Cancellare il debito pubblico? Magari fosse così semplice…

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Jean-Luc Mélenchon, leader de La France Insoumise, uno dei principali partiti francesi, ha trovato una soluzione al problema del debito pubblico: cancellarne 600 miliardi di euro. Semplice, no? In realtà, dietro questa proposta ci sono diverse questioni economiche che vale la pena approfondire.
Ma facciamo un passo indietro. Quando uno Stato spende più di quanto incassa deve trovare il denaro per finanziare la differenza. Generalmente lo fa emettendo obbligazioni, ossia titoli di Stato: una sorta di “pezzettini di carta” che riceve chi presta denaro allo Stato con la promessa di riavere il capitale e, nel frattempo, incassare degli interessi. In Francia, a fine giugno 2026, il debito pubblico aveva raggiunto i 3’595 miliardi di euro (circa 3’332 miliardi di franchi), pari al 119% del prodotto interno lordo (PIL). In appena un anno è aumentato di circa 178 miliardi; non proprio una cifra trascurabile.
Ma chi presta tutti questi soldi? Banche, assicurazioni, fondi pensione, risparmiatori, investitori internazionali e anche banche centrali. Dopo la crisi del 2008 e durante la pandemia, la Banca centrale europea (BCE) e le banche centrali nazionali hanno acquistato grandi quantità di titoli pubblici attraverso il quantitative easing. In sostanza, comprando obbligazioni hanno immesso liquidità nell’economia, aumentato la domanda di questi titoli e contribuito a mantenere bassi i tassi d’interesse. In questo modo finanziarsi è diventato meno costoso per gli Stati, ma anche per le imprese e le famiglie.
Ed eccoci alla proposta di Mélenchon. Circa 600 miliardi di euro di titoli francesi sarebbero oggi nelle mani delle banche centrali e secondo il politico francese basterebbe cancellarli oppure congelarli, per esempio trasformandoli in obbligazioni perpetue a tasso zero. Significa che lo Stato non dovrebbe più restituire il capitale a una normale scadenza e nemmeno pagare gli interessi.
Facciamo un esempio. Immaginiamo un’obbligazione da 1’000 euro, della durata di dieci anni, con un interesse del 2%. Chi la possiede riceve ogni anno 20 euro e dopo dieci anni riavrà i suoi 1’000 euro. Se il titolo viene acquistato dalla banca centrale sarà quest’ultima a incassare interessi e rimborso. Mélenchon propone di trasformarlo in un titolo senza una normale scadenza e senza interessi. Cancellarlo del tutto sarebbe un’altra cosa, perché significherebbe eliminare anche il credito dal bilancio della banca centrale. A prima vista sembrerebbe un bel vantaggio per lo Stato, ma c’è qualche problema.
Quando una banca centrale compra un titolo pubblico non utilizza denaro che ha risparmiato in precedenza: crea nuova moneta sotto forma di riserve bancarie. Nel suo bilancio registra il titolo tra le attività e le riserve create per acquistarlo tra le passività. Se cancella il titolo, perde un’attività, mentre le passività rimangono. Anche trasformarlo in un’obbligazione perpetua a tasso zero può ridurne il valore. Certo, una banca centrale non è una banca commerciale e può continuare a operare, a determinate condizioni, anche con un patrimonio negativo; ma questo non significa che le perdite non contino. Per esempio, potrebbero diminuire gli utili che vengono trasferiti allo Stato. E non dimentichiamo che sulle riserve bancarie possono continuare a essere pagati degli interessi.
Insomma, cancellare un debito non significa necessariamente cancellarne anche i costi. E soprattutto, i 600 miliardi non diventerebbero improvvisamente soldi disponibili per costruire ospedali, scuole o infrastrutture. Si ridurrebbero alcuni obblighi finanziari futuri, ma nelle casse dello Stato non entrerebbe un euro in più. E anche cancellando tutti i 600 miliardi, la Francia continuerebbe ad avere quasi 3’000 miliardi di debito.
C’è poi la questione della fiducia. Gli Stati hanno continuamente bisogno di finanziarsi e spesso emettono nuove obbligazioni per rimborsare quelle in scadenza; se gli investitori considerassero la cancellazione un precedente pericoloso, potrebbero chiedere interessi più elevati per prestare denaro alla Francia. E quando il debito ammonta a migliaia di miliardi, anche un piccolo aumento dei tassi può costare parecchio. Naturalmente non è detto che succeda, ma è un rischio da considerare. E non abbiamo ancora parlato delle regole europee. La BCE è indipendente dai governi e i trattati vietano il finanziamento monetario diretto degli Stati; la Francia non potrebbe quindi decidere da sola di trasformare questi titoli in debiti perpetui. La questione dovrebbe essere affrontata a livello europeo, con tutte le difficoltà giuridiche e istituzionali del caso.
Arriviamo però a un altro punto importante. Il debito pubblico non è necessariamente un male: se uno Stato si indebita per costruire infrastrutture, migliorare la formazione, sostenere la ricerca o finanziare investimenti che aumentano la produttività, può contribuire a creare ricchezza anche per le generazioni future. Bisogna però capire se questi investimenti porteranno benefici nel tempo e se lo Stato sarà in grado di sostenere i debiti contratti. Diverso è il caso in cui il debito continui ad aumentare perché le uscite superano regolarmente le entrate, senza che l’economia cresca abbastanza. In queste condizioni diventa sempre più difficile gestirlo.
La sostenibilità del debito dipende infatti da diversi fattori: i tassi d’interesse, la crescita economica, il debito già accumulato e il cosiddetto saldo primario, ossia la differenza tra entrate e spese pubbliche, senza considerare gli interessi. Non basta quindi sapere a quanto ammonta il debito; dobbiamo capire perché è stato contratto, quanto ci costa e soprattutto che cosa abbiamo ottenuto spendendo quei soldi.
La proposta di Mélenchon riporta l’attenzione su una questione importante: come permettere agli Stati di finanziare i bisogni della popolazione senza compromettere la sostenibilità delle finanze pubbliche. Perché anche cancellando una parte del debito rimarrebbe il problema di come spendiamo le nostre risorse. Pensare che uno Stato non debba mai indebitarsi sarebbe sbagliato; rinunciare a investimenti necessari soltanto per contenere il debito potrebbe compromettere la crescita futura. Ma non possiamo nemmeno pensare che ogni spesa sia giustificata e che i debiti possano continuare ad aumentare senza conseguenze.
Alla fine, governare l’economia significa anche questo: scegliere come utilizzare risorse che non sono infinite e assumersi la responsabilità delle decisioni prese. Perché cancellare un debito sulla carta può anche sembrare facile. Il difficile è fare in modo che i conti tornino davvero.

