli anziani che non riescono piรน a vivere con la loro pensione, che iniziano a pensare di andarsene dal Ticino. Qui ci rimarranno solamente frontalieri, che vengono al mattino, lavorano e se ne vanno la sera? Il dramma di questo Cantone รจ questo”.
Cosa pensa dell’adeguamento delle aliquote fiscali per gli alti redditi? Un’inutile โregalo ai ricchiโ o un modo sensato per non farli scappare? “Non ho niente a priori contro la riduzione delle aliquote, quello che ho trovato sbagliato in questa decisione รจ la tempistica: cioรจ, in un momento cosรฌ delicato per il Canton Ticino sono certa che queste persone ad alto reddito erano e sono disposte a veder posticipare questo tipo di misure di qualche anno. Per me il concetto รจ che lo Stato deve prendere le risorse ai cittadini nella minor misura possibile, ma che sia compatibile con i compiti che i cittadini decidono di fargli svolgere. Come sono disposta a scendere sulle aliquote, se si vogliono piรน compiti sono anche disposta ad aumentarle. Non ci sono tabรน โfiscaliโ. Secondo me si dovevano mettere in atto tutte le altre tre misure e per questโultima attendere, quantomeno, la revisione dei conti dello Stato”.
Ci sarebbero altre โquestioncineโ in ballo, come quella della perequazione intercantonale o quella del โfreno alla spesaโ, ma ci fermiamo qui, perchรฉ i lettori hanno da leggere il prossimo contributo che offriamo loro questโoggi, non meno importante a nostro avvisoโฆ ” โฆ sulla perequazione (quei 3-400 milioni in piรน che dovrebbero arrivarci da Berna) mi lasci dire solo che forse non รจ un tema molto โsexyโ da portare in campagna elettorale, perchรฉ รจ un tema tecnico. Ma mi sembra che quantomeno il Governo se ne stia occupando e anche i nostri deputati a Berna qualcosa stiano pensando di fare”.
โIl sistema formativo svizzero ha un rapporto molto stretto con il mondo del lavoro e della formazione professionale giร dai 15 anni e poi proseguendo nella specializzazione. La relazione tra il lavoro e la formazione รจ molto strettaโ. Lโeconomista Amalia Mirante, docente universitaria presso la Scuola Universitaria della Svizzera Italiana e presso lโUniversitร della Svizzera italiana spiega come nella Confederazione formazione e lavoro si intreccino da sempre e come il Canton Ticino stia facendo i conti con uno spostamento dei piรน giovani verso i cantoni interni, dove gli stipendi sono piรน alti e le opportunitร di carriera piรน numerose. La sua analisi si focalizza sui risultati che emergono dal rapporto sulla situazione socioeconomica degli studenti condotta nel 2020 dallโUfficio federale di statistica (UST) che ha rilevato come nel 2020 โil 38% degli studenti delle scuole universitarie affermava di aver svolto almeno uno stage dallโinizio degli studi. Il 7% di loro aveva adottato provvedimenti concreti in tal senso, e il 18% dichiarava di avere intenzione di effettuare uno stage prima della fine degli studi. Il 18% degli stage รจ stato effettuato allโestero. Il tipo di stage piรน frequente durante gli studi รจ quello obbligatorio e non retribuitoโ. Professoressa, nel 2020, il 38% degli studenti delle scuole universitarie affermava di aver svolto almeno uno stage dallโinizio degli studi. Una percentuale importante o ancora troppo bassa? Quanto sono determinanti gli stages per gli studenti? In Svizzera il sistema di formazione terziaria si suddivide tra la formazione professionale superiore e le scuole universitarie. Tra queste ci sono le universitร , le scuole universitarie professionali (SUP) e le alte scuole pedagogiche (ASP). Spesso nelle scuole universitarie, la formazione stessa prevede degli stages, che possono essere requisiti per lโaccesso o parte integrante del diploma. In alcuni casi gli stages sono addirittura obbligatori. Il tipo di stage piรน frequente durante gli studi รจ quello obbligatorio e non retribuito, รจ giusto non retribuire gli stagisti? Sรฌ, dallo studio dellโUfficio federale di statistica emerge una certa frequenza di stage