Il tempo libero costa tanto

I prezzi per le attività del tempo libero sono aumentati. Se ne è parlato molto in questi giorni perché Comparis il portale che ha fatto dei confronti online dei prezzi di diversi beni e servizi la sua forza, ha comunicato di aver calcolato un nuovo indice.
La metodologia di questo indicatore non è stata pubblicata, tuttavia a prima vista sembra che siano stati “semplicemente” aggregati dati già noti e calcolati dall’Ufficio Federale di statistica per creare una nuova categoria chiamandola appunto indice dei prezzi del tempo libero. L’indice dei prezzi al consumo (IPC) è l’indicatore che viene utilizzato per calcolare l’andamento dei prezzi. Nel caso svizzero è composto da 12 gruppi di beni e servizi, tra cui i prodotti alimentari e le bevande analcooliche, gli indumenti e calzature, l’abitazione ed energia, i trasporti, … L’indice dei prezzi del tempo libero sembra essere stato creato a partire dall’unione di differenti beni o gruppi creando quindi un nuovo “carrello della spesa”. Parrebbe il caso per esempio dell’unione dei prezzi dei ristoranti e degli alberghi alla grande categoria del tempo libero e della cultura.
Fatto questo esercizio si è giunti alla conclusione che l’aumento dei prezzi delle attività legate al tempo libero è stato maggiore rispetto all’inflazione in generale.
Considerazione corretta che ad ogni modo deve essere specificata meglio e vediamo perché. Questo grande gruppo denominato tempo libero al suo interno contiene un’enormità di beni e servizi molto differenti fra di loro: troviamo per esempio gli abbonamenti televisivi, i voli aerei, i giochi elettronici, i prodotti per il giardinaggio, i computer, i libri, i biglietti per visitare i musei, … Comprendiamo immediatamente che è ben diverso parlare di un aumento del prezzo del 10% dei libri rispetto all’aumento del prezzo del 10% di un biglietto aereo. Questo per dire che anche nel caso del tempo libero abbiamo dei beni che definiremmo un po’ più di stretta necessità di altri.
In aggiunta, proprio perché i beni sono molto diversi tra di loro, ogni volta che parliamo di aumenti dei prezzi dovremmo capire perché questo è avvenuto. Per esempio, nel caso dei voli aerei il prezzo del biglietto dipende da moltissimi fattori, tra i quali il prezzo del carburante, le tasse ambientali, i costi del personale che a loro volta possono essere aumentati in seguito all’inflazione, e magari anche dall’offerta di viaggi. In questo senso per esempio sappiamo che a seguito della pandemia ci sono stati dei ritardi molto grandi nella produzione di nuovi aeromobili, anche a causa della mancanza di materie prime. Questo significa che l’offerta di voli è rimasta pressoché stabile, mentre la domanda è aumentata. Come capiamo subito, tutti questi elementi concorrono a far aumentare i prezzi.
Ma anche il tasso di cambio fra le valute può avere un impatto: pensiamo ad esempio al caso in cui il franco svizzero aumenti il suo valore e quindi per i turisti diventa più costoso trascorrere le vacanze nel nostro paese.
Insomma, il prezzo dei beni dipende da molteplici fattori e non sempre il tentativo di sintetizzare un indicatore può semplificarci le analisi; anzi, qualche volta potrebbe anche indurci a errori grossolani.