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Gli Stati Uniti falliranno?

Tempi duri per il Presidente americano Joe Biden che si trova in questi giorni in Giappone dove si sta svolgendo il vertice del G7 dove si incontrano i Paesi economicamente più avanzati del mondo. Rimarrà poco questa volta, perché deve tornare a casa e fare in modo che l’America non fallisca. Avete letto bene, gli Stati Uniti d’America, il paese più potente al mondo, arrischiano il fallimento (o se preferite un termine più di moda il default).

Il debito pubblico è uno strumento importantissimo nelle mani dello Stato per fare le politiche economiche attive in risposta a un periodo congiunturale negativo. In questo caso lo Stato spende di più di quanto incassa e realizza un deficit. La somma di tutti i deficit rappresenta il suo debito pubblico.

Tendenzialmente i paesi non chiedono i prestiti alle banche, ma emettono le obbligazioni (promesse di pagamento) su cui gli Stati pagano i tassi di interesse. Una volta erano i cittadini e le aziende del paese stesso a prestare i soldi al loro governo; oggi in un mondo sempre più interconnesso anche gli altri Stati e le aziende estere comprano “debito pubblico”.

La maggioranza delle nazioni non si dà limiti al debito. Ma non per tutti è così. Ad esempio la Svizzera ha votato il freno all’indebitamento che prevede la possibilità di avere dei deficit nei momenti di bassa congiuntura che però devono essere compensati da eccedenze quando le cose vanno bene.

