In evidenza

Aumentano i frontalieri, partono i residenti

La statistica svizzera questa settimana ci dà molte indicazioni su quanto sta accadendo sul mercato del lavoro in Svizzera e in Ticino.
Gli impieghi in Ticino nel III trimestre (luglio-settembre) sono aumentati sia rispetto ai tre mesi precedenti, sia rispetto a un anno fa. Oggi si contano quasi 243 mila posti di lavoro totali; di questi 137 mila sono occupati da uomini e 106 mila da donne. I posti di lavoro a tempo pieno sono la maggioranza e occupati prevalentemente da uomini (158 mila posti, di cui 109 maschili e 49 femminili). Al contrario degli 85 mila posti a tempo parziale, ben 58 mila sono occupati da donne e 28 mila da uomini. I posti di lavoro in equivalenti a tempo pieno sono oggi circa 199 mila (122 maschili e 77 femminili). Ma è guardando ai settori che scopriamo dinamiche differenti: i posti di lavoro nel settore secondario sono rimasti quasi stabili rispetto a un anno fa; l’aumento è stato registrato soprattutto nel terziario (circa 8 mila posti in più su base annuale, 150 su base trimestrale).
Guardando a questi dati saremmo quindi tentati di parlare di ottime notizie. Ma come sempre c’è un ma…
I dati pubblicati la settimana scorsa dalla Rilevazione sulle forze di lavoro in Svizzera (RIFOS) confermano purtroppo dinamiche già evidenziate tempo fa. Primo: in Ticino ci sono 5’700 svizzeri in meno che lavorano a tempo pieno rispetto a un anno fa (una riduzione di oltre il 7%). Di questi 3’800 sono uomini e 1’800 donne. Guardando in totale (tempo pieno e tempo parziale) la situazione non migliora di molto: il saldo negativo è di 500 uomini in meno e ben 2’500 donne svizzere. Al contrario, c’è stato un importante aumento di occupati stranieri: in totale ci sono 3’100 persone in più (con un aumento di 5’600 persone che hanno un impiego a tempo pieno), 2’900 donne e 200 uomini. Le spiegazioni di questi dati possono essere molteplici: tanti svizzeri dell’era dei baby boomer escono dal mondo del lavoro e vanno in pensione, ci sono meno nascite e quindi meno giovani che cominciano a lavorare e in aggiunta i tempi di formazione sono più lunghi.
Detto questo, non possiamo prescindere da un’analisi del frontalierato, soprattutto nel Cantone Ticino. Grazie al lavoro appena pubblicato dall’Ufficio di statistica cantonale possiamo comprendere molte dinamiche. Per inciso, cogliamo l’occasione per elogiare le analisi svolte da questo ufficio e l’eccellente lavoro fatto dai suoi ricercatori e ricercatrici che ci consente di comprendere la nostra realtà. In questo caso, il recente studio mette in evidenza che “nel tempo, aumentano le persone che da residenti diventano frontaliere, mentre diminuiscono quelle che da frontaliere diventano residenti”. Ed è forse proprio questo il punto che tralasciamo troppo spesso nelle azioni di politica economica di questo Cantone. Il problema non sta di certo nel fatto che si ricorra a manodopera estera per rispondere alle mancanze di personale (è sottinteso fintantoché questa scelta non dipende esclusivamente da un salario più basso ed esercita una concorrenza “sleale” che porta i residenti a dover cercare lavoro altrove). Il problema sta nel fatto che una politica di sviluppo cantonale dovrebbe avere come obiettivo che queste persone si insedino nel nostro Cantone e diventino parte attiva della nostra comunità. Certo, le soluzioni non sono facili, ma almeno parlarne apertamente consentirebbe di lavorare tutti nella stessa direzione.

