I cervelli ticinesi se la danno a gambe

Estratto dell’intervista di Marija Milanovic, tvsvizzera.it – pubblicata il 02.07.2024

È recentemente uscita una notizia che all’apparenza non ha nulla di sorprendente: la natalità è calata nel canton Ticino. Una tendenza che riflette non solo quella elvetica, ma anche quella globale. Oltre alle ragioni più note (fattori economici e maternità sempre più tardive in primis), nel cantone italofono, secondo una recente analisi, la denatalità è influenzata anche dalla fuga di cervelli, anch’essa sempre più marcata.
Il Ticino, insomma, sembra averle tutte: i salari sono i più bassi della Confederazione, gli aumenti di premi di cassa malati i più alti e molti studenti e studentesse che si recano in altri cantoni per studiare all’università, poi restano anche a viverci.
La ragione spesso è che le condizioni lavorative sono migliori, sia a livello salariale che per quanto riguarda le opportunità professionali, come ci spiega anche Amalia Mirante, docente di economia politica, etica economica e storia del pensiero economico presso la Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana (SUPSI) e l’Università della Svizzera italiana (USI): “Purtroppo il Ticino è in una situazione per cui molte e molti giovani – che non per forza sono solo quelli che hanno titoli accademici – sono costretti a cercare lavoro altrove”. Il fatto che il fenomeno della fuga di cervelli non interessi più soltanto chi ha una formazione di livello terziario, ma anche professionale, accentua le difficoltà del mercato del lavoro ticinese. “Si tratta di campanelli di allarme molto importanti”, aggiunge Mirante.
A dimostrarlo anche l’esempio della giovane chef Dalila Zambelli. Con il titolo di miglior apprendista cuoca della Svizzera, la giovane si è vista rifiutare da decine di ristoranti del suo cantone natale e ha dovuto così optare per la Svizzera interna. Spiegava, lo scorso mese di dicembre, in un’intervista rilasciata al Corriere del Ticino, che, nonostante il settore della ristorazione ticinese denunci da anni carenze di personale, ha ricevuto solo risposte negative alle sue candidature. Situazione che l’ha spinta a traslocare a Zurigo: “È chiaro che mi sarebbe piaciuto trovare qualcosa in Ticino, ma ho bisogno di fare esperienza e per questo, quando mi si è presentata l’opportunità di andare [nella città sulla Limmat], non ho esitato (…) Sto imparando e crescendo, non solo professionalmente ma anche come persona”. Parola di una ragazza che, negli Stati Uniti, ha cucinato anche per Bill Clinton.

Carenza statistica
I cervelli fuggono, si sa. Ma quanti? E dove? Per quanto tempo? Non è chiaro. “Le poche cifre che abbiamo a disposizione su questo fenomeno sono poco precise”, dichiara Mirante. “Non considerano per esempio i giovani che rimangono a lavorare fuori cantone dopo la formazione ma mantengono il domicilio in Ticino. Non viene nemmeno presa in considerazione una nuova forma di lavoro che sta prendendo piede [in particolare dopo la pandemia di Covid-19, ndr]: le persone lavorano una parte della settimana in Ticino e l’altra in un altro cantone”. Tendenze ed evoluzioni che fanno sì che il fenomeno sia molto più ampio di quello che emerge dalle statistiche.
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Salari ticinesi fanalino di coda del mercato del lavoro svizzero
Da anni i salari ticinesi risultano essere i più bassi del Paese e con il tempo il divario aumenta sempre di più. Nel 2022 il salario mediano1 elvetico per un posto a tempo pieno era di 6’788 franchi lordi al mese. Una remunerazione che varia fortemente a seconda delle regioni, della formazione, del ramo economico e del sesso. Il Ticino è risultato nuovamente essere il cantone dove si guadagna meno, con un salario mediano di 5’590 franchi.