Gli Stati Uniti invece hanno il tetto massimo al debito. Questo strumento è stato introdotto nel 1917 e prevede che sia il Congresso a votare il limite massimo del debito. Da quando è stato introdotto, il tetto del debito è stato aumentato circa 80 volte portandolo ad oggi a 31’400 miliardi di dollari (28’500 miliardi CHF), equivalente al 120% del prodotto interno lordo americano.

Il 1 giugno si dovrebbe quindi arrivare al limite massimo e questo significa che non ci sono più soldi da spendere. Naturalmente la scelta di aumentarlo è esclusivamente politica. Diventa difficile attuarla quando Camera e Senato (che sono le due istituzioni americane) sono una nelle mani repubblicane e l’altra in quelle democratiche.

I repubblicani chiedono di ridurre notevolmente la spesa pubblica nei prossimi 10 anni, i democratici non hanno intenzione di farlo perché metterebbe a rischio la loro attività politica.

Non è la prima volta che assistiamo a questa prova di forza. E quindi dormiamo pure sonni tranquilli: né repubblicani né democratici vorranno far fallire gli Stati Uniti d’America.

La versione audio: Gli Stati Uniti falliranno?

UBS-CS: Non c’era più tempo ma è stato un duro colpo

Un altro duro colpo è stato inflitto alla reputazione della Svizzera. La fine di Credit Suisse è una batosta per tutti. E ai nostri occhi tornano le immagini degli aerei di Swissair rimasti a terra senza carburante o quelle del 2008 quando lo Stato salvò UBS.
Inutile fare gli sciacalli su questa decisione sofferta quanto obbligata. Inutile puntare il dito e sollevare questioni che nulla hanno a che fare con il sistema finanziario e monetario nazionale e internazionale e con la sua regolamentazione. Non ora, non in questo momento. Adesso quello che dobbiamo augurarci tutti è che l’acquisizione da parte di UBS avvenga causando il minor danno possibile. Ci auguriamo che non sarà necessario ricorrere alla garanzia dello Stato. Come ci auguriamo che a pagare ancora il prezzo di un sistema finanziario che sfugge oramai a qualunque controllo non siano i collaboratori e le collaboratrici di entrambe le banche.
Poteva fare qualcosa di diverso il Consiglio Federale? Certo, avrebbe potuto in passato esercitare pressioni per spingere allo scorporo della parte di Credit Suisse svizzera rispetto alle attività di investimento disastrose a livello internazionale. Sono anni che anche noi evidenziamo gli errori e gli scandali: Wirecard, Archegos Capital Management, Greensill Capital, multe in tantissime nazioni per storie di corruzione e investimenti in aziende che violano i diritti umani, pessime scelte strategiche e operative. Ma non viviamo in regimi totalitari, per fortuna, che possono intervenire sulla proprietà privata. Certo, la politica avrebbe potuto pensare a regolamentazioni più severe per le responsabilità dirigenziali. O ancora avrebbe potuto chiedere maggiori controlli alla FINMA. Ma con i se e con i ma, non si sarebbe data risposta alla crisi di Credit Suisse.
Le strade possibili sul tavolo del Consiglio Federale erano tre: far fallire Credit Suisse, pensare di acquistarla o sostenere caldamente l’acquisizione di UBS.
La prima ipotesi avrebbe causato un durissimo colpo all’economia nazionale e alla stabilità del nostro sistema finanziario: altre banche avrebbero rischiato il fallimento travolgendo aziende e famiglie. La crisi avrebbe toccato tutti noi. E non solo. Altre nazioni, data l’internazionalità di Credit Suisse, avrebbero pagato lo stesso prezzo. Questo ce lo ha insegnato il fallimento di Lehman Brothers.
L’acquisto da parte della Confederazione e quindi la nazionalizzazione avrebbe portato il Consiglio Federale a occuparsi di compiti che non gli competono.
Infine, l’unica via praticabile: sostenere e magari anche forzare l’acquisizione da parte di UBS. Il Consiglio Federale avrebbe potuto invitare all’acquisizione anche altre banche oltre UBS? Forse, ma ci sarebbe voluto tempo, e di tempo, il Credit Suisse, non ne aveva più.

Tratto dal Corriere del Ticino 21.03.2023

La versione audio: UBS-CS: Non c’era più tempo ma è stato un duro colpo