La profezia di Keynes: solo un sogno infranto?

Oggi è il Primo Maggio. Oggi è la festa del lavoro. Mai come durante una crisi economica come quella che stiamo vivendo il tema del lavoro deve essere l’oggetto di ogni attenzione politica. Sì, perché quando l’incertezza di portare a tavola il pranzo per la famiglia diventa la realtà di molti bisogna agire. Non c’è nessuna altra priorità. Ringrazio L’Osservatore per l’editoriale del 1 maggio che mi ha consentito di trattare il tema della precarietà moderna e della tecnologia che deve tornare al servizio degli uomini e delle donne e non il contrario.


Il lavoro è una parte essenziale della vita degli uomini e delle donne. Attraverso il salario consente di vivere dignitosamente soddisfacendo i propri bisogni. Ma c’è di più: contribuisce alla realizzazione degli individui. Mai come oggi però il mondo del lavoro appare in sofferenza. O forse ci sembra così perché non abbiamo vissuto le epoche precedenti. A volte il lavoro manca. Alcuni lavori sono durissimi fisicamente. Altri sono estremamente ripetitivi. Ma a tutto questo si aggiungono altre difficoltà.
L’economista John Maynard Keynes nel 1930 prevedeva una forte riduzione del tempo di lavoro grazie allo sviluppo tecnologico. Stimava che nel 2030 sarebbero bastate 15 ore di lavoro settimanali. Keynes preconizzava l’idea di un progresso tecnologico al servizio dell’essere umano. Personalmente, credo che possa essere ancora così. Questo nonostante alcuni segnali sconfortanti. Pensiamo alla Gig economy e alle professioni legate alla digitalizzazione. La messa in rete consente l’analisi immediata tra domanda e offerta. Di per sé non c’è nulla di male in una tecnologia che riduca i costi di transazione, gli attriti del mercato, che trovi più facilmente clienti e che ottimizzi il tempo. Anzi. Peccato che una parte delle imprese trasformi i vantaggi dei collaboratori in extra-profitti fatti sulle loro spalle. Così le condizioni dell’essere “imprenditori di se stessi” nascondono coperture assicurative e previdenziali inesistenti, rischio aziendale e costi fissi sulle proprie spalle, assenza di retribuzione quando manca il lavoro. Insomma, da dipendenti precari in imprenditori precari. Non proprio una grande evoluzione.
E che dire della tecnologia che diventa la nostra controllora? Sistemi informatici stabiliscono quanto produrre in quanto tempo, programmano i nostri tempi e ritmi di lavoro e controllano quanto rendiamo. Magari ora il mio computer sta contando quante lettere scrivo al minimo o il vostro telefonino quanto tempo impiegate a leggere l’articolo.
Certo la colpa non è degli algoritmi che ottimizzano. Trovare i fattorini in maniera efficiente grazie a parametri oggettivi come la distanza, il percorso da compiere o la velocità media è solo vantaggioso. Il problema non sta nella riduzione degli errori e nell’efficienza. Il problema sta negli individui che utilizzano gli algoritmi per rendere i collaboratori schiavi del tempo. Il problema è che noi consumatori premiamo con i nostri acquisiti queste aziende.
Ma la profezia di Keynes non è per forza è svanita. Nulla ci vieta di costruire una società nuova. Una società dove la tecnologia consenta agli individui di investire anche in altre attività. Una società dove il tempo diventa al servizio degli uomini e delle donne e non il contrario.
Tratto da L’Osservatore, 1 maggio 2021

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L’accordo e i suoi nodi

Il tema dell’accordo quadro è di estrema attualità. Gli strascichi dell’ultimo incontro tra la presidente della commissione europea e il presidente della Confederazione si faranno sentire per qualche mese. Riprendo un articolo pubblicato dal Corriere del Ticino, che ringrazio, il 28.04.2021.