Il fenomeno zurighese (ma non solo) dell’economia di aggregazione
In effetti, a parte alcune eccezioni, i grandi nomi si trovano nella Svizzera interna e in quella francese, dove l’economia di agglomerazione è molto più radicata. IBM, Google, Nestlé, Microsoft hanno sedi nei grandi centri urbani elvetici.
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Caro frontalierato… ma quanto mi costi?
Uno dei fattori che influenzano maggiormente questa fuga di cervelli è quello del frontalierato. Stando alle ultime statistiche, le frontaliere e i frontalieri italiani che lavoravano in Ticino nel primo trimestre del 2024 erano 78’645, a fronte di una popolazione attiva residente pari a 176’000 persone. In altre parole, quasi un lavoratore su tre (31,6%) proviene da oltre confine.
Perché questo è un problema? Perché molto spesso, a parità di funzione, un frontaliere o una frontaliera accettano condizioni salariali più vantaggiose per il datore di lavoro rispetto a lavoratrici e lavoratori indigeni. “La differenza tra i salari di residenti ticinesi e quelli frontalieri è del 20%. Una percentuale che può arrivare al 40% per le professioni meglio retribuite”, spiega Amalia Mirante.
Si migra allora verso nord, alla ricerca di condizioni più favorevoli. Le e i ticinesi a nord del Gottardo, le e gli italiani a nord della frontiera. Prosegue Amalia Mirante: “Quello che succede è che l’Italia finanzia la formazione di persone qualificate, competenti e assolutamente capaci che poi vanno a lavorare in un’altra nazione”. Un problema che però riguarda anche il loro Paese di origine, che perde professionisti qualificati, proprio dopo aver investito del denaro per formarli.
“La Germania qualche anno fa pensava di introdurre una tassa da far pagare ai medici tedeschi che andavano a lavorare in Svizzera”, ricorda la studiosa. Formare un medico, infatti, comporta un grande costo per un Paese. L’Italia si trova confrontata con lo stesso problema e proprio recentemente il ministro della Salute Orazio Schillaci ha proposto l’adozione di un piano d’incentivi fiscali per cercare di convincere professioniste e professionisti medici di rimanere in patria.
Nella stessa direzione va anche la tanto discussa tassa sulla salute che prevede che i vecchi frontalieri paghino al sistema sanitario italiano tra il 3 e il 6% del loro stipendio netto. Contributi volti a finanziare i bonus per il personale sanitario italiano e limitare l’esodo di lavoratrici e lavoratori dalle regioni di frontiera.

Quali soluzioni?
Non ci sono soluzioni immediate e sicure per cercare di arginare il fenomeno. Una sarebbe sicuramente quella di rendere più attrattivo il mercato del lavoro ticinese.
[….]
Non si è arrivati, insomma, a un punto di non ritorno, rassicura dal canto suo Amalia Mirante: “È tutto risolvibile. C’è potenziale per essere un cantone svizzero a tutti gli effetti”.

1 Per salario mediano s’intende che la metà degli stipendi è sopra la cifra indicata, l’altra metà è sotto. Non è quindi una media, su cui incidono maggiormente i singoli importi molto alti o molto bassi.

Salario minimo: solo l’inizio

Nell’ormai lontano 2013 fui tra i promotori dell’iniziativa “Salviamo il lavoro in Ticino”: avevo firmato l’iniziativa come proponente proprio perché ero fermamente convinta della necessità di introdurre un salario minimo per arginare la spirale negativa dei salari innescata, tra l’altro, dalla libera circolazione delle persone.

Il 14 giugno 2015, con grande sorpresa di molti scettici che l’avevano data per morta nella culla, il popolo approvò la proposta: una decisione storica.

Qualche anno dopo, nel 2019, di fronte allo stallo politico che ne ritardava l’applicazione, mi feci portavoce di una soluzione che permettesse di uscire dall’impasse: l’adeguamento del salario minimo in tappe graduali, soluzione che fu poi applicata.

Non mi furono risparmiate critiche degli oppositori politici intenti a denigrare chi sin dalla prima ora si era battuta per l’introduzione nella nostra costituzione di questo passo fondamentale e cercava, con pragmatismo e buon senso, di superare i veti incrociati.

Finalmente nel 2021, dopo ben sei anni dall’accettazione del popolo, il salario minimo vide la luce proprio grazie all’approccio graduale di cui fui una delle prime propugnatrici.
Oggi, a distanza di tre anni dalla sua introduzione sappiamo di aver avuto ragione.

Le analisi indipendenti mostrano che il salario minimo ha avuto solo effetti benefici sul mercato del lavoro ticinese, con buona pace delle cassandre che paventavano catastrofi per l’occupazione o l’economia.

La legge sul salario minimo ha portato a un aumento del 36% dei salari orari medi per i lavoratori che prima stavano sotto il livello salariale minimo. Essa ha avuto un effetto positivo sui lavoratori svizzeri (non è quindi una legge che ‘avrebbe favorito solo i frontalieri’). Per contro, non c’è stato nessun impatto negativo sui salari più alti e nemmeno un aumento della disoccupazione come pronosticavano i contrari all’applicazione di questa norma.

