C’è lavoro ma non ci sono lavoratori. Che fare?

Il mercato del lavoro svizzero sembra scosso da inedite convulsioni. Secondo alcune stime a fine 2022 si registravano ben 120’000 posti di lavoro non occupati (i disoccupati in tutto il Paese, a titolo di paragone, sono circa 100’000). Numeri a prima vista impressionanti, cresciuti sulla scia della ripresa post pandemica.

I datori di lavoro denunciano gravi difficoltà nel reclutamento: è di due giorni fa l’intervento dell’Unione svizzera degli imprenditori (Usi) con la proposta di alcune piste per rimediare alla carenza di professionisti.

La grande richiesta di particolari profili professionali sta spingendo molti lavoratori di altri Paesi, come sempre accade in queste occasioni, a trasferirsi entro nei confini della Confederazione. Un’immigrazione con ritmi spettacolari che ha aggiunto in solo anno, nel 2022, oltre 70’000 nuovi abitanti al nostro Paese.

I media elvetici d’Oltralpe si interrogano sulla sostenibilità di questa distonia. È possibile per un Paese offrire “troppo” lavoro? Ne parliamo con un’esperta in materia, Amalia Mirante, economista e docente SUPSI.

La prima semplice domanda che sorge, alla luce di questi 120’000 posti di lavoro vacanti, è come faccia a funzionare un’economia se mancano così tante “braccia”?

Facciamo una premessa. È abbastanza tipico quando ci sono anche dei cambiamenti tecnologici, che in realtà possono diventare quasi strutturali, che sia necessario un periodo affinché l’incrocio tra domanda e offerta di lavoro si aggiusti. I dati ci parlano in Svizzera di 5,4 milioni di posti di lavoro, quindi questi 120.000 posti vacanti rimangono ancora una fetta contenuta. Bisognerebbe guardare questa situazione avendo a mente un panorama più ampio. Stiamo passando attraverso i cambiamenti dettati dalla cosiddetta “rivoluzione industriale 4.0”, fatta di automatizzazione e digitalizzazione. Adesso, a parer mio, siamo nella coda di questa rivoluzione con l’entrata in scena dell’intelligenza artificiale. Questi grandi cambiamenti stanno modificando la stessa organizzazione del lavoro e gli stessi processi produttivi. Guardare solo le carenze odierne di posti di lavoro significa concentrarsi forse un po’ troppo sul breve termine, su quello che le aziende hanno bisogno in questo momento, ma il passaggio che stiamo vivendo è qualcosa di molto più grande.

All’economia mancano profili sufficientemente qualificati?

In realtà una bella fetta di posti di lavoro vacanti è nel settore del commercio, nella manutenzione degli autoveicoli, nel settore alberghiero e della ristorazione, e una fetta “storica”, nella sanità. Non tutti i posti vacanti sono automaticamente da attribuire a categorie che richiedono grandi competenze, grandi capacità, grandi studi.

Non riqualificare, ma amplificare le competenze

Si parla molto di mismatch (discrepanza tra domanda di lavoratori e competenze della forza lavoro). L’ente statale non dovrebbe impegnare maggiori attenzioni e risorse alla riqualificazione dei lavoratori?

Effettivamente l’intervento pubblico concertato con le imprese dovrebbe abituarsi ad anticipare i tempi, pensare a quello che sarà tra 10-15 anni il mercato del lavoro. Più di tutto vanno valorizzate le competenze che già ci sono. Io non parlo volentieri di riqualifica professionale perché secondo me ci sono già tante competenze settoriali che vanno ampliate, aggiornate, rese magari complementari a quelle che già ci sono. Un esempio. Nei supermercati sono entrate in scena le casse automatiche, va bene. Ma anche la varietà dei prodotti sta crescendo enormemente; nella sezione delle farine vi sono 18 tipi di prodotti diversi con prezzi diversi: più che cassieri oggi necessitiamo di consulenti alla vendita a tutto tondo. Si tratta cioè di adattare le competenze già presenti nei professionisti di oggi a un contesto con sempre maggiore digitalizzazione e automazione, e abbiamo il tempo per farlo.

L’abitudine di procurarsi la forza lavoro dall’estero intanto mostra qualche limite. La concorrenza in Europa non manca, ed importare manodopera comincia a farsi difficile per alcune professioni.