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Non è ancor tempo di andar per mare

Dopo la decisione di qualche giorno fa della Banca centrale europea (BCE) di mantenere i tassi di interesse di riferimento inalterati, questa settimana è stato il turno della Federal Reserve (FED) e della Banca d’Inghilterra (BoE). Anche loro hanno confermato che per il momento non prevedono delle riduzioni. Così i tassi europei rimangono tra il 4-4.75%, quelli americani tra il 5.25-5.5% percento e quelli inglesi al 5.25%.
Se è vero che le decisioni delle più importanti banche centrali vanno nella stessa direzione, non possiamo dire la stessa cosa per quanto riguarda l’andamento dell’economia reale. Sicuramente ad accomunare le economie più sviluppate c’è il rallentamento dell’inflazione che dimostrerebbe la validità delle scelte fatte in ambito di politica monetaria restrittiva.
Sono altri i dati che tendono a mostrare che queste tre economie stanno vivendo momenti differenti. Per quanto riguarda gli Stati Uniti i dati della crescita del prodotto interno lordo (PIL) confermano che il 2023 è stato un anno ancora estremamente positivo segnando un aumento del 3.1% . A questo dato si aggiunge quello favorevole di un mercato del lavoro in crescita, come pure dei suoi salari e di una fiducia dei consumatori e delle imprese che sembra migliorare. Lo stesso purtroppo non può essere detto nel caso dell’Unione Europea e dell’Eurozona. Il PIL negli ultimi tre mesi dell’anno è risultato stabile, mentre il dato annuale indica una crescita di solo lo 0.1%. Se è vero che il tasso di disoccupazione è rimasto pressoché stabile, non sono arrivate ottime notizie sul fronte della creazione di nuovi impieghi e neppure su quello della fiducia per i prossimi mesi. A preoccupare ancora di più è la situazione della Germania che per decenni è stata la locomotiva d’Europa e ora arranca. Anche se a dire il vero, l’economia tedesca non si è più ripresa dalla pandemia; a quelle difficoltà si sono poi aggiunte quelle legate alla guerra in Ucraina e in particolare alle sanzioni contro la Russia che hanno impedito alla Germania di importare il gas, tra le principali fonti energetiche del Paese. Ma non solo i fattori esterni hanno giocato un ruolo negativo. Anche le difficoltà politiche di una maggioranza di governo poco incisiva hanno portato il Paese a non saper sfruttare il vantaggio competitivo che aveva nella diffusione di fonti energetiche rinnovabili e a creare importanti conflitti nella società. E gli scioperi legati all’agricoltura di questi giorni ne sono solo l’ultima manifestazione.
Anche se questi non hanno ancora varcato la Manica, le cose non sembrano andare molto bene nemmeno in Gran Bretagna. Gli ultimi dati pubblicati confermano una situazione economica in stallo con previsioni per il futuro non troppo rosee.
Concludendo, possiamo dire che anche se la tempesta sembra passata, se possibile meglio aspettare per uscire in mare.
Pubblicato da L’Osservatore, 03.02.2024

L’inflazione sta passando, ma le cose non vanno benissimo

Le cose sul fronte dei prezzi sembrano andare bene. E questo nonostante il leggero aumento generalizzato dell’inflazione durante il mese di dicembre. Nell’Eurozona i prezzi sono aumentati del 2.9% rispetto a un anno prima quando a loro volta avevano registrato un incremento di ben il 9.2%. Vediamo subito come la corsa dell’inflazione si sia effettivamente ridotta. Scopriamo anche che rispetto ai mesi precedenti di novembre e ottobre quando i prezzi avevano mostrato una decrescita (rispettivamente di -0.5% e -0.2%), Natale ha portato con sé un leggero aumento (+0.2%). Niente di allarmante anche se purtroppo dobbiamo constatare che ancora una volta è stata la voce del cibo, bevande alcoliche e tabacchi a mostrare l’incremento più grande (+6.1%). In generale le nazioni europee hanno mostrato questo andamento, con l’Italia che ha chiuso l’anno con un’inflazione media di +5.7%. Questo dato appare decisamente più elevato di quello svizzero che ha segnato un rincaro annuo medio del 2.1%, in discesa rispetto al +2.8% del 2022, ma molto più alto dello 0.6% del 2021. Sappiamo che in questo caso la composizione dell’indice dei prezzi al consumo e il franco forte spiegano queste importanti differenze tra la Svizzera e le nazioni europee.