Siamo felici che ora si prosegua con gli aumenti graduali come proposto in passato. Questo non significa, tuttavia, che bisogna rimanere fermi a questa misura, anzi. Come abbiamo sempre detto il salario minimo era un cerotto che serviva ad arginare il fenomeno del ribasso continuo dei salari, ingenerato dalla libera circolazione delle persone, ma da solo non basta.

I correttivi da apportare al nostro mercato del lavoro sono molteplici e tante sono le misure da implementare con urgenza. Misure che vanno dalle condizioni quadro (come, per esempio, la tassazione dei redditi da lavoro che potrebbe paradossalmente diventare un disincentivo al lavoro), alla formazione professionale, dal miglioramento dell’apprendistato al ripensamento degli uffici regionali di collocamento.

Per fare questo ci vuole coraggio, esattamente lo stesso coraggio che avemmo noi molti anni fa proponendo la modifica costituzionale alla base della legge e quello che ebbero i cittadini ticinesi approvandola.

Ora Stato e aziende mostrino di sapere ancora trovare soluzioni condivise nell’interesse dei cittadini di questo paese. Il popolo nel 2015 mostrò la strada. Basta seguirla.

Pubblicato da La Regione 28.06.2024

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Corriere del Ticino, 15.06.2015

La Banca Nazionale abbassa ancora i tassi, ma…

La Banca nazionale svizzera (BNS) ancora una volta ha sorpreso tutti quanti. In effetti, la maggioranza degli analisti aveva scommesso sull’ipotesi che nella riunione di questa settimana avrebbe deciso di mantenere i tassi di interesse all’1.5% come deciso qualche tempo fa. E invece, ancora una volta il direttore ha stupito annunciando un ulteriore taglio di 0.25 punti percentuali. Così oggi il tasso di riferimento torna all’1.25.%.

Nelle scorse settimane avevamo parlato delle decisioni prese prima dalla Banca centrale europea (BCE) che a sua volta aveva deciso di ridurre il tasso di interesse e poi dalla Federal Reserve che al contrario aveva dichiarato di mantenere i tassi di interesse inalterati.

Pur comprendendo la decisione presa dalla BNS quello che ci preme è dare un’occhiata allo stato di salute generale della nostra economia. Sicuramente i dati sull’andamento dei prezzi al consumo ci fanno dormire sonni abbastanza tranquilli: ancora nel mese di maggio l’inflazione era solo all’1.4%. Anche i dati sul mercato del lavoro (e qui non ci riferiamo al Canton Ticino, ma rimaniamo su quello nazionale) non allarmano troppo: i tassi di disoccupazione rimangono pressoché stabili e in linea con la stagionalità.

Quello che invece preoccupa maggiormente sono le previsioni per il futuro: in effetti, tutti gli istituti di ricerca confermano che la situazione per questo 2024 sarà caratterizzata da una crescita del prodotto interno lordo (PIL) piuttosto contenuta. Il KOF, che è il centro di ricerca congiunturale del politecnico federale di Zurigo, stima un aumento dell’1.6% (includendo anche l’effetto degli eventi sportivi). Per questo istituto sarà soprattutto l’aumento delle esportazioni verso la Germania, la Francia e l’Italia nel secondo semestre ad alimentare la crescita. Per quanto riguarda l’andamento dei prezzi il KOF parla di un’inflazione all’1.3%.

Anche la Segreteria di Stato dell’economia (SECO) prevede lo stesso tasso di crescita, alimentato anche esso principalmente dalle esportazioni. I consumi privati delle famiglie appaiono leggermente in crescita (+1.3%), mentre quelli delle amministrazioni pubbliche, seppur positivi, lo sono in maniera minore (+0.5%). Settore ancora non in piena salute è quello degli investimenti: se quelli in costruzione mostrano un tiepido +0.1%, molto peggio fanno quelli in beni di equipaggiamento (macchinari) che addirittura mostrano un andamento negativo del -0.7%.

E quali saranno le conseguenze di queste previsioni? Entrambi gli istituti prevedono un leggero aumento del tasso di disoccupazione, in particolare la SECO lo stima al 2.4% . Tasso di disoccupazione che dovrebbe però aumentare ulteriormente nel 2025 (+2.6%).