obbligatori e non remunerati. Nel caso delle universitร gli studenti hanno dichiarato che uno stage su due era obbligatorio; la percentuale sale addirittura a quasi il 90% nel caso delle scuole universitarie professionali e delle alte scuole pedagogiche. In Svizzera lo stage quindi spesso non รจ una scelta, quanto unโimposizione del sistema di formazione. Per quanto riguarda la remunerazione, รจ un argomento del quale si potrebbe parlare ampiamente perchรฉ varia da settore a settore. Solo per fare degli esempi, il 90% degli stages svolti dagli studenti di economia รจ retribuito, mentre lo รจ solamente il 50% di quelli di medicina. Ma cโรจ una spiegazione alla non retribuibilitร degli stages ed รจ che spesso lo stage รจ uno sforzo che i datori di lavoro fanno per formare i giovani; รจ come un se in realtร dovessimo ringraziare le aziende e gli enti che devono mettere a disposizione un tutor, che abbia anche le competenze formative, ai giovani che seguono gli stages nelle loro imprese. Cโรจ anche un altro aspetto da considerare: a volte, gli stages sono opportunitร reciproche. Mi spiego: ad esempio le banche possono cercano gli stagisti perchรฉ considerano la loro presenza come un investimento vicendevole. I ragazzi possono fare unโesperienza professionale e le banche individuare i profili piรน idonei per poi magari assumerli alla fine della formazione. Esiste il pericolo in Svizzera che gli studenti in stage vengano sfruttati e usati nel mondo del lavoro al posto di veri addetti assunti? Non ci sono dati certi in merito, ma ci sono persone giร formate che vengono assunte come stagisti anche se dovrebbero essere assunte come professionisti a tutti gli effetti. In questo caso, cambia la remunerazione del dipendente e anche il suo grado di sicurezza. Discorso diverso quando uno studente frequenta uno stage obbligatorio: tendenzialmente, in questi casi ci sono accordi e contatti precisi tra le universitร e le realtร che accolgono lo stagista. Quando invece si esce dal percorso di formazione non ci sono piรน cosรฌ tante tutele. I disonesti, che non rispettano remunerazione e ruolo di professionisti che assumono come stagisti, ci sono, ma sono rari. In generale possiamo dire che per gli stages obbligatori nella formazione anche se non trovati direttamente dalle scuole, cโรจ una certa tutela perchรฉ il riconoscimento tendenzialmente prevede un iter che raccoglie i dati dellโesperienza e un rapporto di fine stage. Quali sono le criticitร del mondo del lavoro verso i ragazzi che vi si affacciano per la prima volta? In genere la formazione in Svizzera รจ, diciamo, โvelocizzataโ (tempi definiti per ultimare i percorsi formativi, tentativi massimi per sostenere gli esami, numero obbligatorio di crediti da conseguire in una anno,โฆ) per permettere ai giovani di inserirsi al piรน presto nel mondo del lavoro. In aggiunta, ci sono anche ragazzi che lavorano mentre stanno studiando e adulti che studiano mentre lavorano. La velocizzazione a cui mi riferisco si applica anche a queste situazioni. Chi per esempio, รจ studente lavoratore ha programmi di formazione differenti da quelli di chi studia senza lavorare; ad esempio possono esserci corsi di laurea di tre anni per studenti a tempo pieno che devono essere svolti entro 5 anni al massimo. Invece, lo stesso corso di laurea, per chi ha unโattivitร professionale si estende su 4 anni, ma con un massimo in ogni caso di 6 anni. In Svizzera il periodo di formazione รจ tendenzialmente fisso e limitato. Se uno studente non consegue il titolo universitario entro il periodo massimo stabilito viene escluso dalla formazione (escludendo evidentemente situazioni eccezionali come malattia o altre). Faccio un altro esempio: una volta che si viene esclusi da una facoltร come economia in una universitร perchรฉ per esempio si รจ bocciato troppe volte un esame, non si puรฒ piรน seguire un corso di laurea in economia in tutta la Svizzera. Questo, appunto, velocizza i tempi della formazione.