Visti i dati sui prezzi, si giustifica la decisione della Banca centrale europea (BCE) di qualche giorno fa di mantenere i tre tassi di interesse di riferimento inalterati (dal 4% al 4.75%). Qualche analista molto ottimista si aspettava una riduzione che tuttavia non dovrebbe avvenire a breve date le dichiarazioni fatte dalla Presidente Christine Lagarde. In effetti, lei stessa ha voluto mettere l’accento sul fatto che i tassi rimarranno tali “per tutta la durata necessaria”. E  non sembra che il famoso 2% di limite soglia per dichiarare la stabilità dei prezzi sarà raggiunto a breve.

Discorso diverso invece potrebbe farlo la Federal Reserve (FED) che si riunirà per decidere il 30-31 gennaio. In questo caso, forse anche a causa del clima che diventa sempre più sensibile alle elezioni presidenziali, potremmo aspettarci delle sorprese. La Banca d’Inghilterra invece nella sua riunione del 3 febbraio, tranne dati favorevolmente positivi dell’ultima ora, dovrebbe mantenere i tassi stabili. E noi? E noi non ci preoccuperemo fino al 21 marzo quando è prevista la riunione della Banca Nazionale Svizzera.

E allora tutto bene? Beh, non proprio. La Germania proprio in questi giorni ha confermato che il suo prodotto interno lordo (PIL) nel 2023 si è ridotto dello -0.3%, manifestando difficoltà generali nell’industria manifatturiera ma anche in quella chimica. In aggiunta gli scioperi e le proteste non sembrano dare pace a questa nazione che non ha ancora ripreso la sua crescita dalla fine della pandemia. Ma nemmeno il resto d’Europa può stare tanto tranquillo perché le proteste del mondo agricolo, confrontato con nuove regole e limitazioni per ridurre l’impatto sul clima delle loro attività, si stanno diffondendo in molte nazioni. L’agricoltura non è contraria alla transizione ecologica, ma chiede aiuto, sostegno e soprattutto fondi per realizzarla. Richieste che al momento paiono cadere nel vuoto a Bruxelles.

L’inflazione in Italia è finita! O forse no?

Molti di noi mercoledì mattina aprendo i giornali hanno strabuzzato gli occhi leggendo la notizia che l’inflazione in Italia nel mese di ottobre è stata dell’1.8%. Un dato eccezionale! Praticamente saremmo stati tentati di dire che finalmente l’obiettivo della stabilità dei prezzi era stato raggiunto. Ricordiamo che le banche centrali si pongono come obiettivo per la stabilità dei prezzi un’oscillazione proprio tra zero e 2 punti percentuali. Ed è proprio in nome di questa oscillazione che da mesi la Federal Reserve (Fed), la Banca centrale europea (BCE) ma anche la stessa Banca nazionale svizzera (BNS) stanno praticando una politica monetaria restrittiva, ossia stanno aumentando i tassi di interesse di riferimento. Lo scopo è quello di ridurre la domanda dei consumatori e anche gli investimenti delle imprese per frenare l’euforia della domanda e consentire all’offerta di adeguarsi.

Il dato risultava ancora più eccezionale se paragonato a quello del mese di settembre che mostrava ancora un incremento dei prezzi del 5.3%. Un miracolo! Attenzione, attenzione… Prima di gridare al miracolo, quando si verificano scostamenti così importanti è giusto documentarsi e andare a capire le cause senza trarre conclusioni affrettate.

