L’economia nel nuovo anno fra ottimismo e prudenza

Come stanno le principali economie industrializzate? Ci sarà qualche bel regalo sotto l’albero di Natale o i pacchi resteranno vuoti?

I dati sull’inflazione, nonostante un leggero aumento a novembre, restano rassicuranti. Negli Stati Uniti l’indice dei prezzi al consumo su base annua è salito al 2.7%, nell’Eurozona al 2.3%, mentre in Svizzera si attesta allo 0.7%. Questi ultimi sono ben lontani dai picchi del 3.5% dell’agosto 2022 o del 3.4% di febbraio 2023.

L’ottimismo sui prezzi ha spinto la Banca Nazionale Svizzera (BNS) e la Banca Centrale Europea (BCE) a ridurre i tassi di interesse di riferimento. La BCE ha tagliato di 0.25 punti percentuali, portandoli tra il 3% e il 3.4%. La BNS ha invece sorpreso con una diminuzione di 0.5 punti, fissando il tasso allo 0.5%. Questa mossa potrebbe anche mirare a frenare la forza del franco svizzero, ancora troppo elevata per non penalizzare le esportazioni e il turismo. Alcuni analisti non escludono un ritorno ai tassi negativi entro la fine del prossimo anno, anche se è bene rimanere prudenti, considerata la volatilità del contesto economico globale. Anche la Federal Reserve, attesa alla sua prossima riunione, potrebbe seguire questa tendenza di ribasso.

Se i cittadini possono beneficiare dei tassi più bassi, i dati sulla crescita del Prodotto Interno Lordo (PIL) lasciano meno spazio alla soddisfazione. Negli Stati Uniti, il PIL del terzo trimestre ha registrato un solido +2.8%, confermando la ripresa dell’economia americana. L’Eurozona e la Svizzera, invece, arrancano: il PIL europeo è aumentato di appena lo 0.4%, mentre quello svizzero si ferma a un modesto +0.2%.

Per il 2025, le previsioni non sono molto migliori: l’Unione Europea dovrebbe crescere attorno all’1.1%, mentre la crescita Svizzera è attesa tra l’1.1% e l’1.5%. Il quadro resta fragile, influenzato da fattori come i conflitti in Ucraina e in Medio Oriente, i rincari energetici e le tensioni commerciali, che continuano a gravare sulle economie occidentali.

Sul fronte occupazionale, il terzo trimestre mostra una certa stabilità. L’occupazione europea è cresciuta dello 0.2% su base trimestrale, mentre in Svizzera l’aumento su base annua è stato dello 0.3%. Tuttavia, non mancano segnali di allarme: il tasso di disoccupazione è tornato a salire sia negli Stati Uniti sia in Svizzera nell’ultimo mese.

Tirando le somme, cosa possiamo augurarci per questo periodo natalizio? In uno scenario ideale, i consumatori potrebbero ritrovare fiducia, contribuendo a sostenere i consumi. Ma è evidente come l’incertezza economica e il costo della vita spingano molti a una maggiore prudenza. Auguriamoci che il 2025 porti una ventata di ottimismo e un ritorno a condizioni economiche più favorevoli. Del resto, il periodo delle festività dovrebbe essere un’occasione per guardare al futuro con un pizzico di speranza.

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Pubblicato da L’Osservatore – 14.12.2024