Possiamo quindi sostenere che al momento non ci sono grosse preoccupazioni, tuttavia non bisogna allentare troppo presto la presa. In effetti, i dati dell’inflazione in Europa e negli Stati Uniti negli ultimi periodi hanno indicato leggere tendenze al rialzo. Anche per questo la Fed aveva deciso di lasciare i tassi invariati.

Per queste ragioni, quindi, pur comprendendo le motivazioni che hanno spinto la BNS a confermare la discesa dei tassi di interesse preferiamo rimanere piuttosto cauti: ricordiamoci sempre che le politiche economiche, quelle fiscali e quelle monetarie, necessitano di tempo per mostrare i loro effetti. Questo significa anche che forse un po’ più di prudenza non guasterebbe.

Aumento dei costi della salute: servono soluzioni credibili

L’esito delle votazioni di domenica sul tema delle assicurazioni malattie non lascia grandi dubbi. Entrambe le iniziative, quella che prevedeva un tetto massimo ai premi fissato al 10% del reddito e quella che fissava un limite ai costi, sono state bocciate dal popolo. 

Come spesso capita in questo tipo di votazioni assistiamo all’apparire di una Svizzera divisa in due. La separazione sembra dipendere principalmente dal benessere socioeconomico: le regioni meno benestanti hanno approvato  le misure, quelle più ricche le hanno sconfessate. Una lettura così semplice nasconde in realtà importanti riflessioni. 

La più importante probabilmente è la necessità di trovare una soluzione seria e condivisa ai continui e forti aumenti dei costi che si trasformano in continui e forti aumenti dei premi cassa malati. 

Una seconda considerazione è che se da una parte la tematica tocca tutta la Svizzera, dall’altra la maggioranza dei cittadini non crede che un tema così complicato possa essere risolto con soluzioni semplici. Le due proposte in votazione, in effetti, erano facilmente comprensibili: non gravare troppo sui singoli individui con premi onerosi e impedire l’aumento dei costi. Soluzioni per niente complicate dal punto di vista tecnico e anche molto ammiccanti dal punto di vista comunicativo. Eppure ancora una volta la saggezza del popolo, indica un’altra via da percorrere. 

Il risultato obbliga, o meglio dovrebbe obbligare, la classe politica a lavorare in maniera seria e rigorosa  proponendo soluzioni tecniche credibili. Un messaggio che sembra chiaro, o almeno lo è per la parte maggioritaria del paese, è che il finanziamento di questa assicurazione dovrà rimanere indipendente dal reddito. Se si volesse fare altrimenti basterebbe che la Confederazione aumenti la sua quota di contributo, visto che la principale fonte di gettito sono proprio le imposte progressive. 

Purtroppo non tutti sembrano aver capito questo messaggio, come non tutti sembrano aver compreso che i cittadini per approvare dei cambiamenti epocali vogliono soluzioni analizzate e ben studiate e non soluzioni ideologiche e  dogmatiche.

Anziché riproporre il solito vecchio e superato conflitto tra gestione dello Stato e gestione dei privati, perché non sedersi a un tavolo e valutare la problematica nella sua interezza? Si potrebbe partire dall’evoluzione demografica per superare gli steccati tra assicurazioni sociali e pensare a un vero nuovo modello. D’altra parte anche l’Assicurazione Vecchiaia e Superstiti (AVS) necessita di essere ripensata: perché non metterla in relazione con i costi sanitari legati al trascorrere della vita? In questo senso avremmo una nuova assicurazione sociale che sarebbe legata alle esigenze collegate con l’avanzare dell’età.  Invecchiare non è una malattia, invecchiare è il percorso naturale…

Pubblicato da L’Osservatore, 15.06.2024

La Banca Centrale Europea abbassa i tassi

“Tanto tuonò che … piovve” La Banca centrale europea (BCE) ha finalmente deciso di abbassare i tassi di interesse di riferimento di 0.25 punti percentuale. Ad oggi i tassi oscillano tra il 3.75% e il 4.5%. La notizia era talmente attesa che i mercati di fatto non hanno avuto nessuna reazione. Ancora una volta vediamo quanto siano importanti le aspettative in economia. Se l’annuncio fosse arrivato in maniera inattesa o se al contrario la Banca centrale europea non avesse abbassato i tassi di interesse, il mercato avrebbe avuto reazioni molto diverse. Invece, in questo caso la notizia era stata stra-annunciata. Non siamo in grado di dirlo con certezza, ma è molto probabile che questi mesi di continue anticipazioni e conferme che si sarebbe andati in questa direzione, siano proprio serviti a fare in modo che le reazioni fossero piuttosto contenute e controllate.