Presto fatto. Consultiamo il comunicato stampa dell’Istituto nazionale di statistica italiano (Istat) e scopriamo che in effetti anche su base mensile è stata registrata una diminuzione dello 0.1%. Bene. Ma non finisce qui e subito nella seconda frase il comunicato stampa spiega le ragioni di questa importante riduzione. L’indice dei prezzi al consumo del mese di ottobre su base annua (+1.8%) è stato giustamente confrontato con l’andamento dei prezzi del mese di ottobre del 2022. Naturalmente noi non possiamo ricordarcelo, ma è proprio in quel periodo che abbiamo assistito a un’impennata dei prezzi dei prodotti energetici. Era stato proprio un ottobre drammatico. E quindi ecco qui spiegato l’aumento contenuto: i prezzi energetici si sono ridotti rispetto all’anno prima del 17.7%.
Tuttavia non dobbiamo smorzare completamente l’entusiasmo poiché vediamo che tolto questo effetto un po’ dopante, in realtà si registra un rallentamento anche dell’inflazione di fondo (altrimenti detta inflazione core o zoccolo dell’inflazione, che è quella che non include il prezzo dei beni che variano molto come i generi alimentari freschi e gli stessi prodotti energetici). La stessa passa dal 4.6% di settembre al 4.2% di ottobre.

E che cosa succede ai prezzi in Svizzera? Anche qui abbiamo delle buone notizie. In maniera analoga a quanto è successo in Italia vediamo che i prodotti petroliferi sono scesi di ben il 6% rispetto all’anno scorso, consentendo di mantenere un indice dei prezzi al consumo nel mese di ottobre dell’1.7% (su base annua). La variazione rispetto al mese precedente è solo dello 0.1% in più. Dando un’occhiata nel dettaglio scopriamo anche alcune curiosità che ci fanno capire quanto questo indicatore rappresenti la realtà. Per esempio, vediamo che il prezzo dei cappotti e delle giacche da donna è aumentato (di ben il 12% rispetto al mese precedente), come pure quello dell’olio del riscaldamento (+3.8%) e delle giacche da uomo (+7.2%). Niente di stratosferico se pensiamo al fatto che ci avviamo verso l’inverno. Una lezione da trarre per l’anno prossimo? Comprate il giaccone al mese di settembre…

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Le nuove incertezze geopolitiche e il loro prezzo economico

Il panorama economico globale è una fonte costante di sorprese. Da oltre un anno ci occupiamo del problema dell’inflazione e ora che i dati delle principali economie sembrano rassicurarci, dobbiamo fare i conti con nuove incertezze e nuove preoccupazioni.
Il conflitto tra Russia e Ucraina è ancora aperto e purtroppo non sembra dare segnali di essere vicino a una conclusione. Se è vero che fino a qualche giorno fa potevamo sostenere che le principali nazioni nel frattempo avevano risolto i problemi di approvvigionamento energetico dovuti alla decisione di embargo di gas e petrolio dalla Russia e si stavano avvicinando a un inverno abbastanza tranquillo, ora la nostra opinione è decisamente cambiata. Al dramma ucraino se ne aggiunge ora un altro nel Medio Oriente. Naturalmente la nostra attenzione primaria rimane quella delle vite umane.
Tuttavia, sarebbe imprudente ignorare le ripercussioni di questa situazione sugli equilibri geopolitici ed economici futuri. E ancora una volta, purtroppo, il mondo sembra dividersi tra due blocchi che tanto ricordano quelli della guerra fredda.
A differenza di allora, però, oggi le economie sono ancora più collegate e connesse: qualunque piccola incertezza o instabilità si propaga a macchia d’olio. Questo porta, se possibile, ad aumentare ancora di più i dubbi su quello che sarà il futuro. Se da una parte abbiamo visto dati incoraggianti dei prezzi sia negli Stati Uniti che in Europa, dall’altra la paura di una stagnazione economica rimane nell’aria. E anche su questo dovrà fare importanti riflessioni la Federal Reserve (che ricordiamo è la Banca Centrale degli Stati Uniti) tra un paio di settimane quando sarà chiamata a decidere sull’aumento o meno dei tassi di interesse.
A questo si aggiungono le notizie negative che giungono dalla Cina. È notizia proprio di pochi giorni fa che anche Country Garden, uno dei più importanti costruttori e venditori cinesi di case, non è riuscito a pagare gli interessi su un debito estero. Questo possibile fallimento segue quello di qualche mese fa di Evergrande. Ma non finisce qui. Al rischio di bolla immobiliare oggi si aggiunge un debito pubblico molto elevato, una disoccupazione giovanile preoccupante e un rischio sempre più credibile di deflazione. Sì perché anche la riduzione dei prezzi, quando è causata da una mancanza di domanda, diventa un problema economico molto importante. E una sorte simile sembra viverla anche la Germania, fino a qualche mese fa considerata la locomotiva di Europa.
Insomma, anche se al momento i dati dell’economia svizzera non sembrano destare particolare preoccupazione, non possiamo fingere di essere un’isola felice in questo mondo che, anche da un punto di vista economico, non sembra andare proprio nella direzione giusta.