Non siamo un’isola, anche gli altri Paesi iniziano riscontrare i medesimi fenomeni di carenza. Attingere alla migrazione genera anche tensioni. Di certo nel resto del Paese, nella Svizzera tedesca, la pressione generata è molto minore rispetto alla Svizzera italiana. Per esempio, in alcuni luoghi, il differenziale salariale è addirittura a favore dei frontalieri rispetto ai residenti.

Il ricorso alla manodopera estera rimane però un po’ nel DNA svizzero. Potremmo provare almeno a dare maggiore importanza e investire di più nell’ammodernamento e nel potenziamento della formazione professionale. Soprattutto in Ticino questo è un settore nel quale purtroppo negli ultimi anni non si è riusciti a investire abbastanza. Occorrerebbe far fronte alla richiesta che arriva dal mondo professionale di figure specializzate in ambito industriale. Bisogna valorizzare di più la Formazione professionale.

I desideri degli imprenditori e quelli dei lavoratori

Secondo gli imprenditori svizzeri bisognerebbe lavorare più ore, più a lungo, tutti.

Da una parte si denuncia la mancanza di personale qualificato in alcuni settori. In contemporanea si chiede che questo personale altamente qualificato vada a lavorare, se mi è permesso, secondo le condizioni di cinquant’anni fa. Si pensi all’idea della pensione a 70 anni. Giusto invece consentire alle persone di poter lavorare anche dopo l’età “legale” del pensionamento: questa tendenza deve essere aiutata e non penalizzata. Però da qui a farne un obbligo ce ne passa.

Le richieste degli imprenditori si scontrano con quello che appare essere il desiderio proprio della parte più qualificata e, dunque, più ricercata della forza lavoro: lavorare, se possibile, a tempo parziale. Intuitivamente la concorrenza ad accaparrarsi i lavoratori dovrebbe spingere verso un miglioramento delle condizioni che si offrono.

Questo lo hanno capito le grandi aziende, le quali hanno già cominciato a offrire tutta una serie di benefit. Stanno cominciando a cambiare le condizioni quadro dei loro posti di lavoro perché si sono rese conto che effettivamente le persone più qualificate, più competenti, che possono portare un beneficio alle aziende oggi non chiedono a volte il salario più alto, che in quelle posizioni lavorative non è tanto ciò che fa la differenza tra un’azienda e un’altra. Ciò che chiedono è per esempio la possibilità di avere dei congedi parentali, come offrono già alcune grandi banche o le grandi catene di distribuzione. Le stesse grandi imprese stanno introducendo anche per i padri la possibilità di lavorare a tempo parziale, anche in posizioni quadro. Oppure pagano l’abbonamento in palestra, o corsi formativi anche fuori dall’ambito professionale, eccetera… Questa non è una novità, poiché sovente nella storia sono stati addirittura gli imprenditori e gli industriali a migliorare le condizioni del lavoro. Certo per i piccoli e medi imprenditori il discorso è un po’ differente, però anche lì si fanno tentativi. Offrendo modelli come il lavoro a distanza e la settimana corta di quattro giorni.

Riguardo al settore delle piccole-medie imprese si parla un po’, tra gli analisti d’Oltralpe, della persistenza di aziende cosiddette “zombie”, ovvero che sopravvivono un po’ sull’onda lunga degli aiuti dati negli ultimi anni dallo Stato, e che gonfiano così il mercato del lavoro.

Per le piccole e medie imprese credo che il colpo relativo alla crisi Covid sia stato duro e pesante. Adesso le stesse aziende devono confrontarsi con un insieme di costi cresciuti in maniera importante. Sicuramente ci sono state realtà tenute “in piedi” in maniera un po’ artificiale, ma non si poteva fare altrimenti. Oggi vediamo che il numero di aziende che dichiarano fallimento sta lentamente aumentando, quindi c’è indubbiamente uno strascico in questo senso .

Intervista da Il Federalista

PMI: Sorpresa amara nell’uovo di Pasqua

Le piccole e medie imprese (PMI) hanno trovato una sorpresa spiacevole nell’uovo di Pasqua: il Consiglio Federale alza i tassi di interesse sui crediti COVID-19, a un livello compreso tra l’1.5% e il 2%. Le condizioni economiche sono mutate in questo periodo ma ciò non giustifica pienamente questa scelta, che potrebbe causare problemi aggiuntivi alle PMI, in particolare nel Cantone Ticino.