In evidenza

Ticino: i frontalieri aumentano ancora

Ancora una volta i dati statistici confermano l’aumento del numero di frontalieri che lavorano in Ticino. Le cifre del terzo trimestre del 2022 ci permettono di fare delle considerazioni importanti.
La percentuale di persone che lavora nel settore secondario è scesa al 32%, circa una persona su tre. Vent’anni fa questo dato era del 55%, più di una persona su due. Se guardiamo all’interno del settore secondario vediamo un’importante riduzione sia nelle attività manifatturiere che passano da circa il 40% al 21%, sia in quello delle costruzioni dal 16% all’11%.
In conseguenza a questa riduzione, vediamo l’importante aumento del settore terziario che passa sempre in vent’anni dall’occupare il 44% dei frontalieri al 67%, due persone su tre. In questo caso è interessante notare come ci sia una certa stabilità per alcuni settori, ad esempio quello del commercio e della riparazione di autoveicoli che si attesta attorno al 15% degli occupati, quello dei servizi dell’alloggio e della ristorazione che rimane fermo a circa il 6% come pure quello delle attività sanitarie e sociali.
Altri settori invece mostrano dei cambiamenti rilevanti. Il settore delle attività professionali, scientifiche e tecniche (per intenderci attività legali e di contabilità, studi di ingegneria e di architettura) passano dal 3% di persone frontaliere occupate in questo settore nel 2002 a circa il 12% di oggi. In termini numerici parliamo di oltre 9’000 professionisti, aumentati in numero di ben 9 volte. Un discorso analogo può essere fatto per le attività amministrative e i servizi di supporto alle aziende come le attività di ricerca, selezione e fornitura del personale: in questo caso la percentuale è passata dal 2% al 10%. Parliamo oggi di oltre 7’700 persone occupate quando nel 2002 si contavano meno di 700 professionisti. L’aumento è stato di 11 volte.
Di per sé questi numeri non sono fonte di preoccupazione in assoluto. Se un’economia cresce e genera nuovi e buoni posti di lavoro non c’è nessun problema che siano occupati anche da persone non residenti. La situazione diventa problematica dal momento che si creano tensioni sul mercato del lavoro tra persone residenti e persone non residenti. Ed è innegabile che questo stia avvenendo da tempo in Ticino.
Lo vediamo se guardiamo alla pressione sui salari di tutta l’economia che non crescono come a livello nazionale. Lo vediamo osservando il divario enorme e in crescita tra salari dei residenti e dei frontalieri che è stato recentemente oggetto di una pubblicazione dell’ufficio cantonale di statistica (e non è così negli altri cantoni). Lo vediamo guardando ai nostri giovani che se ne vanno e a quelli che non tornano.
Bisogna avere il coraggio di parlare apertamente di queste tensioni. E per favore, non diciamo che il problema sta nel fatto che non formiamo sufficienti persone per occupare questi posti di lavoro. I dati parlano chiaro. Abbiamo ingegneri e architetti che vorrebbero eccome lavorare nel loro Cantone. Per non parlare del personale amministrativo nelle aziende. Insomma, i genitori dei ragazzi che mi contattano disperati perché i figli non trovano un lavoro, meritano altre risposte. Come meritano altre risposte i cinquantenni che perso il lavoro dopo trent’anni non riescono nemmeno a ottenere un colloquio. Non pensiamo di poter fare sempre finta che non ci siano problemi. I problemi ci sono, eccome. Bisogna risolverli.

Ticino: i frontalieri aumentano ancora
In evidenza

Il lavoro che soffre

Il mercato del lavoro in Ticino soffre. I dati pubblicati dall’Ufficio federale di statistica per il primo trimestre del 2022 sugli occupati e sugli addetti confermano tendenze già emerse nei mesi scorsi. Negli ultimi 10 anni gli occupati in Ticino sono aumentati di circa 20 mila persone. Un dato che sembra molto incoraggiante se non per il fatto che si è verificata una riduzione di 5 mila persone svizzere a fronte di un aumento di 20 mila frontalieri. Nessun problema se i due attori non entrano in concorrenza e conflitto.

Sappiamo che bisogna essere prudenti nel trarre le conclusioni, tuttavia possiamo mettere in evidenza alcuni elementi. Nel periodo gennaio-dicembre 2022 rispetto al trimestre precedente in Ticino abbiamo perso quasi 8.500 persone occupate residenti; il numero scende a 6.700 se includiamo anche i frontalieri. Questa differenza conferma nuovamente l’aumento di persone non residenti nel mercato del lavoro ticinese.

Non siamo ancora in grado di dire con certezza perché le persone occupate residenti nel cantone sono diminuite in misura così grande (l’11% dell’intero dato nazionale), ma possiamo supporre per esempio che ci sia stato un incremento dei pensionamenti anticipati oppure degli spostamenti verso altri cantoni o nazioni. Solo le analisi specifiche potranno confermare queste ipotesi.

