In evidenza

Caffè e vaccini: a cosa servono i brevetti?

Chi l’avrebbe mai detto che la forma della capsula di caffè non è un bene da tutelare come marchio? Sì, la nostra è una provocazione che si riferisce alla recentissima sentenza del tribunale federale che finalmente mette fine a una vertenza economico-giuridica che si trascina da molti anni. Il tribunale ha sancito che una forma, in questo caso di una capsula da caffè, non può essere registrata come marchio se deve per forza essere usata da un concorrente che produce un prodotto simile.
Questa sentenza ci consente di affrontare il tema dell’importanza dei brevetti per l’innovazione e lo sviluppo tecnologico. A differenza di quello che saremmo tentati di pensare la maggior parte della spesa in ricerca e sviluppo viene finanziata dal settore privato. Sono le aziende che spinte dalla necessità di scoprire nuovi prodotti, nuove organizzazioni, nuove tecnologie per garantirsi il successo economico e sopravvivere investono molte risorse nella ricerca. Evidentemente affinché ci sia questa spinta ad essere la prima a scoprire qualcosa, deve esserci una chiara tutela che le altre imprese non possano beneficiarne. In effetti, se gli altri possono copiare il mio prodotto e guadagnare, mentre io ho sostenuto i costi per scoprirlo, nessuno investirà un franco nella ricerca.
Naturalmente questo non significa che anche le università, le aziende e gli istituti pubblici e para-pubblici non facciano attività di ricerca, anzi. Ma è chiaro che lo scopo in questo caso non è quello di massimizzare i profitti o ridurre i costi, bensì collaborare nelle scoperte di interesse pubblico.
Le nazioni hanno la libertà di scegliere quanta tutela dare alle aziende. Ci sono nazioni come la Svizzera che proteggono molto le scoperte. Altre, come per esempio la Cina, hanno basato la loro forza sulla riproduzione di scoperte altrui su larga scala. Questo grazie alla grandissima disponibilità di manodopera a disposizione. Il modello copia e riproduci su larga scala è stato determinante per la loro crescita economica. Attenzione però che oggi la Cina ha fatto passi da gigante nello sviluppo tecnologico e nell’innovazione, tanto da diventare, probabilmente a breve, la prima potenza mondiale.
Tornando ai nostri brevetti, il tema è di estrema attualità. Il dibattito sul fatto che i vaccini non debbano essere tutelati riaccende un tema che non ha mai veramente trovato una quadratura del cerchio: fino a che punto le scoperte nel campo della medicina devono essere brevettabili?
La nostra risposta di pancia è scontata: i farmaci devono essere accessibili a tutti perché esiste un diritto alla salute. Purtroppo, bisogna fare i conti con la realtà: se non ci fosse un interesse e una garanzia della tutela dei guadagni futuri, nessuna azienda investirebbe milioni in spese di ricerca. Ricordiamoci anche che non tutti gli investimenti portano a risultati; molte volte finiscono nel nulla.
Quindi, non sta tanto all’economia quanto piuttosto ai governi fare in modo di garantire l’accessibilità ai farmaci a tutti, tutelando il diritto alla salute.

La versione audio: Caffè e vaccini: a cosa servono i brevetti?
Photo by Kevin Menajang on Pexels.com
In evidenza

Ticino: è davvero necessario un piano di investimenti pubblici?

Riporto oggi la seconda parte dell’intervista fatta dal Prof. Remigio Ratti all’On. Sergio Morisoli e alla sottoscritta. Le risposte sono state pubblicate dal Federalista con alla direzione Claudio Mésionat che ringrazio per l’ospitalità.

Domande: Quali scenari intravvedete concernenti l’evoluzione cantonale per il prossimo decennio? Su quali obiettivi e su quali priorità puntare? È inevitabile pensare alle risorse da mettere in atto; come valutate la situazione? A quali condizioni e quindi con quali margini di manovra? Pensare a un Recovery Plan ticinese, sarebbe realistico oppure sarebbe un piano di pura facciata?


