Puoi pagare? Puoi inquinare

Nel XVI secolo la Chiesa cattolica attuò una particolare raccolta fondi per finanziare la costruzione della Basilica di San Pietro. Pagando una certa somma di denaro era possibile ottenere, semplificando, il perdono dei peccati. Furono raccolti miliardi, al valore di oggi.
Dall’adulterio all’omicidio tutto aveva un prezzo. Lutero scandalizzato da questo “mercato”, decise che no, non tutto doveva avere un prezzo. E la Chiesa cattolica pagò il cosiddetto scandalo delle indulgenze con la scissione protestante.
Oggi non lo accetteremmo mai. O almeno questo è quello che ci piace pensare. In realtà, è cambiata solo la natura delle moderne indulgenze. Pensate alle multe inflitte alle banche o alle aziende che violano le regole della concorrenza o truffano i consumatori con pubblicità ingannevoli. E che dire delle amnistie per chi si autodenuncia per evasione fiscale? Tu paghi, la colpa è graziata.
Da anni vige il principio “chi inquina, paga”. Il principio è sano, nelle intenzioni, ma è stato pervertito nella pratica diventando “se paghi, puoi inquinare”. Vuoi generare tantissimi rifiuti? Basta avere i soldi per pagare la tassa sul sacco. Vuoi sprecare acqua potabile? Paghi la tassa sul consumo. Vuoi emettere CO2 nell’aria? Paga 12 centesimi in più per litro di benzina e continua come prima.
Chiedo perdono per il sarcasmo ma conosciamo i limiti di queste tasse. Nel caso della tassa sul CO2 è noto che monetizzare il “peccato” ambientale comporti un’ingiustizia e una mancanza di equità per i redditi più bassi, per le regioni rurali e chi non ha alternative all’uso dei veicoli privati. Senza contare che a meno che la tassa non sia estremamente elevata il consumatore non ne ridurrà il consumo.
Il principio che dovrebbe guidare l’ente pubblico è “non si inquina e basta”. Organizzazioni, persone e paesi coraggiosi lo praticano. E non mi riferisco agli Stati Uniti che dietro alla propaganda di un impegno maggiore in futuro hanno camuffato il fatto che non raggiungeranno l’obiettivo fissato in precedenza.
Vi sono, invece, paesi che introducono regole severe sui limiti di emissione, divieti di circolazione per i veicoli inquinanti, che sostengono seriamente lo sviluppo di tecnologie pulite. Vi sono organizzazioni non governative che hanno vinto la loro battaglia contro un’azienda petrolifera che dovrà ridurre notevolmente le sue emissioni. C’è il piccolo fondo di azionisti che riesce, dopo mesi di duro lavoro a far eleggere nel consiglio di amministrazione di una compagnia petrolifera due membri sensibili alle tematiche ambientali. Non traffico delle indulgenze ma opere di bene.
Il denaro non permette più di comperare il paradiso, ma per alcuni è diventato il lasciapassare per inquinare. Le intenzioni all’origine erano buone e lo erano anche per le indulgenze cattoliche. Ma la strada per l’inferno non è forse lastricata di buone intenzioni?
Tratto dal Corriere del Ticino, 04.06.2021

Puoi pagare? Puoi inquinare
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Le tasse sul CO2 servono?

Tutti sono d’accordo che il cambiamento climatico necessita di soluzioni immediate. Ma non tutti sono d’accordo su quali siano queste soluzioni e sulla loro efficacia. Nei giorni scorsi, a ridosso del quinto anniversario dalla sottoscrizione dell’Accordo di Parigi, mi sono dedicata a un’analisi del tema, soprattutto in relazione all’efficacia delle tasse sul CO2. L’Osservatore ha pubblicato una mia riflessione nella sua edizione del 12 dicembre 2020, mentre il portale Ticinotoday ha ospitato una mia considerazione video sul tema. Ve le ripropongo qui sotto ringraziando le testate per le pubblicazioni.

Un “Green Deal” senza la Svizzera
Quando il 12 dicembre 2015, è stato sottoscritto l’Accordo di Parigi, gli obiettivi fissati dai Paesi sembravano molto ambiziosi. È con la nascita dei movimenti per il clima che sono diventati realmente realizzabili. Sono riusciti a portare all’attenzione pubblica un tema che da decenni occupava e preoccupava scienziati e tecnici.
Qualcosa è cambiato anche nell’economia. Da sempre gli economisti spiegano che il prezzo di un bene deve considerare tutti i costi, anche quelli che ricadono sulla società, come per esempio i danni ambientali. Eppure erano poche le imprese che si preoccupavano di queste esternalità negative. Oggi qualcosa è cambiato. I consumatori sono più sensibilizzati e si interessano all’impatto ambientale dei beni acquistati. Come succede (quasi) sempre in economia, la domanda influenza l’offerta. Ecco quindi le aziende rispondere di conseguenza. Obiettivi di produzione a zero emissioni nette, agricoltura rigenerativa, riforestazione, uso di energia da fonti rinnovabili, compensazione delle emissioni di gas a effetto serra; dalle compagnie aeree, ai marchi di moda, dall’high-tech al settore alimentare, non c’è multinazionale che non annunci quotidianamente questi obiettivi. Magari non sono mosse da grandi ideali, ma il risultato non cambia: se vogliono sopravvivere devono anticipare i tempi.
Anche la politica non è stata a guardare. La maggior parte delle Nazioni ha abbandonato le vecchie tasse punitive sul consumo in favore di strumenti normativi. Si sa che, per esempio, il consumo di benzina non solo non si riduce con l’aumento delle tasse, ma colpisce anche le persone più deboli. In aggiunta potrebbe pure avere effetti contrari sulla motivazione delle persone sensibili all’ambiente. La strada scelta oggi è sicuramente più coraggiosa: obbligare con le leggi i produttori ad adeguarsi. Norvegia, Olanda e India avevano già aperto la strada qualche anno fa annunciando entro un decennio il divieto della vendita di auto a benzina o diesel. Ora sempre più Nazioni seguono e di conseguenza le compagnie petrolifere si riconvertono investendo nelle energie rinnovabili.
Ma non è solo il privato a fare queste scelte. Diverse Nazioni hanno lanciato piani di investimenti pubblici sostenibili. L’unione Europea ha previsto l’apertura di un bando di gara, l’European Green Deal, di 1 miliardo di euro per progetti di ricerca e innovazione che affrontino la crisi climatica e proteggano la biodiversità.
Purtroppo in tutto questo la Svizzera è in ritardo: nessuna grande spesa di investimento pubblico, nessuna regolamentazione coraggiosa, ma solo una “vecchia” tassa punitiva sul CO2. Per fortuna che il nostro mercato è troppo piccolo per influenzare la produzione e anche noi godremo dei vantaggi delle scelte politiche fatte dagli altri Stati.
Tratto da L’Osservatore del 12 dicembre 2020

La versione audio: Un “Green Deal” senza la Svizzera
Pubblicato da Ticinotoday il 14.12.2020