Previsioni economiche Svizzera: bene, ma non benissimo…

Mentre la Federal Reserve (Fed) decideva di ridurre i tassi di interesse di 50 punti base, portandoli in un intervallo tra il 4.75 e il 5%, in Svizzera venivano pubblicati dei dati non altrettanto rassicuranti.
Nel mese di agosto, le esportazioni e le importazioni di merci in termini reali sono scese rispetto al mese precedente che già registrava una riduzione di entrambe le voci. Per quanto riguarda le vendite all’estero, i settori principalmente toccati sono stati quello dei prodotti chimici e farmaceutici, quello dei metalli come pure i macchinari di precisione. Sul fronte delle importazioni si segnalano le riduzioni importanti di prodotti energetici, di strumenti di precisione e nel settore dell’elettronica. Al contrario, in questo caso si è registrato un aumento dei prodotti chimici e farmaceutici. Quest’ultimo andamento potremmo leggerlo con un po’ di ottimismo pensando che parte di queste importazioni sarà destinata alla produzione dei prossimi mesi e quindi a una possibile crescita del settore chimico farmaceutico.
Nonostante questi dati, le previsioni per la fine dell’anno delle esportazioni restano positive. La Segreteria di Stato dell’economia (SECO) ha stimato per il 2024 una crescita dei beni del 5.1% e dei servizi del 2.3%. L’andamento dei consumi privati rimane positivo (+1.5%) esattamente in linea con quello dei consumi dell’amministrazioni pubbliche. Anche il settore delle costruzioni, che l’anno scorso aveva segnato una riduzione del -2.7%, sembrerebbe confermare il suo momento positivo (+0.5%). Ciò che preoccupa un po’ gli economisti sono gli investimenti in macchinari, la cui previsione si colloca al -2%. Questo, potrebbe significare che gli imprenditori pensano che la domanda non andrà troppo bene e che quindi non sarà necessario aumentare la produzione e di conseguenza gli investimenti. Ma noi sappiamo che le cose possono cambiare e quindi speriamo in bene. In totale, la previsione dell’aumento del prodotto interno lordo (PIL) sarà per il 2024 dell’1.2%.
Questa crescita, seppur positiva, rimane una crescita abbastanza contenuta e, in effetti, il tasso di disoccupazione medio per quest’anno dovrebbe salire dal 2% al 2.4%. Una buona notizia però c’è: l’indice dei prezzi del consumo, ossia l’inflazione, dovrebbe finalmente tornare a livelli stabili. Il tasso previsto per quest’anno sarà dell’1.2%.
Notizie ancora più buone riguardano l’anno prossimo, anno in cui l’aumento dei prezzi dovrebbe limitarsi allo 0.7%. Questo, insieme all’andamento positivo dei consumi privati, della spesa dello Stato, degli investimenti in costruzioni e della ripresa di quelli in beni di equipaggiamento, come pure della crescita delle esportazioni, dovrebbero portare il prodotto interno lordo a crescere nel 2025 dell’1.6%.
Anche per l’anno prossimo, quindi non sarà prevista una crescita esorbitante, ma probabilmente dobbiamo anche abituarci che è finita l’epoca di tassi di crescita superiori al 2%. Questo, non significa per forza che le cose andranno male. Se questo tasso sarà sufficiente a garantire di compensare l’aumento della popolazione e l’impatto del progresso tecnologico, le persone potranno andare avanti ad avere un lavoro e di conseguenza un reddito. Per cui ancora una volta, leggiamo la realtà oltre i dati.

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La Banca Centrale Europea abbassa i tassi

“Tanto tuonò che … piovve” La Banca centrale europea (BCE) ha finalmente deciso di abbassare i tassi di interesse di riferimento di 0.25 punti percentuale. Ad oggi i tassi oscillano tra il 3.75% e il 4.5%. La notizia era talmente attesa che i mercati di fatto non hanno avuto nessuna reazione. Ancora una volta vediamo quanto siano importanti le aspettative in economia. Se l’annuncio fosse arrivato in maniera inattesa o se al contrario la Banca centrale europea non avesse abbassato i tassi di interesse, il mercato avrebbe avuto reazioni molto diverse. Invece, in questo caso la notizia era stata stra-annunciata. Non siamo in grado di dirlo con certezza, ma è molto probabile che questi mesi di continue anticipazioni e conferme che si sarebbe andati in questa direzione, siano proprio serviti a fare in modo che le reazioni fossero piuttosto contenute e controllate.

Questo in effetti accade quando le strategie di politica economica delle banche centrali sono ritenute valide e il comportamento preannunciato attendibile. In questo caso quindi gli agenti si comportano di conseguenza fidandosi delle istituzioni monetarie.

