“Lo Stato non può stare a guardare”

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Intervista di Beniamino Sali per Il Federalista -12.02.2026

Pochi sanno che il settore industriale rappresenta il 27% del PIL svizzero (il 21% di quello ticinese), al quale l’ambito finanziario contribuisce con il 10% (rispettivamente il 9%). È l’industria, con le sue esportazioni, il vero polmone della nostra economia e del nostro benessere. Dagli imprenditori del settore giunge l’allarme, in termini insoliti: viviamo nel culto del libero commercio quando la concorrenza internazionale fruisce di imponenti aiuti pubblici, occorre che anche la Svizzera si doti di un’autentica politica industriale.

Partiamo dalle parole di Nabil Francis, CEO di Felco SA*. Due giorni fa sulla NZZ Francis ha descritto la Svizzera come un “atleta pulito” che gareggia contro avversari ormai abituati al doping – protezionismo e sussidi statali. Il nostro Paese resterebbe ancorato a una fiducia quasi dogmatica nel libero commercio, con una buona dose di ingenuità.

Francis sostiene quindi che una politica industriale statale non dovrebbe più essere un tabù, nemmeno in Svizzera.

Amalia Mirante, economista, è docente SUPSI e parlamentare cantonale per la formazione di centro-sinistra Avanti con Ticino & lavoro.

Francis sostiene che la politica industriale non debba più essere considerata un tabù in Svizzera. Trova anche lei che ci troviamo in una situazione di svantaggio competitivo e dobbiamo reagire, uscendo dal “si è sempre fatto così”?

Penso che parlare di politica industriale non sia affatto un tabù, nemmeno per un’economia liberale come quella svizzera, così come non lo è per la maggior parte dei Paesi europei. Il punto non è se adottare una politica industriale, ma che cosa si intenda con questo termine. Più che di politica industriale in senso stretto qui si parla di una più ampia politica economica, che è sempre necessaria, indipendentemente dal contesto storico. Va però chiarito che molte prese di posizione come questa chiedono soprattutto sostegni mirati ad alcuni settori, in particolare alle industrie esportatrici e al tessuto di PMI che le accompagna. In questo senso non si tratta di una politica industriale neutrale, ma di interventi legati a specifici interessi di categoria.

Lei vedrebbe di buon occhio un ruolo più attivo della Banca Nazionale?

Ho forti riserve sull’idea di una Banca Nazionale coinvolta in questi meccanismi: il suo ruolo è chiaro e limitato alla politica monetaria, alla stabilità dei prezzi, del sistema dei pagamenti e del quadro monetario complessivo, non alla politica economica o fiscale.

Però in qualche modo la fa, quando concentra i suoi investimenti sulle Big Tech americane. È chiaro che debba investire in dollari, per ragioni monetarie, ma…

… È obbligata a farlo, la BNS fa quello che fa per assolvere i suoi compiti obiettivi. Dobbiamo riconoscere che fino ad oggi l’ha sempre fatto molto bene. Che poi adesso la nostra moneta abbia toccato livelli storici, rafforzandosi ulteriormente, non è certo responsabilità della Banca Nazionale. La quale potrà cercare di agire, con i pochi strumenti a disposizione, ma gli Stati Uniti ci tengono nel mirino accusandoci di manipolazione della moneta, quindi sarà più difficile.

La proposta del mondo industriale è di creare una sorta di fondo a sostegno alle imprese svizzere appunto per momenti come questo in cui c’è una grossa fluttuazione dei cambi.

Questa appunto è politica fiscale, non è più politica monetaria. Io non dico di no a priori a fondi di stabilizzazione a sostegno alle industrie nei momenti di bisogno, ma dico di no al fatto che sia la Banca Nazionale a farlo. La politica fiscale la deve fare lo Stato. I due enti devono assolutamente rimanere separati e indipendenti, pena la stabilità di una nazione dal punto di vista monetario. Lo vediamo in Paesi dove il Governo dà ordini alla banca centrale o dove gli obiettivi politici vengono mescolati con quelli monetari: è un disastro.

La disputa non riguarda solo la Banca Nazionale. Una delle lamentele che provengono dal mondo dell’impresa manifatturiera è che le stesse banche commerciali non investono più nel settore.

Eh sì, questo è un problema sicuramente importante. Ma anche qui, però, la leva deve essere sempre quella del Governo. E anche in questo caso bisogna fare in modo che il credito assolutamente arrivi. Poi dobbiamo essere anche abbastanza realisti e capire quali siano le richieste di crediti, perché solitamente le aziende, salvo le piccolissime, investono quando hanno prospettive di crescita e ricorrono al credito bancario –diciamo- in ultima istanza; di regola raccolgono capitale in altro modo (investimenti, azioni).