Ancora più preoccupante è stata la variazione annuale rispetto a quanto successo mediamente in Svizzera. A livello nazionale c’è stata una crescita di occupati pari a quasi 50 mila residenti, mentre a livello cantonale anche in questo caso si registra una perdita (-2 mila persone). Analizzando i dati in dettaglio scopriamo altre tendenze. Nell’ultimo anno sono stati principalmente gli uomini a uscire dal mercato del lavoro, mentre le donne sono aumentate. Anche in termini di nazionalità si confermano i dati passati che vedono una riduzione degli svizzeri a vantaggio degli stranieri. Infine, appare rilevante anche il tempo di lavoro: le persone che lavorano a tempo pieno diminuiscono e quelle a tempo parziale aumentano.

Infine se paragoniamo questi dati con quelli degli addetti (posti di lavoro) sembriamo trovare una conferma: dato che il numero di posti di lavoro aumenta e le persone diminuiscono, allora sembrerebbe che le persone occupate svolgano più di un lavoro.

Al momento non siamo in grado di dire molto di più, anche se speriamo di sbagliarci nella nostra ipotesi. Non vorremmo proprio che nel nostro cantone sia in atto una sostituzione di persone residenti che lavorano a tempo pieno con salari medio-alti e che anticipano il pensionamento con persone non residenti che svolgono più attività a tempo parziale e con salari più bassi.

Speriamo proprio che i prossimi dati ci diranno che ci sbagliamo.

Tratto dal Corriere del Ticino, 04.06.2022

La versione audio: Il lavoro che soffre

L’emigrazione giovanile impoverisce il Ticino

Sentiamo dire che le esperienze all’estero fanno bene ai giovani. Certo, se non fosse che questi giovani sono oggi costretti ad andarsene, non lo scelgono. Questa cosa ha un nome semplice e chiaro: emigrazione.

Si narra che ci sono grandi difficoltà a trovare giovani competenti e che dovremmo lavorare tutti quanti per formare, in un futuro luminoso, ragazzi capaci con profili competitivi. Suona bene nei dibattiti ma è essenzialmente una fandonia. I nostri figli e le nostre figlie sono preparati in maniera eccellente. E infatti a Zurigo, a Lucerna e a Friburgo li assumono velocemente e a condizioni molto buone. Sono poco formati solo qui, a casa loro? A meno che il semplice atto di attraversare il Gottardo non abbia effetti miracolosi sulla loro competitività e preparazione, è probabile che sarebbero altrettanto degni di trovare lavoro in Ticino se non fossero troppo costosi. Questa cosa ha un nome semplice: “salari bassi”.

E che dire del fatto che dovremmo “essere ottimisti e aprirci al mondo”? Proviamo a dirlo alle centinaia di persone licenziate e rimpiazzate da chi costa meno; andiamo a raccontarlo alle famiglie che vedono partire i figli per andare oltre Gottardo. Non usiamo giri di parole quando possiamo chiamare le cose con il loro nome: “concorrenza della manodopera estera a basso costo”.

Le cause della spinta migratoria che sta espellendo i nostri ragazzi e le nostre ragazze hanno nomi chiari: bassi salari, economia fragile, frontalierato. E permettetemi di aggiungere, mancanza di coraggio. Sì, perché ci vuole coraggio a chiamare le cose con il loro nome.

Capita poi di partecipare a conferenze, in cui si presentano le quattro o cinque eccellenze del Paese. Certo, queste realtà ci sono. Sono la punta di un iceberg di cui esiste… solo la punta. Sotto il pelo dell’acqua ormai non c’è quasi più nulla. La forza lavoro del Cantone che è formata, motivata, capace meriterebbe di trovare lavoro qui con stipendi dignitosi. Non c’è bisogno della mitica Silicon Valley: basterebbe proteggere meglio il nostro mercato del lavoro e i nostri salari.

Non è vero che non abbiamo la massa critica per garantire dei posti di lavoro dignitosi o che non ci sono aziende sane che vogliono dare un futuro a queste persone e questo Cantone. E non è neppure vero che non possiamo fare niente per un territorio che invecchia e si spopola. Potremmo fare molto se cominciassimo ad accettare di chiamare i problemi con il loro nome: bassi salari, economia fragile, frontalierato, ossia la triade alla base della nuova emigrazione ticinese.

Ammettiamolo e potremo andare avanti. Oppure possiamo raccontare le solite favolette consolatorie. E rassegnarci ad attendere le prossime cifre che diranno che, guarda un po’, ci sono più frontalieri e i nostri stipendi si sono abbassati ulteriormente.