Come reputa la situazione occupazionale attuale in Svizzera dei giovani? La reputo soddisfacente, ma differenziata. In Canton Ticino lโemigrazione dei giovani e il loro non ritorno comincia ad essere un problema. I giovani vanno sempre piรน spesso in Svizzera interna perchรฉ in Ticino i salari sono piรน bassi e minori le opportunitร . Ticino a parte, nel resto della Svizzera il problema occupazionale per i giovani formati, fortunatamente, non esiste.
Intervista di Carla Colmegna pubblicata su La provincia di Como, 21.09.2023
La versione audio: Un filo tra Scuola e Lavoro – La formazione รจ decisiva
Lโufficio cantonale di statistica fa un ottimo lavoro che ci aiuta a comprendere la nostra economia. Nellโultimo pubblicato qualche giorno fa si parla del mercato del lavoro in unโottica di medio-lungo periodo.
Leggiamo โil numero di lavoratori residenti continua a calare, cosรฌ come sono sempre meno i giovani e gli immigrati. Considerate queste dinamiche demografiche e i saldi migratori recenti, i posti di lavoro liberati e creati sul mercato del lavoro ticinese sono stati occupati principalmente da frontalieri.โ
Queste frasi dovrebbero far scattare in tutti noi un campanello dโallarme. Per anni la politica ha negato che la libera circolazione delle persone nel nostro cantone abbia creato principalmente posti di lavoro per persone non residenti. Ora che i numeri lo confermano, tutto tace.
Giร i dati annuali pubblicati qualche mese fa confermavano questa tendenza. Tra il 2012 e il 2022 cโรจ stato un saldo positivo di quasi 27โ000 occupati in piรน. Ma attenzione, il dato non deve trarre in inganno. In Ticino rispetto a 10 anni fa si sono registrati 3โ000 occupati svizzeri in meno. E allora, chi sono questi 30โ000 occupati in piรน nel cantone? Circa 7โ500 persone hanno un permesso di domicilio; altre 21โ500 sono frontaliere. Questo ha portato la quota degli occupati svizzeri e domiciliati a ridursi di ben 5 punti percentuali. Al contrario, i frontalieri sono passati da quasi il 26% a circa il 32% degli occupati.
I dati del primo trimestre del 2023 hanno confermato esattamente la stessa tendenza. In aggiunta, i ricercatori dellโufficio cantonale di statistica evidenziano unโaltra problematica: lโaumento delle persone inattive riduce il tasso di attivitร nel Canton Ticino di quasi 2 punti percentuali in un decennio (dal 58.7% del 2013 al 56.9% dal 2023 ). Questo significa che ci stiamo allontanando ancora di piรน rispetto al resto della Svizzera. Le dinamiche demografiche sono note: nascono sempre meno bambini e, fortunatamente, viviamo piรน a lungo. Ma a questo dobbiamo aggiungere che i nostri giovani non trovando opportunitร professionali in linea con le loro qualifiche e competenze si trovano a dover emigrare oltre Gottardo oppure a non rientrare una volta finiti gli studi.
Una domanda sorge spontanea: comโรจ possibile che sono stati creati migliaia di posti di lavoro e contemporaneamente i nostri giovani emigrano?
Per molto tempo รจ stato detto che i posti di lavoro occupati dai frontalieri erano quelli che rifiutavano i residenti. Eppure i settori in cui si registrano gli aumenti piรน importanti di frontalieri sono lโinformazione e la comunicazione (occupati raddoppiati), le attivitร professionali, scientifiche e tecniche (da 3โ900 persone a 9โ500) e le attivitร amministrative e nei servizi di supporto alle aziende (da 4โ000 persone a 7โ500).
Ora vi starete dicendo che i vostri figli e le vostre nipoti si sono formati proprio in quei campi lรฌ; e allora perchรฉ non trovano un posto di lavoro?