L’accordo quadro è morto? E se non lo fosse, perché prolungarne la lenta, interminabile agonia?
Dopo l’ennesimo incontro tra le parti i quesiti aperti sono molti. Alla base della proposta di accordo c’era la volontà di avvicinare le regole istituzionali europee e quelle svizzere. Ma le cose sono andate male da subito. Il primo grande dissidio ha riguardato la cosiddetta ripresa automatica del diritto europeo. Nonostante le rassicurazioni (centralità del parlamento, possibilità di referendum, ecc.) la perdita di autonomia e di sovranità per il nostro paese sarebbe stata significativa. Nel nostro DNA di nazione è iscritta l’idea e la pratica della democrazia semi diretta: i cittadini svizzeri non sono disposti a rinunciarci.
E c’è il resto. Pensiamo al lavoro. Secondo la UE la Svizzera dovrebbe rinunciare a tutte le misure di accompagnamento e protezione del mercato del lavoro interno se sono discriminatorie nei confronti dei lavoratori comunitari. E a decidere se sono discriminatorie sono naturalmente gli stessi europei.
Un secondo, e altrettanto aspro, terreno di scontro riguarda la proibizione degli aiuti di Stato alle aziende, se questi distorcono la concorrenza. Concretamente questa misura implicherebbe, per esempio, dover rinunciare alle banche cantonali. In questo caso l’Unione Europea ha asserito di voler prendere in considerazione questa nostra “tradizione”, tramite cavilli e postille varie. Non proprio rassicurante.
Infine, vi è la questione della cittadinanza europea con il previsto ampliamento del diritto alle prestazioni sociali per i cittadini europei. In questo come nei casi precedenti, l’Unione Europea ha lasciato intendere che la questione potrebbe essere risolta aumentando l’importo del famoso miliardo di coesione pagato dalla Svizzera all’Europa, salito nel frattempo a 1.3 miliardi. A voi ogni giudizio.
Ma se su tutti questi punti non c’è una visione condivisa, per quale ragione dovremmo proseguire su questa strada? Certo, nessuno se ne può andare sbattendo la porta. Sappiamo che la UE è importante, ma anche noi abbiamo qualche freccia al nostro arco. L’Unione Europea è il nostro principale partner commerciale, vero. Ma non dimentichiamo che la Svizzera compera più di quello che vende. Nel 2018 i nostri “acquisti” in Europa permettevano di mantenere circa 500-700 mila posti di lavoro. Possiamo sommare a questo, l’effetto degli oltre 300 mila lavoratori frontalieri. Insomma per l’Unione Europea avere buoni rapporti con la Svizzera è importante, quanto per noi averne con lei. Ricordiamocene: e quando ci siederemo al tavolo la prossima volta lasciamo fuori dalla porta una certa ingiustificata sudditanza psicologica e politica che sta risultando, in ultima analisi, dannosa per i nostri interessi nazionali.

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Fonte European Commission

La crisi è finita? Non lo sappiamo ancora, ma almeno le esportazioni crescono

Le esportazioni svizzere crescono e tornano ai livelli precedenti allo scoppio della pandemia. Tiriamo tutti un bel sospiro di sollievo. Però guardare a questo indicatore non basta. Proprio per la nostra struttura economica e per le nostre risorse limitate, dobbiamo sempre tenere d’occhio anche le importazioni. E per fortuna anche le importazioni trimestrali sono aumentate (anche se non ancora ai livelli pre-crisi).
Spulciando un po’i dati trimestrali appena pubblicati vediamo che i settori trainanti si confermano quelli dei prodotti chimici e farmaceutici, dei macchinari e dell’elettronica, dei metalli e dell’orologeria. In termini di Paesi, la crescita è stata particolarmente rimarcata verso l’America del Nord. Segnaliamo comunque anche il buon risultato verso l’Europa (in particolare Francia e Spagna) e verso l’Asia che diventa sempre più un partner interessante.
Le esportazioni rappresentano per tutte le economie un fattore molto importante, ma lo sono ancora di più per la Svizzera. Il benessere generato dalla vendita di beni e servizi corrisponde a circa il 12% del nostro prodotto interno lordo. In termini concreti, il fatto che produciamo di più di quello che consumiamo e che soprattutto vendiamo questa eccedenza all’estero ci consente di mantenere in patria circa mezzo milione di posti di lavoro. E questo riusciamo a farlo nonostante una moneta storicamente forte e addirittura considerata un bene rifugio. Questo significa che anche se quello che produciamo costa di più per i nostri compratori all’estero, la qualità, la precisione, i servizi dopo vendita, come pure l’affidabilità, ci consentono di riuscire a superare quello che in apparenza sembrerebbe uno svantaggio. Inoltre, non dobbiamo nemmeno dimenticare che la nostra moneta forte ci consente dei vantaggi: il costo delle materie prime e dei semilavorati che comperiamo dall’ estero, è più basso; questo ci consente di contenere i costi, di non dover aumentare i salari, di mantenere i prezzi sotto controllo, di operare con tassi di interesse bassi. Tutti fattori questi che permettono di mantenere la stabilità macroeconomica, che è uno tra gli elementi competitivi più importanti.
Ma la Svizzera è un caso eccezionale anche per altre ragioni. Primo: siamo una nazione piccola, dalle risorse piuttosto limitate sia in termini di manodopera che in termini di territorio. Eppure le nostre bilance commerciali e dei servizi sono largamente in attivo. La seconda ragione è che non abbiamo materie prime e quindi dobbiamo dare il nostro contributo alla creazione e alla trasformazione di beni e servizi. Mi spiego meglio. Se siete tra i paesi fortunati che possono estrarre petrolio, dato che è uno dei beni più richiesti al mondo, risulterà piuttosto facile essere esportatori netti. Meno facile quando dovete comprare materie prime o prodotti semilavorati dall’estero riutilizzarli, trasformarli e rivendere prodotti finiti al di fuori dei vostri confini nazionali. Infine anche la storia economica ha un peso importante per una nazione. In questo caso a differenza della Francia, della Germania o dell’Italia la Svizzera non può contare su una storia decennale di industrie pesanti. Né automobili, né cantieri navali.
Fatte queste considerazioni, quindi massima attenzione e occhio di riguardo ai partner commerciali. Quando le altre nazioni, che sono i nostri clienti, mostrano un andamento economico favorevole, anche noi tiriamo un sospiro di sollievo. Per cui ben vengano le prospettive positive per l’Unione Europea, per gli Stati Uniti e anche per i paesi asiatici. Insomma è proprio uno di quei casi dove tutti risultano vincenti e traggono benessere dal benessere altrui.