Il governo federale giustifica la scelta essenzialmente in tre modi. Primo: mantenere bassi i tassi di interesse causerebbe una distorsione del mercato, favorendo le aziende che si sono indebitate nel 2020 rispetto a quelle attuali. È un’argomentazione debole: i crediti COVID-19 sono stati erogati in un momento emergenziale globale per fornire liquidità alle aziende durante il lockdown. Ciò rende inappropriati i confronti con la situazione attuale. Sarebbe come dire che chi ha bloccato un’ipoteca ad un tasso fisso basso oggi debba pagare di più.
La seconda giustificazione è più stravagante e anche un po’ paternalista. A detta del Consiglio Federale mantenere bassi tassi di interesse incentiverebbe le aziende a prolungare il proprio indebitamento. Anche in questo caso forse il Consiglio Federale dimentica che proprio per evitare problemi aggiuntivi legati alla restituzione del credito, allora erano stati decisi tempi piuttosto comodi.

Infine, il Consiglio Federale cita la necessità di coprire i costi di gestione delle banche. Questa motivazione appare alquanto inopportuna, almeno a livello di tempistiche, alla luce del recente mega intervento a favore di UBS nella vicenda del Credit Suisse.

Siamo consapevoli che l’inflazione ha determinato l’aumento dei tassi di interesse, ma perché il Consiglio Federale non ha posticipato di un anno questa decisione, soprattutto considerando gli incrementi dei costi che le aziende devono affrontare, come quelli energetici, degli affitti e dei tassi di interesse sui crediti ipotecari?

La situazione è ancora più difficile per le aziende nel Cantone Ticino. Nel 2020 sono stati attivati oltre 12.500 crediti Covid-19 (9.1% del totale nazionale) per un totale di 1,4 miliardi di franchi (8.1% del totale). E questo non perché in Ticino siamo meno bravi a fare azienda ma perché le condizioni strutturali e concorrenziali sono diverse rispetto al resto della Svizzera. E a suo tempo lo era stata anche l’incidenza del Covid.

In tutto questo cosa fa la politica? Tace, almeno per ora. Nessuno che ha sollevato quesiti, critiche o anche solo perplessità per questa decisione. Ciò fa sorgere il dubbio, giustificato, che delle piccole e medie imprese molti politici si preoccupino solo in periodo di campagna elettorale. Purtroppo, i problemi e le sfide che le PMI devono affrontare non vanno in pausa per quattro anni, attendendo che la politica torni a occuparsi di loro.

La versione audio: PMI: Sorpresa amara nell’uovo di Pasqua

L’indebitamento record delle famiglie: «Confermate le difficoltà finanziare dei ticinesi»

LUGANO – Ticinesi sempre più indebitati. Tra il 2019 e il 2022 è infatti esploso il numero di prestiti al consumo, a segnare una crescita che è la più alta in tutta la Svizzera: +400% (fonte MultiCredit). Dato che si inserisce in un quadro nazionale di corsa al prestito: +19% durante lo scorso anno, rispetto al 2019.Dunque sempre più famiglie e persone in Ticino chiedono di ritardare o dilazionare i pagamenti, che sia per un elettrodomestico nuovo piuttosto che per l’auto, per una vacanza o per l’istruzione dei figli. E nel periodo preso in esame 2019-2022, a livello nazionale è il 2020 ad aver fatto registrare il picco della necessità di fare debito (+31% di prestiti rispetto al 2019) mentre a livello cantonale è il 2022 l’anno nel quale il valore dell’importo medio per prestito ha raggiunto il suo massimo 31’457 Chf (+14% rispetto all’anno precedente).
Ci chiediamo se la crescita record dei prestiti al consumo possa essere motivato solo dalla crisi pandemica passata. E lo facciamo con Amalia Mirante, economista e docente universitaria.

«Una relazione con la pandemia può esserci – spiega neo eletta al Gran Consiglio – In effetti, non dimentichiamo che molte persone, seppur supportate dalle misure messe in atto dalla Confederazione, come le indennità per orario ridotto o i prestiti Covid, hanno visto il loro reddito ridursi. Questo è accaduto alle persone dipendenti, ai lavoratori indipendenti, ma anche agli imprenditori. In questo senso potrebbe esserci un legame con l’aumento del prestito al consumo, ma probabilmente le ragioni di fondo sono da ricercare altrove».

Dove?

