La povertà in Ticino c’è, eccome

“La povertà è definita come un’insufficienza di risorse (materiali, culturali e sociali) che preclude alle persone il tenore di vita minimo considerato accettabile nel paese in cui vivono” (UST). Nelle poche righe dell’ufficio federale di statistica comprendiamo la multidimensionalità della povertà. E per questo siamo soliti calcolare tre indicatori.
Primo, la povertà in senso assoluto che indica le persone o i nuclei familiari che vivono al di sotto di una soglia monetaria definita come minimo vitale. Nel 2020 era fissata in 2’279 CHF per una persona sola e in 3’963 per una famiglia di due adulti e due bambini.
Secondo, per ritenere l’importanza che il tessuto sociale ha nella vita degli individui si misura anche il rischio di povertà che è un concetto relativo che si basa sull’idea che se la disuguaglianza è troppo grande rispetto al resto della società difficilmente si potrà condurre una vita integrata. Così si è poveri se si guadagna meno del 60% (o del 50%) del reddito mediano.
Infine da qualche anno si parla anche di deprivazione materiale che misura l’impossibilità di acquistare alcuni beni o di svolgere determinate attività, come andare in vacanza una settimana all’anno o comprare un’automobile o un computer o ancora non poter far fronte a una spesa imprevista di 2’500 CHF.
La povertà non tocca tutti alla stessa maniera. Ci sono alcune categorie di persone maggiormente toccate. Per esempio la povertà sembra riguardare maggiormente le persone con più di 65 anni, la popolazione straniera, le persone che hanno una formazione limitata alla scuola dell’obbligo, i disoccupati, i genitori soli con figli, gli inquilini e coloro che guadagnano meno di 33’350 CHF all’anno.
Ora se rapportiamo queste caratteristiche alla popolazione del Cantone Ticino vediamo subito la sovra rappresentanza di alcune categorie. E non a caso, scopriamo che il tasso di rischio di povertà nel nostro cantone e di quasi il 25% contro una media nazionale del 15%. In Ticino una persona su quattro guadagna meno del 60% del reddito mediano.
Certo sono tante le cause, ma forse la principale rimane la fragilità del nostro mercato del lavoro. Fragilità che sempre più conduce i nostri giovani ad armarsi di tanto coraggio e tanta voglia di fare per cercare fortuna oltre Gottardo; che sempre più spinge le persone a dover fare più di un lavoro alla volta; che sempre più porta gli individui a ricorrere agli aiuti dello Stato.
Le soluzioni sono di tipo strutturale e richiedono tempo. Ma non possiamo girarci dall’altra parte e far finta di niente. Per questo ringraziamo le associazioni benefiche che cercano di dare sollievo alle persone meno fortunate che vivono nel nostro Cantone. Tra queste, ringrazio il Soccorso d’inverno Ticino per il suo lavoro e per avermi permesso di portare queste riflessioni nella loro assemblea annuale.

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Che cosa sta facendo la Banca Nazionale? Semplicemente il suo lavoro…