Articolo tratto da L’Osservatore, 6.11.2021

La versione audio: L’emigrazione giovanile impoverisce il Ticino

Salari bassi: i frontalieri aumentano, i giovani emigrano

Volete leggere una notizia che non fa più notizia? Eccola qui. I frontalieri in Ticino aumentano. Alcuni di voi penseranno che è una buona cosa perché se il numero di permessi cresce vuol dire che crescono i posti di lavoro e quindi l’economia va bene. Sì e no.
È vero che quando parliamo di un’economia in crescita i posti di lavoro devono aumentare, ma teoricamente è sufficiente che aumentino in proporzione all’aumento demografico. Purtroppo nel caso del Cantone Ticino ci troviamo di fronte a una realtà scomoda di cui l’opinione pubblica inizia solo ora ad occuparsi: il Cantone non solo invecchia, ma si spopola anche. E le previsioni per i prossimi decenni non ci rallegrano. Certo, sono tante le cause di questo genere di problemi demografici, ma la principale rimane secondo noi una e ben identificabile: il lavoro.
Il mercato del lavoro in Ticino oramai soffre da almeno un decennio. Le scelte, o meglio le non scelte, di dare un chiaro indirizzo e una vocazione alla struttura economica cantonale, oggi mostrano tutti i loro limiti.
Avere un’economia diversificata può essere un vantaggio, nel senso che riesce ad attutire meglio l’andamento negativo di un settore. Tuttavia se questa strategia si basa sui bassi salari, i limiti per lo sviluppo e per il benessere dei suoi cittadini presto o tardi si manifesteranno.
In Ticino oggi abbiamo 74’200 permessi di lavoro per persone che non vivono in questo Cantone. Parliamo di quasi 1’000 persone in più rispetto al secondo trimestre di quest’anno, 2’800 in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso e quasi 9’000 in più rispetto a 5 anni fa.
A colpirci a prima vista è l’aumento nei numeri, anche se oggi è più importante analizzare i settori in cui lavorano queste persone.
Così scopriamo che la percentuale di persone occupate nel settore secondario, quello dell’industria e delle costruzioni, si riduce costantemente: oggi solo una persona su tre ci lavora. Questo significa che due persone su tre lavorano nel settore dei servizi. Tra questi spicca la crescita costante nelle attività professionali, scientifiche e tecniche come gli studi di architettura o quelli di contabilità, settori questi che occupano oltre 8’500 persone (11.5% del totale). Anche il settore delle attività amministrative e di supporto alle aziende come per esempio la ricerca e la selezione del personale occupa oggi oltre 7’200 persone frontaliere. Tutti questi settori in cui volendo potrebbero trovar occupazione anche i ragazzi e le ragazze formati residenti che però faticano a farsi assumere.
E quale è e rimane il fattore competitivo determinante? Il salario. Purtroppo sempre più la concorrenza è agguerrita e ciò che spinge i nostri giovani a lasciare il loro Cantone è proprio la mancanza di prospettive. Detto questo, non vogliamo un’economia chiusa e posti di lavoro riservati, vogliamo solo che non sia il salario più basso la ragione che esclude a priori giovani qualificati e residenti.

Estratto intervista Cronache della Svizzera italiana, Rete Uno, 4.11.2021

La versione audio: Salari bassi: i frontalieri aumentano, i giovani emigrano

Il traballante mercato del lavoro ticinese – II parte

Riprendiamo il tema del mercato del lavoro ticinese, come da articolo pubblicato il 10 settembre da tvsvizzera.it che ringrazio.