«Il Cantone Ticino mostra da sempre tassi di povertà, difficoltà finanziarie, ritardi nei pagamenti, numero di esecuzioni e fallimenti, dati relativi alla deprivazione materiale, indicatore che mostra difficoltà finanziarie nel possedere beni di consumo durevoli, maggiori rispetto agli altri Cantoni. Certamente possiamo cercare dati socio-demografici come la formazione, l’età, la nazionalità, che ci spiegano questa situazione, ma la causa primaria è sempre da ricercare, purtroppo, nei bassi salari che sono versati in Ticino rispetto al resto della Confederazione».
Se a sud del Gottardo sempre più spesso si dilazionano o ritardano i pagamenti, va specificato che il credito medio richiesto dalle famiglie ticinesi nel triennio 2019-2022 (28’183 franchi) è di valore inferiore (-28%) rispetto alla cifra media richiesta all’interno della Confederazione (39.025 Chf), che ha nei cantoni di Zugo (68.632 franchi), Ginevra (56,572 Chf) e Basilea Città (55,115 Chf) gli importi più onerosi. Questo dato è spiegabile solo con un differente costo della vita o c’è dell’altro?

«In realtà il costo della vita non è così alto da giustificare differenze così rilevanti. Quello che possiamo supporre è che ci sia una differenza sostanziale nel tipo di beni e servizi per i quali si accede al prestito al consumo. Potremmo supporre che in Ticino il prestito sia utilizzato per beni che potremmo definire di uso più comune rispetto ad altri Cantoni o comunque di minor costo. In aggiunta, non dimentichiamo che l’importo del credito dipende dalle possibilità finanziarie, che come detto poc’anzi, sono inferiori in Ticino».

Va però sottolineato che la cifra media richiesta a credito, nel nostro Cantone dal 2019 è andata sempre aumentando negli anni e ha raggiunto il suo picco nel 2021 (31’457Chf, +14% sull’anno precedente) dopo gli step intermedi del 2019 (24’559 Chf; +8%) e 2020 (27’543 Chf; +12%). Come spiegarsi questa continua crescita?

«La ragione che ritengo possa giustificare la crescita degli importi, a mio modo di vedere, è da ricercare sempre nei salari più bassi. L’aumento del costo della vita in Ticino è sempre più importante. E a fronte di questi aumenti, gli stipendi stagnano. Questo implica che si diventa sempre più poveri. Pensiamo a quanto incidono per esempio gli aumenti dei premi cassa malati o in questo momento gli aumenti degli affitti e delle spese legate all’energia».

Intervista tratta da Tio del 13.04.2023

Fonte: Tio

L’inflazione rallenta

L’inflazione sta decisamente rallentando la sua corsa. I dati dei principali paesi europei confermano che il calo è dovuto principalmente alla riduzione dei prezzi energetici. E questa è sicuramente una buona notizia. In effetti abbiamo visto i prezzi al consumo in marzo confermarsi in Spagna al 3.3% (dal 6% del mese precedente), in Italia al 7.7% (da 9.2% precedente), in Francia al 5.6% (dal 6.3%), in Germania al 7.4% (dall’8.7%) e in generale nella zona Euro al 6.9% (dall’8.5%). Anche la Svizzera non ha fatto eccezione. Così qualche giorno fa l’ufficio federale di statistica ha comunicato che l’aumento annuale nel mese di marzo è stato del 2.9%, mentre su base mensile i prezzi sono cresciuti solo dello 0.2%. La riduzione anche in questo caso è causata principalmente dai prezzi dei prodotti petroliferi e di quelli energetici in generale

Ancora non possiamo gioire della fine dell’inflazione, anche se in alcuni casi, come in Italia, l’inflazione è scesa al suo livello più basso dal maggio dell’anno scorso. Quello che si nota è che se si registra una riduzione per i prezzi dei prodotti energetici, lo stesso non può dirsi per i prezzi legati ai beni di consumo di tutti i giorni. Per esempio in Italia il prezzo del carrello della spesa aumenta ancora in marzo del 12.7%; questo dato è superiore di ben cinque punti percentuale rispetto al tasso di inflazione.