La Banca Nazionale Svizzera (BNS) nelle ultime settimane ha attirato la nostra attenzione. Già in giugno aveva stupito tutti aumentando il tasso di interesse di riferimento dello 0.5%. La manovra era apparsa inaspettata perché la Banca Centrale Europea (BCE), “faro guida” della politica monetaria svizzera, qualche giorno prima aveva annunciato un aumento più contenuto (0.25%). La cosa è apparsa quindi particolarmente coraggiosa. Come coraggiosa, e da alcuni criticata, è stata la decisione successiva presa verso la fine di settembre di aumentare ulteriormente i tassi di interesse di 0.75 punti portandoli da un tasso negativo dello 0.25% a uno positivo dello 0.5%. Questa manovra ha chiuso la lunga parentesi degli interessi negativi che erano stati introdotti tra la fine del 2014 e l’inizio del 2015. Questo era avvenuto in concomitanza con l’abolizione del tasso minimo di cambio tra franco ed euro che era stato introdotto dalla stessa Banca Nazionale per cercare di contrastare la forza del franco svizzero.
A stupire nuovamente, una settimana dopo, la scoperta di un cambio di rotta della banca anche nell’acquisto di valute: fino a qualche giorno prima, la politica economica messa in atto è stata quella di acquistare quantità massicce di monete straniere per contrastare la forza del franco. Dai dati pubblicati nel secondo trimestre del 2022 è emerso invece che l’istituto ha venduto valute per circa 5 milioni di franchi. Certo, sono state quantità minime, ma che indicano un chiaro cambiamento di rotta: in effetti, nel semestre precedente gli acquisti erano stati di 5.7 miliardi e addirittura di 12.6 miliardi nell’ultimo trimestre del 2021 (ricordiamo che qualche anno fa gli Stati Uniti erano addirittura arrivati ad aprire un’inchiesta nei nostri confronti perché ci accusavano di manipolare il cambio per favorire le esportazioni).
E ieri, un’altra scoperta. Le riserve monetarie (quelle di divise) si riducono di circa 52 miliardi rispetto al mese precedente attestandosi a 807 miliardi di franchi. Il valore dell’insieme delle riserve è oggi stimato in “soli” 819 miliardi di franchi, diminuito dagli 873 di agosto. Questa diminuzione potrebbe essere imputabile alla variazione dei cambi delle altre monete.
Insomma, dopo aver annunciato questa estate una perdita record di oltre 95 miliardi di franchi, anche la classe politica inizia a mettersi l’anima in pace. Peccato che si sia dovuti arrivare a questo punto per riportare il campanile al centro del villaggio. Eppure l’indipendenza della BNS dalla politica come pure i suoi compiti sono molto chiari. Essa, e come lei tutte le banche centrali del mondo, deve garantire la stabilità dei prezzi e quella del sistema dei pagamenti. Per farlo, necessita di fare degli importanti utili, che le servono a compensare le importanti perdite di altri momenti. Insomma, non c’è spazio per altro. Per questo basta a fantasiosi impieghi degli utili della Banca Nazionale.

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AVS 21: un cerotto che fa male. Soprattutto alle donne

Abbiamo problemi gravi: si vive troppo a lungo, ci si forma troppo e moriamo troppo poco. So che potrebbe apparire strano, eppure i problemi dei nostri sistemi di previdenza professionale nascono proprio dal miglioramento delle condizioni di vita.
In queste settimane si è dibattuto molto sulla proposta di aumentare l’età di pensionamento delle donne da 64 anni a 65. La previdenza sociale e professionale è suddivisa in due sistemi: quello a ripartizione e quello a capitalizzazione.
Il primo, di cui fanno parte l’AVS (Assicurazione Vecchiaia e Superstiti) e l’AI (Assicurazione Invalidità), è un sistema gestito dallo Stato, le cui entrate dipendono dal 25-30% dagli introiti fiscali (es. tabacco, IVA,…), che si basa sull’idea di trasferimento (le persone che lavorano pagano per le persone che sono in pensione). Questo fa sì che non abbia un grande fondo di riserva, non sia soggetto al rischio di inflazione, ma sia in pericolo in caso di denatalità. Ma la caratteristica più importante è la fortissima componente di solidarietà che si manifesta in almeno quattro maniere: dai ricchi verso i poveri (esistendo delle rendite massime chi guadagna molto non riceverà tutto quanto versato, ma contribuirà alla rendita di chi guadagna poco), dai giovani verso gli anziani, dai sani verso gli invalidi e dai fortunati verso gli sfortunati (le vedove e gli orfani). Il secondo modello è quello dei sistemi a capitalizzazione (ad esempio il II pilastro); essi si basano sull’accumulazione di un patrimonio durante tutta la vita attiva, hanno una minima componente di solidarietà perché ognuno riceve quanto ha risparmiato ed è a rischio di inflazione.
La Svizzera, a differenza di altre nazioni, ha mantenuto l’equilibrio tra questi due sistemi e non a caso la previdenza risulta tra le migliori al mondo. Ora è innegabile che il calo della natalità, l’aumento della speranza di vita, l’allungamento del periodo di formazione (e quindi della diminuzione della durata di vita lavorativa), le difficoltà di fare investimenti redditizi e i bassi tassi di interesse degli ultimi anni, chiedono dei correttivi che devono andare nella direzione, coraggiosa, di una riforma generale. Niente piccoli cerotti ogni 6 mesi. Le strade non sono molte. Se non ci sarà un aumento generalizzato dei salari rimarrà la possibilità di agire sulle entrate, aumentando per esempio i contributi, quella di agire sulle uscite, riducendo le prestazioni, o cosa ben più difficile, agire sulla natalità e sull’immigrazione.
Se la modifica proposta non dovesse essere accettata la Svizzera non corre grandi rischi: i circa due miliardi all’anno di mancati introiti potranno essere trovati altrove. Discorso diverso invece per quanto riguarda i rischi che correranno le donne che saranno private di un intero anno di rendite.