Così è stato anche nel caso del tasso di interesse di riferimento in Europa, l’Euribor a un mese. In concreto, questo tasso che è quello utilizzato come riferimento per i prestiti a tasso variabile, è passato dal 3.85% del 6 maggio al 3.68% del 5 giugno. La comunicazione della BCE è avvenuta il giorno dopo. In questo caso il mercato ha di fatto modificato il suo andamento in funzione di quello che sarebbe successo in seguito.

Sono celebri i casi in economia in cui si cerca attraverso le aspettative di modificare il comportamento degli agenti economici. Pensiamo al 6 settembre 2011 quando la Banca nazionale svizzera (BNS) in maniera del tutto inaspettata dichiarava che avrebbe mantenuto una soglia minima del tasso di cambio di 1.20 franchi per un euro. In quel momento la speculazione era molto grande e con questa comunicazione la BNS sperava di spingere gli investitori a rallentare la loro rincorsa al franco svizzero. A onor del vero, in questo caso l’effetto sperato fu piuttosto contenuto, non tanto per mancanza di credibilità dell’operato della Banca Nazionale, quanto piuttosto perché le forze in campo (quantità di moneta in euro e quantità di moneta in franchi svizzeri) erano molto spropositate. Ma questo non significa che le dichiarazioni di politica economica, non abbiano influenzato il comportamento degli agenti, anzi.

In conclusione, le decisioni della BCE e di altre istituzioni monetarie mostrano chiaramente quanto sia cruciale la gestione delle aspettative economiche. La fiducia nelle strategie annunciate e la loro credibilità giocano un ruolo determinante nel modo in cui i mercati reagiscono. Questo dimostra l’importanza di una comunicazione chiara e anticipata per garantire stabilità e prevedibilità nei mercati finanziari.

Il tempo libero costa tanto

I prezzi per le attività del tempo libero sono aumentati. Se ne è parlato molto in questi giorni perché Comparis il portale che ha fatto dei confronti online dei prezzi di diversi beni e servizi la sua forza, ha comunicato di aver calcolato un nuovo indice.
La metodologia di questo indicatore non è stata pubblicata, tuttavia a prima vista sembra che siano stati “semplicemente” aggregati dati già noti e calcolati dall’Ufficio Federale di statistica per creare una nuova categoria chiamandola appunto indice dei prezzi del tempo libero. L’indice dei prezzi al consumo (IPC) è l’indicatore che viene utilizzato per calcolare l’andamento dei prezzi. Nel caso svizzero è composto da 12 gruppi di beni e servizi, tra cui i prodotti alimentari e le bevande analcooliche, gli indumenti e calzature, l’abitazione ed energia, i trasporti, … L’indice dei prezzi del tempo libero sembra essere stato creato a partire dall’unione di differenti beni o gruppi creando quindi un nuovo “carrello della spesa”. Parrebbe il caso per esempio dell’unione dei prezzi dei ristoranti e degli alberghi alla grande categoria del tempo libero e della cultura.
Fatto questo esercizio si è giunti alla conclusione che l’aumento dei prezzi delle attività legate al tempo libero è stato maggiore rispetto all’inflazione in generale.
Considerazione corretta che ad ogni modo deve essere specificata meglio e vediamo perché. Questo grande gruppo denominato tempo libero al suo interno contiene un’enormità di beni e servizi molto differenti fra di loro: troviamo per esempio gli abbonamenti televisivi, i voli aerei, i giochi elettronici, i prodotti per il giardinaggio, i computer, i libri, i biglietti per visitare i musei, … Comprendiamo immediatamente che è ben diverso parlare di un aumento del prezzo del 10% dei libri rispetto all’aumento del prezzo del 10% di un biglietto aereo. Questo per dire che anche nel caso del tempo libero abbiamo dei beni che definiremmo un po’ più di stretta necessità di altri.
In aggiunta, proprio perché i beni sono molto diversi tra di loro, ogni volta che parliamo di aumenti dei prezzi dovremmo capire perché questo è avvenuto. Per esempio, nel caso dei voli aerei il prezzo del biglietto dipende da moltissimi fattori, tra i quali il prezzo del carburante, le tasse ambientali, i costi del personale che a loro volta possono essere aumentati in seguito all’inflazione, e magari anche dall’offerta di viaggi. In questo senso per esempio sappiamo che a seguito della pandemia ci sono stati dei ritardi molto grandi nella produzione di nuovi aeromobili, anche a causa della mancanza di materie prime. Questo significa che l’offerta di voli è rimasta pressoché stabile, mentre la domanda è aumentata. Come capiamo subito, tutti questi elementi concorrono a far aumentare i prezzi.
Ma anche il tasso di cambio fra le valute può avere un impatto: pensiamo ad esempio al caso in cui il franco svizzero aumenti il suo valore e quindi per i turisti diventa più costoso trascorrere le vacanze nel nostro paese.
Insomma, il prezzo dei beni dipende da molteplici fattori e non sempre il tentativo di sintetizzare un indicatore può semplificarci le analisi; anzi, qualche volta potrebbe anche indurci a errori grossolani.