I dati statistici mostrano un Cantone sofferente su più fronti.
I salari in Ticino sono mediamente molto più bassi di quelli svizzeri, circa del 16-20%. Questo significa che in Ticino si guadagna un quinto in meno dei nostri cugini confederati. Da qualunque parte si guardino i dati, per settori, per ruoli occupati, per mansioni svolte, per età, per genere, i salari pagati dalla nostra economia, privata e pure pubblica, sono più bassi. E notevolmente più bassi sono anche i salari pagati ai frontalieri.
Ma i problemi del mercato del lavoro ticinese non li vediamo solamente nel livello dei salari, purtroppo. Le conseguenze sono tante altre. In Ticino, la percentuale delle persone che lavorano ma che non riescono a vivere del loro salario, i working poor, è tra le più alte a livello nazionale. Lo stesso accade quando guardiamo al numero di persone che deve fare più di un lavoro per vivere. O ancora, quasi paradossalmente, ci troviamo in vetta alle classifiche della sottoccupazione (persone che lavorano a tempo parziale ma vorrebbero lavorare di più). E sul tempo parziale si apre un ulteriore campo di analisi. Negli altri cantoni tendenzialmente i nuclei familiari fanno una scelta in cui entrambi i partner lavorano a tempo parziale perché i salari consentono di dedicarsi alla famiglia. Nel nostro caso purtroppo, invece, l’alto tasso di lavori a tempo parziale è sinonimo di grande precariato.
E che dire delle condizioni di lavoro femminili? Anche in questo caso purtroppo il nostro cantone appare negli ultimi posti della classifica nazionale: tassi di attività femminile tra i più bassi, differenze salariali tra uomini e donne maggiori, piccolissima presenza di donne nei quadri dirigenziali e nei posti di lavoro di responsabilità. Il quadro di certo non appare incoraggiante. Purtroppo non va meglio per i giovani che oggi possono ricevere formazioni eccellenti, sia in ambito scolastico che professionale. Anche a loro, il Paese non sembra dare risposte adeguate. I dati appena pubblicati confermano che sempre più ragazzi e ragazze abbandonano il cantone per trovare fortuna oltre Gottardo. E sicuramente le difficoltà di trovare posti di lavoro adeguati alle qualifiche e con stipendi dignitosi contribuiscono a questa emigrazione. Tanti altri sarebbero i dati che confermano un malessere del mercato del lavoro ticinese, a partire dai cinquantenni che vengono messi alla porta e non trovano più nulla dopo 30 anni di duro lavoro.
Come lo si guardi, questo quadro di indagine necessita di tutte le attenzioni della politica. È necessario intervenire affinché si possa invertire il senso di marcia. Affinché, come deve succedere in un paese sano, i giovani e le giovani non siano obbligate a lasciare la loro terra e i loro affetti. Per questo bisogna avere il coraggio di riconoscere e ammettere i problemi, ma anche le tensioni che oggi viviamo. Non si può più fingere che non ci sia rivalità e competizione tra manodopera locale e manodopera non residente. Lo scopo non è quello di attribuire colpe; lo scopo è quello di offrire opportunità anche alle persone residenti in questo Cantone.

Il Quotidiano, RSI, 17.09.2021
La versione audio: Il traballante mercato del lavoro ticinese – II parte

Il traballante mercato del lavoro ticinese – I parte

Il 10 settembre tvsvizzera.it, che ringrazio, ha pubblicato un mio articolo sul mercato del lavoro ticinese. Lo riprendo qui quest’oggi.

Il numero di frontalieri ha raggiunto cifre da record in Ticino. Oltre 70’000 persone attraversano ogni giorno il confine per lavorare nel Cantone sud-alpino. Se l’economia in parte approfitta della possibilità di fare capo a manodopera qualificata a basso costo, il mercato del lavoro soffre. E non solo a livello salariale.

Il mercato del lavoro del Cantone Ticino è molto differente rispetto a quello degli altri Cantoni svizzeri, inclusi quelli di frontiera. La ragione principale risiede nello sviluppo particolare che ha vissuto il tessuto economico di questo Cantone.

Primo, siamo passati da un’economia primaria a una fortemente finanziaria senza vivere una fase di vero e proprio sviluppo industriale. Probabilmente anche a questo è dovuta la mancanza odierna di una vera e propria cultura imprenditoriale e di centri decisionali sul territorio.

Il secondo fattore che spiega la situazione attuale è la possibilità storica derivante anche dalla posizione geografica di poter sfruttare un ampio bacino di manodopera qualificata a basso costo. Le aziende possono approfittare di due vantaggi competitivi: uno legato alla qualità, l’altro al prezzo. Entrambi comportano delle conseguenze importanti sullo sviluppo del tessuto economico di una regione. In Cantone Ticino la presenza di manodopera qualificata a basso costo ha spinto alla creazione di attività incentrate principalmente sul fattore lavoro e non sul capitale (macchinari). Se nel breve periodo ci sono sicuramente vantaggi, lo stesso non può dirsi per il lungo. Non a caso oggi la nostra economia è composta principalmente da posti di lavoro a valore aggiunto inferiore alla media nazionale. In questo senso siamo sovra-rappresentati nei settori industriali, del commercio, del turismo e della ristorazione. Proprio i settori che sono i primi a soffrire quando c’è una crisi economica; esattamente come accaduto con la crisi del Covid-19. I cantoni che invece si sono concentrati sulla ricerca, progresso tecnologico, innovazione e su un’avanzata organizzazione del lavoro, oggi si ritrovano con una produttività elevata e quindi con salari di gran lunga superiori ai nostri.  