Questo quanto scritto per L’Osservatore il 24.09.2022; nel frattempo il popolo ha votato e ha deciso di aumentare l’età pensionabile delle donne a 65 anni. E che ci piacciano o meno le decisioni democratiche vanno sempre rispettate.

La versione audio: AVS 21: un cerotto che fa male. Soprattutto alle donne

Previsioni economiche per la Svizzera: bene, ma non benissimo

L’economia svizzera tiene, ma si vedono all’orizzonte delle nubi nere. La Segreteria di Stato dell’economia (SECO) ha pubblicato le previsioni economiche per la fine di quest’anno e per il prossimo anno. Il tasso di crescita previsto per il Prodotto Interno Lordo (PIL) del 2022 è stato ridotto al 2%, in confronto al 2.6% di qualche mese fa. Peggio ancora sarà il PIL l’anno prossimo: la sua crescita è stimata solo all’1.1%.
Le cause di questo rallentamento sono da ricercare nell’andamento dell’economia internazionale: Stati Uniti, Unione Europea, Regno Unito e persino la Cina mostrano una certa frenata. Sicuramente su queste economie pesano i fattori che oramai la fanno da padrona negli ultimi mesi: aumenti dei prezzi, penuria di fonti energetiche e possibile nuova ondata di pandemia. Questi elementi oltre a causare importanti cali delle produzioni, sono fonte di grande incertezza. E l’incertezza è forse la più grande nemica dell’economia.
Dando un’occhiata alla situazione Svizzera si vede che i consumi privati ancora per quest’anno alimentano la crescita; discorso contrario invece quello sugli investimenti in costruzioni che chiuderanno con una riduzione del 2.2% rispetto all’anno scorso. Che il settore dell’edilizia fosse in difficoltà si intuiva da qualche mese. Certamente la politica monetaria restrittiva che sta spingendo verso l’aumento dei tassi di interesse non sarà di aiuto. Ma anche un altro settore preoccupa un po’ ed è quello delle esportazioni di beni, che proprio perché collegato agli acquisti da parte degli altri paesi, mostra una riduzione importante della sua crescita, passando dal 4.7% a solo l’1.3%. Dato questo che non sembra progredire troppo nemmeno l’anno prossimo.
Oltre a ciò nel 2023 si stima un rallentamento all’1.4% della crescita dei consumi e addirittura una riduzione della spesa pubblica di 2.5 punti percentuali. Evidentemente gli esperti stimano che lo Stato non andrà in soccorso alla politica monetaria restrittiva contrapponendovi una politica fiscale espansiva (aumento della spesa pubblica).
Guardando agli effetti sul mercato del lavoro fortunatamente l’aumento del tasso di disoccupazione appare ancora contenuto (2.3%), anche se la creazione di nuovi posti di lavoro risulta molto più bassa di quella conosciuta quest’anno. Sul fronte dei prezzi, se le aspettative sono peggiorate per il 2022 passando da un aumento del 2.5% al 3%, la SECO prevede una riduzione dell’inflazione per l’anno prossimo al 2.3%. Non vogliamo essere troppo pessimisti, ma allo stato attuale e con l’inverno alle porte un aumento dei prezzi così contenuto ci sembra una bella speranza, ma niente di più.