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Non è ancor tempo di andar per mare

Dopo la decisione di qualche giorno fa della Banca centrale europea (BCE) di mantenere i tassi di interesse di riferimento inalterati, questa settimana è stato il turno della Federal Reserve (FED) e della Banca d’Inghilterra (BoE). Anche loro hanno confermato che per il momento non prevedono delle riduzioni. Così i tassi europei rimangono tra il 4-4.75%, quelli americani tra il 5.25-5.5% percento e quelli inglesi al 5.25%.
Se è vero che le decisioni delle più importanti banche centrali vanno nella stessa direzione, non possiamo dire la stessa cosa per quanto riguarda l’andamento dell’economia reale. Sicuramente ad accomunare le economie più sviluppate c’è il rallentamento dell’inflazione che dimostrerebbe la validità delle scelte fatte in ambito di politica monetaria restrittiva.
Sono altri i dati che tendono a mostrare che queste tre economie stanno vivendo momenti differenti. Per quanto riguarda gli Stati Uniti i dati della crescita del prodotto interno lordo (PIL) confermano che il 2023 è stato un anno ancora estremamente positivo segnando un aumento del 3.1% . A questo dato si aggiunge quello favorevole di un mercato del lavoro in crescita, come pure dei suoi salari e di una fiducia dei consumatori e delle imprese che sembra migliorare. Lo stesso purtroppo non può essere detto nel caso dell’Unione Europea e dell’Eurozona. Il PIL negli ultimi tre mesi dell’anno è risultato stabile, mentre il dato annuale indica una crescita di solo lo 0.1%. Se è vero che il tasso di disoccupazione è rimasto pressoché stabile, non sono arrivate ottime notizie sul fronte della creazione di nuovi impieghi e neppure su quello della fiducia per i prossimi mesi. A preoccupare ancora di più è la situazione della Germania che per decenni è stata la locomotiva d’Europa e ora arranca. Anche se a dire il vero, l’economia tedesca non si è più ripresa dalla pandemia; a quelle difficoltà si sono poi aggiunte quelle legate alla guerra in Ucraina e in particolare alle sanzioni contro la Russia che hanno impedito alla Germania di importare il gas, tra le principali fonti energetiche del Paese. Ma non solo i fattori esterni hanno giocato un ruolo negativo. Anche le difficoltà politiche di una maggioranza di governo poco incisiva hanno portato il Paese a non saper sfruttare il vantaggio competitivo che aveva nella diffusione di fonti energetiche rinnovabili e a creare importanti conflitti nella società. E gli scioperi legati all’agricoltura di questi giorni ne sono solo l’ultima manifestazione.
Anche se questi non hanno ancora varcato la Manica, le cose non sembrano andare molto bene nemmeno in Gran Bretagna. Gli ultimi dati pubblicati confermano una situazione economica in stallo con previsioni per il futuro non troppo rosee.
Concludendo, possiamo dire che anche se la tempesta sembra passata, se possibile meglio aspettare per uscire in mare.
Pubblicato da L’Osservatore, 03.02.2024