Questo in effetti accade quando le strategie di politica economica delle banche centrali sono ritenute valide e il comportamento preannunciato attendibile. In questo caso quindi gli agenti si comportano di conseguenza fidandosi delle istituzioni monetarie.

Così è stato anche nel caso del tasso di interesse di riferimento in Europa, l’Euribor a un mese. In concreto, questo tasso che è quello utilizzato come riferimento per i prestiti a tasso variabile, è passato dal 3.85% del 6 maggio al 3.68% del 5 giugno. La comunicazione della BCE è avvenuta il giorno dopo. In questo caso il mercato ha di fatto modificato il suo andamento in funzione di quello che sarebbe successo in seguito.

Sono celebri i casi in economia in cui si cerca attraverso le aspettative di modificare il comportamento degli agenti economici. Pensiamo al 6 settembre 2011 quando la Banca nazionale svizzera (BNS) in maniera del tutto inaspettata dichiarava che avrebbe mantenuto una soglia minima del tasso di cambio di 1.20 franchi per un euro. In quel momento la speculazione era molto grande e con questa comunicazione la BNS sperava di spingere gli investitori a rallentare la loro rincorsa al franco svizzero. A onor del vero, in questo caso l’effetto sperato fu piuttosto contenuto, non tanto per mancanza di credibilità dell’operato della Banca Nazionale, quanto piuttosto perché le forze in campo (quantità di moneta in euro e quantità di moneta in franchi svizzeri) erano molto spropositate. Ma questo non significa che le dichiarazioni di politica economica, non abbiano influenzato il comportamento degli agenti, anzi.

In conclusione, le decisioni della BCE e di altre istituzioni monetarie mostrano chiaramente quanto sia cruciale la gestione delle aspettative economiche. La fiducia nelle strategie annunciate e la loro credibilità giocano un ruolo determinante nel modo in cui i mercati reagiscono. Questo dimostra l’importanza di una comunicazione chiara e anticipata per garantire stabilità e prevedibilità nei mercati finanziari.

Addio Credit Suisse

È ufficiale: Credit Suisse, la seconda più grande Banca svizzera, da venerdì 31 maggio 2024 non esiste più. In questa data la gloriosa banca fondata nel 1856, dopo oltre 160 anni di storia, è stata cancellata dal registro di commercio del Canton Zurigo. Ma facciamo un passo indietro.
Era il 19 marzo 2023 quando UBS, dopo un insistente “invito” del governo svizzero, ha annunciato l’acquisizione di Credit Suisse. La seconda banca svizzera era ormai prossima al fallimento a causa di errori commessi da tutto il management negli anni precedenti. Le decisioni peggiori erano state prese e gli scandali come Wirecard, Archegos Capital Management, Greensill Capital uniti a storie di corruzione non potevano non distruggere questa azienda.
Ci si è interrogati a lungo sulle tre possibili strade: far fallire Credit Suisse, pensare a una statalizzazione o fare pressioni affinché UBS l’acquisisse. A distanza di oltre un anno di tempo non possiamo non comprendere come questa sia stata la decisione più saggia per impedire fallimenti a catena di altre banche e le implicazioni su aziende e famiglie, probabilmente non solo in Svizzera.
Oggi si cerca di comprendere quale sarà l’impatto della presenza di un’unica grandissima banca, soprattutto in termini di rischio per la Nazione e in termini di posti di lavoro. Sono preoccupazioni più che legittime, ma sarebbe un errore pensare che i processi di acquisizioni e fusioni nel settore finanziario siano terminati, anzi.
Guardando alla realtà svizzera le voci internazionali ormai si fanno sempre più forti per quanto riguarda l’interesse di Julius Baer ad acquisire EFG International. Ma non finisce qui. Anche in termini di singole banche il fermento nell’accorpare succursali e agenzie regionali sembra solo all’inizio.
Certo, i cambiamenti e l’incertezza sul futuro spaventano, tuttavia ciò che è ancora più pericoloso è fingere di non vedere le pressioni a cui il sistema bancario e finanziario svizzero è sottoposto.
Non è girandosi dall’altra parte che garantiremo alle nostre banche il sostegno necessario per poter non solo sopravvivere, ma rimanere competitive a livello internazionale. Ora è il momento di avere condottieri coraggiosi che credano nel nostro Paese e non manager al soldo dei bonus.