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Al via i campionati di … professioni!

In questi giorni a Berna si stanno svolgendo i campionati delle professioni SwissSkills. Per quattro giorni, dal 7 all’11 settembre, saranno presentate al pubblico più di 150 professioni. La cosa bella e particolare è che saranno i nostri giovani a presentarcele. Oltre a questo fantastico giro attraverso una moltitudine di lavori di cui spesso ignoriamo l’esistenza, avremo anche i campionati svizzeri per 85 professioni. Sì, avete capito bene: oltre 1’150 apprendisti e giovani che hanno da poco finito la loro formazione faranno a gara per ottenere il titolo di campione svizzero. E la gara non finisce qui: ci sarà la possibilità per i vincitori e le vincitrici di classificarsi per partecipare agli EuroSkills previsti nel 2023 a Danzica o ai WordSkills previsti nel 2024 a Lione. Insomma, proprio un bel palcoscenico per mostrare le proprie capacità e competenze.
Le competizioni abbracciano veramente tutti i settori della nostra economia: dall’agricoltore alla carpentiera, dalla costruttrice stradale al decoratore tessile, dall’estetista al parrucchiere. E tantissime altre. Curiosando sul sito internet avrete la possibilità di scoprire l’esistenza di alcune professioni che magari si conoscono poco. Per esempio potreste decidere di diventare mediamatico o interactive media designer o ancora fumista o argentiera. E che dire dei fabbricanti di casse d’organo e dei mugnai? E della professionista del cavallo o del tecnologo del latte? Insomma con questo evento si apre un nuovo sguardo sulle professioni e sui mestieri.
Se avete occasione recatevi a Berna in questi 4 giorni: è come se la città diventasse una gigantesca città dei mestieri con tanti e tante giovani volenterose, entusiasti e pieni di vita. Tra questi non mancano anche i nostri ragazzi e le nostre ragazze ticinesi. Sono 40 e gareggeranno in 25 professioni. Siamo certi che al di là delle medaglie ciò che porteranno a casa sarà un’esperienza in cui vedranno valorizzate le loro competenze e le loro capacità.
E proprio in questo senso bisognerà fare il lavoro più grande nel nostro Cantone. La formazione professionale è e deve essere riconosciuta nella sua piena dignità. Scegliere di imparare un mestiere non è un ripiego o una scelta di serie B, anzi. È un percorso che valorizza competenze e capacità specifiche. Nulla da invidiare a chi sceglie un percorso di tipo scolastico; nessuna competizione, solo saperi e talenti differenti.
È in questo contesto che possiamo collocare il lavoro di Fill-up, servizio nato con lo scopo di offrire sostegno, accompagnamento e supporto alle aziende formatrici. Ma il lavoro di Sara Rossini e del suo team non finisce qui, anzi. In questi mesi abbiamo visto un bella azione a difesa e valorizzazione dell’apprendistato oltre che di promozione delle diverse professioni esistenti. Tutto questo senza dimenticare il ruolo di sensibilizzazione che Fill-up svolge presso le famiglie.
Insomma, non dimentichiamo che la formazione duale è il fiore all’occhiello della Svizzera e anche in Ticino possiamo ottenerne enormi benefici.

PS. Avrò il privilegio di essere qui anche in veste di vice presidente della Scuola Universitaria Federale per la Formazione Professionale (SUFFP)

La versione audio: Al via i campionati di … professioni!