L’inflazione sta passando, ma le cose non vanno benissimo

Le cose sul fronte dei prezzi sembrano andare bene. E questo nonostante il leggero aumento generalizzato dell’inflazione durante il mese di dicembre. Nell’Eurozona i prezzi sono aumentati del 2.9% rispetto a un anno prima quando a loro volta avevano registrato un incremento di ben il 9.2%. Vediamo subito come la corsa dell’inflazione si sia effettivamente ridotta. Scopriamo anche che rispetto ai mesi precedenti di novembre e ottobre quando i prezzi avevano mostrato una decrescita (rispettivamente di -0.5% e -0.2%), Natale ha portato con sé un leggero aumento (+0.2%). Niente di allarmante anche se purtroppo dobbiamo constatare che ancora una volta è stata la voce del cibo, bevande alcoliche e tabacchi a mostrare l’incremento più grande (+6.1%). In generale le nazioni europee hanno mostrato questo andamento, con l’Italia che ha chiuso l’anno con un’inflazione media di +5.7%. Questo dato appare decisamente più elevato di quello svizzero che ha segnato un rincaro annuo medio del 2.1%, in discesa rispetto al +2.8% del 2022, ma molto più alto dello 0.6% del 2021. Sappiamo che in questo caso la composizione dell’indice dei prezzi al consumo e il franco forte spiegano queste importanti differenze tra la Svizzera e le nazioni europee.

Visti i dati sui prezzi, si giustifica la decisione della Banca centrale europea (BCE) di qualche giorno fa di mantenere i tre tassi di interesse di riferimento inalterati (dal 4% al 4.75%). Qualche analista molto ottimista si aspettava una riduzione che tuttavia non dovrebbe avvenire a breve date le dichiarazioni fatte dalla Presidente Christine Lagarde. In effetti, lei stessa ha voluto mettere l’accento sul fatto che i tassi rimarranno tali “per tutta la durata necessaria”. E  non sembra che il famoso 2% di limite soglia per dichiarare la stabilità dei prezzi sarà raggiunto a breve.

Discorso diverso invece potrebbe farlo la Federal Reserve (FED) che si riunirà per decidere il 30-31 gennaio. In questo caso, forse anche a causa del clima che diventa sempre più sensibile alle elezioni presidenziali, potremmo aspettarci delle sorprese. La Banca d’Inghilterra invece nella sua riunione del 3 febbraio, tranne dati favorevolmente positivi dell’ultima ora, dovrebbe mantenere i tassi stabili. E noi? E noi non ci preoccuperemo fino al 21 marzo quando è prevista la riunione della Banca Nazionale Svizzera.

E allora tutto bene? Beh, non proprio. La Germania proprio in questi giorni ha confermato che il suo prodotto interno lordo (PIL) nel 2023 si è ridotto dello -0.3%, manifestando difficoltà generali nell’industria manifatturiera ma anche in quella chimica. In aggiunta gli scioperi e le proteste non sembrano dare pace a questa nazione che non ha ancora ripreso la sua crescita dalla fine della pandemia. Ma nemmeno il resto d’Europa può stare tanto tranquillo perché le proteste del mondo agricolo, confrontato con nuove regole e limitazioni per ridurre l’impatto sul clima delle loro attività, si stanno diffondendo in molte nazioni. L’agricoltura non è contraria alla transizione ecologica, ma chiede aiuto, sostegno e soprattutto fondi per realizzarla. Richieste che al momento paiono cadere nel vuoto a Bruxelles.

L’inflazione in Italia è finita! O forse no?