I disavanzi a cui ci riferiamo oggi non sono preoccupanti perché frutto della crisi economica mondiale che stiamo vivendo. Le misure di sostegno congiunturali, anche se di grandi dimensioni (cosa che non è il caso per il nostro Cantone), non rappresenterebbero un problema. Il problema sta nel fatto che il disavanzo è un disavanzo strutturale. È il frutto delle scelte politiche fatte dal parlamento e dai cittadini negli ultimi anni. A queste si aggiungono, oramai come consuetudine, gli oneri della Confederazione. Date queste premesse credo proprio che sia il momento di occuparsi di un’analisi dettagliata delle spese dello Stato: non di certo per tagliare compiti che sono frutto di scelte della società, ma per riuscire finalmente a realizzare misure di efficienza nell’uso delle risorse. Più riusciamo a ottimizzare e a eliminare inefficienze, più avremo a disposizione risorse senza dover aumentare i carichi fiscali.
Detto questo, la possibilità di un Recovery Plan ticinese o meglio di un progetto di investimenti non è da escludere. Naturalmente per mettere in atto programmi che servano a risolvere i problemi del Cantone è necessario tempo, una visione a medio termine e una stretta collaborazione pubblico-privato. Ma attenzione anche qui dobbiamo intenderci. La collaborazione pubblico-privato spesso in Ticino è stata intesa come i costi al pubblico, i benefici al privato. Non è evidentemente questa la strada da seguire. Una vera collaborazione implica costi e benefici equamente suddivisi. Tanti sono i settori su cui si potrebbe puntare, tra questi quello clinico-ospedaliere, della farmaceutica, della meccanica ed elettronica, dell’intelligenza artificiale, e della sostenibilità energetica. Senza dimenticare tutto ciò che già esiste nel nostro Cantone e che potrebbe essere sostenuto nella messa in rete, nel perfezionamento professionale, nella transizione alla digitalizzazione o all’automazione. Il settore del turismo, quello delle costruzioni, il settore bancario o quello del commercio delle materie prime: senza dubbio i prossimi anni saranno anni di cambiamento.
L’obiettivo primario dell’azione politica deve essere quello di sostenere la transizione verso un tessuto economico solido e competitivo. L’obiettivo che mette d’accordo tutti i possibili conflitti come quello tra giovani e anziani, tra lavoratori indigeni e stranieri, tra apertura e chiusura verso l’Europa è quello di rendere il Cantone attrattivo in termini di posti di lavoro qualificati, stipendi e qualità di vita. Potrebbe apparire uno slogan, in realtà se prendessimo tutte le decisioni guidati da questo proposito probabilmente avremmo già fatto i cambiamenti che gli studi e i progetti politici del passato invocavano. Andiamo a rileggere il rapporto Kneuschaurek del 1964 che già allora metteva in guardia dall’errore di confondere lo sviluppo quantitativo dei settori economici con quello qualitativo. Quante volte ci sentiamo dire che abbiamo creato tantissimi posti di lavoro? Ma questo non è sufficiente. Se non c’è un aumento della produttività, se non sono posti di lavoro qualificati, se non sono destinati alle persone residenti, saranno posti di lavoro a salari bassi che nulla o poco contribuiscono allo sviluppo del Cantone. Sono passati quasi 60 anni dal rapporto commissionato al Prof. Kneuschaurek in cui si chiedeva di redigere uno studio sulla situazione economica del Cantone. Tanto è stato fatto da allora, ma ancora tanti sono i limiti della nostra economia che non abbiamo risolto. Questo studio e tutti quelli che sono stati condotti nel corso degli anni dovrebbero essere la base di partenza per un lavoro di analisi fatto da esperti in collaborazione con il Consiglio di Stato, o quanto meno con una sua rappresentanza. L’errore che credo si commetta oggi è quello di creare gremi in cui regna la concordanza e il consenso politico ancora prima della ricerca delle soluzioni. Questo porta ad avere soluzioni condivise, ma talmente frutto di compromessi e mediazioni che anche quando si trovano, risultano inefficaci. Il lavoro deve essere svolto in una prima fase in maniera indipendente. Solo in seguito deve essere messo in discussione e migliorato attraverso il confronto con la politica, le associazioni, i portatori di interessi e infine con i cittadini. Il risultato del confronto e della mediazione è sano se parte dalla ricerca di una soluzione che però non deve essere per forza una soluzione condivisa a priori da tutte le parti.