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Finanze pubbliche fuori controllo. Colpa di Keynes?

Crisi economica uguale intervento dello Stato. Quella che oggi ci sembra un’equazione scontata è frutto invece di una lunga evoluzione storica, e anche teorica. Quando John Maynard Keynes nel 1936 pubblica la “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta” ha di fronte a sé economie industriali occidentali dilaniate dalla disoccupazione e dalla sottoutilizzazione dei macchinari.
La teoria marginalista, che andava per la maggiore in quel periodo, sosteneva due concetti fondamentali: l’importanza della produzione e il raggiungimento automatico dell’equilibrio economico in tutti i mercati. Keynes li stravolgerà entrambi.
Ma vediamo che cosa sostenevano. Primo: si dava un’attenzione esclusiva all’offerta. Se noi produciamo dei beni dovremo pagare dei lavoratori che a loro volta compreranno con i salari quanto prodotto. Concetto abbastanza semplice, ma che non ha retto al confronto con la realtà degli anni ’30. Così come non ha retto l’idea che la disoccupazione si sarebbe risolta da sola portando il sistema in equilibrio. Il meccanismo è abbastanza intuitivo: se le risorse degli imprenditori sono limitate, nessun problema. La disoccupazione in eccesso porterà a un abbassamento dei salari cosicché gli imprenditori potranno assumere i lavoratori in esubero. Anche in questo caso, problema risolto. Peccato che aprendo la finestra lo scenario che si aveva davanti era quello di un tasso di disoccupazione elevato persistente e di macchinari inutilizzati.
E qui arriva il genio di Keynes che rivoluzionerà il pensiero economico. Innanzitutto l’economista sostiene che i sistemi economici debbano essere analizzati attraverso le variabili aggregate, come la produzione nazionale, l’occupazione totale, il livello dei prezzi generale. In particolare poi l’attenzione deve essere messa sulla domanda aggregata, che altro non è che quello che consumano le famiglie, che investono le aziende, che spende lo Stato e che si esporta all’estero. Ma non è tanto questa la rivoluzione, quanto quella di invertire il pensiero: non vendiamo tutto quello che produciamo, ma, al contrario, produciamo solo quello che vendiamo. E se immaginiamo di vendere poco, allora produrremo poco e questo causerà licenziamenti. Quando si verifica una situazione di disoccupazione siamo in presenza di una domanda che non è abbastanza grande rispetto all’offerta che garantisce il pieno impiego.
Ma Keynes si spinge oltre. Dimostra che in presenza di questo genere di crisi economica e di questa specifica disoccupazione, solamente un agente può intervenire per aumentare la domanda e quindi la produzione e quindi l’occupazione: questo agente è lo Stato. In effetti, se ci pensiamo, non possiamo obbligare i consumatori a comperare più prodotti come non possiamo obbligare gli imprenditori ad aumentare gli investimenti e, men che meno, abbiamo un potere sulla domanda dell’estero. Insomma solamente lo Stato in maniera diretta attraverso la politica fiscale o indiretta attraverso la politica monetaria può far aumentare la domanda.
Ma la grande accettazione della teoria di Keynes passa anche attraverso un punto che spesso viene sottovalutato: l’intervento dello Stato deve essere limitato esclusivamente ai momenti di crisi. E anche in questi momenti deve essere concessa la massima libertà ai consumatori e agli imprenditori. Keynes è un sostenitore di un capitalismo “saggio” e di un intervento dello Stato mirato.
E allora com’è possibile che le teorie keynesiane abbiano portato a una spesa pubblica fuori controllo? Purtroppo come spesso accade, prendiamo solo quello che ci piace. E così nel corso dei decenni la classe politica ha preferito non applicare la parte della teoria di Keynes che prescrive che nei momenti di crescita economica lo Stato debba ridurre la sua spesa pubblica e addirittura aumentare le entrate fiscali. Ma come dargli torto? Ve lo immaginate il successo elettorale di un politico che con tono fiero dichiara “Cittadine, cittadini sono veramente felice dell’ottimo momento economico che stiamo vivendo. Per questo abbiamo deciso di ridurvi i sussidi e nel contempo di aumentarvi le tasse.”