Molti di noi mercoledì mattina aprendo i giornali hanno strabuzzato gli occhi leggendo la notizia che l’inflazione in Italia nel mese di ottobre è stata dell’1.8%. Un dato eccezionale! Praticamente saremmo stati tentati di dire che finalmente l’obiettivo della stabilità dei prezzi era stato raggiunto. Ricordiamo che le banche centrali si pongono come obiettivo per la stabilità dei prezzi un’oscillazione proprio tra zero e 2 punti percentuali. Ed è proprio in nome di questa oscillazione che da mesi la Federal Reserve (Fed), la Banca centrale europea (BCE) ma anche la stessa Banca nazionale svizzera (BNS) stanno praticando una politica monetaria restrittiva, ossia stanno aumentando i tassi di interesse di riferimento. Lo scopo è quello di ridurre la domanda dei consumatori e anche gli investimenti delle imprese per frenare l’euforia della domanda e consentire all’offerta di adeguarsi.

Il dato risultava ancora più eccezionale se paragonato a quello del mese di settembre che mostrava ancora un incremento dei prezzi del 5.3%. Un miracolo! Attenzione, attenzione… Prima di gridare al miracolo, quando si verificano scostamenti così importanti è giusto documentarsi e andare a capire le cause senza trarre conclusioni affrettate.

Presto fatto. Consultiamo il comunicato stampa dell’Istituto nazionale di statistica italiano (Istat) e scopriamo che in effetti anche su base mensile è stata registrata una diminuzione dello 0.1%. Bene. Ma non finisce qui e subito nella seconda frase il comunicato stampa spiega le ragioni di questa importante riduzione. L’indice dei prezzi al consumo del mese di ottobre su base annua (+1.8%) è stato giustamente confrontato con l’andamento dei prezzi del mese di ottobre del 2022. Naturalmente noi non possiamo ricordarcelo, ma è proprio in quel periodo che abbiamo assistito a un’impennata dei prezzi dei prodotti energetici. Era stato proprio un ottobre drammatico. E quindi ecco qui spiegato l’aumento contenuto: i prezzi energetici si sono ridotti rispetto all’anno prima del 17.7%.
Tuttavia non dobbiamo smorzare completamente l’entusiasmo poiché vediamo che tolto questo effetto un po’ dopante, in realtà si registra un rallentamento anche dell’inflazione di fondo (altrimenti detta inflazione core o zoccolo dell’inflazione, che è quella che non include il prezzo dei beni che variano molto come i generi alimentari freschi e gli stessi prodotti energetici). La stessa passa dal 4.6% di settembre al 4.2% di ottobre.

E che cosa succede ai prezzi in Svizzera? Anche qui abbiamo delle buone notizie. In maniera analoga a quanto è successo in Italia vediamo che i prodotti petroliferi sono scesi di ben il 6% rispetto all’anno scorso, consentendo di mantenere un indice dei prezzi al consumo nel mese di ottobre dell’1.7% (su base annua). La variazione rispetto al mese precedente è solo dello 0.1% in più. Dando un’occhiata nel dettaglio scopriamo anche alcune curiosità che ci fanno capire quanto questo indicatore rappresenti la realtà. Per esempio, vediamo che il prezzo dei cappotti e delle giacche da donna è aumentato (di ben il 12% rispetto al mese precedente), come pure quello dell’olio del riscaldamento (+3.8%) e delle giacche da uomo (+7.2%). Niente di stratosferico se pensiamo al fatto che ci avviamo verso l’inverno. Una lezione da trarre per l’anno prossimo? Comprate il giaccone al mese di settembre…

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Le nuove incertezze geopolitiche e il loro prezzo economico