Gli Stati Uniti sono in recessione. Senza se e senza ma

Gli Stati Uniti sono in recessione. Anche i dati rivisti del secondo trimestre lo confermano. In effetti, si stima una riduzione del Prodotto Interno Lordo (PIL) dello 0.6% rispetto al trimestre precedente che già aveva segnato una diminuzione dell’1.6%. Ed eccola qui la recessione. Tecnicamente quando il PIL cresce negativamente per due trimestri di fila si entra nella fase di recessione.
Bizzarro ciò che è accaduto nei commenti di questa notizia. La maggioranza dei titoli anziché mettere l’accento su una recessione confermata, parlava di “crescita negativa migliore delle aspettative” o di “recessione tecnica e non ancora economica”. Notizie sicuramente corrette: per esempio nella prima stima si credeva in una riduzione del PIL dello 0.9%, mentre gli stessi analisti la prevedevano in -0.8%. Vero anche che la recessione è di tipo tecnico. Perché come abbiamo detto, per definirla tale dobbiamo misurarla in maniera oggettiva: e l’indicatore è l’andamento del PIL.
Già un mese fa ci avevano colpiti molto i commenti del Presidente Joe Biden che di fatto negava che gli Stati Uniti fossero in recessione visto che gli altri dati mostravano segnali incoraggianti. Non vogliamo mancare di rispetto al Presidente, ma o si è in recessione oppure non lo si è. E per quanto non possa piacere la cosa, gli Stati Uniti mostrando due trimestri di fila di crescita negativa del PIL sono in recessione.

Tutti noi ci auguriamo che nei prossimi mesi le cose migliorino e i rischi che oggi riteniamo molto pericolosi si attenuino. Abbiamo già detto che alcuni prezzi, come quelli delle materie prime, dei generi alimentari e anche del petrolio danno buone indicazioni, ma è presto per cantare vittoria. L’inflazione e la perdita di potere d’acquisto dei consumatori non sono svaniti, anzi. I tassi di interesse continuano ad aumentare. In Europa la paura della mancanza di energia rimane alta, sia tra i consumatori che tra i produttori. La maledetta guerra non è ancora finita. E il COVID potrebbe tornare a mettere in dubbio tante delle libertà ri-acquisite.
E che dire della situazione in Cina? La fabbrica del mondo sembra rallentare la sua corsa. E questo ha un impatto su tutti i Paesi e mercati. Le previsioni di crescita sono state riviste al ribasso e ora si parla di un tasso al massimo del 3%. La disoccupazione giovanile ha toccato il livello record del 20% e in controtendenza a quanto fanno gli altri Paesi industrializzati pochi giorni fa la Cina ha ridotto il tasso di interesse cercando di alimentare la domanda. Per non parlare dei rischi collegati al mercato immobiliare.
Insomma, quindi, va bene non essere allarmisti, ma questo non significa negare i dati.