Pubblicato da L’Osservatore, 21 ottobre 2023

I consumi rallentano e l’economia trema…

Ottime notizie sul fronte dei prezzi: gli indicatori pubblicati questa settimana delle principali nazioni europee mostrano un importante rallentamento nella corsa degli indici dei prezzi. Tra queste citiamo la
Germania (+4.5% in settembre in riduzione dal 6.1% di agosto) e la Francia (+4.9%). Anche negli Stati Uniti le cose sembrano andare molto bene: indice dei prezzi al consumo al 4.9% e indice dei prezzi alla produzione al 2.2%. Addirittura in Cina si parla di una possibile riduzione dei prezzi. E allora, come mai gli economisti non mostrano segni di grande euforia? Presto detto, il rallentamento dell’inflazione purtroppo non si sta accompagnando con un miglioramento delle aspettative economiche. Ma andiamo con ordine.
I recenti indicatori relativi ai consumi e alle spese fatte negli ultimi mesi mostrano un importante rallentamento. Ma anche quelli sulla fiducia dei consumatori indicano una situazione di preoccupazione. I consumatori, già toccati dalla riduzione del potere d’acquisto derivante dall’aumento del costo della vita, iniziano a mostrare paura per il futuro. E come dargli torto? Alla guerra drammatica in Ucraina si aggiunge ora anche il gravissimo conflitto in Medioriente. Le conseguenze economiche non tarderanno ad arrivare, anzi. Abbiamo già visto questa settimana che il prezzo del petrolio e di altri beni energetici ha ricominciato la sua corsa. Questo dipende dal fatto che molti paesi europei l’anno scorso avevano deciso di sostituire gli approvvigionamenti che arrivavano dalla Russia con approvvigionamenti dal Medioriente. Evidentemente, anche se il conflitto fortunatamente mentre scriviamo non si è diffuso, i paesi sanno che potrebbe esserci una importante riduzione delle forniture di gas e petrolio nelle prossime settimane. E purtroppo le tempistiche non giocano a nostro favore: ci avviamo all’inverno, periodo in cui la domanda di prodotti energetici aumenta in maniera vertiginosa. Questa componente di instabilità ed incertezza fa sì che giustamente i cittadini e le cittadine siano prudenti riducendo il loro consumo e aumentando il risparmio. Ma questo significa che le aziende non devono produrre e ciò implica che dovranno licenziare e non compreranno macchinari. Quindi la domanda aggregata diminuisce. Ed è proprio questo quello che pare stia accadendo in Cina dove la riduzione dei prezzi non è quindi una buona notizia, ma al contrario il campanello d’allarme del mancato consumo.
Speriamo che i campanelli d’allarme non suonino…