Migliorare le condizioni quadro è uno dei comiti di una politica economica dello Stato. Per esempio, alleggerendo burocrazia che, in Svizzera, sembra essere un ostacolo più grande di quanto si immagini.

La questione della burocrazia e della sua riduzione va sempre un po’ in conflitto con la questione dei controlli e della garanzia di una certa sicurezza. È chiaro: per essere certi che tutti svolgano le cose secondo le regole bisogna raccogliere dei dati. Pensiamo al mercato del lavoro, pensiamo alla qualità dei prodotti, eccetera.

Ricerca e sviluppo fanno pure parte di una politica economica. Attualmente siamo al 3% del PIL: non sarebbe una percentuale da ritoccare? All’insù?

Va detto che la quota principale degli investimenti in ricerca e sviluppo è sostenuta dalle imprese private, perché rappresenta per loro un vantaggio competitivo: innovare un prodotto o migliorare un processo produttivo significa aumentare ricavi e occupare una miglior posizione sul mercato. In questo senso, la ricerca nasce soprattutto dall’iniziativa privata. Lo Stato ha certamente un ruolo da giocare, ma diverso: quando investe in ricerca non lo fa per brevettare e vendere un prodotto, bensì per sostenere conoscenza, formazione e innovazione di base. Da questo punto di vista, i politecnici, le università e le scuole professionali svizzere svolgono già un lavoro di alto livello. Comunque, rispetto a un aumento di investimenti in questo campo, ci sarebbe sempre il rovescio della medaglia…

Allude a un ridistribuzione della spesa pubblica?

 Eh sì, le risorse non sono illimitate: aumentare gli investimenti significa ridurre la spesa altrove oppure incrementare la pressione fiscale. Un’alternativa potrebbe essere rafforzare gli incentivi fiscali per la ricerca privata, ad esempio attraverso una maggiore deducibilità dei costi di R&S, ma su questo servirebbe un’analisi fiscale approfondita. Resta inoltre da capire se un eventuale aumento delle imposte sarebbe davvero sostenibile e condiviso dalle imprese.

Nell’intervento di Nabil Francis si accennava anche alla necessità di accorciare le catene di approvvigionamento, di diventare più autonomi.

La Svizzera è storicamente un Paese privo di materie prime: possiamo discutere quanto vogliamo di autonomia, ma per esportare dobbiamo necessariamente importare. È possibile rafforzare la stabilità delle relazioni internazionali, ma oggi non vedo un’instabilità tale da giustificare allarmi immediati. Anzi, la Svizzera ha dimostrato nel tempo di saper mantenere buoni rapporti sia con l’Occidente sia con l’Oriente.

Sul piano delle catene di approvvigionamento, il tema riguarda più i semilavorati che le materie prime. Alcune produzioni potrebbero teoricamente essere riportate in Svizzera, ma bisogna chiedersi se ne valga davvero la pena. Un conto è farlo negli Stati Uniti, con un mercato di centinaia di milioni di consumatori, un altro è farlo in un’economia di nove milioni di abitanti, con limiti evidenti di spazio e scala.

Insomma, non resta grande spazio, dal suo punto di vista, per una reale politica industriale da parte dello Stato…

Occorrerebbe una visione complessiva di politica economica e industriale, ed è più a livello cantonale che non nazionale che vedo un grande potenziale nello sviluppo di partnership pubblico-privato. Sempre a condizione, però, che il settore privato accetti che lo Stato agisca come un partner alla pari, con legittimi interessi e benefici, e non come un semplice erogatore di sussidi. Quando il guadagno ricade solo sul privato, non si parla più di partnership ma di sostegno pubblico.

Gli interventi dello Stato sono giustificati soprattutto nei momenti di difficoltà, per difendere posti di lavoro e competenze strategiche, e in questo senso non siamo diversi da altri Paesi: anche in Svizzera, quando necessario, si trovano soluzioni mirate, come nel caso dei costi energetici per alcune industrie strategiche (metallurgia). Tuttavia, una politica industriale troppo vincolante o direzionale non trova reale consenso nemmeno nel mondo economico.

*Azienda svizzera leader nel settore delle attrezzature per giardinaggio.