La versione audio: Gli Stati Uniti sono in recessione

Commercio estero: bene, ma non benissimo

Le esportazioni e le importazioni svizzere nel mese di luglio sono diminuite. Dobbiamo preoccuparci? Sappiamo che la Svizzera è un Paese esportatore netto, ossia produce più di quanto consuma e quindi vende una parte all’estero. Tutti i Paesi vorrebbero essere esportatori netti, perché dietro alle produzioni ci sono le persone che lavorano e che quindi sono occupate, hanno un reddito, pagano le imposte, non sono al beneficio di aiuti statali, consumano e di conseguenza alimentano in maniera positiva il ciclo economico.
Le esportazioni tra giugno e luglio sono scese da 22.5 miliardi di franchi a 21.5; la riduzione è stata del 4.3% in termini nominali, mentre se togliamo l’effetto dei prezzi, la riduzione scende al 2.9%. In maniera analoga, le importazioni sono diminuite da quasi 20 miliardi a poco più di 19.1 miliardi. Anche in questo caso, la diminuzione nominale è stata del 4.2%, mentre quella reale del 3.4%. Il saldo della bilancia commerciale (qui trovate la definizione) è di circa 2.4 miliardi di franchi.
E questa è la prima buona notizia che fa relativizzare un po’ la riduzione del traffico commerciale. A differenza di quanto accaduto per Germania e Italia, i nostri saldi sono ancora positivi. Certo, vediamo una diminuzione, ma per il momento si parla di un solo mese.
È anche per queste ragioni che è difficile al momento dire se si stratta di una flessione stagionale e temporanea oppure se può essere l’inizio di una crisi più grande che potrebbe trovare radici nella situazione che stanno vivendo molte nazioni in Europa. Basti pensare che l’inflazione in Gran Bretagna ha superato il 10%, attestandosi al 10.1%. E la fiducia dei consumatori che vedono ridurre il loro potere d’acquisto non poteva che diminuire. Attenzione, perché le cose non sembrano andare molto meglio nell’Unione Europea dove gli aumenti dei prezzi sono stati nel mese di luglio del 9.8%. Leggiamo che rispetto a quanto avvenuto in giugno in ben 18 Paesi membri su 27 l’inflazione è aumentata. Le cause maggiori sono state ancora l’energia, gli alimentari, l’alcool e i tabacchi e i servizi. È facilmente comprensibile che se i prezzi aumentano i consumatori possono comperare anche meno prodotti dall’estero.
Guardando ai beni svizzeri che hanno rallentato le loro vendite troviamo i prodotti chimici e farmaceutici (che rappresentano circa la metà delle nostre esportazioni), i macchinari e gli apparecchi elettronici (che sono il 12%) e gli strumenti di precisione (circa il 7%). In controtendenza il settore dell’orologeria (10%) che continua la sua crescita positiva, come abbiamo anche letto dalle dichiarazioni della Federazione dell’industria orologeria svizzera.
E anche sulle importazioni non possiamo festeggiare: se diminuiscono vuol dire che abbiamo meno materie prime e semilavorati e di conseguenza anche la nostra produzione rallenterà. Sappiamo che i ritardi nelle catene di approvvigionamento rimangono di strettissima attualità.
A tutto questo si aggiunge poi un franco estremamente forte che fa risultare più care le nostre esportazioni.
Insomma, non allarmiamoci inutilmente, ma teniamo gli occhi ben aperti.

La versione audio: Commercio estero: bene, ma non benissimo
Fonte: la Posta

L’inflazione rallenta: tutto passato? Non ancora

I dati dei prezzi del mese di luglio non fanno ancora l’unanimità anche se fanno tirare un sospiro di sollievo a diverse Nazioni. Ma prima di guardarli chiariamo alcuni termini di cui si parla spesso. Quando parliamo di inflazione su base annua ci riferiamo alla variazione dei prezzi in un mese rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Così se l’indice dei prezzi al consumo (che è l’indicatore che misura l’inflazione) in Svizzera in luglio mostrava una variazione del 3.4% su base annua, significa che i prezzi in luglio 2022 sono aumentati del 3.4% rispetto al luglio 2021. Il dato mensile invece si riferisce alla variazione dei prezzi rispetto al mese precedente. I prezzi in luglio su base mensile sono aumentati dello 0%, che significa che i prezzi sono rimasti uguali a quelli del mese di giugno. In giugno invece i prezzi erano aumentati dello 0.5% su base mensile (quindi erano aumentati dello 0.5% rispetto a maggio) e del 3.4% su base annuale. Questo tipo di analisi ci consente non solo di guardare le variazioni dei prezzi, ma anche di capire se c’è una accelerazione nel fenomeno o al contrario un rallentamento. Guardando a ciò che è accaduto tra maggio, giugno e luglio vediamo che nel primo mese l’inflazione era aumentata dello 0.5%, mentre nell’ultimo mese dello 0%. In questo caso parliamo di rallentamento.
Rallentamento che fortunatamente hanno vissuto gli Stati Uniti perché i prezzi in luglio sono sì aumentati su base annuale all’8.5% (riducendosi però dal 9.1%), ma solamente dello 0% su base mensile (il dato precedente era dell’1.3%). Questo rallentamento potrebbe attenuare gli aumenti dei tassi di interesse della Banca Centrale per il mese di settembre: fino a qualche settimana fa si parlava di un aumento di 0.75 punti percentuali, oggi si parla di un aumento previsto di 0.5 punti percentuali. Notizie altrettanto positive arrivano dai dati sui prezzi alla produzione negli Stati Uniti, che ricordiamo rappresentano i prezzi dei prodotti usciti dalla fabbrica (senza i costi di trasporto, immagazzinaggio, logistica…). In questo caso su base mensile si registra addirittura una riduzione dello 0.5%, imputabile alla riduzione dei prezzi energetici.
La riduzione dei prezzi dell’energia è il fattore ha consentito anche all’Italia e alla Germania di mantenere tassi di inflazione, anche se elevati, stabili (rispettivamente su base annuale del 7.9% e del 7.5%).
Ma altre buone notizie giungono sul fronte dei prezzi. L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) nel suo rapporto di luglio parla di una riduzione rilevante su base mensile dei prezzi dei prodotti alimentari, in particolare dei cereali (-11.5%), degli olii vegetali (-19.2%) e, seppur in misura minore dei prodotti lattiero-caseari (-2.5%) e della carne (-0.5%).
Nell’interesse delle popolazioni più povere del nostro pianeta, non possiamo che augurarci che la discesa dei prezzi dei generi alimentari prosegua così spedita anche per le prossime settimane.