Ma questa riduzione dei prezzi è davvero imputabile alle scelte delle banche centrali di aumentare i tassi di interesse? Sappiamo che la politica monetaria ha dei ritardi temporali nella spesa e nella produzione. Questo significa che i consumatori e i produttori modificheranno il loro comportamento con un certo ritardo rispetto alla decisione di aumentare i tassi di interesse. Ancora più in ritardo saranno gli effetti finali su produzione e occupazione. I ritardi teorici possono andare dai 6 mesi ai 24 mesi. Insomma, non abbiamo certezza che siano state le politiche monetarie a frenare la domanda di consumatori e imprese e quindi a contenere l’aumento dei prezzi. Al momento pare che siano state piuttosto le condizioni meteorologiche favorevoli a impattare sulla domanda di prodotti energetici, quindi sui loro prezzi e di riflesso sull’abbassamento dell’inflazione.
D’altra parte sembrerebbe che anche le possibili conseguenze negative sulla crescita economica di un aumento dei tassi di interesse per il momento siano contenute.
Quindi, finora le banche centrali sembrano aver fatto scelte positive. Speriamo vadano avanti in questa direzione.

La versione audio: L’inflazione rallenta

UBS-CS: Non c’era più tempo ma è stato un duro colpo

Un altro duro colpo è stato inflitto alla reputazione della Svizzera. La fine di Credit Suisse è una batosta per tutti. E ai nostri occhi tornano le immagini degli aerei di Swissair rimasti a terra senza carburante o quelle del 2008 quando lo Stato salvò UBS.
Inutile fare gli sciacalli su questa decisione sofferta quanto obbligata. Inutile puntare il dito e sollevare questioni che nulla hanno a che fare con il sistema finanziario e monetario nazionale e internazionale e con la sua regolamentazione. Non ora, non in questo momento. Adesso quello che dobbiamo augurarci tutti è che l’acquisizione da parte di UBS avvenga causando il minor danno possibile. Ci auguriamo che non sarà necessario ricorrere alla garanzia dello Stato. Come ci auguriamo che a pagare ancora il prezzo di un sistema finanziario che sfugge oramai a qualunque controllo non siano i collaboratori e le collaboratrici di entrambe le banche.
Poteva fare qualcosa di diverso il Consiglio Federale? Certo, avrebbe potuto in passato esercitare pressioni per spingere allo scorporo della parte di Credit Suisse svizzera rispetto alle attività di investimento disastrose a livello internazionale. Sono anni che anche noi evidenziamo gli errori e gli scandali: Wirecard, Archegos Capital Management, Greensill Capital, multe in tantissime nazioni per storie di corruzione e investimenti in aziende che violano i diritti umani, pessime scelte strategiche e operative. Ma non viviamo in regimi totalitari, per fortuna, che possono intervenire sulla proprietà privata. Certo, la politica avrebbe potuto pensare a regolamentazioni più severe per le responsabilità dirigenziali. O ancora avrebbe potuto chiedere maggiori controlli alla FINMA. Ma con i se e con i ma, non si sarebbe data risposta alla crisi di Credit Suisse.
Le strade possibili sul tavolo del Consiglio Federale erano tre: far fallire Credit Suisse, pensare di acquistarla o sostenere caldamente l’acquisizione di UBS.
La prima ipotesi avrebbe causato un durissimo colpo all’economia nazionale e alla stabilità del nostro sistema finanziario: altre banche avrebbero rischiato il fallimento travolgendo aziende e famiglie. La crisi avrebbe toccato tutti noi. E non solo. Altre nazioni, data l’internazionalità di Credit Suisse, avrebbero pagato lo stesso prezzo. Questo ce lo ha insegnato il fallimento di Lehman Brothers.
L’acquisto da parte della Confederazione e quindi la nazionalizzazione avrebbe portato il Consiglio Federale a occuparsi di compiti che non gli competono.
Infine, l’unica via praticabile: sostenere e magari anche forzare l’acquisizione da parte di UBS. Il Consiglio Federale avrebbe potuto invitare all’acquisizione anche altre banche oltre UBS? Forse, ma ci sarebbe voluto tempo, e di tempo, il Credit Suisse, non ne aveva più.

Tratto dal Corriere del Ticino 21.03.2023

La versione audio: UBS-CS: Non c’era più tempo ma è stato un duro colpo

Che tempo farà quest’anno? Ecco le previsioni economiche

Puntuali come il fiorire della magnolia, arrivano le previsioni della Segreteria di Stato dell’economia (SECO). L’entusiasmo di qualche mese fa sembra purtroppo essersi attenuato. Nonostante la crisi COVID non sia ricominciata e nonostante in Europa non si sia verificata la carenza di energia tanto prospettata e temuta, le cose non sembrano andare troppo bene e non sembra che andranno troppo bene nemmeno da qui alla fine dell’anno.
Il prodotto interno lordo (PIL) crescerà solo dell’1,1%. Certo, siamo contenti di non essere in una situazione negativa come quella prevista per il Regno Unito che vede addirittura una crescita negativa del -0,3%, ma sicuramente avremmo preferito un tasso di crescita più alto. Ricordiamo che il prodotto interno lordo deve crescere tecnicamente per poter compensare l’aumento della popolazione e l’aumento del progresso tecnologico. Questo significa che affinché tutte le persone siano occupate come nel periodo precedente, il PIL deve garantire lavoro per tutti.