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Il tempo libero costa tanto

I prezzi per le attività del tempo libero sono aumentati. Se ne è parlato molto in questi giorni perché Comparis il portale che ha fatto dei confronti online dei prezzi di diversi beni e servizi la sua forza, ha comunicato di aver calcolato un nuovo indice.
La metodologia di questo indicatore non è stata pubblicata, tuttavia a prima vista sembra che siano stati “semplicemente” aggregati dati già noti e calcolati dall’Ufficio Federale di statistica per creare una nuova categoria chiamandola appunto indice dei prezzi del tempo libero. L’indice dei prezzi al consumo (IPC) è l’indicatore che viene utilizzato per calcolare l’andamento dei prezzi. Nel caso svizzero è composto da 12 gruppi di beni e servizi, tra cui i prodotti alimentari e le bevande analcooliche, gli indumenti e calzature, l’abitazione ed energia, i trasporti, … L’indice dei prezzi del tempo libero sembra essere stato creato a partire dall’unione di differenti beni o gruppi creando quindi un nuovo “carrello della spesa”. Parrebbe il caso per esempio dell’unione dei prezzi dei ristoranti e degli alberghi alla grande categoria del tempo libero e della cultura.
Fatto questo esercizio si è giunti alla conclusione che l’aumento dei prezzi delle attività legate al tempo libero è stato maggiore rispetto all’inflazione in generale.
Considerazione corretta che ad ogni modo deve essere specificata meglio e vediamo perché. Questo grande gruppo denominato tempo libero al suo interno contiene un’enormità di beni e servizi molto differenti fra di loro: troviamo per esempio gli abbonamenti televisivi, i voli aerei, i giochi elettronici, i prodotti per il giardinaggio, i computer, i libri, i biglietti per visitare i musei, … Comprendiamo immediatamente che è ben diverso parlare di un aumento del prezzo del 10% dei libri rispetto all’aumento del prezzo del 10% di un biglietto aereo. Questo per dire che anche nel caso del tempo libero abbiamo dei beni che definiremmo un po’ più di stretta necessità di altri.
In aggiunta, proprio perché i beni sono molto diversi tra di loro, ogni volta che parliamo di aumenti dei prezzi dovremmo capire perché questo è avvenuto. Per esempio, nel caso dei voli aerei il prezzo del biglietto dipende da moltissimi fattori, tra i quali il prezzo del carburante, le tasse ambientali, i costi del personale che a loro volta possono essere aumentati in seguito all’inflazione, e magari anche dall’offerta di viaggi. In questo senso per esempio sappiamo che a seguito della pandemia ci sono stati dei ritardi molto grandi nella produzione di nuovi aeromobili, anche a causa della mancanza di materie prime. Questo significa che l’offerta di voli è rimasta pressoché stabile, mentre la domanda è aumentata. Come capiamo subito, tutti questi elementi concorrono a far aumentare i prezzi.
Ma anche il tasso di cambio fra le valute può avere un impatto: pensiamo ad esempio al caso in cui il franco svizzero aumenti il suo valore e quindi per i turisti diventa più costoso trascorrere le vacanze nel nostro paese.
Insomma, il prezzo dei beni dipende da molteplici fattori e non sempre il tentativo di sintetizzare un indicatore può semplificarci le analisi; anzi, qualche volta potrebbe anche indurci a errori grossolani.

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Disoccupati? Sì, no, forse…

Di nuovo i dati sulla disoccupazione litigano. Pochi giorni fa è stato pubblicato il tasso di disoccupazione calcolato secondo il metodo dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) e ancora di nuovo questo indicatore “fa a pugni” con quello pubblicato mensilmente dalla Segreteria di Stato dell’economia (SECO). E questo non rappresenta un problema per gli analisti economici, quanto per le persone in cerca di impiego.

Lo sappiamo: il dato calcolato dalla SECO conta esclusivamente le persone iscritte presso gli uffici regionali di collocamento e le rapporta al numero di persone attive. In questo caso quindi, non c’è nessuna stima e nessun calcolo matematico che vada oltre alla somma degli iscritti. L’indicatore è “facile” e viene pubblicato ogni mese.