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Mentre Madoff muore, il Bitcoin vola

“Amici, che rimanga tra di noi, ho un grande affare da proporvi. Cosa dovete fare? Niente di particolare. Datemi la cifra che volete e io vi garantisco un tasso di interesse almeno del 10%. Sì, avete capito bene, proprio del 10%. Naturalmente quando vorrete ritirarvi io vi restituisco tutto quanto avete investito. Sapete, in tutti questi anni, anche come presidente del Nasdaq, ho sicuramente imparato tanto. E ora vorrei fare crescere i nostri affari. Se volete farne parte, come ha fatto anche Steven (Spielberg), la porta è aperta. In effetti, se ci sono importanti fondi e banche che stanno investendo nelle mie aziende, io vorrei davvero che ci foste anche voi, cari amici”

Secondo me, Bernard Lawrence Madoff per creare la più grande truffa del secolo l’ha raccontata così ai suoi amici. Madoff aveva fondato la sua prima società nel 1960 con soli 5 mila dollari; cinquant’anni dopo aveva amministrato 65 miliardi di dollari, la maggior parte andati in fumo. Un genio? Sicuramente un persuasore. Quanto lo è stato l’italiano Carlo Ponzi che all’inizio del Novecento è andato a cercare fortuna in America. Alla stessa maniera Madoff è stato bravo a ingolosire il già bramoso animo umano. Un po’ come il fiore attira l’ape per essere impollinato, così fa il marketing piramidale. E lo schema Ponzi ne è il rappresentante più celebre.

Questo genere di affari si basa sul reclutamento. Il guadagno c’è, peccato che di solito sia limitato al fondatore dell’affare e ai primi partecipanti. Facciamo un esempio facile. In cambio del 10% di interesse, voi investite 1’000 franchi nella mia azienda. Per pagare il vostro tasso di interesse, io trovo altre persone che investono 1’000 franchi oppure addirittura le trovate voi. Per pagare il loro interesse, ne troveremo ancora delle altre. Vi direte e che cosa c’è di male? Niente se non fosse che io uso i vostri soldi per i miei scopi: una bella villa direi a Montecarlo, uno yacht, qualche automobile di lusso, gioielli, vacanze da sogno, feste tra noi multimilionari, … Insomma, ad un certo punto i nuovi “investitori” non basteranno più e quando verrete a chiedermi indietro i vostri 1’000 franchi, saranno svaniti. Madoff è stato condannato a 150 anni di reclusione per aver truffato 37’000 persone in 136 Paesi. È morto qualche giorno fa.

Ma le truffe in economia sono vecchie quanto l’economia stessa e fanno presa sempre sull’ingordigia e sull’avidità umana. John Law nel 1720 riesce a far crescere in maniera vertiginosa il valore delle azioni della Compagnie d’Occident creata per sfruttare ricchissime miniere d’oro della Louisiana. Riesce anche a coinvolgere e a far garantire queste azioni dalla Banca Reale francese. Peccato che in quella zona della Louisiana ci fossero solo paludi.

Non da meno Gregor MacGregor che attorno al 1820 riuscì a far credere a tutti di essere il Principe di Poyais, una nazione indipendente nella Baia di Honduras. Non solo riuscì a raccogliere investimenti di tante persone che volevano trarre profitto da questa terra ricchissima di miniere di oro e d’argento, ma riuscì persino a piazzare in Borsa a Londra le obbligazioni. Peccato che Poyais esistesse solo nella fervida immaginazione di MacGregor.

Oggi, i paesaggi immaginari, nei quali si svolge l’eterna commedia dell’avidità e della creduloneria umana, sono molto meno suggestivi delle fertili città honduriane o delle sconfinate pianure della Louisiana. Oggi può svolgersi semplicemente nello studio di casa vostra dietro la lucina dello schermo del computer. Bitcoin, ne avete mai sentito parlare?

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Il Fondo Monetario vuole aumentare le tasse. Ma è davvero la soluzione?