Per contrastare questo ritardo è stato fatto molto nella formazione e nella ricerca creando negli ultimi trent’anni tantissimi centri di eccellenza. Dal Centro di Studi Bancari a Vezia, al Cardiocentro a Lugano; dall’Università della Svizzera italiana (USI), agli Istituti di Biomedicina (IRB) e Oncologico della Svizzera italiana (IOSI); dalla Scuola Universitaria Professionale della Svizzera italiana (SUPSI), al Nuovo Centro Svizzero di Calcolo. E tanto altro ancora è stato fatto e bolle in pentola. Questo ha portato a migliorare notevolmente la formazione dei giovani e quella continua nel nostro Cantone. Peccato che questo non sia stato accompagnato da un altrettanto sviluppo di attività economiche avanzate che avrebbero potuto dar linfa al tessuto produttivo cantonale. Così, oggi i dati statistici mostrano un Cantone sofferente su più fronti.

La versione audio: Il traballante mercato del lavoro ticinese – I parte

I frontalieri aumentano ancora

I frontalieri in Svizzera e in Ticino aumentano. I dati appena pubblicati dall’ufficio federale di statistica non lasciano dubbi, pur ritenendo il fatto che gli stessi autori li definiscano provvisori.
In Ticino è stata superata anche la soglia dei 71 mila permessi di lavoro come frontaliere; precisamente alla fine del II trimestre del 2021, quindi di giungo, se ne registravano 71’586. La maggior parte di questi permessi, quasi 47 mila, era attribuita al settore terziario, quello dei servizi. Il nome non deve trarci in inganno: oltre alle avvocate, ai fiduciari o al personale medico, troviamo anche i commessi, le cameriere e i servizi logistici. Invece il settore secondario, oggi rappresenta solo 1/3 di questi lavoratori, in linea con i cambiamenti avvenuti nella struttura produttiva del nostro Cantone.
Guardando i dati vediamo la relazione stretta tra l’andamento economico generale e l’andamento dei permessi di lavoro: i settori che hanno mostrato una ripresa rispetto alla crisi legata alla pandemia, sono anche quelli caratterizzati da un aumento dei frontalieri. In particolare, il settore secondario, che è quello legato all’industria mostra una certa stabilità, sia paragonando i dati con i tre mesi precedenti del 2021 (gennaio-marzo) sia rispetto all’anno prima. L’unica eccezione in questo caso è il settore delle costruzioni, che mostra un aumento da mettere in relazione con la ripresa economica. Ad oggi lavorano in questo settore quasi 8 mila persone frontaliere.
Anche nel settore terziario, che mostra aumenti trimestrali del 2.5% e addirittura di oltre il 5% rispetto all’anno scorso (+2’300 persone), la relazione con l’andamento economico è evidente. I frontalieri aumentano in quasi tutti i settori, in particolare nei servizi legati alla ristorazione, nelle attività professionali, scientifiche e tecniche e in quelle di servizio alle aziende.
Il boom dei numeri di permessi è nella ristorazione dove si segnala un aumento sia su base trimestrale che annuale di oltre il 15%, arrivando a occupare 3’900 persone. In realtà, non sappiamo quanti di questi posti di lavoro rimarranno anche dopo il periodo estivo.
Discorso differente va fatto per le attività professionali, scientifiche e tecniche come gli studi di architettura, di ingegneria o contabilità che occupano oggi quasi 8’200 persone non residenti, oltre l’11% del totale. Se a queste aggiungiamo le attività amministrative e di supporto alle aziende come i servizi di selezione e ricerca del personale, arriviamo a quasi 15 mila posti di lavoro. Ora, nessun problema se i nostri apprendisti neo-diplomati e le nostre neo-laureate troveranno un posto di lavoro da qui a qualche mese. Discorso differente, se come purtroppo temo, passeranno mesi alla ricerca di un posto di lavoro per poi dover scappare oltre Gottardo.
Se questo accadrà ancora, chi di dovere dovrà smettere di fare orecchie da mercante e dovrà finalmente prendere in mano le redini di questo Cantone.