La discriminante rimane sempre la stessa: il salario. Fintantochรฉ le aziende e lo Stato non riconosceranno che questo รจ un problema, il Ticino รจ destinato a essere da una parte terra di accoglienza per persone che lavorano ma non risiedono e dallโaltra, terra di emigrazione per i figli dei residenti.
La versione audio: Ticino: sempre piรน frontalieri e sempre meno residenti
Il mercato del lavoro svizzero sembra scosso da inedite convulsioni. Secondo alcune stime a fine 2022 si registravano ben 120’000 posti di lavoro non occupati (i disoccupati in tutto il Paese, a titolo di paragone, sono circa 100’000). Numeri a prima vista impressionanti, cresciuti sulla scia della ripresa post pandemica.
I datori di lavoro denunciano gravi difficoltร nel reclutamento: รจ di due giorni fa lโintervento dellโUnione svizzera degli imprenditori (Usi) con la proposta di alcune piste per rimediare alla carenza di professionisti.
La grande richiesta di particolari profili professionali sta spingendo molti lavoratori di altri Paesi, come sempre accade in queste occasioni, a trasferirsi entro nei confini della Confederazione. Unโimmigrazione con ritmi spettacolari che ha aggiunto in solo anno, nel 2022, oltre 70’000 nuovi abitanti al nostro Paese.
I media elvetici dโOltralpe si interrogano sulla sostenibilitร di questa distonia. ร possibile per un Paese offrire โtroppoโ lavoro? Ne parliamo con unโesperta in materia, Amalia Mirante, economista e docente SUPSI.
La prima semplice domanda che sorge, alla luce di questi 120โ000 posti di lavoro vacanti, รจ come faccia a funzionare unโeconomia se mancano cosรฌ tante โbracciaโ?
Facciamo una premessa. ร abbastanza tipico quando ci sono anche dei cambiamenti tecnologici, che in realtร possono diventare quasi strutturali, che sia necessario un periodo affinchรฉ l’incrocio tra domanda e offerta di lavoro si aggiusti. I dati ci parlano in Svizzera di 5,4 milioni di posti di lavoro, quindi questi 120.000 posti vacanti rimangono ancora una fetta contenuta. Bisognerebbe guardare questa situazione avendo a mente un panorama piรน ampio. Stiamo passando attraverso i cambiamenti dettati dalla cosiddetta โrivoluzione industriale 4.0โ, fatta di automatizzazione e digitalizzazione. Adesso, a parer mio, siamo nella coda di questa rivoluzione con l’entrata in scena dell’intelligenza artificiale. Questi grandi cambiamenti stanno modificando la stessa organizzazione del lavoro e gli stessi processi produttivi. Guardare solo le carenze odierne di posti di lavoro significa concentrarsi forse un poโ troppo sul breve termine, su quello che le aziende hanno bisogno in questo momento, ma il passaggio che stiamo vivendo รจ qualcosa di molto piรน grande.
In realtร una bella fetta di posti di lavoro vacanti รจ nel settore del commercio, nella manutenzione degli autoveicoli, nel settore alberghiero e della ristorazione, e una fetta โstoricaโ, nella sanitร . Non tutti i posti vacanti sono automaticamente da attribuire a categorie che richiedono grandi competenze, grandi capacitร , grandi studi.
Non riqualificare, ma amplificare le competenze
Si parla molto di mismatch (discrepanza tra domanda di lavoratori e competenze della forza lavoro). L’ente statale non dovrebbe impegnare maggiori attenzioni e risorse alla riqualificazione dei lavoratori?