Questa mattina sono stata interpellata da Radio 3i, che ringrazio, per commentare la notizia che il Fondo Monetario Internazionale (FMI) propone l’aumento delle tasse.
Il Fondo Monetario Internazionale è nato, insieme alla Banca Mondiale, nel 1944 durante la famosa conferenza di Bretton Woods. A questo incontro voluto per stabilizzare il sistema monetario internazionale ed evitare nuove svalutazioni competitive che avrebbero danneggiato l’economia mondiale parteciparono 44 Paesi (oggi conta 190 membri). Le soluzioni proposte furono due. Da una parte quella inglese dell’economista John Maynard Keynes (di cui abbiamo scritto in passato) e dall’altra quella statunitense con l’economista Harry Dexter White. Keynes proponeva la creazione di un sistema di pagamenti internazionale e di una nuova moneta, il Bancor. White invece suggeriva l’istituzione di un fondo di stabilizzazione finanziato dai paesi. La soluzione scelta fu molto vicina all’idea di White. Il FMI nacque quindi con l’idea di raccogliere fondi e prestarli ai paesi membri in difficoltà. Il tutto basato sull’idea di cambi fissi tra le monete nazionali che trovavano la loro base nel rapporto tra il dollaro e l’oro. Il sistema di cambi fissi finì nel 1973; da allora siamo in presenza di cambi flessibili.
Ma torniamo al suggerimento del FMI di aumentare la tassazione.
Tra le sue proposte c’è quella di ampliare la base imponibile, quindi tassando nuovi elementi, e quella consueta di tassare di più i redditi alti e i grossi patrimoni. Concretamente il FMI propone per esempio di introdurre la tassazione sulle case, sulle successioni, sulle aziende che hanno conseguito importanti utili come pure accenna a misure per impedire la “non tassazione”. In questo caso si riferisce a quelle aziende che possono “ottimizzare” la loro tassazione spostando gli utili da un paese all’altro.
Tutto ottimo sulla carta, ma attenzione. Quando si mette mano al sistema fiscale bisogna capire bene qual è l’obiettivo che si vuole raggiungere. Le misure di politica fiscale restrittiva sono molto differenti tra loro.
Farlo per sanare le finanze pubbliche è ben diverso che farlo per ridurre le disuguaglianze. Mi spiego meglio. Alcuni paesi, e sottolineo solo alcuni paesi, necessiteranno di riportare i conti pubblici in equilibrio. Per questo tipo di intervento nulla vieta l’introduzione tra qualche anno, ma solo tra qualche anno, di una sorta di contributo di solidarietà da prelevare ai cittadini e alle aziende più benestanti. Sarebbe corretto attendere qualche anno che la situazione economica si stabilizzi per non comprometterla.
Se invece, come pare dall’annuncio del Fondo Monetario Internazionale, si vuole agire sulla disuguaglianza allora la misura non mi trova per nulla concorde. Questo è solo un cerotto temporaneo. Il difetto sta nel manico dei nostri sistemi economici. Dobbiamo agire là, alla base, dove si generano le disuguaglianze. Questo può essere fatto solo attraverso la regolamentazione. Bisogna agire sui meccanismi che permettono di accumulare costantemente ingenti patrimoni o di ottenere retribuzioni sproporzionate. Pensiamo alle grosse aziende, alle banche, ai Paperon de’ Paperoni che grazie ai loro grandi patrimoni possono fare investimenti che li accrescono all’infinito. O pensiamo alle folli retribuzioni che ricevono i manager sotto forma di bonus. Oppure ancora pensiamo ai milioni di transazioni che avvengono ogni secondo sui mercati finanziari e che consentono rendimenti molto elevati data la quantità investita. E che dire dei paradisi fiscali che permettono alle aziende di spostare gli utili dove non sono tassati?
Ecco, sono questi i punti dolenti dei nostri sistemi economici. Le lacune che consentono disuguaglianze inaccettabili. Ma le soluzioni richiedono regolamentazioni coraggiose e non solo tasse più alte che andrebbero sì a riempire le casse statali, ma senza risolvere il problema.

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Fonte: https://bit.ly/3fTHeJm

Credit Suisse non ne imbrocca una. Da Wirecard ad Archeghos passando per Greensill Capital

Pare proprio che Credit Suisse non ne imbrocchi una. E le vicende assomigliano a romanzi.
Germania, giugno 2020: la società Wirecard non ottiene l’approvazione dei suoi bilanci. Si scopre che gli 1.9 miliardi di euro depositati nelle Filippine non esistono. Wirecard è una società fiore all’occhiello tedesco. È attiva nel settore fintech e fornisce la tecnologia per i pagamenti online e l’emissione di carte di credito, come Paypal e Western Union. La storia di questa azienda è molto simile ad altre storie di frodi finanziarie. Wirecard nasce nel 1999 e per il primo decennio fa principalmente transazioni online per siti pornografici e giochi d’azzardo. Nel giro di pochi anni, grazie al suo nuovo amministratore delegato Markus Braun, Wirecard diventa un colosso: oltre 300 mila aziende come clienti, 6 mila dipendenti e sedi in 20 paesi del mondo. Un grande successo per un’azienda che compera società molto piccole con redditività bassa che dopo l’acquisto sorprendentemente nel giro di poco tempo raccolgono enormi quantità di denaro che portano ingenti profitti. Ma le autorità di vigilanza tedesche (BaFin) fanno orecchie da mercante. Non solo, qualche anno più tardi, scenderanno in campo a spada tratta contro le accuse di irregolarità contabili mosse dal Financial Times nei confronti di Wirecard. Ma i nodi vengono al pettine nel giugno del 2020 quando Wirecard non ottiene l’approvazione dei suoi bilanci. Il valore delle azioni crolla da 90 euro a pochi centesimi (oggi un’azione Wirecard vale 40 centesimi di euro). Ci vorrà un anno e mezzo perché Presidente e vice-presidente dell’autorità di vigilanza tedesca riconoscano l’errore e annuncino le loro dimissioni. Ma cosa c’entra in tutto questo Credit Suisse? Prima che lo scandalo scoppiasse Credit Suisse piazza ai suoi investitori istituzionali 1 miliardo di titoli Wirecard che ha comperato SoftBank Gruoup che è una società giapponese sua “amica”. Così facendo, Softbank ha regalato le sue perdite ai clienti di Credit Suisse.
Seconda storia. Marzo 2021. Credit Suisse investe 10 miliardi di dollari in 4 fondi gestiti da Greensill Capital, società di investimento specializzata nei prodotti “supplly chain finace”. Nome difficilissimo che ora spieghiamo. Questi prodotti si basano sul finanziamento della catena di approvvigionamento delle aziende. Vediamo come funzionano. L’azienda A vende della merce all’azienda B emettendo una fattura. L’azienda A non vuole aspettare il termine di pagamento e quindi “vende” la fattura alla Greensill Capital che in cambio le dà subito il 90-95% dell’importo. È vero che l’azienda A perde qualcosa, ma almeno non deve attendere per l’incasso. La Greensill Capital mette questa fattura in un fondo che è comperato da Credit Suisse. Queste fatture sono assicurate, quindi se l’azienda B non dovesse pagare nessun problema perché interviene l’assicurazione. A meno che… a meno che l’assicurazione, capita la mal parata, non si ritiri dal fondo. Ed è quanto capitato. Ecco perché è molto probabile che i debitori non pagheranno le fatture e i clienti di Credit Suisse perderanno tutto. Nel frattempo, naturalmente, Greensill Capital ha annunciato di essere insolvente.
E infine l’ultima tegola: il fallimento di Archeghos Capital Management. Anche qui la storia è abbastanza simile. Un piccolo family office (che è una società di gestione patrimoniale di famiglie ricche) partito con 900 milioni di dollari grazie all’intervento miracoloso di un finanziere cinese arriva a gestire 10 miliardi. E naturalmente ingolosita da rendimenti eccezionali Credit Suisse si è lanciata nell’affare. Peccato che qualche giorno fa sia arrivata la notizia del fallimento. E peccato che il finanziere responsabile del fondo fosse già stato condannato in passato per aver usato informazioni riservate per guadagnare in maniera illecita (insider trading) e per frode.
Le perdite per Credit Suisse saranno ingenti: il titolo ha già perso oltre il 10% del suo valore. Alla luce di questi tre casi, alcuni dubbi sorgono spontanei. Ma voi, affidereste i vostri risparmi a Wirecard, Greensill Capital e Archegos? Sicuramente no. E allora, come è possibile che professionisti del settore continuino a commettere gli stessi errori fatti nel 2008? Possibile che non si riesca a ripulire questo mondo della finanza?