La versione audio: I frontalieri aumentano ancora

Ticino, terra di conflitti?

Chiudiamo la sintesi dell’intervista fatta a me e all’On. Morisoli dal Prof. Remigio Ratti e pubblicata dal Federalista, con alla Direzione Claudio Mésoniat.
In Ticino, più che altrove si parla spesso di conflitti inconciliabili. Così i discorsi tra l’apertura verso Sud oppure verso Nord, la presenza di manodopera locale e frontaliera, il rapporto tra città e periferie sembrano difficoltà insormontabili. Ma non è così.
“E infine, come rispondere, ricercando le convergenze, ai principali trade-off? Apertura e chiusura verso l’Europa, giovani e anziani, occupazione e disparità salariali, …
Il cantone Ticino ha la fortuna di stare tra Milano e Zurigo. Questa collocazione deve essere sfruttata al massimo, ma non per divenire esclusivamente il dormitorio di giovani che vivono in Ticino e lavorano fuori. In questo senso è necessario sviluppare sinergie con i due poli. Pensiamo a quanto avremmo potuto fare con il settore della moda e con il Nord Italia e che purtroppo non abbiamo fatto.
Il conflitto tra città e periferie è probabilmente vecchio quanto la nascita stessa delle città. La storia pare consacrare vincitrice a turni l’una o l’altra. Pensiamo alla recente crisi e al fatto che le parti più rurali del cantone siano divenute quelle più “ricercate” dai cittadini per vivere. In questo senso i cambiamenti sull’organizzazione del lavoro possono giocare un ruolo fondamentale e per questo bisogna occuparsene per tempo.
Non esiste nessun conflitto a priori tra infrastrutture e ambiente, anzi. Certo è che se i nostri modelli di investimenti si basano su un’idea di infrastrutture pensate per la società di cinquant’anni fa, allora sì abbiamo un problema.
Nella realtà, alcuni paesi stanno dimostrando coraggio e lungimiranza nella progettazione di nuove opere che non solo sono sostenibili, ma che addirittura diventano le fondamenta di una società in questo senso al passo con i tempi.
L’invecchiamento della popolazione è una problematica che tocca tutti i paesi avanzati. La riduzione della natalità è un fenomeno negativo a differenza della riduzione della mortalità. Eppure spesso li sentiamo contrapporre. L’allungamento della vita non dovrebbe essere mai ritenuto un problema e sicuramente non può essere considerato una causa della riduzione del numero di figli. Per invertire il trend vanno date speranze: migliorare le condizioni quadro, la conciliabilità tra famiglia e lavoro se non addirittura un ripensamento sull’idea stessa di tempo di lavoro.
Il patto generazionale tra giovani e anziani deve essere ri-consolidato. L’esperienza drammatica della pandemia ha mostrato una solidarietà tra generazioni su cui probabilmente pochi avrebbero scommesso. Ora la sfida è quella di rinsaldare il rapporto che da sempre ha contraddistinto le nostre società. La generazione degli anziani non è solo un costo, anzi. Alle giovani generazioni ha lasciato in eredità un sistema di formazione praticamente gratuito, un patrimonio intergenerazionale che poche nazioni possono vantare e uno stato sociale sano. Ai giovani può essere richiesto in cambio il pagamento dei contributi pensionistici e di compensare maggiori costi per la salute. Credo che lo scambio sia assolutamente equo.
Non deve esistere assolutamente nessun compromesso tra occupazione e tolleranza nella disparità salariale. Posti di lavoro mal retribuiti e con condizioni non in linea con la Svizzera non devono essere ritenuti una fonte di crescita e sviluppo per il Cantone. Per decenni la vicinanza con l’Italia ha consentito di attingere a manodopera qualificata e a basso costo. Quello che in apparenza sembrava un vantaggio competitivo si è rivelato un grosso limite al passaggio da un’economia intensiva di manodopera a una di capitale. Quando non si può competere sul prezzo del lavoro bisogna innovare e sviluppare prodotti di qualità.
E infine, il tema dell’immigrazione e dell’emigrazione. È forse uno dei temi più delicati e, nel caso del Canton Ticino, forse uno dei più difficili da gestire in questo particolare momento storico. Siamo confrontati da una parte con un’Italia in sofferenza e quindi con persone alla ricerca di un lavoro e dall’altra con giovani ticinesi che quel lavoro in Ticino non lo trovano. È difficile capire e spiegare perché un giovane ticinese qualificato, formato e competente varchi il Gottardo e veda riconoscere competenze che oggi il nostro territorio sembra ignorare.