Le banche centrali e il dilemma dell’inflazione

L’inflazione persiste. Purtroppo. I segnali che sono arrivati alle banche centrali nelle ultime settimane non sono bastati a rallentare gli incrementi dei tassi di interesse. Per il momento solo la Federal Reserve (FED) ha fermato la corsa decidendo di lasciarli tra il 5% e il 5.25%. Sottolineiamo “per il momento” perché la FED ha già precisato che altri aumenti sono all’orizzonte, causando la reazione negativa di Wall Street. Non nascondiamo che questo annuncio a noi pare inutilmente dannoso: il tasso di inflazione americano è sì ancora elevato, ma dà segnali di rallentamento. In effetti, in maggio i prezzi sono aumentati del 4% (4.9% in aprile). Si è ancora lontani dal famoso 2%, tasso che la teoria economica individua come limite per poter parlare di stabilità dei prezzi, ma forse ora bisognerebbe dare il tempo alla politica monetaria di espletare i suoi effetti e di valutare quelli che peseranno sull’economia reale.

Chi non poteva decidere diversamente invece è stata la Banca d’Inghilterra, che ha annunciato un aumento dei tassi di 50 punti portandoli al 5%. D’altronde il tasso di inflazione pubblicato poche ore prima non lasciava molte speranze: l’indice dei prezzi al consumo si è confermato ancora in maggio all’8.7% e, fatto ancora più grave, il tasso dell’inflazione core (lo zoccolo dell’inflazione che non calcola i prezzi variabili come quelli dei generi alimentari freschi e dell’energia) è addirittura aumentato dal 6.8% al 7.1%. Quindi niente da fare per la Banca d’Inghilterra che si è trovata le mani legate.

Chi a nostro avviso invece avrebbe potuto decidere più liberamente e diversamente è la Banca Nazionale svizzera (BNS). Il nostro tasso di inflazione è fortunatamente molto più basso di quello europeo: in maggio l’indice dei prezzi segnava +2.2% (in aprile il tasso era del 2.6%). Tuttavia la preoccupazione dovrebbe essere per cosa succederà al potere d’acquisto dei cittadini nei prossimi mesi. Gli aumenti degli affitti, la crescita dei tassi di interesse sulle ipoteche o ancora i prezzi energetici ci renderanno più poveri. A questo aggiungiamo un peggioramento delle previsioni di crescita, che avranno probabilmente effetto anche sui salari. Magari si poteva evitare un ulteriore aumento.

E chiudiamo con la Turchia, dove la situazione è ancor più drammatica. Dopo mesi di politiche economiche non convenzionali che hanno visto la riduzione dei tassi di interesse dal 19% all’8.5% in un contesto di inflazione crescente, la banca centrale ha ora operato un radicale cambiamento aumentando i tassi di 650 punti base al 15%. È un tasso enorme in apparenza. In apparenza perché se lo paragoniamo a quello dell’inflazione, ancora al 40%, si ridimensiona. Ma purtroppo non si ridimensiona la drammaticità del potere d’acquisto dei cittadini di questo Paese.

Tratto da L’Osservatore del 24.06.2023

La versione audio: Le banche centrali e il dilemma dell’inflazione

In Ticino abitanti sempre più poveri

L’anno scorso siamo diventati tutti, o quasi, più poveri. Nessuno di noi aveva dubbi che il nostro potere di acquisto si fosse ridotto. Ma ora lo ha confermato anche la statistica. Nel 2022 i salari nominali dell’intera economia svizzera sono aumentati dello 0.9% rispetto all’anno precedente. Questa notizia dovrebbe renderci felici, se non fosse che l’aumento deve essere paragonato con la sua “effettiva” capacità di acquistare beni e servizi. Ed è qui che entra in gioco il tasso di inflazione, che misura l’andamento generale dei prezzi. Nel 2022 l’indice dei prezzi al consumo è aumentato del 2.8%. Questo significa che il nostro carrello della spesa, che nel 2021 costava 100 CHF, nel 2022 costa 102.80. Pazienza, penserete voi, tanto abbiamo avuto un aumento dei salari. Sì e no. In effetti l’aumento dei salari ci ha consentito di guadagnare 100.90 CHF; capiamo subito che l’aumento di stipendio non è sufficiente a compensare la crescita dei prezzi.