Entrando nel dettaglio vediamo che ancora una volta saranno i consumi privati a garantire una certa stabilità: il tasso di crescita sarà dell’1,5%. Ricordiamo che i consumi delle famiglie rappresentano la fetta più importante (almeno la metà) dell’intera produzione nazionale.

La spesa pubblica, al contrario, proseguirà la sua riduzione già cominciata l’anno scorso. Nel 2023 dovrebbe scendere del -0,6% e addirittura del -1,8% nel 2024.

Il settore degli investimenti denota due andamenti contrapposti: da una parte gli investimenti in costruzione che vanno avanti a confermare il loro periodo negativo (-1.3%), dall’altra gli investimenti in beni di equipaggiamento che mostrano una crescita positiva dell’1,7%. Sicuramente non siamo felici che il settore delle costruzioni continui la sua discesa, ma sarebbe ancora più grave se a scendere fossero gli investimenti in macchinari: questo significherebbe che gli imprenditori sono pessimisti e che quindi l’intera economia potrebbe entrare in una fase recessiva.

Nonostante le difficoltà estere, le esportazioni e le importazioni sia di beni che di servizi sembrano mantenere tassi positivi.

Tutto questo si concretizzerà con una creazione positiva di posti di lavoro in equivalenti a tempo pieno, tale da garantire un tasso di disoccupazione che dovrebbe attestarsi al 2%. Sul fronte dei prezzi, invece, il 2023 dovrebbe chiudersi con un tasso di inflazione del 2,4%, in riduzione rispetto al 2,8% del 2022.

Riassumendo quindi da questo 2023 possiamo attenderci, nella migliore delle ipotesi, una certa stabilità. E vista l’aria che tira in altre nazioni, meglio non lamentarci.

8 marzo: perché?

È appena passato l’8 marzo, giornata internazionale della donna. Ancora oggi si discute molto se questa giornata debba essere celebrata oppure se proprio in nome della parità dovrebbe essere abolita. Personalmente ritengo sia molto importante dedicare alla parità di genere una giornata che consenta concretamente di attirare l’attenzione su quello che ancora oggi c’è da fare.

Sappiamo che anche se sono stati fatti tanti passi in avanti, ancora la parità non può dirsi pienamente raggiunta. Certo, le donne sono formate, qualificate e competenti al pari degli uomini. Eppure ancora faticano a ottenere lo stesso riconoscimento dei loro colleghi. Quando guardiamo i salari, ma anche quando guardiamo alle posizioni professionali ricoperte dobbiamo scontrarci con una differenza importante che spesso non è giustificabile.

Naturalmente ben vengano tutte le misure possibili da attuare per superare questa ingiustizia. Tra queste rientrano le misure legali, i controlli, gli incentivi, le nuove misure per la conciliabilità tra lavoro e famiglia. Proprio in quest’ultimo caso ricordiamoci quanto questa misura non sia solo a sostegno della parità, ma quanto vada a sostegno della società tutta: i genitori che possono occuparsi dei figli sono sicuramente un arricchimento educativo.

Tra le misure che si studiano oggi a livello economico rientrano anche i correttivi ai bias in cui cadiamo in maniera inconsapevole, sia uomini che donne. Tra questi per esempio c’è la tendenza ad attribuire a un genere delle specifiche caratteristiche e quindi a privilegiarlo per determinati ruoli. Concretamente quello che succede è che se noi cerchiamo una persona che ricopra un ruolo dirigenziale, tenderemo ad associare agli uomini tratti caratteriali come la capacità di decidere, la fermezza, la sicurezza. Tutte doti queste associate a ruolo di leader. Alle donne invece attribuiremo caratteristiche come l’accoglienza, la sensibilità, la comprensione. Doti queste che non per forza risultano vincenti nella leadership.