La versione audio: Ticino, terra di conflitti?

Analisi del frontalierato in Ticino (se i dati sono giusti…)

L’ufficio federale di statistica comunica che ha sbagliato i dati relativi alla perdita di posti di lavoro nel Cantone Ticino. Se le correzioni saranno al miglioramento non possiamo che rallegrarcene. I dati parlavano di 10’000 posti di lavoro spariti nel IV trimestre del 2020. Anche nel nostro blog ce ne siamo occupati. Al momento non è dato sapere quale sia l’entità dell’errore, ma siamo abbastanza allibiti che possa capitare una leggerezza del genere. Detto questo, purtroppo temiamo che la correzione non basterà a correggere le fragilità del mercato del lavoro ticinese.
Ma ora affrontiamo il tema del frontalierato, augurandoci che i dati ufficiali siano corretti…
In un momento di crisi economica come questa, la crescita costante del numero di frontalieri in Ticino suscita discussioni.
Se è vero che i dati del IV trimestre del 2020 indicano un aumento di 524 frontalieri, oggi guadiamo al medio periodo e ci interroghiamo su cosa sia successo rispetto a 18 anni fa ossia al 2002, anno di cui disponiamo dei dati disaggregati per settore.
Nonostante tutti i limiti metodologici e i cambiamenti avvenuti nella maniera di conteggiare i frontalieri, possiamo sostenere senza dubbio che sono aumentati. Nel 2002 si contavano quasi 33 mila persone; oggi sono 70 mila. L’aumento più importante è stato nel settore terziario, dove la cifra è triplicata: ad oggi contiamo oltre 45 mila persone. Attenzione specifichiamo che il settore terziario è quello che rappresenta i servizi e che sono molto differenti tra di loro. È vero che ci sono i famosi lavori in banca, ma anche il commercio al dettaglio, la ristorazione, gli architetti e le avvocate rientrano in questa categoria.
Data questa differenza è comunque possibile fare delle considerazioni generali sulla composizione di questa forza lavoro? O meglio, per farla breve, i lavori svolti dai frontalieri sono sempre gli stessi? Chiaramente ci sarà un’evoluzione strettamente collegata all’evoluzione stessa dei posti di lavoro offerti nel Cantone e di questo dobbiamo tenere conto.
Oggi, 24 mila persone lavorano nell’industria; nel 2002 erano circa 18 mila. Ma queste 18 mila rappresentavano il 54% del totale dei frontalieri. Oggi sono scesi al 34%.
Il settore del commercio e delle riparazioni di autoveicoli è il secondo più grande datore di lavoro con quasi 11’000 persone. Seppur segnalando un aumento di 6 mila persone, in questo caso le cose non sono cambiate tanto in termini relativi perché anche 18 anni fa il settore occupava il 15% delle persone. Stessa sorte per il settore della sanità (con un aumento di circa 2’400 persone, ma con una percentuale ferma al 6%) e per i servizi di alloggio e ristorazione (fermi al 5% del totale).
Troviamo però anche delle differenze. Oggi il settore delle attività professionali, scientifiche e tecniche all’interno del quale ci sono le professioni per esempio degli studi di architettura e d’ingegneria o quelle legali e di contabilità, occupa quasi 8 mila frontalieri che rappresentano l’11% del totale. Erano solo 1’000 nel 2002 (3%). Anche il settore delle attività amministrative e di servizi di supporto alle aziende (tra cui le aziende che si occupano di attività di ricerca, selezione, fornitura di personale) ha mostrato un importante aumento di quasi 6 mila persone, occupandone oggi il 9% del totale (2% nel 2002).
Per contro segnaliamo, nonostante l’aumento di 2’500 persone, la riduzione dell’importanza del settore delle costruzioni che passa dal 16% del 2002 all’11% di oggi.
Questi dati vanno sicuramente contestualizzati rapportandoli all’evoluzione della struttura economica del Ticino e lo faremo. Tuttavia ci consentono spunti di riflessione decisamente interessanti sulle professioni sviluppate nel corso di quasi un ventennio e sul cambiamento del ruolo ricoperto dai frontalieri nella nostra economia.

Versione audio: Analisi del frontalierato in Ticino (se i dati sono giusti…)