Il panorama economico globale è una fonte costante di sorprese. Da oltre un anno ci occupiamo del problema dell’inflazione e ora che i dati delle principali economie sembrano rassicurarci, dobbiamo fare i conti con nuove incertezze e nuove preoccupazioni.
Il conflitto tra Russia e Ucraina è ancora aperto e purtroppo non sembra dare segnali di essere vicino a una conclusione. Se è vero che fino a qualche giorno fa potevamo sostenere che le principali nazioni nel frattempo avevano risolto i problemi di approvvigionamento energetico dovuti alla decisione di embargo di gas e petrolio dalla Russia e si stavano avvicinando a un inverno abbastanza tranquillo, ora la nostra opinione è decisamente cambiata. Al dramma ucraino se ne aggiunge ora un altro nel Medio Oriente. Naturalmente la nostra attenzione primaria rimane quella delle vite umane.
Tuttavia, sarebbe imprudente ignorare le ripercussioni di questa situazione sugli equilibri geopolitici ed economici futuri. E ancora una volta, purtroppo, il mondo sembra dividersi tra due blocchi che tanto ricordano quelli della guerra fredda.
A differenza di allora, però, oggi le economie sono ancora più collegate e connesse: qualunque piccola incertezza o instabilità si propaga a macchia d’olio. Questo porta, se possibile, ad aumentare ancora di più i dubbi su quello che sarà il futuro. Se da una parte abbiamo visto dati incoraggianti dei prezzi sia negli Stati Uniti che in Europa, dall’altra la paura di una stagnazione economica rimane nell’aria. E anche su questo dovrà fare importanti riflessioni la Federal Reserve (che ricordiamo è la Banca Centrale degli Stati Uniti) tra un paio di settimane quando sarà chiamata a decidere sull’aumento o meno dei tassi di interesse.
A questo si aggiungono le notizie negative che giungono dalla Cina. È notizia proprio di pochi giorni fa che anche Country Garden, uno dei più importanti costruttori e venditori cinesi di case, non è riuscito a pagare gli interessi su un debito estero. Questo possibile fallimento segue quello di qualche mese fa di Evergrande. Ma non finisce qui. Al rischio di bolla immobiliare oggi si aggiunge un debito pubblico molto elevato, una disoccupazione giovanile preoccupante e un rischio sempre più credibile di deflazione. Sì perché anche la riduzione dei prezzi, quando è causata da una mancanza di domanda, diventa un problema economico molto importante. E una sorte simile sembra viverla anche la Germania, fino a qualche mese fa considerata la locomotiva di Europa.
Insomma, anche se al momento i dati dell’economia svizzera non sembrano destare particolare preoccupazione, non possiamo fingere di essere un’isola felice in questo mondo che, anche da un punto di vista economico, non sembra andare proprio nella direzione giusta.

Pubblicato da L’Osservatore, 21 ottobre 2023

I consumi rallentano e l’economia trema…

Ottime notizie sul fronte dei prezzi: gli indicatori pubblicati questa settimana delle principali nazioni europee mostrano un importante rallentamento nella corsa degli indici dei prezzi. Tra queste citiamo la
Germania (+4.5% in settembre in riduzione dal 6.1% di agosto) e la Francia (+4.9%). Anche negli Stati Uniti le cose sembrano andare molto bene: indice dei prezzi al consumo al 4.9% e indice dei prezzi alla produzione al 2.2%. Addirittura in Cina si parla di una possibile riduzione dei prezzi. E allora, come mai gli economisti non mostrano segni di grande euforia? Presto detto, il rallentamento dell’inflazione purtroppo non si sta accompagnando con un miglioramento delle aspettative economiche. Ma andiamo con ordine.
I recenti indicatori relativi ai consumi e alle spese fatte negli ultimi mesi mostrano un importante rallentamento. Ma anche quelli sulla fiducia dei consumatori indicano una situazione di preoccupazione. I consumatori, già toccati dalla riduzione del potere d’acquisto derivante dall’aumento del costo della vita, iniziano a mostrare paura per il futuro. E come dargli torto? Alla guerra drammatica in Ucraina si aggiunge ora anche il gravissimo conflitto in Medioriente. Le conseguenze economiche non tarderanno ad arrivare, anzi. Abbiamo già visto questa settimana che il prezzo del petrolio e di altri beni energetici ha ricominciato la sua corsa. Questo dipende dal fatto che molti paesi europei l’anno scorso avevano deciso di sostituire gli approvvigionamenti che arrivavano dalla Russia con approvvigionamenti dal Medioriente. Evidentemente, anche se il conflitto fortunatamente mentre scriviamo non si è diffuso, i paesi sanno che potrebbe esserci una importante riduzione delle forniture di gas e petrolio nelle prossime settimane. E purtroppo le tempistiche non giocano a nostro favore: ci avviamo all’inverno, periodo in cui la domanda di prodotti energetici aumenta in maniera vertiginosa. Questa componente di instabilità ed incertezza fa sì che giustamente i cittadini e le cittadine siano prudenti riducendo il loro consumo e aumentando il risparmio. Ma questo significa che le aziende non devono produrre e ciò implica che dovranno licenziare e non compreranno macchinari. Quindi la domanda aggregata diminuisce. Ed è proprio questo quello che pare stia accadendo in Cina dove la riduzione dei prezzi non è quindi una buona notizia, ma al contrario il campanello d’allarme del mancato consumo.
Speriamo che i campanelli d’allarme non suonino…