La versione audio: Ticino: è davvero necessario un piano di investimenti pubblici?
Copertura dell'A2 nell'Alto Vedeggio, un progetto vivo
Immagine della copertura dell’A2 del Progetto Alto Vedeggio (PAV)

UBS: quando chiudere non significa per forza perdere

UBS questa settimana ha annunciato la chiusura di 44 filiali in Svizzera, di cui 3 nel Cantone Ticino. La prima preoccupazione è rivolta verso i collaboratori e le collaboratrici che potrebbero risentirne. In questo senso la banca ha rassicurato che non sono previste riduzioni di personale. E di questo non possiamo che rallegrarcene. La seconda questione che viene sollevata è quella della vicinanza dell’istituto ai suoi clienti. È innegabile che tutti noi vorremmo avere la maggior parte dei servizi che utilizziamo a portata di “passeggiata“. Anche questo trend però non ci stupisce: in effetti, la riduzione del numero di sportelli e del settore bancario in generale è una realtà che nel Cantone viviamo purtroppo oramai da qualche anno. Nel 2010 contavamo 72 banche, 263 sportelli e 7’046 addetti. A distanza di 8 anni il ridimensionamento è stato impressionante con 40 banche, 179 sportelli e 5’585 collaboratori.
Detto questo, dobbiamo constatare un fatto importante: la pandemia con i conseguenti lockdown ha accelerato dei processi che erano già in atto, anche in questo settore. Il ricorso ai servizi bancari non più di persona ma attraverso la rete era nei programmi delle grandi banche da diverso tempo. La sua realizzazione era però prevista solo tra qualche anno. Questo non perché le banche non volessero ridurre i loro costi sfruttando la digitalizzazione, bensì perché il processo di “educazione” al cliente avrebbe richiesto tempo e probabilmente non sarebbe stato esente da critiche e ostacoli. Invece ecco arrivare la crisi Covid-19 che obbliga forzatamente i clienti ad imparare a utilizzare la rete e a modificare le loro abitudini di consumo. In un certo senso la pandemia ha agevolato il lavoro delle banche in questo caso specifico ma anche di tanti altri servizi e commerci.
Ora bisogna però cambiare paradigma e accettare la grande sfida che automazione e digitalizzazione ci pongono in termini di salvaguardia dei posti di lavoro. La disoccupazione ha diverse cause (vedi economario). Quella tecnologica si verifica quando i posti di lavoro distrutti dalle nuove tecnologie non compensano quelli creati. A onor del vero bisogna riconoscere che finora in tutte le rivoluzioni vissute nella storia è sempre avvenuto il contrario: il benessere totale è aumentato. Ma attenzione non vuol dire che non ci siano stati perdenti! Le persone meno qualificate, quelle con compiti più ripetitivi, che occupano posti di lavoro più precari, da sempre possono essere sostituite dai macchinari. Ed è stato così. Paradossalmente non è nemmeno un male che i lavori più duri siano fatti dai macchinari. Ma, perché questo non danneggi il nostro tessuto economico e sociale è necessario intervenire. E abbiamo la possibilità di farlo. Lo Stato dovrebbe sostenere le aziende nel processo di riqualifica del personale. Sappiamo tutti che ben presto i commerci faranno capo alle casse automatiche, ma questo non significa che non sarà necessario avere degli ottimi consulenti alla vendita, anzi! Ecco dove lo Stato può dare il suo contributo: sostenendo le aziende nei costi e nella formazione del suo personale. Così si dà risposta al rischio della disoccupazione tecnologica.
Discorso diverso il cambiamento delle abitudini nei consumi che può trasformarsi in disoccupazione strutturale e questa purtroppo richiede misure molto più lunghe e più difficili da attuare. Quindi, concludendo non facciamoci spaventare dal progresso ma utilizziamolo a nostro vantaggio.

La versione audio: UBS: quando chiudere non significa per forza perdere