E in effetti, i salari reali hanno subito una riduzione dell’1.9%. Detta così sembra una riduzione piccola. E allora perché la nostra sensazione è di essere diventati molto più poveri?

Innanzitutto ricordiamo che l’indice dei prezzi al consumo misura l’andamento esclusivamente dei prezzi dei beni e dei servizi che sono consumati in maniera finale. Questo indicatore quindi non tiene conto ad esempio dell’andamento delle imposte o delle assicurazioni. E per fortuna che nel 2022 l’indice dei premi dell’assicurazione malattia aveva mostrato una riduzione dello 0.5%, fatto questo che ci aveva illusi e non ci aveva preparati alla stangata del 6.6% del 2023. L’indice dei prezzi al consumo non è un indicatore del costo della vita.

In aggiunta la statistica dice anche che non tutti i settori hanno registrato lo stesso andamento. Per esempio le persone che hanno lavorato per la chimica e la farmaceutica hanno visto aumentare il loro reddito in maniera reale dell’1.2%. Ma sono stati gli unici fortunati. L’industria delle materie plastiche ha visto ridurre i salari del 5%, quella dei prodotti elettronici e dell’orologeria del 3.4% e quello delle costruzioni del 2.4%.

Non è andata molto meglio al settore terziario, in cui nessuno ha registrato aumenti. Le perdite del potere d’acquisto variano dal 4.2% delle attività artistiche allo 0.1% delle assicurazioni.

Oltre a queste differenze, non possiamo dimenticare le differenze regionali. Sappiamo che in Ticino si guadagna tra il 16 e il 20% in meno del resto della Svizzera e non abbiamo ragioni di credere che in questa regione siano stati dati aumenti salariali migliori rispetto alle altre. Di conseguenza è abbastanza ragionevole supporre che, una volta di più, nel Cantone Ticino i suoi cittadini siano diventati ancora più poveri. E purtroppo temiamo che la prossima statistica confermerà questa realtà.

Pubblicato da L’Osservatore, 29.04.2023

PMI: Sorpresa amara nell’uovo di Pasqua

Le piccole e medie imprese (PMI) hanno trovato una sorpresa spiacevole nell’uovo di Pasqua: il Consiglio Federale alza i tassi di interesse sui crediti COVID-19, a un livello compreso tra l’1.5% e il 2%. Le condizioni economiche sono mutate in questo periodo ma ciò non giustifica pienamente questa scelta, che potrebbe causare problemi aggiuntivi alle PMI, in particolare nel Cantone Ticino.

Il governo federale giustifica la scelta essenzialmente in tre modi. Primo: mantenere bassi i tassi di interesse causerebbe una distorsione del mercato, favorendo le aziende che si sono indebitate nel 2020 rispetto a quelle attuali. È un’argomentazione debole: i crediti COVID-19 sono stati erogati in un momento emergenziale globale per fornire liquidità alle aziende durante il lockdown. Ciò rende inappropriati i confronti con la situazione attuale. Sarebbe come dire che chi ha bloccato un’ipoteca ad un tasso fisso basso oggi debba pagare di più.
La seconda giustificazione è più stravagante e anche un po’ paternalista. A detta del Consiglio Federale mantenere bassi tassi di interesse incentiverebbe le aziende a prolungare il proprio indebitamento. Anche in questo caso forse il Consiglio Federale dimentica che proprio per evitare problemi aggiuntivi legati alla restituzione del credito, allora erano stati decisi tempi piuttosto comodi.

Infine, il Consiglio Federale cita la necessità di coprire i costi di gestione delle banche. Questa motivazione appare alquanto inopportuna, almeno a livello di tempistiche, alla luce del recente mega intervento a favore di UBS nella vicenda del Credit Suisse.