Effettivamente l’intervento pubblico concertato con le imprese dovrebbe abituarsi ad anticipare i tempi, pensare a quello che sarร tra 10-15 anni il mercato del lavoro. Piรน di tutto vanno valorizzate le competenze che giร ci sono. Io non parlo volentieri di riqualifica professionale perchรฉ secondo me ci sono giร tante competenze settoriali che vanno ampliate, aggiornate, rese magari complementari a quelle che giร ci sono. Un esempio. Nei supermercati sono entrate in scena le casse automatiche, va bene. Ma anche la varietร dei prodotti sta crescendo enormemente; nella sezione delle farine vi sono 18 tipi di prodotti diversi con prezzi diversi: piรน che cassieri oggi necessitiamo di consulenti alla vendita a tutto tondo. Si tratta cioรจ di adattare le competenze giร presenti nei professionisti di oggi a un contesto con sempre maggiore digitalizzazione e automazione, e abbiamo il tempo per farlo.
Lโabitudine di procurarsi la forza lavoro dallโestero intanto mostra qualche limite. La concorrenza in Europa non manca, ed importare manodopera comincia a farsi difficile per alcune professioni.
Non siamo unโisola, anche gli altri Paesi iniziano riscontrare i medesimi fenomeni di carenza. Attingere alla migrazione genera anche tensioni. Di certo nel resto del Paese, nella Svizzera tedesca, la pressione generata รจ molto minore rispetto alla Svizzera italiana. Per esempio, in alcuni luoghi, il differenziale salariale รจ addirittura a favore dei frontalieri rispetto ai residenti.
Il ricorso alla manodopera estera rimane perรฒ un poโ nel DNA svizzero. Potremmo provare almeno a dare maggiore importanza e investire di piรน nellโammodernamento e nel potenziamento della formazione professionale. Soprattutto in Ticino questo รจ un settore nel quale purtroppo negli ultimi anni non si รจ riusciti a investire abbastanza. Occorrerebbe far fronte alla richiesta che arriva dal mondo professionale di figure specializzate in ambito industriale. Bisogna valorizzare di piรน la Formazione professionale.
I desideri degli imprenditori e quelli dei lavoratori
Secondo gli imprenditori svizzeri bisognerebbe lavorare piรน ore, piรน a lungo, tutti.
Da una parte si denuncia la mancanza di personale qualificato in alcuni settori. In contemporanea si chiede che questo personale altamente qualificato vada a lavorare, se mi รจ permesso, secondo le condizioni di cinquant’anni fa. Si pensi allโidea della pensione a 70 anni. Giusto invece consentire alle persone di poter lavorare anche dopo l’etร โlegaleโ del pensionamento: questa tendenza deve essere aiutata e non penalizzata. Perรฒ da qui a farne un obbligo ce ne passa.
Le richieste degli imprenditori si scontrano con quello che appare essere il desiderio proprio della parte piรน qualificata e, dunque, piรน ricercata della forza lavoro: lavorare, se possibile, a tempo parziale. Intuitivamente la concorrenza ad accaparrarsi i lavoratori dovrebbe spingere verso un miglioramento delle condizioni che si offrono.
Questo lo hanno capito le grandi aziende, le quali hanno giร cominciato a offrire tutta una serie di benefit. Stanno cominciando a cambiare le condizioni quadro dei loro posti di lavoro perchรฉ si sono rese conto che effettivamente le persone piรน qualificate, piรน competenti, che possono portare un beneficio alle aziende oggi non chiedono a volte il salario piรน alto, che in quelle posizioni lavorative non รจ tanto ciรฒ che fa la differenza tra un’azienda e un’altra. Ciรฒ che chiedono รจ per esempio la possibilitร di avere dei congedi parentali, come offrono giร alcune grandi banche o le grandi catene di distribuzione. Le stesse grandi imprese stanno introducendo anche per i padri la possibilitร di lavorare a tempo parziale, anche in posizioni quadro. Oppure pagano lโabbonamento in palestra, o corsi formativi anche fuori dallโambito professionale, eccetera… Questa non รจ una novitร , poichรฉ sovente nella storia sono stati addirittura gli imprenditori e gli industriali a migliorare le condizioni del lavoro. Certo per i piccoli e medi imprenditori il discorso รจ un poโ differente, perรฒ anche lรฌ si fanno tentativi. Offrendo modelli come il lavoro a distanza e la settimana corta di quattro giorni.