Le banche centrali e il dilemma dell’inflazione

L’inflazione persiste. Purtroppo. I segnali che sono arrivati alle banche centrali nelle ultime settimane non sono bastati a rallentare gli incrementi dei tassi di interesse. Per il momento solo la Federal Reserve (FED) ha fermato la corsa decidendo di lasciarli tra il 5% e il 5.25%. Sottolineiamo “per il momento” perché la FED ha già precisato che altri aumenti sono all’orizzonte, causando la reazione negativa di Wall Street. Non nascondiamo che questo annuncio a noi pare inutilmente dannoso: il tasso di inflazione americano è sì ancora elevato, ma dà segnali di rallentamento. In effetti, in maggio i prezzi sono aumentati del 4% (4.9% in aprile). Si è ancora lontani dal famoso 2%, tasso che la teoria economica individua come limite per poter parlare di stabilità dei prezzi, ma forse ora bisognerebbe dare il tempo alla politica monetaria di espletare i suoi effetti e di valutare quelli che peseranno sull’economia reale.

Chi non poteva decidere diversamente invece è stata la Banca d’Inghilterra, che ha annunciato un aumento dei tassi di 50 punti portandoli al 5%. D’altronde il tasso di inflazione pubblicato poche ore prima non lasciava molte speranze: l’indice dei prezzi al consumo si è confermato ancora in maggio all’8.7% e, fatto ancora più grave, il tasso dell’inflazione core (lo zoccolo dell’inflazione che non calcola i prezzi variabili come quelli dei generi alimentari freschi e dell’energia) è addirittura aumentato dal 6.8% al 7.1%. Quindi niente da fare per la Banca d’Inghilterra che si è trovata le mani legate.

Chi a nostro avviso invece avrebbe potuto decidere più liberamente e diversamente è la Banca Nazionale svizzera (BNS). Il nostro tasso di inflazione è fortunatamente molto più basso di quello europeo: in maggio l’indice dei prezzi segnava +2.2% (in aprile il tasso era del 2.6%). Tuttavia la preoccupazione dovrebbe essere per cosa succederà al potere d’acquisto dei cittadini nei prossimi mesi. Gli aumenti degli affitti, la crescita dei tassi di interesse sulle ipoteche o ancora i prezzi energetici ci renderanno più poveri. A questo aggiungiamo un peggioramento delle previsioni di crescita, che avranno probabilmente effetto anche sui salari. Magari si poteva evitare un ulteriore aumento.

E chiudiamo con la Turchia, dove la situazione è ancor più drammatica. Dopo mesi di politiche economiche non convenzionali che hanno visto la riduzione dei tassi di interesse dal 19% all’8.5% in un contesto di inflazione crescente, la banca centrale ha ora operato un radicale cambiamento aumentando i tassi di 650 punti base al 15%. È un tasso enorme in apparenza. In apparenza perché se lo paragoniamo a quello dell’inflazione, ancora al 40%, si ridimensiona. Ma purtroppo non si ridimensiona la drammaticità del potere d’acquisto dei cittadini di questo Paese.

Tratto da L’Osservatore del 24.06.2023

La versione audio: Le banche centrali e il dilemma dell’inflazione