A sostegno di questi studi citiamo sempre il caso delle orchestre: la percentuale di donne che riusciva ad accedere al palco era notevolmente inferiore a quella che si presentava alle audizioni. Dal momento che si è deciso di far svolgere le audizioni in maniera anonima e nascosti dal sipario, la quantità di donne scelte è aumentata notevolmente.

Questo per dire cosa? Che tutti noi possiamo essere vittime di stereotipi inconsci. Ciò che è importante oggi è riconoscere di poter cadere in tranelli e soprattutto attuare soluzioni affinché ciò non accada più.

La versione audio: 8 marzo: perché?

Svizzera: le cose sono andate bene, ma non benissimo…

L’economia svizzera non ha chiuso troppo bene il 2022. Qualche giorno fa la Segreteria di Stato dell’Economia (SECO) ha pubblicato i dati relativi all’andamento del prodotto interno lordo (PIL) svizzero nel quarto trimestre del 2022, ossia del periodo che va da ottobre a dicembre. Il PIL, che ricordiamo è il valore dei beni e dei servizi prodotti all’interno della Svizzera, non è né cresciuto né si è ridotto. Certo non sono buonissime notizie, ma almeno non abbiamo visto un calo.
In effetti, la situazione internazionale avrebbe potuto giocare un ruolo ancora più importante per il nostro paese che grazie al commercio con l’estero garantisce il 12% circa del nostro prodotto interno lordo (altrimenti detto del nostro benessere economico). La conseguenza è chiara: se le cose vanno male nel resto del mondo, i cittadini e le aziende non compreranno i nostri prodotti e quindi ne risentiranno anche le nostre industrie. I dati sono chiari: le esportazioni di beni si sono ridotte dell’1.7%, mentre quelle di servizi sono leggermente aumentate. Ma i dati ci dicono altro. Essendo noi un paese che non ha grandi materie prime per produrre i beni finali, dobbiamo importare queste e i semilavorati dall’estero. Anche in questo caso c’è stata una riduzione dell’1.5% rispetto al trimestre precedente.

Ma non finisce qui. I dati ci dicono anche che il settore dell’industria, quello delle costruzioni, ma anche quello dei servizi legati alla finanza e delle assicurazioni mostrano una certa riduzione. Tengono ma senza risultati eccezionali il settore del commercio, quello dei servizi alle imprese e l’amministrazione pubblica. Notiamo che il settore relativo al turismo e in particolare all’alloggio e alla ristorazione è quello che va meglio con un aumento dell’1.5% rispetto al trimestre precedente. Aumento che tuttavia non ci porta ancora al livello pre Covid-19.

Ma allora com’è possibile che se le esportazioni sono andate male, il prodotto interno lordo svizzero è rimasto stabile? Ad alimentare questo risultato ci pensano le famiglie, l’amministrazione pubblica e le aziende. Il consumo delle famiglie e quello della Stato mostrano una leggera crescita dello 0.3%. Un buon risultato si segnala negli investimenti in beni di equipaggiamento, +1.7%. La crescita dei beni di equipaggiamento è un buon risultato, perché significa che i nostri imprenditori investono in macchinari. Meno bene sono andati gli investimenti in costruzione che per ancora un altro trimestre mostrano una riduzione.

E che succederà in futuro? Attendiamo le previsioni degli esperti, ma per quanto ci riguarda almeno nel Canton Ticino la situazione non sembra così florida: commerci, industria, ma anche servizi finanziari sembrano pessimisti. Speriamo di sbagliarci.