P.S. Se ci fossero imprecisioni e semplificazioni eccessive sui prodotti o sui meccanismi non esitate a comunicarmele

La versione audio: Credit Suisse non ne imbrocca una. Da Wirecard ad Archeghos passando per Greensill Capital
Fonte. Credit Suisse

Biden ha le mani bucate? Non ha ancora speso i 1’900 miliardi che già ne chiede altri 2’250

Biden non ha ancora speso un centesimo dei 1’900 miliardi di dollari votati per il piano anti-Covid, eppure vuole già spenderne altri 2’250 miliardi.
Il primo piano era già stato lanciato nell’era Trump. Prevede che ogni persona che guadagna meno di 75 mila dollari (70 mila franchi) e in coppia meno di 150 mila dollari (140 mila franchi) riceverà un assegno da 1’400 dollari che potrà spendere liberamente (1’300 franchi). In aggiunta i disoccupati riceveranno fino a settembre 1’200 dollari (1’100 franchi) mensili di sussidi federali straordinari. E infine, i crediti di imposta per figli minorenni saranno convertiti in assegni di cui le famiglie potranno disporre.
Questa politica da 800 miliardi è un esempio di politica fiscale tipico da manuale. La prima misura è indirizzata a tutte le persone con redditi medio-bassi; la seconda sostiene in maniera mirata la categoria delle persone disoccupate, mentre la terza aiuta le famiglie povere.
Anche in questo caso, come sempre, l’obiettivo di una politica fiscale è doppio. Primo: lo Stato sostiene alcuni cittadini in difficoltà dando loro un reddito che non hanno. Lo Stato sarà molto contento se questi lo spenderanno interamente e in beni prodotti negli Stati Uniti. Ma perché uno Stato dovrebbe incentivare il consumo?
Il consumo rappresenta il 50-55% del nostro Prodotto Interno Lordo; per farla semplice è la benzina principale del nostro benessere economico. Se le persone consumano dei beni, sarà necessario che qualcuno li produca. Affinché questo avvenga le aziende dovranno assumere nuovi collaboratori. In questo caso il vantaggio è triplo. Primo: se le persone trovano un posto di lavoro non avranno più bisogno dei sussidi dello Stato e la spesa pubblica diminuisce. Secondo: i cittadini avranno un reddito su cui pagheranno le imposte e le entrate dello Stato aumenteranno. Terzo: i cittadini potranno comperare dei beni. Così aumenteranno ulteriormente la domanda, la produzione dovrà crescere e il nostro circuito economico guarirà dalla crisi in cui si trova. Quindi lo Stato non solo renderà felici direttamente i cittadini che riceveranno il denaro, ma grazie al loro consumo, renderà felici anche quelli che troveranno un posto di lavoro.
E non finisce qui. Se i cittadini usano tutto il reddito per comperare beni prodotti localmente permettono al moltiplicatore di esercitare il suo effetto. Questo meccanismo, non si offenda nessuno dato tra l’altro il periodo pasquale, è un po’ la moltiplicazione dei pani e dei pesci. Infatti il moltiplicatore spiega che l’impatto sulla crescita della produzione è maggiore della spesa che è stata fatta. Concretamente se io ho regalato 1’400 dollari a una persona e so che il moltiplicatore è di 1.5 alla fine del circuito economico il mio prodotto interno lordo sarà aumentato di 2’100 dollari. Ha speso 1’400 dollari se ne generano 2’100. Vi sembra un miracolo? No, niente di così grande. Il meccanismo che sta dietro e che è spiegato nell’economario con un esempio semplice è molto banale. Se io ho un reddito aggiuntivo e lo spendo, qualcun altro lo incasserà; a sua volta questo qualcun altro potrà spenderlo e qualcun altro lo riceverà e così di seguito. Quindi si genererà una sorta di redditi a cascata.
Ecco perché la politica fiscale, oltre ad aiutare i cittadini in difficoltà, sostiene anche la ripartenza dell’economia. Quanto però saranno sufficienti questi aiuti ce lo dirà solo il tempo.
Intanto però il presidente Biden ha già annunciato di voler spendere altri 2’250 miliardi di dollari e di voler aumentare le tasse. Sicuramente queste proposte alimenteranno il dibattito nei prossimi mesi. E come si dice in questi casi, affaire à suivre… e noi lo eseguiremo in un prossimo articolo.