Al contrario, il tasso di disoccupazione calcolato secondo il metodo dell’ILO viene stimato a seguito di sondaggi telefonici; i risultati sono pubblicati ogni tre mesi.

In questo secondo caso il tasso di disoccupazione in Svizzera è stato stimato al 4.3%, in aumento rispetto al trimestre precedente di 0.4 punti percentuali e di 0.6 punti percentuali rispetto al primo trimestre dell’anno scorso. Constatiamo che a livello nazionale c’è un aumento delle persone in cerca di lavoro. I dati calcolati mediamente per lo stesso periodo secondo la Segreteria di Stato dell’economia mostravano invece un tasso di disoccupazione “solo” del 2.4%. Quindi il tasso di disoccupazione ILO risulta più alto di 1.8 volte. A questo punto starete pensando che “sì, c’è proprio una bella differenza tra questi due dati!” Eppure in Ticino la situazione è ancora peggiore.

Il tasso di disoccupazione calcolato dalla Segreteria di Stato per i primi tre mesi dell’anno era circa del 2.9%, ossia conteggiava circa 4’800 persone. Il tasso calcolato secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro invece è di ben il 7.2%, in aumento rispetto al trimestre precedente di 1 punto percentuale e di 0.6 punti percentuali rispetto al primo trimestre dell’anno scorso. Il tasso ILO è quindi 2,5 volte il tasso della SECO. In termini concreti parliamo di più di 12’700 persone alla ricerca di un posto di lavoro; di queste la maggioranza sparisce dal “radar” della SECO.

Ma perché nel caso del Canton Ticino questo dato diverge così tanto? Evidentemente c’è uno scollamento tra le persone che cercano lavoro e quelle che sono iscritte presso gli uffici regionali di collocamento. Vuoi perché non hanno maturato il diritto alle indennità, vuoi perché lo hanno esaurito o ancora perché sono scoraggiati, il fatto è che la disoccupazione in Ticino è un fenomeno più grave rispetto a quanto rilevato dalla Segreteria di Stato.

Conoscere questa differenza nei dati è di fondamentale importanza per poter mettere in atto politiche economiche efficaci e per poter dare risposta a tutte le persone che cercano un lavoro e che non lo trovano pur non essendo iscritte negli “albi ufficiali”.

Ancora una volta il mercato del lavoro in Ticino mostra la sua sofferenza: a noi individuarla e soprattutto cercare soluzioni per lenirla.

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L’Unione Europea pensa mentre la Cina fa

Il viaggio di Xi Jiping in Europa è finito. E ancora una volta è l’Unione Europea a mostrare la sua debolezza. Sì perché il presidente cinese in questa visita ha rafforzato i rapporti commerciali con Francia, Serbia e Ungheria. Questo nonostante le parole molto dure e anche stizzite della presidente uscente della Commissione Europea, Ursula Von der Leyen. In effetti, durante il colloquio aveva dichiarato “abbiamo discusso delle questioni economiche e di commercio; ci sono degli squilibri, che suscitano gravi preoccupazioni e siamo pronti a difendere la nostra economia, se serve”.  Continuava poi muovendo dure critiche alla Cina per quanto riguarda i sussidi di Stato nelle produzioni come le auto elettriche, l’acciaio o i dispositivi medicali che evidentemente, a causa dei prezzi più bassi, guadagnano importantissime quote di mercato in Europa nuocendo alle imprese locali. Questa non è una novità, poiché  sono mesi oramai che l’Unione Europea apre indagini contro la Cina. In aggiunta, la presidente Von der Leyen ha invitato caldamente Pechino a intervenire nel conflitto ucraino facendo pressioni sulla Russia per quanto riguarda la minaccia nucleare e a non fornirle più alcun equipaggiamento militare. Crediamo che questi auspici cadranno nel vuoto, tant’è vero che da parte del presidente cinese non vi è stata nessuna dichiarazione in merito.