La versione audio: L’inflazione rallenta: tutto passato? Non ancora

L’economia e la scuola

Durante queste settimane nei comunicati delle aziende vediamo dare grande risalto alle fotografie dei ragazzi e delle ragazze che hanno terminato il loro periodo di apprendistato o di formazione professionale. Riconoscerne i meriti è importante sia per i ragazzi che per le aziende.
I nostri giovani che non scelgono di proseguire gli studi nelle scuole medio superiori sono spesso poco valorizzati dalla società e dall’opinione pubblica. Pensiamo a quanto avviene nell’ambito delle discussioni sul superamento dei livelli. Invece che preoccuparsi di valorizzare chi ha talenti, capacità e maniere di apprendere differenti, si parla esclusivamente di consentire a tutti l’accesso agli studi uniformando il percorso formativo. Ma i ragazzi sono diversi e la loro diversità è la nostra ricchezza. Le aziende, quelle che si impegnano nella loro formazione, lo sanno bene. Per un’impresa non è né facile né vantaggioso dedicare risorse, tempo ed energia nella preparazione di questi giovani. Eppure in nome di un grande patto sociale, nel nostro Paese ancora oggi possiamo vantare un sistema duale che ci è invidiato da tutto il mondo.
Affinché questo patrimonio non si disperda e anzi diventi ancora più valorizzante e valorizzato si può fare tanto. Si può innanzitutto riconoscere e premiare talenti e capacità differenti cominciando con scuole che diventino ambienti piacevolmente vivibili e socializzanti, con spazi e infrastrutture dignitose. Senza dimenticare, naturalmente, l’importanza di avere docenti preparati, competenti e motivati che li accompagnino nella formazione. E anche in questo senso possiamo fare molto. Leggiamo che nei prossimi anni in tutta la Svizzera e in tutti i livelli scolastici ci sarà una penuria di insegnanti. Questo dipende anche dalle condizioni di lavoro e dal riconoscimento sociale che queste figure fondamentali per lo sviluppo della nostra società sembrano aver perso negli ultimi decenni. E tra tutti, se possibile, probabilmente i meno valorizzati sono proprio i docenti delle formazioni professionali. Eppure sono loro che fanno da ponte tra i giovani, le famiglie e le aziende.
Aziende che a loro volta dovrebbero essere sostenute, aiutate e coinvolte maggiormente nella formazione degli apprendisti o dei giovani collaboratori. Sì perché formare non significa riempire contratti e rispettare requisiti burocratici. Per formare meglio le aziende necessiterebbero di essere a loro volta formate di più. E per poter svolgere più adeguatamente il loro ruolo le aziende dovrebbero essere coinvolte maggiormente nei percorsi formativi.
Non c’è un mondo dell’economia in contrasto con un mondo della scuola perché ciò che li lega sono proprio i nostri e le nostre apprendiste.
Articolo tratto dal Corriere del Ticino del 19.07.2022