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© Mandel Ngan/AFP via Getty Images

L’economia svizzera? Bene, ma non benissimo…

L’economia svizzera ritroverà pieno splendore a partire dal III trimestre del 2021. Almeno questo è quanto sostiene il KOF, che è l’istituto di ricerca del politecnico federale di Zurigo. Anche se in realtà lo stesso istituto propone tre scenari diversi a causa della grande incertezza in cui viviamo. Il primo, negativo, prevede che l’economia internazionale risenta ancora della crisi pandemica portando a un aumento del Prodotto Interno Lordo (PIL) svizzero di soli 2.4%. Per contro lo scenario positivo prevede una crescita del PIL del 3.1% grazie a una campagna delle vaccinazioni spedita e a effetti che consentano di interrompere tutte le misure di confinamento. Infine, lo scenario di base che prevede una crescita per quest’anno del 3%.
Secondo queste previsioni l’economia mondiale, dopo il calo brusco del 5% dell’anno scorso, dovrebbe risollevarsi crescendo del 4.7%. Come possiamo immaginare la ripresa non sarà la stessa in tutti i paesi, così vediamo stimare un aumento del PIL dell’Unione Europea di “solo” il 4% rispetto al 5.5% degli Stati Uniti e a ben il 9.2% della Cina.
Da parte sua il prezzo del petrolio che ricordiamo è il fattore produttivo fondamentale per le nostre economie avanzate, tornerà ai livelli pre-crisi (attorco circa ai 62.5 dollari al barile). Senza grandi sorprese i tassi di interesse della zona dell’Euro dovrebbero rimanere negativi. In questa analisi c’è però un dato che ci potrebbe preoccupare: la crescita piuttosto bassa della Germania, stimata solo del 3.2%. Questa Nazione è il nostro principale partner commerciale, sia in termini di risorse e prodotti che acquistiamo da loro, sia in termini di prodotti e servizi che le vendiamo.
Andiamo a vedere i nostri dati nazionali. Il consumo delle famiglie che crescerà del 3% sarà determinante. Ricordiamo che questa componente rappresenta in Svizzera oltre il 50% di tutto il prodotto nazionale. Per questo il suo andamento è costantemente monitorato e non può che rallegrarci quando aumenta. In effetti, questo fattore è quello che dà il più grande contributo alla crescita nazionale. Potreste obiettare che non è così perché il consumo pubblico, quindi la spesa pubblica, crescerà quest’anno di ben il 3.7%. Attenzione perché dobbiamo ricordarci che questa crescita deve essere rapportata alla proporzione che la spesa pubblica rappresenta dell’economia nazionale e che è “solo” dell’11%. Val la pena anche di notare che l’aumento considerevole della spesa pubblica è proprio lo strumento di politica fiscale espansiva che gli Stati mettono in atto per aiutare l’economia nel momento di difficoltà.
Gli investimenti, anche se meno rispetto a quanto ci saremmo aspettati, cresceranno. Le costruzioni dello 0.5%, i macchinari del 2%. Anche le relazioni con l’estero mostrano una buona dinamica. Le esportazioni di beni e servizi dovrebbero aumentare del 6.5% e le importazioni del 5.2%. Ricordiamo che la Svizzera è un Paese esportatore netto, quindi vende all’estero più di quello che compera. Questo fatto è molto importante perché permette di mantenere posti di lavoro in Svizzera. Se dobbiamo produrre di più di quello che consumiamo, allora avremo necessità di generare posti di lavoro che altrimenti sarebbero all’estero. In aggiunta è bene segnalare le tre ragioni che rendono il caso svizzero eccezionale. Primo: siamo molto piccoli e quindi abbiamo risorse, territorio, personale,… ridotti. Secondo non abbiamo materie prime: se potete trivellare petrolio e venderlo sui mercati internazionali è facile essere esportatori. Nel nostro caso invece dobbiamo comperare dall’estero materie prime e prodotti, elaborarli e rivenderli. Infine, tranne poche realtà, non possiamo vantare una storia di grandi aziende nell’industria pesante: niente automobili, niente cantieri navali.
Ma alla fine perché siamo contenti se il prodotto interno lordo sale? La crescita del PIL ci consente di produrre di più e quindi di offrire posti di lavoro. In questo senso, le previsioni stimano un aumento della disoccupazione secondo l’ILO al 5.2% e al 3.3% per la SECO. Dati fortunatamente piuttosto contenuti che speriamo la realtà confermi.