Frontalieri: perché il problema è peggio di quanto pensate

Tra ottobre e dicembre 2022 c’erano quasi 78’000 frontalieri in Ticino: una crescita di oltre 3’000 unità rispetto a un anno fa. La differenza con la situazione di dieci anni fa è impressionante: nel 2012 c’erano 21’000 frontalieri in meno!
In un cantone che si spopola e invecchia un posto di lavoro su tre, il 33%, va a persone che non vivono qui.
Ma le cifre ci dicono altro: e sono fatti ancora più preoccupanti.
Dieci anni fa il 43% dei frontalieri lavorava nel settore secondario (l’industria e l’edilizia, per intenderci). Ora questa fetta è scesa al 32%. Visto che ancora oggi quasi un quarto del nostro PIL, oltre 7 miliardi di franchi, continua a dipendere da questo settore, evidentemente questa diminuzione non può essere spiegata con il fatto che oggi siamo più Silicon Valley che Valle della Ruhr.
Se la quota di frontalieri scende nell’industria e nell’edilizia, è perché aumenta nel settore terziario, quello dei servizi. Infatti qui si passa dal 56% al 67%.
I cambiamenti maggiori riguardano le professioni legate alla attività legali e contabili, quelle degli studi di ingegneria e architettura, le attività di consulenza alle aziende, le attività di design specializzate, ecc. In queste professioni qualificate c’è stato un aumento dei frontalieri di due volte e mezzo, da 3’600 persone alle oltre 9’300.
Se non fosse una cosa grave per chi vive qui, ci verrebbe da sorridere guardando all’incremento dei frontalieri nelle attività di ricerca, selezione e fornitura di personale per le aziende (sic!), passati in 10 anni da 2’700 persone a 4’100.
Le conclusioni? Sono principalmente tre.
La prima: è falso che i frontalieri facciano “i lavori che i ticinesi non vogliono fare”. I ticinesi quei lavori li farebbero eccome. Semplicemente, non POSSONO, perché le paghe sono lombarde e non svizzere. Sono, cioè, stipendi per assumere frontalieri e non residenti.
Secondo: la formazione di per sé non è sufficiente per permettere ai lavoratori residenti di “vincere” la competizione con i frontalieri. I frontalieri non sono meno qualificati. Sono però meno costosi. Addirittura in parecchi casi i frontalieri selezionano frontalieri anche in ambiti pubblici, di ricerca o formativi. I nostri giovani qualificati e iper-qualificati emigrano a nord mentre i frontalieri, con qualifiche analoghe, arrivano da noi. La formazione è importante, ma, confrontata con la pressione al ribasso sui salari, non è sufficiente.
Infine, mentre destra e sinistra litigavano e fingevano di occuparsi del problema, in maniera poco sorprendente il problema si è aggravato. La politica sta deludendo attese e speranze dei lavoratori residenti.

La versione audio: Frontalieri: perché il problema è peggio di quanto pensate

Le previsioni per il Ticino

Quali sono le prospettive per il nuovo anno dell’economia del Canton Ticino? Andiamo a dare un’occhiata ai diversi settori.

Il settore industriale dopo aver concluso un 2022 meglio del previsto adesso sembra un po’ più pessimista: gli imprenditori giudicano il volume degli ordini come insufficiente e la situazione è peggiorata soprattutto tra le aziende che si rivolgono al mercato estero. Anche le prospettive per i prossimi mesi non sono troppo favorevoli.

Il settore delle costruzioni mostra un andamento differenziato rispetto alle sue specializzazioni. Nel caso dell’edilizia principale si nota un certo peggioramento mentre sembrerebbe andar meglio l’edilizia accessoria (come le attività legate ai lavori di installazione) e quella del genio civile. In effetti, anche in questo caso le previsioni per i prossimi tre mesi sono piuttosto rosee per questi due settori, mentre sono più negative per il settore delle costruzioni.

E passiamo al settore del commercio al dettaglio. In questo caso i commercianti si sono dichiarati abbastanza soddisfatti dell’andamento degli affari degli ultimi tre mesi e sono diminuiti gli insoddisfatti. In questo caso sia i piccoli che medi commercianti hanno visto un miglioramento. Per quanto riguarda le prospettive dei prossimi mesi c’è un po’ più di pessimismo, soprattutto per i piccoli commercianti che dichiarano previsioni più negative.

E chiudiamo la nostra carrellata con uno sguardo al settore bancario. Anche in questo caso negli ultimi tre mesi si registra un miglioramento nella valutazione della situazione degli affari, sia per quanto riguarda la clientela nazionale che per quanto concerne la clientela estera. Anche le prospettive dei prossimi mesi sono piuttosto positive, nonostante si segnala la possibilità di ridimensionamenti sul fronte occupazionale.

Insomma, guardando ai principali settori economici del Cantone Ticino le prospettive non appaiono troppo negative, anzi potremmo parlare di una certa stabilità. Naturalmente tutto dipenderà dall’evoluzione dell’economia europea e mondiale, essendo noi come tutti strettamente interdipendenti. Anche in questo caso, però le previsioni appaiono incoraggianti, con un’inflazione che sembra essere sempre più sulla via del rientro. Naturalmente ci vorrà ancora un po’ di tempo, ma se saremo in grado di bilanciare gli effetti negativi delle politiche monetarie, potremmo sperare in un nuovo periodo di crescita e benessere.

La versione audio: Le previsioni per il Ticino