La versione audio: L’economia e la scuola
Foto (e complimenti!) degli apprendisti e delle apprendiste che hanno ultimato il tirocinio alla Coop (Svizzera Italiana)

Unione Europea: L’inflazione cresce, il PIL si riduce

L’inflazione galoppante riduce le previsioni di crescita dell’Unione Europea. È la stessa Commissione europea a dirlo nelle sue previsioni economiche d’estate. Il Prodotto Interno lordo (PIL) del 2022 dovrebbe crescere del 2.7% quest’anno e dell’1.5% il prossimo.
La locomotiva tedesca è in fase di arresto da qualche tempo; c’erano segnali di rallentamento economico già prima dello scoppio della pandemia. Ora i dati della crescita sono allarmanti, anche per la Svizzera, dato che la Germania è il nostro principale partner commerciale; si stima una crescita del PIL dell’1.4% nel 2022 e dell’1.3% nel 2023. Anche sul fronte delle imprese i recenti dati sulla fiducia mostrano segnali di grande apprensione. La Francia dovrebbe mantenere tassi di crescita del 2.4% quest’anno e dell’1.4% il prossimo. Mentre le cose non sembrano andare molto bene per l’Italia, le cui stime parlano di una crescita rispettivamente del 2.9% e dello 0.9%. In questo caso attenzione a non farci trarre in inganno dal dato che sembra estremamente positivo di quest’anno: dietro questo aumento si celano le enormi spese per gli investimenti pubblici sostenuti nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) oltre che l’indotto generato dai bonus e dagli altri contributi, sempre pubblici, pensati per alimentare la crescita. Tuttavia, non possiamo dimenticare che al momento in cui scriviamo in Italia si parla dell’ennesima crisi di governo e della possibile caduta dello stesso. Insomma, oltre alle tensioni internazionali bisogna tenere conto anche di quelle nazionali.
Purtroppo in questo momento le autorità e le istituzioni europee non sembrano in grado di garantire crescita e stabilità all’Europa, nonostante i continui comunicati e toni rassicuranti. Già mesi fa i segnali di un’ondata inflazionistica erano nell’aria, ma si è preferito sperare che aspettative positive giocassero un ruolo nell’arrestare quella che appariva già allora una tempesta perfetta. Purtroppo l’inflazione, a differenza di quanto ci hanno detto, non è stata né temporanea né di poco conto. Tant’è vero che le previsioni odierne parlano di un aumento dei prezzi per quest’anno nell’Unione Europea dell’8.3%. Questo significa impoverimento forte delle classi più povere e rischio di fallimento per le piccole e medie imprese.
E su tutto questo altri fattori internazionali giocano un ruolo rilevante. I rallentamenti nelle catene di approvvigionamento messi in evidenza nei periodi di lockdown uniti alla carenza di molte materie prime vanno avanti a creare disagi alle attività industriali. La produzione cinese, anche a causa di una pandemia che non può dirsi esaurita, non riesce ancora a stare al passo con la domanda e spesso è obbligata a veri e propri arresti produttivi. Senza dimenticare che il programma di crescita cinese prevede di dare sempre più spazio alla domanda interna, quindi se c’è da privilegiare un compratore, non siamo più noi i primi della lista. Il problema dei prezzi, ma anche degli stessi rifornimenti dei prodotti energetici assilla tutta l’Europa, senza escludere la Svizzera. A tutto questo si aggiunge una maledetta guerra che non fa altro che accentuare le difficoltà con cui siamo confrontati.
Speriamo quindi che i governi e le banche centrali abbiano bene in chiaro i prossimi passi da intraprendere

La versione audio: Unione Europea: L’inflazione cresce, il PIL si riduce