Riguardo al settore delle piccole-medie imprese si parla un poโ, tra gli analisti dโOltralpe, della persistenza di aziende cosiddette โzombieโ, ovvero che sopravvivono un poโ sullโonda lunga degli aiuti dati negli ultimi anni dallo Stato, e che gonfiano cosรฌ il mercato del lavoro.
Per le piccole e medie imprese credo che il colpo relativo alla crisi Covid sia stato duro e pesante. Adesso le stesse aziende devono confrontarsi con un insieme di costi cresciuti in maniera importante. Sicuramente ci sono state realtร tenute โin piediโ in maniera un poโ artificiale, ma non si poteva fare altrimenti. Oggi vediamo che il numero di aziende che dichiarano fallimento sta lentamente aumentando, quindi c’รจ indubbiamente uno strascico in questo senso .
La statistica svizzera questa settimana ci dร molte indicazioni su quanto sta accadendo sul mercato del lavoro in Svizzera e in Ticino. Gli impieghi in Ticino nel III trimestre (luglio-settembre) sono aumentati sia rispetto ai tre mesi precedenti, sia rispetto a un anno fa. Oggi si contano quasi 243 mila posti di lavoro totali; di questi 137 mila sono occupati da uomini e 106 mila da donne. I posti di lavoro a tempo pieno sono la maggioranza e occupati prevalentemente da uomini (158 mila posti, di cui 109 maschili e 49 femminili). Al contrario degli 85 mila posti a tempo parziale, ben 58 mila sono occupati da donne e 28 mila da uomini. I posti di lavoro in equivalenti a tempo pieno sono oggi circa 199 mila (122 maschili e 77 femminili). Ma รจ guardando ai settori che scopriamo dinamiche differenti: i posti di lavoro nel settore secondario sono rimasti quasi stabili rispetto a un anno fa; lโaumento รจ stato registrato soprattutto nel terziario (circa 8 mila posti in piรน su base annuale, 150 su base trimestrale). Guardando a questi dati saremmo quindi tentati di parlare di ottime notizie. Ma come sempre cโรจ un maโฆ I dati pubblicati la settimana scorsa dalla Rilevazione sulle forze di lavoro in Svizzera (RIFOS) confermano purtroppo dinamiche giร evidenziate tempo fa. Primo: in Ticino ci sono 5’700 svizzeri in meno che lavorano a tempo pieno rispetto a un anno fa (una riduzione di oltre il 7%). Di questi 3โ800 sono uomini e 1’800 donne. Guardando in totale (tempo pieno e tempo parziale) la situazione non migliora di molto: il saldo negativo รจ di 500 uomini in meno e ben 2’500 donne svizzere. Al contrario, cโรจ stato un importante aumento di occupati stranieri: in totale ci sono 3’100 persone in piรน (con un aumento di 5’600 persone che hanno un impiego a tempo pieno), 2’900 donne e 200 uomini. Le spiegazioni di questi dati possono essere molteplici: tanti svizzeri dellโera dei baby boomer escono dal mondo del lavoro e vanno in pensione, ci sono meno nascite e quindi meno giovani che cominciano a lavorare e in aggiunta i tempi di formazione sono piรน lunghi. Detto questo, non possiamo prescindere da unโanalisi del frontalierato, soprattutto nel Cantone Ticino. Grazie al lavoro appena pubblicato dallโUfficio di statistica cantonale possiamo comprendere molte dinamiche. Per inciso, cogliamo lโoccasione per elogiare le analisi svolte da questo ufficio e lโeccellente lavoro fatto dai suoi ricercatori e ricercatrici che ci consente di comprendere la nostra realtร . In questo caso, il recente studio mette in evidenza che โnel tempo, aumentano le persone che da residenti diventano frontaliere, mentre diminuiscono quelle che da frontaliere diventano residentiโ. Ed รจ forse proprio questo il punto che tralasciamo troppo spesso nelle azioni di politica economica di questo Cantone. Il problema non sta di certo nel fatto che si ricorra a manodopera estera per rispondere alle mancanze di personale (รจ sottinteso fintantochรฉ questa scelta non dipende esclusivamente da un salario piรน basso ed esercita una concorrenza โslealeโ che porta i residenti a dover cercare lavoro altrove). Il problema sta nel fatto che una politica di sviluppo cantonale dovrebbe avere come obiettivo che queste persone si insedino nel nostro Cantone e diventino parte attiva della nostra comunitร . Certo, le soluzioni non sono facili, ma almeno parlarne apertamente consentirebbe di lavorare tutti nella stessa direzione.