Ma non finisce qui. Xi Jiping in questo viaggio è riuscito a rafforzare ulteriormente le sue relazioni con Francia, Serbia e Ungheria.  Se nel caso francese i rapporti sono stati un po’ più complessi, con la Serbia e l’Ungheria si sono rafforzate ulteriormente alleanze già solide. In effetti, il presidente cinese definisce il rapporto con la Serbia un’ “ amicizia d’acciaio” e non a caso sono stati siglati ben 28 atti, tra accordi bilaterali e protocolli di intesa, per aumentare la cooperazione. Nel caso ungherese il presidente cinese si è mostrato ancora più vicino a questa nazione: oltre a parlare di “posizioni e visioni simili”, ha elogiato l’indipendenza del governo del premier Orban rispetto alla politica estera europea. Non per niente di recente il produttore cinese di auto elettriche BYD ha aperto la prima fabbrica europea proprio in Ungheria, paese che già ospita diversi produttori di batterie al litio. Anche in questo caso i due paesi hanno sottoscritto 18 nuovi accordi per aumentare la cooperazione economica e culturale. D’altronde non è una novità che l’Ungheria e il suo premier siano una spina nel fianco per l’Unione Europea.

È evidente che la Cina ha enormi interessi a penetrare ulteriormente il mercato europeo, d’altronde se la risposta europea è esclusivamente quella di cercare di bloccare l’accesso attraverso inchieste che limitino il commercio, Pechino non avrà grosse difficoltà a vincere.

Da sempre sottolineiamo che la competitività di un paese va ricercata nella formazione, nella ricerca e nello sviluppo di prodotti innovativi, di certo non innalzando barriere. Purtroppo, lo diciamo ancora una volta, l’Unione Europea sembra aver dimenticato che per progredire bisogna prima di tutto fare. E all’orizzonte non paiono esserci grandi progetti di un ritorno alla cara vecchia “industria”. Cosa che al contrario non disdegnano i cinesi, anzi ora vengono anche in Europa a produrre.

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L’importante differenza fra ricchezza e benessere

La ricchezza degli svizzeri è aumentata. O almeno è quello che sembrerebbe da una prima lettura dei dati appena pubblicati dalla Banca Nazionale svizzera relativi al 2023. Le attività finanziarie delle economie domestiche valevano ben 3’014 miliardi di franchi, ai quali dobbiamo aggiungere 2’659 miliardi di franchi del valore di mercato degli immobili. Rispetto all’anno scorso l’aumento è stato importante e rispettivamente del 2.3% e del 3.6%. Ma allora, perché non ci sentiamo tutti più benestanti? Perché ci sembra di fare sempre fatica ad arrivare alla fine del mese?
Innanzitutto dobbiamo differenziare il concetto del reddito da quello della ricchezza. Il reddito è ciò che effettivamente guadagniamo, quello che possiamo spendere immediatamente; per semplificare pensiamo allo stipendio o nel caso degli anziani alla rendita AVS. La ricchezza, invece, rappresenta ciò che abbiamo messo da parte e che magari abbiamo investito in attività che non possono essere per forza utilizzate subito. Pensiamo all’acquisto di obbligazioni della Confederazione o magari a una casa.
È per questo che molto probabilmente la maggioranza di noi non si è assolutamente accorta di essere diventata più ricca. In effetti, in alcuni casi si tratta addirittura di un arricchimento teorico. Pensiamo all’incremento del valore della nostra casa. Sulla carta siamo più ricchi perché i prezzi sul mercato sono aumentati, ma nella realtà a meno che non la vendiamo noi non guadagniamo niente. Anzi, paradossalmente potremmo trovarci a dover pagare più imposte sulla sostanza. O ancora, il valore delle prestazioni assicurative e di quelle pensionistiche rappresenta gli accantonamenti fatti per coprire le future richieste di risarcimento da parte degli assicurati, ma non per forza ci sarà un trasferimento uno a uno.
Ma c’è una seconda ragione, forse ancora più importante. Questo dato indica il patrimonio aggregato di tutte le persone residenti in Svizzera, mentre non dice nulla sulla sua distribuzione. Per cui troveremo nello stesso raggruppamento persone che possiedono ville enormi, pacchetti azionari e migliaia di obbligazioni di Stato, e altre che invece non hanno nulla. Per valutare la distribuzione della ricchezza dobbiamo utilizzare l’indice di Gini. Ma anche questo dato non ci dice ancora tutto. Per capire bene il benessere delle persone dovremmo valutare come è distribuita la ricchezza tra le classi più benestanti, ma soprattutto mettere questi dati in relazione al sistema fiscale (tasse di successione, tasse sul patrimonio,…) e ancora di più in relazione al sistema di sicurezza sociale. Se uno Stato offre ai suoi cittadini servizi di ottima qualità gratuiti e sistemi previdenziali sicuri, è davvero così importante risparmiare e accumulare patrimonio?

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Pubblicato da L’Osservatore – 4.05.2024