Siamo consapevoli che l’inflazione ha determinato l’aumento dei tassi di interesse, ma perché il Consiglio Federale non ha posticipato di un anno questa decisione, soprattutto considerando gli incrementi dei costi che le aziende devono affrontare, come quelli energetici, degli affitti e dei tassi di interesse sui crediti ipotecari?

La situazione è ancora più difficile per le aziende nel Cantone Ticino. Nel 2020 sono stati attivati oltre 12.500 crediti Covid-19 (9.1% del totale nazionale) per un totale di 1,4 miliardi di franchi (8.1% del totale). E questo non perché in Ticino siamo meno bravi a fare azienda ma perché le condizioni strutturali e concorrenziali sono diverse rispetto al resto della Svizzera. E a suo tempo lo era stata anche l’incidenza del Covid.

In tutto questo cosa fa la politica? Tace, almeno per ora. Nessuno che ha sollevato quesiti, critiche o anche solo perplessità per questa decisione. Ciò fa sorgere il dubbio, giustificato, che delle piccole e medie imprese molti politici si preoccupino solo in periodo di campagna elettorale. Purtroppo, i problemi e le sfide che le PMI devono affrontare non vanno in pausa per quattro anni, attendendo che la politica torni a occuparsi di loro.

La versione audio: PMI: Sorpresa amara nell’uovo di Pasqua

L’inflazione rallenta

L’inflazione sta decisamente rallentando la sua corsa. I dati dei principali paesi europei confermano che il calo è dovuto principalmente alla riduzione dei prezzi energetici. E questa è sicuramente una buona notizia. In effetti abbiamo visto i prezzi al consumo in marzo confermarsi in Spagna al 3.3% (dal 6% del mese precedente), in Italia al 7.7% (da 9.2% precedente), in Francia al 5.6% (dal 6.3%), in Germania al 7.4% (dall’8.7%) e in generale nella zona Euro al 6.9% (dall’8.5%). Anche la Svizzera non ha fatto eccezione. Così qualche giorno fa l’ufficio federale di statistica ha comunicato che l’aumento annuale nel mese di marzo è stato del 2.9%, mentre su base mensile i prezzi sono cresciuti solo dello 0.2%. La riduzione anche in questo caso è causata principalmente dai prezzi dei prodotti petroliferi e di quelli energetici in generale

Ancora non possiamo gioire della fine dell’inflazione, anche se in alcuni casi, come in Italia, l’inflazione è scesa al suo livello più basso dal maggio dell’anno scorso. Quello che si nota è che se si registra una riduzione per i prezzi dei prodotti energetici, lo stesso non può dirsi per i prezzi legati ai beni di consumo di tutti i giorni. Per esempio in Italia il prezzo del carrello della spesa aumenta ancora in marzo del 12.7%; questo dato è superiore di ben cinque punti percentuale rispetto al tasso di inflazione.

Ma questa riduzione dei prezzi è davvero imputabile alle scelte delle banche centrali di aumentare i tassi di interesse? Sappiamo che la politica monetaria ha dei ritardi temporali nella spesa e nella produzione. Questo significa che i consumatori e i produttori modificheranno il loro comportamento con un certo ritardo rispetto alla decisione di aumentare i tassi di interesse. Ancora più in ritardo saranno gli effetti finali su produzione e occupazione. I ritardi teorici possono andare dai 6 mesi ai 24 mesi. Insomma, non abbiamo certezza che siano state le politiche monetarie a frenare la domanda di consumatori e imprese e quindi a contenere l’aumento dei prezzi. Al momento pare che siano state piuttosto le condizioni meteorologiche favorevoli a impattare sulla domanda di prodotti energetici, quindi sui loro prezzi e di riflesso sull’abbassamento dell’inflazione.
D’altra parte sembrerebbe che anche le possibili conseguenze negative sulla crescita economica di un aumento dei tassi di interesse per il momento siano contenute.
Quindi, finora le banche centrali sembrano aver fatto scelte positive. Speriamo vadano avanti in questa direzione.

La versione audio: L’inflazione rallenta