La versione audio: L’economia svizzera? Bene, ma non benissimo…

La Banca Nazionale scommette contro il franco svizzero

Anche il rapporto annuale del 2020 della Banca Nazionale Svizzera (BNS) non può non parlare della crisi del Covid-19. Così dalle sue pagine scopriamo che per fare la sua politica monetaria espansiva ha usato principalmente tre strumenti: il contenimento dell’apprezzamento del franco svizzero, il mantenimento di bassi tassi di interesse e la garanzia di sufficienti crediti e liquidità al sistema. Ma vediamo in parole semplici che cosa ha fatto la Banca Nazionale.

Quando c’è una crisi economica che genera incertezza e instabilità gli agenti economici si comportano in maniera differente. Così per esempio anziché cercare investimenti che fanno guadagnare, cercano la garanzia di mettere al sicuro il proprio capitale. E così comperano i cosiddetti beni rifugio. Oro, oggetti di valore, monete, opere d’arte, auto d’epoca, immobili, vini pregiati vedono il loro mercato aumentare notevolmente. Lo stesso può capitare anche per le valute. E tra queste il franco svizzero, famoso per la sua stabilità. Così la Banca Nazionale si è trovata a dover affrontare il pericolo di un troppo grande apprezzamento del franco. Se la nostra moneta diventa forte, i beni e i servizi prodotti in Svizzera diventano troppo cari per l’estero e questo può causare grossi problemi alla nostra economia. Semplificando di molto le cose possiamo pensare che per contrastare questo fenomeno la BNS interviene sul mercato dei cambi acquistando valuta estera e quindi vendendo franchi svizzeri. La maggior parte degli investimenti è fatta da titoli di Stato, anche se la BNS non disdegna investimenti in azioni e obbligazioni di società.

Nel 2019, l’anno prima, la Banca Nazionale aveva comperato il corrispettivo di 13.2 miliardi di franchi; nel 2020 ha speso 110 miliardi. L’intervento è stato decisamente grande.

Dobbiamo comunque riconoscere la BNS ha fatto bene il suo lavoro generando un rendimento delle riserve monetarie dell’1.9%.

Un’altra manovra per scoraggiare il fatto di comperare franchi svizzeri e tenerli depositati in banca è quella dei tassi di interesse negativi. Concretamente significa che siete voi a dover pagare per tenere i soldi in banca.

Ma il mantenimento di un basso tasso di interesse è anche uno strumento che ha ridotto il costo per le aziende e gli enti pubblici che necessitano di finanziamenti.

Infine sempre sul fronte del credito e della liquidità la Banca nazionale ha concesso liquidità alle banche secondarie affinché potessero elargire i crediti COVID-19 garantiti dallo Stato.

Insomma un bel misto di strumenti per fare una politica monetaria espansiva.

Ma sfogliando il rapporto leggiamo tante altre curiosità. Per esempio scopriamo che a fine 2020 gli attivi della BNS ammontavano a 999 miliardi di franchi (accidenti, mancava solo 1 miliardo per la cifra tonda…) o ancora che è stato proposto un dividendo agli azionisti di 15 franchi. Già perché la Banca Nazionale svizzera è una società anonima detenuta sì per metà dai Cantoni e dalle banche cantonali, ma per l’atra metà appartiene ai privati. Dobbiamo precisare che però è una società anonima retta da una legge speciale (per esempio il dividendo è al massimo il 6% del capitale azionario oppure ci sono limitazioni al diritto di voto).

Altra curiosità è che mentre i pagamenti in contanti l’anno scorso si sono ridotti notevolmente, la domanda di banconote di grosso taglio, pensiamo ai 1’000 franchi, è cresciuta. Questo ci confermerebbe che sono ancora in tanti quelli che anziché puntare su grandi investimenti speculativi, scelgono il caro vecchio materasso. E come dargli torto in una situazione di instabilità e incertezza come quella attuale?

D’altronde anche Paperon de’ Paperoni tiene le sue monete al sicuro nel suo deposito…  

La versione audio: La Banca Nazionale scommette contro il franco svizzero