La versione audio: Svizzera: le cose sono andate bene, ma non benissimo…

Frontalieri: perché il problema è peggio di quanto pensate

Tra ottobre e dicembre 2022 c’erano quasi 78’000 frontalieri in Ticino: una crescita di oltre 3’000 unità rispetto a un anno fa. La differenza con la situazione di dieci anni fa è impressionante: nel 2012 c’erano 21’000 frontalieri in meno!
In un cantone che si spopola e invecchia un posto di lavoro su tre, il 33%, va a persone che non vivono qui.
Ma le cifre ci dicono altro: e sono fatti ancora più preoccupanti.
Dieci anni fa il 43% dei frontalieri lavorava nel settore secondario (l’industria e l’edilizia, per intenderci). Ora questa fetta è scesa al 32%. Visto che ancora oggi quasi un quarto del nostro PIL, oltre 7 miliardi di franchi, continua a dipendere da questo settore, evidentemente questa diminuzione non può essere spiegata con il fatto che oggi siamo più Silicon Valley che Valle della Ruhr.
Se la quota di frontalieri scende nell’industria e nell’edilizia, è perché aumenta nel settore terziario, quello dei servizi. Infatti qui si passa dal 56% al 67%.
I cambiamenti maggiori riguardano le professioni legate alla attività legali e contabili, quelle degli studi di ingegneria e architettura, le attività di consulenza alle aziende, le attività di design specializzate, ecc. In queste professioni qualificate c’è stato un aumento dei frontalieri di due volte e mezzo, da 3’600 persone alle oltre 9’300.
Se non fosse una cosa grave per chi vive qui, ci verrebbe da sorridere guardando all’incremento dei frontalieri nelle attività di ricerca, selezione e fornitura di personale per le aziende (sic!), passati in 10 anni da 2’700 persone a 4’100.
Le conclusioni? Sono principalmente tre.
La prima: è falso che i frontalieri facciano “i lavori che i ticinesi non vogliono fare”. I ticinesi quei lavori li farebbero eccome. Semplicemente, non POSSONO, perché le paghe sono lombarde e non svizzere. Sono, cioè, stipendi per assumere frontalieri e non residenti.
Secondo: la formazione di per sé non è sufficiente per permettere ai lavoratori residenti di “vincere” la competizione con i frontalieri. I frontalieri non sono meno qualificati. Sono però meno costosi. Addirittura in parecchi casi i frontalieri selezionano frontalieri anche in ambiti pubblici, di ricerca o formativi. I nostri giovani qualificati e iper-qualificati emigrano a nord mentre i frontalieri, con qualifiche analoghe, arrivano da noi. La formazione è importante, ma, confrontata con la pressione al ribasso sui salari, non è sufficiente.
Infine, mentre destra e sinistra litigavano e fingevano di occuparsi del problema, in maniera poco sorprendente il problema si è aggravato. La politica sta deludendo attese e speranze dei lavoratori residenti.

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Le previsioni per il Ticino

Quali sono le prospettive per il nuovo anno dell’economia del Canton Ticino? Andiamo a dare un’occhiata ai diversi settori.

Il settore industriale dopo aver concluso un 2022 meglio del previsto adesso sembra un po’ più pessimista: gli imprenditori giudicano il volume degli ordini come insufficiente e la situazione è peggiorata soprattutto tra le aziende che si rivolgono al mercato estero. Anche le prospettive per i prossimi mesi non sono troppo favorevoli.

Il settore delle costruzioni mostra un andamento differenziato rispetto alle sue specializzazioni. Nel caso dell’edilizia principale si nota un certo peggioramento mentre sembrerebbe andar meglio l’edilizia accessoria (come le attività legate ai lavori di installazione) e quella del genio civile. In effetti, anche in questo caso le previsioni per i prossimi tre mesi sono piuttosto rosee per questi due settori, mentre sono più negative per il settore delle costruzioni.

E passiamo al settore del commercio al dettaglio. In questo caso i commercianti si sono dichiarati abbastanza soddisfatti dell’andamento degli affari degli ultimi tre mesi e sono diminuiti gli insoddisfatti. In questo caso sia i piccoli che medi commercianti hanno visto un miglioramento. Per quanto riguarda le prospettive dei prossimi mesi c’è un po’ più di pessimismo, soprattutto per i piccoli commercianti che dichiarano previsioni più negative.

E chiudiamo la nostra carrellata con uno sguardo al settore bancario. Anche in questo caso negli ultimi tre mesi si registra un miglioramento nella valutazione della situazione degli affari, sia per quanto riguarda la clientela nazionale che per quanto concerne la clientela estera. Anche le prospettive dei prossimi mesi sono piuttosto positive, nonostante si segnala la possibilità di ridimensionamenti sul fronte occupazionale.

Insomma, guardando ai principali settori economici del Cantone Ticino le prospettive non appaiono troppo negative, anzi potremmo parlare di una certa stabilità. Naturalmente tutto dipenderà dall’evoluzione dell’economia europea e mondiale, essendo noi come tutti strettamente interdipendenti. Anche in questo caso, però le previsioni appaiono incoraggianti, con un’inflazione che sembra essere sempre più sulla via del rientro. Naturalmente ci vorrà ancora un po’ di tempo, ma se saremo in grado di bilanciare gli effetti negativi delle politiche monetarie, potremmo sperare in un nuovo periodo di crescita e benessere.

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