Ancora una volta i dati statistici confermano lโaumento del numero di frontalieri che lavorano in Ticino. Le cifre del terzo trimestre del 2022 ci permettono di fare delle considerazioni importanti. La percentuale di persone che lavora nel settore secondario รจ scesa al 32%, circa una persona su tre. Ventโanni fa questo dato era del 55%, piรน di una persona su due. Se guardiamo allโinterno del settore secondario vediamo unโimportante riduzione sia nelle attivitร manifatturiere che passano da circa il 40% al 21%, sia in quello delle costruzioni dal 16% allโ11%. In conseguenza a questa riduzione, vediamo lโimportante aumento del settore terziario che passa sempre in ventโanni dallโoccupare il 44% dei frontalieri al 67%, due persone su tre. In questo caso รจ interessante notare come ci sia una certa stabilitร per alcuni settori, ad esempio quello del commercio e della riparazione di autoveicoli che si attesta attorno al 15% degli occupati, quello dei servizi dellโalloggio e della ristorazione che rimane fermo a circa il 6% come pure quello delle attivitร sanitarie e sociali. Altri settori invece mostrano dei cambiamenti rilevanti. Il settore delle attivitร professionali, scientifiche e tecniche (per intenderci attivitร legali e di contabilitร , studi di ingegneria e di architettura) passano dal 3% di persone frontaliere occupate in questo settore nel 2002 a circa il 12% di oggi. In termini numerici parliamo di oltre 9โ000 professionisti, aumentati in numero di ben 9 volte. Un discorso analogo puรฒ essere fatto per le attivitร amministrative e i servizi di supporto alle aziende come le attivitร di ricerca, selezione e fornitura del personale: in questo caso la percentuale รจ passata dal 2% al 10%. Parliamo oggi di oltre 7โ700 persone occupate quando nel 2002 si contavano meno di 700 professionisti. Lโaumento รจ stato di 11 volte. Di per sรฉ questi numeri non sono fonte di preoccupazione in assoluto. Se unโeconomia cresce e genera nuovi e buoni posti di lavoro non cโรจ nessun problema che siano occupati anche da persone non residenti. La situazione diventa problematica dal momento che si creano tensioni sul mercato del lavoro tra persone residenti e persone non residenti. Ed รจ innegabile che questo stia avvenendo da tempo in Ticino. Lo vediamo se guardiamo alla pressione sui salari di tutta lโeconomia che non crescono come a livello nazionale. Lo vediamo osservando il divario enorme e in crescita tra salari dei residenti e dei frontalieri che รจ stato recentemente oggetto di una pubblicazione dellโufficio cantonale di statistica (e non รจ cosรฌ negli altri cantoni). Lo vediamo guardando ai nostri giovani che se ne vanno e a quelli che non tornano. Bisogna avere il coraggio di parlare apertamente di queste tensioni. E per favore, non diciamo che il problema sta nel fatto che non formiamo sufficienti persone per occupare questi posti di lavoro. I dati parlano chiaro. Abbiamo ingegneri e architetti che vorrebbero eccome lavorare nel loro Cantone. Per non parlare del personale amministrativo nelle aziende. Insomma, i genitori dei ragazzi che mi contattano disperati perchรฉ i figli non trovano un lavoro, meritano altre risposte. Come meritano altre risposte i cinquantenni che perso il lavoro dopo trentโanni non riescono nemmeno a ottenere un colloquio. Non pensiamo di poter fare sempre finta che non ci siano problemi. I problemi ci sono, eccome. Bisogna risolverli.